Pubblicato in: Filosofia e teologia, libri e fumetti

La filosofia di Charlie Brown

Alcune cose non le condivido, ma penso sia comunque interessante

Charlie Brown esistenzialista

L’assenza del Grande Cocomero

di Nathan Radke

Il successo di un anti-eroe

Il nostro anti-eroe è seduto e abbattuto, è solo, sia fisicamente sia psicologicamente, lontano dai suoi simili sta aspettando impaurito la punizione per le sue azioni. Disperato, cerca conforto e speranza in Dio. Invece l’angoscia lo pervade e si manifesta come dolore fisico. Non trova conforto. Povero Charlie Brown: sta fuori dell’ufficio del direttore, aspettando di sentire che cosa gli succederà. Formula una piccola preghiera, ma tutto quello che ottiene è un mal di stomaco. Quando si è abituati a qualcosa, si può perderne di vista il valore: i lettori di giornali hanno avuto sott’occhio le strisce di Charles Schulz, Peanuts, per più di mezzo secolo. Anche adesso, dopo pochi anni dalla morte di Schulz, molti giornali continuano a pubblicare le sue strisce e le librerie offrono collezioni dei Peanuts. I suoi personaggi sono molto utilizzati nella pubblicità, e in dicembre i networks programmano lo speciale Charlie Brown Natale. Quale teoria può vantare una diffusione così grande e duratura?

Il Vangelo secondo i Peanuts

Si è molto dibattuto se i Peanuts possano essere considerati come una voce del cristianesimo conservatore e sono anche stati pubblicati parecchi libri, come quello del 1965 The Gospel According To Peanuts. Ciò non è senza motivo: anche uno sguardo superficiale ad un’antologia Peanuts evidenzia moltissimi riferimenti biblici. Però sarebbe un errore pensare che i riferimenti filosofici di Schulz si limitino alla religione. Schulz aveva un grande interesse per la Bibbia e gli insegnamenti di Gesù Cristo, ma era anche molto diffidente rispetto agli atteggiamenti religiosi dogmatici. In un’intervista del 1981, rifiutò di definirsi religioso sostenendo di “non sapere che cosa significa religione”. Charlie Brown non è stato certo un missionario a fumetti, votato a diffondere per il mondo la religione. Se ci si riflette, le esperienze e i dispiaceri del piccolo eroe forniscono riferimenti all’esistenzialismo molto profondi e toccanti. Una tale miscela di pensiero religioso ed esistenzialista non è comune. Il filosofo danese cristiano Soren Kierkegaard fu uno dei primi esistenzialisti, ma le sue credenze religiose influenzarono la sua filosofia, anziché limitarla. Egli pose a confronto la sua profonda certezza dell’esistenza di Dio con il silenzio assoluto che echeggiava dalle preghiere degli uomini e il risultato fu la sua teoria della fede e della libertà. Per quanto riguarda Schulz, non si considerava né religioso né esistenzialista. Non ebbe dimestichezza con questo termine fino alla metà degli anni cinquanta, quando lesse qualche articolo di giornale su Jean Paul Sartre. Certamente non aveva una gran preparazione filosofica, eppure i suoi disegni semplici e lineari forniscono lumi sulle domande e i problemi posti dall’esistenzialismo. Per capire le attitudini filosofiche di Schulz basta far riferimento ai suoi fumetti.

Bambini senza adulti, gettati nel mondo

Nel suo lavoro del 1946, L’esistenzialismo è un umanesimo, Sartre mette in evidenza alcuni aspetti fondamentali delle sue teorie: una delle idee forti è quella dell’abbandono. Kierkegaard sentiva la presenza di un abisso incolmabile tra l’uomo e Dio, Sartre aggiunge che, anche ammessa l’esistenza di un Dio inconoscibile e irraggiungibile, non ne consegue alcuna differenza per la condizione umana. In ultima analisi noi esistiamo in uno stato di libertà e abbandono, siamo responsabili delle nostre azioni e, poiché Sartre sostiene che non esiste un Dio creatore della natura umana, noi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Quale relazione esiste tra tutto questo e i Peanuts? Come gli esistenzialisti in un mondo di divinità silenziose e assenti, i personaggi di Schulz sono immersi in un mondo in cui l’autorità degli adulti è silenziosa e assente. In effetti, lo stile della striscia, con i piccoli attori che occupano tutta l’inquadratura, esclude la presenza degli adulti. L’autore sostiene che, se nelle strisce comparissero degli adulti, i racconti perderebbero significato. Anche se talvolta compaiono riferimenti agli adulti, quasi sempre insegnanti, queste figure rimangono sempre estranee e silenziose; i bambini dei Peanuts sono lasciati ai loro impulsi, a sperimentare e a capire il mondo nel quale si trovano immersi e devono darsi una mano l’un l’altro – vedi il fiorente chiosco psichiatrico di Lucy (cinque cents a consultazione, un prezzo davvero buono).

Linus e la divinità assente

L’esempio ideale d’abbandono è la relazione tra Linus e il Grande Cocomero: alla festa di Halloween Linus aspetta fiducioso vicino al campo delle zucche nella speranza di essere benedetto dalla santa esperienza della visita del Grande Cocomero, che ovviamente non si mostra mai e non risponde alle sue lettere. Nonostante ciò, Linus rimane fermo nelle sue convinzioni, anzi va in giro a parlare della sua divinità assente. Esiste il Grande Cocomero? Non si può mai sapere. Ma da un punto di vista esistenzialista questo non importa, la cosa più importante è che Linus è solo e abbandonato nel suo campo di zucche. Sartre malvolentieri nega l’esistenza di Dio, invece considera “estremamente svantaggioso che Dio non esista, perché ciò fa sparire ogni possibilità di trovare valori in un paradiso conoscibile”. Senza Dio, tutto ciò che noi facciamo come umani è assurdo e senza significato, e lo sarebbe anche passare una notte intera in un campo di zucche. In assenza di qualsiasi indirizzo da parte delle famiglie, i personaggi dei Peanuts sono diventati così esperti di filosofia da stabilire da soli che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Quando Linus ha una spina nel dito, scoppia un conflitto tra il determinismo teologico di Lucy – egli è punito per qualche sua azione malvagia- e l’indeterminatezza filosofica di Charlie Brown. Poi, quando il dito guarisce, la posizione di Lucy crolla. A Natale Linus in una lettera a Babbo Natale ne mette in discussione i principi etici riguardo alle azioni buone o cattive d’ogni singolo bambino. “Che cosa è bene e che cosa è male?” chiede Linus. Buone domande.

Codardia, disperazione e malafede

Dall’enorme libertà, che deriva dall’abbandono, scaturisce un’altra considerazione importante e drammatica. Nel nostro piccolo mondo, noi siamo ciò che facciamo e siamo responsabili delle nostre azioni, quindi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Ciò che siamo è la somma di tutto ciò che abbiamo fatto, niente di meno e niente di più. Ma perché questo provoca disperazione? Per rispondere a questa domanda Sartre esamina le caratteristiche della codardia e del coraggio. Quando illustra la posizione opposta alla sua, sottolinea che non essere responsabili della propria creazione può far comodo: “Se tu sei nato vigliacco puoi essere contento, perché non puoi far niente per cambiare e rimarrai vigliacco per tutta la vita, qualsiasi cosa tu faccia; se invece sei nato eroe puoi stare altrettanto contento perché sarai eroe tutta la vita e mangerai e berrai da eroe. Invece l’esistenzialista afferma che il vigliacco rende se stesso vigliacco e l’eroe rende se stesso eroe e che c’è sempre la possibilità per il vigliacco di superare la codardia e per l’eroe di non esserlo più”. E’ proprio questa possibilità la causa della disperazione. Perché Charlie Brown si strugge per la ragazzina dai capelli rossi? La possibilità reale di trovare la forza per parlarle è molto più penosa della sua stessa incapacità ed egli deve prendere atto del proprio fallimento. Quando lei è vittima di un bullo nel cortile della scuola, la disperazione di Charlie Brown esplode: egli non soffre perché non può aiutarla, ma perché potrebbe aiutarla, ma non n’è capace. “Perché non posso correre là a salvarla? Perché finirei fatto a pezzi, ecco perché!”. Quando in sua difesa interviene Linus, capace di far uso della propria libertà d’azione, egli cade in depressione. Per reagire contro la malinconia, Charlie Brown si abbandona alla malafede, mettendo in dubbio la propria libertà: “Mi chiedo che cosa succederebbe se io andassi là e tentassi di parlarle! Tutti riderebbero…anche lei sarebbe insultata…”. Solo rinnegando la sua libertà può resistere alla disperazione. Ma nascondendosi dietro la propria malafede non fa un favore a se stesso: trascorre un’altra pausa pranzo da solo, su una panchina, con il solito panino al burro d’arachidi.

L’orrore di sentire la propria lingua

La vita è problematica e faticosa. In una striscia Schulz descrive succintamente l’orrore di scoprire la propria esistenza nel mondo. Linus: “Sono consapevole della mia lingua….E’ una sensazione terribile! Ogni tanto m’accorgo di avere in bocca una lingua, poi mi sembra d’averla ingoiata….Non posso farci niente…Non posso scacciare la sensazione… Comincio a pensare dove sarebbe la mia lingua se io non la pensassi e poi comincio a sentirla premere contro i denti…” Sartre dedicò un’opera intera a questa sensazione, il suo romanzo del 1938, La nausea, nel quale il personaggio Roquentin è spaventato nello scoprire la propria stessa esistenza. Linus esprime il concetto molto bene in poche vignette.

Continuare a giocare, nonostante tutto

L’esistenzialismo è stato accusato d’essere disfattista e depressivo, e Sartre ha confermato questa posizione con l’uso di termini come “abbandono”, “disperazione” e “nausea”, ma i Peanuts presentano anche l’aspetto ottimistico della filosofia. Perché Charlie Brown continua a giocare a baseball, nonostante cinquanta anni di lanci perdenti? Perché tentare ancora un tiro, quando Lucy gli ha sempre soffiato la palla all’ultimo secondo? Perché c’è sempre una cesura tra passato e presente: senza tener conto di ciò che è già successo, c’è sempre la possibilità di cambiare. La libertà è un’arma a doppio taglio: noi esistiamo e siamo responsabili. Questo è insieme liberatorio e terrificante. Schulz potrebbe essere considerato membro del gruppo d’autori attivi nel periodo della seconda guerra mondiale, come Joseph Heller, Kurt Vonnegut e lo stesso Sartre, e non sarebbe giustificabile escluderlo solo perché i suoi lavori si pubblicano nelle pagine dei quotidiani dedicate allo svago. I semplici disegni di Schulz e i suoi dialoghi contengono tante considerazioni sulla condizione umana quante interi scaffali di libri. Mentre è difficile affermare che cosa avrebbe pensato Sartre dei Peanuts, si conosce ciò che Schulz pensava di Sartre: “Ho letto di lui sul New York Times, dove ha definito la condizione umana come molto dura e che l’unico modo per superare le difficoltà è condurre una vita attiva, il che è proprio vero”. Se c’è un personaggio che ha descritto le difficoltà dell’esistenza, questo è proprio Charlie Brown. (Traduzione di Vera Nicola dal n. 44 di Philosophy now. A magazine od ideas).

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

un senso

Per le quarte e per chi vuole posto questo articolo, che penso interessante, anche se non condivido alcune cose.

 

 

di Angelo Crespi
Spesso solo la morte restituisce dignità alla vita. “Un bel morir, tutta la vita onora” epigrammava Petrarca. Ma al di là della retorica e delle frasette, molti saggi e molti santi hanno insegnato che la vita davvero è un prepararsi al morire. Pur essendo il morire un fatto prettamente individuale (“Non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà” ironizza Woody Allen), resta il fatto che la morte da sempre ha risvolti sociali, perché il morto è morto, mentre i vivi restano. Sarà per questo che ogni civiltà ha tramandato modi e forme per elaborare il lutto sempre più rivolti ai vivi che ai morti. Gli egiziani approntavano di cibo le tombe per il defunto, duemila anni dopo i Sepolcri del Foscolo servivano soprattutto ai vivi perché ne traessero insegnamenti e aspirazioni.
Oggi le cose sono ancora cambiate. La morte da costante della vita si è trasformata in una variabile sociale sempre meno considerata. Ciò nonstante, sembra incredibile, si continua a morire. Allontanata dall’orizzonte di una società inconsapevole, scacciata in termini collettivi, resta un fatto privato difficile da gestire. Si muore in silenzio, da soli, si viene tumulati in fretta e furia, senza preci, nessun corteo funebre per non intralciare il traffico, nessuna prefica. Che a pensarci bene, viene da chiedersi: perché dunque morire?
Ci sono però casi eclatanti, in cui la morte diventa di nuovo fatto pubblico: morti eccellenti, morti tragiche di bambini o soldati. Proprio qui ci si accorge che i riti difettano, che non abbiamo più neanche la mimica per celebrare il defunto. Spesso a questi funerali, quando transita il feretro la folla applaude, come si applaude allo stadio. I visi degli astanti si irrigidiscono in espressioni di circostamza.
Nei giorni scorsi, una foto sui giornali ci spinge a qualche ulteriore riflessione. Il funerale di un attore hollywoodiano, il ventottenne Heath Ledger, si è concluso con una festa, una sorta di beach party stile australiano. Ledger pare sia morto per un’overdose accidentale di farmaci. Nessuno ci toglie dalla mente l’idea che il giovane attore, nonostante il successo mondiale, non avesse trovato ragione per vivere, come molti altri della sua generazione, della mia generazione, di tante altre generazioni precedenti. è sempre una scommessa la vita, un gioco il cui scopo è trovare le regole del gioco.
Vedere gli amici di Ledger spiaggiati, l’ex compagna, l’attrice Michelle Williams, concedersi un bagno tra spruzzi e risa, genera un senso di spaesamento. Quasi che la morte non fosse nulla. Ma non perché la combriccola ridanciana e miliardaria abbia dato senso definitivo alla morte, o possa chiamarla “sorella” al pari di San Francesco. Piuttosto, ci sembra, perché non sono riusciti a dare un senso neppure alla vita.
Pubblicato in: Etica, Storia

Ideali

LA FIGLIA DEL MARESCIALLO UCCISO
 UNA RAGAZZA CI INSEGNA COS’È L’IDEALE

di  DAVIDE RONDONI

P
oi arriva Giusy, che ha solo di­ciott’anni e un dolore che non si può capire. Perché le hanno ammazzato il padre mentre faceva il soldato. Arriva lei e con addosso un dolore che non si può capire dice una cosa che invece si capisce benissimo. Arriva con addosso un amore che non si può capire e dice una cosa che si capisce benissimo. Di­ce cos’è un ideale. Dice ‘non ti voglio ricordare in una bara’. Dice ‘continuerò il tuo lavoro’. Dice cose così umane da mettere quasi paura. Perché ormai sia­mo così rattrappiti nel cuore e nella mente da pensare che cose così esista­no solo nei film o nei momenti specia­li. E invece questa è l’Italia, questa è Giu­sy.
 
In piedi signori presidenti, signori pro­fessori, signori dei signori di questo Pae­se che troppo spesso avete ridotto nei vostri pensieri prima ancora che nelle vostre azioni a selva di retorica e di gio­chi di potere, a noia, a banalità. Deve arrivare ancora una ragazza a dirci co­sa è l’ideale. Che è cosa diversa dall’e­mozione. Diversa dal sogno. E diversa dall’ideologia. L’e­mozione non ba­sta a far parlare così. I sogni passa­no col tempo, l’i­deale invece in lei è cresciuto nel tempo, anche gra­zie a quel padre vi­cino e lontano. L’i­deologia vuole ca­pire e possedere il mondo, l’ideale invece vuole servi­re. Per ideologia si diventa potenti o intellettuali. Per i­deale si diventa soldati, servitori con la maiuscola.
  Non prendete in giro Giusy, non tratta­tela come se fosse un ‘bel momento di retorica’. I suoi diciotto anni non sono per nulla retorici. Il taglio doloroso di essere rubata in tal modo del padre non è retorica, è vita durissima. E l’ideale è fatto della stessa pasta della vita. Ma non si conosce cosa è l’ideale se non si co­noscono uomini che ne vivono davve­ro.
 
 
 Giusy conosceva suo padre. Come lo conosceva sua madre, che ha chiesto ve­nisse avvolta nel tricolore la bara. E non per consuetudine retorica o militaresca, ma ‘perché lui lo amava’. Fermiamoci un attimo, un attimo prima della cam­pagna elettorale, prima di guardare fuo­ri dalla finestra, un attimo prima di di­re il nome delle persone che ci sono ca­re, dei luoghi che ci sono cari. Per guar­dare cosa c’è dentro queste frasi di fi­glia e di madre. Cosa c’è dentro questo ritratto di padre e marito. E di donna e di ragazza. Se non si considera quanto pesa, e quanto s’innalza la natura del­l’ideale, se non si considera quanto be­ne e quanta giustizia e quanta verità il cuore di queste persone ha visto e vede in un ideale, non si capisce più niente dell’Italia. Se non si onora questo idea­le, si finisce per disprezzare tutto.
  Giusy ha capito di più l’Italia di tanti po­litici, di tanti presidenti, di tanti anali­sti economici o sociali. Ha capito che la vita di un uomo è innanzitutto il suo i­deale. Cioè l’obbedienza a quel che il cuore desidera veramente. Non il suo conto in banca, non quante tasse paga, non che tipo di contratto ha. Ha capito che la vita di suo padre ha un anticipo di infinito già ora perché ha vissuto un ideale. E che se non si nutre, se non lo si continua, se non lo si assume come responsabilità la vita sa già di morte, co­me l’Italia di tanti tromboni della poli­tica o della cultura o della tv sa già di mummia. Giusy è arrivata senza orgo­glio a dire queste cose. Ha chiesto aiu­to, perché l’ideale non lo si sostiene da soli. Ha chiesto a suo padre di starle vi­cino. Anche ora che non è in un lonta­no Afghanistan, ma così vicino come quando abbracci una persona e non la vedi più.

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Storia

Essere cristiani oggi

A fine dicembre su Adista è comparsa questa intervista a Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, ripresa poi a fine gennaio da Rocca. Non è molto semplice e, pur consigliandone la lettura a tutti, la suggerisco alle V visto l’argomento che stiamo trattando (il concetto di Dio dopo Auschwitz)

 

Adista Contesti N.90 – 22 Dicembre 2007

POCHI MA BUONI

intervista a Enzo Bianchi a cura di Jean-Marie Guénois per “ La Croix ”

Lei arriva ad affermare che la fine della cristianità è una chance per il cristianesimo…

E lo confermo, perché il cristianesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di «essere» cristiani senza doverlo diventare, di essere praticante senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amore sono infatti le condizioni della fede cristiana. Non sono più un caso o una necessità.

Il diventare minoritari può essere un passo verso la scomparsa: questo non la preoccupa?

Essere minoritari non vuol dire essere insignificanti.

Ci sono minoranze efficaci, che agiscono nella società perché sia compreso il messaggio cristiano. Bisogna vigilare perché questo statuto di minoranza non conduca ad uno spegnimento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica in seno all’umanità.

Da minoritari, i cristiani devono cercare di esercitare un’influenza sulla società?

Intanto non bisogna avere l’ossessione dell’influenza, come non bisogna averne paura.

La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo un’arte di vivere umanamente. Se gli uomini percepiscono che i cristiani hanno una vita buona, vera e felice, si porranno la questione del fondamento di questa vita, e l’annuncio di Gesù Cristo diventerà quasi naturale. Si farà nel dialogo, senza imporsi.

La transizione da un’epoca segnata da un cristianesimo dominante a questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. E da lei?

È un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna avere paura. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è in effetti capace di misurare quanto dura l’influenza del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.

Lei perciò non è preoccupato per il futuro?

Io ho una grande fiducia, perché se crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli a questo, verrebbero da noi, non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di dare entusiasmo con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con Cristo un autentico capolavoro.

Lo stato di minoranza può accompagnarsi ad un complicato riflesso comunitario: che ne pensa?

Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità sono diventati più difficili, perché suscitano diffidenza e noi stiamo attraversando una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un pericolo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa capisce che pregare Gesù per l’unità non è una moda ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.

È ottimista!

Ho davvero speranza. È un momento che passerà. Una volta ancora, il cristianesimo supererà tutte queste contraddizioni.

Ma come evitare il peggio?

Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il crsitianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che si troverà nel ministero di Pietro un ministero di unità che è necessaria per tutte le Chiese, come ha voluto il Signore. Il papa in effetti può avere un suo ruolo da giocare perché si realizzi la comunione delle

Chiese. Così è stato durante il primo millennio del cristianesimo. Oggi soffro per lo spirito ecumenico perché nelle Chiese ci sono persone che lavorano contro l’unità o mettono in atto prassi difensive. Non prevarranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola dei peccatori, è morto fra due malfattori… La Chiesa è il suo corpo, non può seguire altra rotta che quella del suo Signore! Ma deve avere il coraggio di essere uno spazio di incontro e di ascolto di ogni uomo allora il Vangelo potrà dilatarsi e raggiungere tutti.

L’avvenire dei cristiani passa anche attraverso un accresciuto dialogo con le altre religioni?

Bisogna essere molto chiari su questo punto.

Io non sono d’accordo quando si afferma che il cristianesimo è uno dei tre monoteismi. Il cristianesimo è un monoteismo speciale, perché la via che ci porta a Dio come comunione e Trinità è un uomo. È per l’umanità di Cristo che possiamo andare a Dio.

Un’altra specificità è che il cristianesimo ha stabilito tre rotture: fra il sangue e la famiglia, fra la terra e la patria, fra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi…

Certo, la verità resta una – è Cristo! – ma l’antropologia cristiana è plurale, e deve assolutamente passare attraverso un’interpretazione umana.

Una terza specificità crsitiana consiste nel credere che ogni uomo è ad immagine e somiglianza di Dio. Anche se un uomo perde la somiglianza con Dio, conserva in sé l’immagine di Dio e resta perciò sempre capace di fare il bene.

A partire da queste specificità, e con questa capacità di ascolto, è necessario che portiamo avanti un dialogo per essere insieme fratelli. Questo non vuol dire progredire nel dialogo interreligioso con spirito irenico, ma condurre questi dialoghi sul piano dell’umanità e sul piano della ragione.

Avendo il coraggio del confronto, e di chiedere all’Islam come all’ebraismo di leggere i testi come parole umane dove si può ritrovare la parola di Dio, ma senza dare spazio al fondamentalismo o a letture senza rapporto con la realtà.

Pensa che il futuro del cristianesimo possa essere offuscato dallo scontro di civiltà?

È sull’etica che si avrà lo scontro di civiltà. In Italia, per esempio, vedo montare un anticlericalismo che non c’era dieci anni fa, si trasforma anche in anticristianesimo.

Come evitarlo?

Bisogna cercare uno stile di ascolto. I cristiani – e soprattutto i cattolici – ascoltano troppo poco. Senza ascolto, niente comunicazione e niente avvenire comune. Solo l’esercizio dell’ascolto può condurre alla comunicazione, e poi la comunicazione portare alla comunione. La Chiesa , nel campo etico, vuole essere al servizio della dignità dell’uomo: com’è possibile che certe volte passi per fondamentalista? Ci espriamiamo con interdetti, e allora non siamo capiti. Dobbiamo parlare ai credenti e ai non-credenti con altri termini che non siano quelli della catechesi. Se noi presentiamo la legge naturale come l’abbecedario della qualità umana dell’uomo, potremo partecipare alla costruzione di un’etica mondiale.

Pubblicato in: Etica

Violenza sulle donne

e61e945b09bb73729590fd8114a1570b.jpgLavorando in un istituto che ha un alto numero di studentesse, penso possa essere molto interessante questo articolo pubblicato sull’ultimo numero di Rocca, nello spirito citato nel pezzo stesso, di iniziare a mettere delle crepe nel muro di silenzio che avvolge le violenze sulle donne. Inoltre non manca poi molto all’8 marzo e mi mette molta tristezza la pubblicità sulle radio locali della festa dell’8 macho… Buona lettura

La violenza sulle donne.doc

Pubblicato in: Etica

A morte per stregoneria!

ARABIA SAUDITA

Quraiyat (AsiaNews/Agenzie) – La caccia alle streghe non è una cosa di altri tempi. Il verdetto della corte saudita che ha condannato a morte Fawza Falih con l’accusa di stregoneria ha suscitato perplessità e fermenti e l’organizzazione non governativa Human Rights Watch  è intervenuta appellandosi a re Abdullah perché fermi l’esecuzione.
La donna, arrestata nel 2005 dalla polizia religiosa, è analfabeta ed è accusata di essere responsabile dell’improvvisa impotenza di un uomo che l’ha poi tacciata di stregoneria.
I metodi con cui sono avvenuti gli interrogatori sembrano essere stati poco ortodossi: Fawza Falih ha sostenuto di essere stata picchiata e costretta a firmare con impronte digitali confessioni e documenti che, non sapendo leggere, non poteva capire.
In Arabia Saudita non c’è un codice penale scritto e la stregoneria non è definita un crimine. La corte che l’ha condannata alla pena capitale l’ha fatto sulla base discrezionale per proteggere i principi, l’anima, e l’identità della Nazione. 
Joe Stork, direttore di Human Rights Watch in Medio Oriente, ha commentato circa la precarietà del sistema giudiziario nel Paese che in questo caso ha palesemente fallito. Il processo a Fawza Falih non è avvenuto secondo norma e “dimostra come i giudici siano interessati a tutto tranne che al perseguimento della giustizia”.
Pubblicato in: cinema e tv

LA TEOLOGIA DEI SIMPSON

Dio, Homer e la ciambella
di Brunetto Salvarani
  

La famiglia a fumetti più sgangherata e irriverente del piccolo schermo non ha soltanto una sua filosofia e una sua morale. Esprime anche, con acuta ironia, una sua visione del cosmo e del Trascendente che va al di là dei consueti luoghi comuni.
  

«Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami… Superman!». Lo spiazzamento offertoci dalla battuta di Homer Simpson sottintende due cose: entrambe cruciali. La prima, che il microcosmo del sacro, all’interno della saga a cartoni animati attualmente più famosa sul pianeta (23 Emmy e l’omaggio della rivista Time, che l’ha eletta a «migliore serie televisiva del ventesimo secolo»), ha un peso specifico notevole: proprio come capita negli Stati Uniti, unica porzione del mondo occidentale in cui le fedi risultano in gran spolvero e in evidente aumento. La seconda, che il motivo del successo che essa sta ottenendo, in buona misura, risiede nell’aver intercettato con straordinaria felicità espressiva il cuore di quella che ci siamo abituati a chiamare postmodernità: vale a dire il gioco della citazione, del rimando, dell’allusione insistita a linguaggi, temi, generi, opere d’arte note o notissime.

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Cosa sarebbe la nostra giornata senza la famiglia Simpson? Personalmente, sono disposto a sostenere sotto giuramento che, se nel lontano anno di grazia 1987 il versatile fumettista yankee Matt Groening non avesse fatto irruzione nel panorama delle tivu americane (da noi qualche anno dopo) con la sua tribù di facce gialle, molti miei amici, me compreso, sarebbero più tristi, più rompiscatole e, probabilmente, anche più accidiosi.

Un fulmineo ripasso per chi – nessuno è perfetto – si fosse perso le (oltre quattrocento, ad oggi) puntate della serie. I Simpson rappresentano la tipica famiglia della middle class che da sempre affolla l’immaginario cinematografico e televisivo a stelle e strisce. Distante anni luce dal canonico modello mieloso delle sit-com di maniera, essa appare connotata in particolare di uno smisurato spirito dissacratorio, pur essendo a propria volta quanto mai massificata.

eaa796791c511ca0ea989ba83d41773f.jpgIntegralmente schiava del piccolo schermo, dei fenomeni di massa e di una cospicua messe di pregiudizi parossistici, col suo stile di vita per nulla politicamente corretto, la sit-com dei Simpson spolpa però alla radice ogni mito e ogni consuetudine, riscattandosi così dal baratro dell’assoluta mediocrità. Con l’istituzione-famiglia che permane al centro di tutto il plot narrativo: sbeffeggiata di continuo, ovvio, ma anche riconosciuta come l’unico (e l’ultimo) autentico punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido, con un reciproco e ben saldo attaccamento fra ogni suo membro.

Il papà, grasso, pigro e devoto a birra e a ciambelle, Homer; la mamma, la casalinga perbenista e azzurrocrinita Marge; i tre figlioletti (Bart lo scavezzacollo impenitente, Lisa la saputella ecologista e l’ancora bebè Maggie): ecco la formazione base per intessere un’enorme quantità di ministorie, con mille ingredienti ulteriori fatti di altri personaggi e di situazioni solo all’apparenza paradossali. Tra fantasia sfrenata e rassicurante serialità.

Il primo segreto della loro accoglienza così universalmente positiva è ciò che Umberto Eco ci ha definitivamente rivelato a proposito di Mike Bongiorno in anni lontani (nel Diario minimo, 1963): il fatto che Mike – e Madame Bovary, e papà Homer, appunto – c’est moi. Ci siamo noi nell’ingenua fiducia nel consumismo di quest’ultimo, nel suo tentativo reiterato di sgattaiolare lontano dai doveri lavorativi, nella ricerca continua di un quarto d’ora di celebrità, nella bulimia rassegnata davanti al frigorifero o alla scatola della tele. Ci piaccia o no; lo vogliamo confessare apertamente, oppure no.

c0538f15858b6faae54ffab90ba633b0.jpgC’è, però, un secondo filone di lettura più raffinato, che non contrasta il primo ma anzi – a mio parere – lo arricchisce di parecchio. Non è difficile leggere in quelle sgangherate esistenze, infatti, il sogno antico dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Con Homer uomo qualunque, Bart teppistello qualunque, e la famiglia intera famiglia qualunque, tuttavia capaci di dichiarare in controluce l’eccezionalità di ogni storia, ogni vicenda umana: persino della più (apparentemente) banale, frustrata, patetica, demenziale. Come appare la loro e quella della compagnia di giro della loro stralunata Springfield: il nonno più di là che di qua e l’integralista ultras della fede vicino di casa, il preside frustrato e mammone perennemente dedito a rimpiangere l’epopea del Vietnam e l’induista gestore di minimarket alla ricerca di un’anima gemella, il mefistofelico industriale disinteressato dei disastrosi esiti ambientali della sua produzione e il bullo della scuola bisognoso di affetto.

Da questo punto di vista, i Simpson mettono in scena l’ansia e la possibilità di un riscatto dall’abisso in cui quotidianamente rischiano (rischiamo?) di cadere. E soprattutto, l’irripetibilità assoluta delle infinite biografie che si danno nel mondo. Lo fanno, beninteso, con leggerezza e ironia, tenerezza e irriverenza, tenendoci avvinti al tubo catodico per quei poco più di venti minuti di ogni puntata, e dimostrando definitivamente (ce n’era bisogno?) che cartoons e fumetti non sono solo e necessariamente cibo infantile.

Basterebbe, per convincersene, dare un’occhiata veloce a un ponderoso libro uscito nel 2005 da noi, e quattro anni prima negli Usa, dal titolo I Simpson e la filosofia (Isbn Edizioni), firmato da tre serissimi docenti di filosofia, Irwin, Canard e Skoble (che insegna addirittura all’Accademia militare di West Point…). C’è dentro di tutto! Ad esempio, chi si occupa di quel miserabile musone del signor Burns (l’industriale vampiresco di cui sopra) per capire se possiamo o no imparare qualcosa sulla natura della felicità umana dalla sua sostanziale infelicità. E chi si chiede se il rigetto dell’etica tradizionale da parte di Nietzsche giustifichi in qualche modo la cattiva condotta del discolo Bart («Non sono stato io!», dice, con le dita nel barattolo della marmellata). E, ancora, chi si spinge a recuperare il vecchio Marx (Karl, non Groucho) per comprendere le dinamiche profonde della società di Springfield. Ma non è finita qui.

2881d47ad6390966d7f75b3768cd8cc4.jpgPoiché l’esperimento ha dato buoni frutti, e il marchio-Simpson pare funzionare, ora un giornalista scientifico italiano, Marco Malaspina, ha realizzato un curioso – e per nulla peregrino – La scienza dei Simpson (Sironi Editore), sottotitolo “Guida non autorizzata all’Universo in una ciambella”. D’altra parte, gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci, ogm, missioni spaziali. Non manca neppure – come potrebbe, di questi tempi? – il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti; e affiorano qui e là parodie di grandi scienziati più o meno noti.

Non stupirà troppo, a questo punto, che, più modestamente ma forti di tali illustri precedenti, si sia tentati di abbozzare le tracce di una teologia simpsoniana. Sì, perché i personaggi scaturiti dalla matita di Groening (nato da famiglia ebraica ma autodefinitosi agnostico), in effetti, interpretano come pochi altri il bisogno di socializzazione, di legami sociali in genere oggi negati, ma anche di andare oltre, di cieli almeno parzialmente aperti in tempi di cieli chiusi, della generazione del dopo 11 settembre: considerandola capace di sentimenti, preda di paure irrisolte, aperta al racconto di storie che prendono di petto il groviglio che alberga in tante vite.

Gli abitanti di Springfield dimostrano, infatti, a ogni piè sospinto di essere in primo luogo una vera e propria comunità, una compagnia di amici più che di concittadini, con tanto di mito fondatore, feste ricorrenti e tradizioni locali. E fungono da conferme viventi che il soprannaturale e le sue deviazioni fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più interessante imparare a gestirli che temerli ossessivamente. Certo, irridendo, il più dei casi, gli scenari del sacro, a partire dalla civil religion di marca squisitamente americana («Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!», dice Homer alla moglie per sfuggire alla funzione domenicale; mentre Lisa si scandalizza della strumentalizzazione delle orazioni al Cielo del fratello con un perentorio: «La preghiera: l’ultimo rifugio di una canaglia!»; ed è ancora Homer a lasciarsi scappare un «Dio è il mio personaggio immaginario preferito»).

491bdbf62619012809584d4c25d82415.jpgAl tempo stesso, si inneggia esplicitamente a un dialogo interreligioso fatto di prassi più che di riflessioni metafisiche, come nell’episodio che vede unirsi le forze dell’ebreo Krusty il Clown, dell’indù Apu e del cristiano fondamentalista Ned Flanders per salvare la casa dei Simpson ormai carbonizzata a causa dell’incorreggibile negligenza del pater familias. E ci si rivolge in presa diretta a Dio (raffigurato secondo i crismi dell’iconografia classica come un uomo enorme dotato di lunga barba bianca, di cui non si vede il volto) nei momenti di maggiore crisi. Mentre il reverendo Lovejoy, pastore di una non meglio precisata chiesa evangelica cittadina, regolarmente sbeffeggiato dal duo Homer/Bart, e più intento a conservare una qualche autorità sociale che a rispondere alle richieste dei suoi fedeli: tanto che a un certo punto sarà la stessa Marge a prenderne il posto, come Signora Ascolta, per replicare attivamente ai loro dubbi e problemi.

In realtà, a essere presa di mira non è tanto l’istituzione Chiesa, ma i suoi rappresentanti. La domenica, infatti, c’è tutto il paese alla funzione, magari con livelli di attenzione diversi al sermone: come nell’episodio in cui il solito Homer si isola da tutto, grazie a una minuscola radio, per non perdersi l’esito finale di un match sportivo. Mentre Bart convoca l’Altissimo anche in relazione alla propria passione preferita: «Fino a oggi non sapevo perché Dio mi aveva messo sulla terra. Ora lo so: per comprare quel fumetto!».

Come osserva l’esperto Luca Raffaelli, il fatto è che «i Simpson sono l’unica serie televisiva animata che si permette di parlare di Dio, e di quello con la D maiuscola». E i contatti diretti di Homer con Lui, del resto, gli confermano l’inutile prolissità delle prediche di Lovejoy, in un episodio in cui il capofamiglia si rifiuta di accettare la noiosità del rito di ogni domenica. Mentre Homer litiga con Marge che fa la parte di quella ligia a ogni dovere civilreligioso, è infatti lo stesso Padreterno che – dalle nuvole in cui abita con veste fluente e sandali ultracomodi – lo rassicura sull’effettiva insignificanza di una partecipazione puramente rituale. Quasi un monito sull’urgenza di rinfrescare il linguaggio ecclesiale!

Ma il passaggio più esilarante è forse, al riguardo, un monologo homeriano, in uno dei suoi (rari) momenti di grazia, che produce la seguente preghiera, davvero sui generis: «Caro Dio: gli dei sono stati benevoli con me. Per la prima volta nella mia vita, ogni cosa è assolutamente perfetta. Quindi ecco il patto: tu fermi ogni cosa così com’è, e io non ti chiederò mai più niente. Se è ok, per favore non darmi assolutamente nessun segno… (silenzio). Ok, affare fatto. In gratitudine, io ti offro questi biscotti e questo latte, se vuoi che li mangi per te, non darmi nessun segno… (silenzio) sarà fatto!».

Esauritesi le preoccupazioni degli inizi degli anni Novanta – quando la serie sbarcò in sordina nel Belpaese – con le riserve di genitori e pedagogisti sul linguaggio un po’ crudo e qualche scena violenta (Grattachecca e Fichetto), oggi il consenso sembra unanime. Il turpiloquio, a ben vedere, è ridotto al minimo; mentre gli accenni di violenza sono caricaturali e grotteschi, e dunque pieni di autoironia, fino a schiudersi in un effetto catartico.

La morale dei Simpson – sì, c’è anche una morale! – e insieme la loro idea vincente è, lo si accennava, che, alla fine, dopo il classico tsunami di peripezie e disavventure, ciò che può salvare il salvabile è solo il focolare domestico. Il nucleo familiare, per sgarrupato che sia, come bene-rifugio, investimento a lungo termine, àncora di salvezza in un universo denso di trappole: per dirla con un proverbio inglese, «east, west, / home’s best».

Anche il film uscito nei cinema, approdato in Italia nel settembre scorso, ce ne dà conferma: è attorno al desco di cucina che vengono ricompattate le tensioni e si ricompone l’ordine sociale, mentre tra un tacchino da ringraziamento e una bisteccona succulenta fioriscono le discussioni e le proposte più balzane. In una parola, c’è dialogo. Frizzante, altalenante, in grado di produrre sorprese e novità. Il che non è davvero poco, se ci pensiamo, di questi tempi malati di pochi happy end e di troppe banalità, per un universo fatto a forma di ciambella.