Quell’immorale di un ateo

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Su La lettura di domenica 13 agosto, a pagina 5, c’è un piccolo riquadro con un breve scritto di Marco Ventura dal titolo “Se sei ateo sei immorale”. Inevitabile che attirasse la mia attenzione. L’ho trovato online e lo ripropongo qui sotto con l’intenzione di farne oggetto di discussione nelle mie quinte trasformando l’ultima affermazione in un interrogativo.
“L’ateo è immorale, incline a commettere delitti, non degno di fede, incapace di costruire solide reti familiari e sociali. Negli ultimi decenni si è pensato che il pregiudizio negativo nei confronti degli atei sarebbe scomparso dalle società secolarizzate per confinarsi in aree ad alta densità religiosa, come i Paesi islamici in cui ancora oggi gli atei finiscono in prigione o sottoterra. Un gruppo di ricercatori guidato da Will M. Gervais, psicologo dell’Università del Kentucky, ha appena pubblicato sulla rivista «Nature Human Behaviour» uno studio che prova il contrario: il pregiudizio negativo sugli atei è vivo, anche in Occidente, persino tra gli atei stessi. La ricerca ha testato la convinzione che gli atei siano meno morali dei credenti su un campione di 3 mila persone nei cinque continenti: cristiani, musulmani ed ebrei, buddhisti e indù; negli Emirati arabi e nei Paesi Bassi, in Cina e in India. Con la sola eccezione di Finlandia e Nuova Zelanda, il pregiudizio è risultato ancora persistente. Il mondo si è secolarizzato, gli atei negli Stati Uniti sono uno su quattro secondo un recente studio dello stesso Gervais, eppure abbiamo ancora bisogno di Dio per sentirci morali.”

Scrolling on the river

Fonte della foto 

Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

Tra passo indietro e passo avanti: la creatura

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La tentazione e la caduta di Eva, William Blake

Ho da poco partecipato ad un corso d’aggiornamento per insegnanti di religione nella mia diocesi dal titolo “Riscoprire l’umano: scienza e cultura in dialogo per comprendere l’uomo di oggi”.
Il primo giorno il neurologo Franco Fabbro ha tenuto una conferenza dal titolo “Le neuroscienze svelano la mente umana”: un viaggio a partire dalla medicina e dalla fisiologia per arrivare a spunti di riflessione filosofici.
Il secondo giorno è stata la volta del prof. Filippo Ceretti su “Umanità mediale. Età digitale e sfide educative”: da un’educazione con, a, ne e attraverso i media, è possibile educare i media?
Infine, ieri, il teologo Riccardo Battocchio ha trattato il tema “La teologia interpreta l’uomo moderno: sfide e prospettive”: fra la spinta di fare un passo indietro e quella di fare un passo avanti, riscoprendo l’origine e la chiamata dell’uomo, fra postumanesimo e transumanesimo, c’è spazio per la creatura?
Mentre mi ronzano per la testa numerose domande, tentativi di risposta e riflessioni, leggo proprio oggi su L’Indiscreto questo articolo di Andrea Daniele Signorelli. Lo pubblico anche come appunto per idee per il prossimo anno scolastico…

“Per la prima volta nella storia si muore più per colpa degli eccessi alimentari che per la mancanza di cibo; la morte ci coglie più spesso in tarda età, per vecchiaia, che in gioventù, per malattie infettive; si cessa di vivere più facilmente per mano propria, con il suicidio, che a causa dei rischi connessi alla presenza di soldati, terroristi e criminali messi insieme”. L’umanità è giunta a un momento di svolta – sostiene Yuval Noah Harari in “Homo Deus, breve storia del futuro” (Bompiani) – a un bivio tra incredibili opportunità e tremendi pericoli.
Ora che siamo riusciti a limitare drasticamente l’impatto dei tre nemici storici dell’umanità (carestia, malattia e guerra), l’homo sapiens può infatti concentrarsi sulle conquiste da portare a compimento nel terzo millennio: la perenne felicità (per via chimica) e l’immortalità (per via medica o tecnologica). Non solo: grazie all’editing genetico, o magari alla fusione con macchine super-intelligenti, l’uomo diventerà sempre più simile un dio, trasformandosi in quell’Homo Deus che dà il titolo al saggio.
“L’ingegnerizzazione degli uomini al rango divino può avvenire seguendo indifferentemente tre strade: le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione di esseri non organici. L’ingegnerizzazione biologica permessa dalle biotecnologie parte dal presupposto che siamo molto lontani dal dispiegare l’intero potenziale dei corpi organici. Per quattro miliardi di anni la selezione naturale ha aggiustato e ricomposto questi corpi, con il risultato che siamo passati dall’ameba ai rettili, ai mammiferi e agli uomini Sapiens. Tuttavia non c’è motivo per pensare che i Sapiens siano l’ultima stazione. Alcune mutazioni, relativamente piccole, nei geni, negli ormoni e a livello neuronale sono state sufficienti per trasformare Homo erectus – che non era in grado di produrre nulla di più impressionante di coltelli di selce – in Homo Sapiens, che costruisce navette spaziali e computer. Chissà dove ci potrebbe condurre un drappello di cambiamenti nel nostro DNA, nel sistema ormonale o nella struttura cerebrale?
Potrebbe sembrare una prospettiva allettante, se non fosse che solo una piccola élite di miliardari illuminati potrà approfittare delle fantascientifiche opportunità offerte dalla scienza e dalla tecnologia, mentre tutto il resto dell’umanità dovrà accontentarsi di giocare con la realtà virtuale e i social network, limitandosi a fornire i dati necessari all’avanzamento di algoritmi in grado di trasformare la medicina, la politica, l’amore e tutta la nostra società; algoritmi talmente potenti da dare vita a una nuova religione: il datismo.
Se Google sa che cosa vogliamo, Facebook sa invece alla perfezione chi siamo. Una volta ulteriormente perfezionati i meccanismi, l’uomo (nella visione di Harari) arriverà inevitabilmente a cedere tutto il suo potere decisionale, lasciando che siano algoritmi che ci conoscono molto meglio di noi stessi a decidere il da farsi.
“Che senso ha indire elezioni democratiche quando gli algoritmi sanno non solo come ogni persona voterà, ma anche le sottostanti ragioni neurologiche secondo cui una persona vota per i democratici mentre un’altra vota per i repubblicani? Laddove l’umanesimo ordinava: “Ascoltate i vostri sentimenti!” ora il datismo ordina: “Ascoltate gli algoritmi!”.
Fin qui, niente di particolarmente nuovo: una visione del futuro – contemporaneamente utopistica e distopica – che viene analiticamente e gelidamente tratteggiata da Harari con un fare speculativo che, in qualche occasione, ricorda più un TED Talk che un libro di divulgazione scientifica e che, nonostante questo, ha la pretesa di costruire una sorta di “teoria del tutto” dell’umanità, in grado di riunire sotto un unico tetto religione, scienza e politica.
Sono però il percorso e le dinamiche storiche inquadrate dall’accademico israeliano a rendere le sue conclusioni (spesso imposte al lettore come fossero verità assodate nonostante un elevato grado di azzardo) affascinanti e non di rado illuminanti. Un percorso che attraversa millenni di religione, politica e società per mostrare come l’uomo sia sempre stato vittima di illusioni elaborate ai piani alti (sia detto senza scadere nel complottismo) affinché i network sociali – che rappresentano la vera forza che ha consentito all’homo sapiens di conquistare il mondo ed ergersi sulle altre creature terrestri – restassero in piedi e prosperassero (da questo punto di vista, è incisivo il parallelismo tra divinità e brand o tra faraoni e popstar).
Per la maggior parte del tempo, queste illusioni sono state rappresentate dalla religione e dalle divinità. Quando però la scienza, almeno in alcune aree del mondo, ha relegato la religione nelle retrovie, il vuoto lasciato è stato colmato da una nuova forma spirituale: l’umanesimo, in cui lo spirito santo viene sostituito dalla coscienza e la ricerca di una verità esterna all’uomo si trasforma nella centralità dell’uomo, vero deus ex machina di se stesso.
“Qual è, allora, il senso della vita? Il liberalismo sostiene che non dovremmo aspettarci che un’entità esterna di qualche tipo ci fornisca una risposta preconfezionata. Piuttosto, ciascun individuo, elettore, consumatore e spettatore dovrebbe fare uso del suo libero arbitrio per dare un senso non solo alla propria vita ma all’intero universo. Le scienze biologiche, però, destabilizzano le fondamenta del liberalismo, perché sostengono che l’individuo libero è soltanto una favola generata da un insieme di algoritmi biochimici. In ogni istante, i processi biochimici del cervello creano un lampo di esperienza che spariscono un attimo dopo. (…) Il sé narrante cerca di imporre un ordine a questo caos intessendo una storia infinita nella quale ogni esperienza trova il suo posto, e dunque un senso duraturo. Tuttavia, per quanto possa essere convincente e affascinante, questa storia è pura finzione. I crociati medievali erano convinti che Dio e il paradiso riempissero la loro vita di senso; i liberali moderni sono convinti che le libere scelte dell’individuo riempiano la vita di senso. Tutti quanti si illudono alla stessa maniera”.
Come affrontare, allora, la recente scoperta (che Harari considera definitiva nonostante sia ancora ampiamente dibattuta) che non esiste il libero arbitrio? Una scoperta che, una volta diffusasi nella società, avrà come logica conseguenza il crollo delle liberal-democrazie riemerse già una volta, quasi per miracolo, dalle tempeste geopolitiche del ventesimo secolo. A colmare il vuoto, ma non senza rovesci della medaglia, ci penserà il già citato datismo, che costringerà l’uomo ad accettare la sua obsolescenza o ad abbracciare un futuro di “umanità aumentata”, che permetterà alla specie (o almeno ad alcuni suoi rappresentanti) di progredire verso la prossima evoluzione.

Un’ombra scura

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“Se anche è vero che non c’è, al momento, alcuna speranza di cura, ripugna alla coscienza che al piccolo Charlie Gard, dieci mesi, affetto da una rara e gravissima malattia genetica e dipendente da una macchina per respirare, debba venire data la morte. Ripugna perché in questo caso il paziente non può esprimere la sua volontà e, anzi, se ne esprime una, con la caparbia tenacia del suo cuore che batte, è quella di vivere. Ripugna perché coloro che hanno il diritto di esprimersi nel suo nome, suo padre e sua madre, sono disperatamente contrari a questa morte data e hanno lottato con ogni mezzo, con la testardaggine di chi non può perdere ciò che gli è più caro. Raggela anche l’unanime consenso con cui Corti britanniche e europee hanno emesso la loro sentenza. Il bambino, dicono, soffre, è attaccato a un respiratore artificiale e non ha speranza di guarire. Meglio per lui la morte. Ma quanti sono in Europa e nel mondo i malati gravi che non hanno speranza di guarire, che hanno bisogno di costose terapie quotidiane, che soffrono? Ciò che impressiona però è anche che in questo dramma si prescinda totalmente da quanto finora è stata detta essere la colonna delle norme sulla eutanasia, cioè la volontà del malato o di chi lo rappresenta. Qui non c’è alcuna domanda di morire. Qui c’è lo Stato che interviene su una determinazione di medici e sentenzia: soffri troppo, e non ti si può guarire, conviene per il tuo stesso bene che tu muoia. Sinistro, questo Stato, e poi la stessa Europa, che si ergono a giudici della liceità di una vita. Non si potrebbe almeno lasciare che la malattia del bambino segua il suo naturale decorso? No, evidentemente costa troppo. E sembra quasi una profezia, la vicenda di Londra, sulle nostre vite fra trent’anni, quando saremo vecchi, malati – e costosi. Nel caso di Eluana Englaro era il padre a domandare con insistenza la morte per la figlia, e i giudici infine gli diedero ragione. Qui, al contrario, i genitori combattono strenuamente perché il figlio sia lasciato vivere: e ugualmente invece il verdetto è che lo si abbandoni. Difficile non vedere un favor mortis dentro la logica che sorregge l’approccio di Stati e ‘tecnici’ e i pronunciamenti di certi tribunali circa la vita malata, terminale, fragile. Un favore per la morte anziché per la vita, che comunque si manifesta. O forse quel bambino ricoverato in un ospedale della vecchia Europa con la sua malattia a oggi non guaribile ci ricorda la nostra umana impotenza: testimonia come, in verità, noi tanto sapienti e orgogliosi non siamo padroni di niente. Per questo forse si preferisce ,’per il suo bene’, farlo scomparire. Una sentenza di morte per un bambino di dieci mesi. ‘Soffre, non ha speranza’. Ma di quanti di noi, pensi, un giorno, con l’avanzare degli anni e delle invalidità si potrà dire la stessa cosa. Ed è come se un’ombra oscura ti passasse davanti”.
(Marina Corradi, Avvenire)

13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Pena di morte: buone notizie

E’ stato pubblicato da Amnesty International il nuovo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. E’ in netto calo il numero delle esecuzioni (1032, erano oltre 5000 dieci anni fa), che si concentrano soprattutto in 5 stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

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Fonte Amnesty 

Negli Stati Uniti si è registrato il numero più basso di esecuzioni dal 1991: 20 in tutto. Si sono concentrate in Alabama (2), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e Texas (7). L’attenzione si sta focalizzando ora sull’Arkansas, stato che da più di 10 anni non effettua esecuzioni, ma nel quale sono previste in aprile 7 esecuzioni in 10 giorni.

Va però detto che pochi sono i dati sulla Cina, nella quale l’argomento resta coperto dal segreto di stato.

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Fonte Amnesty

Afferma Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nel comunicato ufficiale che commenta i numeri del rapporto. “La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”.

Le ragazze di Chibok

Boko_Haram_in_Lake_Chad_Region.pngStamattina, in una classe terza, abbiamo approfondito quale sia la situazione della pena di morte in alcuni paesi del mondo. Parlando della Nigeria, è emerso il caso delle studentesse rapite qualche anno fa dal gruppo Boko Haram. Ecco qui un articolo pubblicato proprio oggi su Il caffè geopolitico da Ornella Ordituro.
Il gruppo terroristico africano Boko Haram — il cui nome ufficiale in arabo è “Jama’at Ahl al-Sunnah Lidda’Awat al-Jihad”, cioè persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad — nasce nel 2002 ad opera di Mohamed Yusuf a Maiduguri, nello stato del Borno, nella regione nord-orientale della Nigeria. L’organizzazione è composta principalmente da militanti nigeriani, camerunensi, ciadiani, nigerini e maliani. Solo nel 2009, a seguito della violenta repressione dell’esercito nigeriano, l’organizzazione jihadista ha cominciato a seminare il panico, compiendo attentati che hanno suscitato sgomento in tutta la comunità locale, nei paesi limitrofi e a livello internazionale. Boko Haram mira, infatti, a costituire uno Stato integralmente islamico partendo dalla Nigeria e prevedendo – stando alle ultime dichiarazioni del leader Abubakar Shekau – di imporre la sharia anche in Benin, Camerun, Ciad, Niger e Mali anche attraverso alleanze con i gruppi terroristici attivi nel continente, quali Al-Qaida nel Maghreb islamico e Daesh, da cui ha preso ispirazione per fondare “The Islamic State’s West African Province”. Nonostante il Presidente della Nigeria Muhammad Buhari abbia recentemente dichiarato che il governo può dichiararsi vincitore nella lotta contro il terrorismo, la Nigeria resta al terzo posto nel mondo, dopo Iraq e Afghanistan, per numero di attacchi terroristici subiti. Buhari si è insediato nel maggio 2015, ereditando una situazione già disastrosa. Avrebbe dovuto diversificare l’economia basata sull’esportazione di petrolio e combattere la corruzione ma il Paese è attualmente alle prese con una seria recessione economica. La lotta contro Boko Haram resta un obiettivo difficile da raggiungere, complice anche un passato fatto di ferite e rancori etnici sedimentati e mai risolti.
Si stima che in totale siano morte oltre ventimila persone in seguito agli attacchi di Boko Haram ma il numero non è preciso; almeno cento delle duemila donne rapite sono state usate per compiere attacchi kamikaze; oltre due milioni e quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro abitazioni: un milione e ottocentomila sono considerate “internally displaced person” e duecentomila sono rifugiate nei campi in Camerun, Ciad e Niger. Nelle regioni nigeriane più colpite – Adamawa, Borno e Yobe – oltre 7 milioni di persone vivono grazie agli aiuti umanitari, oltre il cinquanta percento sono bambini. Allo stato attuale, circa trecentomila bambini solo nello stato del Borno soffrono di malnutrizione. Molti di loro sono stati reclutati da Boko Haram per diventare bambini soldato: uno su cinque è un suicide bomber, i tre quarti sono ragazze.
Secondo l’idea del gruppo islamista, in tutto il Paese l’istruzione occidentale dovrebbe essere vietata; per14428694342_bd2dc976f0_b tale motivo, Boko Haram continua a perpetrare crimini e violenze anche contro gli studenti. Tra il 14 e il 15 aprile 2014, 279 studentesse sono state rapite nella scuola di Chibok, nell’area nord-orientale della Nigeria. La maggior parte di esse risulta, purtroppo, ancora scomparsa e la loro sorte rimane sconosciuta. Si teme che siano state in larga parte costrette a sposare i rapitori, a entrare esse stesse a far parte delle milizie, sottoposte a terribili violenze, vendute come schiave o indotte a commettere attacchi suicidi. Ad oggi, solo in venti sono riuscite a tornare a casa. Le giovani sono state rilasciate in cambio della liberazione di quattro combattenti di Boko Haram. Il rilascio è stato il risultato di negoziati tra il governo nigeriano e i fondamentalisti islamici, grazie alla mediazione del governo svizzero e della Croce Rossa Internazionale. La comunità internazionale è molto attiva nella sensibilizzazione della società civile al problema, il movimento #bringbackourgirls non perde occasione per ricordare il tragico evento. La drammatica situazione delle studentesse rapite ha messo in luce problemi più ampi, tra cui attacchi regolari contro le scuole, la mancanza di insegnanti e l’urgente necessità di fondi internazionali per riparare e ricostruire gli edifici distrutti. In particolare, la mancanza di opportunità educative per i giovani significa che alcuni bambini non ricevono da molti anni nessun insegnamento scolastico.
Nel gennaio 2015, è stata istituita, per merito del Consiglio di Sicurezza dell’Unione Africana, una Multinational Joint Task Force” (MNJTF) ed è stata avvallata, nello stesso mese, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta di una coalizione offensiva nata con il contributo di Nigeria, Camerun, Chad, Niger e Benin con l’obiettivo di combattere Boko Haram e ogni altro gruppo terrorista nella regione del Lago Ciad. Il mandato della missione è quello di creare zone sicure nelle aree minacciate dalle attività di Boko Haram o da altri gruppi terroristici; facilitare la ricostruzione delle zone distrutte dagli attacchi terroristici; favorire il ritorno a casa degli sfollati e dei rifugiati; garantire il successo di operazioni umanitarie e la consegna di beni necessari alla popolazione; il mandato della missione include anche attività di prevenzione, compresa ogni misura volta a liberare le ragazze della scuola di Chibok ed evitare che accadano episodi simili.
Tuttavia, nonostante la coalizione sia attiva sul campo, Boko Haram resta una minaccia per la pace e la sicurezza regionale. Per evitare che la crisi diventi internazionale, a tal proposito, l’Unione Europea ha recentemente stanziato cinquanta milioni di euro per sostenere l’azione dell’Unione Africana nel mantenimento del quartier generale di Njamena, così come i distaccamenti in Camerun e Niger, oltre che per dare un supporto tecnico e logistico all’operazione. Con le Risoluzioni n. 2161 e 2195 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2014 sono state imposte sanzioni al fine di congelare i beni e i fondi di Abubakar Mohammed Shekau, quale leader del movimento e affiliato ad Al-Qaida, accusato di ricevere aiuti, assistenza e finanziamenti per perpetrare attività terroristiche per conto di Boko Haram. La decisione ricalca l’azione intrapresa dal Comitato del Consiglio di Sicurezza per contrastare “Daesh”, “Al-Qaida” e persone, gruppi, enti, associazioni ad essi affiliate. A queste, si aggiunge la decisione del Consiglio europeo di imporre sanzioni a Boko Haram, quale organizzazione terroristica”.

Socrate, Thoreau e la disobbedienza civile secondo Hannah Arendt

Parole importanti sull’etica e sulla coscienza, quelle scritte da Hannah Arendt in questo breve pezzo tratto da Il Libraio.
disobbedienza civileDisobbedienza civile (Chiarelettere) ospita le riflessioni di Hannah Arendt sul dissenso: una meditazione che si appella a Socrate, Thoreau, chiama in causa la Rivoluzione Americana e delinea la differenza tra la disobbedienza civile e l’obiezione di coscienza.
La filosofa tedesca di origini ebraiche, naturalizzata statunitense dopo essere fuggita al regime nazista, è stata autrice di diverse opere di filosofia politica, ma ha rifiutato sempre la categorizzazione della propria opera come “filosofia politica”, preferendo definirla “teoria politica”; tra questi testi ricordiamo Sulla violenza, edito da Guanda, Le origini del totalitarismo e Alcune questioni di filosofia morale, entrambi pubblicati da Einaudi. La Arendt fu anche giornalista e insegnate, e con Disobbedienza civile firma un manifesto prezioso della partecipazione attiva, ragionata e ragionevole, ma soprattutto consapevole, contro le dittature politiche e le prepotenze dei governi. Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:
Le figure di Socrate e di Thoreau […] sono scolpite nella mente di coloro che praticano la disobbedienza civile. […] Durante il processo a suo carico, Socrate non mette mai in discussione le leggi in sé ma soltanto l’errore giudiziario di cui è stato vittima e che chiama «sorte». La sua sventura non lo autorizza a «violare i patti e gli accordi» con la legge; non è sulla legge che ha da ridire, bensì sui giudici. […] Sappiamo anche, dall’Apologia, che Socrate avrebbe potuto scegliere di non continuare a esporre in pubblico le sue dissertazioni, che senza dubbio seminavano dubbi sui costumi e sui valori stabiliti, ma che di nuovo preferì la morte perché «una vita senza indagine non è degna di essere vissuta». In altre parole, se fosse fuggito, Socrate non avrebbe onorato la sua parola; avrebbe vanificato tutto ciò che aveva costruito durante il processo, contribuendo «ad avvalorare l’opinione dei giudici, per cui si crederà che abbiano emesso una sentenza giusta». Restare e morire era un dovere verso se stesso e verso i cittadini ai quali aveva parlato. «Si tratta del pagamento di un debito d’onore da parte di un gentiluomo che ha perso una scommessa e la salda, altrimenti non potrebbe più vivere in pace con se stesso. […] Il caso di Thoreau, benché molto meno drammatico – trascorse una notte in carcere perché si era rifiutato di pagare l’imposta elettorale a un governo che consentiva la schiavitù, ma il giorno dopo permise a una sua zia di farlo per lui –, sembra a un primo sguardo più pertinente al nostro dibattito perché, diversamente da Socrate, Thoreau protesta contro l’iniquità delle leggi. […] In On the Duty of Civil Disobedience [La disobbedienza civile, ndt], il celebre saggio che scrisse dopo l’accaduto e che sancì l’ingresso dell’espressione «disobbedienza civile» nel nostro vocabolario politico, non indagò il legame morale del cittadino nei confronti della legge, bensì la coscienza individuale e l’obbligo morale della coscienza: «In generale non è dovere dell’individuo dedicarsi a sradicare ogni male, fosse anche il più abietto; può benissimo dedicarsi ad altre occupazioni; ma è suo dovere tenere le mani pulite». Thoreau non pensa che tenendo le mani pulite l’uomo renderebbe il mondo un posto migliore, né che sia un suo dovere farlo. «Non è venuto al mondo per renderlo un posto migliore in cui vivere, ma per viverci e basta, bello o brutto che sia.» In effetti è così che veniamo al mondo: siamo fortunati se quello in cui approdiamo al momento della nascita è un bel posto o almeno un posto in cui gli abusi non siano «tali da renderci agenti di ingiustizia nei confronti degli altri». Perché solo in quel caso «direi: “Infrangete la legge”». Thoreau aveva ragione: la coscienza individuale non esige niente di più.(Continua in libreria…)”.”

Far west, far web

post truth
Immagine tratta da The Norwich Radical

Un interessante articolo di Damiano Greco sulla necessità di una nuova educazione all’informazione. La fonte è Eastwest.
Esattamente come avviene nella società offline, anche all’interno della collettività online non possiamo e non dobbiamo esimerci dalle nostre responsabilità e doveri inderogabili, sia di natura etico-morale che di tipo costituzionale. Questi vincoli nell’attuale contesto digitale devono essere tradotti in condivisioni, commenti e cinguettii virtuosi, norme che devono essere garantite nella dimensione virtuale come lo sono già in quella reale.
Come sosteneva Bauman – compianto sociologo e filosofo della “società liquida” – solo la convivenza tra questi due mondi potrà garantire all’individuo e alla società una condizione di vita sana e sostenibile. Il nuovo ecosistema comunicativo diviene “Onlife”, attraverso una connessione costante, fusione tra questi due mondi, prendendo le redini di assetti consolidati dunque, facendo assumere ai nuovi attori della sfera pubblica – i cittadini-utenti – il ruolo di protagonisti indiscussi, mentre la nuova moneta di scambio viene rappresentata dalla visibilità, bramata e inseguita da quest’ultimi. Gli attori sociali si ritrovano dunque costretti a prendere parte ad una tragicomica competizione per la notorietà e lo status, cercando, proprio come le merci in vendita negli scaffali, di rendersi particolarmente attraenti agli occhi degli altri utenti se intendono sentirsi parte della società in cui vivono, tenendo costantemente aggiornata la propria identità digitale attraverso i diversi social network, divenendo pertanto un vero e proprio obbligo sociale. Riformulando in salsa 2.0 la consapevolezza di “sé stesso” attraverso la celebre citazione e intuizione di Cartesio: “Condivido, dunque sono”.
Viviamo d’altra parte nell’epoca della post-verità, basata sull’emotività e convincimenti personali a discapito di dati oggettivi, il superamento dell’attendibilità raggiunge il punto di non ritorno nel momento della perdita di consapevolezza dell’importanza obiettiva dell’autenticità dei fatti. L’ascesa della Post-Truth, entrata con forza nella nostra quotidianità non deve essere sottovalutata, i pericoli rappresentati dall’illusione della conoscenza rischiano seriamente di depotenziare la qualità già fragile dell’attuale arena mediatica, in tale contesto le notizie che dovrebbero seguire rigidi parametri tecnico-scientifici, vengono lasciate in balia di bugie facili e rassicuranti, all’interno di questa cornice troviamo come sempre il complesso rapporto tra lo Stato ed il cittadino, tra la collettività e l’individuo, in una sorta di cinica interdipendenza dominata dal caos. Una valanga di notizie travolge la Rete e con essa i cittadini-utenti, incapaci di effettuare una scelta autonoma si affidano al trend del momento, vulnerabili e fragili divengono il ventre molle del web, trovandosi portatori inconsapevoli di ideologie fasulle che paradossalmente si scontrano con convinta presunzione contro il mondo della competenza e istruzione. Annamaria Tesla su Internazionale scrive che oggi il 44% della popolazione si “informa” tramite Facebook, il social network più famoso al mondo attraverso dei complessi algoritmi tenderebbe inoltre a creare delle “camere dell’eco” in grado di far rimbalzare ripetutamente la “balla” all’interno del web, questa senza trovare alcuna opposizione diverrebbe in fine reale.
Ma com’è potuto accadere? Quando i lettori-utenti hanno iniziato a credere al populismo spicciolo e alle menzogne dei politici perdendo la fiducia nei vari professionisti, giornalisti, editori? In realtà come afferma Riccardo Luna in “Bufale, Post-Verità e il Futuro del Giornalismo”, tutto ciò non rappresenta una novità: “…E’ sempre accaduto che le persone si facessero una idea “sui titoli dei giornali”. Senza leggere gli articoli. E quindi per decenni l’opinione pubblica si è formata più sui titoloni che sulla realtà. Scandalizzarsi ora vuol dire non avere memoria. Ma adesso questa cosa ha dentro il motore potentissimo della rete”. In tal senso, nella lotta contro la diffusione delle “fake news” si stanno iniziando a muovere i primi timidi passi, ad esempio in Germania è stata annunciata una proposta di legge finalizzata a multare le piattaforme social nel momento in cui non provvedano a rimuovere contenuti hate speech in grado di incitare all’odio.
Cosa fare al riguardo? Come è noto il flusso informativo per poter funzionare correttamente richiede cittadini “illuminati”, porre l’accento sull’istruzione e la promozione delle scienze risulta essere ancora oggi molto importante, ma la vera priorità dei nostri tempi è insegnare a comprendere la realtà del mondo iperconnesso di oggi con i suoi elevatissimi collegamenti, il forte impatto tecnologico e la velocità innovativa degli attuali canali comunicativi, a cui sono inesorabilmente legate le nuove generazioni, rischia seriamente di impedire a quest’ultime di poter raggiungere e comprendere l’attuale contesto sociale, ma di arrivarci con grande affanno e confusione, favorendo sempre più la divisione a serio discapito del progresso socio-culturale. La conoscenza dunque, deve rappresentare ancora una risorsa, ma deve essere accompagnata dalla consapevolezza degli effetti che può avere ad esempio, una condivisione estrapolata all’interno della nostra filter bubble – bolla di informazioni creata appositamente da Facebook finalizzata a compiacere le nostre esigenze – e postata con troppa superficialità, senza prima aver appurato le fonti della notizia attraverso una ricerca metodica e ponderata, il post rischia di divenire virale innescando una escalation pericolosa e difficilmente inquadrabile.
I canali divulgativi, una volta saldamente in mano alle istituzioni, vengono oggi veicolati e orientati dagli influencer, in grado con il loro peso mediatico, di indirizzare opinioni e atteggiamenti ed infine per consolidare o meno il consenso ad un candidato in vista di un confronto politico. Nella definizione di Mazzoleni (1998) la comunicazione politica veniva descritta come “il prodotto dello scambio fra i tre attori dello spazio pubblico, ossia tra sistema politico, sistema dei media e cittadini-elettori…”, se in passato dunque individuavamo un netto sbilanciamento a favore dell’interazione tra i primi due attori – il sistema politico e i media – ponendo di fatto il terzo attore ad uno ruolo di mero spettatore all’interno della comunicazione politica, oggi la centralità dei New Media impone una visione differente, dove troviamo il cittadino-utente assumere un peso sempre più rilevante, in grado di comunicare attraverso un nuovo linguaggio eterogeneo e complesso, ridisegnando di fatto l’arena del confronto politico. Appare chiaro che i Governi non sono più in grado di gestire adeguatamente le attuali problematiche, l’unica strada percorribile prima di scatenare scontri civili senza una via di ritorno, viene rappresentata dalla necessità di far assumere ai cittadini-utenti una maggiore coscienza, ponendoli in condizione di organizzarsi e di poter gestire i propri processi e le proprie risorse, riunendoli sotto un’unica tenda, quella che riporta in alto la scritta “Empowerment”. La società civile digitale non solo dovrebbe incentivare questi principi ma addirittura prendersene carico nella loro totalità. Si necessita una nuova educazione all’informazione, un luogo di incontro e confronto di processi individuali e collettivi coordinati da una forma di divulgazione responsabile. Il mondo ha bisogno di giornalisti scrupolosi e di lettori vigili e attenti. Con la speranza che un giorno si potrà guardare indietro negli anni ripensando a questo periodo caotico definendolo goliardicamente come il “Vecchio Far Web”.”

L’arte che diventa bellezza

Pubblico un articolo di Marko Ivan Rupnik comparso su Avvenire nel giugno del 2015. Non è semplice, ma lo trovo ricchissimo di spunti e idee.
Le pareti degli edifici religiosi sono sempre stati il telo sul quale la Chiesa ha dipinto il suo autoritratto. Tuttavia, oggi non è affatto scontato il rapporto tra l’arte, ormai sganciata dal concetto di bellezza, e la spiritualità, sempre più svincolata dallo Spirito Santo. Se il presbiterio – osserva padre Marko I. Rupnik – «è praticamente l’unica cosa religiosa che ci è rimasta», la possibilità che si delinea è aprirlo agli artisti perché diventi non un generico luogo di espressione, ma lo spazio di un’arte purificata per una Chiesa capace di non escludere nessuno. Padre Rupnik, gesuita sloveno, teologo, mosaicista e docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Liturgico, nel libro «L’autoritratto della Chiesa» edito da Edb (pp. 48, euro 5,50) che esce in questi giorni in libreria, rilegge quell’autoritratto alla luce della bellezza e dell’arte. Anticipiamo alcuni brani sul mistero pasquale dell’arte.

Vladimir-Solovyov
Vladimir Solov’ev

Della bellezza si è perso il significato e la si è coscientemente distrutta con la filosofia idealista, con il romanticismo, avviando, a mio avviso, una deliberata operazione di distruzione della bellezza, perché radicalmente unita al cristianesimo. Non si può distruggere il cristianesimo se non si distrugge la bellezza. Ci hanno inchiodato sull’etica e sulla morale, sul bene, ma una Chiesa brava non attira nessuno, perché è solo una Chiesa bella che fa innamorare. Abbiamo una Chiesa intraprendente, stanca per quanto bene realizza, che però non affascina nessuno e dietro la quale non si incammina nessuno. Siamo bravi, ma nessuno ci vuole seguire. La sintesi migliore sulla bellezza, a mio parere, l’hanno fatta due russi: Vladimir Solov’ëv e Pavel Florenskij. Solov’ëv sostiene che un bene che non diventa bellezza è un pericolo per l’uomo e ciò lo constatiamo continuamente: non esiste sofferenza più grande che avere a che fare con chi ha un’idea del bene che vuole imporre a tutti. La dittatura del bene è la suprema espressione del male. Il bene che non diventa bellezza è un fanatismo. Allo stesso modo, una verità che non diventa bellezza mangia gli uomini, li distrugge, è un drago. In nome della verità noi abbiamo tagliato parecchie teste, nel nome di idee umaniste l’epoca moderna ha ammazzato decine di milioni di persone. Solov’ëv afferma che l’idea che non è capace di incarnarsi come bellezza dimostra la sua impotenza. La bellezza è la carne del bene e del vero, ed è questa la cosa davvero straordinaria. Il bene, per essere veramente tale, ha bisogno di manifestarsi come bellezza. Mio padre, anche se non era un padre della Chiesa, mi diceva sempre che se è vero quello che qualcuno ti vuole dire, lo si vedrà dal fatto che te lo dirà con amore e, quando te lo dirà, sperimenterai un rapporto bello con quella persona. Se, affermando una cosa, non facciamo trasparire la bellezza di un rapporto, ciò che diciamo è frutto di una passione, di un’ideologia e non esprime la verità. Per Solov’ëv «un contenuto ideale che rimanga unicamente una proprietà interiore dello spirito, della sua volontà e del sua pensiero, manca della bellezza e l’assenza della bellezza significa impotenza dell’idea» perciò per lui la bellezza è «l’incarnazione in forme sensibili di quello stesso contenuto ideale che prima di tale incarnazione si chiamava bene e verità»; «Il bene e la verità, per realizzarsi veramente, devono diventare nel soggetto una forza creatrice capace di trasfigurare la realtà, e non solo di rifletterla».

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Pavel Florenskij

Secondo Florenskij la Chiesa è bella perché è la comunione delle persone. Se non c’è la bellezza della relazione non c’è la verità. La verità rivelata è l’amore – Cristo – l’amore realizzato è la bellezza. La bellezza è la manifestazione della verità come amore. Se è così, la bellezza è comunicazione teurgica, quando la verità si rivela come amore e l’amore trasfigura. Quando si comunica, la bellezza trasfigura la realtà attraverso la quale si comunica, perciò nella verità che l’altro mi dice sono trasfigurato e lui stesso ne è trasfigurato. La bellezza non è separabile dalla comunicazione, e l’unico vero comunicatore, perché ha qualcuno da comunicare, è Dio Padre. La bellezza impara da Dio Padre, l’artista impara da Dio Padre. E Dio Padre ha comunicato attraverso il Figlio, attraverso una persona. Non si comunicano le idee. Se la verità non si può rivelare come amore, è un idolo. Per comunicare ci vuole la persona. Cristo ha comunicato il Padre e non sono bastati i discorsi. Lo ha comunicato nella sua carne, nel suo corpo, e per questo ci voleva lo Spirito Santo il supremo comunicatore del Padre. Il corpo di Cristo è una figura, e l’arte figurativa è quell’arte che va fino al cielo, perché la carne diventa la carne spirituale. Cristo non ha comunicato il Padre in una forma prestabilita, rinascimentale, classica, perfetta, e neppure in un nichilismo espressionista violento, di denuncia del male e del cuore spezzato. Il Cristo è il più bello e il più brutto, tanto da girare la faccia perché non si poteva guardare, dice la Scrittura (cf. Is 52,14). Dio ha proibito di fare un’immagine di sé, riservandoci il privilegio unico di scolpire la vera immagine di Dio nella carne del Figlio. Il Dio che veneriamo l’abbiamo scolpito noi con il nostro peccato. La più grande opera d’arte che ha fatto l’uomo è la passione di Cristo, fino al suo corpo risorto. Se il Padre lo ha risuscitato dai morti poteva benissimo guarirgli le cicatrici, ma queste sono rimaste, perché solo da quelle fu riconosciuto. La realizzazione dell’amore operata dal Figlio si compie proprio nel Triduo pasquale, perciò la bellezza è pasquale. Non posso credere che i padri fossero meno intelligenti dei teologi degli ultimi cinquant’anni, eppure loro non si sono lasciati affascinare e ingannare dalle forme classiche. La forma classica non può dire la pasqua e, se non può dire la pasqua, è incompatibile con l’amore di Dio Padre. Se un amore non è pasquale, è un amore pagano. Pensare che io amerò senza pagare di persona significa essere un grande idealista pagano, perché la bellezza è pasquale. Perciò l’arte non può pensare di creare senza il martirio dell’arte e dell’artista. Solo così possiamo tornare all’arte, alla grande arte che esprime l’amore e si realizza attraverso la divinoumanità. Per questo ci vuole lo Spirito, l’unico che ci può innestare nel Figlio. Noi non possiamo diventare figli di Dio da soli, non possiamo vivere un amore pasquale accanto a Cristo, ma solo in quanto parte di lui. E questo vale anche per l’artista. In questo senso diciamo che la bellezza, realizzandosi, trasfigura la persona stessa e la vita di questa persona. Se una mamma si santifica amando, se un padre si santifica amando, un artista si santificherà allo stesso modo. È totalmente inutile esaltare un’arte se non si è santificato colui che l’ha fatta. Santificarsi significa consumarsi: questa è per me l’arte della vita, l’arte che diventa bellezza.”

Ridefiniamo le libertà

freedom-of-the-press-2048561_1920.jpgE’ un articolo piuttosto lungo: parla della Serbia, ma gli spunti di riflessione che offre in merito all’utilizzo politico e sociale di internet sono validi per qualsiasi realtà. L’intervista è di Rossella Vignola per l’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa.
Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere. Nella sua lettera ha citato tre sfide principali: in primo luogo, il modello di business dominante fondato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali, gestiti in modo proprietario e opaco da pochi giganti del web (Facebook, Google, etc.); secondo, la diffusione della disinformazione spinta da algoritmi che attingono dai nostri dati personali; terzo, la crescente complessità del marketing politico che rende possibile campagne elettorali in grado di raggiungere milioni di elettori con messaggi personalizzati.
Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l’impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Ne abbiamo parlato con Vladan Joler, direttore di SHARE Foundation , organizzazione di Novi Sad che monitora le tendenze del web e le violazioni dei diritti digitali nello spazio virtuale serbo.
La Share Foundation è stata fondata nel 2012 con l’obiettivo di proteggere i diritti digitali, la privacy, la libertà di espressione, la trasparenza, i diritti umani e contrastare la sorveglianza nella sfera digitale…
Abbiamo iniziato organizzando il più grande raduno di attivisti internet della regione, ma ci siamo subito resi conto che con un singolo evento e senza una base solida di competenze forti e variegate, dalla ricerca, all’advocacy al policy making, non eravamo in grado di affrontare una serie crescente di questioni che erano molto importanti per noi. Abbiamo così concepito il passaggio dall’essere un gruppo di attivisti ad un gruppo di esperti. Attualmente il nostro team è composto da avvocati, giornalisti, tecnologi ed esperti di informatica forense e analisi dei dati.
Gli attacchi online ai media digitali, ai giornalisti, agli attivisti sono sempre più frequenti nella sfera digitale in Serbia. Ci può spiegare come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni?
In Serbia, con poche eccezioni, da tempo i media mainstream sono utilizzati come strumenti per fare politica. Questo ha fatto di internet uno dei pochi canali dove il giornalismo indipendente poteva trovare espressione. Insieme alla crescita della popolarità e della rilevanza dei media digitali e dei siti di giornalismo partecipativo, negli ultimi anni sono aumentati anche gli attacchi contro di essi. Questi attacchi vanno dalla pressione alle minacce a veri e propri attacchi informatici.
Questi ultimi sono diventati visibili come fenomeno sociale nel 2014 e sono presenti ancora oggi. Nel giro di tre anni si sono evoluti passando da comuni attacchi DDos [Distributed Denial of Service, NdT] a più sofisticati meccanismi per hackerare e intercettare le comunicazioni digitali. Oggi, gli attacchi cibernetici non sono così frequenti come lo erano due o tre anni fa, ma riaffiorano in modo mirato quando serve. Ad esempio durante le campagne elettorali, quando ci sono proteste, o altri fenomeni sociali di massa.
Quali sono stati i casi più rilevanti e che hanno sollevato più dibattito in Serbia?
I casi più rilevanti degli ultimi anni sono stati casi di attacchi informatici. Per esempio il popolare portale di notizie pescanik.net ha subito numerosi attacchi, in particolare nell’estate del 2014 dopo che un gruppo di giovani ricercatori aveva pubblicato un articolo che spiegava come il ministro degli Interni avesse plagiato la loro tesi di dottorato. In quella circostanza il sito rimase sotto attacco restando a lungo inaccessibile, per poi essere colpito ancora una volta dopo che gli stessi autori avevano pubblicato un nuovo articolo sul supervisore che aveva seguito la ricerca di dottorato del ministro. Dall’inchiesta emerse che questa persona, all’epoca direttore di un’università privata, non aveva un titolo di dottorato valido. Il portale subì nuovi attacchi e il direttore in questione si presentò in televisione per leggere alcune parti di uno scambio di e-mail che gli autori dell’inchiesta avevano avuto tra loro privatamente. Nessuno di questi casi è ancora stato chiarito dalle autorità competenti.
Il bersaglio di un altro importante attacco internet, accaduto nell’aprile 2015, è stato il sito Teleprompter, portale di notizie che di solito pubblica contenuti discutibili dal punto di vista etico, ma che all’epoca aveva adottato una linea critica nei confronti del governo. Si trattò di un attacco “totale”, dal momento che colpì sito, social network e gli indirizzi e-mail usati dai dipendenti per l’attività amministrativa. L’editore dovette ricorrere ad avanzate soluzioni per la sicurezza informatica per poter riguadagnare l’accesso al portale e agli indirizzi mail hackerati.
Come documentato nella vostra recente ricerca “Mapping and quantifying political information warfare “, nel corso del 2013 sono emersi i primi segnali che mostravano connessioni tra le attività illegali svolte nel “web sommerso” e l’agenda politica del partito al governo…
Nella maggior parte dei casi che abbiamo analizzato negli ultimi tre anni, i target degli attacchi informatici non erano parte della struttura di potere, ma piccoli media online indipendenti, blog e siti che criticavano il governo e pubblicavano articoli sulla corruzione, sull’inefficienza del governo o dei membri del partito al governo. È paradigmatico che questi attacchi siano avvenuti di solito dopo la pubblicazione di articoli che criticavano le strutture di potere. Per questa ragione, più che di casi di disobbedienza civile elettronica [operata da gruppi e attivisti per i diritti umani contro le strutture di potere, NdT] si è trattato di forme deliberate di censura.
Le principali conseguenze di questi attacchi sono insicurezza e paura crescenti, che producono un effetto inibitorio e paralizzante per la libera espressione sul web. Il punto è che pubblicare contenuti che criticano le strutture di potere (governo, gruppi criminali, o qualsiasi altro attore influente) può portare alla distruzione, al blocco o alla sparizione temporanea di contenuti da un sito, eventi a cui seguono inevitabilmente, oltre allo stress psicologico, tante ore di lavoro per ripristinare il sistema. Tutto questo può avere un grande impatto sulla volontà e sulla libertà delle persone di esprimersi liberamente.
Sono tre i software che sono stati presumibilmente usati dal partito al governo per fare “astroturfing“, ovvero per creare opinioni false e consenso a tavolino inondando di commenti le sezioni dedicate degli articoli pubblicati online. Questi software sono stati usati ripetutamente, e in modo sempre più sofisticato. Al momento non sappiamo se siano ancora in uso, anche se l’azione di troll e bot è ancora evidente e riconoscibile nelle sezioni dei commenti.
Avete sviluppato una metodologia specifica per ottenere e analizzare i dati che usate per le vostre inchieste?
Avendo chiaramente in mente che i temi di nostro interesse sono ogni volta diversi in termini di segmenti della società e di internet esplorati, ci approcciamo ad ogni nuova inchiesta con un lavoro di analisi a sé. In primo luogo, facciamo brainstorming sui possibili esiti, stabiliamo delle ipotesi, e poi pensiamo al modo migliore per ottenere i risultati che cerchiamo. Tentiamo sempre di minimizzare il fattore umano nel processo di raccolta e lavorazione dei dati. Usiamo diversi strumenti, nella maggior parte dei casi open source, oppure software proprietari concessi in uso gratuito o con licenze che consentono la distribuzione libera per scopi accademici e di ricerca.
Per quanto riguarda il monitoraggio delle violazioni dei diritti digitali, abbiamo sviluppato una metodologia per organizzare i casi per categorie, come ad esempio, gli attacchi tecnici all’integrità dei contenuti online, i casi di sorveglianza delle comunicazioni elettroniche, i casi di abuso della libertà di parola e così via, fino ad avere delle sotto-categorie più dettagliate. I casi raccolti sono conservati in un database online aperto. Questi dati vengono utilizzati per realizzare analisi e monitoraggi periodici sullo stato dei diritti e delle libertà digitali in Serbia.
Come viene percepito il vostro lavoro dalla società e dai media serbi? Le istituzioni reagiscono alle vostre denunce?
C’è una parte della società serba che segue il nostro lavoro regolarmente attraverso il nostro sito, i social network e partecipando agli eventi in cui divulghiamo le nostre ricerche. Tuttavia, non posso spingermi a sostenere che il nostro lavoro sia diventato mainstream. Le ragioni di questo sono varie, e ci vorrebbe tanto tempo per spiegare cosa è mainstream in Serbia.
La situazione con le istituzioni pubbliche è simile. Ce ne sono alcune che ci riconoscono come un attore rilevante, come l’ufficio del Commissario per le informazioni pubbliche e la protezione dei dati personali.
Come hanno mostrato le recenti elezioni negli Stati Uniti e il referendum per la Brexit , la propaganda computazionale su internet e l’uso di bot per manipolare l’opinione pubblica sono in crescita. In vista delle prossime elezioni presidenziali, cosa sta accadendo nella sfera digitale in Serbia?
Usando Facebook e Google, per fare un esempio, i cittadini sono automaticamente manipolati ed esposti alla propaganda computazionale o all’”economia della sorveglianza”, come preferiamo chiamarla. Il fatto che questi metodi siano ora usati per manipolare l’opinione pubblica da diversi attori e su larga scala nei casi di elezioni o campagne referendarie non è una novità ed è qualcosa che potevamo aspettarci. L’origine del problema sta nell’aver accettato il fatto di pagare per i servizi internet con i nostri dati personali, trasformando noi stessi in oggetti potenziali di manipolazione e in prodotto da vendere. La battaglia fondamentale da combattere nella società è la battaglia per la conquista delle menti delle persone; questo oggi è possibile con tecniche come la profilazione psicografica, l’analisi dei big data e la costante tracciatura del nostro comportamento online. Così le porte delle nostre menti sono sempre un po’ più aperte ad ogni potenziale acquirente interessato.
Nel caso della Serbia, durante le passate tornate elettorali abbiamo osservato chiaramente la volontà degli attori politici di controllare e dominare tutti gli spazi della comunicazione politica online, dai contenuti, ai commenti, ai voti online. Come abbiamo già spiegato, ci sono stati dei segnali che indicavano che il partito di governo ha usato dei software per disseminare commenti sul web. La questione qui è più sociale (e politica) che tecnologica, e riguarda le motivazioni che hanno portato a questo tipo di attivismo da parte degli attori politici. C’è una leggenda metropolitana secondo cui le persone coinvolte in queste attività ottengono in cambio dei sandwich, ma ci sono elementi che portano a pensare che questi attivisti, o bots, come sono chiamati in Serbia, abbiano ricevuto come compenso per queste attività impieghi e posizioni in aziende statali e istituzioni pubbliche.
In un articolo del 2012 , Philip Howard, esperto dell’Oxford Internet Institute, lanciò un appello per la creazione di “bot democratici”, per fare in modo che questi strumenti possano lavorare al servizio della democrazia e dei diritti umani. Crede che sia possibile per gli attivisti e per i difensori dei diritti umani trarre beneficio da queste tecnologie?
L’idea stessa di “bot democratici” è divertente. Si tratta, secondo la mia opinione, di un’idea estratta dal cappello a cilindro dei “tecno-ottimisti”. Francamente, non credo che aggiungendo altro rumore nello spazio di discussione online si aiutino le opinioni vere ad essere ascoltate. Anche se questo può sembrare troppo umanocentrico e contro i potenziali futuri “bot per i diritti”, io credo che la democrazia abbia a che fare, tra le altre cose, con la libera espressione di opinioni differenti rappresentate in una qualche forma di dialogo, e non con la competizione tra strumenti tecnologici o gare tra stringhe di codice. Questa idea appartiene alla stessa narrazione di chi sostiene la colonizzazione della sfera pubblica, secondo cui lo spazio della discussione pubblica dovrebbe essere conquistato attraverso soluzioni tecniche. Che questi strumenti siano a favore o contro la democrazia non cambia la sostanza: ovvero il fatto che si tratta di metodi profondamente sbagliati.
Si può lavorare ad accrescere la consapevolezza e l’educazione ai media e al mondo digitale dei cittadini per prevenire gli abusi delle tecnologie e dei social network nella manipolazione e nel controllo della sfera pubblica?
In una società, come quella serba, dove i media tradizionali, come la televisione e i giornali, sono largamente influenzati dalle strutture di potere, le piattaforme online sono i canali attraverso cui i cittadini possono essere pienamente informati su quello che accade. Oggi in Serbia il giornalismo investigativo è presente quasi esclusivamente sul web. Di conseguenza, è importante spiegare agli utenti di internet le tattiche e gli strumenti di manipolazione affinché possano riconoscere e distinguere la propaganda dai contenuti di qualità. Occorre un dibattito aperto su queste questioni che sono di interesse pubblico e noi siamo sempre disponibili a condividere i risultati delle nostre ricerche. L’educazione nel campo dei media e del digitale è sempre più importante man mano che il targeting e la propaganda online diventano più sofisticati. E questo è particolarmente importante per i nativi digitali, le giovani generazioni che non hanno mai fatto l’esperienza di essere off-line e che hanno quasi tutta la loro vita catturata in formato digitale, grazie ai social network e alle piattaforme di condivisione di contenuti online.
Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Quest’articolo fa parte di una serie di approfondimenti che OBC Transeuropa – nel contesto del progetto ECPMF – dedica a quelle realtà che operano per un giornalismo di qualità capace di portare a maggiore democrazia e diritti nelle società europee

Il superpotere di essere vulnerabili

Necessito di un passo intermedio per tornare a una “dimensione normale” nella pubblicazione dei post sul blog dopo quanto successo. Lo faccio attraverso la musica, una canzone dell’ultimo album de “Le luci della centrale elettrica”. Il brano si intitola “Qui”. A colpirmi al primo ascolto è stato il ritornello “è un superpotere essere vulnerabili”. Nell’era dell’esasperata perfezione, della massima efficienza, dell’essere vincenti a tutti i costi, questo inno alla vulnerabilità, alla vincibilità, all’assecondare il ritmo delle onde che possono travolgerci, al farsi cullare dal vento che ci investe mi regala il passaggio dal dolore alla malinconia e quello dalla malinconia alla celebrazione della vita.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili.
Sono negli eventi catastrofici, in quelli magnifici, dentro i fili elettrici. Sono nelle nuove idee in supermercati più grandi delle più grandi moschee. Sono stato avvistato, identificato, sono il cielo dopo che è diluviato. Sono alla deriva nelle correnti, tra pensieri, passaporti e vite precedenti. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Sono le tracce sparite nel vento, un combattimento, un karma irrisolto. Sono in uno spazio sacro, sono all’aperto con il coprifuoco. Sono cotto come un cielo stellato. Vedi qui era buio, e ora è illuminato. Sono al di là della paura, in quella prateria infinita, piena di pericoli, strapiena di vita, piena di pericoli, strapiena di vita.
E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili, e adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui”

 

Turchia: quale laicità?

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Un articolo molto molto interessante di Chiara Maritato sulla Turchia, sulla laicità e sul ruolo religioso ed etico dell’Islam. La fonte è l’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.
In molti articoli che raccontano la Turchia di oggi, compare una narrazione che segue più o meno la seguente trama: nata dalle ceneri di un impero, dove regnava un Sultano/Califfo (kalifat rasul Allah, cioè rappresentante dell’inviato di Dio, e quindi successore di Maometto), la Turchia si è poi laicizzata con la proclamazione della Repubblica fondata il 29 ottobre del 1923 da Mustafa Kemal (che si farà poi chiamare, dal 1934, padre dei turchi, Atatürk).
Oggi, dopo quindici anni di governo conservatore religioso del partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), la Turchia si sta islamizzando. Questa visione, seppure molto diffusa, è incompleta. Come si “islamizza” una nazione la cui popolazione è per oltre il 90% di religione musulmana? La domanda può sembrare retorica, ma non lo è del tutto. Nell’aprile 2016, in un intervento che ha scatenato molte polemiche il Presidente del parlamento turco, Ismail Kahraman, ha affermato senza mezzi termini che la Turchia è uno stato a maggioranza musulmana e dovrebbe avere una costituzione religiosa.
Se è vero che il ruolo e il significato della religione nella sfera pubblica sono andati ridefinendosi, l’Islam non ha mai cessato di essere una componente fondante dell’identità turca. Inoltre, la laicità intesa come separazione tra stato e chiesa ha poco o niente a che fare con la laicità turca, laiklik. Principio costituzionale e valore fondante, ispiratore di politiche restrittive e di non pochi colpi di stato, il laiklik è lontano da una separazione tra stato e religione come due realtà a sé stanti. Al contrario, esso si presenta come principio assertivo in cui lo stato, attraverso il suo apparato burocratico e militare, controlla la religione relegandola alla sfera privata.
Un altro aspetto critico è che a livello istituzionale, a differenza di quanto talvolta si legge, la Repubblica turca non nasce laica. L’articolo 2 della Costituzione del 1924 afferma che “la religione della Repubblica è l’Islam”. Quest’articolo sarà emendato nel 1928, quando viene meno il riferimento alla religione, ma è solo nel 1937 che includerà la laicità tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo ritardo non sorprende, se invece di concentrarsi esclusivamente sulle celebri misure per la modernizzazione volute da Atatürk, si considera la nascita della Turchia come stato-nazione alla luce del nazionalismo turco, un’ideologia che può essere sintetizzata in tre principi chiave: turchizzazione, occidentalizzazione e islamizzazione.
Nel 1925 sono proclamate una serie di leggi dette “Rivoluzionarie”, che impongono la chiusura delle confraternite sufi e delle comunità religiose e vietano il fez (copricapo ottomano). Durante i primi venti anni della Turchia Repubblicana, l’élite al governo è stata quindi impegnata nella missione di “rieducare” la popolazione a una morale civica e alle cosiddette sei frecce del kemalismo, elaborate nel 1931 (nazionalismo, populismo, repubblicanesimo, statalismo, rivoluzionarismo, laicismo). Questa “missione civilizzatrice” ha avuto l’obiettivo di modernizzare e occidentalizzare usi e costumi, anche negli aspetti più privati. A tale processo, noto in Turchia con il termine di “ingegneria sociale” (toplumsal mühendisliği) si sono contrapposte una serie di rivolte scoppiate tra il 1925 e 1930. Il regime ha risposto rafforzando il suo controllo autoritario contro una costante minaccia islamista (irtica). Tuttavia, le pratiche religiose “non-ufficiali” sono continuate clandestinamente nel quotidiano.
L’intento di educare la società a una modernità secolare non prevedeva la costituzione di una società senza religione. Quello che è spesso definito come Islam kemalista ufficiale versus l’Islam della tradizione e delle confraternite è da intendersi come il controllo dello stato su una religione da praticarsi in forma privata e il più possibile “razionale”. Un aspetto che spesso sfugge quando si analizza la prima secolarizzazione, è che il laicismo turco è stato un tentativo di re-islamizzare la società verso un Islam “nazionale”, “civile”, “ufficiale”, “puro” (doğru din) lontano dalla tradizione e dalla superstizione.
Uno degli strumenti con cui la Repubblica turca ha avviato questa trasformazione del religioso è indubbiamente il Direttorato per gli Affari Religiosi (Diyanet). A seguito della proclamazione della Repubblica nel 1923, il 3 marzo 1924 gli affari religiosi diventarono competenza di un’unità amministrativa, il Direttorato per gli Affari Religiosi. Il Diyanet è un organo statale il cui presidente è nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo ministro. Tra le sue principali competenze vi sono la gestione dei servizi riguardanti la fede, le pratiche islamiche e l’amministrazione dei luoghi di culto. Concretamente, il Diyanet supervisiona le attività che si svolgono nelle circa 90.000 moschee in Turchia, seleziona gli operatori di culto (che sono quindi dipendenti statali) e diffonde la dottrina religiosa, l’Islam sunnita di scuola hanafita.
Se è vero che nell’ultimo ventennio le competenze e risorse di questa istituzione pubblica sono profondamente mutate, la trasformazione del Diyanet fu avviata molto prima della vittoria dell’AKP alle elezioni del 2002. Nel 1965, la legge sull’organizzazione e i doveri del Direttorato elenca tra i compiti dell’organo quello di “illuminare la società sulla morale”. È dunque a partire dagli anni Sessanta che la sfera morale entra tra le competenze dirette dell’istituzione. Per restarci. Durante gli anni Settanta, e soprattutto dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980, sarà anche attraverso la rete capillare del Diyanet, diffusa sul territorio nazionale e nelle comunità turche in Europa, che si consolida la cosiddetta “Sintesi turco-islamica”. Quest’ultima ha visto un utilizzo strumentale della religione come collante della società. Il Diyanet assunse dunque una funzione tutelare di contrasto ai movimenti di sinistra e al partito comunista. Infatti, la Costituzione oggi vigente, promulgata nel 1982 e figlia di quel colpo di stato, all’articolo 136 aggiunge tra le competenze del Direttorato quella di “promuovere la solidarietà e l’integrità nazionale”.
A partire dai primi anni 2000, e soprattutto dal 2010, una riorganizzazione interna ha rinforzato la capacità amministrativa del Diyanet. Il suo budget è oggi pari a più di 2 miliardi di dollari e conta circa 120.000 dipendenti. Nell’ultimo decennio, da protettore del laicismo di stato, il Diyanet è diventato una delle istituzioni più politicizzate, nonché uno degli strumenti attraverso cui diffondere nazionalismo turco e morale islamica, due componenti chiave su cui si fondano le politiche dell’AKP.
kocatepemosqueIn questo quadro si inserisce la volontà di formare una “nuova generazione di devoti”, come ha affermato in un celebre discorso del 2012 l’allora premier Erdoğan. Ad emergere è soprattutto il sostegno morale e spirituale che il Diyanet, tramite il suo personale maschile e femminile, fornisce alla popolazione. Questo avviene non solo nelle moschee dislocate in tutta la Turchia, ma anche in strutture pubbliche come ospedali, orfanotrofi, prigioni, località protette per donne vittime di violenza, riformatori. A seguito di accordi con i ministeri competenti, il personale del Diyanet si reca regolarmente in queste strutture pubbliche per svolgere attività di predicazione, lettura di Corano, guida spirituale (irşad) e sostegno morale.
Dal 2005, sono stati inoltre istituiti uffici del Diyanet con l’intento di fornire sostegno morale e guida spirituale a donne e famiglie (Aile Irşad ve Rehberlik Büröları). Si tratta di una sorta di consultori familiari, dislocati sul territorio nazionale, dove predicatori e predicatrici del Diyanet incontrano su appuntamento donne e famiglie, ascoltano i loro problemi, organizzano seminari e attività di formazione. Questi uffici sono forse la struttura che più di tutte incarna la volontà dello stato, attraverso il Diyanet, di appropriarsi di ambiti nuovi come il supporto morale.
L’educazione alla morale islamica e le misure conservatrici recentemente adottate – da ultima la decisione di rimuovere la teoria di Darwin dai libri di biologia riecheggiano, capovolgendolo, il tentativo di secolarizzazione dei costumi imposto dall’alto, da parte di uno “stato-padre” kemalista chiamato ad educare più che a governare. Tuttavia, la questione va oltre la ricerca di pronostici sul se e come l’Erdoğanismo riuscirà in una nuova impresa di “ingegneria sociale” volta ad una re-Islamizzazione. L’attuale riposizionamento dei confini tra stato e religione in Turchia si evince proprio dal ruolo assunto dalla religione nelle istituzioni pubbliche, in quanto insieme di pratiche oltre che di valori. Tuttavia, la piena realizzazione di una missione “moralizzatrice” solleva non poche perplessità. Nonostante l’ingente apparato burocratico e militare, il fallimento della modernizzazione kemalista invita a riflettere criticamente sugli strumenti e sull’efficacia delle politiche oggi in campo, nonché sugli scenari futuri.”

La tentazione del potere

Vangelo di ieri, prima domenica di Quaresima. L’episodio è quello delle tentazioni (chi lo conosce può saltare tutta la parte in corsivo):
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. (Mt 4,1-11)
Desidero pubblicare ora tre rese cinematografiche di una delle più grandi tentazioni per l’uomo contemporaneo, quella del potere, che poi ritengo essere essenziale: il desiderio dell’uomo di essere dio, di farsi divinità esercitando la forza per i propri fini personali.
Il primo episodio è tratto dal film Jesus, miniserie televisiva diretta da Roger Young nel 1999. In rete ho trovato solo la versione in inglese, ma è sufficiente notare quante volte venga ripetuto il termine “power” e poi la sequenza tra il minuto 3.50 e 4.30 circa, per rendersi conto di quanto il tema del potere sia centrale.


In maniera diversa viene trattato l’argomento in una delle sequenze finali di “L’avvocato del diavolo”. Qui il riferimento non è più il Vangelo, anche se il protagonista è senza dubbio di origini religiose. Al Pacino incarna il diavolo e si può assistere a uno dei suoi più grandi monologhi in cui accusa Dio di essere un moralista, un sadico, un padrone assenteista, un guardone giocherellone, causa del senso di colpa dell’uomo, mentre definisce se stesso come un fanatico dell’uomo e l’ultimo degli umanisti, con il XX secolo che lo fa essere all’apice dell’esistenza.


Infine, per sorridere un po’, una breve sequenza tratta da “Una settimana da Dio”. Il protagonista Bruce (Jim Carrey) ha appena ricevuto da Dio (Morgan Freeman) la possibilità di prendere il suo posto per una settimana; al di là di quello che succede in questa brevissima sequenza di un minuto, voglio porre l’attenzione sulla musica scelta per accompagnare i trucchetti di Bruce. Si tratta del brano della band tedesca Snap dal titolo “The power”…

Il dono di Arrival

Al cinema ho apprezzato molto il film “Arrival” e ora ho trovato un’interessante riflessione di Mario Domina sul blog filosofico La botte di Diogene.

Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
Vi è uno sradicamento minore ed uno maggiore in tutto ciò: non siamo per nulla soddisfatti del quotidiano (precarietà, infelicità, paura e angoscia diffusa, fragilità, incertezza – nonostante gli indubbi progressi tecnologici e quantitativi, che sono tra l’altro le medesime radici che generano fantascienza, tecnoincubi e distopie, al momento il genere letterario più diffuso, dopo il ciclo fantasy); ma non lo siamo nemmeno sul fronte della storia, che non sappiamo più come modificare o far virare al meglio, essendo sempre più capillarmente convinti che nulla possiamo di fronte a processi ineluttabili che ci sovrastano: Marx è morto nella nostra mentalità, più ancora che nell’arena storica.
E allora perché non gettarci anima e corpo in potenti evasioni immaginifiche? – il cui ruolo pare peraltro essere quel che un tempo ricoprivano i sogni (ad occhi aperti) e le utopie (in campo politico).
La fantascienza esistenziale risponde a tali bisogni sia in termini di forma che di sostanza: corrisponde ad un bisogno estetico (il terrore sublime dell’ignoto), ma anche ad un bisogno etico-politico, che però non sembra avere più esiti pratici convincenti. Prendiamo Arrival: il tema della comunicazione con altre forme di vita (e con l’alterità) è la questione delle questioni, senza la cui risoluzione la specie umana non andrà da nessuna parte. Di più: la scelta di far nascere qualcuno in un mondo che immaginiamo in disfacimento – senza così cospirare contro la razza umana, contribuendo alla sua estinzione (come auspica il pessimismo à la Ligotti) – è un atto insieme libero e folle. Perché Hannah dovrà nascere se è destinata alla malattia e alla morte? La risposta sta in un salto ontologico, in grado di generare una mentalità totalmente aliena alla nostra: perché la morte (e il tempo) non esistono, sono pure illusioni prodotte da un irriducibile narcisismo individuale destinato ad accelerare la nostra estinzione. Ma questo sì che richiederebbe un cambio radicale di paradigma: occorrerebbe lasciare questo pianeta – questa valle di lacrime – attraversare il meraviglioso cerchio della conoscenza aliena ed affidarci alla saggezza di un altro pianeta, quello abitato dagli eptopodi, per i quali ogni nostro atto è pura immanenza, processo e necessità.
Un dono (non un’arma) che non abbiamo nessuna intenzione di accettare, se non in qualcuno dei nostri più reconditi sogni.”

Raffiche di bora

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Una riflessione di Giovanni Grandi, professore associato di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Padova. Molti gli interrogativi che è in grado di sollevare.

Nelle giornate invernali di maltempo, specie se sferzate dalla Bora, il Carso riesce a farsi interprete di quell’angoscia che qualcuno più di altri si porta dentro. Le raffiche che alternano sibili e ululati sembrano inseguitori che non danno tregua, come certi pensieri opprimenti che incalzano di continuo togliendo il fiato. I boschi mezzi spogli, le latifoglie nude e scheletriche – che pure rifioriranno, ma non lo danno a vedere – si fanno specchio di ogni sentimento di resa. A uno di quegli alberi, una ventina di anni fa, era appesa una persona. E quello era il mio primo intervento di ricerca disperso, appena entrato in organico del Soccorso Alpino.

Nei frangenti dell’aiuto rischioso – come l’ha chiamato Spiro Dalla Porta Xydias – prima o poi si scopre che c’è anche lo spazio per i rinvenimenti più inquietanti e drammatici: cerchi di correre per portare in salvo una vita, ma questa nel frattempo cercava e ha trovato la morte. Quell’esperienza mi è tornata ancora una volta in mente in queste ore di interrogativi sulla vicenda di Dj Fabo.

Quando una persona sceglie di morire in un luogo poco raggiungibile, dopo il ritrovamento può capitare che ci voglia del tempo prima di poter rimuovere la salma: occorre attendere il medico legale e le autorizzazioni necessarie a procedere. Quel tempo – che in qualche circostanza può essere anche di alcune ore – è densissimo, e ciascuno prova letteralmente a ingannarlo come può, perché è un tempo carico di angoscia. C’è chi pronuncia tra le labbra una preghiera, chi si allontana un po’, chi si concentra sulle procedure, chi prova a sdrammatizzare con una battuta, chi guarda senza dire nulla, mentre il nodo alla gola se lo sente addosso.

Dinanzi a chi ha scelto la morte – molto più che non dinanzi a chi “semplicemente” è morto – ciascuno è come se si sentisse obbligato a dire perché vive, con la parola o con le movenze. In quei frangenti, e da cenni minimi, intuiamo che c’è chi vive lottando con l’Assoluto, chi cercando il distacco da dolore e inquietudini, chi vive per far funzionare il mondo, chi per renderlo meno serioso… Come pure c’è chi quella domanda sul senso del vivere non riesce a deglutirla e d’altra parte neppure a evitarla, sentendola aleggiare in un silenzio interiore scomodo, importuno, non risolvibile distraendosi un po’.

La morte scelta, per chi la accosta in prima persona, si trasforma in uno specchio, in cui ognuno vede svelato (e tende a rivelare) quel che dà consistenza alla propria – improvvisamente non più ovvia – scelta di vivere. È con questo personalissimo “tesoro nascosto” di motivazioni ed energie – e non con un più o meno fornito arsenale di valori astratti – che ciascuno poi si presenta agli appuntamenti faticosi dell’esistenza. Che non sono unicamente le situazioni limite, ma tutte quelle in cui rimanere lì dove si è chiede delle risorse spirituali capaci di bilanciare la fatica e lo star male per i pesi che gravano sulle spalle.

Forse è vero che ad ogni cambio di passo nella vita la decisione è se rimanere o andarsene. L’evangelista Giovanni ce lo ha mostrato anche nella storia dei discepoli di Gesù di Nàzaret, spaventati dalla durezza delle prospettive di passione e sollecitati dal maestro a misurarsi con la loro verità interiore proprio con questa domanda: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).

Quel paio di scarpe da tennis un po’ infangate, sospese nel vuoto all’altezza degli occhi, mi interrogano ancora dopo vent’anni, e continuano a farlo non a proposito della mia libertà di andarmene – come avrei preferito allora, in quel bosco – ma della mia capacità di restare – ovunque la vita mi chieda fedeltà. L’effetto specchio, quando il contatto con la morte scelta è diretto, protegge dal farsi giudici del dramma di un’altra persona, ma allo stesso tempo espone implacabilmente all’autoanalisi. È una lezione doppia, in un’unica tessitura, che non si dimentica.

Oggi avverto con forza che anche quando discutiamo di vicende a noi distanti esistenzialmente, l’interrogativo sulla capacità di rimanere e di assorbire gli urti della vita non può essere distorto in una valutazione sulla resistenza altrui.

Non può però nemmeno esaurirsi nel dibattere della ridefinizione dei margini legislativi per andarsene.

Quell’interrogativo va onorato per quel che propriamente ci sollecita a saggiare: per che cosa scegliamo di vivere? Quanto questo “tesoro nascosto” nutre la nostra capacità di restare? Crediamo che la nostra fedeltà alle situazioni faticose – almeno fino a un certo punto – sia un bene di umanità per tutti? Abbiamo qualche possibilità per rinforzarci interiormente?

Come ogni morte scelta, anche il suicidio assistito di Fabiano Antoniani inevitabilmente ci sta provocando, ci scuote dalla nostra routine, ci mette allo specchio. Ma sapremo non disgiungere la riflessione legislativa sulla libertà di andarsene da quella esistenziale sulla (nostra, personale) capacità di restare? Credo che solo conservando intatta questa “figura di coppia” potremo evitare che la giusta riflessione sulle situazioni limite non alimenti sottotraccia una cultura ordinaria del sottrarsi e l’illusione che felicità faccia rima con facilità.

Come insegnava Maritain, l’umano si gioca più di quanto immaginiamo sulla accortezza del distinguere per unire: vale forse la pena di ricordarlo meditando e discutendo con altri dei fatti di questi giorni”.

Conoscere per scegliere

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Carlo Alberto Redi è “professore ordinario di Zoologia presso l’università di Pavia e professore a contratto presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori. Accademico dei Lincei e socio onorario della società genetica del Cile” (fonte wikipedia). In un breve articolo comparso su La Lettura del 22 gennaio si interroga sul rapporto tra biologia ed etica. Inizia così: “Il Dna è divenuto l’icona della nostra era: dopo il secolo della chimica (Ottocento) e della fisica (Novecento), siamo ora nel millennio delle scienze della vita…”. Molte sono le discipline coinvolte dai cambiamenti e dalla scoperte in ambito biologico, argomenta: “dalla filosofia all’antropologia, dall’economia alla giurisprudenza”. Inizio e fine vita, brevetti sul vivente, esperimenti sulle cellule… sono tutte questioni biopolitiche e “gli avanzamenti del sapere lasciano intravedere applicazioni in grado di trasformare la stessa percezione di che cosa sia oggi «umano». Paure e aspettative si mischiano in continuazione, tra desiderio di progresso e timore di cosa esso ci possa riservare.
La via suggerita da Redi è quella della conoscenza. Scrive ancora: “Informarsi sui progressi della biologia diviene parte integrante della nostra cultura”. Certo non è semplice e neppure immediato, ma è necessario se si vuole essere “cittadini capaci di scegliere, in autonomia, che cosa si ritiene lecito applicare delle tante innovazioni prodotte dalla ricerca biologica”. Questa, secondo lo studioso lombardo, la via per giungere ad un “armonioso vivere sociale” in cui sono combattute le ingiustizie e si promuove “la fioritura di nuovi diritti civili”, nella direzione di una “cittadinanza scientifica”, ancora lontana da venire. Certo ci sarà qualcuno che si interrogherà se la ricerca non vada regolata ex ante piuttosto che ex post, soprattutto da parte di chi ha il potere di farlo; ed è proprio qui che si focalizza la giustificata preoccupazione di Redi: “vi è una generale ignoranza del sapere biologico da parte della classe dirigente (decisori politici, magistrati, operatori dei media)”.
Che ruolo possono avere in tutto questo studiosi e accademici? Ecco la conclusione del professore: “Ai biologi il compito di partecipare con il proprio sapere alla necessaria comune riflessione con i filosofi per indirizzare l’elaborazione delle norme da parte degli uomini del diritto”.