Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Società, Storia

D’amore, di morte, di potere, ma soprattutto d’amore

Pubblico un altro editoriale di Fabio Cantelli Anibaldi scritto su Lavialibera. Parte da una considerazione della saggista Anne Applebaum (di cui ho apprezzato il libro Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici) su Vladimir Putin per poi considerare una paura che accomuna tutti gli uomini ma che viene affrontata in modi molto diversi: la paura della morte. Riflette su come il potere e il suo esercizio possano regalare l’illusione di dominare il tempo e, di conseguenza, sottomettere la morte. Solo facendo pace con il proprio limite, con le proprie paure, con il proprio bisogno d’amore, si può arrivare ad amare sorella morte e apprezzare la vita come “un’avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza”. Ritengo che gli spunti di riflessione siano veramente molti.

Sembra ossessionato e pieno d’odio. Sembra entrato in una fase nuova. Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere. Di certo è vissuto isolato per due anni, a causa della pandemia. Mi chiedo cos’abbia fatto, cos’abbia letto e guardato, per tutto quel tempo, da solo. Oggi sembra un uomo malato, disturbato. Così parla di Vladimir Putin la saggista americana Anne Applebaum, vincitrice nel 2004 del Pulitzer con un monumentale studio sui Gulag sovietici, intervistata dal Corriere della Sera.
Parole che dicono l’incapacità e insieme il timore dell’Occidente a indagare le radici della guerra, limitandosi a una scontata condanna morale corroborata da manifestazioni in cui urlare la propria indignazione. Non metto in dubbio la buona fede di chi è “sceso in piazza” né la buona volontà del Papa che invita anche i non cristiani a digiunare il primo giorno di Quaresima. Penso solo che non serva a nulla, che la guerra non si ferma denunciandone l’orrore – quante migliaia di volte è stato fatto? – e che chi la fa troverà sempre una buona ragione o almeno un alibi per continuare a farla, tanto più se i suoi accusatori lo definiscono un criminale: cosa che, lungi dal ferirli, esalta i criminali.
Le parole di Applebaum sono in tal senso emblematiche. La studiosa si avvicina al nocciolo della questione quando osserva che, dopo la pandemia, Putin pare entrato in una fase nuova: ossessiva, disturbata, malata. Ma subito se ne allontana quando commenta: “non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere”.

È proprio questa presunta alternativa a impedirle di capire che le due paure sono, in realtà, una: paura della morte e di perdere il potere sono facce di una stessa medaglia quando l’esercizio del potere assume forme patologiche, ossia quando diventa, come perlopiù accade, una droga.  In tal senso per Putin – come per tutti i potenti della Terra – la lunga stagione del covid dev’essere stata un incubo. Non tanto o non solo perché ha sentito la propria incolumità in pericolo, ma perché il covid ha dimostrato un potere sulle vite degli altri infinitamente maggiore del suo. Per un uomo di potere – politico o economico che sia – la morte è pietra d’inciampo, smacco, scandalo perché è l’unica cosa sulla quale il suo potere non può nulla. La morte rivela la natura fittizia, teatrale del delirio di onnipotenza degli esseri umani quando non sono educati a riconoscere il loro limite costitutivo, il loro essere irrimediabilmente mortali. Delirio che però non riguarda solo gli uomini che concentrano su di sé enormi quantità di potere. Troppo bello se il problema fosse riducibile ai Putin, ai Bolsonaro e alle loro imitazioni in salsa pseudodemocratica tipo Johnson. O ancora, spostandosi in ambito economico-finanziario, ai vari Bezos, Musk, Zuckerberg… Il problema si estende agli innumerevoli che, se fossero al posto dei succitati, si comporterebbero allo stesso modo se non peggio. Se concentrato nelle mani di un autocrate vero o potenziale – cioè di qualunque persona si identifichi con un “io” non avendo scoperto come Rimbaud che «io è un altro» – il potere è droga che fa sentire onnipotenti perché decide sulla vita e la morte degli altri, considerati alla stregua di sudditi, soldati o impiegati di quel potere. 
Lo stesso vale per il denaro. Il time is money di Rockfeller e dei primi miliardari moderni si è capovolto in money is time: possedere denaro dà l’illusione di vivere più a lungo, accumularlo quella di vivere per sempre. Il predominio del capitale poggia su una garanzia di durata: se sono ricco potrò fronteggiare gli imprevisti della vita, se ho miliardi di euro o dollari ne uscirò indenne da quasi tutti. Quel “quasi” allude all’incontro con la morte, eventualità che i super-ricchi e gli autocrati rimuovono costantemente dal loro orizzonte psichico e esistenziale proprio perché la temono come nulla al mondo. La morte: screanzata guastafeste che osa presentarsi nella sala dove il potente e la sua cricca stanno ridendo, ballando, gozzovigliando, fornicando per ricordare a tutti che la festa un giorno finirà. Magnati e dittatori sono accomunati dalla stessa priorità: rimuovere il pensiero della morte per abbandonarsi spensierati all’ebbrezza che procura l’eccesso di soldi e di potere.
Chissà cos’ha fatto, si chiede Applebaum, Putin durante l’epidemia? Cosa avrà pensato nei momenti infinitamente lunghi in cui il suo potere non valeva quasi più nulla? In cui non poteva più addobbarsi di costumi magniloquenti o intimidatori, in cui era stato sottratto alla sua scena?  Se non fosse l’omuncolo tronfio e anche pavido che è, si sarebbe sentito mancare il terreno da sotto i piedi e, abbandonandosi al vuoto, avrebbe fatto pace con il suo limite, con le sue paure, con il suo bisogno d’amore, il bisogno d’amore che segna il soggiorno degli umani su questa Terra perché nasce dalla consapevolezza di esserne ospiti contingenti, viandanti mortali.  Ma è come togliere a un tossicomane l’eroina: superata la crisi d’astinenza si pone per lui il vero problema, cioè avere il coraggio di cambiare davvero, di andare al fondo delle sue paure – in primis quella di morire – e scoprire cosa c’è alla radice della dipendenza, il bisogno di amare e di essere amato, di sentirsi nutrito e protetto come nel grembo materno. Se questo coraggio non c’è e se non c’è nemmeno l’umiltà di chiedere sostegno affinché maturi in lui, il canto delle sirene della droga diventa richiamo ammaliante e irresistibile. Putin questo coraggio non ce l’ha avuto, come miliardi di uomini su questa Terra, ed ecco allora che il mondo dopo la pandemia si prospetta minacciosamente simile se non uguale al precedente, come se la lezione della pandemia – siete tutti interdipendenti, siete tutti vulnerabili – non fosse servita a nulla. Uscire da una crisi ma uscirne uguali è il peggio che ci si possa augurare: una crisi è, sempre, un’occasione di cambiamento cioè di vita, perché la vita è nella sua essenza divenire. La vita gira al largo dalle anime cristallizzate, si ritira dagli uomini che non mollano la presa da sé stessi, gli uomini che si preoccupano soltanto  di affermarsi e durare.
Tornando alla guerra, è la rimozione della mortalità a rendere crudele il potere e intrinsecamente violento il sistema che gli fa capo. Chi detiene il potere ma disconosce la sua mortalità per ciò stesso si costruisce un’immunità psicologica dalla morte uccidendo o facendo uccidere. La logica che, a loro insaputa – ne sono vittime ma non lo sanno – guida tutti i Putin di questa Terra può essere espressa così: ti faccio uccidere quindi prendo il posto della morte impersonale che colpisce a caso, la morte che accade a tutti e per tutti meno che a me, che la eguaglio per onnipotenza. Una civiltà che non riconosce la morte la infligge, e quel che resta dell’Occidente è un infliggere la morte per sentirsi onnipotenti e, finché si può, immortali.
Poi c’è modo e modo d’infliggere la morte e in tal senso mi pare che si debba almeno riconoscere a Putin il merito di giocare a carte scoperte, usando gli eserciti e le armi. C’è un modo più subdolo e vigliacco di uccidere con l’economia. Si parla in questi giorni di “sanzioni” contro la Russia come se il sistema economico neoliberista non fosse di per sé sanzionatorio, mosso da una logica selettiva che prevede diritti ridotti a privilegi, appannaggi riservati a chi se li può permettere, cioè a chi ha i soldi per acquisirli. Il “mercato” è una prosecuzione su vasta scala della logica dei lager o dei gulag, dove, tolti i comandanti dei campi e le loro cricche – i Rudolf Höss, gli Franz Stangl, i Naftaly Frenkel – non veniva subito ucciso solo chi era in grado di lavorare, venendo ucciso poi dal carico di lavoro, dalla fame, dalle malattie. 
In conclusione, come uscire da questo circolo vizioso che riguarda non solo autocrati e magnati ma la natura umana in generale, come ci racconta da sempre la grande arte e letteratura, affascinata di come basti un po’ di potere per corrompere l’animo dell’uomo, essere in gran parte codardo, incapace di guardare in faccia la sua fragilità?È evidente che non se ne esce senza una nuova cultura ed educazione che, a differenza di quelle tecnologiche/tecnocratiche, tutte volte a formare impiegati del “sistema mercato”, insegni a riconoscere e a rispettare la morte, a tenerne conto. E infine a volerle bene, perché è per lei, grazie a lei, che sentiamo il bisogno di amare e di essere amati, è solo per lei che la vita può essere una meravigliosa avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza.”

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Gemma n° 1983

“La mia gemma è questo ricettario; mi sono avvicinata al mondo della cucina vegetale e negli ultimi mesi sono diventata vegetariana. Ci pensavo da tempo e sono contenta perché nel mio piccolo faccio qualcosa sia per l’ambiente che per gli animali. Il ricettario mi ha dato la spinta in più che mi serviva”.

So che quello portato da S. (classe terza) è argomento piuttosto divisivo; ho cercato on line qualcosa sul libro che ha proposto e ho trovato molta rispondenza anche con il modo gentile e garbato con cui lei stessa ha presentato la sua gemma alla classe. «Ma come si fa a rinunciare a carne e alimenti di origine animale senza sentirsi obbligati o “privati” di qualcosa? La chiave è tutta in una frase scritta da Carlotta Perego nell’introduzione del suo libro Cucina Botanica e che raccoglie l’essenza del suo modo di essere. “Con gentilezza, l’educazione e comprensione. Se continueremo a dividere la realtà in vegani e onnivori, buoni o cattivi, bianco e nero, non andremo molto lontano”. Una vera rivoluzione gentile quella che Carlotta sta portando avanti con dedizione e onestà: “Tutti i vegani hanno pensato: non diventerò mai vegano. Poi accade, e si sta subito meglio. Ma diventarlo non ci rende persone migliori, e non ci mette nella posizione di giudicare o considerare inferiore chi non ha fatto la stessa scelta”. Senza estremismi, si può imparare a mangiare meglio e con piatti che soddisfano e sorprendono anche i palati più esigenti.»

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Gemma n° 1978

Non ho nascosto i volti delle persone in quanto la foto è pubblicata con “privacy pubblica” sulla pagina aperta del DUM su Facebook

“Questa foto della scorsa estate rappresenta le due settimane che ho passato come volontario dell’Associazione Dinsi Une Man, un’associazione che aiuta le persone disabili che normalmente non avrebbero l’occasione di andare a fare due settimane di vacanza e che così invece riescono ad andare in spiaggia. Qui eravamo a Lignano. E’ stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita; avevo già fatto una specie di prova di 3 giorni due o tre anni fa, ma fare il passo di diventare un volontario a tutti gli effetti significa prendersi cura di una persona. Ho avuto la gioia di prendermi cura di due persone. All’inizio il pensiero è stato “Due persone sotto la mia cura? Riesco a prendermi a malapena cura di me stesso!”. Poi, più i giorni sono andati avanti, più mi sono sentito a mio agio, anche grazie agli altri volontari che mi hanno sostenuto e dato una mano. Alla fine mi ha gratificato anche che mi abbiano fatto i complimenti per come mi ero comportato nel mio primo anno. Sono state due settimane passate tra momenti seri e momenti di demenza assoluta, due settimane divertenti e di vera felicità che consiglio a tutti (VENITE AL DUM! Abbiamo bisogno di volontari).

Commento la gemma di E. (classe quarta) con un consiglio d’ascolto, un podcast che suggerisco di ascoltare. Si tratta di Le vite degli altri (qui su Spotify), 10 episodi condotti da Alessandro Banfi (20 minuti a puntata circa). Racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Da Mattia Villardita, il giovane che veste i panni di Spiderman per i bambini malati di cancro ad Anna Fiscale, la giovane di Verona che lavora con le rimanenze dei grandi marchi della moda. Da Nicoletta Cosentino, donna di Palermo che chiama a riscossa le Cuoche combattenti a Rosalba Rotondo, Preside della scuola di Scampia. Storie che sono esempi di virtù civile e di solidarietà sociale: uomini e donne premiati dal Capo dello Stato Mattarella per l’impegno a favore degli altri. Diceva Italo Calvino che ci sono due modi per sopravvivere all’inferno. Prenderne parte oppure raccontare ciò che inferno non è. Questa serie vuole descrivere, attraverso storie di vita vissuta, la possibilità di bene che è in ognuno di noi. Ai suoi interlocutori Banfi pone sempre una domanda, uguale per tutti: “Fare del bene aiuta anche, egoisticamente, a diventare persone migliori? Fa bene anche a noi stessi?”. Puntualmente la risposta è sì: fare bene agli altri fa stare meglio anche noi, fa vivere meglio anche noi. L’amore condiviso fa crescere l’amore.

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Dare la vita

Fonte Pangea

Lunedì 14 marzo, nella sua rubrica settimanale sul Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia, partendo da alcuni scritti dello scrittore ucraino Vasilij Semënovič Grossman conduce una riflessione che parla sì di guerra, in particolare della II guerra mondiale (e col pensiero ovviamente all’attuale conflitto), ma soprattutto di vita e dell’importanza di generare vita.

«Lavorando al libro negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani».
Queste parole dello scrittore ucraino Vasilij Grossman, in cui si riferisce al suo capolavoro «Vita e destino», sono tratte da una lettera scritta alla madre nel 1961, benché fosse morta vent’anni prima. Le scrisse infatti due lettere, una a 10 e una a 20 anni dalla morte, cercando di elaborare un lutto impossibile: di lei non era rimasto nulla, neanche la tomba.
Le sue parole mi sono tornate in mente vedendo l’immagine di una madre con in braccio un bambino in fuga da Kiev o quella della madre incinta, ferita e scampata al bombardamento dell’ospedale di Mariupol in cui era ricoverata per l’imminente parto.
In sua madre Grossman vede l’umanità intera. Il suo non è un ricordo sentimentale: cronista dell’assedio di Stalingrado e delle imprese dell’Armata rossa contro Hitler, aderì con convinzione al progetto imperialistico sovietico di Stalin, lo stesso rievocato da Putin. Ma quando, nel 1944, tornò nella sua città natale, Berdicev, in Ucraina, scoprì che la madre era stata uccisa dai nazisti insieme ad altri trentamila ebrei, con la collaborazione di molti ucraini in cui covava la stessa violenza.
L’evento e poi l’orrore che vide nella Russia stalinista incrinarono la sua fede politica: aveva capito che nazismo e comunismo erano figli della stessa volontà di potenza e ciò che salva l’umanità non sono le «ideologie del bene» ma «i buoni». Lo narra in ogni pagina di Vita e destino, il capolavoro dedicato proprio alla madre che, sequestrato dalla polizia sovietica, fu preservato dall’amico fisico Andrej Sacharov nei microfilm dei suoi esperimenti di laboratorio e portato fuori dai confini sovietici: uscì in Svizzera nel 1980, in Italia nel 1984, quando l’autore era morto in disgrazia ormai da vent’anni.
Nella prima delle due lettere alla madre Grossman scrive: «Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdicev, sono entrato nella casa dove avevi vissuto e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata. Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta. Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941. Ho provato a immaginare il tuo assassinio centinaia di volte e il modo in cui sei andata incontro alla tua fine. Ho provato a immaginare l’uomo che ti ha uccisa. E stata l’ultima persona che ti ha vista viva. So che hai pensato a me per tutto il tempo… Oggi ti penso proprio come se fossi viva, come quando ci siamo visti per l’ultima volta e come quando da piccolo ti ascoltavo mentre leggevi ad alta voce. E sento che il mio amore per te e questa terribile agonia sono ancora oggi uguali e rimarranno con me fino alla fine dei miei giorni».
Le due lettere sono state trovate dai biografi di Grossman (John e Carol Garrard, Le ossa di Berdicev) nel fascicolo a lui dedicato negli archivi del KGB, con la foto di corpi gettati in una fossa comune scattata dopo la fucilazione. Vita e destino è un tributo alla madre. Indimenticabile il capitolo in cui immagina che il suo alter ego narrativo, Viktor Strum, riceva l’ultima lettera proprio da sua madre, non a caso ebrea mandata nel ghetto di Berdicev come quella di Grossman e consapevole della fine ormai vicina: «Sento piangere delle donne, per strada, sento i poliziotti che imprecano; guardo queste pagine e mi sento in salvo da questo mondo tremendo e pieno di dolore. Come posso finire questa lettera? Dove troverò le forze, figlio mio? Ci sono forse parole d’uomo in grado di esprimere il mio amore per te? Ti bacio, bacio i tuoi occhi, la tua fronte, i capelli. Ricordati che l’amore di tua madre è sempre con te, nella gioia e nel dolore, e che nessuno potrà mai portartelo via. Viktor, mio caro… È l’ultima riga dell’ultima lettera che ti scrive tua madre. Vivi, vivi per sempre».
L’amore della madre fu per Grossman la salvezza nell’orrore e il cuore del suo capolavoro: che cosa salva l’uomo? Che cosa gli consente di avere vita e non soccombere al destino? Non trovò la risposta in nessuna filosofia, religione, morale o fede politica, ma nell’esempio materno, a lei infatti Grossman scrive così nella seconda lettera-anniversario: «Piango sulle tue lettere perché in esse vedo la tua bontà, la purezza del tuo cuore, il tuo destino terribile e amaro, la tua onestà e generosità, il tuo amore per me, la tua attenzione nei confronti del prossimo e la tua stupenda intelligenza. Non ho timore di nulla, perché il tuo amore è con me e perché il mio amore rimarrà con te per sempre». La parola «per sempre» chiude sia la lettera immaginaria della madre a lui nel romanzo sia la lettera vera di lui alla madre nell’anniversario della morte. Un per sempre reso possibile solo dall’indistruttibile amore materno, come Grossman, benché non credente, scrisse nel 1955 nel suo racconto più bello, La Madonna Sistina (consiglio di leggerlo in queste ore), in cui, guardando il famoso quadro di Raffaello della Madonna con in braccio il bambino, custodito a Dresda, ricorda le donne che ha visto proteggere i figli nell’orrore della guerra, madri che restarono madri, pronte a «ri-dare» la vita, e così scopre ciò che salva l’uomo e preserva la vita dal destino: «La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta… E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».
L’umano nell’uomo, per Grossman, è la Madre con il Bambino in braccio. Quando noi maschi riusciamo a guarire dall’oscuro fascino della guerra, maschera ultima del potere con cui cerchiamo un po’ di consistenza per il nostro piccolo io che cerca di esistere un po’ di più? Quando scopriamo che a dare consistenza all’io non è il potere ma l’amore, che amore è privarsi volontariamente del potere senza rinunciare per questo alla forza, una forza che serve a difendere e confortare e non a sottomettere, e questo lo possiamo imparare dalle madri che sanno «dare la vita», «mettere al mondo», «dare alla luce», ma non usano questa possibilità per affermare se stesse attraverso l’altro ma per affermare nell’altro l’unicità che hanno trovato in se stesse, come Grossman scrive in righe di Vita e destino che non dimenticherò mai: «La vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come un mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo. Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà».
Dare la vita è il compito a cui siamo chiamati tutti, indipendentemente dal generare biologicamente: questo è ciò che Grossman mi ha insegnato e questo è ciò che lui aveva imparato da sua madre.

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Gemma n° 1941

“Ho deciso di portare due canzoni: una mi è venuta in mente subito, appena proposto questo lavoro, l’altra la ascolto di continuo da due giorni pensando all’attualità.La prima è Ordinary man di Ozzy Osbourne, un singolo uscito nel gennaio del 2020, cantato insieme ad Elton John, il quale accompagna anche con il pianoforte. Il brano vede alla voce gli stessi Ozzy ed Elton, alla chitarra Slash (GNR), al basso Duff McKagan (GNR), e alla batteria Chad Smith (RHCP). E’ una reunion di leggende dal passato piuttosto travagliato. Si pensa che la canzone sia un testamento di Ozzy dove parla del suo passato, non proprio lucido e scorrevole. Durante la sua vita ha fatto abuso di alcol e droghe di tutti i tipi. Ha abbandonato la scuola a 15 anni, praticato furti, viene accusato di omicidio, finisce in galera per qualche settimana, ubriaco fradicio urina sul memoriale di Fort Alamo, dal palco raccoglie un pipistrello che credeva finto e con un morso gli stacca la testa (scoprendo poi con orrore che non era poi così tanto finto…), dopo il licenziamento dai Black Sabbath si chiude in un hotel per un anno e si fa portare cibo soltanto cibo, alcol e droghe e ne esce grazie alla sua fidanzata diventata poi sua moglie. Si potrebbe andare avanti secoli a raccontare tutte queste pazzie. Noi godiamoci questa ballata, diversa dal suo solito Heavy Metal, canzone piena di significato e molto commovente per lo stesso Ozzy. Preciso che ad un certo punto canta Been higher than the blue sky, il cui significato letterale sarebbe arrivato in alto tanto da raggiungere il cielo blu ma il cui reale senso è sono stato strafatto di roba che quasi avrei potuto raggiungere il cielo blu.

Il secondo brano è Wind of change dei tedeschi Scorpions, scritto nel 1991 benché molti pensano sia stata scritta prima della caduta del muro di Berlino. E’ un video toccante con molte scene di guerra e che parla di sogni infranti di bambini”.

E’ un appassionato di musica S. (classe terza), si esalta ogni volta che ne può parlare e starei ad ascoltarlo a lungo. Non lo sa che tra i miei cd c’è un live degli Scorpions, proprio del Crazy world tour del 1991. L’ho rimesso su dopo anni e penso che pezzi del testo della canzone che dà il titolo a quell’album commentino da soli questa gemma e quello che stiamo vivendo (il testo lo prendo da Canzonimetal):
“Oh, è un mondo folle. Mi sveglio la mattina per la mia dose di notizie, avanzo lentamente verso il letto della ragazza, ne ho abbastanza della verità. Investite i vostri dollari e rubli, acquistate un pezzo di muro e fatelo diventare il vostro cortile. Son così stanco di tutto… Oh, è un mondo folle. … potremmo trovare il Titanic, mettere un uomo sulla luna ma non possiamo rimanere a fissare il cortile dall’esterno: uomo, è meglio iniziare subito. Oh, è un mondo folle …
Torno a casa dalla mia bambina, è stato un altro giorno duro, rottura di palle per l’esattore delle tasse, quindi che altro dire, loro hanno speso i loro soldi per missili, per la terza guerra mondiale, ora noi siamo ammucchiati nel mio cortile non abbiamo più bisogno di loro. Oh, è un mondo folle!”

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Gemma n° 1934

“Considero gemma tante cose; volvevo portare dei rapporti che ho con alcune persone per me importanti oppure un luogo. Poi ho pensato a quello con cui sto giocando anche in questo momento: un elastico per i capelli. Non è un portafortuna, non è il primo che ho avuto e non sarà l’ultimo. Ricordo che alle elementari un’amica me ne aveva chiesto uno per legarsi i capelli e io glielo aveva dato senza problemi; solo che lei non me l’ha più tornato e ci sono rimasta male, perché è stato come se una parte di me se ne fosse andata via. Invece un’altra volta sono stata io a darlo ad una persona per me molto importante, ma è stata una mia decisione, una mia scelta di dare una parte di me”.

La gemma di L. (classe terza) mi ha fatto pensare alla differenza tra i piaceri fatti per dovere e fatti col cuore, tra beneficenza estorta e spontanea, tra dovere etico e naturalezza di un’etica interiorizzata, tra rapporti sinceri e costruiti… e mi son perso 😀

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Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici

Nelle classi del triennio, la settimana scorsa, abbiamo cercato di capire cosa sia successo sulla questione referendum e Corte Costituzionale. Non siamo entrati troppo nel merito del tema dell’eutanasia (a cui dedicheremo delle ore specifiche), ma ho letto l’editoriale della rivista Lavialibera e vi trovo spunti molto interessanti per approfondire ulteriormente la questione. Le parole sono di Fabio Cantelli Anibaldi, vicepresidente del Gruppo Abele, scrittore (autore de La quiete sotto la pelle, sulla sua esperienza nella comunità di San Patrignano, da cui è tratta la docu-serie Sanpa su Netflix), originario di Gorizia.

“Ci sono leggi che difendono dal male che altri ci potrebbero infliggere, ma su ciò che è bene per ciascuno di noi nessuna legge dovrebbe sindacare e decidere, a meno che quel bene sia dannoso per altri. Questo mi pare il nocciolo perlopiù ignorato della questione eutanasia, ossia la facoltà di scegliere la morte qualora la vita diventi insopportabile a causa del dolore fisico e psichico, ostaggio di un’invalidità così vasta e incurabile da toglierle la dignità del poter scegliere e del poter fare: vita ridotta a esserci dolente, inerme, inerte. Prima che per legge è per compassione che a uno sventurato in questa condizione dovrebbe essere concesso di poter morire senza ricorrere al suicidio tramite la somministrazione guidata di farmaci letali, in un ambiente accogliente e riscaldato dalla presenza dei propri cari, in luoghi dove l’occhio, un istante prima di chiudersi, possa perdersi in infiniti di cieli, vette e mari, non sbattere contro fredde pareti d’ospedale o grigi muri urbani.
Unico ostacolo a questa pietosa concessione, l’eventuale opposizione di famigliari o parenti, ma non mi risulta che una persona legata al malato si sia mai opposta a ciò che il malato stesso chiedeva o, se non era più in grado di chiedere, implorava con gli occhi e il corpo: la morte come liberazione dal male, la morte come uscita dall’incubo di un vivere asfissiante perché meccanico. Non mi risulta che ci siano stati famigliari che hanno reagito diversamente da Giuseppe Englaro (padre di Eluana, ndr), Mina Welby (moglie di Piergiorgio, ndr), Valeria Imbrogno (fidanzata di Fabiano Antoniani, ndr), cui è toccata una sorte terribile: non solo soffrire per una persona cara irrimediabilmente invalida ma lottare per liberarla da uno stato vegetativo permanente, come nel caso di Eluana Englaro, o da una vita sentita come una prigione come in quelli di Pergiorgio Welby e Fabiano Antoniani.
Ma perché – poste le condizioni di cui sopra – nel nostro Paese non viene riconosciuta a una persona condannata all’ergastolo di una vita ridotta a mera sopravvivenza la facoltà di porre fine alla pena? Per tre ragioni, mi sembra.
La prima è la rimozione della morte. In Occidente – vale a dire in tutto il mondo, ormai – alla morte che colpisce uno sconosciuto si reagisce con un moto di studiata rassegnazione, ma anche quando si è intimi del defunto la riflessione sulla propria mortalità viene perlopiù elusa, come se a morire siano e saranno sempre gli altri. La maggior parte degli esseri umani vive come se fosse immortale e le conseguenze della finzione sono sotto gli occhi di tutti: la nostra è una società orribile, fondata su relazioni strumentali e posticce, una società dove il non parlare di morte si traduce in violenze esplicite come quelle delle guerre o implicite come quella selettiva che regola il mercato economico: mors tua vita mea. Anche nel caso della minaccia incombente e illimitata della pandemia, l’Occidente ha dato il peggio di sé, riuscendo a distogliere lo sguardo. Ecco allora i bollettini quotidiani, i calcoli statistici, le previsioni matematiche: la riduzione della morte a cifra come base di una rimozione di massa, forse la più grande dell’Occidente moderno. Si può immaginare allora quanto una riflessione sull’eutanasia possa risultare sgradita: la scelta del malato di morire per il rifiuto di ridursi a entità organica può rivelare per contrasto l’insensatezza delle vite sane fondate sul puro durare, vite che vivono come se non dovessero mai finire.
La seconda ragione – figlia della prima – è l’assenza di empatia. Per negare a chi è inchiodato a un’incurabile sofferenza il conforto di un accompagnamento alla morte, bisogna eludere una domanda che dovrebbe sorgere spontanea di fronte al dolore altrui, prima ancora di quella su come mitigarlo: “Come reagirei, se fossi al posto suo?”. Il mettersi nei panni degli altri anche – anzi, soprattutto – quando sono panni scomodi è la premessa dell’empatia, ma l’immedesimazione è impossibile in carenza di sensibilità o quando la sensibilità è addestrata a sentire solo ciò che non perturba. Per sentire il dolore degli altri e provarne turbamento bisogna prima aver riconosciuto e accolto la propria alterità: senza quest’inquietante ma decisiva scoperta è impossibile comunicare davvero col dolore del mondo.
Terza ragione: il potere condizionante della dottrina cattolica. Parlo di dottrina e non di fede perché, se vissuta con la necessaria radicalità, la fede non esclude l’inquietudine e anche la crisi di coscienza. La dottrina no: la dottrina decide a priori cosa è bene e cosa è male, e riguardo all’esistenza umana stabilisce – come noto – che essa è un dono di Dio, dono di cui però non è dato disporre. Ma è ancora un dono una vita ridotta a tortura o a stasi vegetativa? È ancora un dono la vita per chi la sente come un incubo, una spoliazione di libertà e dignità? Qui si pone l’antico problema teologico sollevato da Sant’Agostino nelle Confessioni con la domanda “si Deus est, unde malum?”: se Dio esiste, come può esserci il male? Problema che la dottrina aggira attraverso un’acrobazia dialettica sintetizzata nell’articolo 311 del catechismo cattolico, il quale comincia col dire che gli uomini, peccatori all’origine, hanno introdotto nel mondo il male morale “incommensurabilmente più grave del male fisico” per poi concludere che “Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene”. Dunque il Dio che ci ha dato in dono la vita, ma non la facoltà di disporne, consente il male morale essendo in grado, dall’alto della Sua onnipotenza, di trasformarlo in bene. Quanto alla malattia invalidante e letale che coglie di sorpresa e senza apparente ragione, la dottrina non parla – verrebbe da dire grazie a Dio – di utilità del dolore in quanto viatico al Cielo, lasciando così intendere che resti valido il principio secondo il quale la vita è un dono divino di cui è impossibile disporre anche quando non è nient’altro che angosciata impotenza, dipendenza assoluta, pena infinita.
Viene da pensare che il problema di fondo della questione eutanasia sia quello sollevato da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, problema della libertà quando, da libero arbitrio, si trasforma in responsabilità. Da sempre ma forse oggi più che mai l’uomo vuole essere libero da leggi e limiti, ma quando la libertà lo pone di fronte a una scelta di coscienza esige un’autorità o una legge che lo sollevi dall’onere di decidere.
Una legge per l’eutanasia difficilmente sarà approvata in un Paese come il nostro, ma se mai accadesse da un lato esulterei, dall’altro non potrei fare a meno di constatare quanto sia orribile sancire per decreto quello che dovrebbe essere un moto istintivo dell’anima. Davvero siamo così corrotti da dover rendere la pietà un obbligo di legge?”.

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Gemma n° 1909

“Quest’anno ho trovato la mia Gemma con largo anticipo, precisamente, il primo dicembre 2021. Era una giornata normalissima, ero appena tornata da scuola e stavo pranzando da sola quando ho deciso di aprire Netflix e guardare un episodio di una delle mie serie tv preferite mentre mangiavo.
Ho guardato l’Episodio 14 della terza stagione di Chicago Fire, in cui viene organizzata una festa “luau” di tradizione Hawaiana per uno dei personaggi. Questo decide di dedicare un discorso a tutti i presenti. Questo discorso viene fatto per un motivo che non vi svelerò in caso vogliate guardare la serie, ed ha un impatto fortissimo sui presenti per ragioni che non vi svelerò sempre per lo stesso motivo. Ho deciso di portarlo come gemma perché in quel momento avevo veramente bisogno di sentirmi dire qualcosa del genere, e spero possa servire anche a voi.”

La sequenza proposta da M. (classe quinta) non si trova su Youtube e quindi non posso pubblicarla sul blog. Riporto però le parole del discorso:
“C’è un motto hawaiano per gli uomini che pagaiavano in canoa. È passato molto tempo, potrei pronunciarlo male, ma dice così:
`Olelo No`eau 
Uniti andiamo avanti
È un augurio che facevo ai miei colleghi poliziotti ogni anno al luau e ora lo faccio anche a voi. Per tutto quello che affrontate, che dovete gestire e le persone che avete perso. Non si può agire da soli. Uniti, andiamo avanti”
.
Harry Parker era un famoso allenatore di canottaggio di Harvard e disse “Ciò che rende unico il canottaggio è questa totale dipendenza l’uno dall’altro: nessuno può far andare più veloce la barca da solo; d’altra parte, un componente può rallentare di molto. Quindi i vogatori imparano davvero a fidarsi l’un l’altro, dipendono l’uno dall’altro in un modo piuttosto unico”. Trovo molta affinità tra le due frasi, utili per riflettere sul senso di gruppo, sullo spirito di squadra.

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Nietzsche su Socrate e Gesù

Metto in parte riviste, stralci di giornale, ritagli… Poi, di tanto in tanto, quando devo fare spazio, li riprendo in mano per vedere cosa buttare e cosa tenere. Così mi imbatto in articoli che mi piace condividere sul blog. E’ il caso di questo pezzo pubblicato su La Lettura (pubblicazione settimanale del Corriere sui libri) domenica 19 luglio 2020: è un articolo di David Lloyd Dusenbury tradotto da Matteo J. Stettler, articolo che necessita di una lettura attenta e concentrata e che pertanto inserisco nella sezione “pensatoio”.

“E di nuovo a processo.
Com’è noto, Friedrich Nietzsche firmò le sue ultime lettere come «l’Anticristo» (a Cosima Wagner) e «Il Crocifisso» (al cardinale Rampolla, il segretario di Stato del Vaticano). È difficile isolare la causa dell’ultimo crollo di Nietzsche, ma la sua mente cedette definitivamente nel dicembre 1888. Già nel gennaio 1889 era caduto in uno stato catatonico dal quale non sarebbe più riemerso.
Un decennio prima che iniziasse a firmare le proprie lettere come «il Crocifisso», Nietzsche scrisse un paragrafo di Umano, troppo umano dal titolo «Assassinii giudiziari» (Justizmorde). In questo passaggio, egli nota una sorprendente somiglianza tra quelli che chiama «i più grandi assassinii giudiziari della storia del mondo», con cui intende le morti di Socrate e Gesù. «In entrambi i casi», dice, «si volle morire». E, in entrambi i casi, «ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto». Nel tardo XIX secolo, le morti di Socrate e di Gesù costituiscono per Nietzsche le pene capitali più simbolicamente cariche nella storia. Ciò rimane valido ancora oggi, agli inizi del XXI secolo.
A differenza della maggior parte dei commentatori su Socrate e Gesù, Nietzsche è incuriosito da un tratto psicologico che afferma si possa rilevare in entrambi. Egli sostiene che Socrate e Gesù abbiano entrambi drammatizzato le proprie morti. In definitiva, la coppa avvelenata di Socrate e la croce di Gesù non sono pene sentenziate dalla corte, ma epiloghi auto-inflitti.
Qualunque morale gli europei abbiano tratto da queste morti, afferma Nietzsche, questi non la trassero da due martiri, ma da due suicidi. L’immaginario europeo è così alla mercé di quelle morti inscenate secondo il copione dettato dalle pulsioni tanatologiche dei suicidi più ispirati della storia, quello del «più grande dialettico ambulante di Atene» (come Nietzsche, sogghignando tra sé e sé, chiama Socrate, in Umano, troppo umano), e quello de «l’uomo più nobile» (come egli, in maniera del tutto disarmante e senza ironia alcuna, si riferisce a Gesù nel medesimo libro). Nessuno che abbia letto le opere di Nietzsche ne rimarrà scioccato.
A prima vista, la riflessione nietzschiana sull’assassinio giudiziario si trasforma in una riflessione sul suicidio. Allo stesso tempo, Nietzsche persevera nel voler attribuire le morti di Socrate e Gesù alla «mano dell’ingiustizia umana [Ungerechtigkeit]». Le ordalie legali che sono commemorate nelle aule e nelle chiese europee, e interpretate da filosofi e teologi, sono dei suicidi segreti. Eppure, come Nietzsche sembra insistere nel sostenere, la corte di cinquecento giudici-cittadini che condannarono Socrate (quasi la metà dei quali favorevoli all’assoluzione) e il giudice romano che condannò Gesù (dopo avere tentato di rilasciarlo) non sono innocenti.
Gli antichi suicidi che la cultura europea santifica come martiri non sono semplicemente suicidi. Le morti storiche di Socrate e Gesù rimangono, per Nietzsche, degli assassinii-giudiziari. Ciò è interessante. Nietzsche è uno dei pochi filosofi moderni (Søren Kierkegaard è un altro) a riflettere sul fatto che la cultura europea è stata inaugurata, anche solo simbolicamente, da questi due processi. (Sebbene esistano anche importanti tradizioni giudaiche e islamiche riguardanti questi processi e queste morti). L’ultimo George Steiner scrisse più di vent’anni fa che «stranamente, fino ad ora non è stata fornita alcuna trattazione completa di questo topos centrale». Per quanto ne so, ciò è ancora vero.

Il riconoscimento da parte di Nietzsche dell’«ingiustizia umana» che pone fine a entrambi i processi sembra suggerire che, a suo avviso — l’avviso di un critico frenetico dell’eredità platonico-cristiana —, la cultura europea è inaugurata da una coppia di ordalie legali in cui sono condannate persone innocenti. Non può che avere avuto effetti profondi e diffusi sull’Europa che il suo dramma della verità sia iniziato non una, bensì due volte, con un testimone innocente in un tribunale — il significato greco di «martire» — che viene condannato a morte. Il rispecchiamento di questi eventi è accentuato dal fatto che Socrate, il protomartire della filosofia europea, e Gesù, il protomartire della teologia cristiana, sono figure liminali condannate per il più alto crimine politico (il tradimento) e il più alto crimine religioso (la blasfemia).
Socrate non smette mai di essere un problema per Nietzsche. In uno dei suoi libri del 1888, Crepuscolo degli idoli, egli riafferma la sua teoria iniziale. «Socrate volle morire», scrive Nietzsche mesi prima del suo crollo. «Non fu Atene, ma lui stesso a darsi la coppa del veleno». Il Socrate nietzschiano è un decadente, e la filosofia platonica è per lui una tradizione che annulla la vita. Ma Nietzsche non firma mai le sue lettere come «l’AntiPlatone» o «L’Avvelenato». Lui è «l’Anticristo» e — come lui stesso si definisce, misteriosamente, durante le ultime ore di semi-lucidità — «Il Crocifisso».
Soffermiamoci solamente sul senso che Nietzsche dà dell’eredità di Gesù nella storia europea. La prima cosa da dire è che Nietzsche è un filologo di prim’ordine. La sua psicologia è modellata dai testi greco-romani pre-cristiani (e anti-cristiani). Questo gli impedisce di vedere il cristianesimo secondo il modello stereotipato dell’Illuminismo: come la fede più sanguinosa nella storia umana (la plus sanguinaire, come diceva Voltaire). Inoltre, questo impedisce a Nietzsche di leggere i Vangeli come un dramma oscuratamente gerarchico o patriarcale. Come i critici pagani del cristianesimo nei primi secoli della nostra era — come Celso, che derideva l’importanza delle donne nei Vangeli — Nietzsche riconosce che i Vangeli, in questo contesto, non rappresentano nulla del genere.Gesù è un «grande simbolista», scrive, e il «decadente più interessante» nella storia. Gesù è una figura di tolleranza irrazionale e amore senza limite. Ne L’Anticristo, Nietzsche ne abbozza la morte in questo modo: «Questo “lieto messaggero” morì come visse […] La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, […] il suo contegno sulla croce. Egli non resiste. […] E prega, soffre, ama con loro, in coloro che gli fanno del male». L’amore senza limite è decadente — «contro la vita» — e il cristianesimo è, per Nietzsche, una «negazione della volontà di vita trasformata in religione». Tuttavia, quando Nietzsche vede per la prima volta questo amore nelle ultime ore di Gesù, quest’ultimo diviene puro — divino, addirittura. «Questi in verità è stato un uomo divino», ci dice nell’Anticristo (attraverso le labbra di un criminale morente). Sfortunatamente, il Vangelo di Nietzsche muore con Gesù. I Vangeli canonici sono una cosa completamente diversa dalle «buone novelle» di Gesù — sebbene anche loro siano il non plus ultra della decadenza. Ciò a cui i Vangeli «ci introducono», scrive Nietzsche, è «un mondo che sembra uscito da un romanzo russo, in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e un’“infantile” idiozia paiono essersi dati convegno». Il «romanzo russo» evocato qui è senza dubbio uno di quelli di Fëdor Dostoevskij, dal momento che Nietzsche s’imbatté in uno dei romanzi di Dostoevskij a Nizza nel 1887 (mentre scriverà L’Anticristo nel 1888). Affascinato dal suo contemporaneo ortodosso, Nietzsche lesse di tutta furia diversi romanzi di Dostoevskij, definendo Umiliati e offesi «uno dei libri più umani mai scritti» (un gran complimento, quello che viene dall’autore di Umano, troppo umano). Ma Nietzsche intuì che la mentalità cristiana di Dostoevskij si sarebbe presto scontrata con quello che chiamava il suo «istinto più elementare». E cosa c’è nei Vangeli — quella raccolta canonica di «romanzi russi» — che Nietzsche trova di così ripugnante? Cosa c’è, più precisamente, nella politica dei Vangeli che lo terrorizza? È lui stesso che ce lo dice. «Non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica!», avverte gli europei del XIX secolo. «Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia [Herreschafts-Rechte]». Gli effetti politici del cristianesimo sono dannosi per la gerarchia, perché il cristiano «è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato — egli vive, combatte sempre per “diritti uguali”». Ciò che i Vangeli rappresentano è una fede i cui istinti più elementari portano al riconoscimento del malato, del povero, del marginale. Questa, per Nietzsche, è l’eredità del cristianesimo in Europa. «Il movimento cristiano, in quanto movimento europeo», egli scrive, «è fin da principio un moto collettivo d’ogni sorta di elementi di rifiuto e di scarto». Ciò che egli detesta di più è quello che chiama «la tendenza democratica degli istinti cristiani». Potrebbe esserci più di un buon motivo per prestare attenzione a uno dei nemici più risoluti del cristianesimo, così come per «transvalutare» il cristianesimo europeo per il XXI secolo. Nietzsche «il filologo» è certo che il primo cristianesimo «non era “nazionale”, non era condizionato dalla razza [nicht rassebedingt]». Al contrario, egli trova di che ridere del fatto che il cristianesimo «si volgeva a ogni specie di diseredati della vita». Quella tendenza propria del XXI secolo a denunciare l’eredità cristiana — e l’eredità platonico-cristiana — come gerarchica, patriarcale e così via, potrebbe non riuscire a convincere in termini storici. E potrebbe indebolire ulteriormente una tradizione europea il cui istinto più elementare è — riprendendo la frase di Nietzsche — di «combattere sempre per “diritti uguali”». Se avessimo ascoltato Nietzsche più attentamente, saremmo più riluttati nell’accusare i due più grandi condannati della storia del mondo — Socrate e Gesù — di nuovi crimini.”

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Gemma n° 1885

“Ho portato due film come gemme.

Il primo è Noi siamo infinito, parla di un ragazzo che inizia le superiori e viene preso sotto l’ala protettrice di ragazzi più grandi e di come reagirà quando poi loro andranno al College. 

Il secondo è Le parole non dette, la storia di una ragazza molestata durante l’estate che quando entra al Liceo decide di non parlare: tutti pensano sia strana e la bullizzano quando in realtà lei ha solo paura di parlare di quanto le è successo e si chiude in se stessa”.

Quelli presentati da S. (classe seconda) sono due film che affrontano temi importanti, difficilmente sintetizzabili in poche parole o in un trailer. E non me la sento di trattarli qui ora. Hanno a che fare con vissuti importanti; tutti i vissuti ci condizionano, ma forse alcuni lo fanno più pesantemente di altri. Charlie, il protagonista di Noi siamo infinito, dice però ad un certo punto: Non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo decidere dove andiamo, da lì in poi… Ecco: di certo non facile, ma è l’unica via.

Pubblicato in: Etica, Società

Il suo bene

Mou ha da poco festeggiato gli 11 anni. La scorsa settimana ho dovuto portarlo due volte d’urgenza in clinica veterinaria perché faceva fatica a tenere aperti gli occhi, era debole e dolorante. Potrebbe avere un’ernia che gli causa dolore alla schiena. Si tratta di un’ipotesi. Al momento l’unica terapia è riposo assoluto per venti giorni. Mercoledì sera, appena tornato a casa, ho ordinato un recinto: consegna per l’indomani. Giovedì mattina Mou stava già meglio.

La foto qui sopra è di giovedì a pranzo: il recinto non era ancora arrivato e quindi avevo optato per una soluzione temporanea. Le librerie di Mariasole  avrebbero dovuto avere il compito di tenerlo al riparo da fughe per la casa (Mou è un cagnolino piuttosto dinamico), ma non gli impedivano di fare cucù suscitando le risate di Mariasole (e non facendo bene alla sua schiena). Poi finalmente il recinto, a cui si è abituato piuttosto in fretta.

Sabato mattina siamo dovuti andare via e l’abbiamo lasciato nel recinto in bagno (è la stanza in cui si rintana sempre quando ha paura di qualcosa o di qualche rumore, il suo posto preferito) con uno stuoino che faceva da barriera in modo che non fosse disturbato da strane ombre o giochi di luce che lo spaventassero. Siamo rientrati dopo meno di un’ora. L’abbiamo trovato sempre dentro il recinto, ma in salotto e col recinto in posizione verticale, come un criceto dentro la sua ruota.

Della serie: “Se sto male, ok, chiudetemi lì dentro. Ma se sto bene, non pensateci proprio a togliermi la libertà!”. Faglielo capire che è per il suo bene…

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Come state?

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Inizio tutte le lezioni con una domanda: “Come state?”. Non è una domanda a caso, è realmente interessata, tanto che talvolta porta a risposte che determinano la lezione di quel giorno. In questo periodo di presenze in classe e presenze online, quella domanda la rivolgo solo a chi è in classe perché non sia mai che venga intesa come indagine sulla condizione sanitaria. Eppure è proprio a chi è a casa che mi piacerebbe chiedere “come stai, come la stai vivendo, possiamo fare qualcosa per te, c’è qualcosa che ti preoccupa o sei serena?”. Anche se quella domanda non la faccio, c’è. C’è e non posso fare a meno di averla nel cuore perché è figlia dell’I care di don Milani, è figlia dell’interesse per ciascuna e ciascuno di voi, è figlia del senso che do all’educare, è figlia del senso civico, è figlia di una visione di comunità. E allora ho deciso che dalla prossima lezione quella domanda la ripropongo, come sempre aperta a tutte/i, in generale, e come sempre, liberamente, risponderete o meno.

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Gemma n° 1834

Un video dei Jamiroquai di fine anni ‘90 è stato al centro della gemma di S. (classe prima). “Virtual Insanity parla di una band che vive in una società dove gli umani vivono sotto terra e non hanno rapporti con le altre persone. Ciò impedisce loro di migliorare l’esistenza umana, propria e altrui, attraverso piccoli gesti che sottolineano i diritti del prossimo e i doveri propri”.

A commento della gemma questa volta non metto qualcosa di mio, ma un approfondimento che ho trovato su Louder.
“La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual Insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.
Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. “È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).[…] Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata”.

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Gemma n° 1813

“Ero molto indecisa sulla gemma da portare, avrei voluto portare delle foto della mia estate o degli ultimi anni con i miei amici, ma avrei sempre percepito di lasciar fuori qualcosa e quindi ho deciso di parlare di qualcosa di me di più profondo e che magari è più del mio passato che del mio presente, anche se si ripercuote pure nel presente. La canzone che mi ha portato a questa riflessione parla di accettazione sociale ed è dei Pinguini Tattici Nucleari:

Quando l’ho ascoltata la prima volta ho pensato: Oddio, ma parla di me! Da piccola ho avuto delle amiche con cui stare, ma ho sempre percepito di non poter far parte di un gruppo più grande: vedevo tante persone che riuscivano a stare sempre bene con tutti, mentre io, pur avendo questa volontà di voler star bene con le persone che incontro, non riuscivo mai a sentirmi totalmente accettata da un gruppo. Alle elementari le femmine giocavano solo con le bambole e io giocavo ai videogiochi, allora mi avvicinavo ai maschi però a loro non piaceva ciò a cui giocavo io e mi prendevano in giro perché ero suscettibile ed ero sempre la sfigatella incapace a fare qualsiasi cosa nonostante cercassi di mostrarmi forte. Ho sempre avuto molta paura dei giudizi, soprattutto alle media dove sono stata bullizzata dalle compagne di classe e, come dice la canzone, “io ingenua cadevo ma ero comunque contenta da morire (chiudevo un occhio su come mi trattavano gli altri) o da morirci (perché in fondo mi faceva male)”. Non capivo che il mare era pieno di pesci e che in futuro avrei trovato delle persone con cui stare veramente bene; a quel tempo per me al mare non si sciava, mentre vi si può sciare in altro modo. Una cosa che mi sorridere è che al cantante dicevano che sciare non faceva per lui e di andare a giocare a basket; io mi ostinavo a cercare di giocare a basket e mi dicevano di andare a sciare. Tuttora ho alcune paure di non essere accettata ma le sto affrontando: sono uscita dall’utopia che avevo da piccola di poter star bene con tutti e riesco ad adattarmi senza negare me stessa.”

Mi ha suscitato molti pensieri la gemma di A. (classe quarta). Su tutti questi pensieri sono emersi quelli legati a delle parole che, talvolta, da insegnante, mi sento in dovere di dire a qualche studente e genitore: “state valutando se questa scuola sia la scelta giusta?”. Si tratta di una domanda delicata perché può andare a toccare dei vissuti, dei pregressi, può andare a suscitare dei “te l’avevo detto” o “ecco, siete contenti?”. Insomma, può innescare delle dinamiche potenzialmente esplosive che invece hanno bisogno di venire alla luce per essere curate per il bene di quello studente. E’ una domanda che non presuppone un fallimento ma una valutazione. Che senso ha investire infinite risorse, molteplici ore di lavoro, numerosissime gocce di sudore per quella che è la strada sbagliata? Ho fatto un anno e mezzo di scienze geologiche prima di capire che non era la via giusta per me; aver cambiato mi ha regalato la felicità… Lo so che la gemma di A. parla di sentirsi o meno accettati dagli altri, ma passa inevitabilmente prima per il sentirsi o meno accettati da se stessi.

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Undicesima stazione

So che siamo nel periodo dell’Avvento, è appena iniziato. Molti cristiani, ieri, hanno acceso la prima delle quattro candele della loro corona. Eppure mi soffermo su una riflessione di più di vent’anni fa di Mario Luzi (1914-2005), scritta in occasione della Via Crucis di quell’anno per l’XI stazione, quella di Gesù inchiodato alla croce. L’ho trovata su La rivista de Il Mulino. Sono parole messe in bocca a Gesù stesso. Scrive Luzi:

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra, ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
E terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego”.

Resto convinto che i testi delle religioni siano in grado di essere occasione di riflessione per tutti, credenti e non credenti: non farei il lavoro che faccio se non ne fossi convinto. Certo saranno riflessioni dalle molteplici sfaccettature, frutto della diversità umana. Prendo questo dubbio di Gesù e lo porto nel tempo che stiamo vivendo: eccesso o difetto di umanità? “Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?”. Qual è, mi chiedo, lo sguardo che sto gettando sul mondo? Qual è l’atteggiamento che ho? Su quale fronte mi schiero? L’interrogativo del Gesù di Luzi è retorico, perché la risposta alle domande è contenuta nella prima parte: “È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. […] ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare […] Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato”. Si tratta di un Gesù che ha fatto un’immersione completa nell’umanità, anche quella più lontana, anche quella più inaspettata, anche quella inascoltata o dimenticata, quella per la quale è così difficile provare empatia, creare uno spazio d’ascolto dentro di me. Eppure, nonostante tutto questo, conserva un dubbio, quello di essere stato autoreferenziale, quello di aver assecondato una propria volontà, una propria preferenza, un proprio desiderio: “Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa”. Come faccio a comprendere, a discernere tra il gesto egoista e il gesto puramente altruistico? Lo so che nel gesto di generosità è contenuta l’autogratificazione e so che è normale. Ma quale può essere la bussola per non perdermi e non confondere la “Tua volontà”. Troppe volte, in nome di una supposta volontà superiore, si sono compiuti danni inenarrabili! Provo ancora a cercare tra le parole di Luzi una risposta e mi colpiscono queste: “La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario”. Ieri sera a cena con noi c’era una coppia di cari amici: Mariasole passava da un braccio all’altro, li guardava negli occhi, sorrideva, sprizzava gioia da ogni particella del suo corpo. Diceva con tutta se stessa e con le parole: “che bello stare insieme”. Ecco l’umano a cui dovrei cercare di somigliare ogni giorno, ecco l’umano da cercare in questo Avvento affinché il divino possa continuare a trovare albergo nella grotta di ogni cuore…Un brano di Nick Cave rifatto dalla tredicenne Nell Smith insieme ai The Flaming Lips per meditarci su (tutto Where the Viaduct Looms è un cover album pazzesco secondo me!).

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Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Etica, Gemme, musica

Gemma n° 1787

“Ho scelto di portare questo dipinto che ho concluso pochi giorni fa. L’ho voluto portare sia perché sono abbastanza soddisfatta di com’è venuto, sia per l’interpretazione personale. Guardando il cielo mi viene in mente un posto sereno, senza regole, dove puoi essere chi vuoi, soprattutto te stesso; guardando invece la città, disegnata solo con il pennello rispetto al cielo, mi viene in mente un posto dove non puoi essere te stesso perché ci sono le persone che ti giudicano”.

E’ artistica la gemma presentata da F. (classe terza). Le parole che ha detto le accompagnerei con una canzone che ho fatto ascoltare il primo giorno di scuola in tutte le classi due anni fa, che altre volte ho ripreso, ma alla quale non ho mai dedicato un post qui sul blog. Si tratta di Io sono l’altro di Niccolò Fabi (dall’album Tradizione e tradimento). Lui stesso presenta la canzone così: “Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come “io sono un altro te” o “tu sei un altro me”. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita.” Ed è la base per non giudicare. Qui sotto testo e video.

Io sono l’altro, sono quello che ti spaventa, sono quello che ti dorme nella stanza accanto
Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio, la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso
Io sono l’altro, sono l’ombra del tuo corpo, sono l’ombra del tuo mondo, quello che fa il lavoro sporco al tuo posto
Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, il marito della donna di cui ti sei innamorato, sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato, quello che dorme sui cartoni alla stazione, sono il nero sul barcone, sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni di meno
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi mi dici e poi…
Io sono il velo che copre il viso delle donne, ogni scelta o posizione che non si comprende
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta
Io sono tuo fratello, quello bello
Sono il chirurgo che ti opera domani, quello che guida mentre dormi, quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto, il donatore che aspettavi per il tuo trapianto, sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio, il direttore della banca dove hai domandato un fido, quello che è stato condannato, il Presidente del consiglio
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare facci un giro e poi mi dici, e poi mi dici, mi dici…

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Società

Allargare il cuore

Fonte Il resto del Carlino

Sabato 13 novembre sarà  la giornata della gentilezza. “Voglio che tutti voi siate coraggiosi nel praticare la ‘piccola gentilezza’, creando così un’ondata di gentilezza che un giorno investirà tutta la società giapponese”. E’ il marzo del 1963 e il rettore dell’Università di Tokyo Seiji Kaya pronuncia queste parole all’interno del discorso d’addio agli studenti il giorno della laurea. Da lì partirà il Movimento Piccola Gentilezza che porterà alla creazione di questa giornata. Una decina di giorni fa, Riccardo Maccioni scriveva così su Avvenire: “Da un po’ di tempo le panchine sono diventate uno strumento di denuncia. Vengono colorate di arcobaleno contro l’omofobia, di rosso per dire no alla violenza sulle donne e, adesso, anche di viola, a reclamizzare la gentilezza, quella vera, intesa come habitus di vita. Non il manierismo affettato o il semplice gusto delle buone maniere, ma la cultura delle relazioni, il riconoscimento che l’altro è un valore. A questo scopo nascono associazioni, assessorati, corsi universitari, studi di psicologia secondo cui essere gentili fa stare meglio. Il presupposto di una rivoluzione, che rovescia il credo nell’aggressività come strumento di persuasione, nella durezza verbale come autodifesa. In realtà è forte chi sembra debole. Lo dice benissimo il Papa nella “Fratelli tutti”: «La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Non il gusto per il quieto vivere dunque ma il coraggio di guardare oltre noi stessi, di allargare il cuore a chi ci sta davanti, consapevoli della sua e nostra fragilità. Significa cura del tempo, è tenere in mano le redini della propria vita, senza bisogno di urlare e sgomitare per dire chi siamo”.

Pubblicato in: Etica, Gemme, sport

Gemma n° 1767

“Ne ho parlato varie volte e non volevo essere ripetitivo, però effettivamente il rugby e il pallone… è qualcosa che significa molto per me. Questo l’ho preso allo stadio della Benetton Treviso ed è autografato da due giocatori. Ho scelto questo anche perché era abbastanza piccolo e lo potevo portare nello zaino, ma qualsiasi pallone è un simbolo di fratellanza: in una squadra di rugby non ci sono giocatori ma ci sono solo fratelli che ti aiutano e che devi aiutare. Fratellanza e amicizia, sia fuori che dentro il campo.”

Questa è stata la gemma sportiva di D. (classe seconda). Sono andato a ripescare quanto mi scriveva un alunno nel 2013 e che avevo già riportato sul blog, ma lo ripropongo con piacere:
“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…
Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.
Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.
La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.
Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.
Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…
Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”. Bello vero?

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura, libri e fumetti, Storia, Testimoni

Gemma n° 1755

“Ho deciso di portare il Diario di Anna Frank perché l’ho letto in terza media e sono rimasta molto colpita dal modo in cui scriveva: aveva la mia età ed ha espresso cose molto profonde e piene di significato. L’ho letto durante la quarantena e mi ha molto aiutato quand’ero triste. L’ho portato anche per un altro motivo: alcune persone dicono che quei momenti siano da dimenticare, oppure vadano tolti dalla storia o addirittura non siano mai esistiti. Penso ciò sia molto brutto e non vorrei proprio che potesse accadere di nuovo il verificarsi di tali eventi. Ricordare questa ragazza che ha passato due anni in un rifugio senza poter uscire e soltanto guardando il cielo da uno spiraglio della sua finestra penso sia importante. Il libro mi è piaciuto molto e mi ha colpito profondamente”.

I. (classe seconda) ha illustrato così la sua gemma. Mi piace stendere qui uno dei passaggi secondo me più belli e “difficili” da mettere in pratica: “Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità”.