Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 2010

“Io ho portato Lilly, il mio peluche. Ce l’ho da quando avevo pochi mesi e per me è molto importante perché, essendo timida, non parlavo tanto con gli altri e parlavo con lei. La portavo ovunque: se si vedono le foto della mia infanzia si nota che la portavo al mare, alle giostre, dappertutto. La tengo ancora proprio per la sua importanza: era sempre con me e quando ero triste lei mi faceva stare meglio”.

Mariasole non ha un peluche preferito come A. (classe prima) e come aveva mio nipote (suo papà è tornato a recuperarlo in un rifugio di montagna, pena il mancato addormentamento serale) o come avevo io (lo conservo ancora il mio orsacchiotto di improbabile colore rosso vivo). Però ci parla spesso con Teddy, Luna, Carlotta, Camilla ecc ecc. Prepara loro la pappa, li porta in giro in carrozzina, canta loro la ninna nanna. Un mondo tutto suo in cui è lei a decidere i vari ruoli che ciascuno deve ricoprire e dove è lei a decidere le regole. Chissà che non possa essere, quello dell’infanzia, un mondo che funziona meglio? O forse no? Un giorno proverò a sottopormi a questo esperimento…

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Gemma n° 2002

“Dopo averci molto pensato, ho deciso di portare questo paio di scarpe, l’ultimo che ho avuto prima di lasciare il calcio, uno sport che mi ha accompagnato sin da piccola. Mio nonno mi portava a vedere le partite della squadra comunale di cui lui era molto fiero perché militava nella serie A femminile. Giocare a calcio era un mio sogno e dopo qualche anno sono riuscita a coronarlo. Nonostante io non fossi capace mi sono divertita molto e l’ultimo anno sono riuscita a trovare il mio ruolo. Poi ho dovuto lasciare, sia perché non riuscivo con la scuola, sia perché ero l’unico portiere per due squadre e da una parte ero la piccolina, dall’altra mi vedevano come una “traditrice” che andava a giocare con la under 15. Sono comunque stati 3 anni molto belli”.

Penso che il ruolo di C. (classe prima), quello del portiere, sia forse uno dei più solitari all’interno di uno sport di squadra, simile al libero della pallavolo. Eppure non sussiste senza la squadra, perde di senso. E puoi essere forte quanto vuoi, ma senza la squadra non vai da nessuna parte, soprattutto se sulla tua strada ne trovi una. Il fondatore del social network Linkedin, Reid Hoffman, ha detto Non importa quanto sia brillante la tua mente o strategia, se stai giocando una partita da solo e sei contro una squadra, perderai sempre.

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Gemma n° 2000

“La gemma che ho deciso di portare è mia nonna, una delle persone più importanti della mia vita perché fin da piccola ha passato tantissimo tempo con  me. I miei lavoravano molte ore al giorno e se non ci fosse stata lei non avrei avuto qualcuno con cui stare. Ogni giorno dopo scuola andavo da lei a pranzo e mi ha insegnato tante cose: a colorare, a giocare a carte, a scrivere. Sono molto grata per questo”.

Per commentare la gemma di E. (classe seconda), l’ennesima dedicata quest’anno a una nonna o a un nonno, recupero una vecchia e strana canzone degli ormai sciolti PGR (Per grazia ricevuta) con la particolare voce di Giovanni Lindo Ferretti. Si intitola I miei nonni. Il ritornello: 
Rendo onore a chi mi ha preceduto tra mille errori e abominevoli credenze mi ha fatto vivo, sopravvivere, crescere
Il mondo è complesso, incantevole, difficile
Rendo onore a chi mi ha voluto, mille e mille errori, abominevoli presenze, io sono vivo, sopravvissuto, cresciuto.

Pubblicato in: Gemme, libri e fumetti

Gemma n° 1986

“Questo libro mi è stato regalato quando avevo due anni e mezzo da mia sorella nata in quel momento e mia mamma mi ha detto che me l’aveva portato lei nascendo (ovviamente l’aveva preso mamma). Per me è molto importante: come si vede è molto rovinato perché l’ho letto tante volte da piccola e l’ho anche colorato insieme a mia sorella. Glielo leggevo quando, alle elementari, ho imparato a leggere; è il primo ricordo che condivido con mia sorella e abbiamo un bel rapporto”.

Questa la gemma di V. (classe terza). Che belli questi oggetti usati, rabberciati, consunti dal tempo, sdruciti, segnati dal passare dei giorni e delle mani: mi sono sempre affezionato più a loro che a quelli, magari più economicamente preziosi, ma che non si potevano, proprio per il loro valore, toccare. E quindi restavano lì, spettatori delle nostre vite, senza esserne i protagonisti insieme a noi.

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1985

“Questa foto mi ricorda due cose. La prima non si vede bene, ma intorno al collo ho un cartellino, quello delle gite delle elementari e questa è la prima gita: è stato per me un bel periodo. La seconda cosa è che qui sono a casa dei miei nonni: la nonna ora non c’è più ed ero molto legata a lei”.

Resto stupito da quante gemme tocchino l’infanzia, come questa di M. (classe prima). Personalmente non ho molti ricordi di quand’ero piccolo, faccio fatica a recuperare dalla memoria degli episodi e a distinguere realtà e fantasia. Allora mi affido a quanto scrive lo psicoanalista James Hillman: “La nostra vita non è determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1984

“Ho portato un pupazzetto per me molto importante perché è di quand’ero piccolissima, all’asilo e parte delle elementari. Ogni volta che dovevo fare un viaggio o qualcosa di importante i miei me lo portavano e serviva anche ad avere fortuna. Quando lo vedo penso a qualcosa di felice”.

Questa la gemma di C. (classe prima). Scrive Ted Menton: “Un vecchio orsacchiotto porta con sé una vita di conoscenza ed esperienza, la saggezza del silenzio e l’immobilità nei momenti di grande agitazione. Avere pazienza e saper soffrire – cose che si apprendono quando si appartiene ad un bambino che sta diventando maggiorenne e che sta affrontando lo smarrimento di questo periodo – è ciò che esso sa fare meglio: il vecchio orsacchiotto ha visto la vita attraverso il cuore e gli occhi di un bambino cresciuto fino all’età adulta e forse ha persino accompagnato quell’adulto fino alla fine del percorso.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1975

“Ho portato il mio primo cellulare ricevuto in prima media. L’ho avuto per un anno, quindi un periodo di tempo non molto lungo. Delimita un periodo preciso della mia vita per cui vi sono legati i ricordi della prima media. Rappresenta un passaggio da una fase all’altra della mia vita: un telefono mio personale è stato il mezzo per conoscere meglio il mondo circostante ancora con occhi da bambino. Continuo a scoprire nuove cose anche oggi, ma non con quel punto di vista”.

Questa la gemma di L. (classe terza). Chesterton diceva che La cosa meravigliosa dell’infanzia è che tutto è in essa una meraviglia. Lo sforzo di prolungare quella meraviglia è di Oscar Wilde: Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.

Pubblicato in: Gemme

Gemma n° 1961

“Ho deciso di portare un oggetto che mi è davvero caro, il mio peluche Flaffy. Me l’ha regalato mio papà quando avevo tre anni circa e ci dormo ancora insieme ogni notte. Mi confido su tutto con lui, come se fosse il migliore amico: ammetto che è imbarazzante a 14 anni, ma non mi interessa molto di quello che pensano gli altri, anche perché Flaffy mi ha aiutato tanto nei momenti bui, ci ho versato un sacco di lacrime”.

Mi ha fatto tenerezza la gemma di M. (classe prima) forse perché conservo ancora vari “Flaffy” che mi hanno accompagnato nei momenti grigi della mia vita.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, Società

Gemma n° 1952

“Inizialmente avrei dovuto portare un’altra cosa, poi in questi giorni ho deciso di cambiare. Mercoledì scorso io e la mia famiglia ci siamo svegliati con una notizia che mai avremmo pensato di ricevere. Mia cugina doveva essere operata al cuore, ma l’intervento era andato male perciò avrebbero dovuto trapiantargli un altro cuore e se non lo trovavano entro 5 giorni le avrebbero staccato le macchine. Alla fine ce l’ha fatta. Quei giorni di attesa sono stati struggenti e non passavano più, volevamo solo che finissero. Credo in quei giorni di avere realmente capito quanto il tempo sia importante, e che non vada sprecato. Penso che una persona riesca a capire il valore della vita solo provando certi dolori. Tante volte, anche se non sembra, diamo per scontate tante cose, è difficile pensare che una persona un giorno c’è e il giorno dopo potrebbe non esserci più. Spesso ci perdiamo in cose che non hanno un senso quando in realtà i veri problemi sono altri. Quello che voglio dire è che è inutile sprecare il tempo dietro a  sciocchezze e dovremmo vivere con più felicità, spesso prendendo esempio dai bambini che riescono ad essere felici con le piccole cose. Per questo ho deciso di portare un disegno fatto dal figlio di mia cugina qualche giorno fa; mentre disegnava continuava a chiedere di sua mamma non sapendo che non la potrà vedere per un po’, ed è comunque riuscito ad essere felice in quel momento semplicemente disegnando. In più vorrei aggiungere che non riesco a capire perché alcune persone preferiscono investire su una guerra, come nell’attuale caso, che potrebbe essere evitata, invece di trovare cure per le malattie, stanno distruggendo intere famiglie, ma soprattutto il futuro dei bambini e dei ragazzi.”

Mi soffermo sull’attenzione che S. (classe terza) ha posto sul disegno del figlio di sua cugina e sul collegamento che ha fatto alla fine della sua gemma con l’attuale situazione. Anni fa mi è stato regalato un volume fotografico sull’attività nel mondo di Emergency: fotografie, numeri, frasi. Sfogliandolo in questi giorni ne ho sottolineate tante, ne riporto una dello storico greco Erodoto: “Nessuno è tanto privo di senno da preferire la guerra alla pace: ché in questa i figli seppelliscono i genitori, in quella i genitori i figli”. Lo stesso avviene quando si considera la vita in generale: ce ne dovremmo andare “in ordine cronologico”, soltanto una volta raggiunta una certa età… ma sappiamo bene che così non è.

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1923

“Ho deciso di portare questa canzone perché quando ero piccola mia mamma lavorava e rimanevo coi miei famigliari o andavo all’asilo. Le maestre me la facevano sentire ogni volta che piangevo, mi faceva stare bene, essere felice e smettevo di piangere.”

Mi aspettavo Whisky il ragnetto o Il coccodrillo come fa, non Baby one more time di Britney Spears! A parte la sorpresa iniziale della gemma di S. (classe terza), penso sia un bell’esercizio quello di concentrarci su quali siano le cose/persone in grado di calmarci quando perdiamo la pazienza o di tirarci su il morale quando siamo tristi. Tra l’altro io sono una di quelle persone che quando sono giù hanno bisogno di stare un po’ lì, sul fondo, prima di tornare su: se qualcuno cerca di sollevarmi prima che io sia pronto, mi infastidisco pure!

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Gemma n° 1915

“Ho portato il dvd del film Mamma mia: ho iniziato a vederlo a 3 anni, lo guardavo anche due volte al giorno ogni giorno (infatti mia mamma non me lo fa più guardare). Quando lo guardo mi sento bene e quindi quando sono triste lo guardo o sento le canzoni contenute: nei due film ci sono quasi tutte le canzoni degli Abba”.

Dopo questa gemma di R. (classe prima) ho provato a cercare qualcosa del genere nella mia infanzia, ma non c’erano dvd e neppure vhs. La musica, ecco, quella sì, e pure favole. Vinili da 45 o 33 giri ascoltati allo sfinimento, soprattutto quelli delle favole sonore che si aprivano e chiudevano con questa sigla

A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me nel mio mondo fatato per sognar…
Non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me… Basta un po’ di fantasia e di bontà.

Finisce così, questa favola breve se ne va
Il disco fa click
E, vedrete, fra un po’ si fermerà, ma aspettate, e un altro ne avrete
“C’era una volta” il Cantafiabe dirà e un’altra favola comincerà.

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Gemma n° 1901

“Ho deciso di portare il primo vestitino che ho indossato quando sono nata: mi dicono che mi stesse persino grande. Pensare che ora ho 15 anni mi fa provare un po’ di nostalgia e ogni tanto vorrei tornare piccola ed essere coccolata com’era a quel tempo; ancora sono coccolata, però ugualmente vorrei tornare a quand’ero piccolina”.

Penso che abbia ragione A. (classe prima): non è la stessa cosa. Quando coccolo Mariasole le vedo fare una cosa di cui penso siano capaci solo i bambini così piccoli: si abbandona, si affida, è totalmente persa in quella coccola, senza altri pensieri. Se la gode, se la prende tutta quella coccola. Penso che crescendo perdiamo questa capacità, ci viene meno l’abilità di cogliere il 100% di quello che viviamo. Molti li chiamano filtri: a volte sono utili, a volte no.

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Gemma n° 1898

“Ho portato Yoghi, il mio peluche da quando ero piccola, tutti i ricordi sono legati a lui. Si chiama così perché secondo i miei genitori assomiglia all’orso di Yoghi e Bubu, secondo me no. Ieri ho chiesto a mia madre da dove arrivasse perché non ricordavo e mi ha detto che mi è stato regalato da lei perché a un anno e mezzo sono andata a fare una prova per un gioco della Trudi e me l’hanno dato. E’ un bel ricordo della mia infanzia”.

Sì, neppure a me il peluche di V. (classe quarta) assomiglia a Yoghi. La poetessa australiana Pam Brown scrive: “L’orsacchiotto di peluche è l’ultimo dei giocattoli da cui ci si separa. E’ tutto ciò che rimane di questo nostro mondo infantile dove c’erano soluzioni a tutto. E’ un amico che non ci trova difetti, che non ci dà la colpa, che ci attende ancora sulla vecchia sedia.”

PS: la gemma 1897 è in attesa della foto 😉

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Gemma n° 1888

“Questa è una coperta, la coperta che mia mamma aveva all’asilo e c’è il suo simboletto, la mela. Quand’ero piccola questa coperta ce l’avevo sempre per dormire e me la metteva sempre la mamma. Prima di addormentarmi avevamo una tradizione: acqua, coccole, bacino, abbraccino. Penso si spieghi da sola. Recentemente ho avuto delle difficoltà ad addormentarmi, ho proprio passato delle notti in bianco, fino a quando un giorno ho chiamato mia mamma. Ha preso la coperta, me l’ha messa sopra, mi ha dato un bicchiere d’acqua ed è rimasta lì con me fino a quando mi sono addormentata. Questa coperta è proprio ciò che mi ricorda che la mamma c’è sempre, anche se io cresco e ho 16 anni e non più tre”.

Toccante e commovente la gemma di C. (classe terza), anche perché il primo pensiero è andato a uno dei libri preferiti di Mariasole. Si intitola Io ci sarò e ho trovato un video di 2 minuti che lo racconta e lo mostra. Una risposta alla domanda: “Ti prenderai cura di me anche adesso che sono cresciuto?”

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Gemma n° 1880

“Io e la mia migliore amica da piccole ascoltavamo sempre Vasco Rossi e soprattutto Vita spericolata, poi nel nostro paese c’era un bar che si chiamava Roxy Bar e noi pensavamo che il bar fosse proprio quello ed eravamo tutte contente”.

E. (classe prima) ha così presentato la sua gemma. Mi hanno fatto sorridere quelle ultime parole sul Roxy Bar: il mondo a cui abbiamo accesso da bambini è tutto il mondo, e ci basta, ed è bellissimo.

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Gemma n° 1878

“Ho portato questo oggetto, ma non sono legato all’oggetto in sé bensì al luogo da cui proviene, la camera della casa di mia nonna. Una settimana fa la nonna ha venduto casa, io sono andata a trovarla ed è stata molto dura uscire dalla casa perché sapevo che non ci sarei mai più ritornata. Da piccola, dai tre anni fino alla fine delle elementari, ogni pomeriggio andavo dalla nonna a giocare. Quindi quella casa rappresenta la mia infanzia e questo oggetto è il ricordo fisico di tutto quello vissuto là”.

Il regista Ferzan Ozpetek ha detto una cosa che mi sembra commentare bene la gemma di L. (classe quinta): “Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa.”

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Gemma n° 1877

“Questi sono due peluche di quando ero piccola a cui sono veramente molto legata. Io sono nata in Puglia, i miei genitori sono pugliesi e mio padre è militare. Quando lui non c’era perché era in missione andavamo in Puglia altrimenti restavamo qui. Io ho iniziato l’asilo là e siamo andati a fare una gita allo zoo dove ho visto lo spettacolo dei delfini e abbiamo preso il primo peluche, Schizzino. Ci ho sempre dormito, anche all’asilo, infatti dietro c’è il mio nome. L’altro me l’ha portato il papà dopo una missione e si chiama Bussi semplicemente perché c’è scritto sopra e io non avevo immaginazione. Da piccola mi divertivo a leggere loro le storie come mia mamma leggeva a me”.

Questa la gemma di E. (classe prima). Hanno dormito con noi, ci hanno accompagnato nelle prime esplorazioni, ci siamo tenuti per mano (pinna, zampa, fate voi), ci hanno dato un abbraccio nelle notti paurose, hanno ascoltato i nostri sfoghi, si sono fatti mettere nei passeggini e sulle sediole. I peluche dell’infanzia sono parte di noi, c’è poco da dire.

Pubblicato in: Gemme, opinioni, sfoghi, Società

Gemma n° 1876

Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli.
“Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando.
Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde.
Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige.
Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere.
Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia.
Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.

Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”.
Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.

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Gemma n° 1833

“Ho deciso di portare questo pupazzo, il primo regalo che mi ha fatto mio padre quando ero in carozzina. Da piccola gli avevo dato il nome Tito: nel film Disney si chiamerebbe Tippete, ma non parlando bene è diventato Tito. Ora lo uso un po’ come portafortuna e quando lo vedo penso sempre a mio padre e alla mia infanzia”. 

Ha portato in classe un peluche V. (classe prima). A 47 anni suonati conservo ancora dei pupazzi della mia infanzia, così come il ricordo di un’automobile telecomandata (anzi, filocomandata, le dovevo stare dietro a un metro di distanza) dei carabinieri arrivata per una Santa Lucia di non so che anno, penso prima o seconda elementare. Due gemme in sequenza che parlano di infanzia e ricordi: colpisce come certi oggetti siano in grado di parlarci ancora e di farci emozionare.

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Gemma n° 1832

“La mia gemma è questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica più o meno quando avevo otto anni: ci eravamo conosciute al mare, lei era di Padova e ci vedevamo solo d’estate. Un anno mi disse che non sarebbe più tornata l’anno successivo e che quindi non ci saremmo potute rivedere. Così ci siamo scambiate i braccialetti per ricordarci reciprocamente”. 

Questa la gemma di M. (classe prima), che poi alla mia domanda se sia ancora in contatto con questa amica ha risposto che si sono perse. Mi ha fatto fare un salto alla mia infanzia e sono emersi dal passato volti sfumati di amicizie veloci che hanno comunque lasciato un segno, visto che a distanza di tanti anni sono ancora presenti nella memoria. Bello!