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Gemma n° 1803

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“Da gennaio sono diventata zia e come gemma ho portato un po’ di foto della mia nipotina. Da piccola avrei sempre voluto avere una sorellina, invece ho avuto due fratelli parecchio più grandi di me e non ho cugini o cugine della mia età di età inferiore. Adesso è come se fosse arrivata… Penso che si creerà un bel rapporto: spesso con me si calma e si rilassa quando la tengo in braccio. Devo anche confessare che all’inizio ero un po’ gelosa perché sono sempre stata molto attaccata a mio fratello e lei ha un po’ preso il mio posto”.

Ecco la gemma di S. (classe quinta). Penso che Vincent Van Gogh abbia ben espresso la beatitudine dell’infanzia e il senso di incommensurabile che da lì si sprigiona: “Io penso di vedere qualcosa di più profondo, più infinito, più eterno dell’oceano nell’espressione degli occhi di un bambino piccolo quando si sveglia alla mattina e mormora o ride perché vede il sole splendere sulla sua culla”.

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

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Gemma n° 1766

“Volevo parlare di mia zia, venuta a mancare tre settimane fa. Ero molto legato a mia zia, anzi mia prozia in quanto era la sorella del nonno: ha avuto un tumore ed è successo quel che è successo. Un rapporto molto profondo ci univa: da piccolo passavo molto tempo con i nonni perché i miei lavoravano e mia zia abitava a Venezia ma quando ci veniva a trovare era sempre una grande festa. Stare con lei e passare del tempo con lei era bello e mi manca tanto. Mi ha trasmesso una grande passione, quella per la montagna e mi ha regalato uno dei miei primi libri. Avevo pochi mesi e lei mi ha dato questo libro sulle Dolomiti: da piccolo lo sfogliavo spesso guardando le foto e poi ho iniziato a leggerlo. Il libro racchiude anche la passione che lei aveva per la lettura e anche quella mi è stata trasmessa in gran parte da lei perché mi piace tantissimo leggere. Durante le vacanze estive lei e i nonni passavano uno o due mesi in montagna in Austria o in Alto Adige. Io spesso facevo una, due o anche tre settimane con loro: era bello, ero felice con lei. Ecco, volevo parlare di questo perché non voglio dimenticare quello che ho passato con lei in questi anni”.

Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi ha fatto fare un tuffo nel passato, gliel’ho detto anche in classe. Il ricordo è andato ad una mia prozia, con la quale ho passato numerose sere della mia infanzia, quando i miei, per vari impegni uscivano e mi lasciavano alla sua custodia (non sempre vigile: erano più le volte che si addormentava che quelle in cui restava sveglia). Quando ero al liceo e lei era ormai ammalata le avevo dedicato delle parole che oggi sono andato a rispolverare:
“Occhi chiusi dalla pesantezza degli anni, mani tremanti che non appena toccano le mie trovano pace e si calmano, grande dolore nel cuore che trova sollievo solo nel sonno, un sonno profondo e rumoroso. Non lasciarti andare, zia: ricordi? Ero piccolo e con te salivo e scendevo le scale della scuola, giocavo a carte e ti imbrogliavo: non sapevi giocare, ma per te il mio divertimento era più importante. Mi portavi a messa con te la domenica nel quinto banco a destra. Scherzavi con me: ti lasciavi suonare quel curioso neo che hai ancora sulla fronte raggrinzita. La sera venivi a farmi compagnia quando ero a casa da solo e se ero malato, volevi starmi vicino. Mi chiamavi a casa tua per riempirmi le mani di caramelle, e a Natale e Pasqua, sotto il piatto, ci mettevi sempre le tue 20.000 lire in quella anonima busta bianca. Grazie di tutto, zia: ma non lasciarti andare, perché ti voglio bene”. Hai ragione R.! Mantenere le persone nei ricordi, parlare di loro, scrivere di loro fa sì che non siano dimenticate.

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Gemma n° 1754

“Ciò di cui ho deciso di parlarvi oggi è un oggetto legato ad una frase che per me ha un valore inestimabile e che ritengo il simbolo della mia infanzia. Ma prima di tutto faccio un passo indietro e vi racconto un po’: come ben saprete (o comunque penso l’abbiate già intuito), le mie origini non sono friulane, bensì pugliesi. All’età di 5 anni circa, per svariati motivi, mi sono trasferito qui in Friuli.
La lontananza per me è sempre stata un tasto dolente, poiché nonostante la fortuna di essermi ambientato velocemente e di aver preso i ritmi di vita, che ahimè sono completamente diversi, anche le più piccole e banali azioni quotidiane mi riportavano a pensare a questo aspetto. Ad esempio, una cosa che mi faceva stare “male” era pensare ai miei ex compagni di classe che uscivano da scuola e correvano dai nonni a lasciare la cartella per prendere la bici e tornare a casa: quanto mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa. Oppure, la classica uscita della domenica pomeriggio nella quale i miei amici mi dicevano che la loro nonna aveva preparato ottime pietanze ecc. e sappiamo tutti che i pranzi della nonna sono sempre i migliori…
Dunque, si trattava di piccolezze senza le quali si può tranquillamente sopravvivere, ma che nonostante tutto mi facevano riflettere e mi hanno portato a vivere un’infanzia relativamente diversa dai miei coetanei.
Ma tornando all’oggetto… si tratta di una classica catenina d’oro che si porta al polso e che solitamente, come nel mio caso, i nonni regalano ai propri nipoti al battesimo. Per me ha un valore inestimabile, perché ogni volta che sono nostalgico mi aiuta a riflettere ed a farmi sentire meglio, ma soprattutto perché quando mi è stata regalata era accompagnata da una frase che è diventata una sorta di motivazione a non preoccuparmi della presenza delle persone care, perché anche se non fisicamente, ci sono sempre. E la frase è: «non importa quanto lontani si è, ma quanto ci si vuole bene nonostante tutto».”

Ecco qui la gemma di L. (classe terza), una di quelle che chiamo gemme di risonanza perché fanno risuonare in me delle corde profonde che collegano per direttissima cuore e cervello. Non distante da qui, vicino a Trieste, e più precisamente a Duino, c’è un bel sentiero sopra le falesie che si ergono dall’Adriatico ed è dedicato al poeta praghese Rainer Maria Rilke. Merita una capatina proprio tra poco, quando si coprirà dei caldi colori autunnali. Perché lo cito a proposito della gemma di L.? Perché queste parole di Rilke la commentano bene: “Una volta accettata la consapevolezza che anche fra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una meravigliosa vita, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l’altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo.”

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4. Proteggi i bambini e gli anziani

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quarto è esplicato da Francesca Balocco, docente di teologia sistematica a Forlì, appartenente alla Congregazione delle suore Dorotee. Lo si può trovare a questo link.

“Ricordo un proverbio: il vino buono sta nella botte piccola. Un proverbio usato, a volte, non per esaltare il vino ma per giustificare la piccolezza, come se non fosse abbastanza degna di essere vissuta o abbastanza bella per essere guardata e avessimo bisogno di riempirla con qualcosa di molto buono, per superare il disagio che il piccolo porta in sé. Dovrebbe essere naturale custodire il bambino, così come naturale dovrebbe essere la premura nei confronti dell’anziano, fasi della vita che sono la manifestazione di ciò che è piccolo, precario, debole, vulnerabile…, ma forse non è più così naturale se abbiamo bisogno di un «comandamento» per tutelare l’essere umano nel suo affacciarsi alla vita e nel suo congedarsi da essa. L’inizio e la fine della vita sono l’esposizione, senza filtri, dell’estrema debolezza che caratterizza la nostra umanità. Si nasce e si muore nel segno della fragilità del limite, in quegli istanti indisponibili della nostra vita che ne delimitano il corso nel tempo. Ecco perché i bambini così come gli anziani mettono alla prova la nostra com-passione, la nostra capacità di accogliere ed entrare in un mondo che lascia con forza emergere i bisogni. Il piccolo – di qualunque età – chiede e ci interpella ponendoci davanti al dramma di una decisione: rispondere o ignorare la sua voce. I piccoli dicono, a noi e a loro stessi, la loro esistenza attraverso la fame, la sete, il pianto… restando poi in attesa di qualcuno capace di rispondere a questo grido che in alcuni casi tradisce l’aridità degli affetti.
La custodia dell’indisponibile passa anche dalla capacità di cura di ciò che è piccolo in noi nella nostra vita, in ciò che appartiene alla nostra storia, in ciò che ha una prospettiva di crescita o in ciò che a poco a poco stiamo perdendo. Ma la custodia nei confronti di coloro che necessitano di tutela non può essere semplicemente imposta: è necessario riscoprire la possibilità di chinarci sul loro mondo e guardare la realtà dal loro punto di vista, liberandoci dall’inganno che ci porta a credere che il limite non appartenga alla nostra esperienza di pienezza di umanità. L’infanzia negata o la tarda età denigrata esprimono la violenza che si genera dall’incapacità di riconoscere la dignità del limite e della debolezza. Custodire l’indisponibile significa proteggere la vulnerabilità tanto del bambino quanto dell’anziano,  riappropriarci della possibilità di essere traccia luminosa capace di custodire affettuosamente ed efficacemente la fragilità degli estremi della vita umana.” 

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Lui chiamare me fratello

“laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello…”
Utilizzo Twitter in maniera poco social: praticamente non ho interazioni. Ogni tanto pubblico qualcosa, la maggior parte delle volte lo uso come strumento di scoperta. Come in questo caso… Grazie a un articolo di Maria Elena Murdaca su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ho scoperto il libro Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin, la storia di due orfani russi che si ritrovano coinvolti nelle tragiche vicende del 1944 conseguenti alla deportazione forzata dei ceceni ad opera di Stalin.

“… è un romanzo di recupero della memoria, ambientato all’epoca di una delle pagine più nere della storia dell’Unione Sovietica: le deportazioni staliniane durante la Seconda guerra mondiale. Gli spostamenti obbligati di intere popolazioni, ancora oggi, rimangono un evento poco conosciuto dal grande pubblico. L’opera, ricca di spunti autobiografici, racconta l’esodo di massa dal punto di vista di una categoria particolare di deportati: i russi. Le varie etnie caucasiche tramandano l’epopea di generazione in generazione, alimentandone il ricordo: ogni nazionalità ha il proprio giorno della memoria (il 23 febbraio per i ceceni, l’8 marzo per i balkari).
Diversamente, il trasferimento forzato, o quantomeno fortemente incentivato, dei russi non è rimasto impresso nella memoria nazionale collettiva, né gode della considerazione di tragedia. Ciò non cambia il fatto che lo fu. A essere trasferiti nel Caucaso, per modificarne la composizione etnica, dopo lo sradicamento delle popolazioni autoctone, furono gli indifesi. Sfilano, nella narrazione, orfani, vedove, mutilati, invalidi, persone sole, ognuna di loro con una storia di miseria e solitudine, come l’educatrice Regina Petrovna:
“Le mogli degli aviatori rientrati a casa dovevano andare dalle famiglie di quelli che non erano tornati. Era la regola. La cosa più terribile era entrare in una casa, dove ancora non sapevano niente, e far finta di esserci capitate per caso. […] E le mogli degli altri piloti vennero da me […] I tedeschi si avvicinavano: il nostro villaggio di aviatori fu trasferito. Non avevo nessun motivo per seguire gli altri. Ero vedova e per di più con la responsabilità dei due piccoli… Sono andata all’orfanotrofio, dove i miei bambini sarebbero stati insieme a quelli degli altri, e io me la sarei cavata più facilmente. Si faceva la fame! Poi ho deciso di venire quaggiù… pensando che sarebbe stato un po’ più semplice”
O, ancora, Demjan, un altro diseredato:
“Si ricordava del giorno in cui, ricoverato in un ospedale militare nei dintorni di Bijsk, una città della regione dell’Altaj, era andato al fiume con l’intenzione di annegarsi: aveva ricevuto una lettera dove gli comunicavano che sua moglie e i suoi figli erano stati bruciati vivi dai nazisti nella loro isba… E lui era storpio e ormai non serviva più a nessuno […] Ad un tratto la dottoressa disse che nel Caucaso c’erano terre fertili e disabitate. Aspettavano gente che le lavorasse. Perché non provare!…”
Attraverso le rocambolesche avventure dei gemelli Saška e Kol’ka Kuz’min, due scavezzacollo russi spediti in Caucaso alla colonia, Pristavkin rielabora e ripropone la propria esperienza.
“Naturalmente i Kuz’min non sapevano che gli organi regionali avevano avuto la bella idea di decongestionare gli orfanotrofi dei dintorni di Mosca – nella primavera del ’44 ce n’era un centinaio sparso per la regione. A questi ragazzi andavano aggiunti i besprizornye, che vivevano alla bell’e meglio dove capitava.”
I Kuz’min, Saška e Kol’ka, pur essendo identici, indistinguibili e inseparabili, non conoscono il significato del termine “famiglia”, che a loro risulta sempre ostile. In compenso, tutto il loro notevole ingegno è teso al procacciamento di generi alimentari allo scopo di non morire di inedia, tanto a Tomilino, nei dintorni di Mosca, quanto nel fertile e ricco Caucaso. Per questo motivo le loro trovate e la loro inventiva non suscitano il riso: la morte per fame incombe ad ogni momento su di loro, e per il lettore è impossibile dimenticarsene.
Con l’intento di recuperare un tassello, Pristavkin sottolinea vigorosamente come la sofferenza e le prevaricazioni subite da russi e ceceni siano parallele e di eguale intensità. Il “gemellaggio” fra russi e ceceni, entrambi vittime del medesimo tiranno, è incarnato dal personaggio di Alchuzur, giovane ceceno, orfano a causa dei soldati russi, che subentra a Saška, a sua volta vittima della crudele rappresaglia cecena, fino ad assumerne la funzione di “gemello” e persino il nome, al fianco del superstite Kol’ka.
“Nel nostro dormitorio c’erano anche due fratelli, i Kuz’min, che noi chiamavamo i gemelli Kuz’min. E benchè non si somigliassero affatto: uno era un vero russo, biondo col naso all’insù, l’altro era scuro e aveva i capelli neri, corti, gli occhi neri e spiccicava soltanto qualche parola in russo… ma i gemelli Kuz’min affermavano, anche se nessuno glielo chiedeva, di essere fratelli di sangue!”
Lo struggente sodalizio fra Kol’ka e Alchuzur-Saška, in uno scenario desolato e dolente, è il mezzo che assicura a entrambi la sopravvivenza, in una realtà di guerra, in cui essere bambini e innocenti non offre alcuna garanzia, e russi e ceceni possono essere egualmente crudeli.
“- Giù! – gridò forte l’uomo. O sparo!
Puntò nuovamente il fucile su Kol’ka e Kol’ka si distese a faccia in giù. Rimase immobile e sentiva urlare l’uomo e Alchuzur. Ma Alchuzur gridava forte nella sua lingua e l’uomo rispondeva in russo, sicuramente perché voleva che anche Kol’ka sentisse. Perché gli fosse chiaro che adesso l’avrebbe ucciso. […]- Ma tochna cumna!- gridava Alchuzur. -Non ucciderlo! Lui salvato me da soldati… Lui chiamare me fratello…”

Scene oniriche e di fantasia intridono tutta la narrazione, che ha un tono malinconico e nostalgico: mentre la nostalgia del ceceno Alchuzur ha per oggetto la famiglia e il villaggio, distrutti dalla guerra, quella di Saška e Kol’ka è universale, per una condizione umana da paradiso perduto in cui tutti gli uomini sono fratelli:
“- Ho fatto amicizia con Alchuzur – avrebbe detto Kol’ka.- Anche lui è nostro fratello!
– Penso che tutti gli uomini siano fratelli – avrebbe risposto Saška, e loro sarebbero andati lontano lontano, laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello”

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Gemme n° 479

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Ho portato alcune foto della mia infanzia insieme alla mia famiglia. Ce ne sono molte con mio fratello: mi ha sempre accompagnato nei momenti della vita, e anche se a volte siamo come cane e gatto, devo ammettere che tutte le esperienze sono state condivise con lui. Anche quella con i miei è una relazione importante, mi hanno sempre sostenuta e mi sosterranno anche in futuro quando magari sarò lontana da loro per motivi di studio”. Questa è stata la gemma di E. (classe quarta).
Buona parte di frasi e aforismi presenti in rete sull’infanzia risultano essere o nostalgici o paurosi, a seconda del vissuto degli autori. Ne ho però trovato uno di Alden Albert Nowlan proiettato sul futuro: “Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente; il giorno in cui li perdona, diventa un adulto; il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.”

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Gemme n° 450

The Migrant Journey Through The Eyes Of An Eight Year Old Syrian Girl
Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)

La mia gemma consiste in alcune foto dei disegni fatti da Shaharzad Hassan, una bambina di Idomeni, campo profughi in Grecia. Lei è siriana, ha 8 anni e così sta raccontando l’esperienza della diaspora siriana. Sono rimasta colpita perché i disegni raccontano la storia di questi profughi attraverso i suoi occhi. Da un lato emerge la tenerezza, dall’altro quanto loro capiscano la situazione. Penso sia una visione molto realistica dei fatti.” Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Magnus Wennman è un fotoreporter svedese. In un’intervista alla CNN, presentando il proprio lavoro “Where The Children Sleep” che potete vedere qui, ha detto: “Il conflitto e la crisi possono anche essere difficili da capire , ma non è difficile capire che questi bambini hanno bisogno di un posto sicuro per dormire. Questo è facile da comprendere. Hanno perso la speranza, e ci vuole molto perché un bambino smetta di essere tale e smetta di essere felice, anche nei posti veramente brutti”.

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Gemme n° 427

sahrawi

Ho portato una foto della scorsa estate, quando ho fatto l’animatrice in parrocchia durante il campeggio estivo con i ragazzi delle medie. Un giorno abbiamo avuto in visita dei bambini del Sahrawi. Non parlavano l’italiano, ma abbiamo giocato molto. Mi ha colpito la loro meraviglia nel fare giochi con l’acqua. Siamo stati felici con poco”. Questa la gemma di V. (classe quinta).
Lasciati guidare dal bambino che sei stato”, scrive Josè Saramago. Ricordarsi di esserlo stati, recuperare quella purezza di sguardo, rivivere quello stupore, quello delle prime volte.

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Gemme n° 377

bimbi

Ogni estate, nel paese in cui abito, c’è il centro estivo; dopo averlo frequentato da utente, da un po’ di anni sono animatrice. Ho così scoperto che si può avere un buon rapporto con i bambini e che è bello quando vengono ad abbracciarti. Allora ho deciso di portare alcuni disegni che mi hanno fatto quest’anno che penso sarà anche l’ultimo per me”. Così M. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Madre Teresa diceva “Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quando amore mettiamo nel dare.” I bambini sanno leggerlo benissimo.

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Gemme n° 375

cormor

Ho portato la foto scattata al Parco del Cormor degli assistenti del centro estivo della parrocchia. E’ stata per me un’esperienza molto forte: dopo due giorni avevamo già legato coi bambini. Alla fine dell’esperienza si sente la mancanza dell’essere impegnati tutto il giorno. Inoltre, ancora oggi dei bambini mi sono molto affezionati e quando mi vedono per strada mi salutano e mi saltano addosso.” Ecco la gemma di A. (classe seconda).
Christian Bobin afferma che “L’infanzia è come un cuore: i suoi battiti troppo veloci ci spaventano. Facciamo di tutto perché il cuore s’infranga. Il miracolo è che sopravvive a tutto.” Bello quando un “grande” riesce andare al ritmo di quei battiti, i bambini se ne accorgono subito e lo portano a volare con loro 😀

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Gemme n° 303

don't grow up

Don’t grow up, it’s a trap! Questa frase è la mia gemma. Mi rappresenta perché i bambini sono persone che ancora riescono a sognare; da adulti ci sono preoccupazione e problemi. Loro poi sono sinceri e riescono a dire le cose in faccia senza nasconderle come invece fanno certi adulti. Anche l’amicizia tra bambini è molto più sincera e forte.” Così si è espressa A. (classe seconda).
Desidero citare una canzone di Claudio Baglioni che secondo me ha un testo bellissimo. In uno dei passi canta: “io non chiedo un poco più di pane ma che tu lo mangi insieme a me e non credo che ci sia una pace mai se la pace non è dentro te e così crescendo e cercando via altrove e come e quando troveremo infine chissà la via della felicità, ogni dì crescendo e cercando sì ma dove domani o quando prenderemo insieme la scia nel tempo della fantasia”.

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Gemme n° 290

F

Ho portato una foto di quando ero piccola, ce l’ho in camera da sempre. Mi ricorda l’infanzia e i momenti belli, mi sono divertita a farla, mi piace la mia posa. La cornice poi l’ho fatta con mia sorella e questo mi riporta a lei e all’importanza che ha per me la famiglia. A ciò aggiungo una canzone che parla di ritorno alle radici che restano importanti anche se si cambia e si cresce.”

Questa è stata la gemma di F. (classe seconda).
Amo le radici. Mi piace andarvi con la mente, fare loro visita col pensiero e, laddove possibile, anche con il corpo; tornare su sentieri percorsi, esplorare con occhi di oggi i luoghi di ieri. La canzone “Radici” di Francesco Guccini si chiude con queste parole: “La casa è come un punto di memoria le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza”.

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Gemme n° 287

La mia gemma è il trailer del film-documentario “I bambini sanno”: tocca alcuni temi importanti come la vita, l’amore, l’omosessualità, la crisi economica, l’amicizia. Il tutto dal punto di vista dei bambini. Trovo che sia un film profondo che faccia riflettere: i bambini sanno qualcosa di più dei grandi. Si dice che siano il futuro ma non si dà loro modo di esprimersi.” Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Dentro ciascuno di noi ritengo ci sia una parte bambina da nutrire e mantenere per continuare a provare lo stupore e la meraviglia. Lascio qui la canzone The child inside dei Depeche Mode che proprio oggi un’alunna di prima ha citato come la sua canzone preferita.

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemme n° 270

bimbi

La mia gemma è una foto in cui sono con mio fratello appena nato. Per 6 anni avevo chiesto ai miei genitori un fratellino. Adesso magari sono un po’ meno contenta perché dà un po’ di lavoro… ma in quel momento ero la persona più felice del mondo. La prima volta che l’ho preso in braccio avevo paura di romperlo e la maglietta che avevo indosso l’ho tenuta: avrei voluto portarla ma è in qualche baule della soffitta… quindi ho portato la foto”. Questa la gemma di G. (classe quarta).
La bellezza e la capacità talvolta di saper tornare bambini, magari per riuscire a meravigliarsi pienamente, magari per guardare il mondo in modo diverso: “Lasciati guidare dal bambino che sei stato.” (Josè Saramago)

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Gemme n° 264

mascherae

Questa è una maschera che ho fatto io in II elementare durante una gita quando vivevo in Spagna. E’ stata l’ultima gita con quella classe e mi sono divertita molto. Mi ricorda un sacco di cose e anche che i compagni di classe avevano fatto cose elaborate e carine a differenza della mia. Mi ricordo anche che eravamo a coppie distesi su un prato. Ho anche altre cose manuali di quel periodo, ma questa è quella che mi piace di più”. Questa la gemma di E. (classe seconda).
Riporto dal sito unaparolaalgiorno questa curiosità in riferimento al vocabolo “persona”: “per-só-na dal latino: per attraverso, sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce. Dalla maschera si passa al personaggio. Dal personaggio si passa alla persona – uscendo dalla scena. Questa testimonianza storica è tanto eloquente. Rappresenta bene il filo di Arianna che l’uomo si porta dietro uscendo dal teatro, il debito immenso che ha nei confronti di quest’arte per quanto riguarda la conoscenza di sé. Sembra quasi che la persona si veda veramente bene solo da una platea. Che il personaggio si comprenda sinceramente solo quando indossa una maschera – che paradossalmente lo purifica dall’esagerazione controllata e finta del volto, restituendoci quello stesso personaggio ma tanto più vivo, tanto più adamantino e tanto più vero”.

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Gemme n° 239

Quella che propongo è la mia canzone preferita, rilassante, trasmette pace, serenità e fa riflettere sulla differenza tra piccoli e grandi, e tutte le certezze che avevamo da bambini non sono più certezze”. Questa la gemma di I. (classe quinta).
Il testo, da una traduzione trovata on-line, dice: “Ma quando ero più giovane avevo la risposta, devo ammetterlo, ma tutte le mie risposte, adesso che sono più vecchio, si son trasformate in domande…”. Seguono alcune domande, alcune delle quali molto profonde e che potremmo comprendere all’interno delle cosiddette domande esistenziali, quelle cioè che si pongono alla ricerca di un senso. L’esperienza che ho fatto io non è tanto quella di una trasformazione delle risposte in domande, quanto quella di un mutamento delle risposte, influenzate dagli studi, dalle letture e soprattutto dai vissuti. Non nascondo che mi piace sentirmi provocato, non mi dispiace, talvolta, lasciare la terra ferma per nuotare in un mare incerto e sconosciuto verso nuovi approdi.

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Gemme n° 229

SoniaNon sapevo cosa portare come gemma; ho pensato che la mia famiglia è la cosa più importante che ho, ma non mi andava di portare la foto di qualcuno. In realtà una parte della famiglia è nelle Marche: da piccoli mio fratello ed io passavamo 1-2 mesi là. Le Marche sono associate all’estate. Quando siamo qui ci mancano quei parenti e sentiamo il bisogno di andarci. Ho allora portato delle foto per simboleggiare questo pezzo di famiglia”. Questa la gemma di S. (classe quinta)
Diceva Arthur Schopenhauer: “La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio li ingrandisce al pensiero”.

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Gemme n° 228

La mia gemma è la canzone per me più cara di Michael Jackson. Mi è rimasta impressa per il significato del testo, poi ho visto visto questo video che non è un semplice videoclip, ma la perfetta spiegazione del brano”. Così M. (classe seconda) ha presentato “Heal the world” alla classe.
Sottolineo l’argomento con un articolo fotografico apparso su L’Huffington Post lo scorso 20 marzo: “Uno degli aspetti più devastanti della guerra è l’effetto che ha sulle vite dei bambini. Senza avere nessuna responsabilità per i conflitti, i bambini subiscono l’impatto del trauma e della violenza a livelli incalcolabili. Anche oggi, a dispetto di convenzioni e leggi internazionali che dovrebbero proteggerli, troppi bambini stanno soffrendo a causa dei conflitti. Secondo le Nazioni Unite, attualmente sono quasi 14 milioni i bambini costretti a vivere in condizioni avverse a causa della guerra in Siria e in Iraq. Il conflitto minaccia non solo la salute e la felicità dei più piccoli, ma anche la loro possibilità di sperimentare l’infanzia. Le foto qui sotto mostrano una particolare forma di resistenza: il desiderio di giocare che unisce i bambini anche in tempo di guerra, attraverso lo spazio e la storia.”

Un bambino gioca su un carro armato nel quartiere Grbavica di Sarajevo, 22 aprile 1996
Un bambino gioca su un carro armato nel quartiere Grbavica di Sarajevo, 22 aprile 1996

Berlino, 1945. Un gruppo di ragazzini gioca in un sito bombardato, a cavallo di un carro armato distrutto
Berlino, 1945. Un gruppo di ragazzini gioca in un sito bombardato, a cavallo di un carro armato distrutto

Bambini palestinesi giocano tra i detriti di una casa distrutta durante i bombardamenti israeliani. Siamo a Gaza, nel quartiere Shujaiyya, 6 gennaio 2015
Bambini palestinesi giocano tra i detriti di una casa distrutta durante i bombardamenti israeliani. Siamo a Gaza, nel quartiere Shujaiyya, 6 gennaio 2015

Un gruppo di ragazzine di Londra gioca indossando maschere antigas in un parco vicino a delle case temporanee nella costa sud dell'Inghilterra (1940)
Un gruppo di ragazzine di Londra gioca indossando maschere antigas in un parco vicino a delle case temporanee nella costa sud dell’Inghilterra (1940)

Un gruppo di bambini siriani gioca con un'auto distrutta nel centro di Kobane, in Siria. Foto scattata il 18 febbraio 2015
Un gruppo di bambini siriani gioca con un’auto distrutta nel centro di Kobane, in Siria. Foto scattata il 18 febbraio 2015

Monaco. Delle bambine giocano con le bambole su una schiera di missili depositati sotto la loro casa
Monaco. Delle bambine giocano con le bambole su una schiera di missili depositati sotto la loro casa

Ciò che resta di un parco giochi nella città di Aleppo, in Siria (8 gennaio 2015)
Ciò che resta di un parco giochi nella città di Aleppo, in Siria (8 gennaio 2015)

Bambini dell'asilo in un parco giochi con le maschere antigas, 1940
Bambini dell’asilo in un parco giochi con le maschere antigas, 1940

Bambini siriani giocano nel cortile di un palazzo distrutto nel centro di Kobane, 18 febbraio 2015
Bambini siriani giocano nel cortile di un palazzo distrutto nel centro di Kobane, 18 febbraio 2015

1940 circa. In una Londra distrutta dalle bombe, anche un lampione può diventare una giostra
1940 circa. In una Londra distrutta dalle bombe, anche un lampione può diventare una giostra

Gaza, quartiere Shejaiya. Ragazzine palestinesi giocano nella loro scuola distrutta durante i 50 giorni di conflitto tra Israele e Hamas, il 5 novembre 2014
Gaza, quartiere Shejaiya. Ragazzine palestinesi giocano nella loro scuola distrutta durante i 50 giorni di conflitto tra Israele e Hamas, il 5 novembre 2014

Tre bambini giocano in un terreno abbandonato e danneggiato dalle bombe a Stepney, nell'East End di Londra. Era il 9 marzo 1946
Tre bambini giocano in un terreno abbandonato e danneggiato dalle bombe a Stepney, nell’East End di Londra. Era il 9 marzo 1946

Un gruppo di bambini palestinesi gioca per le strade di Gaza, nel quartiere di Beit Hanun, durante la festività musulmana Eid al-Adha. 4 ottobre 2014
Un gruppo di bambini palestinesi gioca per le strade di Gaza, nel quartiere di Beit Hanun, durante la festività musulmana Eid al-Adha. 4 ottobre 2014

Il salto della fune con i soldati in Inghilterra, 1944
Il salto della fune con i soldati in Inghilterra, 1944

Giochi tra le macerie di Gaza City, 27 gennaio 2015
Giochi tra le macerie di Gaza City, 27 gennaio 2015

A lezione di primo soccorso con le bambole. Londra, 6 ottobre 1940
A lezione di primo soccorso con le bambole. Londra, 6 ottobre 1940

Bambini afgani giocano a pallone vicino a un cimitero sulle colline di Kabul, 12 aprile 2014
Bambini afgani giocano a pallone vicino a un cimitero sulle colline di Kabul, 12 aprile 2014

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Gemme, opinioni, Pensatoio, Società

Gemme n° 188

Ho visto questo video qualche settimana fa su “The Post Internazionale”, e mi ha colpito, soprattutto pensando ai giocattoli della mia infanzia: ho visto la differenza. Mi ha fatto pensare alla sessualizzazione dei giocattoli; in effetti molti giocattoli propongono alle bambine dei modi di essere e dei modelli di comportamento che non fanno parte della loro età. Inoltre mi stupisce anche il confronto coi modelli maschili: gli action-man del passato o i gormiti non equivalgono agli standard che invece vengono imposti con le bratz”. Ecco la gemma di A. (classe quinta).
Fino ad adesso non penso di aver mai commentato una gemma attraverso il rimando ad un articolo. Lo faccio ora mettendo l’incipit di questo articolo di Valeria Randone apparso a febbraio su MedicItalia e allegandone poi il pezzo intero: “Bambine vestite da adulte. Bambine truccate. Bambine che adoperano lo stesso lessico dei grandi. Piccole donne che utilizzano cellulari di ultimissima generazione, che navigano in Internet senza censura, senza consapevolezza – e soprattutto – senza controllo. I bambini di oggi non si fanno mancare proprio nulla, se non la cosa più importante: l’infanzia. Forse, adattandoci lentamente ma costantemente, alle modifiche epocali, non ci siamo accorti di aver perso l’infanzia! I nostri piccoli, sono dei piccoli adulti, abbigliati come noi genitori con cui condividono telegiornali, giochi, sport, chat, modo di fare e di parlare. Se ci guardiamo intorno, possiamo notare una destabilizzante “omologazione” tra genitori e figli: non esiste più quell’antica “divergenza generazionale” che tutelava entrambi. I genitori, fino a non molto tempo fa, venivano eletti a tutori, a guide ed a modelli esistenziali. Il loro ruolo però ha cambiato veste nel tempo: un tempo autoritario, poi autorevole, ed oggi, spesso smarrito”. Continua nel pdf che allego.
Adolescenza precoce