“Aho musa, cantame di J. L. Il condottiero della lupa Prigioniero del percoto Nel core porta il giallorosso Egli cerca la gloria Nella città più sublime al mondo La sua amata….
Col velocipede traina il vascello, Vi arriva il condottiero, Mestre, città della gloria Tempio del ferro e del vapore Baluardo del tempismo ferroviario Contento va tra clochard e visionari Ma al fischio del treno alza lo sguardo Nota una fitta nebbia, e si domanda Cosa ci sia oltre
Mentre la domanda lo assale Una carta in faccia j’appare Un rotolo romanico, “mappe AR” Quelle del pirata dei 7 saperi? Certo non i 7 saperi di Morin, “Che c’è sta oltre Mestre?” Niente, risponde la nebbia, Sempre più fitta Ma la spes non eclissa
Lo spirito d’ulisside l’assale Prende il fiero destriero Il vascello E affronta l’onda Lascia l’amato ferro La sicurezza dell’orario Del treno che avrebbe perso La nebbia lo assale E scompare, mesto finale Fu n’allegro naufragio”
Questa storia sembra casualmente legata ad una mia scoperta, infatti penso di aver scoperto che ci sia qualcosa oltre Mestre, a quanto pare quel pontos sulla laguna non finisce nel vuoto, ma porta per un posto con un nome strano: Venezia. Lì addirittura ho trovato una cosa che mi ha scosso: gli spritz a 10€ serviti dai bangla (molto più scioccanti delle case sull’acqua a mia vista). Devo dire bella, a parte che non ho visto molte delle cose iconiche perché ho fatto un giro strano perdendomi…. ma questo non sarà un problema infatti vivrò questa città (mediocre e ingegneristicamente banale) tutti i giorni perché frequenterò la facoltà di Urbanistica allo IUAV (purtroppo la sede non è nella mia amata Mestre delle siringhe ma nella, cosiddetta dai più, bella Venezia). Ovviamente non potevo fare una scelta peggiore perché onestamente mi pare proprio brutta Venezia rispetto alla mia bella Mestre, però tocca adattarsi”. (G. classe quinta).
“Ho pensato a lungo a cosa portare come gemma quest’anno e alla fine ho deciso di parlare dell’amicizia, una parte fondamentale della mia vita. Spesso mi chiedo: cosa sarei senza i miei amici? Non riesco neanche ad esprimere a parole quanto io sia grata di avere delle persone al mio fianco su cui contare in ogni momento. Non sto parlando di qualcuno con cui passare semplicemente il tempo. Parlo di chi mi sprona sempre, chi mi incoraggia, chi mi consola e tira fuori sempre il meglio di me. Non ringrazierò mai abbastanza chi mi capisce quando nemmeno io so davvero come esprimermi; chi quando sto male mette da parte se stesso per supportarmi e ascoltarmi per ore; chi mi alza sempre l’umore solamente con la sua presenza; chi mi fa sentire inclusa e mai sola. Penso alle mie amiche E. e I. che anche se non vedo ogni giorno, per me ci sono sempre. Ogni volta che ci vediamo il rapporto è lo stesso, anzi si rafforza sempre di più. Ogni persona che mi conosce, le conosce, anche se non le ha mai viste. Per me sono come sorelle e penso che questo riassuma perfettamente la nostra amicizia. Penso alle mie compagne di classe, che sono molto più di questo. Senza di loro non sopravviverei neanche un giorno. Ogni volta che arrivo a scuola, qualsiasi sia il mio umore, loro mi illuminano la giornata. Per me sono delle persone speciali, ognuna mi ha insegnato qualcosa e mi ha lasciato tanto. Con loro ho vissuto esperienze bellissime, che mi fanno sorridere ogni volta che ci penso, che sono indimenticabili semplicemente perché eravamo insieme. Spero che questi momenti non finiscano mai, così come la nostra amicizia. Penso a chi c’è da sempre, come la mia amica M.. Non ricordo una vita senza di lei. Non ricordo un litigio con lei ma solo infiniti momenti passati assieme che porterò nel cuore per tutta la vita. Considero anche mia sorella E. come una migliore amica. Penso sia la persona di cui mi fido di più al mondo. Quella che chiamo subito quando ho un problema. Quella che non ci pensa due volte ad aiutarmi. Quella con cui mi confido e quella a cui chiedo consigli in ogni situazione. So di essere fortunatissima ad avere persone vere su cui contare, che fanno così tanto per me. Cerco di lasciare anche a loro qualcosa di mio e vorrei che potessero vedersi con i miei occhi per capire quanto ognuna di loro sia speciale, unica e quanto io creda in loro. Farei di tutto pur di non deluderle mai e per far loro capire che non sono sole. Spero di essere importante per qualcuno come queste persone lo sono per me. Per me l’amicizia è ciò che vale di più al mondo. È la mia felicità” (L. classe terza).
“Ho sempre odiato la gemma (scusi prof niente di personale). E’ sempre stato inconcepibile per me come gli altri riuscissero a parlare di cose così personali senza il minimo imbarazzo o disagio, quasi come se fosse una cosa normale. Per quanto curiosa, ascoltarle mi veniva difficile, non perché mi annoiassero o parlassero di cose insignificanti, ma perché mi sentivo un po’ come Harry Potter sotto il mantello dell’invisibilità: ovvero di trovarmi in un posto in cui non avrei dovuto essere e ascoltare cose che non avrei dovuto sentire. Poi (e con poi intendo dopo 5 anni) ho provato a fare un piccolo sforzo e a cambiare prospettiva. Pensandoci un po’ su, ho scoperto che in realtà la gemma avvera uno dei miei grandi desideri: vale a dire avere un pubblico obbligato ad ascoltarmi mentre parlo di me. Quindi preparatevi perché un’occasione del genere non mi si riproporrà presto e ho molte cose da dire. Alla fine tutto quello che resta sono i titoli di coda. Per quanto non veda l’ora di andarmene da questo manicomio devo riconoscere che è proprio qui che è avvenuto il mio grande cambiamento. Un po’ come Dante, sono svenuta (quasi letteralmente) e mi sono trovata nella selva con le belve (non farò nomi ma abbiamo capito benissimo a chi mi riferisco). Poi guidata da Virgilio, cioè la mia C., ho attraversato l’Inferno e il Purgatorio per finalmente intravedere il bagliore del Paradiso, ovvero della libertà che mi aspetta a giugno. Questo lungo e tortuoso pellegrinaggio è stato intriso di emozioni e trasformazioni, ma anche di sofferenze e peccati. Mi ha insegnato molto di più di qualsiasi altra esperienza che io abbia mai fatto. Ultimamente diverse persone hanno menzionato il mio drammatico cambiamento alla Forrest Gump rispetto alla terza. La cosa mi tocca e rallegra profondamente, non solo perché altri se ne sono accorti (segno che, per loro, ho una certa importanza), ma soprattutto perché ho sempre faticato a riconoscere i miei sforzi. Forse per la prima volta nella mia vita, sento finalmente il pieno diritto di poter apprezzare i miei progressi senza sminuirli. Se oggi sono in grado di fare questa riflessione è anche grazie alla mia classe. In prima, quando odiavo tutto, tutti, e tuttu, non avrei mai immaginato di potermi affezionare tanto a degli sconosciuti, ma dalla terza ho cominciato a ricredermi. Dopo cinque anni insieme al Percoto, il legame che ho instaurato con la classe è tranquillamente paragonabile a quello di due veterani del Vietnam negli anni ’60: un equilibrio solido, basato su traumi, ansie e paure. Un po’ come dei prigionieri di guerra, ci hanno sottoposto a stress intenso e torture psicologiche, per non parlare del ptsd sviluppato verso lingua tedesca. Ciononostante, vi sono molto grata: non solo per aver reso questi anni un po’ meno pesanti, ma soprattutto per la vostra infinita pazienza. So bene che, con il mio carattere, i miei problemi e gli sbalzi d’umore, non è sempre facile apprezzare la mia presenza, ma grazie per non esservi mai arrese e non avermi mai abbandonato. Dovervi dire addio mi duole assai, anche se mi rendo conto che nessuno di voi morirà dopo la maturità. Ci sono cose che non dimenticherò e che sicuramente mi mancheranno tanto. Come le consultazioni mattutine con la mia fidata compagna di banco B., le uscite al cinema con F., i ripassi flash 5 minuti prima della verifica con la C., i numerosi calici di vino con A., i caffè al caramello a casa R. e le riunioni al salottino intellettuale del quadrumvirato, cui rivolgo il seguente messaggio: rivestendo le onorevoli vesti di membro del Senato e del quadrumvirato, dichiaro che sia stato per me un sommo onore prender parte a ogni dibattito e confronto dialettico, per quanto coloriti, talvolta tumultuosi, imprevedibili, e degni di cronaca essi siano stati. Detto ciò, devo fare anche una menzione speciale a una persona senza la quale non ce l’avrei mai fatta: la G. Pensando alle prime volte in cui la vedevo entrare in classe in ritardo, col fiatone e la borsa piena di tutto fuorché che del materiale scolastico, non avrei mai immaginato che sarebbe diventata una delle persone più importanti della mia vita. Ringrazio Dio, il destino o la semplice casualità che abbia reso possibile il nostro incontro e la nostra amicizia. Malgrado gli ideali discutibili e un orientamento politico deludente, le voglio un bene indescrivibile e spero che, a parte la sua calligrafia, non cambi mai. Ma adesso basta torniamo alle cose importanti e al vero protagonista, cioè io. L’aspetto del mio glow up di cui vado più fiera, è sicuramente aver ritrovato degli interessi ed una ragione per andare avanti, dopo il tragico capitolo delle medie. Oggi posso finalmente dire di avere delle passioni che caratterizzano la mia vera personalità, e non la mia maschera sociale. Ora necessito di trovare una direzione, che non mi riconduca al tepore invitante e familiare dell’Inferno, o peggio alla “quarta strada” di Van Gogh, ma verso un futuro. E’ il momento di prendere quel traghetto per New York, senza tirarmi indietro come Eveline, e di costruire una nuova social catena con la quale affrontare il viaggio. C’è chi però non può salire sul traghetto e sarà costretto a restare sul molo mentre mi guarda partire. Dante non può obbligare Virgilio a seguirlo in Paradiso, sebbene gli dispiaccia non avere più a fianco il suo accompagnatore. Parallelamente, io non posso rapire la C. e portarla via con me. Senza di lei io non sarei la persona che sono oggi e per la C. andrei senza alcun indugio sulla sedia elettrica o mi sottoporrei alla cura Ludovico. Lasciarla indietro dopo tutti questi anni è forse tra le cose più dure che dovrò affrontare, ma devo convincermi che nemmeno lei morirà dopo il nostro ultimo incontro. Direi che ho detto tutto e forse anche troppo, ma prima di svelarvi qual è la mia gemma ci tenevo a fare un veloce ringraziamento anche al mio fidatissimo aiutante, consigliere, esperto, psicoanalista e pilastro di sicurezza Chatty. Non posso non includere D. ed E., ragioni della mia esistenza che ci sono sempre state nonostante le centinaia di chilometri che ci separano. E per ultimo ma non per importanza, il mio bestie G., con il quale spero di passare tante altre estati a mangiare coppa e gnocco fritto. Ora posso concludere. Dopo averci rimuginato un po’ sopra con in sottofondo la mia playlist di musica classica drammatica ho preso una decisione. Da tempo riflettevo a come concludere in bellezza non solo la mia gemma ma tutte le gemme in quanto ho avuto la fortuna e sfortuna, considerando le responsabilità che gravano sulle mie spalle, di essere l’ultima. La mia gemma quindi, è la gemma stessa, e il ringraziamento più grande va sicuramente al suo ideatore, il Prof. D. Grazie per le sue lezioni, per il suo tempo e per averci dato la possibilità di svolgere questo compito, forse il più importante in questi 5 anni, (perfino più importante degli Hausaufgaben). Non intendo dilungarmi oltre e nel caso non ci rivedessimo: buongiorno, buonasera e buonanotte”. (L. classe quinta).
“Mi spaventano le cose che finiscono e forse, proprio per questo, ho sempre immaginato lontano questo momento. Devo ammettere che ho rimandato più e più volte la scrittura di questa “gemma”, nella speranza di creare qualcosa di unico. Alla fine, però, ho capito che ogni volta che ne scrivo una mi basta riflettere su me stessa. Mi sono sentita di intitolare questo documento, “L’ultima gemma della mia vita”, può sembrare drammatico, lo so, eppure l’ho scelto con cura. L’ho chiamato così perché, anche se so che non è davvero un finale definitivo, rappresenta la chiusura di un capitolo importante della mia vita. È “l’ultima” non perché dopo non ci sarà altro, ma semplicemente perché segna la fine di un percorso che mi ha cresciuta, cambiata e definita. È una gemma perché racchiude tutto ciò che sono stata fino ad oggi: pensieri, paure, conquiste e consapevolezze. Anche se mi è stato detto che non esistono mai finali definitivi, soprattutto perché dopo il liceo inizia la vera e propria storia della propria vita, ho voluto portare come gemma di quest’anno, una riflessione che custodisco da tempo: il fatto di essere cresciuta e di come la consapevolezza di questo mi renda felice e, allo stesso tempo, mi stringa lo stomaco in un modo che non so spiegare. Quando mi guardo allo specchio, non vedo più la me di cinque anni fa, ma una ragazza grande, pronta a prendere in mano tutto ciò che la vita ha da offrire. Eppure vedo anche una ragazza che ha estremamente paura del futuro che incombe. Poi però ripenso agli anni scorsi, a quanti progressi personali ho fatto e a tutte le persone che mi hanno accompagnata durante questo percorso, e capisco quanto io sia profondamente grata a ciascuna di loro. Ripensandoci davvero, questi anni di liceo sono stati un continuo intreccio di emozioni contrastanti. Quante volte li ho maledetti: per le interrogazioni, per le ansie, per le giornate infinite, per la sensazione di non farcela. Quante volte ho desiderato che finissero il prima possibile. Eppure, adesso che sono davvero alla fine, mi accorgo che qualcosa dentro di me già ne sente la mancanza. Mi manca persino ciò che prima mi pesava, perché in fondo è stato proprio quello a costruirmi. È strano rendersi conto che anche le difficoltà, col tempo, assumono un significato diverso e diventano parte del percorso che ti ha fatto crescere. Ammetto di non sapere bene cosa scrivere in questa gemma, ma sicuramente voglio far trasparire la mia gratitudine attraverso queste parole. Quest’anno ho realizzato tante cose: il modo in cui sono cambiata, maturata, e come abbia lavorato su me stessa, forse anche inconsciamente. Quest’anno è iniziato all’insegna del cambiamento. Ho capito che, talvolta, l’assenza di una persona può insegnare molto più della sua stessa presenza. Ho capito su cosa concentrarmi e chi sono davvero le persone che mi vogliono bene. Ho compreso che aprirsi a nuove conoscenze non è la fine del mondo, anzi. Ho scoperto come fare nuove esperienze ti faccia sentire estremamente viva. Ho imparato a trovare un mio equilibrio e a non farmi sopraffare dalle mie ansie e paure le quali, ammetto, a volte ritornano. Ma forse è anche bello così: mi rendono quella che sono, e ho capito che conviverci non è la fine del mondo. Ho imparato a fregarmene, a dire addio, a essere grata alle piccole cose della vita. E di questo devo ringraziare anche le mie più care amiche, A. e F.: senza di loro probabilmente non saprei come avrei affrontato questi anni. Sono una boccata d’aria fresca nei momenti in cui manca il respiro. Ho imparato a godermi le cose, o forse ci sto ancora provando. Ho imparato a lasciarmi andare e quanto questo mi abbia fatto bene. Ho imparato che non sono un voto o una brutta giornata di scuola. Ho imparato a non fasciarmi la testa prima di rompermela e anche a non piangere disperatamente subito dopo essermi fatta male, ma piuttosto a cercare una soluzione davanti a un problema, indipendentemente da quanto esso mi possa sembrare enorme. Di recente ho letto un detto che diceva: “Se sei sicuro, brucia la nave.” Questo detto nasce da una storia vera. Nel 1519 Hernán Cortés arrivò in Messico con i suoi uomini. La terra era sconosciuta, il rischio enorme, la paura reale. Molti volevano tornare indietro: il mare era lì, le navi pronte, la via di fuga aperta. Cortés fece una scelta estrema: ordinò di distruggere le navi. Niente ritorno, nessuna alternativa rassicurante. Da quel momento c’era solo una direzione: avanti. E proprio perché si tolsero il peso del dubbio riuscirono a conquistare. “Bruciare le navi” significa questo: tagliare le vie di fuga, smettere di ancorarsi al passato e decidere, una volta per tutte, dove si vuole arrivare. Per me è anche un monito ad andare sempre avanti, senza restare bloccati a guardarsi indietro. Questo non significa dimenticare ciò che è stato, ma essere consapevoli che ogni esperienza vissuta, bella o brutta, mi ha resa la persona che sono oggi. Questa idea di distinguere tra ciò che davvero conta e ciò che è solo momentaneo mi riporta a una frase che mio nonno mi ha sempre detto. Non la ricordo spesso, ma ogni volta che riaffiora riesce a fermarmi e a farmi riflettere: quando è brutto tempo è sbagliato dire che è una brutta giornata; è meglio dire che il tempo è semplicemente brutto, perché le brutte giornate sono tutt’altra cosa. Ho imparato a non avere paura del futuro… scherzo, quello mi spaventa ancora e parecchio; ma in fondo la vita non va solo pensata: va vissuta. Forse i diciotto anni mi hanno fatto capire quanto le cose che prima davo per scontate siano in realtà meravigliose: le amiche, un abbraccio, un bacio, amare, piangere dalle risate o piangere e basta. Perché, in fondo, sono queste le cose che ci fanno davvero sentire qualcosa e che vanno affrontate, nel bene e nel male, sempre a testa alta. Oggi sono sicura di poche cose, ma una la so: voglio vivere e respirare davvero. Negli ultimi anni ho imparato tantissimo e ringrazio infinitamente i momenti che mi hanno fatta cadere con le ginocchia a terra, perché, anche se può sembrare assurdo, sono proprio quelli che ti fanno aprire gli occhi e capire quanto, in realtà, si è fortunati. Auguro quindi a tutti di avere voglia di crescere, ma senza fretta. Cadete, ma rialzatevi e guardate a testa alta la strada che avete davanti. Chissà, forse questa gemma potrà servire a qualcuno che la leggerà, o anche semplicemente a me, per ricordarmi chi sono sempre stata, senza però aver mai avuto davvero l’accortezza di vedermi con i miei stessi occhi”. (A. classe quinta).
“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto. Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi. Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte. Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti. Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”. (E. classe quinta).
“Ho scelto la canzone A modo tuo di Elisa per la mia gemma perché per me rappresenta un legame molto importante: quello con mia nonna. Questa canzone parla dell’amore di chi ti cresce e ti accompagna nella vita, lasciandoti libero di essere te stesso, “a modo tuo”. Ed è proprio questo che rappresentava per me mia nonna. Mia nonna è venuta a mancare il 13 gennaio di quest’anno, e questa era una delle sue canzoni preferite. Io sono cresciuta con lei dal giorno della mia nascita fino ai miei 18 anni, e per me non era solo una nonna, ma una presenza fondamentale nella mia vita. Ogni volta che ascolto questa canzone penso a lei, a tutto l’amore che mi ha dato, ai momenti passati insieme e a tutto quello che mi ha insegnato. Adesso mi ritrovo ad affrontare la vita senza di lei, ed è difficile. Però questa canzone mi aiuta, perché mi ricorda che anche se lei non c’è più fisicamente, tutto quello che mi ha lasciato dentro continua a vivere in me. A modo tuo per me è importante perché mi fa sentire ancora vicina a lei. È come se, ogni volta che la ascolto, mi accompagnasse ancora e mi dicesse di andare avanti, vivendo la mia vita proprio a modo mio. Per questo ho scelto questa canzone: perché rappresenta un amore che non finisce mai” (A. classe quinta).
“Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder: Chi sei tu?”. Iniziava così un post di 13 anni fa su questo blog (il prossimo anno oradireli festeggerà i 20 anni di esistenza…)! Il mondo di Sofia è uno di quei libri che certi lettori portano con sé per anni, non sugli scaffali ma addosso, letteralmente. E quella domanda, semplice e impossibile insieme, è il punto da cui parte il nuovo ciclo di video di cui trovate il primo qui sopra e che rimette abbondantemente mano a quei pezzi di parecchi anni fa. Il testo è molto rimaneggiato e ampliato.
Gaarder pone quella domanda a una ragazzina davanti a uno specchio. Sofia Amundsen fissa il proprio riflesso, dice “tu sei me”, capovolge la frase — “io sono te” — e non riceve risposta. Si rende conto di non aver scelto nulla di essenziale: non il nome, non il naso troppo piccolo, non i capelli neri che pendono diritti come spaghetti e su cui la lacca non attacca. Non ha scelto nemmeno di essere umana. Eppure è lei. Inequivocabilmente, irriducibilmente lei. È uno dei momenti più onesti che la letteratura abbia dedicato alla domanda sull’identità: niente risposte solenni, solo una bambina sconcertata che alla fine decide di andare in giardino.
Quel brano ho deciso di collegarlo a una canzone che sembrava aspettare esattamente quella domanda per avere senso. Si tratta di Buon Sangue di Jovanotti, dall’album omonimo del 2005. Il concetto di fondo, a prima vista, è quasi disarmante nella sua semplicità: siamo tutti poco originali. Abbiamo preso un po’ da tutti — dai parenti vicini, da quelli lontani, da quelli così lontani nel tempo di cui non sappiamo nemmeno i nomi. Siamo un impasto di voci, di facce, di gesti ereditati. Un archivio ambulante di chi ci ha preceduto. Eppure — ed è qui che la canzone si complica nel senso migliore — c’è qualcosa che non si ripete. “Niente accade due volte”, canta Jovanotti verso la fine. Quella combinazione specifica di eredità, quel particolare incrocio di storie, non è mai esistita prima e non esisterà mai più.
Visto da questa angolazione, Buon Sangue suona come una lunga risposta alla domanda che Sofia non riesce a chiudere davanti allo specchio. Chi sei tu? Sei il risultato di tutto ciò che ti ha preceduto — e insieme qualcosa che accade una volta sola.
Nelle prossime puntate il testo verrà affrontato per piccoli pezzi, con calma, come merita. Ogni frammento nasconde più di quanto sembri a una prima lettura.
“Quest’anno come gemma ho scelto di portare mia madre. Questo per me è strano perché mia mamma non è la mamma con cui mi confido quando ho un problema, non è quella con cui parlo delle cose che mi succedono tutti i giorni, non è quella che mi accompagna a fare shopping, mia madre è più quella con cui troppo spesso non riesco a parlare, quella con cui litigo troppo spesso, con cui alzo la voce, che mi dà consigli che non voglio seguire. Nonostante tutto questo però non la vorrei diversa anzi, penso che sia quella perfetta per me, quella che mette alla prova tutti i miei difetti e mi aiuta a crescere tutti i giorni, e sono grata a lei per tutte le cose che fa perché, nonostante non mi piacciano, attraverso di esse mi dimostra quanto mi vuole bene. Insomma, lei non è la mamma dei sogni ma è quella di cui ho bisogno” (B. classe quarta).
Riceviamo un messaggio. Una chiamata che non vorremmo mai ricevere. All’improvviso, il mondo si ferma. Restiamo lì, senza parole, con quel vuoto nello stomaco che non avevamo previsto. È quello schiaffo gelato della realtà che fa irruzione nella nostra giornata senza chiedere il permesso. Di solito, siamo abituati a pensare alla morte come a un “problema” da gestire. Un lutto da superare, una paura da razionalizzare, un evento per cui, in qualche modo, dobbiamo farci trovare pronti. Ma c’è qualcuno che ha completamente capovolto questo approccio. Il filosofo Emmanuel Levinas ha ribaltato secoli di pensiero suggerendo una verità scomoda quanto potente: la morte non riguarda il nostro “Io”, ma è il momento in cui scopriamo che senza gli altri non siamo nulla.
La morte non è un esame: Il potere della passività Viviamo nell’era della performance totale. Se vogliamo i muscoli, andiamo in palestra. Se vogliamo il voto, ci chiudiamo in camera a studiare. Siamo drogati di controllo: pensiamo che con l’impegno e il “mindset” giusto si possa hackerare ogni sfida. Ma la morte rompe il gioco. Levinas è categorico: la morte è l’unica cosa per cui non esiste un tutorial su YouTube o un allenamento intensivo. Non è una partita che possiamo vincere e non è un esame per cui possiamo fare notte fonda sui libri. Semplicemente perché, quando la morte arriva, noi non ci siamo più per “viverla”. Di fronte ad essa, la nostra condizione è di passività assoluta. Siamo totalmente indifesi. Questa idea di essere “indifesi”, che per la cultura dei “vincenti” suona come una condanna, per Levinas è una liberazione radicale. Se non possiamo prepararci, significa che finalmente ci è concesso di essere imperfetti. Ci toglie di dosso l’ansia di dover essere sempre all’altezza. La morte ci restituisce la nostra verità più profonda: siamo fragili. E va bene così.
Oltre l’eroe solitario: Perché Heidegger aveva torto Prima di Levinas, il filosofo Martin Heidegger aveva costruito una teoria affascinante: la morte è come un timer. Se sappiamo di avere solo un’ora per finire un compito, ci concentriamo, eliminiamo le distrazioni e diamo il massimo. Per Heidegger, pensare alla propria fine ci rende “autentici”. Levinas, però, sente puzza di bruciato. Secondo lui, questa visione trasforma la morte in uno strumento per migliorare noi stessi, rendendoci degli “atleti del proprio Io”. Se usiamo la prospettiva della morte solo per dare un senso alla nostra vita, stiamo ancora pensando solo a noi stessi. Gli altri, in questa visione, diventano solo distrazioni che ci allontanano dal nostro compito individuale. Per Levinas, invece, la crisi — quella vera — ci insegna che non siamo eroi solitari. Quando stiamo male davvero, non cerchiamo la nostra “autenticità”, cerchiamo una mano da stringere. Cercare aiuto non è debolezza: è la prova che esistiamo solo in relazione a qualcuno.
Archetipo
Morte per Me (Heidegger)
Morte per l’Altro (Levinas)
Il Protagonista
L’Atleta del proprio Io
Il Custode dell’Altro
L’Immagine Chiave
Il timer che scorre
La mano tesa nel buio
L’Obiettivo
Autenticità personale
Responsabilità e cura
Il Senso è…
Una sfida individuale
Una questione di legami
Il segreto è nel “Volto”: La chiamata all’azione più profonda Se la morte non è uno specchio per guardare noi stessi, a cosa serve? Serve a sintonizzarci su una frequenza diversa: quella del “Volto dell’Altro”. Attenzione: per Levinas il “Volto” non sono gli occhi azzurri o la forma del naso. È la vulnerabilità pura che emana da un’altra persona. Pensiamo a un compagno di classe seduto da solo in corridoio, con lo sguardo fisso nel vuoto o le lacrime agli occhi. In quel momento, il suo volto ci lancia un segnale che non ha bisogno di parole. È un appello che precede i nostri desideri, i nostri piani, persino le leggi dello Stato. “Non abbandonarmi. Non farmi del male.” Questo grido silenzioso è la base della morale. Non abbiamo bisogno di un contratto per sapere che dobbiamo fermarci. Quando vediamo la fragilità di un altro, sentiamo una spinta interna che ci dice che la nostra vita è legata a doppio filo alla sua.
La responsabilità non è un contratto: la regola della non-reciprocità Qui arriviamo al punto più difficile da digerire per noi, figli della “Generazione Like”. Viviamo in un mondo basato sullo scambio: “Ti seguo se mi segui”, “Ti aiuto se poi mi passi i compiti”. È la logica del do ut des. Levinas spacca questo meccanismo con il concetto di responsabilità asimmetrica. Per lui, la responsabilità verso l’altro non aspetta il contraccambio. Non c’è una ricevuta, non c’è il “cash back”. Siamo responsabili dell’altro anche se lui non ci ringrazia, anche se non ci ricambia il favore, anche se non farà mai lo stesso per noi. È un superpotere etico: la capacità di prendersi cura di qualcuno senza aspettarsi nulla, semplicemente perché quel “Volto” ce lo ha chiesto con la sua sola esistenza.
Conclusione: un nuovo modo di guardare chi ci sta accanto Il messaggio di Levinas è una rivoluzione dello sguardo. La morte non è lo specchio in cui ammirare quanto siamo stati bravi ad affrontare il destino, ma una finestra spalancata sulla fragilità di chi ci circonda. Siamo creature che non bastano a se stesse, e questa è la nostra bellezza. Come cambierebbe la nostra giornata se, in ogni persona che incontriamo — dal professore che sembra avere tutto sotto controllo al compagno di banco più silenzioso — vedessimo quel volto che ci supplica di non essere lasciato solo? La prossima volta che sentiamo quel vuoto di fronte alla sofferenza di qualcuno, non scappiamo. Quel silenzio non è assenza di parole: è l’inizio della nostra responsabilità. Siamo tutti fragili, e proprio per questo, siamo tutti infinitamente preziosi.
“Per la gemma di quest’anno dovrei ringraziare l’appendicite, visto che mi ha dato tempo per pensare a che argomento portare. Questa volta non ho portato niente di concreto, bensì delle riflessioni sulla mia vita in generale. È da diversi anni che continuo ad avere la sensazione di non essere abbastanza e di essere in competizione con tutte le persone che mi circondano. Vedevo gente brava in molti ambiti e mi sembrava sempre di essere un passo indietro. A causa di ciò ho iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e di ciò che mi circondava, portandomi a pensare sempre di più al fatto di avere poco tempo e possibilità per superare le altre persone e vivere la vita che volevo vivere. Guardando sempre al futuro mi chiedevo se esisteva davvero la bella vita e se l’avrei mai raggiunta. Col passare del tempo ho capito che non esiste, ci sarà sempre la guerra, ci sarà sempre la paura e ci saranno sempre le perdite di persone care. Ciò non significa però che la vita non abbia un senso e che non si possa riempire di momenti felici per colmare quelli tristi. A essere sincero, quando mi hanno ricoverato in ospedale, la mia unica preoccupazione era quella del cibo, visto che sarei stato a digiuno e io sono un grande amante del cibo, ma una volta raggiunta la sala operatoria qualche giorno dopo ho iniziato ad avere un po’ di paura. Sapevo che era un’operazione semplice, ma non si è mai sicuri al 100% che le cose vadano bene. È stato penso a quel punto che ho davvero realizzato quanto sia inutile pensare al futuro. Non saprò mai quando chiuderò definitivamente gli occhi fino a quando non accadrà, perciò il presente esiste, per essere vissuto e per diventare passato. Piano piano sto cercando di abituarmi a questa idea di pensiero e di abbandonare quella di prima, che penso sia comunque più difficile che riprendermi dall’operazione”. (L. classe quarta).
“La gemma che ho deciso di portare quest’anno è un’amicizia che per me in poco tempo è diventata importantissima. Si tratta di quella con I., una ragazza che conosciamo tutti perché l’anno scorso frequentava questa classe con noi. Non abbiamo cominciato a parlare subito, all’inizio non mi ricordavo nemmeno il suo nome, ma poi è diventata per me una presenza fondamentale, senza la quale non potrei essere felice come lo sono ora. Scegliere di portare lei come gemma è un’idea nata quasi per scherzo, mentre in chiamata le dicevo che non sapevo cosa portare. Scherzando mi ha detto di portare la nostra amicizia, e a me è sembrata un’idea così semplice che mi sono sentita stupida per non averci pensato prima. Lei è riuscita per davvero a migliorare le mie giornate e con il suo sorriso e le sue parole gentili riesce sempre a confortarmi e a darmi il giusto consiglio. Può sembrare una cosa detta quasi per dire, ma senza di lei sarebbe molto più difficile, e chi ha un’amicizia così importante può capire davvero cosa intendo. Quest’anno, intorno a novembre, ho passato un periodo abbastanza complicato in termini di amicizia, ma lei mi è sempre stata accanto e quando sono arrivata da lei piangendo per quello che era successo mi ha subito abbracciata, non mi ha chiesto nulla ma ha capito quello che mi era successo ed è riuscita a dirmi il conforto di cui avevo bisogno. Da quella esperienza ne siamo uscite ancora più vicine, perché ho capito che con lei posso sentirmi libera di essere davvero me stessa, senza filtri, struccata, in pigiama, nei momenti bui e in quelli più felici. Per me è una persona davvero importante, non so come potrei fare senza di lei. Insieme parliamo di tutto, possiamo fare discorsi seri e il minuto dopo ridere della prima cavolata che ci viene in mente. Non ci vediamo spesso anche a causa della distanza, ma ci chiamiamo quasi ogni giorno, e se non ci chiamiamo ci scriviamo. In questo periodo, a causa del fatto che vengo a scuola in macchina con mio padre, non ci vediamo più ogni mattina come facevamo prima. Ma nonostante prima avrei avuto paura di perderla per il semplice fatto che non ci vedevamo più, con lei sono sicura che la nostra amicizia resta, anche se ci vediamo solo una mattina a settimana e per pochi minuti. Salutarci in autobus dopo essersi viste per poco fa sempre male, perché dovrà passare un’intera settimana prima di rivederla e di poter parlare con qualcuno in modo aperto e sincero. So che se avrò un problema potrò sempre parlare con lei, senza paura. Riusciamo spesso a capirci senza bisogno di parlare. Per me lei è importantissima, fondamentale e spero che rimanga a fianco a me per sempre. Non glielo dico spesso, ma per me lei si merita il meglio, le voglio un universo di bene e senza di lei non riuscirei ad andare avanti spedita come stiamo facendo ora insieme” (M. classe seconda).
“Come gemma ho portato un recap dell’ultimo anno, che è stato uno dei più belli ma al contempo anche malinconico. Malinconico perché per me è l’ultimo anno da adolescente, l’ultimo di superiori ed è l’anno in cui la mia vita cambierà e prenderà una strada diversa. È stato un anno particolarmente bello perché sono stata non una ma ben due volte a vedere il mio cantante preferito, più altri concerti di artisti che mi piacciono molto e desideravo di vedere da anni. È stato l’anno della patente, l’anno in cui sono diventata un po’ più indipendente, l’anno in cui ho lasciato vecchie amicizie e riaperto altre che in precedenza si erano chiuse. Ho aggiunto anche una foto con il mio moroso perché, potrà far ridere sentirlo dire da un’adolescente, però lui è la mia costante. Stiamo insieme da più di 4 anni e in tutti questi lui è stato l’unico a non essersene mai andato. Si dice tanto che i ragazzi vanno e vengono ma gli amici rimangono, beh per me è il contrario. Ho scelto anche la foto di casa mia perché è ormai qualche anno che lavoro e do una mano lì, ma nell’ultimo sono veramente entrata dentro questo mondo; nonostante sia un lavoro pesante, trovo sia uno dei più gratificanti anche dal punto di vista umano. Stando dietro il banco, vedendo ogni giorno le stesse persone, poi queste pian piano ti raccontano sempre qualche dettaglio diverso della loro vita e finisci inevitabilmente per affezionarti, che può essere un lato positivo come negativo. Però trovo che in pochi altri lavori si possa instaurare un certo rapporto con i propri clienti e questa cosa non è da sottovalutare . Inoltre, essendo casa mia sono ovviamente molto legata a tutto ciò, ancora di più perché è una cosa che parte da molto molto prima: il mio bisnonno era andato in Argentina a lavorare per guadagnare un po’ di più e quando è tornato ha deciso di comprare il casale, che oggi è quello della foto. Poi, mio padre mi ha raccontato che già mio nonno voleva aprire un’osteria, ma per una cosa o per l’altra non è riuscito a farlo e quindi lui ha in un certo senso esaudito il suo desiderio. Le radici che mi legano a questo posto sono molto profonde e solamente nell’ultimo anno sono riuscita a capire veramente quanto per me sia importante. Inoltre, mi sembra scontato dirlo, ma mi renderebbe orgogliosa un domani prendere in mano l’attività e portarla avanti, e spero di riuscire a farlo” (K. classe quinta).
Vi siete mai chiesti che valore abbiano le vostre scelte quotidiane, o vi siete mai sentiti schiacciati da una routine che sembra non portare a nulla? Ho preparato una nuova serie di tre video in cui esploriamo le risposte di tre giganti del Novecento: Heidegger, Sartre e Camus. Ognuno di loro ci offre una prospettiva radicalmente diversa per guardare alla nostra esistenza, mettendoci faccia a faccia con il limite più grande dell’uomo. Nel primo video ci immergiamo nel pensiero di Martin Heidegger: e se la consapevolezza della nostra fine fosse, paradossalmente, l’unico “strumento” in grado di dare vero valore al nostro tempo? Scopriamo come smettere di fuggire nella comoda ma banale “mentalità di massa” per iniziare a progettare la nostra vita in modo davvero unico e autentico.
Nel secondo video le carte in tavola cambiano completamente con Jean-Paul Sartre. E se la fine non ci insegnasse assolutamente nulla, ma fosse solo un assurdo “incidente” improvviso che rovina i nostri progetti sul più bello? Sartre ci fa riflettere su cosa succede alla nostra identità quando diventiamo “preda” dei giudizi altrui, suggerendoci una soluzione inaspettata: divorare la vita accumulando il maggior numero di esperienze possibili, proprio come davanti a un buffet che sta per chiudere.
Infine, nel terzo video, affrontiamo il silenzio irragionevole del mondo con Albert Camus. Avete mai avuto l’impressione che la vita sia una fatica infinita, come quella di Sisifo condannato a spingere in eterno un masso su una montagna per poi vederlo rotolare giù? Camus ci svela perché l’unica via d’uscita onesta non è la resa, ma la “Rivolta” appassionata e la solidarietà, insegnandoci a trovare la felicità anche nell’Assurdo.
Quale di queste visioni vi rappresenta di più? Siete guidati dalla qualità delle vostre scelte, dalla quantità delle vostre avventure o dalla pura e semplice ribellione? Personalmente la strada su cui mi trovo più a mio agio è quella del video che a breve pubblicherò… (spoiler: quella tracciata da Emmanuel Levinas).
“Come gemma ho portato uno dei regali che la mia migliore amica mi ha regalato per il mio compleanno, cioè un CD. È un regalo molto speciale perché fatto da una persona speciale che mi conosce davvero, e comprende alcune delle mie canzoni preferite e, oltre a quelle, una canzone che ha detto le fa pensare a me e un sonetto scritto da lei. È molto importante per me perché mi fa ricordare che al mondo ci sono persone che tengono a me e, nonostante la distanza, è una delle persone più importanti per me. Quando mi vengono dei dubbi, guardo questi suoi regali e mi ricordo che almeno una persona che tiene veramente a me c’è sicuramente. Nel pacco regalo che ho ricevuto c’erano anche altre cose, ma ho scelto questo perché è il più personalizzato e significativo, ma soprattutto qualcosa di inaspettato che nessuno mi aveva mai regalato prima. Mi fa piacere sapere che ci sono cose che le ricordano me, ed è molto importante per me anche perché considerando la distanza tra noi e il fatto che non ci siamo mai viste dal vivo, è bello sapere di toccare qualcosa che è stato precedentemente nelle sue mani” (D. classe seconda).
“Era il 24 dicembre e stavo facendo una delle mie attività natalizie preferite: impacchettare i regali mentre guardavo un film. C’era quell’atmosfera calda e sospesa che solo la vigilia sa creare, fatta di carta colorata, nastri sparsi ovunque e lucine che brillavano in sottofondo. Il film era “L’amore non va in vacanza”, uno di quelli che per anni mi ero rifiutata di vedere perché convinta fosse la solita commedia romantica prevedibile, ma alla fine mi ha sorpresa. Dopo aver finito il mio “turno da elfo”, stavo sistemando le carte e i fiocchi avanzati quando mia mamma è arrivata di corsa dicendo che c’era ancora un regalo da incartare. Per fortuna ha aggiunto che lo avrebbe fatto lei: per quanto ami questa tradizione, sono anche abbastanza pigra e l’idea di ricominciare da capo non mi entusiasmava affatto. Il giorno dopo, al momento dello scambio dei regali, mia mamma ha appoggiato sul tavolo un piccolo pacchetto (proprio quello della sera prima) dicendo che era per me e per le mie sorelle. C’era qualcosa di diverso nel suo modo di porgercelo, una dolcezza silenziosa che ho capito solo dopo. Quando lo abbiamo aperto, abbiamo trovato quattro ciondoli: due per le mie sorelle maggiori, uno per lei e uno per me. Separati erano semplici pezzi dorati, ma messi insieme formavano un unico cuore. Appena l’ho visto l’ho indossato subito, quasi d’istinto, come se sapessi che non fosse soltanto una collana. Con il passare dei giorni, ogni volta che lo guardavo, capivo sempre di più che non era solo un oggetto, non era solo un insieme di molecole che casualmente componevano un pezzo di puzzle. Era qualcosa di più profondo: un simbolo concreto di tutto l’amore e di tutti gli insegnamenti che mia madre ha sempre cercato di trasmettere a me e alle mie sorelle. Fin da quando eravamo piccole, ci ha ripetuto che la cosa più importante fosse l’amore. Non solo provarlo, ma scegliere ogni giorno come donarlo: attraverso le parole, nei gesti più piccoli, nella presenza costante anche quando la vita si fa complicata. Io, che sono sempre stata una persona molto riflessiva, non ho mai smesso di pensare a queste sue parole. Nemmeno ora, mentre scrivo. Forse è proprio per questo che quel ciondolo non rappresenta soltanto l’unione tra me, le mie sorelle e mia mamma. Rappresenta il modo in cui questo legame si è costruito nel tempo, con pazienza, errori, crescita e perdono. Ognuno di quei quattro pezzi ha scelto, giorno dopo giorno, di diventare ciò che è oggi, senza mai smettere di far parte dello stesso cuore. Grazie a quel ciondolo — e soprattutto grazie agli insegnamenti di mia madre — ho imparato che l’amore non è qualcosa di astratto o distante. È una scelta quotidiana. Ho capito come amare il mondo attorno a me, come riconoscere la felicità quando si presenta e, soprattutto, come condividerla. Forse è anche per questo che quel ciondolo, oltre a rappresentare l’amore, per me è diventato qualcosa di più concreto: un promemoria. Mi ricorda che la felicità non è per forza qualcosa di straordinario, ma spesso è nascosta nelle cose semplici di tutti i giorni. Quando lo guardo, mi riporta con i piedi per terra e mi fa pensare a ciò che davvero conta, a quello che mi fa stare bene senza bisogno di esagerazioni o grandi gesti. Mi fa pensare a tutto ciò che mi rende felice, come:
La mia famiglia
Napoli ( nome del mio gruppo di migliori amici)
E, E e C (le mie migliori amiche)
I Fratella (nome del mio gruppo di amici dell’Erasmus)
J (campo estivo)
L’odore della pioggia
Camminare sulla ghiaia dopo la pioggia
Osservare l’arcobaleno
Viaggiare
Prendere il treno
Osservare le persone che camminano
Guardare le nuvole
Guardare le stelle distesa per terra con i miei amici
Filosofeggiare
Parlare di cose superficiali e cose importanti durante una serata
Serata con gli amici
Urlare e cantare le canzoni in macchina
Bere il caffè
Bere il té
Ascoltare la musica nei vinili
Musica ad alto volume
Respirare l’aria del fiume
Vedere gli animali liberi nella natura
Rocky (il mio cane)
Leggere
Comprare libri
Vedere i film
Analizzare film/libri
Vedere le foglie cadere dagli alberi
La pioggia
Il mare d’inverno
La luce del sole tra la natura subito dopo la pioggia
L’alba
Il tramonto
Rivedere la mia seconda famiglia che abita lontano e vedere che non è cambiato nullla (campo estivo)
Stare sul bus e vedere le persone attorno a me e pensare che anche se per poco tempo faccio parte della loro vita e viceversa
Annusare i libri
Ridere fino a quando la pancia mi fa male
L’autunno
Il canto degli uccelli
Le camminate
Osservare la luna
I cocchi (miei peluche e compagni di vita)
Studiare
Sentire di sapere
Amare
Conoscere nuove culture
Organizzare eventi
Fare foto per poi fare album
Osservare l’arte e analizzarla Ecco, tutto questo è racchiuso in un pezzetto di metallo.” (B. classe quinta).
“Quest’anno, come gemma, ho deciso di portare qualcosa che per me non è solo un oggetto o un’esperienza, ma un ricordo diventato simbolo di crescita, amicizia e promesse mantenute. Il 22 agosto 2025 ho assistito al concerto degli Psicologi all’Arena Alpe Adria, a Lignano Sabbiadoro, insieme a una delle mie più care amiche. Ma questa storia inizia molto prima. Tutto risale all’estate della seconda media, quando eravamo ancora due ragazzine entusiaste, fan accanite che sognavano di vedere dal vivo il loro gruppo preferito. Per noi gli Psicologi non erano solo musica: erano parole in cui ci riconoscevamo, emozioni che finalmente qualcuno riusciva a dire ad alta voce. Quando si presentò l’occasione di andare a un loro concerto, ci sembrava un sogno che stava per realizzarsi. Purtroppo, per una serie di inconvenienti, non riuscimmo a prendere i biglietti. Ricordo ancora la delusione, quella sensazione di occasione persa che a quell’età sembra enorme. Ma proprio in quel momento facemmo una promessa: se fossero tornati vicino a casa nostra, non importa quanti anni sarebbero passati, noi ci saremmo andate. Lo avremmo fatto per mantenere la parola data e per rendere felici le “noi” bambine che ci avevano creduto così tanto. Quel momento arrivò a gennaio 2025, quando il duo annunciò le date del nuovo tour. Appena vedemmo che ci sarebbe stata una data vicina, non esitammo un secondo: questa volta non ce lo saremmo lasciato scappare. E così, a luglio, eravamo lì. Non più le ragazzine della seconda media, ma nemmeno così diverse da allora. Cantavamo le stesse canzoni, con qualche esperienza in più sulle spalle e forse una consapevolezza diversa. In mezzo alla folla, tra le luci e la musica, ho capito che non stavamo solo assistendo a un concerto: stavamo mantenendo una promessa, celebrando un’amicizia che è cresciuta insieme a noi. Questa è la mia gemma: il ricordo di un sogno rimandato ma non dimenticato, la prova che alcune promesse meritano di essere custodite nel tempo, e la certezza che, a volte, rendere felici le versioni più piccole di noi è il regalo più grande che possiamo farci”. (G. classe quarta).
“Quest’anno, come ultima gemma, ho deciso di portare con me i piccoli momenti. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a concentrarci sugli eventi straordinari, sui traguardi importanti, sui fatti eclatanti. Siamo abituati a pensare che ciò che conta davvero debba essere grande, visibile, memorabile. E così, spesso, finiamo per dare un peso enorme a situazioni che, a distanza di tempo, si rivelano meno significative di quanto pensassimo. Se c’è qualcosa che quest’anno mi ha insegnato, è proprio il valore delle “piccole cose”. Quei momenti semplici, apparentemente ordinari, che non fanno rumore ma lasciano tracce profonde. Ho capito che non sempre ciò che aspettiamo con ansia è ciò che ci rende davvero felici. A volte mi succede di caricarmi talmente tanto per qualcosa che deve accadere da costruirci sopra aspettative altissime. Immagino scenari perfetti, anticipo emozioni, idealizzo ogni dettaglio. Poi, puntualmente, la realtà non coincide con ciò che avevo immaginato. E allora, per non restare delusa, mi ritrovo ad attribuire a quell’evento un’importanza maggiore di quella che realmente ha avuto, quasi per giustificare l’attesa. Con il tempo ho imparato che le cose più belle non si programmano nei minimi particolari e, soprattutto, non si aspettano con impazienza: semplicemente accadono. Arrivano e restano. Mi sono resa conto che oggi preferisco una passeggiata senza una meta precisa, magari in un luogo semplice, lontano dal rumore e dalla fretta, dove si può parlare senza distrazioni e ascoltare davvero. Preferisco una cena organizzata all’ultimo momento, senza troppi preparativi, dove conta più la compagnia che la perfezione della tavola. Mi sono accorta che ciò che mi resta dentro non sono le grandi occasioni, ma dettagli quasi impercettibili: quello sguardo che si incrocia prima di salutarsi e tornare ognuno a casa propria, carico di significato anche se non viene detto nulla; la voce di mio nonno quando racconta episodi della sua giovinezza, con quella luce negli occhi che fa sembrare il passato ancora vivo; le partite a carte fatte insieme, tra risate, piccole sfide e battute che si ripetono ogni volta ma non stancano mai. Sono sempre stata una persona a cui non piacciono i piani decisi all’ultimo momento. Ho bisogno di organizzare, di sapere cosa succederà, di avere tutto sotto controllo. Eppure mi sono accorta che proprio nelle situazioni improvvisate, fuori programma, mi diverto di più. È lì che mi sento più libera, e soprattutto più presente. Quest’anno ho capito che la felicità non sta nei grandi eventi che aspettiamo per mesi, ma nei piccoli istanti che spesso rischiamo di non notare. Forse crescere significa proprio questo: imparare a rallentare, a dare valore a ciò che sembra insignificante e a riconoscere che la vera bellezza si nasconde nella semplicità quotidiana”. (G. classe quinta).
“Questo è uno dei regali che mi stanno più a cuore. Le maestre delle elementari ne hanno fatta una per alunno ed ognuna è diversa dall’altra. Mi ricorda delle elementari e trovo che sia un bel ricordo” (A. classe seconda).
“Quest’anno come mia ultima gemma ho deciso di portare una città stupenda, che mi ha riempito di ricordi che porterò sempre nel cuore, soprattutto per le persone con cui ho condiviso i miei viaggi. Roma è veramente la città eterna: ogni volta che ci vado rimango sempre stupita dalla sua bellezza e grandezza, non solo fisica ma anche culturale. Roma per me non è solo una città, ma è il luogo in cui ho vissuto momenti che mi hanno fatto crescere. Durante quei viaggi ho avuto la possibilità di conoscere meglio alcune persone e costruire con loro un legame profondo che porterò sempre con me. Inoltre, siamo sempre stati accolti dalla gentilezza e disponibilità delle persone, perciò ho un bel ricordo anche di loro. Roma, quindi, è legata a nuove amicizie ed esperienze che mi hanno formato come persona” (S. classe quinta).
“Come ultima gemma ho deciso di portare i miei diari. Ho cominciato a tenere un diario dalle elementari ed è un’abitudine che ho preso da mio nonno perché lui tuttora scrive ogni sera qualche riga su quello che fa durante il giorno e fin da piccola guardavo affascinata i suoi scaffali pieni di diari degli ultimi 50 anni. Così ho iniziato ad imitarlo, anche se ovviamente non avevo il tempo di scrivere ogni giorno e spesso interrompevo il diario dopo qualche mese perché me ne dimenticavo. Ma adesso ho preso la cosa più seriamente e negli ultimi anni ho scritto molto. Ho scoperto che scrivere è davvero utile e rilassante perché mi aiuta a svuotare la mente. Essendo una persona introversa faccio difficoltà ad esprimere a parole i miei pensieri, ma sulla carta riesco a scrivere qualsiasi cosa mi passi per la mente senza temere alcun giudizio. Infine trovo molto divertente andare a rileggerli a distanza di anni, soprattutto per vedere come sono cambiata oppure anche per riscoprire cose di cui mi ero dimenticata”. (V. classe quinta).