Pubblicato in: Gemme, Letteratura, musica

Gemma n° 1836

“Ho scelto di portare una foto e una frase di Wherever I go, una canzonedegli One Republic: Mi sento vivo quando sono vicino alla follia. Ho legato le due perché amo fare escursioni in mare in modo da fotografare tutte le specie di alghe e pesci. Se mi levassero questa possibilità non sarei felice come lo sono ora. Quando faccio queste escursioni, per riuscire a fare quello che voglio mi spingo tanto oltre, mi piace fare cose spericolate per raggiungere il mio obiettivo”.

Il collage di foto l’ha proposto E. (classe prima). In Alice nel paese delle meraviglie c’è un brevissimo dialogo tra la protagonista e il gatto:
“Ma io non voglio andare in mezzo ai matti” protestò Alice.
“Oh, non puoi evitarlo” disse il gatto “Qui tutti sono matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

Credo che tutti andiamo alla ricerca di quel qualcosa che ci renda felici, come per E. l’esplorazione marina, e quando lo troviamo dichiariamo pure la follia: “Uh! ‘sta cosa mi fa impazzire” o “Divento matto!”. E facciamo effettivamente follie per mantenere quella felicità a lungo o per riviverla appena possibile (però mi raccomando, E., occhi a spingerti oltre… che quel tanto oltre non diventi troppo oltre…).

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, libri e fumetti

Gemma n° 1831

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare qualcosa che ricordasse mio nonno ma che allo stesso tempo fosse importante per me e quindi ho portato questa farfalla in vetro. Diciamo che è un po’ contraddittorio da parte mia in quanto le farfalle rappresentano una delle mie più grandi paure; questa apparteneva a mio nonno. Lui fin da piccolo ha sempre avuto questa grande passione e ne ha collezionate di tutti i tipi, di stoffa, metallo, rame. Ora la collezione la possiede mia nonna e si trova all’interno di una vetrina. Una cosa che mi ricordo particolarmente è che quando ero piccolina e andavo da loro, passavo davanti a questa vetrina e, pur avendo tanta paura e ribrezzo, venivo catturata e restavo lì a osservarle”.

G. (classe quinta) ha raccontato così la sua gemma. Anche questa gemma la commento con un testo letterario, questa volta proveniente dal lontano oriente. E’ Haruki Murakami a scrivere: “No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.” (1Q84)

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1830

“Ho portato questa R: quest’estate sono andata a fare la ragazza alla pari. Ho lavorato in una famiglia come baby sitter in Spagna: si è creato un rapporto veramente stupendo. Accudivo tre bambini di 3, 5 e 8 anni e le cose sono andate molto bene: ancora adesso siamo in contatto. Questa R, regalatami dalla famiglia e con tutte le firme, mi ricorda la mia prima esperienza all’estero da sola: mi ha fatta crescere sotto tantissimi aspetti. Sono più indipendente, mi sento più sicura di me stessa, cresciuta”.

Questa è stata la gemma di R. (classe quinta). Mi sento di commentarla con la poesia Spazio di Alda Merini, dalla raccolta Vuoto d’amore:
“Voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1822

“Ho portato il mio boccaglio, ce l’ho da molto e sono sicuro che lo userò ancora per tantissimi anni perché sarà importante per le mie future avventure”.

Questa è stata la gemma lampo di R. (classe quarta). Approfitto del tema al centro della sua gemma  per citare una frase di Mark Twain che vuole anche essere un augurio per quello che potrebbe attendere R. nei prossimi mesi: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avrete fatto, che per quelle che avrete fatto. Quindi levate l’ancora, allontanatevi dal porto sicuro, prendete i venti con le vostre vele. Esplorate, sognate, scoprite!”.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, musica

Gemma n° 1821

“Questa canzone mi ricorda il periodo della quarantena: verso l’ora di cena, quando c’era il tramonto, salivo su un muretto di un angolo del mio giardino e da lì vedevo una palma dei miei vicini. Lì, insieme ai miei cani, me ne stavo tranquilla, ascoltavo musica e apprezzavo la presenza di questa palma al tramonto anche se la situazione intorno a me non era il massimo, non tanto per questioni di salute ma per la situazione in sé. E’ poi un genere musicale che condivido con mio fratello.”

Devo dire che è inusuale la scelta musicale di Q. (classe quinta): si tratta della versione più famosa del brano Garota de Ipanema, quella di Stan Getz e João Gilberto, The girl from Ipanema.
Non mi muovo dal Brasile e recupero una frase di Paulo Coelho: “Gli uomini si dividono in quelli che costruiscono e quelli che piantano. I costruttori concludono il loro lavoro e, presto o tardi, sono colti dalla noia. Quelli che piantano sono soggetti a piogge o tempeste, ma il giardino non cesserà mai di crescere”. Ecco, ho la sensazione che Q. e chi, come lei, abbia cercato un luogo rigenerativo durante la quarantena, si sia comportato un po’ come “quelli che piantano”…

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, Religioni

Gemma n° 1818

“La mia gemma ce l’ho al collo ogni giorno: è un portafortuna, un coniglio con all’interno dell’ambra. Lo considero un oggetto molto importante: l’ho preso in Polonia, terra a cui sono molto legata, e rappresenta l’unico animale domestico che ho e, penso, avrò nella mia vita. Da piccola lo desideravo tanto e alla fine il sogno si è realizzato grazie a una persona molto significativa per me (è lei che mi ha preso sia il coniglio che il ciondolo). L’abbiamo cercato a lungo per le bancarelle di Cracovia e il fatto che questa persona abbia perso del tempo per rendermi felice dà molto valore a questo oggetto”.

Ecco la gemma di K. (classe quinta). Bene, ora immaginate di essere in giro con lei, ma non lungo le strade della meridionale Cracovia, bensì lungo la costa settentrionale della Polonia bagnata dalle acque del Baltico. E fatevi prendere per mano da questa leggenda sull’ambra che ho trovato in rete:
“Quando regnava ancora Perkunas dio del Tuono, nel fondo del Mar Baltico sorgeva il palazzo d’ambra di cui Jurate, la più bella tra tutte le dee era la regina.
Un giorno il giovane Kastytis, eccellente pescatore, decise di buttare le proprie reti alla foce del fiume Sventoji catturando così tutti i pesci che provavano a raggiungere il mare.
La notizia giunse al palazzo della regina, che preoccupata dalla situazione inviò le sue fedeli sirene a parlare con il giovane pescatore per convincerlo a ritirare le proprie trappole. Arrivate sul luogo di pesca accusarono Kastytis di impoverire la fauna del mare, ma lo scaltro pescatore si discolpò affermando di stare semplicemente lavando le reti nell’acqua e che i pesci ci si incagliavano senza il suo volere. Le sirene spiazzate dalla risposta tornarono al castello informando Jurate, che furiosa decise di andare a parlare di persona con il disobbediente Kastytis.
Al primo sguardo i due si innamorarono l’uno dell’altra e decisero di andare a vivere insieme nel palazzo d’ambra della dea ma il loro amore durò ben poco. Perkunas dio del tuono e padre di tutti gli dei aveva promesso Jurate in sposa a Patrimpas dio dell’acqua e quando vide i due innamorati andò su tutte le furie. In preda alla collera scagliò una freccia verso il palazzo che venne frantumato in migliaia di piccoli pezzettini d’ambra.
Il giovane morì nell’impatto, mentre la dea fu punita per la sua negligenza. Venne incatenata ad una roccia sul fondo del mare dove ancora oggi piange per il sua amore perduto, alcune volte il pianto si fa così straziante che le onde del mare, generalmente fredde e calme non riescono a trattenersi e infuriano anche loro. Le onde smuovono i pezzetti d’ambra del vecchio palazzo sedimentati sul fondo marino e li trasportano fino alla riva. Così che i pezzetti più grossi appaiono sulla sabbia. Sono le lacrime della regina: pure e limpide, com’era l’amore tra Jurate e Kastytis.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, Società

Gemma n° 1817

L. (classe quinta) ha acceso il suo iPad e ha proiettato due foto: “Sono due foto con mia mamma perché la mia gemma è il nostro rapporto. Fino a poco tempo fa spesso facevo le cose senza dirle niente e quando veniva fuori che magari ero uscita litigavamo sempre; non capivo di sbagliare, me la prendevo sempre con lei e pensavo fosse cattiva. Col tempo sono cambiata e ora ho un bellissimo rapporto con lei, parliamo di tutto e non mi sento imbarazzata su niente perché mi sento a mio agio. Usciamo spesso anche da sole senza il resto della famiglia e talvolta ci scambiano per sorelle e per me lei non è solo una mamma ma anche un’amica; anche in casa, quando combiniamo qualcosa, siamo complici”.

Devo dire che in questi anni sono più frequenti le gemme d’amore nei confronti dei nonni rispetto a quelle nei confronti dei genitori, anche se comunque più frequenti rispetto al passato. Il poeta bengalese Rabindranath Tagore scriveva: “Il bambino chiama la mamma e domanda: “Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?”. La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino: “Eri un desiderio dentro al cuore”.” Ecco, quel de-siderio, quella mancanza di una stella (de-, distanza e – sidera, stelle) che dia senso al tuo cielo, è ciò che fa sì che quella relazione sia così forte, quell’amore così totale.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, Religioni, Società

Gemma n° 1816

“Una foto di quand’ero piccola perché ho deciso di dedicare questa gemma a me stessa: in questo periodo sono cresciuta molto personalmente, ho avuto un grande cambiamento soprattutto caratteriale grazie alle persone che mi sono sempre state vicine. Ho sempre dato molto peso al giudizio degli altri e per questo motivo non mi sono mai esposta: ora sono molto più sicura di me stessa e dedico più tempo a piacere a me stessa che agli altri”.

Con queste parole L. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Da qualche parte ho letto una storia buddhista sulla facilità che abbiamo nel giudicare e nel mettere un’etichetta su tutto; non trovo più il libro ma la rete mi è venuta in soccorso. Ecco qui:
“Un vecchio contadino per anni aveva coltivato i suoi raccolti lavorando moltissimo.
Un giorno il suo cavallo fuggì e i vicini gli dissero che era stata proprio una sfortuna perderlo ma il contadino rispose “forse”.
Il cavallo, il giorno seguente, tornò insieme ad altri 3 cavalli. I vicini dissero che era una meraviglia ma il contadino rispose di nuovo “forse”.
Il giorno dopo il figlio del contadino provò a cavalcare uno dei nuovi cavalli ma si ruppe una gamba. I vicini gridarono alla sfortuna e l’agricoltore rispose ancora una volta “forse”.
Il giorno seguente dei soldati vennero ad assoldare giovani uomini nell’esercito ma il figlio del contadino non venne chiamato dato che aveva la gamba rotta. I vicini dichiararono che era stata una vera fortuna. Ma il contadino, come sempre, rispose “forse”.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, Società

Gemma n° 1812

Ha mostrato una foto G. (classe quarta) per iniziare a parlare della sua gemma: “E’ una rosa del 14 febbraio 2021, giorno di San Valentino e del terzo meseversario col mio attuale ragazzo. E’ la prima rosa che mi ha regalato; non so perché ci sia così affezionata, però quando l’ho tenuta in camera un mese mia mamma ha deciso di metterla in questo contenitore di vetro con delle piccole rose che profumano sotto. La tengo sul comodino e quando mi sento un po’ giù mi metto a guardarla, sia perché mi ricorda una bella giornata sia perché al mio ragazzo sono molto affezionata anche come persona non solo perché è il mio ragazzo. Non vorrei mai perderlo né da un punto di vista amoroso né come amico: lo voglio presente nella mia vita. Poi, dopo varie sollecitazioni, me ne ha regalate anche altre ma a questa resto particolarmente affezionata e spero rimanga integra il più a lungo possibile”.

Da ragazzo ho fatto l’animatore in Parrocchia e mi è capitato spesso di utilizzare dei racconti di Bruno Ferrero. Il primo suo libro che ho acquistato si intitola L’importante è la rosa e contiene questo racconto/aneddoto:
“Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi. Per andare all’Università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata.
Un angolo di questa via era permanentemente occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti. La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta.
Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta: «Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?».
«Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», rispose il poeta.
Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene. Allora accadde qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò. Poi se ne andò stringendo la rosa al seno.
Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via. Silenziosa e immobile come sempre.
«Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?», chiese la giovane francese.
«Della rosa», rispose il poeta.”

La pagina del libricino si chiude poi con le parole di Antoine de Saint-Exupéry: «Esiste un solo problema, uno solo sulla terra. Come ridare all’umanità un significato spirituale, suscitare un’inquietudine dello spirito. E’ necessario che l’umanità venga irrorata dall’alto e scenda su di lei qualcosa che assomigli a un canto gregoriano. Vedete, non si può continuare a vivere occupandosi soltanto di frigoriferi, politica, bilanci e parole crociate. Non è possibile andare avanti così».

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura, musica, Pensatoio, Religioni, Società

Undicesima stazione

So che siamo nel periodo dell’Avvento, è appena iniziato. Molti cristiani, ieri, hanno acceso la prima delle quattro candele della loro corona. Eppure mi soffermo su una riflessione di più di vent’anni fa di Mario Luzi (1914-2005), scritta in occasione della Via Crucis di quell’anno per l’XI stazione, quella di Gesù inchiodato alla croce. L’ho trovata su La rivista de Il Mulino. Sono parole messe in bocca a Gesù stesso. Scrive Luzi:

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra, ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
E terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego”.

Resto convinto che i testi delle religioni siano in grado di essere occasione di riflessione per tutti, credenti e non credenti: non farei il lavoro che faccio se non ne fossi convinto. Certo saranno riflessioni dalle molteplici sfaccettature, frutto della diversità umana. Prendo questo dubbio di Gesù e lo porto nel tempo che stiamo vivendo: eccesso o difetto di umanità? “Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?”. Qual è, mi chiedo, lo sguardo che sto gettando sul mondo? Qual è l’atteggiamento che ho? Su quale fronte mi schiero? L’interrogativo del Gesù di Luzi è retorico, perché la risposta alle domande è contenuta nella prima parte: “È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. […] ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare […] Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato”. Si tratta di un Gesù che ha fatto un’immersione completa nell’umanità, anche quella più lontana, anche quella più inaspettata, anche quella inascoltata o dimenticata, quella per la quale è così difficile provare empatia, creare uno spazio d’ascolto dentro di me. Eppure, nonostante tutto questo, conserva un dubbio, quello di essere stato autoreferenziale, quello di aver assecondato una propria volontà, una propria preferenza, un proprio desiderio: “Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa”. Come faccio a comprendere, a discernere tra il gesto egoista e il gesto puramente altruistico? Lo so che nel gesto di generosità è contenuta l’autogratificazione e so che è normale. Ma quale può essere la bussola per non perdermi e non confondere la “Tua volontà”. Troppe volte, in nome di una supposta volontà superiore, si sono compiuti danni inenarrabili! Provo ancora a cercare tra le parole di Luzi una risposta e mi colpiscono queste: “La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario”. Ieri sera a cena con noi c’era una coppia di cari amici: Mariasole passava da un braccio all’altro, li guardava negli occhi, sorrideva, sprizzava gioia da ogni particella del suo corpo. Diceva con tutta se stessa e con le parole: “che bello stare insieme”. Ecco l’umano a cui dovrei cercare di somigliare ogni giorno, ecco l’umano da cercare in questo Avvento affinché il divino possa continuare a trovare albergo nella grotta di ogni cuore…Un brano di Nick Cave rifatto dalla tredicenne Nell Smith insieme ai The Flaming Lips per meditarci su (tutto Where the Viaduct Looms è un cover album pazzesco secondo me!).

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, libri e fumetti

Gemma n° 1810

Fonte immagine

“Leggo una parte di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen: Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze, siano esse di merito o di intelligenza. Ho scelto questa frase perché purtroppo o per fortuna sono una persona che vede sempre il buono sia nelle persone che nelle cose. Questo mi porta a creare un mondo a parte tutto mio. Me lo dicono spesso i miei genitori e le persone che mi conoscono bene e mi mettono in guardia perché così facendo mi faccio anche un po’ del male perché mi do sempre le colpe di tutto per non voler darle alle altre persone e non voler vedere i loro errori”.

Questa la gemma di S. (classe quarta). Penso che abbia messo in luce un aspetto sul quale mi è capitato spesso sia di discutere con altri sia di riflettere per conto mio: quale il confine tra un approccio positivo e ottimista alla realtà e agli altri e un approccio ingenuamente innocente che ti espone a batoste e sensi di colpa? Forse la citazione della Austen scelta da S. offre una pista di approfondimento: andare oltre le apparenze, farvi poco affidamento e conoscere l’altro prima di gettarvisi a capofitto, prima di credere a una connaturata bontà e spontanea gentilezza. Lo definirei un sano principio di cautela.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura, Pensatoio, Religioni

Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1795

“La mia gemma è un po’ un concetto astratto e quindi utilizzo due foto per spiegarmi concretamente. La prima è dell’estate del 2020, quando sono stata a fare uno stage di una settimana fuori Roma, la seconda è di questa estate, del viaggio fatto a Napoli. Per me queste foto rappresentano un processo avvenuto in questi ultimi anni tramite alcuni viaggi che ho fatto. Lo stage è stato importante perché era la prima volta, dopo tanto tempo, che ero da sola lontana da casa; il viaggio a Napoli è stato una sfida per me e per le mie due sorelle perché ci siamo andate da sole nonostante un po’ di paura. Ho imparato così ad essere più indipendente e a non avere pregiudizi. Soprattutto sono riuscita a risolvere uno dei miei più grandi difetti: la timidezza. E questa è una cosa che non sento solo io da dentro ma che mi hanno riferito anche le persone che mi hanno conosciuto negli ultimi anni e che mi hanno detto di vedermi come una persona tanto aperta e sempre positiva”.

Così si è conclusa la gemma di M. (classe quinta). Io un breve testo sulla timidezza mi sento di metterlo, è di Ernest Hemingway: “Sorrise come soltanto i veri timidi sanno sorridere. Non era la risata facile dell’ottimista né il rapido sorriso tagliente dei testardi ostinati e dei malvagi. Non aveva niente a che fare col sorriso equilibrato, usato di proposito, del cortigiano o del politicante. Era il sorriso strano, inconsueto, che sorge dall’abisso profondo, buio, più profondo di un pozzo, profondo come una miniera profonda, che è dentro di loro.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, musica

Gemma n° 1774

“Ho deciso di portare il brano “7 Years” di Lukas Graham perché è inconsapevolmente stato un mio punto di riferimento nelle fasi più difficili della mia crescita e tutt’ora, dopo una quantità indefinibile di ascolti, riesce a trasmettermi le stesse emozioni che mi trasmetteva anni fa.
Fa parte di quella categoria di brani che mi portano ad essere grata per quello che ho e per quello che ho vissuto se ascoltati in un momento felice, e che, contrariamente, mi trasportano in un mondo di malinconia ed incertezza sul futuro se li ascolto in un momento più grigio e nostalgico. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui ascolto questo genere mi trovo nel momento triste, ma questa canzone mi conosce da quando ero alle elementari, e allora mi ricordo di chi ero, di come sono cambiata, di come tutto passa, e tra questi ricordi prendo coraggio per quello che sarà”.

La canzone è la gemma di C. (classe terza) e lei l’ha accompagnata con delle parole molto significative che legano il passato al presente per affrontare con coraggio il futuro. Nel 1938 scriveva Omraam Mikhaël Aïvanhov: “Se sapeste come vivere nel presente valorizzando le esperienze del passato e gli splendori dell’avvenire, vi avvicinereste al Divino” (Discorsi, 86).

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1764

“Ho portato questo braccialetto che ho acquistato l’estate scorsa insieme alle mie amiche: mi ricorda la bella estate che ho trascorso e in particolare la settimana passata al mare insieme a loro. E’ stata un’estate più allegra e più felice rispetto a quella dell’anno prima, più condizionata dal Covid”.

Questa è stata la gemma di S. (classe terza). Guardo la foto del braccialetto e noto che il braccialetto non ha una fantasia simmetrica (l’occhio mi cade sempre su queste cose). Mi viene in mente una frase di Christiane Singer: “Oggi, seduta davanti alla mia casa, mentre guardavo il vento nel grande tiglio, ho capito che tutto è già perfetto, meglio: che niente è ancora perfetto”.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, libri e fumetti, opinioni, Pensatoio, Religioni

Un’inesauribile ricerca di luce

Martina Spollero ha terminato il Liceo Percoto nel 2020. Poi si è iscritta a Lettere Moderne ed è allieva della Scuola Superiore dell’Università di Udine. Insieme a Gabriele Visintin, studente di filosofia, ha scritto un articolo per Il chiasmo, magazine online edito dalla Rete Italiana degli Allievi delle Scuole e degli Istituti di Studi Superiori Universitari (RIASISSU), in collaborazione con l’Istituto Treccani. Lo ripropongo qui molto volentieri e aggiungo ai suggerimenti di lettura dei due autori il libro di Massimo Recalcati “Il grido di Giobbe”, sempre sullo stesso tema (libro che ho appena terminato).

Il muto dialogo tra l’uomo e Dio

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Se l’esperienza del quotidiano è quella di una realtà profondamente intrisa dal male e dominata dalla sofferenza, come conciliare la constatazione del dolore con un vivo rapporto di fede? È possibile un dialogo con un Dio imperturbabile davanti alla sofferenza del frutto stesso del suo amore?
La visione della fede proposta dal filosofo danese Søren Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855), sebbene influenzata dalla rigida educazione pietista impartitagli fin dalla giovinezza, risulta un tassello fondamentale nell’analisi dell’esperienza religiosa intesa come imprescindibile componente dell’esistenza umana. Il rapporto col divino che emerge dai suoi scritti viene rappresentato quanto mai distante dai dogmatismi interpretativi consueti mediante cui è percepita la fede. Essa risulta, infatti, caratterizzata da sentimenti radicalmente negativi quali l’angoscia e l’incomunicabilità, i quali isolano l’uomo entro i confini di una prospettiva che lo allontana dai suoi stessi simili.
Nell’opera Aut-Aut Kierkegaard individua differenti stadi della vita dell’uomo. Il primo di essi è quello della vita estetica, nel quale l’uomo sceglie di non scegliere, e ricerca, in tutte le loro forme, il piacere e il godimento personale. La brama della passione – inevitabilmente e per sua stessa natura – non giunge al suo pieno soddisfacimento, conducendo inesorabilmente l’uomo verso la noia e l’indifferenza. La figura esplicativa di questo stadio è appunto quella dell’esteta, del  seduttore, alla quale si contrappone l’uomo che incarna le caratterizzanti dello stadio etico e vive conformemente a una morale, inserito in una quotidianità e in una concretezza sociale e umana.  Questo momento di vita può essere rappresentato  dal marito fedele e laborioso. Come ben evidenziato da Remo Cantoni nel suo saggio introduttivo all’opera di Kierkegaard qui presa in esame, l’aut-aut denota la scelta con cui ci si sottopone al contrasto tra il bene e il male. Non accettare questa dicotomia, pertanto, non significa necessariamente propendere verso il male, bensì verso l’indifferenza etica.
La possibile comunicazione che sussiste ancora tra vita etica e vita religiosa viene definitivamente meno nel saggio che il filosofo danese pubblicherà pochi mesi più tardi: Timore e tremore. Mediante l’esempio di Abramo, rivela come l’uomo religioso, immerso in una fede totalizzante, si trovi in aspro contrasto con le convinzioni etiche e morali comunemente accettate e condivise. Il patriarca dell’ebraismo viene messo nella posizione di doversi confrontare con una richiesta assurda e irrazionale: sacrificare suo figlio Isacco. Il nodo insolubile e controverso del rapporto tra l’uomo e la spiritualità scaturisce dalla constatazione che Colui che pretende l’immolazione dell’amato risulti il medesimo che quella prole gliel’ha donata, Dio stesso. La prospettiva, annichilente e disarmante, è quella dell’innocente che si interroga circa il fondamento di un tale abominio e la richiesta di privazione dell’unico frutto d’amore concessogli attraverso il grembo della moglie Sara, simbolo di quella vita che sopravvive – oltre le soglie della morte – sotto forma di eredità nei posteri.
Il tragico dolore che Abramo si trova ad affrontare diventa icona dell’esperienza religiosa estesa a tutti gli uomini: essa risulta sconnessa – secondo Kierkegaard – dalla ragione, dalla morale, dalla razionalità. La fede è un salto nel buio, è un cieco abbandono a una volontà che non è conforme e coincidente a quella umana, e che per questo motivo non è comunicabile agli altri individui. Ne deriva un’esperienza di fede profondamente soggettiva e assolutizzante, una frattura che allontana l’uomo dal divino, il quale vive un rapporto assoluto con l’assoluto. “Chi si trova nel mare della disperazione trova l’assoluto”, asserisce Cantoni. L’uomo, dunque, incontra Dio proprio nella sofferenza più totale.

L’esempio letterario in cui confluiscono tutte queste considerazioni è quello del romanzo Giobbe, frutto del genio e della penna di Joseph Roth (Brody, 2 settembre 1894 – Parigi, 27 maggio 1939). Potremmo considerare Mendel Singer (protagonista del romanzo) come il tipico uomo morale kierkegaardiano che vive nella convinzione di incarnare una fede sincera, la quale si manifesta – nei limiti dell’illusione generata dalla sua soggettività – in un rapporto diretto con Dio, dinanzi al quale si genuflette e si abbandona completamente, togliendo a se stesso qualunque prospettiva di azione, nell’attesa che si portino a compimento i piani a lui destinati (il tutto fondato su preconcetti di matrice quasi fideistica che vedono un Dio dispensatore di beni ai giusti e di dolori a coloro che non si incamminano lungo la via della rettitudine). Il suo atteggiamento nei riguardi della fede è duplice e fortemente problematico: da un lato nega la necessità di intermediari, rivendicando la possibilità di instaurare un rapporto intimo con l’Assoluto, dall’altro non cerca mai veramente un dialogo con Dio. Nel momento in cui il concatenarsi di spiacevoli eventi imprevisti lo costringe a uscire dai binari della quotidianità e a fare esperienza di un dolore che attanaglia anche le vite degli innocenti, si avvia il turbolento processo di demistificazione dei pregiudizi sui quali si fonda il suo fragile credo, e che lo porteranno via via a prendere le distanze da una fede vissuta meccanicamente, in una sua forma sterile e semplicistica.
Proprio l’esperienza diretta con il dolore lo getta nella condizione di interrogarsi sul suo sentimento religioso. Il personaggio viene portato a mettere in discussione la volontà di Dio, il suo rapporto con esso e a prendere in mano le redini di una vita sino a quel momento vissuta come passivo spettatore. Davanti alle disgrazie che lo colpiscono, il suo diviene il grido ancestrale dell’innocente che lamenta l’ingiusta punizione di cui non coglie le ragioni, che rivendica – quasi portavoce degli interrogativi di ogni uomo – il diritto alla felicità. La rabbia si tramuta in rigetto totale della fede, la quale, in quanto elemento costitutivo della sua intera esistenza, porta il personaggio in qualche misura a rinnegare sé  stesso e ad abbandonarsi in un tetro nichilismo rassegnato e rancoroso.
Se il Giobbe biblico accetta il male così come accoglie il bene, in quanto si percepisce come ente infinitesimale rispetto a ciò che lo sovrasta e non vacilla mai nei suoi intenti – poiché caratterizzato da un rapporto con Dio genuino sin da principio – il personaggio rothiano compie un’evoluzione inversa. Il suo è un percorso che va dall’illusione di una fede sincera che, messa in discussione dalle prove cui si vede suo malgrado sottoposto da Dio, approda al termine del romanzo a un rinnovato dialogo più consapevole e autentico – e dunque più sincero – con il Creatore. Nel racconto si osserva, pertanto, la fede come sentimento profondamente umano che, proprio in quanto tale, manifesta i tratti di quelle stesse debolezze e inquietudini caratteristiche dell’uomo.

La prospettiva religiosa fin qui delineata ribalta la concezione odierna della fede come palliativo verso la sofferenza. Non è grazie alla morte e alla paura verso di essa che l’uomo, anelando a un’eternità metafisica, si rifugia nell’eternità per definizione (Dio), che risulta però inconsistente illusione, inconsciamente creata dall’uomo stesso. Fu il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (Landshut, 28 luglio 1804 – Rechenberg, 13 settembre 1872) a teorizzare che senza la morte come limite naturale non esisterebbero le religioni, così come Dio. La fede vista in questa prospettiva assumerebbe caratteri prettamente utilitaristici: l’individuo è costretto ad affidarsi a una figura ultraterrena e soprannaturale per sperare in una vita che possa superare la morte. Presentata in tal modo, l’adorazione religiosa è legata esclusivamente alla promessa di immortalità. Senza questa promessa, se dell’uomo, delle sue opere e del frutto delle sue fatiche nulla rimane, allora Dio non solo sarebbe “inutile”, ma non avrebbe senso neppure porsi la questione della sua esistenza. La fede esisterebbe fintanto che da essa si può ottenere un profitto reale e tangibile.
Nel suo senso antropologico, il dolore si manifesta nell’estrema concretezza di un’esperienza in grado di produrre quella discontinuità necessaria a rompere il ritmo abituale dell’esistere e a trasfigurare sotto una rinnovata luce le esperienze caratterizzanti del quotidiano. Risulta al contempo patimento e rivelazione: il suo porre inesorabilmente l’uomo dinanzi la cocente presa di consapevolezza dei suoi limiti e della sua fragilità, lo predispone all’analisi di sé e alla messa in discussione dei paradigmi interpretativi a lui consueti. Chiuso entro i confini del suo microcosmo esistenziale, l’individuo acquisisce paradossalmente una prospettiva privilegiata per meditare sulla natura e sullo scopo della sua stessa sofferenza in quanto «prezzo dell’esistenza e sapore dell’istante che passa» (Le Breton, 2007). L’impressione è quella di un patimento tutto individuale, incomunicabile agli altri e a loro incomprensibile che alimenta il ripiegamento in una dimensione inedita dell’esistenza. Il dolore può assumere un valore solo nel preciso istante in cui ad esso viene attribuito, quando diviene cioè epifania di un disegno ultimo che va al di là dei confini di quel frammento di vita che è l’uomo. Imprescindibile punto di partenza per il maturare di una fede viva e sincera è proprio l’esperienza del più profondo e totale abbandono, di quel tetro silenzio di un Dio che apparentemente tace davanti alla sofferenza umana. La visione screditante della fede come comodo palliativo non è altro che la distorsione derivante da un’interpretazione fortemente semplicistica del sentimento religioso e implica il rischio di deresponsabilizzazione dell’uomo e dell’agire: il sacrificio umano non è la sopportazione del dolore, è l’accoglienza di un messaggio di fede capace di farsi propulsore all’azione e occasione per una riscoperta sincera della presenza di un essere Altro, esterno ma allo stesso tempo componente intrinseca di sé.
Ciò che si è voluto dimostrare con quest’analisi è come l’esperienza religiosa, generata da un bisogno naturale e innato di assolutezza divina, divenga quotidiana riscoperta del rapporto autentico con l’Assoluto attraverso l’intima esperienza del dolore. L’essenza del sentimento di fede risiede nella tensione di un’inesauribile ricerca della luce tra le pieghe in ombra dell’esistenza, nel perpetuarsi di un’insaziabile esplorazione profonda della vita interiore spinta dalla volontà di dare risposte circa il senso dello stare al mondo e di quel fine ultimo verso cui la vita dell’uomo è volta teleologicamente a tendere.

Per saperne di più:
GIOVANNI PAOLO II, Salvifici doloris. Lettera Apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, Roma, Paoline Editoriale Libri, 2015.
KIERKEGAARD, Aut-Aut, Milano, Mondadori, 2016.
KIERKEGAARD, Timore e tremore, Milano, Mondadori, 2016.
KOLAKOWSKI, Se non esiste Dio, Bologna, Il Mulino, 1997.
LE BRETON, Antropologia del dolore, Roma, Meltemi editore, 2007.
ROTH, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Milano, Adelphi edizioni, 2014.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1762

“Questa chiave ce l’ho sempre al collo ed è la chiave di un lucchetto che ha al collo il mio ragazzo con cui sto da quasi un anno; senza di lui non andrei avanti perché abbiamo passato talmente tante cose insieme e non ritrovarlo nella mia vita sarebbe troppo brutto.”

Ho chiesto poi ad A. (classe terza) se il licchetto sia un ciondolino o chiuda proprio la catenina del suo ragazzo: buona la seconda. Senza la chiave di A. lui non apre la catenina. Posso non appoggiare qui Prévert?

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura, libri e fumetti, Storia, Testimoni

Gemma n° 1755

“Ho deciso di portare il Diario di Anna Frank perché l’ho letto in terza media e sono rimasta molto colpita dal modo in cui scriveva: aveva la mia età ed ha espresso cose molto profonde e piene di significato. L’ho letto durante la quarantena e mi ha molto aiutato quand’ero triste. L’ho portato anche per un altro motivo: alcune persone dicono che quei momenti siano da dimenticare, oppure vadano tolti dalla storia o addirittura non siano mai esistiti. Penso ciò sia molto brutto e non vorrei proprio che potesse accadere di nuovo il verificarsi di tali eventi. Ricordare questa ragazza che ha passato due anni in un rifugio senza poter uscire e soltanto guardando il cielo da uno spiraglio della sua finestra penso sia importante. Il libro mi è piaciuto molto e mi ha colpito profondamente”.

I. (classe seconda) ha illustrato così la sua gemma. Mi piace stendere qui uno dei passaggi secondo me più belli e “difficili” da mettere in pratica: “Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità”.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1754

“Ciò di cui ho deciso di parlarvi oggi è un oggetto legato ad una frase che per me ha un valore inestimabile e che ritengo il simbolo della mia infanzia. Ma prima di tutto faccio un passo indietro e vi racconto un po’: come ben saprete (o comunque penso l’abbiate già intuito), le mie origini non sono friulane, bensì pugliesi. All’età di 5 anni circa, per svariati motivi, mi sono trasferito qui in Friuli.
La lontananza per me è sempre stata un tasto dolente, poiché nonostante la fortuna di essermi ambientato velocemente e di aver preso i ritmi di vita, che ahimè sono completamente diversi, anche le più piccole e banali azioni quotidiane mi riportavano a pensare a questo aspetto. Ad esempio, una cosa che mi faceva stare “male” era pensare ai miei ex compagni di classe che uscivano da scuola e correvano dai nonni a lasciare la cartella per prendere la bici e tornare a casa: quanto mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa. Oppure, la classica uscita della domenica pomeriggio nella quale i miei amici mi dicevano che la loro nonna aveva preparato ottime pietanze ecc. e sappiamo tutti che i pranzi della nonna sono sempre i migliori…
Dunque, si trattava di piccolezze senza le quali si può tranquillamente sopravvivere, ma che nonostante tutto mi facevano riflettere e mi hanno portato a vivere un’infanzia relativamente diversa dai miei coetanei.
Ma tornando all’oggetto… si tratta di una classica catenina d’oro che si porta al polso e che solitamente, come nel mio caso, i nonni regalano ai propri nipoti al battesimo. Per me ha un valore inestimabile, perché ogni volta che sono nostalgico mi aiuta a riflettere ed a farmi sentire meglio, ma soprattutto perché quando mi è stata regalata era accompagnata da una frase che è diventata una sorta di motivazione a non preoccuparmi della presenza delle persone care, perché anche se non fisicamente, ci sono sempre. E la frase è: «non importa quanto lontani si è, ma quanto ci si vuole bene nonostante tutto».”

Ecco qui la gemma di L. (classe terza), una di quelle che chiamo gemme di risonanza perché fanno risuonare in me delle corde profonde che collegano per direttissima cuore e cervello. Non distante da qui, vicino a Trieste, e più precisamente a Duino, c’è un bel sentiero sopra le falesie che si ergono dall’Adriatico ed è dedicato al poeta praghese Rainer Maria Rilke. Merita una capatina proprio tra poco, quando si coprirà dei caldi colori autunnali. Perché lo cito a proposito della gemma di L.? Perché queste parole di Rilke la commentano bene: “Una volta accettata la consapevolezza che anche fra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una meravigliosa vita, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l’altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo.”

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, libri e fumetti, Scuola

Gemma n° 1750

Fonte immagine: Vox zerocinquantuno

Era iniziata così, il 21 settembre del 2014: “Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.” Il 1° ottobre ho pubblicato sul blog la prima gemma. Si trattava di una scena del film Mr. Nobody proposta da una allieva di seconda. Dopo i primi due anni, per mancanza di tempo, ho smesso di riportarle sul blog: l’ultima, la numero 503 consisteva nella lettera al basket da parte di Kobe Bryant, proposto da una ragazza di terza. Abbiamo continuato le gemme in classe ma negli ultimi due anni, tra dad e quarantene, tra classi a metà e frequenze a settimane alterne, tra giorni pari e giorni dispari, l’attività è spesso proceduta a singhiozzo.

Desidero allora rilanciare la proposta, cercando di dare alle gemme l’importanza e lo spazio che si meritano. Le faremo anche nelle classi prime e tenterò di riprenderle sul blog: non mi va di ripartire con la gemma 504, come se in mezzo non ci fosse nulla… C’è una ricchezza enorme lì dentro: è capitato sovente di commuovermi, lì dentro. Allora ho fatto una stima di circa 250 gemme all’anno e quindi ripartiremo dalla gemma 1751. Ma come ho fatto il 21 settembre di 7 anni fa, propongo io una prima gemma, la 1750, con la quale voglio semplicemente dire cosa siano per me le gemme. Lo faccio attraverso un pezzettino del prologo del libro Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia:
“Col suo amato, a fine giornata, quando la luce allenta la sua morsa sul mondo e sulla carne, faceva sempre un gioco: raccontarsi a vicenda la cosa più bella di quel quotidiano trascorrere, perché era l’unico modo di salvarla per sempre, non di sconfiggere il tempo ma di scommettergli contro. La luce rifratta dalle foglie bagnate d’autunno, l’incanto di un racconto d’amore e di morte, il bagliore di un fuoco in una casa strappata a una notte di ghiaccio, il rumore costante di un torrente che canta proprio quando incontra un ostacolo… Quella cosa bella non salvava solo se stessa, ma tutta la giornata, come ne fosse il centro, il punto di leva e di espansione, la benedizione. Era l’istante affrancato dal tempo, pur essendo nel tempo generato.
Da quella donna ho compreso che salvo è tutto ciò che si sottrae alla seduzione della polvere: ciò che senza rinunciare al tempo viene dal tempo liberato e se ne fa misura, e dello spazio che gli è concesso fa la sua dimora.”.

Buona ricerca della vostra gemma, non vedo l’ora di darle tempo e spazio.