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Gemma di speranza

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Da due anni non pubblico più le gemme che studentesse e studenti portano in classe. Purtroppo non ho il tempo materiale per poterlo fare. Stamattina c’è stata la prima gemma di quest’anno, in una classe terza. Si è trattato di un testo che era stato portato anche tre anni fa da una ragazza di quinta. Erano le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie nell’attentato parigino del Bataclan e che si ritrovò da solo a crescere un bimbo di 17 mesi. Le riporto:

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Mi ha profondamente colpito che in un periodo storico in cui mondo reale e virtuale fanno fatica a contenere toni sopra le righe, a limitare linguaggi di odio, a controllare reazioni provocatorie che arrivano soprattutto dal mondo adulto, una sedicenne abbia voluto regalare ai compagni una gemma che parlasse di rifiuto dell’odio. Sono risuonate in me le parole di Etty Hillesum: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”.

Grazie B.

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2019, un’estate sociale

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Due giorni fa sul sito della Pastorale giovanile della Diocesi di Udine è stato pubblicato l’annuncio dell’iniziativa per la prossima estate. Eccone un estratto:

Nell’anno del Sinodo sui giovani e della Giornata Mondiale della Gioventù di Panama, l’esperienza estiva proposta dalla Pastorale Giovanile diocesana non poteva non volgersi a una figura che ha messo i giovani al centro di tutta la sua vita: parliamo di San Giovanni Bosco, il sacerdote piemontese che nella seconda metà del XIX secolo ha dato vita a una vera e propria rivoluzione educativa e sociale nella Chiesa e nella comunità civile dell’epoca.

Da lunedì 29 luglio fino a domenica 4 agosto 2019, tutti i gruppi di adolescenti e giovani della nostra Arcidiocesi sono invitati a vivere questa forte esperienza di fede sui luoghi di don Bosco e di tante altre figure di santità di cui pullulava la Torino di fine ottocento: Madre Mazzarello, don Cafasso, don Murialdo, San Cottolengo, Beato Frassati, ecc. Sono i cosiddetti “Santi sociali”, ossia coloro che – dalla Chiesa – si sono volti a vari ambiti del mondo con spirito di missione e di promozione della persona. La città di Torino, inoltre, propone ancora oggi realtà dalla forte valenza educativa, una su tutte è il Sermig.

Il comunicato sottolinea alcuni aspetti:

  • la preziosità di una esperienza che raramente si ha l’occasione di vivere. Camminare sui luoghi di don Bosco e dei santi sociali, respirare il loro pensiero e calarlo nell’epoca odierna è un passo che non tutti hanno la possibilità di compiere;
  • l’esperienza estiva diocesana dà la possibilità di vivere una “settimana di Chiesa locale”: giovani di diverse Parrocchie, con cammini diversi ma con molti punti d’incontro, hanno la possibilità di conoscersi, confrontarsi, condividere i propri percorsi. La vera “collaborazione pastorale” avviene nell’ottica della condivisione fraterna e reciproca. La proposta estiva è una opportunità che viaggia anche in questa direzione;
  • questa opportunità offre specialmente ai gruppi più piccoli, dalle Parrocchie apparentemente più povere, la possibilità di conoscere un lato di Chiesa giovane spesso relegato nella sfera dei sogni o del “sarebbe bello”;
  • si tratta di esperienze forti, impegnative, profonde, che interrogano ciascun giovane nelle sue corde di sensibilità spirituale. Il giusto mix tra divertimento e catechesi, tra svago e preghiera, tra lavori di gruppo e momenti personali, aiuta a coltivare una profondità spirituale con metodi educativi adatti all’età dei partecipanti.

Per tutti questi motivi, l’Ufficio di Pastorale Giovanile offre la possibilità di accompagnare anche i micro-gruppi di adolescenti e giovani che – per ragioni varie – non avessero la disponibilità del loro catechista o animatore di riferimento.

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Il presente contro l’illusione di essere eterni

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Spagna, guerra civile. Pablo è stato imprigionato e sa di essere condannato a morte; sa che anche lui verrà portato al muro davanti al plotone d’esecuzione; sa che è inevitabile. Si rende conto che la morte è inevitabile per qualsiasi uomo, che essa è l’approdo comune a tutti. La vicinanza di questa inesorabilità lo mette a confronto con l’esperienza che ha fatto fino quel momento: vivere come se fosse eterno, come se non ci fosse una fine. Ciò lo getta nella disperazione: “Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni”. È il protagonista del racconto Il muro di Jean-Paul Sartre.
Differente è l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono. Sentirmi fragile e vulnerabile mi porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma anche le ore, i minuti e i secondi. Un po’ come questa storiellina di origini orientali:
“C’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. L’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
Giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
Tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. Tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. D’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
L’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. Mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: Com’era dolce!”
Collocati tra i fantasmi del passato (la prima tigre) e i timori sul futuro (la tigre in fondo al burrone), talvolta corriamo il rischio di farci paralizzare dallo scorrere del tempo (i due topi, il giorno e la notte) e restiamo aggrappati alle nostre esistenze (la vite) senza cogliere l’importanza del tempo presente (la fragola).

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Cercare, trovare, non trovare

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Mesi fa mi ero appuntato questa frase di Miguel de Unamuno: “Che m’importa che tu non legga, lettore, quel che ho voluto metterci, se vi leggi quel che ti accende di vita?”. Proprio ieri scrivevo dell’inatteso e del sorprendente che incrocio ogni nuovo anno scolastico e credo che la citazione che ho riportato calzi a pennello.
Ma… c’è un ma… ed è il rovescio della medaglia: cosa succede quando io non riesco a comunicare quello che vorrei e il lettore non vi legge quel che lo accende di vita? Trovo pace e serenità in una delle pagine più belle di Matteo: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”.
Mi metto il cuore in pace e interpreto le parole di de Unamuno in questo modo, dicendo a me stesso: fa’ il meglio che puoi, anche se il lettore potrebbe non trovare quel che cerca… Confida che lo trovi, magari altrove, ma che lo trovi.

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Saremo superflui?

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Pubblico un articolo di José Tolentino Mendonça, tradotto da Pier Maria Mazzola e pubblicato ieri su Avvenire. La domanda fondamentale è una di quelle che risuona più frequentemente al giorno d’oggi: l’uomo sarà sostituito e superato dalla macchina o ci sono degli ambiti in cui resterà imprescindibile? I pregi dell’articolo sono chiarezza e brevità e portano con loro il difetto di una certa generalità…
Dovremo fare una riflessione più approfondita circa l’impatto della tecnologia sulla forma della nostra umanità, andando al di là di un ingenuo stupore promosso dalla grande macchina del marketing. Anche in questo attraversiamo in un periodo di transizione. Una prima tappa che finora ha funzionato è quella della coesistenza, in cui le macchine sostituiscono alcune attività umane ma in un regime di subordinazione. Lo scopo della tecnologia è ancora valutato, in questa fase, come strumentale.
Ma stiamo per entrare in una nuova era, in cui i dispositivi tecnologici diverranno tendenzialmente “oggetti di compagnia”, allo stesso modo in cui dominiamo gli animali domestici, “di compagnia”, sottintendendo con questo un determinato grado affettivo di relazione e una pratica abituale di convivenza e di cura. Oggi, per esempio, siamo affezionati agli animali domestici. Ma cani e gatti sono anche compagni esigenti: hanno le espressioni e le necessità organiche degli esseri viventi, sono, come noi, soggetti all’imprevedibilità di un’esistenza contingente, non si può lasciarli andare, abbandonarli o dimenticarli. Oggi si comincia a guardare ai robot come compagni più facili, che offrono tutti i vantaggi degli “animali di compagnia” e altri ancora, ma senza il costo vitale che è loro associato.
La propaganda della prossima pandemia tecnologica sostiene che le macchine sono un antidoto all’isolamento e alla solitudine, dall’efficacia garantita. In un altro campo, ci sono scuole di medicina in cui si propone, con frequenza crescente, di sostituire le diagnosi fatte da specialisti con quelle effettuate da macchine, dato che il margine di errore di queste risulta essere più basso. Finora abbiamo creduto che la relazione tra medico e malato facesse parte del processo di cura. Il medico che parla con noi è mortale come noi e ciò contribuisce a generare un’empatia del tutto singolare. Ma… se le macchine fossero migliori?

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José Tolentino Mendonça

L’opinione predominante vuole che molte delle resistenze attuali verranno superate e che saremo sempre più disposti a sostituire le relazioni tradizionali con le nuove interfacce tecnologiche. La dimensione affettiva stessa cesserà di costituire un ostacolo, poiché i vincoli emotivi, gli affetti, i sentimenti, si rafforzeranno. Se oggi un adolescente può dire «io amo il mio computer perché mi fa entrare in contatto con i miei amici», fra non molto dirà: «Amo il mio computer perché è il mio migliore amico».
A quanti assicurano che i computer potranno avere una centralità accentuata nei processi tipicamente umani, è tuttavia necessario ricordare quello che un pc non può fare. Al posto del medico potrà esserci una macchina? Un giudice arriverà a essere sostituito da un computer? Per comprendere la miscela di fattori e di ragioni di un essere umano si richiede un discernimento umano. Se fosse meramente automatico, non sarebbe umano. E un pc può essere artista? Saprà imitare i grandi maestri, senza dubbio, ma non riuscirà ad anticipare quello che nella storia della musica è stato Beethoven o che Picasso ha rappresentato nella storia dell’arte.
Potrà mai, un computer, sostituire l’incontro con un altro essere umano? Che cos’avrà da insegnare sulle scelte libere, la gratuità, la prudenza o il perdono? Come potremo fare una domanda ed essere ascoltati, anche in quel dolore sommerso che nemmeno arriva a esprimersi con parole? Possiamo confidare che il pc sarà sensibile alla forza della nostra fragilità? Si potranno programmare, grazie a esso, le virtù, o un itinerario di ricerca spirituale? Quale risposta daranno al male, questi dispositivi, e alla morte? Se la nostra escatologia sarà solo un futuro migliorato dai computer, non ci sarà più niente che ci possa mancare?”

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Tra futuri possibili e probabili, tra utopie e distopie

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Qualche settimana avevo letto un articolo molto interessante di Giovanni Bitetto su L’Indiscreto. Oggi l’ho ripreso in mano e ho deciso di pubblicarlo sul blog. Vi si tratta di tecnologia, di presente e futuro, di utopie e distopie, di visioni e decisioni politiche, di aziende e stato, di economia e open source. L’ultima frase del pezzo desidero inserirla qui, in modo da fornire un’idea concisa ed efficace dei temi toccati: “Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.
“Quando usiamo lo smartphone accediamo a un universo più ampio, che travalica il semplice utilizzo di una tecnologia. Nel perimetro del touchscreen si succedono diversi spazi virtuali, e noi possiamo accedere in contesti differenti: dai social network come Facebook, Instagram o Twitter, alle dating app quali Tinder o Happn, agli shop online di Amazon e Apple. Attraverso l’artefatto dello smartphone – che in poco più di dieci anni è diventato il simbolo della nostra epoca – ci connettiamo a un cosmo esteso di saperi, che potenzia le nostre possibilità di agire nel quotidiano e allo stesso tempo ci condiziona sottilmente. Il flusso dell’informazione digitale ci investe e occupa uno porzione sempre più cospicua della nostra quotidianità, modifica le categorie cognitive dell’uomo, espandendo e frammentando la nozione di spazio, usurando e disgregando i concetti di vecchio e nuovo. Se Georg Simmel parlava di «intensificazione della vita nervosa» agli albori della modernità metropolitana, ora che l’uomo vive in uno spazio virtuale – e che le stesse città, seguendo la retorica capitalista delle “smart city”, si stanno attrezzando per diventare nient’altro che hub per l’accesso al mondo digitale – la quotidianità si sintetizza in una sequela frenetica di stimoli. L’uomo contemporaneo deve controllare molteplici saperi, è spinto a stare al passo con un ciclo di obsolescenza e aggiornamento tecnologico in cui le nozioni di passato e futuro si assottigliano fino a svanire in un eterno e nebuloso presente.
Lo studioso di media Henry Jenkins parla di “cultura convergente”, ovvero un cambiamento del paradigma culturale in cui i consumatori sono stimolati a ricercare nuove informazioni e ad attivare connessioni tra contenuti mediatici differenti. La convergenza avviene nel cervello dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una personale visione del mondo dai frammenti di informazione estratti dal flusso mediatico, che sono poi reinterpretati nell’orizzonte di senso della vita di ciascuno. Visto che abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare, siamo maggiormente incentivati a parlare di ciò che fruiamo.
Eppure, a ben guardare, la convergenza non è solo una dinamica cognitiva propiziata dalle nuove tecnologie, bensì una meccanica concreta che dà modo alle stesse tecnologie di interagire fra loro, di strutturarsi in un nuovo sistema coeso e indeterminato, in sostanza di creare dei vettori che si intersecano e si configurano come una rete onnipresente. Tale processo di unificazione viene indicato come “internet delle cose”. Il modello dell’internet delle cose riassume in sé una molteplicità di protocolli, piattaforme, capacità tecnologiche, spazi reali e virtuali. Tutto ciò che collega i diversi dispositivi, i servizi, i fornitori e le performance implicate in tale assemblaggio è il tentativo di rendere sensibili, e disponibili per l’analisi e l’elaborazione, le situazioni della vita quotidiana.
Quando compriamo qualcosa su Amazon la nostra scelta è registrata e immagazzinata assieme a miliardi di altre, la grande mole di dati è ridotta a modelli e tendenze che vengono usati per strutturare la nostra esperienza digitale futura. Così Amazon ci consiglia cosa potrebbe suscitare la nostra attenzione, cosa interesserebbe al “tipo”che incarniamo (un tipo le cui scelte, per la macchina, non sono altro che una sequenza di dati). Allo stesso modo su Facebook sono indicizzate le nostre interazioni, strutturate secondo un paradigma che va a rafforzare i feedback positivi di utenti coevi al nostro sentire, e dunque mira a consolidare idee e consumi, in modo da renderci più riconoscibili e incasellabili in una determinata categoria. L’internet delle cose estende l’influenza immateriale delle informazioni al mondo dei dispositivi fisici, a essere indicizzati sono i percorsi che facciamo e che registriamo grazie alla nostra app contapassi, oppure le strade che percorriamo con le auto a tecnologia “driveless” prossime venture.
Il paradosso di uno sviluppo tecnologico così repentino appare chiaro: da una parte la possibilità di allargare la nostra area di influenza a campi materiali e del sapere che nemmeno avremmo immaginato di prendere in considerazione, dall’altra la sconfortante sensazione di essere ridotti a dati, scomposti in una serie di parametri che riducono la sfera umana alla mera intersezione di svariati fattori catalogabili. E la catalogazione va di pari passo con la commercializzazione, le componenti dell’umano si uniformano al discorso della merce in maniera sempre più mimetica, una delle cause è da ricercare nello sviluppo tecnologico. Proprio la tecnologia non è un fattore neutro, come vuole la vulgata comune, non dipende “da che utilizzo se ne fa” o “ per quali scopi la si usa”. Occorre piuttosto chiedersi chi eroga i servizi di cui usufruiamo, chi disegna il campo di possibilità dello spazio digitale, quali sono i confini e le interazioni ipotizzabili nell’internet delle cose, come si configurano allo stato dell’arte attuale; e soprattutto che visione del mondo ha chi eroga questi servizi, chi commercializza tali dispositivi, chi ci spinge a propendere per un determinato assetto dei rapporti umani, economici e sociali.
I progetti e le credenze di chi presiede le principali aziende della Silicon Valley – i cosiddetti GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) – non sono facilmente decifrabili, eppure gli sforzi di queste multinazionali sembrano orientati a estendere la propria sfera di influenza in più settori possibili, e con gradi di penetrazione sempre maggiori. Quando ci occupiamo di tecnologia dimentichiamo di prendere in considerazione i modi di produzione e l’ideologia che ne sostiene l’utilizzo e i criteri di applicabilità. L’orizzonte in cui le tecnologie si sviluppano – almeno nell’occidente contemporaneo – è quello del capitalismo di matrice neoliberista. Come vuole un vecchio adagio di stampo modernista, la tecnologia dovrebbe emancipare l’uomo dalla sua condizione di natura, cosa che forse sta effettivamente accadendo. Le protesi tecnologiche stanno espandendo le capacità dell’umano, ma nella nostra esperienza quotidiana l’effetto più lampante è l’aumento della competitività, il radicarsi del dogma della performatività, l’ansia crescente della prestazione. Le tecnologie odierne, iscritte in questo sistema di valori e in questi modi di produzione, sono elementi che rafforzano la grammatica del neoliberismo. Non muta la scala di valori su cui si applicano i nuovi ritrovati della tecnica, ma si rende più evidente lo scarto fra le performance dell’uomo e quelle della macchina; non è la macchina ad adeguarsi all’uomo, ma è l’uomo che si deve sforzare di tenere il ritmo della macchina.
Come ricorda Adam Greenfield in “Tecnologie radicali”: «Ogni volta che ci viene propinata una qualche aspirazione al post-umano, dobbiamo riconoscere gli impulsi prevedibilmente dozzinali e fin troppo umani che vi sono alla base, tra i quali la brama di guadagnare dallo sfruttamento degli altri e la mera volontà di potere e controllo». Dietro la retorica della presunta emancipazione si nasconde l’ennesima mutazione del discorso neoliberista, Greenfield continua: «L’aspetto più fuorviante di questo corpus retorico risiede nel divario continuamente esistente tra le affermazioni tecno utopiche riguardo cosa “può” o “potrebbe” produrre una qualche innovazione emergente, da un lato, e tutto quello che in realtà riscontriamo che ha fatto dall’altro. Molto spesso i presunti vantaggi non si concretizzano affatto, mentre le conseguenze negative, facilmente prevedibili (e di fatto esplicitamente previste), spuntano invariabilmente fuori, e deve occuparsene qualcun altro». Lo sfruttamento delle risorse tecnologiche a favore dell’ordine di cose esistente è una dinamica che favorisce ciò che Mark Fisher chiama “realismo capitalista”, ovvero l’incapacità dell’individuo contemporaneo di immaginare un sistema economico diverso da quello vigente. Per Fisher – lo spiega proprio nel libro omonimo del 2009, di recente pubblicato in Italia da Nero Editions – l’ideologia ci pervade a un livello di penetrazione tale da intaccare le nostre categorie cognitive, e rendere vera quella massima di Fredric Jameson per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
L’analisi del capitalismo in Fisher è impietosa e si concentra principalmente sul rapporto fra individuo e percezione del reale: «Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine».
Per Fisher, il discorso neoliberista “annichilisce” ogni idea di futuro, le nuove tecnologie sono utilizzate come mera appendice di un capitalismo disumano. È davvero impossibile – alla luce dei recenti sviluppi e di quelli prossimi – ripensare il mondo che verrà in un’ottica antagonista, più aderente agli ideali di liberazione ed emancipazione dell’uomo? Per Nick Srnicek e Alex Williams mettere la tecnologia al centro del dibattito politico è un passo indispensabile per la costruzione di una nuova sinistra vincente. I due – già autori del Manifesto per una politica accelerazionista – tentano di iscrivere i saperi e le tecnologie legate all’automazione in un discorso che vede nella società del post-lavoro il raggiungimento dell’ideale di emancipazione dell’uomo. Lo scopo è tornare a padroneggiare il potenziale utopico insito nel discorso tecnologico, epurandolo tanto dalla retorica neoliberista, quanto dalla reazione della retorica antimoderna. In “Inventare il futuro” – anch’esso a breve pubblicato da Nero (editato il 14 febbraio, ndr) – i due studiosi affermano senza mezzi termini: «Questo libro vuole proporre un’alternativa: una politica che provi a riconquistare il controllo del nostro futuro, che nutra l’ambizione di immaginare un mondo ben più moderno di quello che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Le potenzialità utopiche latenti nelle tecnologie del XXI secolo non possono rimanere schiave della ristretta mentalità capitalista, ma vanno liberate in direzione di un’ambiziosa alternativa di sinistra».
In questa sede non voglio discutere le proposte concrete degli accelerazionisti (che pure ci sono, come la piena automazione dei modi di produzione, la riduzione della settimana lavorativa, il reddito di base universale, e il rifiuto dell’etica del lavoro come principio regolatore della società capitalista), né tantomeno verificarne i criteri di applicabilità. Eppure dovrebbe essere un elemento cardine del discorso umanista tentare di uscire dall’ordine di idee per cui il futuro che immaginiamo è solo un’intensificazione distopica del nostro presente. D’altronde risulta essere una tendenza ben visibile nei prodotti di fantascienza pop che tentano di immaginare il futuro prossimo. Black Mirror al momento è forse il più famoso, la scrittura di ogni puntata si basa su dinamiche abbastanza semplici: vengono portate alle estreme conseguenze negative le specificità di una tecnologia già presente al giorno d’oggi. Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.

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La verità in una relazione

Carlo-SiniQualche giorno fa Alessandro Zaccuri ha pubblicato sulle pagine di Avvenire un articolo sul filosofo bolognese Carlo Sini. Molte sono le suggestioni presenti.
“Tra un paio di giorni il piccolo supermercato vicino alla casa milanese di Carlo Sini chiuderà i battenti. «Per fare la spesa dovrò fare un pezzo di strada in più – commenta il filosofo –. Nuove abitudini, nuovi incontri. Un nuovo inizio, in un certo senso. Pensare, del resto, significa sempre iniziare da capo, a partire dalle occasioni che la vita ci offre».
Negli ultimi tempi Sini non fa altro: inizia, in continuazione. Classe 1933, a lungo docente di Filosofia teoretica alla Statale, di recente ha avviato le attività di Mechrí, un laboratorio di studi transdisciplinari i cui materiali sono pubblicati da Jaca Book in un’apposita collana, “Mappe del pensiero”: il primo volume, incentrato sul binomio Vita, conoscenza, (a cura di Florinda Cambria, pagine 352, euro 28,00), viene presentato oggi alle 18,30 presso la Libreria Città Possibile in via Frua 11, a Milano.
Non si tratta di un saggio unitario, ma di una raccolta di contributi variamente ispirati alle originali tavole concettuali elaborate dallo stesso Sini. «L’obiettivo – insiste – è lo stesso dei miei ultimi libri: far uscire la filosofia dall’isolamento specialistico in cui si è confinata e restituirla alla sua funzione originaria». L’unità dei saperi, niente meno. «Certo – sottolinea Sini –, altrimenti la filosofia non sarebbe una disciplina, ma soltanto una carriera accademica».
È uno sviluppo che, per quanto coerente rispetto alla riflessione precedente di Sini, ha subìto un’accelerazione nel 2016 con la comparsa di Inizio, la cui «conseguenza», come la definisce l’autore, è ora rappresentata da Trittico (pagine 80, euro 12,00: l’editore è sempre Jaca Book, che ha in catalogo l’opera omnia di Sini). Questa volta il linguaggio dell’argomentazione sembra cedere il passo al racconto, con una serie di apologhi dal vero che hanno per protagonisti Giovanni Gentile e Benito Mussolini, Richard Wagner e Francesco De Sanctis, senza dimenticare il padre della semiotica, Charles Sanders Peirce, che negli ultimi anni della sua esistenza si mantiene compilando voci di enciclopedia.
«Ho cominciato a ragionare seriamente sull’inizio quando mi sono accorto di essere vicino alla fine del mio cammino – ammette sorridendo Sini – e per me è stato naturale spostarmi sul terreno della biografia, che è sempre in qualche misura un’autobiografia. Riusciamo a dire degli altri ciò che abbiamo appreso di noi stessi. Di questo, a mio avviso, occorre avere consapevolezza: del potere invisibile che le esperienze di vita e, più ancora, l’opinione comune esercitano sulle nostre convinzioni, sul nostro modo di pensare e di esprimerci. Il fatto strano, invece, è che oggi la filosofia non mette affatto in questione quella che i greci indicavano con il termine di doxa: il sentire comune, appunto, sul cui ruolo determinante si erano già concentrate le riflessioni dell’ultimo Husserl. Una trascuratezza che ha spesso sviluppi paradossali, come quando ci si intestardisce nel sostenere che il razionalismo, così come è stata codificato dall’Illuminismo francese, non sia un momento della storia d’Europa, ma la risposta definitiva a ogni domanda dell’umanità».
Il “potere invisibile” al quale Sini fa riferimento non va inteso come un’entità occulta e malevola. «Al contrario – ribadisce il filosofo – è il potere della realtà che si trasforma davanti a noi in un processo non prevedibile e non dominabile, ma che di solito è sovrastato dalla presunzione di un sapere che dovrebbe prescinderne. E non si capisce come mai, fra tutte le esperienze umane, solo questa del pensiero dovrebbe essere immune dalla dimensione del discorso, che ci caratterizza come specie fin dai tempi in cui i nostri antenati lasciarono l’Africa».
Un altro elemento fondamentale, ricorda Sini, è rappresentato dalla cognizione della morte. «Vico e Foscolo ci avevano già avvertiti: dove si trova una tomba, lì c’è la civiltà, che presuppone la comunità tra i vivi e i morti. È l’orizzonte della celebrazione e del sacro ed è la comprensione di come fine e inizio siano indissolubilmente legati tra loro. Il sapere, di per sé, segna di norma la fine di un’avventura, collocandosi nell’istante in cui Orfeo si volta per guardare Euridice, la vede e, vedendola, la perde per sempre».
A dispetto delle apparenze, quella di Sini non è una prospettiva rinunciataria, né tanto meno relativista in senso tradizionale. «Quando affermo che la verità è “relativamente assoluta” intendo dire che la ricerca della verità, alla quale non possiamo rinunciare, avviene sempre all’interno di una relazione. E la verità, essendo a sua volta dinamica, suscita in noi un dovere morale, un’interrogazione ininterrotta che non può mai accontentarsi di un un sapere particolare. Stephen Hawking, per esempio, era persuaso che la fisica potesse risolvere ogni problema, ma non si rendeva conto che questa stessa pretesa esulava del tutto dalle competenze della fisica. La ricerca della verità è per sua natura simbolica, perché si realizza nel tentativo di ricomporre un’unità che non è mai astratta, ma si manifesta nell’atto stesso della ricomposizione. Siamo sempre alla fine di qualcosa, per questo non possiamo fare a meno di iniziare».
Pur non muovendo da un’esplicita istanza religiosa, la proposta di Sini si confronta necessariamente con la fede. «La mia impressione – dice – è che per il credente l’itinerario della mente sia sempre in Deo, e cioè nel corpo stesso di Dio, anziché in Deum, come si ripete abitualmente con un’espressione fin troppo umana, che riduce Dio a un oggetto remoto e trascendente, da conoscere mediante una sorta di attraversamento. Il cristianesimo, anche in questo caso, mette a disposizione l’intuizione formidabile dell’Incarnazione, in virtù della quale Cristo diventa un concreto modello di vita. Dio si consegna all’uomo con quella formula abissale dei Vangeli, il “tu l’hai detto” che è il rovesciamento della domanda di Pilato su che cosa sia la verità. Gesù non risponde con una nozione astratta, ma istituisce una relazione. Aprendo la strada, una volta di più, a un nuovo inizio».”

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Rabbi Bunam, i Metallica, Leopardi e Lucio Dalla

E’ venerdì, il mio giorno libero. Il sabato lavoro. Alle 8.00 ho messo il guinzaglio a Mou e siamo andati a fare una passeggiata nel fresco e nel chiarore della luce del mattino di questa bellissima giornata di inizio primavera. Nelle orecchie avevo una puntata di Uomini e profeti in cui il filosofo e psicanalista Romano Madera, ad un certo punto, cita un racconto di Martin Buber tratto da Il cammino dell’uomo:
Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”.
Ho tolto gli auricolari dalle orecchie perché percepivo che la memoria stava cercando di suggerirmi qualcosa, ma non riuscivo a darle ascolto. E poi è arrivato il flash! THROUGH THE NEVER! La canzone dei Metallica!

Quella canzone si apre con queste parole: “Tutto ciò che esiste, è esistito ed esisterà, l’universo è troppo grande per conoscerlo, tempo e spazio sono infiniti. Sorgono pensieri inquietanti, domande restano in sospeso, i limiti della comprensione umana”. E poi ancora: “Nell’oscurità, guarda oltre i nostri sguardi alla ricerca della verità non importa dove sia, fissando la brezza dei cieli alla ricerca del senso, della ragione, perché sia arrivato ad esistere, come sia cominciato”.
E così Martin Buber e James Hetfield hanno iniziato a dialogare nella mia mente: in questi giorni da molte riflessioni svolte nelle seconde e nelle quinte sono emersi molti interrogativi. Domande simili a quelle che si poneva pure Leopardi nel suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”.
Mi piace pensare che una possibile risposta sia insita nella domanda che un altro cantante si pone. Questa volta si tratta di Lucio Dalla e della sua canzone Le rondini (tra l’altro stanno per arrivare!): “Vorrei seguire ogni battito del mio cuore per capire cosa succede dentro e cos’è che lo muove, da dove viene ogni tanto questo strano dolore, vorrei capire insomma che cos’è l’amore, dov’è che si prende, dov’è che si dà”.

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La cosa più difficile

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“La cosa più difficile, di fronte alla brutalità, è continuare a disegnare cose tenere. Anche Cristo, per amare il prossimo, ce la doveva mettere tutta”
Joann Sfar (Se Dio esiste, p. 4)

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La sfida del dialogo e della convivenza

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Lunedì 29 gennaio si è inaugurato a Berlino il primo padiglione della House of One, che vuole raccogliere i fedeli dei grandi monoteismi, laici, atei, agnostici e studiosi.
Una casa per tre religioni, intervista a Andreas Nachama, Gregor Hohberg e Kadir Sanci a cura di Marco Ventura. Da La Lettura di domenica 28 gennaio 2018, reperibili qui o qui.
Tre religioni, una casa. È lo slogan della House of One, la Casa dell’Uno, il cui primo padiglione viene inaugurato a Berlino domani, lunedì 29 gennaio. Il progetto prevede una sinagoga, una moschea e una chiesa riunite nel medesimo complesso architettonico. Secondo l’idea dello studio d’architettura berlinese Kuehn Malvezzi, i tre spazi per la preghiera e la celebrazione dei riti saranno uniti da una hall in cui si svolgeranno attività comuni. L’impresa fu annunciata nel 2011. Nel 2012 si svolse il concorso per l’assegnazione del progetto. L’inizio dei lavori è previsto nel 2019.
La House of One sorgerà a Petriplatz, luogo simbolo della città medievale. Negli ultimi anni Berlino è diventata un laboratorio sulla religione. Il festival Faiths in Tune riscuote un successo crescente. La sperimentazione sull’insegnamento non confessionale della religione e dell’etica nelle scuole prosegue dopo la vittoria dei proponenti nel referendum del 2009. La città ospita la moschea progressista Ibn Rushd-Goethe dove grazie alla guida di una donna — sotto scorta per le minacce ricevute — si pratica l’eguaglianza di genere e si insegna la tolleranza verso i non musulmani. Il progetto della House of One, tuttavia, è diverso. È più grande. Appartiene a Berlino, certo, ma la trascende per abbracciare un mondo affamato di dialogo. Di qui la scelta dell’inglese, House of One, un’espressione che gli stessi ideatori non traducono in tedesco.
L’avventura è non meno grande dal punto di vista teologico. Si tratta di un progetto ardito, eppure opera di individui e comunità radicati nelle tre tradizioni monoteiste. È un tentativo di alfabetizzazione al religioso e di unità in nome dei principi consacrati nella Carta della House of One: non violenza, solidarietà, rispetto, eguaglianza, pari diritti. Una casa, tre religioni. E tre leader. I responsabili del progetto: il rabbino Andreas Nachama, 67 anni; padre Gregor Hohberg, 50 anni; l’imam Kadir Sanci, 40 anni. Rispondono insieme alle domande de «la Lettura» via Skype da Berlino. La conversazione si svolge in inglese.
Intervista a Andreas Nachama, Gregor Hohberg e Kadir Sanci
Cominciamo da voi. Dalle vostre storie.
PADRE HOHBERG — Sono un berlinese, nato e cresciuto nella Germania dell’Est in una famiglia protestante. Anche mio padre era un ministro della Chiesa. In quanto cristiano durante il comunismo ero all’opposizione. Grazie alla fede e all’appartenenza a una Chiesa mi sentivo parte della forza più progressista della società. Le Chiese erano lo spazio per la democrazia e la libertà. Poi nel 1989 venne il tempo del cambiamento. Un tempo straordinario per me. Le parole della Bibbia, le candele, le preghiere avevano il potere di cambiare il sistema politico…
Candele e preghiere?
PADRE HOHBERG — Sì. Avevano il potere di cambiare. Facevano venire giù il muro. Senza un solo sparo. Solo con la preghiera e la parola di Dio. Fu un’esperienza decisiva per me. Viene da lì la mia speranza che anche questo progetto abbia il potere di cambiare il sistema di portare libertà e pace tra gruppi diversi.
E lei, Rabbi Nachama? Anche lei è berlinese?
RABBI NACHAMA — Sono cresciuto a Berlino, ma all’Ovest. Entrambi i miei genitori erano sopravvissuti all’Olocausto. Mio padre era stato in vari Lager. Mia madre si era salvata grazie a una famiglia cristiana che l’aveva tenuta nascosta. Durante la mia infanzia, il dialogo tra ebrei e cristiani non era una cosa da sinagoga o da chi sa. Aveva luogo in casa mia, ogni volta che veniva a trovarci questa famiglia fortemente cristiana, che aveva nascosto e salvato mia madre. Poi ho studiato religione nella Libera Università di Berlino, ho seguito i corsi che venivano offerti in teologia protestante. Ho studiato cristianesimo e anche l’islam. Il dialogo interreligioso così è diventato sempre più parte della mia vita.
Lei è un altro testimone della fine del Muro.
RABBI NACHAMA — Ho visto nella Germania dell’Est il potere delle parole nell’azione delle Chiese da cui è nata la rivoluzione del 1989. La mia speranza è che il potere del nostro stare insieme possa contribuire non soltanto a risolvere il conflitto in Medio Oriente, ma anche ad affrontale i problemi della nostra società.
Imam Sanci, il suo percorso è molto diverso.
IMAM SANCI — Sono nato in Germania da una famiglia immigrata dalla Turchia, una famiglia appartenente a una minoranza. Per questo mi sono trovato spesso nella condizione di ambasciatore…
Ambasciatore?
IMAM SANCI — Anzitutto un ambasciatore per i miei genitori che avevano difficoltà con la lingua. Ad esempio quando c’era da andare dal dottore, o negli uffici. Poi sono diventato anche un ambasciatore dell’islam. Spesso a scuola i compagni e gli insegnanti mi facevano domande sulla mia comunità. Non sapevo le risposte, ho studiato, ho imparato. E sono diventato anche un ambasciatore della religione e della cultura dell’islam. Ho cominciato così con la religione: trovandomi a dover parlare dell’islam. Poi nel 2001 c’è stato l’11 settembre.
Che cosa è cambiato dopo le Torri gemelle?
IMAM SANCI — Non potevo capire come gente che si diceva musulmana potesse aver fatto una cosa tanto terribile. Allora ho sentito la responsabilità, dovevo trovare un modo di rispondere, di combattere quelle idee. Mi sono messo a studiare. L’islam, ma anche l’ebraismo e il cristianesimo…
Viene dunque da lì il suo interesse per l’House of One. Più precisamente come si è trovato coinvolto?
IMAM SANCI —Durante i miei studi visitai la comunità ecumenica di Darmstadt-Kranichstein, cattolici e protestanti uniti nel desiderio di «due chiese sotto lo stesso tetto». Incontrai il pastore e gli dissi: dobbiamo fare la stessa cosa per i musulmani. Mi rispose: per noi protestanti e cattolici ci sono voluti sei secoli, dovrai munirti di pazienza. Poi mi arrivò la notizia di questo progetto e decisi di trasferirmi a Berlino per contribuire.
A prima vista, quello che state facendo è molto nuovo. E se ci fosse anche qualcosa di meno nuovo, o addirittura di antico in questo progetto?
RABBI NACHAMA — Abbiamo imboccato una nuova strada. Questa strada però è già stata aperta nel XX secolo. Abbiamo avuto già allora la prova che le comunità religiose e i singoli credenti possono cambiare il mondo.
IMAM SANCI — Cos’è antico e cos’è nuovo nel progetto? La preghiera e i riti sono tradizionali, non sono nuovi. Restiamo all’interno delle nostre tradizioni. Ma la nostra visione è nuova. Cerchiamo insieme, in libertà. Questo andare insieme è nuovo. Cerchiamo soluzioni. Nella storia ognuno ha cercato soluzioni da solo — ebrei, cristiani e musulmani — ognuno per conto proprio. Ora cerchiamo insieme. Questa è la novità.
Padre Hohberg, lei è cresciuto nella Germania dell’ateismo di Stato. Nel vostro stare insieme non c’è forse il compattarsi di un fronte religioso davanti alla crescente percentuale di non credenti in Occidente?
PADRE HOHBERG — La maggior parte delle persone a Berlino è non credente. Vogliamo dialogare anche con loro, con la società laica. È parte del progetto. Nella House of One avremo quattro spazi. Tre per la chiesa, la sinagoga e la moschea. Il quarto sarà per chi cerca la religione, chi la critica, atei e agnostici. Dobbiamo tenere in considerazione la maggioranza laica…
RABBI NACHAMA — Pensiamo che sia importante il dialogo fra noi tre, ma anche con tutti coloro che sono interessati a entrare in contatto con noi, siano essi non credenti o credenti di altre religioni. Pensiamo che la pace nella società possa essere raggiunta solo se tutte le componenti si impegnano in una qualche forma di dialogo. Naturalmente sappiamo bene che in una città di quasi quattro milioni di abitanti non possiamo parlare con tutti, ma cerchiamo di fare il possibile! (Ride).
IMAM SANCI —Dunque abbiamo tre tipi di dialogo. Il primo tipo è tra noi. È un processo lungo. Non è semplice formare un’unità. Il secondo tipo è il dialogo tra noi, tra noi nella nostra unità, e i credenti di altre religioni. Infine c’è il dialogo tra noi e i non credenti.
PADRE HOHBERG — La cosa veramente importante è che qui a Berlino la reazione dei più laici al nostro progetto è molto positiva.
Quanto è stata importante l’unità tra voi sul piano personale? Non sarà stato facile imparare a lavorare insieme.
RABBI NACHAMA — Quando sono arrivato, due anni e mezzo fa, per sostituire il mio predecessore, non mi preoccupava affatto l’incontro con il pastore, ma avevo timore dell’imam. Ora siamo amici. Credo che quando inizi ad ascoltare e parlare… e ascoltare e parlare, allora non ci accorgiamo nemmeno più che siamo insieme. Ma siamo insieme. Formiamo un’unità. Dico sempre che siamo davvero fratelli in questo compito.
IMAM SANCI — Non è una cosa facile. Il successo dipende dalle persone che sono impegnate nel progetto. Ringrazio Dio di essere seduto qui con Gregor Hohberg e Andreas Nachama. Se abbiamo successo è perché ascoltiamo, e perché siamo… Come si dice Ehrlich?
RABBI NACHAMA — Onestamente.
IMAM SANCI — Onestamente in dialogo. Non abbiamo altri fini. Solo avere un dialogo sincero.
In un tempo di irrigidimento delle identità religiose, voi andate controcorrente. Immagino che nelle vostre comunità non manchino le riserve, le critiche, magari anche gli attacchi.
RABBI NACHAMA — La mia comunità… sono il rabbino dell’unica comunità ebraica riformata di Berlino… non solo mi sostengono, ma apprezzano il progetto. Per la festa dell’Hanukkah, in dicembre, abbiamo avuto una celebrazione in sinagoga e sono state invitate le persone che lavorano alla House of One. No, le cose vanno bene. La gente ci chiede piuttosto perché non ce ne sono di più nel mondo di House of One. Qualcuno deve cominciare. Speriamo che il movimento in cui siamo impegnati diventi normale in dieci, vent’anni. Ciascuno ha le sue preghiere e le sue tradizioni. Ma è naturale trovarsi insieme, pranzare insieme. È artificiale non farlo.
PADRE HOHBERG — Nella nostra comunità ci sono voci critiche. La maggior parte teme che le religioni si mescolino. Ma se ho tempo per spiegare, la gente comprende che il progetto ha a cuore anche lo studio delle rispettive religioni, e le critiche si attenuano.
IMAM SANCI —Anche da noi ci sono critiche. Verso il progetto e verso di me personalmente. Tuttavia ho fatto splendide esperienze. A Berlino e in tutta la Germania molti musulmani hanno fatto donazioni per sostenerci. È un buon segno. Non siamo soli. Siamo aiutati da tante persone, religiose e non religiose. Persone che vogliono vivere in libertà. Le parole di Rabbi Nachama sono molto importanti. Siamo stati invitati nella sinagoga, e poi in chiesa. Li abbiamo a nostra volta invitati da noi per il Ramadan. Questo possiamo farlo solo se c’è gente dalla comunità che ci sostiene. Non posso farlo da solo.
La vostra campagna di finanziamento sembra ben organizzata. C’è un organo di controllo indipendente. Le spese amministrative sono basse e contate di spendere per la costruzione più del 90% dei fondi che riceverete. Non avrete nulla dalla tassa di Stato di cui godono le Chiese tedesche. Però il fisco garantirà la deducibilità delle offerte. E fuori dalla Germania? Come sta andando la raccolta internazionale?
PADRE HOHBERG — Abbiamo ricevuto donazioni da più di sessanta Paesi.
IMAM SANCI — Pensi che il primo dono che abbiamo ricevuto per la House of One è arrivato dall’Italia. Da un’artista cattolica. Non mi ricordo il nome. Tre campane: una con la forma del rabbino, una con la forma dell’imam e una con la forma del pastore.
Campane?
IMAM SANCI — In ceramica. Con tre ritratti. Cioè il mio, di Padre Hohberg e di Rabbi Tovia Ben- Chorin, predecessore di Rabbi Nachama. Uno splendido regalo.
Padre Hohberg, lei appartiene alla Chiesa evangelica luterana tedesca. Ha avuto incarichi anche presso il Berliner Dom. La immagino attivo nei rapporti con la Chiesa cattolica. Quale posizione hanno i vertici diocesani? I cattolici sono coinvolti nel progetto?
PADRE HOHBERG — Ci sono molti contatti. Abbiamo avuto un incontro positivo con il nuovo arcivescovo Heiner Koch. Ci aiuterà. Ora stiamo fondando un consiglio scientifico in cui siederanno l’arcivescovo cattolico, il vescovo luterano, i rappresentanti degli uffici centrali tedeschi delle comunità ebraiche e islamiche.
RABBI NACHAMA — Stiamo cercando di incorporare nel nostro consiglio scientifico le istituzioni religiose. Niente è chiuso. Siamo aperti. Via via che incontriamo persone disponibili, troviamo il modo di coinvolgerle.
Quale servizio religioso avrà luogo in ognuno dei tre spazi? Ad esempio nella cappella, o chiesa cristiana? A proposito, come la chiamerete: proprio chiesa?
PADRE HOHBERG — Sì, sarà una chiesa.
Ecco, chiesa. Dove si celebrerà con rito luterano, presumo, visto che è questa la sua confessione.
house-of-one-planPADRE HOHBERG — La nostra idea è che avremo tre spazi sacri. Uomini e donne potranno pregare in uno dei tre. Invitiamo ciascuno a pregare nella propria tradizione. Anche i cattolici, i battisti e gli ortodossi. L’unica condizione è che dovranno sottoscrivere le regole…
Le avete elencate nella Charter for a Partnership of Judaism, Christianity and Islam, su «sviluppo concettuale, costruzione e uso della House of One».
PADRE HOHBERG — I punti fondamentali sono la democrazia, poi …
IMAM SANCI — … l’eguaglianza…
PADRE HOHBERG — … eguaglianza tra tutte le persone…
IMAM SANCI — … il rispetto… .
PADRE HOHBERG — … e il rispetto. Allora, se possono sottoscrivere queste regole, possono
pregare in uno dei tre spazi, secondo la propria tradizione.
Questo vale anche per la moschea?
IMAM SANCI — Sì. Stiamo progettando questi spazi — la moschea, la sinagoga e la chiesa — in modo che possano utilizzarle persone di confessioni diverse. Attraverso questo segno indichiamo agli altri che sono benvenuti, che tutti possono venire alla House of One…
PADRE HOHBERG — Sciiti, sunniti
Sarà possibile anche per gli sciiti celebrare nella moschea?
IMAM SANCI — Sì, sarà possibile.
Lei è sunnita, giusto?
IMAM SANCI — Esatto. Io vengo dalla tradizione sunnita. Ma non importa a quale confessione si appartiene. Se possono sottoscrivere la Carta della House of One, sono invitati. E possono pregare nella loro tradizione; oppure possono pregare con noi. Questa è la nostra visione. Costruiremo gli spazi perché anche gli altri possano venire. Poi, se verranno o no, questo non dipenderà più da noi. Non sarà in nostro potere.
Ma dove pensate possa portare questa unione dei tre monoteismi? Mi pare che stiate ponendo le premesse per un solo grande monoteismo verso cui convergeranno le tre tradizioni. Indipendentemente dalla vostra volontà e dal progetto. So che vi sto mettendo in difficoltà. (Silenzio)
PADRE HOHBERG (Rivolto agli altri) — Un unico grande monoteismo?
RABBI NACHAMA — Non intendiamo realizzare con gli altri una unione delle religioni. Noi vediamo il mondo come fatto da diverse fedi. La House of One è una casa in cui ognuno può pregare nella propria tradizione. Abbiamo discussioni in cui cerchiamo di imparare circa le altre vie, ma ognuno resta nella sua.
PADRE HOHBERG — Abbiamo molte discussioni su queste questioni religiose. Sono difficili. Non abbiamo risposte conclusive. La parola conclusiva spetta a Dio. Questo ci rende umili verso le altre tradizioni.
C’è la volontà di Dio, non possiamo conoscerla. Dobbiamo restare disponibili ad essa. State dicendo questo?
PADRE HOHBERG — Giusto.
IMAM SANCI — Nell’islam fiqh è un termine molto importante. Se ti sei perso… fiqh è la legge islamica. Fiqh significa comprensione. Questo vuol dire che devi capire la parola di Dio e riflettere. Dobbiamo restare umili. Sei solo una persona che cerca di capire l’intenzione di Dio. Non basta dire: questa è la parola di Dio, e dunque questo è assoluto. No. Io sono la persona che cerca di capire la parola di Dio. Questo atteggiamento rende possibile il ritrovarci insieme. Sono sicuro di essere sulla via giusta. Ma devo lasciare la porta aperta, perché sono solo un uomo. Sono… come si dice fehlbar?
PADRE HOHBERG — Che posso commettere errori.
IMAM SANCI — Posso commettere errori. Posso fraintendere.
Il vostro percorso è arrivato a un momento cruciale. Siete pronti per l’apertura? Cosa vi aspetterà poi?
PADRE HOHBERG — Lunedì 29 gennaio apriremo un padiglione. Per un paio di anni le attività si svolgeranno lì. Cominceremo la costruzione vera e propria alla fine del 2019. Nel frattempo dovremo lavorare sui contenuti e raccogliere fondi. Ci vorrà molto denaro.
In conclusione vi propongo di tornare alla dimensione personale della vostra avventura. Al rapporto che s’è instaurato tra voi.
RABBI NACHAMA — Tutte le volte che abbiamo fatto celebrazioni insieme ci siamo posti la stessa domanda. Come dobbiamo fare? Abbiamo seguito la strada più semplice. Qualche volta il pastore ha condotto la celebrazione, qualche volta l’ha condotta l’imam o l’ho condotta io. L’importante è che non dobbiamo dire sì o amen a quello che ciascuno di noi dice. È importante rispettarsi. Conta stare uno accanto all’altro. È una bella sensazione. Come essere seduti insieme, ora, allo stesso tavolo.
IMAM SANCI — Quando stavo facendo il mio dottorato in Scienze religiose, Rabbi Nachama si è offerto per aiutarmi con la ricerca. Dedicherò una domenica a fare ricerche che ti saranno utili, mi ha detto. Ha dedicato il suo tempo libero a me, all’imam. È stata una cosa molto importante per me. Ho risparmiato molto tempo. Mi ci sarebbe voluto un mese perché conoscevo poco la materia. E lui avrebbe potuto fare qualcosa di più utile per sé.
PADRE HOHBERG — Una volta eravamo seduti insieme, come ora, e parlavamo dello humour nelle religioni. Ognuno ha raccontato una storia divertente dalla propria tradizione. È stata una bella esperienza». (Ridono. Il tempo è finito. Fanno per alzarsi).
E le storie divertenti?
PADRE HOHBERG — Mi spiace ma proprio non saprei come tradurle in inglese.
Ridono ancora. Resto con un’ultima domanda che non voglio fare a loro tre in questo momento. Ai tre uomini. Ai tre uomini leader religiosi. Riguarda le donne: la loro assenza, il loro ruolo, il loro spazio nel progetto. Rivolgo la mia domanda a Kathrin Hasskamp, giurista, direttrice del marketing e dei rapporti con il pubblico per la House of One. Ma ha troppo da fare. L’inaugurazione di domani, lunedì 29, preme. Ci sono tante cose da organizzare e sta crescendo l’attenzione dei media. L’ultima domanda deve aspettare per avere una risposta.”

«Nessun simbolo ma culti affacciati su una piazza» intervista all’architetto Simona Malvezzi a cura di Stefano Bucci, in “la Lettura” del 28 gennaio 2018.
Coesistenze. Geografie di luoghi senza divisioni : così recitava il titolo della mostra, curata da Dionigi Albera con Manoël Pénicaud, che a Parigi, al Musée national de l’histoire de l’immigration ha raccontato, attraverso gli occhi e i progetti di artisti e architetti, come si potesse «unire senza annullare le identità». Un lungo viaggio «negli interstizi della fede», come lo avevano definito i curatori, che da Marc Chagall porta a Mimmo Paladino, dalla Sinagoga di Djerba dipinta da Maurice Bismouth nel 1920 alla barca dei migranti (con Sacra Famiglia) immaginata da Benito Badolato e Pasquale Godano nel 2013 e oggi conservata nella parrocchia di San Gerlando a Lampedusa. A concludere il percorso (accanto alle immagini dei luoghi di preghiera e di meditazione interconfessionali degli aeroporti di Vienna, di Stoccolma, di Tallinn) c’era The House of One , il progetto per una casa di preghiera e di studio aperta alle tre religioni monoteiste, pensato dallo studio di architettura Kuehn Malvezzi (fondato a Berlino nel 2001 da Simona Malvezzi, Wilfried Kuehn e Johannes Kuehn). Un progetto da 45 milioni di euro per edificare un luogo di culto comune a un passo dall’isola dei musei, nella Petriplazt. Che lunedì 29 gennaio, domani, alla 12 in punto prenderà definitivamente il via con l’inaugurazione del padiglione in legno, scala 1:1, con lo stesso loggiato del progetto definitivo, che comincerà a presentare (con incontri e riflessioni) il progetto di questa House of One, in attesa dell’inizio dei lavori, previsto per il 2019 (conclusione in due anni).
L’intervista
«L’idea — spiega Simona Malvezzi a “la Lettura” — è stata quella di una piazza coperta attorno alla quale si innestano i tre luoghi di culto: essi sono collocati in maniera uguale uno rispetto all’altro e non uno accanto all’altro, e circondano in questo modo lo spazio centrale con la cupola, che è l’ampliamento della Petriplatz all’interno dell’edificio. Lo spazio centrale mostra il proprio ruolo di piazza anche attraverso la facciata di mattoni che in qualche modo sembra aprirsi dall’esterno verso l’interno e segna la propria funzione di soglia. Viceversa la sinagoga, la chiesa e la moschea hanno ognuna una configurazione diversa e specifica che rispecchia la propria liturgia».
Nelle intenzioni degli architetti e del Trio della tolleranza (come è stato subito battezzato quello House-of-One-Kuehn-Malvezzi-Berlin-Chicago-Architecture-Biennial-_dezeen_936_5composto dal rabbino Tovia Ben-Chorin, prima che arrivasse Andreas Nachama, l’imam Kadir Sanci, il pastore Gregor Hohberg che è all’origine del progetto), la House of One dovrà mettere le tre religioni sullo stesso piano. A questo servirà lo spazio centrale comune (sovrastato da una grande cupola) dove si apriranno la moschea, la sinagoga, la chiesa. Ma per cementare ulteriormente la nuova struttura si è voluto tenere ben presente la storia: il progetto si innesterà infatti sulle fondamenta della chiesa St. Petri, una costruzione ottocentesca demolita dal governo della Germania dell’Est nel 1964. In realtà, la prima chiesa era del 1230 ed era il primo edificio documentato della città di Berlino, dunque un’area centrale e storicamente importante.
«Gregor Hohberg, il pastore della comunità protestante a cui doveva essere restituita la proprietà dopo la riunificazione tedesca — precisa l’architetto Malvezzi —, anziché promuovere la costruzione di una nuova chiesa ha pensato di coinvolgere la comunità ebraica e la comunità islamica. Insieme hanno concepito un centro interreligioso delle tre religioni abramitiche. Attraverso un concorso di architettura è stato scelto il nostro progetto per questa tipologia inedita nel luogo più antico della capitale tedesca.
Perché questa scelta?
«Credo che sia piaciuto il concetto di dialogo su cui si basa la House of One: per aprire un dialogo e un dibattito bisogna avere conoscenza dell’altro e del suo modo di pensare. Ma noi vogliamo che questo progetto sia in qualche modo aperto alle altre realtà: oltre a diventare un luogo di culto abbiamo pensato di dare vita a un centro di educazione che si rivolge a tutti, anche e soprattutto alle persone agnostiche e laiche». La sequenza degli spazi segue il principio della molteplicità in un’unità e dell’eterogeneità in un unico edificio. I rituali sono diversi e «non mischiati», ma nonostante questo l’edificio sarà costruito «con la sfida dell’essere universale». Per gli architetti «è stato interessante soprattutto rendere dal punto di vista costruttivo questa prospettiva nello stesso tempo interculturale e universale, questa idea di costruire un monumento ibrido».
Da fuori, oltre la parete di mattoni e cemento non si comprenderà esattamente la natura dell’edificio «perché volutamente non ci sono elementi che richiamino in maniera troppo risolutiva la simbologia delle tre religioni in esso rappresentate. Né campanili, né minareti, né altro». D’altra parte la richiesta specifica del bando era che si potessero intuire le tre diversità nell’universalità. Certamente c’è anche un effetto «sorpresa» per chi viene da fuori. La disposizione interna permetterà di orientare la preghiera nella moschea verso la Mecca mentre nella Sinagoga verso Gerusalemme: entrambe avranno poi spazi dedicati alle donne. Un altro elemento importante sarà quello della luce, ricavata con una serie di tagli di diverso tipo nelle pareti, una luce «che ricopre un importante ruolo simbolico in tutte le religioni».
La sicurezza?
«Da quando il progetto viene discusso pubblicamente, cioè dal 2012, non vi è stata nessuna aggressione verbale o fisica nei confronti degli ideatori — dice Simona Malvezzi — e non ci aspettiamo particolari problemi di sicurezza. In ogni caso ci sarà, solo, lo spazio per un eventuale controllo di sicurezza all’entrata».
Con i finanziamenti raccolti fino a ora, si potrà costruire la prima parte dell’edificio. Dopo la realizzazione del padiglione, i lavori inizieranno nel 2019 e saranno completati circa due anni dopo. Il progetto sarà finanziato dalla comunità di simpatizzanti attraverso un’operazione di crowdfunding gestita sul sito. E con dieci euro qualsiasi cittadino potrà sostenere la posa di un mattone della futura House of One.
Il sogno?
«Che questo diventi un modello esportabile di dialogo tra le comunità in una reale dimensione di diversità, in cui identità differenti entrano in contatto l’una con l’altra, in uno spazio che le preservi nella loro differenza ma che allo stesso tempo le faccia incontrare»

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Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo

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Mentre guidavo, ieri pomeriggio, mi sono imbattuto in una voce calda e ferma che proveniva dall’autoradio e che pronunciava delle parole a me ben note (le considero un baluardo, una fonte continua di profonde riflessioni e meditazioni). Su Radiotre, nella trasmissione Ad alta voce, l’attrice Sandra Toffolatti stava leggendo dei brani tratti dal Diario 1941-43 di Etty Hillesum. Ne pubblico qui un estratto, e rimando a questo link coloro che volessero riascoltare la lettura.

11 luglio 1942, sabato mattina, le undici. Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l’acqua che sgorga da una sorgente.
E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre sí sta estendendo pian piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori. È una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano coi gas velenosi. Non è granché saggio raccontarsi storie simili, e poi, se anche questo capitasse in una forma o nell’altra, è per responsabilità nostra? Da ieri sera piove con una furia quasi infernale. Ho già vuotato un cassetto della mia scrivania. Ho ritrovato quella sua fotografia che avevo perso quasi un anno fa, ma che sapevo avrei recuperato: ed eccola lì, in fondo a un cassetto disordinato. È tipico per me: io so che certe cose, grandi o piccole, si aggiustano – anche, e soprattutto, se sono cose materiali. Non mi preoccupo mai per il domani, per esempio so che tra poco dovrò andarmene di qui e non ho la più pallida idea di dove andrò a finire, e poi, anche le mie entrate sono ben scarse in questo momento – ma per me stessa non mi preoccupo mai, perché so che qualcosa succederà. Se si proiettano le proprie preoccupazioni sulle varie cose che devono accadere, si impedisce a queste cose di svilupparsi in modo organico. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro. Ieri sera camminavo con lui lungo il canale, avevo dei comodi sandali ai piedi e d’un tratto m’è venuto da pensare: devo portarmi anche questi sandali, così potrò alternarli alle scarpe più pesanti. Che mi prende in questo momento? Una gioia così leggera, quasi scherzosa? Ieri è stato un giorno pesante, molto pesante; ho dovuto soffrire molto dentro di me, ma ho assorbito tutte le cose che mi sono precipitate addosso, e mi sento già in grado di sopportare qualcosa in più.
Probabilmente è di li che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non s’inaridisce per l’amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive, mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni su come le cose stiano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri. Ma su questo punto non dobbiamo farci delle illusioni eroiche.
Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l’ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire tra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo. Mi farei tagliare i capelli molto corti e butterei via il mio rossetto. Cercherei di finire di leggere le lettere di Rilke. Mi farei fare dei pantaloni e una giacchetta con quella stoffa che ho ancora per un mantello d’inverno. Naturalmente vorrei ancora vedere i miei genitori e racconterei loro molte cose di me, cose consolanti – e ogni minuto libero vorrei scrivere a lui, all’uomo che – già lo so – mi farà morire di nostalgia. Certe volte mi sembra di morire sin da adesso, quando penso che dovrò lasciarlo e che non saprò più niente di lui.
Tra qualche giorno andrò dal dentista per farmi otturare tutti quei buchi nei denti: sarebbe proprio grottesco che mi venisse mal di denti. Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, i Briefe an einen jungen Dichter, e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo Stundenbuch? Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me.
Anche queste due mani vengono con me, con le loro dita espressive che sono come giovani rami robusti. Spesso saranno congiunte in una preghiera e mi proteggeranno; e staranno con me fino alla fine. E così questi occhi scuri col loro sguardo buono, dolce e indagatore. E se i tratti del mio viso diventeranno brutti e sconvolti dalla sofferenza e dal lavoro eccessivi, allora tutta la vita del mio spirito potrà concentrarsi negli occhi. Eccetera, eccetera. Naturalmente si tratta di un semplice stato d’animo, uno dei tanti che si provano in queste nuove circostanze. Ma è anche un pezzo di me stessa, una possibilità che ho. Una parte di me che sta prendendo sempre più il sopravvento. Del resto: un essere umano è poi solo un essere umano. Già ora abituo il mio cuore ad andare avanti, anche quando sarò separata da coloro senza cui non credo che potrei vivere. Il mio distacco esteriore aumenta di giorno in giorno per far posto a un sentimento interiore – la volontà di continuare a vivere e a sentirsi legati per quanto lontani si possa essere gli uni dagli altri. Eppure quando cammino con lui, la mano nella mano, lungo il canale – che ieri sera aveva un aspetto autunnale e tempestoso -, o quando, nella sua cameretta, mi scaldo ai suoi gesti buoni e generosi, allora provo di nuovo questa speranza e questo desiderio così umani: perché non potremmo rimanere insieme? Il resto non avrebbe più importanza, allora, io non voglio lasciarlo. Ma altre volte penso fra me: forse è più facile pregare da lontano che veder soffrire da vicino.
In questo mondo sconvolto, le comunicazioni dirette tra due persone passano ormai solo per l”anima. Esteriormente si è scaraventati lontano, e i sentieri che ci collegano rimangono sepolti sotto le macerie, cosicché in molti casi non potremo mai più ritrovarli. La prosecuzione ininterrotta di un contatto, di una vita in comune è possibile solo interiormente, e non rimane forse la speranza di ritrovarci ancora su questa terra?
Naturalmente io non so come reagirò quando mi toccherà lasciarlo per davvero. In questo momento ho ancora nelle orecchie la sua voce di stamattina al telefono, e stasera ceniamo alla stessa tavola. E domattina facciamo una passeggiata, poi pranziamo insieme da Liesl e Werner e di pomeriggio si farà musica. Per ora lui è sempre qui. E forse, nel profondo del mio cuore, io non credo neppure che dovrò lasciare né lui né altre persone. Un essere umano è poi solo un essere umano. In questa nuova situazione dovremo imparare un’altra volta a conoscere noi stessi. Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questo conto non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone – un numero persino molto alto – non deve partire comunque?
Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o fors’anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questo è poca cosa, se paragonato a un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto.
Ogni giorno vivo nell’eventualità che la dura sorte toccata a molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un momento all’altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio «confrontarmi» interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani. Ma le cose che ci accadono sono troppo grandi, troppo diaboliche perché si possa reagire con un rancore e con un’amarezza personali. Sarebbe una reazione così puerile, non proporzionata alla «fatalità›› di questi avvenimenti.
Spesso la gente si agita quando dico: non fa poi molta differenza se tocca partire a me o a un altro, ciò che conta è che migliaia di persone debbano partire. Non è che io voglia buttarmi fra le braccia della morte con un sorriso rassegnato. E’ il senso dell’ineluttabile e la sua accettazione, la coscienza che in ultima istanza non ci possono togliere nulla. Non è che io voglia partire a ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza – ma dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono invece subire. Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui, in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un «destino di massa».
Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo esser passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma di come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione. Le cose che devo ragionevolmente fare, le farò. I miei reni sono ancora infiammati e anche la mia vescica al piede non è kasher, mi farò rilasciare un certificato medico se sarà possibile. Mi si raccomanda infatti di cercarmi ancora un posto, una specie d’impiego presso il Consiglio Ebraico. La settimana scorsa sono stati autorizzati a impiegare 180 persone e ora i disperati vi si accalcano in massa: proprio come un pezzo di legno che dopo un naufragio va alla deriva sull’oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparsi. Ma trovo assurdo e illogico prendere delle iniziative. Né sono il tipo che sfrutta le sue buone relazioni. Del resto, sembra che vi si combinino parecchi intrighi, e il risentimento contro quel singolare organo di mediazione cresce di ora in ora. Inoltre: più tardi toccherà anche a loro.
E’ vero che gli inglesi a quel punto potrebbero essere sbarcati: così dicono coloro che conservano una speranza politica. Ma credo che si debba rinunciare a qualunque aspettativa che punti sul mondo esterno, che non si debba far calcoli sulla durata del tempo, ecc. ecc. E ora apparecchio la tavola.
Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]
Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento -invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te e molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.
Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Be’, allora mi gratto disperatamente per un po’ e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuola e con le sue calde coperte è ancora lì, pronto per la notte – e dunque, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa; fanne un’altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro. Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirti niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene.
E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza inespugnabile.
14 luglio, martedì sera. Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po’ mi ha fatto perdere l’equilibrio – lieto e insieme serissimo – che avevo oggi. Quasi fosse un’azione indegna – questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno: e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, finché – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l’altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare, e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata. Com’è singolare tutto ciò.
Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità, ma per ora preferisco non scrivere, avrei l’impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all’istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere.
Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno – cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio – sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello. Continuerò ad avere pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me.
Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L’uomo occidentale non accetta il ‘dolore’ come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.
Ora sono le undici e mezzo di sera. Weyl si allaccia lo zaino troppo, troppo pesante per la sua fragile schiena, e si avvia a piedi alla stazione centrale. Io l’accompagno. Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio, si dovrebbe soltanto poter pregare.”

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I Dire Straits, mio nonno e l’Epifania

Epifania-Gr

“Uffa, non riesco a trovare Making Movies dei Dire Straits”
“Ti ricordi la voce del nonno? A volte provo a cercarla nella memoria, ma faccio così fatica a trovarla”
“Sono alla ricerca di Dio”

Ho voluto buttare giù in maniera molto diretta e semplice tre frasi che hanno la caratteristica di avere un tratto comune, quello della ricerca. Direi però che le somiglianze si fermano a questo.
La prima rimanda alla ricerca di un oggetto perduto, un qualcosa che si conosce molto bene e che si ha magari anche la possibilità di recuperare (o di ricomprare se non si ha un attaccamento o un ricordo particolare legato allo specifico oggetto). Di certo ho ben presente davanti agli occhi il cd, so bene cosa sto cercando, tanto che i miei occhi filtrano lo scaffale alla ricerca di un dorsetto color rosso. Ho delle aspettative specifiche che so esattamente come verranno soddisfatte al momento del ritrovamento.
La seconda rimanda a un’esperienza, a una persona che so già di non poter più riavere con me. Posso avere la speranza che in un vecchio filmino ci sia la voce registrata di mio nonno. Ho un ricordo di voce forte, tonante, piena, ma non riesco a risentirla nelle orecchie. E se anche trovassi quella registrazione so che non sarebbe come sentirla dal vivo, così scorporata da quell’uomo alto, robusto e dal volto gentile. Saprei tuttavia anche qui cosa cercare.
La terza mi è venuta in mente pensando alla festa cristiana di domani. Di cosa vanno alla ricerca i Magi? Che ricerca è la loro? Non sanno cosa aspettarsi, non stanno cercando qualcosa che hanno perso o che appartiene già alla loro esperienza. Può essere benissimo che la soluzione alla loro ricerca, la meta del loro cammino, sia molto diversa da quello che si aspettavano.

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La verità ha ragione?

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Già ultimamente sto pubblicando poco sul blog, se poi, quando lo faccio, propino testi di questa lunghezza, capisco benissimo di non agire da buon blogger. Pazienza…
Già altre volte ho postato sul tema della post-verità, della verità, della libertà di opinione ed espressione; oggi mi sono imbattuto in una intervista/riflessione a più voci decisamente interessante. La pubblico interamente; la fonte è il Tascabile e la firma è del filosofo e ricercatore alla University College di Dublino Fabio Gironi.
Uno dei fenomeni sociali che caratterizza maggiormente la scena pubblica e politica sembra essere il disinteresse per l’opinione degli esperti, e il proliferare di “teorie alternative”. In gergo filosofico, questo fenomeno si può definire deflazione dell’autorità epistemica. Questa è una forma di autorità conferita non da status sociale, lignaggio nobiliare, o investitura divina, ma dall’esperienza in un determinato campo del sapere. L’autorevolezza del biologo, dello storico, ma anche dell’ingegnere meccanico e dell’agricoltore, dipende dal livello di studio e preparazione teorica, dall’esperienza pratica diretta, e dall’essere parte di una comunità epistemica (un gruppo di persone che condividono determinati obiettivi, e dediti allo stesso tipo di attività o ricerca) capace di valutare le proprie conoscenze.
Quello che movimenti differenti come l’anti-vaccinismo, il negazionismo del cambiamento climatico antropogenico, o proposte di “medicina alternativa” hanno in comune è un tratto fondamentale: lo scetticismo sistematico verso gli esperti, visti come collusi con “poteri occulti”, che nei casi più eclatanti sfocia in un aperto anti-intellettualismo. Questo fenomeno riflette una visione del mondo diviso in una classe di “studiosi” sedicenti esperti, e una di gente dotata di senso comune – dove quest’ultimo viene considerato come un valido sostituto alla competenza specifica.
Insieme ai diffusi fenomeni di echo chamber e filter bubble (comunità virtuali chiuse all’influenza esterna che permettono la proliferazione di notizie non sostanziate dai fatti) la perdita di fiducia nell’autorità epistemica sta producendo un cambiamento nel concetto stesso di verità dei fatti. Certamente, le menzogne non sono una novità del ventunesimo secolo: già nel 2005 il filosofo Americano Harry Frankfurt apriva il suo breve saggio “Stronzate” osservando come “uno dei tratti più salienti della nostra società è che circolino così tante stronzate”, differenziando la stronzata dalla menzogna. La prima non è solamente un capovolgimento intenzionale della verità ma dipende da un sistematico svuotamento del concetto di verità, e una studiata indifferenza rispetto ai fatti.
Ma è anche vero che la propagazione di stronzate raggiunge oggi livelli altissimi: è ovvio che certe verità non siano tali, perché l’affermazione vera è meno importante di quella efficace. Questo fenomeno è esemplificato dal ben noto termine “post-verità”: parola dell’anno nel 2016 per l’Oxford Dictionaries, questo aggettivo è definito “relativo, o che denota, circostanze in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni o credenze personali”. Altrettanto famosi ormai sono sia il termine (intrinsecamente ossimorico) alternative facts, che l’espressione fake news, entrambi contributi dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.
Considerato come queste distinzioni (fatti vs finzioni, verità vs menzogna) così familiari ai filosofi, abbiano oggi fatto irruzione nelle nostre discussioni quotidiane, abbiamo voluto esaminare la situazione contemporanea insieme a quattro filosofi e filosofe esperti di questioni epistemologiche: Maria Baghramian, della University College Dublin; Mario De Caro dell’Università di Roma Tre; Gloria Origgi dell’Institut Nicod dell’Ecole Normale Supérieure, e Nicla Vassallo, dell’Università degli Studi di Genova.
Alcuni critici hanno tracciato la genesi della situazione presente, più o meno esplicitamente, al clima culturale del recente passato, in particolare all’eredità del post-strutturalismo e di altre posizioni filosofiche che hanno promosso un approccio critico verso le nozioni di autorità e di verità. Ogni movimento filosofico deve essere collocato nel suo contesto storico-sociale, ed è evidente che “il postmodernismo” rispondesse a delle precise preoccupazioni socio-politiche, primo tra tutti, in campo politico, lo spettro dei dispotismi autoritari che hanno dominato la metà del ventesimo secolo (il celebre, e spesso incompreso, rifiuto delle metanarrazioni). L’ironia è che ora viene accusato di aver riprodotto lo stesso problema, rendendo qualsiasi narrazione degna di fiducia. È giusto accusare questo momento intellettuale dei mali presenti?
GLORIA ORIGGI
Il post-modernismo è un aggregato di idee di avanguardia di provenienza diversa, estremamente influente nell’arte contemporanea, nella letteratura del dopo-guerra e in una serie di esperienze artistico-politiche, spesso di natura provocatoria, necessarie però per scuotere una cultura vecchiotta, incapace di auto-osservazione e tipicamente egemonica. Non demonizzerei il post-modernismo nei contenuti, almeno non più di quanto si possa fare con i tanti movimenti di avanguardia che hanno attraversato il ventesimo secolo, con successi e insuccessi. Non c’era una verità da mettere in discussione, ma un’egemonia conoscitiva che passava dai banchi di scuola, dal sapere diffuso dai musei, dal cinema e poi dalla televisione e che andava sicuramente ripensata dopo i disastri di due guerre mondiali e di più di un secolo di colonialismo. I toni assurdi, provocatori, le boutades, le trasgressioni hanno avuto effetti positivi e negativi. Sicuramente un effetto positivo è stato quello di includere nel discorso culturale “alto”, personaggi, esperienze, culture, minoranze che a questo discorso non avevano accesso. Un altro innegabile effetto positivo è stato quello di sviluppare una coscienza critica nei confronti dei propri atti culturali e svelare la dimensione spesso politica o economica di tutte le espressioni culturali. Le conseguenze negative sono state un generale impoverimento dell’esperienza culturale, uno scetticismo verso la qualità intrinseca dell’oggetto culturale che ha fatto sì che da movimento di avanguardia, il postmodernismo si allineasse con le esperienze culturali più “leggere” della nostra società, come la pubblicità o il marketing. E insieme una tendenza paranoica collettiva a leggere in termini manipolatori qualsiasi proposta conoscitiva. Movimento tendenzialmente “di sinistra”, il postmodernismo è stato purtroppo reclutato “a destra” per legittimare la decimazione degli studi umanistici nelle università di tutto il mondo, visti come ricettacolo di idee paranoiche e estremiste volte ad abbattere il canone culturale occidentale. L’accusa che rivolgo al post-modernismo è più che altro questa: che, grazie alla sua faciloneria intellettuale ha delegittimato le scienze umane, rendendosi complice di un generale impoverimento del sapere, di un “clash” tra cultura scientifica e cultura umanistica e di una tecnicizzazione della conoscenza che ci rende tutti più stupidi. Non bisogna però confondere le derive postmoderniste dall’idea di Lyotard di condizione postmoderna. Quella fu una vera intuizione. E noi oggi siamo in una condizione postmoderna, per navigare la quale il postmodernismo come movimento di idee non ci aiuta per niente, ma neanche il tentativo ingenuo (penso al nuovo realismo) di ritrovare una realtà intatta, un terreno sicuro a cui ancorarci come dei naufraghi a una zattera.
MARIA BAGHRAMIAN
Diversamente da molti miei colleghi sul fronte continentale, non ho mai apprezzato molto le virtù del postmodernismo, in particolare considerando i suoi proclami di rappresentare un momento progressivo, e politicamente sovversivo, della nostra vita intellettuale. Il mio rigetto del postmodernismo ha dei paralleli con la mia critica del relativismo, un tema chiave della mia ricerca degli ultimi trent’anni. Da una parte, mi sono sempre opposta a un troppo semplicistico rifiuto del relativismo come incoerente o contraddittorio, ma dall’altra ho sempre rifiutato con forza l’identificazione di un’attitudine relativistica con una politica progressista. Il relativismo è un framework concettuale molto sfuggente, che può condurre a quietismo e inazione, ma può anche essere adottato a fini autoritari e regressivi. Non dobbiamo dimenticarci che Mussolini era un convinto relativista, e che i Nazisti proposero una forma di relativismo razziale. I pensatori postmoderni, attraverso aforismi e metafore piuttosto che tramite argomentazioni filosofiche tradizionali, hanno messo in dubbio alcuni precetti fondamentali del discorso culturale, che si concentra sui temi della ragione, e della ricerca razionale. Facendo ciò, hanno occupato lo stesso terreno intellettuale del relativismo. Questo, secondo me, è stato il loro più grande difetto. Il postmodernismo ha “problematizzato” (come si dice in gergo) le idee di oggettività, verità, e logica, con l’obiettivo – si diceva – di liberarci dalla schiavitù della ragione, imposta dall’Illuminismo. Quest’ultimo viene presentato come un movimento monolitico e autoritario alleato con l’imperialismo occidentale e il colonialismo, mentre il postmodernismo sarebbe alleato alla lotta per l’emancipazione da ogni tipo di tirannia. Per molti postmodernisti l’Illuminismo – accompagnato dalla fiducia nella forza della ragione e della razionalità, e l’ottimismo nei confronti della possibilità di emancipare la specie umana – divenne un nemico politico e sociale. I critici postmoderni della scienza, delle sue pratiche e istituzioni hanno ragione a enfatizzare i meccanismi di esclusione presenti in essa. Le donne, le persone di colore, e altri gruppi marginalizzati sono stati sistematicamente esclusi, sottovalutati e umiliati. Ma le ragioni di queste esclusioni sono opposte a quelle proposte dal postmodernismo. Che la conoscenza è potere è un’antica ma profonda intuizione riguardo al ruolo che la conoscenza gioca all’interno della nostra vita sociale e politica. Gli uomini bianchi al potere hanno usato la scienza e le norme razionali per escludere le donne e gli “altri differenti” dai centri di conoscenza che si affidano proprio a queste norme. Il responso a queste pratiche di esclusione non deve essere quello di abbandonare i potenti proclami della conoscenza scientifica, ma di rivendicarli a sé. Ad esempio, le donne in Iran stanno riuscendo in questo intento, riempiendo i campi STEM nelle università del paese, tradizionalmente riservati agli uomini.
È possibile che l’overdose di informazioni di cui il pubblico è oggi bombardato tramite i media digitali produca un rilassamento della distinzione tra verità e finzione? È concepibile che ci siano specifici limiti cognitivi che, in quanto esseri umani, limitano la nostra capacità di filtrare ed elaborare un numero così grande di informazioni, spesso contraddittorie?
GLORIA ORIGGI
Non capisco quale sia stata l’età dell’oro in cui la gente credeva nella realtà invece che nelle finzioni. La quantità di stronzate che l’umanità è sempre stata disposta a credere non credo sia aumentata con l’avvento di Internet. È forse solo più visibile. Ma è vero che le società a forte densità informazionale come le nostre società tardo-moderne hanno effetti epistemici propri: paradossalmente, come ho cercato di mostrare nel mio lavoro, più l’informazione aumenta, più la reputazione delle fonti di informazione diventa rilevante, anzi, indispensabile per navigare un mare troppo fitto di informazioni. Un’epistemologia del presente deve dunque fornire gli strumenti per distinguere indizi reputazionali farlocchi da indizi reputazionali robusti, un lavoro ancora da cominciare che sarà sicuramente al centro della ricostruzione di un metodo sociale, condiviso e razionale di distinguere la qualità epistemica dell’informazione che ci attraversa ogni giorno.
MARIA BAGHRAMIAN
Anche io penso che la profusione di dati e informazioni odierna ha esacerbato un problema pre-esistente e perenne, quello di dover prendere una decisione riguardo a idee e fonti di informazione in contrasto tra loro. Il problema non è, o non dovrebbe essere, formulato in termini di un rilassamento della distinzione tra verità e menzogna. Questa distinzione, mi sembra che sia implicita nella nozione stessa di modi di pensare giusti e sbagliati riguardo a ciò che succede. Il problema risiede piuttosto nel nostro non avere sufficienti strumenti epistemici per distinguere le informazioni vere da quelle false, o fuorvianti. E parte del problema risiede nel minor prestigio dato oggi alla testimonianza degli esperti. La maggior parte delle cose che sappiamo deriva da ciò che abbiamo imparato dalle testimonianze ricevute da altre persone. La testimonianza degli esperti – coloro che hanno un livello di competenza e di conoscenza maggiore del nostro – è una delle fonti più importanti di conoscenza. La democratizzazione dell’informazione resa possibile da Internet, e la facile reperibilità di moltissime testimonianze di “esperti” su qualsiasi argomento, ha finito con l’indebolire il ruolo tradizionale della testimonianza come fonte di conoscenza. Con un click possiamo (o almeno ci piace pensare che possiamo) controllare e mettere in questione i consigli che ci vengono dati dai nostri dottori, i nostri avvocati, consulenti finanziari e altri tipi di esperti tradizionali. In ultima analisi, credo che l’egualitarismo epistemico nell’era dei big data sia uno sviluppo positivo, ma come tutte le rivoluzioni, questa rivoluzione informatica ha portato con sé grande insicurezza riguardo alle fonti dell’autorità, affidabili o meno.
La maggior parte delle verità scientifiche non si possono leggere direttamente guardando i fatti, ma richiedono sovrastrutture teoriche, discussioni, e interpretazione dei dati per essere stabilite con certezza, e di conseguenza non si può concepire una comunità scientifica senza un certo disaccordo interno. Come si può comunicare questo processo al pubblico senza produrre, da una parte, un ulteriore scetticismo nei confronti della scienza, o, dall’altra, la convinzione che, se il disaccordo produce conoscenza scientifica, chiunque può essere in disaccordo con il consenso scientifico?
MARIA BAGHRAMIAN
Sono d’accordo, il disagreement è essenziale alla scienza e contribuisce positivamente a essa. Le cose si complicano quando ci si affida alla scienza e agli scienziati per consigli riguardo a decisioni politiche. Ovviamente, non è possibile prendere nessuna decisione coerente sulla base di opinioni scientifiche discordanti. In più, la fiducia che di solito accordiamo a scienziati e risultati scientifici pertinenti a questioni impersonali e su larga scala viene erosa laddove questi prendono posizione su questioni che hanno un impatto diretto sulla nostra vita e sul nostro benessere. Bisogna ricordare che quello di affidarsi a scienziati per decisioni di carattere politico è un fenomeno relativamente nuovo. La maggior parte degli storici della scienza considera la Seconda Guerra Mondiale come il punto di svolta, un periodo che cambiò radicalmente il rapporto tra governi e consulenti scientifici. Le necessità portate dalla guerra moderna crearono forti legami tra scienza e legislatura, come venne dimostrato in maniera lampante dal Progetto Manhattan negli Stati Uniti, e da Bletchley Park nel Regno Unito. Le famose parole di Robert Oppenheimer “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”, citando la Bhagavadgita, influenzano ancora oggi la nostra percezione del rapporto tra scienza e stato. Mentre dunque il pubblico è disposto a dare fiducia agli scienziati per quanto riguarda questioni tecniche, si sente anche giustificato a sospendere questa fiducia laddove i loro risultati scientifici siano direttamente legati alle nostre vite quotidiane. La soluzione non è quella di nascondere il dissenso tra scienziati (come a volte si è provato a fare), o credere che la situazione verrà rettificata quando il pubblico riceverà una chiara e precisa educazione scientifica. Piuttosto, la soluzione risiede nell’assicurarsi che le istituzioni scientifiche e gli scienziati siano consapevoli della sensazione di vulnerabilità avvertita dal pubblico di fronte alla potenza della scienza.
GLORIA ORIGGI
Come hanno già detto molti filosofi, penso per esempio a Richard Rorty, la scienza può ispirare la gente comune come “modello” di attività epistemica ed etica: il fatto che nelle varie discipline esistano disaccordi più o meno rispettati, e che i disaccordi producano uno sforzo collettivo per andare più lontano nella comprensione, può essere un esempio di etica della conoscenza che ispira, ma certo non si può pensare realisticamente che gli esseri umani adottino in massa un metodo scientifico di disaccordo ragionato per farsi un’idea del mondo che hanno intorno. Sappiamo dalla psicologia che gestire la contraddizione è una delle cose più difficili per la mente umana: il bisogno di ridurre la “dissonanza cognitiva” è tra i meccanismi psicologici più forti che guidano il nostro pensiero. Non si può cercare di cambiare le basi cognitive del ragionamento umano: si possono però creare istituzioni, forme di incontro, metodi di dibattito, che fanno emergere il dissenso in modo costruttivo. Si può anche imparare a riconoscere e criticare i “vizi epistemici” di tanti discorsi, come l’insensibilità davanti agli argomenti contrari, l’indifferenza alle più semplici intuizioni statistiche, o l’attrazione per le teorie complottiste e paranoiche che hanno il fascino di mettere insieme fenomeni tra loro sconnessi in una specie di “narrativa” gratificante al di là di qualsiasi oggettività. Un’epistemologia politica che comprenda a quale punto la conoscenza dipenda dalle strutture istituzionali che la fanno circolare è sicuramente necessaria per creare un’epistemologia del quotidiano più virtuosa.
NICLA VASSALLO
Quanto al problema di comunicazione, mi sembra che sarebbe abbastanza semplice: basterebbe presentare il disaccordo tra scienziati come il disaccordo tra esperti. Quando ad esempio una persona soffre di una certa patologia si reca da più esperti, e se questi (come spesso accade) sono in disaccordo tra loro si presenta il problema di chi scegliere. E lo stesso accade nella comunità scientifica. Ma la differenza tra il primo e il secondo caso è che il disagreement nella comunità scientifica (come in quella filosofica) è essenziale al progresso. Se tutti fossero d’accordo vivremmo in uno stato di stasi; invece il disaccordo e la critica devono essere visti come positivi. Purtroppo il pubblico non sospende mai il giudizio, e prende parte senza cognizione di causa per l’una o per l’altra parte di un dissenso scientifico a seconda di balzane convinzioni. Penso che la possibilità di offrire al pubblico confronti diretti o dialoghi tra due o tre scienziati che la pensino in modo diverso sullo stesso tema sarebbe utile. Infatti ciò aiuterebbe il pubblico a comprendere che le divergenze effettive sono minori di quelle che ci spacciano i media, e comprendere che questa è l’unica via che porta alla risoluzione dei problemi, il processo collettivo del problem-solving.
MARIO DE CARO
Vorrei aggiungere che l’unico modo di risolvere il problema è una seria educazione scientifica. È stato scritto recentemente che molta polemica contro i vaccini è condotta da persone che hanno studiato: il problema è capire cosa e come hanno studiato. In Italia c’è una tradizione antiscientifica molto forte, che in parte deriva dalla riforma Gentile la quale, nonostante i suoi pregi, ebbe anche alcuni grandi difetti: per cui ci sono persone che non hanno la minima idea di come funzionano la statistica e la probabilità, e che quindi, di fronte al fenomeno vaccini, non sanno comprendere appieno il problema. È del tutto evidente — è provato — che i vaccini purtroppo sono mortali per alcuni soggetti. Eppure, usandoli, si salvano molte più vite di quante se ne perdano. Naturalmente se una trasmissione (generalmente ottima) come Report va a intervistare le famiglie delle persone che sono decedute per via di un vaccino, questa informazione è scorretta, perché presenta questa morte come l’unico dato rilevante. In generale, se non si conoscono un minimo di statistica, probabilità e storia della scienza diventa praticamente impossibile orientarsi rispetto a queste questioni. Bisogna migliorare la qualità dell’istruzione scientifica, ma anche la qualità – e questo è importante – delle informazioni scientifiche diffuse dai mass media. Ci sono alcuni media che – un po’ in malafede, un po’ per ignoranza – diffondono notizie assurde. Benché in proposito non si possa imporre la censura, si dovrebbe far sì che i media che sanno come si fa la divulgazione scientifica siano nella posizione di criticare gli altri, e di dimostrare come quel modo di discutere di determinati problemi non funziona. È necessario comunicare correttamente sia i risultati scientifici che il metodo della scienza.
Spesso sembra esserci confusione tra, da una parte, l’autorità conferita dalla conoscenza (il capire, e saper spiegare, i processi che producono un fenomeno) e dal rispetto di norme argomentative condivise e, dall’altra, le strutture normalizzanti e autoritarie. Di conseguenza, coloro che vogliono difendere il prestigio epistemico della competenza vengono accusati di elitismo, in nome del principio (giusto, ma soltanto se contestualizzato) che “tutti hanno diritto alla loro opinione”. Come si difende il concetto di autorità epistemica senza cadere nella dittatura delle “autorità” o nella “tecnocrazia”?
MARIA BAGHRAMIAN
Si, è molto triste che la nozione di competenza, o di “autorità epistemica” sia stata accorpata all’elitismo, o addirittura a impulsi autoritari. La divisione del lavoro, linguistico ed epistemico, e la specializzazione che la accompagna sono essenziali per il funzionamento delle comunità che condividono un linguaggio e un modo di pensare, particolarmente in società avanzate e complesse. Per fare solo un esempio, la scienza come viene praticata oggi è un’impresa collettiva la cui condotta richiede un’enorme mole di divisione del lavoro epistemico e di specializzazione. Senza fiducia nella competenza di coloro che lavorano in altre sotto-specializzazioni, la scienza non potrebbe progredire, né funzionare nella sua forma attuale. Mi sembra che queste reazioni contro l’“elitismo” della competenza siano il prodotto di pressioni economiche più che filosofiche, e devono essere spiegate di conseguenza. L’ordine economico Neoliberista ha celebrato la competenza e gli ha dato un posto di prestigio all’interno del processo decisionale sociale ed economico. L’affidamento alla conoscenza degli esperti è spesso stato accompagnato da premi economici – in particolare nel campo bancario, finanziario e legale – del tutto sproporzionati al contributo che questi esperti effettivamente apportano al benessere della società. Un secondo problema (legato al primo) è ancora una volta quello del legame tra conoscenza e potere. La conoscenza ci conferisce autorità oltre al campo epistemico, ed è spesso stata uno strumento nelle mani della volontà di potenza. Sapere, ed essere portatori di conoscenza, ci permette di influenzare gli altri, di perseguire i nostri obiettivi. Non è necessario credere (come sostiene Tim Williamson) che la conoscenza sia la norma per fare affermazioni, o che la conoscenza venga per prima, per poter apprezzare il ruolo primario che gioca in tutti i nostri scambi sociali. È un’ovvietà, ma non del tutto banale, che la conoscenza conferisce potere, ma il potere, in tutti i casi, deve rispondere dei bisogni degli altri e alle loro (e nostre) vulnerabilità. Possiamo vedere i primi segni di questa preoccupazione riguardo all’esercizio della conoscenza scientifica senza senso di responsabilità nel Dr. Frankenstein, di Mary Shelley, un romanzo quasi profetico considerando come al tempo la scienza moderna era ancora giovane. Sapere, e brandire il potere che la conoscenza ci conferisce senza responsabilità di fronte alle questioni etiche che questa conoscenza produce, è un pericolo che dobbiamo sempre tenere bene in considerazione. La connessione tra i parametri normativi della conoscenza e il mantra (a prima vista tollerante e inclusivo) “tutti hanno diritto alla loro opinione” è interessante. Molto spesso in dibattiti e conversazioni, in particolare riguardo a questioni etiche e politiche negli Stati Uniti, l’affermazione “ho diritto alla mia opinione” viene usata come carta che pone fine alla discussione. Questo è un errore. Se affermi la tua opinione sei, come minimo, responsabile per la sua plausibilità razionale, se non proprio per la sua verità. Le opinioni non sono differenti da altri tipi di credenze. Siamo tutti responsabili pubblicamente per le nostre opinioni, così come lo siamo per le nostre affermazioni di conoscenza. Gli usi odierni di questo mantra dimenticano questo componente normativo.
NICLA VASSALLO
Purtroppo sul piano fattuale si è confusa l’autorità epistemica con l’autorità politica, o l’autorità del dittatore. E tale confusione è stata particolarmente accentuata in quelle democrazie dove abbiamo avuto governi tecnici: ad esempio economisti al potere che hanno mentito, e non si sono mai pentiti delle loro menzogne (perdendo dunque la fiducia del pubblico). E il caso del nostro paese è un caso classico. Come si può ripristinare la fiducia perduta? Cercando di distinguere nettamente (nonostante le illusioni di Platone) tra il politico e l’autorità epistemica. L’autorità epistemica può solo essere un buon consigliere di un politico, ma a mio avviso non può e non deve entrare direttamente in politica: deve suggerire al meglio il politico rimanendo svincolata dal potere politico.
MARIO DE CARO
Questo è il tipico argomento in cui si discute di bianco e di nero, come se non ci fosse alcuna via di mezzo. Con questo modo di procedere non si ottiene nulla, e anzi si generano facilmente disastri. È del tutto evidente che esiste un ampio terreno intermedio tra l’imporre presunte verità con la forza e l’accettare qualunque scempiaggine come se fosse parimenti autorevole. È sempre stato così, ma oggi con internet la situazione è peggiorata: si pensi alla famigerata frase di Umberto Eco “Internet permette a qualunque cretino di dire la sua opinione”: forse è un po’ rude, ma ha una giustificazione. Su Facebook ho letto eminenti professori o studiosi di determinati campi spiegare la propria opinione informata ed essere “confutati” in due righe da qualcuno, completamente digiuno della materia del contendere. Questo è un fenomeno grave, e direi che Facebook e simili non sono i social media ideali per una discussione seria. Il problema è che le distinzioni sono difficili: è chiaro che esistono autorità autoritarie e autorità autorevoli. È una cosa in sé ovvia, ma si sta abbassando il livello dell’istruzione generale: si tagliano i fondi per l’istruzione, la gente non va a scuola, non studia bene e poi finisce per dire scempiaggini, non essendo in grado di riconoscere i ragionamenti corretti da quelli scorretti. La situazione non sarà mai perfetta, ma ci sono molti margini di miglioramento.
GLORIA ORIGGI
A me sembra che nelle grandi visioni sulla democrazia e in particolare nell’entusiasmo per il ruolo della Rete, vi è sempre stata una certa tendenza a semplificare e idealizzare sia le capacità cognitive che le dinamiche sociali dei cittadini. Se l’uguaglianza di diritti è un caposaldo della democrazia anche in un’epoca di spettacolari disuguaglianze economiche, l’uguaglianza epistemica, o l’egualitarismo epistemico, è spesso una nozione sottintesa, che vede i soggetti cognitivi come tutti uguali, intercambiabili, in linea di principio capaci di sviluppare tutti gli stessi argomenti seguendo lo stesso metodo (una tesi criticata per esempio da molta epistemologia femminista). L’egualitarismo epistemico è rivendicato come un diritto fondamentale non a chiedere ragioni o ad avere accesso alle stesse risorse epistemiche (diciamo una rivendicazione di qualche forma di “diritto aletico”, come ha sostenuto recentemente in un saggio pubblicato da Franca D’Agostini nella rivista Biblioteca della Liberta del centro Einaudi), ma una rivendicazione ad avere ragione e poter esprimere il proprio punto di vista al di là di qualsiasi standard argomentativo condiviso. Una rivendicazione resa possibile dalla straordinaria capacità del Web di dare voce a una moltitudine di individui che mai avevano avuto accesso alla parola “pubblica” prima d’ora. Avere ragione secondo i propri standard, rifiutare di farsi imporre qualsiasi standard epistemico percepito come una coercizione “dall’alto” è il tranello in cui cascano i cittadini più vulnerabili, che si sentono “empowered” cognitivamente e socialmente dal poter esprimere la loro opinione e non si rendono conto di essere vittime di nuove forme di controllo dell’opinione e di coercizione mentale. Un risultato recente mostra come coloro che sono i più scettici riguardo all’autorità delle testate di informazione tradizionali sono anche i più ricettivi a credere alle teorie del complotto e a cascare nella rete delle bufale trasmesse attraverso i social networks. Questo “corto-circuito” tra politica ed epistemologia è forse uno degli aspetti più salienti delle società iper-connesse e (spesso definite) post-democratiche attuali nelle quali la sovraesposizione dei pareri dei cittadini bypassa la rappresentanza politica con modalità che delegittimano la seconda senza legittimare la prima.”

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Il silenzio umile dell’ascolto

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Paola Zampieri intervista il teologo Duilio Albarello (Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale) sulla ricerca spirituale e i giovani. “In un tempo in cui il rapporto con il sacro non è più regolato dalle credenze delle chiese, ma dall’espressività e dalla creatività degli individui, la chiesa deve saper tacere e ascoltare, incontrare e testimoniare la bellezza del credere”. Questa la fonte.
Prof. Albarello, quali sono le forme inedite di ricerca spirituale, in particolare, che caratterizzano il mondo giovanile in un’epoca in cui il rapporto con il sacro non è più regolato dalle norme morali o dalle credenze delle chiese, ma dall’espressività e dalla creatività degli individui?
«Nel nostro tempo quel “paganesimo di ritorno”, o meglio quel secolarismo culturale che attorno alla metà del Novecento si affacciava soltanto sulla scena, si è pienamente realizzato e per la verità ha anche cominciato a mostrare i segni del suo logoramento. Uno di questi segni più evidenti, specie a livello giovanile, è la ricomparsa del “sacro” prevalentemente nella forma del soggettivismo spirituale, ossia del cosiddetto bricolage religioso. Tale fenomeno tuttavia, assai prima di essere stigmatizzato, richiederebbe di essere attentamente decifrato. Esso infatti a mio parere è l’espressione ambivalente di quello che alcuni hanno cominciato a chiamare “l’incredibile bisogno di credere” (Julia Kristeva) che si registra nella nostra epoca».
La “fede”, oggi, cos’è?
«In un momento in cui l’unica certezza rimasta sembra essere quella che non vi siano più certezze, il problema maggiore diventa rintracciare le risorse disponibili per attivare una fiducia che si mostri effettivamente fondata, pur senza degenerare per forza in una sorta di “credenza fai da te”. Sotto questo profilo, la “fede” si propone oggi come la questione antropologica per eccellenza, sia sul piano individuale, sia sul piano collettivo: una fede che consenta di continuare o ricominciare a dare credito alla vita, prima ancora che a Dio. Sono sempre di più le persone che avvertono questa esigenza, specie tra le giovani generazioni, ma spesso purtroppo la loro domanda non trova accoglienza nel “recinto” ecclesiale, poiché non disponiamo di strumenti capaci di interpretarla e di accompagnarla».
In questo contesto, come si pone la spiritualità cristiana? Come risponde al bisogno di senso dei giovani?
«A mio avviso, il bisogno di senso si sovrappone proprio a quel bisogno di credere, di cui parlavo prima. A questo riguardo, penso che per intercettare la sensibilità e il coinvolgimento dei giovani – ma non solo – sia indispensabile coltivare la dimensione estetica della fede, o in parole più semplici la “bellezza del credere”. Intendo dire: l’incontro con Cristo che cambia la qualità della vita non può avvenire in un ambiente asettico e in un clima anestetizzante. Purtroppo la sensazione che si prova in molti casi nei percorsi formativi o nelle celebrazioni liturgiche non spinge affatto chi partecipa ad esclamare: “È bello per noi stare qui!”. Eppure una testimonianza ecclesiale, che non accenda i sensi con la luce dello Spirito e non indirizzi gli affetti a percepire il fascino di stringere alleanza con il Signore, è destinata fin dall’inizio a mancare il suo compito».
Occorre spingere sulle leve emotive?
«Sia chiaro, non sto incoraggiando a spingere sul pedale dell’emotivismo per attivare discutibili strategie pastorali di seduzione, che finiscono per confondere la testimonianza del Vangelo con la pubblicizzazione di un prodotto. Intendo solo evidenziare che senza sperimentare la bellezza del credere nel Dio di Gesù sarebbe del tutto impossibile riconoscere la verità della sua Parola e lasciarsi trasformare dalla bontà della sua Presenza».
È l’esempio che muove e trascina.
«La spiritualità cristiana nasce e si costituisce ovunque vi siano un uomo e una donna che attestano quanto sia “bello” – dunque promettente e insieme impegnativo – edificare la propria vita nella compagnia del Signore. Tra il resto, per limitarci a una esemplificazione significativa, l’obbiettivo di una cura pastorale per la ricerca vocazionale dei giovani dovrebbe essere appunto questo: suscitare in essi il desiderio di “avere una storia” con il Signore, di incrociare la propria via con quella percorsa da Gesù, riconoscendo che è davvero la via verso la vita buona».
Quale contributo può portare la teologia per cambiare lo sguardo della chiesa sui giovani?
«A mio avviso si tratta di mettere finalmente in piena luce la portata pratica della “svolta antropologica” maturata nel pensiero teologico del Novecento. Infatti questa “svolta” si basa sulla consapevolezza che sarebbe impossibile dire il Dio di Gesù Cristo senza coinvolgere l’essere umano, la sua esistenza concreta a livello personale e sociale. Anzi, la verità dell’Evangelo individua il terreno di prova decisivo proprio nella sua forza di autentica umanizzazione: se tale forza venisse meno o comunque non fosse più percepita, ne risulterebbe compromesso il carattere affidabile di quella stessa verità».
Qual è la sfida che interpella la chiesa?
«In questa prospettiva, la chiesa è sfidata a lasciar cadere le incrostazioni dottrinali e morali che spesso ancora la paralizzano, per tornare a condividere con le nuove generazioni il suo unico ‘tesoro’: l’umanità eccedente di Gesù Cristo, come forma e forza, che sono necessarie all’“incredibile bisogno di credere”, diffuso nelle nostre società dell’incertezza, per essere autenticamente degno dell’uomo».
Il primo passo da fare?
«Un primo passo, indispensabile, per raccogliere tale sfida da parte della comunità ecclesiale sarebbe quello di tacere, per mettersi davvero in ascolto in particolare delle esperienze concrete dei giovani, con le loro attese e le loro disillusioni, con le loro risposte e i loro dubbi. Solo passando attraverso questo silenzio umile dell’ascolto, sarà possibile per la testimonianza ecclesiale incontrare i giovani in carne ed ossa, in modo da offrire loro quel “giusto senso” dell’esistenza, che ha la sua origine in Dio e che Gesù Cristo intende donare a tutti».

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Un nuovo (D) io

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Un articolo di Maria Luisa Prete su La Repubblica. Argomento: l’intelligenza artificiale assurta a nuova divinità.
Un nuovo dio scende sulla terra alla conquista delle nostre anime. E come i suoi predecessori, anzi più degli altri, viene plasmato ad arte dall’uomo. Come gli altri, nasce per essere venerato e per salvarci dalle brutture del mondo. Ma chi è? Nientemeno che l’intelligenza artificiale. Se Elon Musk la teme considerandola la possibile causa della terza guerra mondiale, per Anthony Levandowski, invece è la nuova divinità.
L’ex ingegnere Google, licenziato qualche mese fa con l’accusa di aver rubato segreti commerciali, adesso cerca il riscatto nella fede. La sua associazione religiosa senza scopo di lucro si chiama “Way of the Future”, e appunto si propone di venerare l’AI per migliorare la nostra vita. Come dire, se non riusciamo più ad aver fiducia nel dio tradizionale, un’alternativa, fatta di bit e silicio, potrebbe fare al caso nostro. Così terrena da poter conquistare anche i miscredenti più accaniti, così fascinosa perché potrebbe elevare a paradiso il progresso tecnologico. Basta crederci.
Ma chi è il messia di questo nuovo messaggio di salvezza? Il suo biglietto da visita non è proprio edificante. Pendono su di lui pensanti accuse di spionaggio industriale. In particolare, Levandowski, classe 1980, è al centro di una disputa su brevetti trafugati tra Uber e Waymo, compagnia automobilistica di Google. Licenziato dall’azienda di Mountain View lo scorso maggio, adesso sembra cercare il riscatto e la fama come sacerdote della divinità tecnologica. La sua setta è stata fondata nel settembre 2015, ma è salita solo ora agli onori della cronaca grazie alle rivelazioni di Wired Usa che ha reso noto il progetto presentato all’US Internal Revenue Service (IRS), l’autorità Usa che gestisce e amministra le entrate fiscali pubbliche, alle cui norme devono attenersi anche le organizzazioni senza scopo di lucro. Anche se la setta non ha ancora formalizzato la sua posizione con l’IRS come organizzazione religiosa esente da imposte, i documenti depositati in California dimostrano che Levandowski è amministratore delegato e presidente del Mondo del futuro e che i fini della società “attraverso la comprensione e il culto della divinità” vogliono contribuire al “miglioramento della società”.
Il legame tra tecnologia e religione non è nuovo. In molti, nella Silicon Valley, credono nella “Singolarità”, l’avvento di un’epoca in cui le macchine governeranno il mondo con giustizia ed equità, a vantaggio e meglio degli uomini. Da qui, il passo verso il culto dell’Intelligenza artificiale sembra obbligato. La speranza nelle “magnifiche sorti e progressive” si alimenta con i grandi successi e le costanti innovazioni del settore. Non è un caso, fa riflettere Wired a proposito, che se ancora l’AI divina è lontana, Levandowski abbia contribuito con il suo lavoro a farle assumere un’incarnazione terrena. Le auto a guida autonoma alle quali aveva lavorato per Google stanno già trasportando passeggeri a Phoenix, in Arizona, mentre i camion costruiti dalla sua Otto (poi ceduta) fanno parte del piano di Uber per rendere il trasporto merci più sicuro ed efficiente. Passi concreti per diffondere il verbo di una divinità che sembra compiere i “primi miracoli” e ne promette ogni giorno di nuovi.

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Scienza e laicità

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Ieri, su L’indiscreto, ho trovato un articolo molto interessante in cui si tratta di scienza, religione, secolarismo, laicità. Si tratta della traduzione di “Why religion is not going away and science will not destroy it” di Peter Harrison (Laureate Fellow e direttore dell’Institute for Advanced Studies in the Humanities presso la University of Queensland. Il suo libro Narratives of Secularization è in uscita quest’anno). La traduzione è a cura di Francesco D’Isa.

Poco più di cinquant’anni fa, nel 1966, l’illustre antropologo canadese Anthony Wallace aveva fiduciosamente predetto la scomparsa della religione per mano del progresso scientifico: “La credenza nei poteri soprannaturali è destinata a estinguersi in tutto il mondo, a seguito della crescente precisione e diffusione delle conoscenze scientifiche”, – e la visione di Wallace non era un caso isolato. Al contrario, le scienze sociali moderne, che si sono sviluppate nell’Europa Occidentale del XIX secolo, interpretano la recente esperienza storica della secolarizzazione come un modello universale. Le scienze sociali presumevano (e talvolta prevedevano) una convergenza di tutte le culture verso un modello secolare che grosso modo somigliava alla democrazia occidentale liberale. Ma è accaduto quasi l’opposto.
Non solo la laicità non è riuscita a continuare la sua marcia globale, ma molti paesi come Iran, India, Israele, Algeria e Turchia hanno visto dei governi secolari cedere il passo a favore di governi religiosi, o perlomeno l’ascesa di influenti movimenti nazionalisti religiosi. La secolarizzazione, così com’era prevista dalle scienze sociali, ha fallito.
A dire il vero, il fallimento non è incondizionato. Molti paesi occidentali continuano a vivere il declino della fede e delle pratiche religiose. I più recenti dati censuari pubblicati in Australia, per esempio, mostrano che il 30 per cento della popolazione si identifica come “priva di religione”, e che questa percentuale è in aumento. Indagini internazionali confermano dei livelli relativamente bassi di religiosità in Europa occidentale e Australasia. Anche gli Stati Uniti, che sono spesso causa di imbarazzo per la tesi della secolarizzazione, hanno visto un aumento dell’ateismo. La percentuale di atei negli Stati Uniti si trova ora a un livello più alto (se “alto” è la parola giusta) di circa il 3 per cento. Nonostante questo però, il numero di persone che si ritengono religiose a livello globale rimane alto, e le tendenze demografiche suggeriscono che il modello generale dell’immediato futuro sarà di crescita religiosa. Ma questo non è l’unico fallimento della tesi della secolarizzazione.
Scienziati, intellettuali e sociologi pensavano che la diffusione della scienza moderna avrebbe portato alla secolarizzazione – che la scienza, insomma, sarebbe stata una forza secolarizzante. Ma non è stato così. Se guardiamo alle società in cui la religione è ancora vitale, le loro caratteristiche comuni hanno meno a che fare con la scienza e più con il senso di sicurezza esistenziale e di protezione da alcune delle incertezze fondamentali della vita, sotto forma di beni pubblici. Una rete di sicurezza sociale potrebbe essere correlata con i progressi scientifici, ma in modo impreciso, e ancora una volta è istruttivo il caso degli Stati Uniti. Gli USA, infatti, sono senza dubbio la società più scientificamente e tecnologicamente avanzata al mondo, e allo stesso tempo sono la più religiosa delle società occidentali. Come ha scritto il sociologo britannico David Martin ne Il futuro del cristianesimo (2011): “Non c’è alcuna relazione coerente tra il grado di progresso scientifico e la riduzione di influenza, fede e pratica religiosa”.

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Jawaharlal Nehru

La storia della scienza e della secolarizzazione diventa ancora più intrigante se si considerano quelle società che hanno avuto reazioni significative contro l’agenda laica. Il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru ha sostenuto ideali laici e scientifici, e ha inserito l’educazione scientifica nel suo progetto di modernizzazione del paese. Nehru era sicuro che il passato vedico indù e i sogni musulmani di una teocrazia islamica avrebbero ceduto entrambi davanti all’inesorabile marcia della secolarizzazione. “La Storia prosegue a senso unico”, ha dichiarato. Ma, come attesta l’aumento di indù e di fondamentalismo islamico, Nehru aveva torto. Inoltre, l’associazione della scienza all’agenda laica ha causato l’effetto collaterale di fare della scienza una vittima collaterale della resistenza alla laicità.
La Turchia è un caso ancor più rivelatore. Come la maggior parte dei nazionalisti pionieristici, Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica turca, era un laico. Atatürk credeva che la scienza fosse destinata a soppiantare la religione. Al fine di assicurarsi che la Turchia fosse sul lato giusto della storia, ha conferito alla scienza, in particolare alla biologia evolutiva, un posto centrale nel sistema di istruzione della nascente Repubblica turca. L’evoluzionismo e il secolarismo sono stati associati al programma politico di Atatürk. Di conseguenza i partiti islamici turchi, che cercano di contrastare gli ideali laici dei fondatori della nazione, hanno attaccato anche l’insegnamento delle teorie evolutive. Per loro, l’evoluzione è associata al materialismo secolare. Questo sentimento è culminato nella decisione dello scorso giugno di rimuovere l’insegnamento della teoria evolutiva dalle classi del liceo. Anche in questo caso, la scienza è diventata una vittima per via di un’alleanza sbagliata.
Gli Stati Uniti hanno un contesto culturale diverso, in cui potrebbe sembrare che la questione chiave sia il conflitto tra le letture letterali della Genesi e le caratteristiche fondamentali della storia evolutiva. Ma in realtà gran parte del discorso creazionista è incentrato su valori morali. Anche nel caso degli Stati Uniti, vediamo che l’anti-evoluzionismo è motivato almeno in parte dal presupposto che la teoria dell’evoluzione favorisca il materialismo secolare e la sua visione morale. Come in India e Turchia, di fatto la laicità sta danneggiando la scienza.
In breve, non solo la secolarizzazione globale non è inevitabile ma, quando accade, non è causata dalla scienza. Inoltre, quando si prova a usare la scienza per promuovere il secolarismo, i risultati rischiano di danneggiarla. La tesi che “la scienza causa la secolarizzazione” fallisce il test empirico e arruolare la scienza come strumento di secolarizzazione si rivela una pessima strategia. La scienza e il laicismo sono un’accoppiata così imbarazzante da farci chiedere: perché c’è ancora chi non se ne accorge?
Storicamente, le fonti che hanno avanzato l’idea che la scienza avrebbe soppiantato la religione sono due. In primo luogo, le concezioni progressiste della Storia del XIX secolo, in particolare quelle associate al filosofo francese Auguste Comte, che sostiene che le società passano attraverso tre fasi – religiosa, metafisica e scientifica (o “positiva”). Comte, che ha coniato il termine “sociologia”, voleva diminuire l’influenza sociale della religione e sostituirla con una nuova scienza sociale. L’influenza di Comte si è estesa fino ai “giovani turchi” e Atatürk.
Nel XIX secolo, inoltre, si è assistito alla nascita di un “modello conflittuale” tra scienza e religione. È la visione che la storia possa essere compresa nei termini di un “conflitto tra due epoche nell’evoluzione del pensiero umano – quella teologica e quella scientifica”. Questa descrizione viene dall’influente testo di Andrew DicksonWhite A History of the Warfare of Science with Theology in Christendom” (1896), il cui titolo incorpora alla perfezione la teoria dell’autore. Il lavoro di White, così come il precedente “History of the Conflict Between Religion and Science” (1874) di John William Draper, fonda la tesi del conflitto come metodo standard per interpretare le relazioni storiche tra scienza e religione. Entrambe le opere sono state tradotte in più lingue. La Storia di Draper ha visto più di 50 edizioni nei soli Stati Uniti, ed è stata tradotta in 20 lingue. In particolare, è diventata un bestseller nel tardo impero ottomano, influenzando il pensiero di Atatürk che il progresso consista nella sostituzione della religione da parte della scienza.
Oggi, le persone sono meno fiduciose che la storia si muova attraverso una serie di tappe indirizzate a una destinazione comune. La maggior parte degli storici della scienza inoltre, nonostante la sua persistenza nel pensiero comune, rifiuta l’idea di un conflitto duraturo tra scienza e religione. Celebri scontri come il caso di Galileo, nascevano anche dalla politica e dalle personalità in campo, non solo dalla scienza e la religione. Darwin aveva significativi sostenitori religiosi e detrattori scientifici, e viceversa. Molti altri casi di presunto conflitto scienza-religione sono ora considerati invenzioni. La norma, infatti, è più spesso quella del sostegno reciproco. Nei suoi anni di formazione nel XVII secolo, la scienza moderna era basata sulla legittimazione religiosa. Nel corso del XVIII e XIX secolo, la teologia naturale ha contribuito a divulgare la scienza.
science_religion-e1487601998562.pngIl modello conflittuale tra scienza e religione ha offerto una visione sbagliata del passato, che, in combinazione con le aspettative della secolarizzazione, ha portato a una visione sbagliata del futuro. La teoria della secolarizzazione è fallita sia dal punto di vista descrittivo che predittivo. La vera domanda è perché esistono ancora sostenitori di questo conflitto. Molti di loro sono eminenti scienziati. Sarebbe superfluo ribadire le riflessioni di Richard Dawkins sull’argomento, ma non si tratta di una voce solitaria. Stephen Hawking ritiene che “la scienza vincerà perché funziona”; Sam Harris ha dichiarato che “la scienza deve distruggere la religione”; Stephen Weinberg pensa che la scienza abbia indebolito la fede religiosa; Colin Blakemore prevede che la scienza finirà per rendere inutile la religione. Le testimonianze storiche non supportano tali visione. Anzi, suggeriscono che siano fuorvianti.
Allora perché persistono? Le risposte sono politiche. Lasciando da parte qualsiasi predilezione per le pittoresche visioni della storia del XIX secolo, dobbiamo guardare alla paura del fondamentalismo islamico, l’esasperazione del creazionismo, l’avversione per le alleanze tra i religiosi di destra e i negazionisti del cambiamento climatico, le preoccupazioni circa l’erodersi dell’autorità scientifica. Anche se potremmo concordare con queste preoccupazioni, non c’è nulla di male nello smascherare il fatto che queste nascono da un’intrusione gratuita di impegni normativi nel dibattito. La speranza che la scienza sconfiggerà la religione non è un valido sostituto di una valutazione delle realtà presenti. Continuando con questa linea difensiva si rischia di ottenere un effetto opposto a quello voluto.
La religione non scomparirà presto, e la scienza non la distruggerà. Semmai, è la scienza che è soggetta a crescenti minacce alla sua autorità e alla sua legittimità sociale, motivo per cui ha bisogno di tutti gli alleati possibili. I suoi sostenitori farebbero bene a smettere di vedere un nemico nella religione, o insistere sul fatto che l’unica strada per il futuro si trovi in un connubio di scienza e laicità.

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Totalitarismo contabile?

9788862225571

Un suggerimento per una futura lettura (anche se in lista d’attesa c’è già moltissima roba…). Lo spunto arriva da Elisa Bonzoni.
“È possibile misurare il successo lavorativo? Un’idea? Un’emozione? «Vivere significa nuotare in aperti oceani dove la logica e la matematica non possono arrivare». E quando hanno la pretesa di farcela arrivare, a emergere è una realtà che è più vicina a un’ossimorica realtà distorta.
Non era facile scrivere un libro così, su questo tema e in questo modo. Stefano Diana c’è riuscito mettendo una dietro l’altra quasi 300 pagine (Noi siamo incalcolabili. La matematica e l’ultimo illusionismo del potere, Stampa Alternativa) sul tema senza mai essere ridondante.
Diana descrive il percorso involutivo dell’umanità, un percorso che sta rapidamente portando alla catastrofe ambientale, all’inquietante preponderanza delle tecnologie virtuali, al restyling penoso della parola, all’incomprensione della realtà e dei suoi processi, all’incomunicabilità e alla mancanza di relazioni tra esseri umani. Un percorso che non ci permette di controllare e capire i processi avviati, che rende il mondo meno democratico e egalitario, e più ingiusto. Processi che ci portano rapidamente verso il baratro e ci allontanano da noi, dall’essenza dell’uomo e dalla risposta che è dentro di noi, ed è proprio quella giusta!
La tendenza è misurare tutto quello che non ha misura. Un «totalitarismo contabile» e una «tossicodipendenza da numero» secondo i quali ogni cosa è stimabile con criteri razionali che risultano essere tutto tranne che razionali. Dai trend finanziari al rendimento scolastico dei figli, dagli stipendi ai criteri di valutazione o di soddisfazione di qualsiasi ordine e grado. Dio e Cesare si fondono e si confondono e a rimanere sul campo è una visione contorta e distorta della realtà che ci rende tutti più ignoranti e incapaci di capire, interpretare, conoscere, sentire. Cosa? Tutto! Per eterogenesi dei fini più cerchiamo di codificare la realtà più ci allontaniamo dal suo significato, entropicamente. Leggiamo Dio con Cesare deformandolo; e discutiamo teoremi, che nulla hanno di razionale e di reale anche perché partono da assiomi falsi. Davanti non abbiamo più né Dio né Cesare.
E in questo caso Dio, in un contesto di dichiarato ateismo, diventa l’essere umano nel suo valore intrinseco, le emozioni, e la neurobiologia stessa. Questo è il percorso di santità che a dirla tutta, somiglia alla visione della santità cattolica. E la salvezza universale (che Diana vede chiaramente in ottica laica) passa da qui. Passa dal santo che è in ognuno di noi che è il valore intrinseco, che sono le neuroscienze, che è l’uomo. E la salvezza è l’empatia e la compassione, il superamento dell’egoismo per arrivare all’altro e a noi con l’altro.”

Pubblicato in: Diritti umani, Filosofia e teologia, Religioni, Storia

Il credo bahá’í

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Un articolo sul credo bahá’í: è stato pubblicato su Il caffè geopolitico a firma di Alice Miggiano, laureata in Lingua e letteratura persiana presso La Sapienza di Roma e PhD in Studi Iranici presso L’Orientale di Napoli.
Il sommario: “Esperienza religiosa monoteistica sorta in terra iranica attorno alla metà del diciannovesimo secolo, la dottrina bahá’í è professata da cinque milioni di fedeli e diffusa in oltre centomila località sparse sui cinque continenti. La più grande comunità di credenti risiede in Iran nonostante le persecuzioni sistematiche, intensificate in particolare con l’instaurazione della Repubblica islamica nel 1979”
Ecco l’articolo:
Nascita e affermazione di una nuova religione
Nato in contesto persiano sciita e preannunciato nel 1844 da Mirza ‘Ali Muhammmad (noto come il Bab, “la Porta”, 1819-1850) il credo bahá’í si basa sul principio, enunciato dal profeta Mirza Husein ‘Ali Nuri, detto Bahá’u’lláh (“La gloria di Dio”, 1817-1892), che afferma: “la verità religiosa non è assoluta bensì relativa; la Rivelazione divina è un processo ininterrotto e progressivo; tutte le grandi religioni del mondo hanno origine divina, i loro principi di base sono in completa armonia gli uni con gli altri, i loro scopi e fini identici, i loro insegnamenti sfaccettature di un’unica verità, le loro funzioni complementari; le religioni differiscono tra di loro solo negli aspetti non essenziali delle rispettive dottrine e le loro missioni rappresentano gli stadi successivi dell’evoluzione spirituale dell’umana società” (Shoghi Effendi, La fede di Bahá’u’lláh, 1981, ed. originale 1947).
La dottrina bahá’í riprende il concetto islamico di rivelazioni successive, riconoscendo quindi l’autorità spirituale di profeti quali Zaratustra, Buddha, Krishna, Abramo, Mosè, Gesù e Mohammad, ma considera tali profeti “manifestazioni divine” e li colloca all’interno di un’idea di progresso dell’umanità in cui le rivelazioni precedenti a quella di Bahá’u’lláh, seppur autentiche, sono da considerare cronologicamente superate. Il profeta Bahá’u’lláh, assecondando la sua vocazione, si mise a capo dei perseguitati sostenitori del Bab (1853) fino a dichiarare di essere la manifestazione divina da lui preannunciata (1863). In esilio formulò le leggi e le ordinanze della nuova dottrina, espresse in circa cento volumi, finché fu incarcerato nella prigione di Akka (San Giovanni d’Acri, nell’odierno Israele) dove visse gli ultimi ventiquattro anni in detenzione.
Le prime persecuzioni in Iran
In virtù del messaggio universalistico di pace e fratellanza che si proponeva, la fede bahá’í ha subìto, fin dal suo sorgere, ferocissimi attacchi dalle autorità presenti sui territori in cui veniva professata. Ponendosi come entità apolitica e sovranazionale, e basandosi sui principi di uguaglianza che promuovono la parità di genere, razza e classe sociale, la religione monoteistica professata da Bahá’u’lláh crede nel progresso e nell’importanza dell’istruzione e rifiuta ogni forma di pregiudizio e superstizione. Per queste ragioni è sempre stata considerata pericolosa da parte di qualsiasi forma politica che privilegiasse una particolare etnia o classe sociale.
In terra iranica le persecuzioni contro i bahá’í, iniziate agli albori della rivelazione del Bab, sono culminate con lo sterminio di oltre ventimila suoi adepti. All’epoca della predicazione di Bahá’u’lláh e sotto la dinastia persiana Qajar il profeta e alcuni suoi seguaci furono dapprima imprigionati a Tehran e poi esiliati, prima a Baghdad e poi ad Adrianopoli (odierna Turchia). Ulteriormente esiliati dal governo ottomano, furono costretti a rifugiarsi in Palestina. Nonostante la nuova religione fosse considerata eretica e nonostante il perpetrarsi delle persecuzioni, con l’instaurazione della dinastia Pahlavi i bahá’í in Iran poterono assistere ad un alleggerimento delle restrizioni nei loro confronti: venivano rispettati dalla classe politica e le loro conoscenze e capacità furono utilizzate nell’intento modernizzatore voluto dagli Shah Reza (1878-1944, primo sovrano della dinastia Pahlavi, al potere negli anni 1925-1941) e Mohammad Reza (1919-1980, figlio e successore di Reza Pahlavi, sovrano dal 1941 al 1979), per il progresso tecnico e scientifico del Paese.

Bahá_u_lláh
Bahà’u’llàh

La Repubblica Islamica e i seguaci di Bahà’u’llàh
Con l’avvento del regime teocratico in Iran (1979) le persecuzioni, sostenute dai leader della Rivoluzione, divennero sistematiche. La Costituzione della Repubblica islamica, pur dichiarando l’Islam religione ufficiale, riconosce come minoranze religiose il Cristianesimo, l’Ebraismo e lo Zoroastrismo, rappresentate da propri deputati in Parlamento. I circa trecentomila fedeli bahá’í residenti in Iran, che costituiscono la minoranza religiosa più cospicua, subiscono quotidianamente diverse forme di violenza che vanno da atti di vandalismo, molestie, violenza fisica, pressione economica (sequestro delle proprietà e società di investimento bahá’í, controllo dei conti bancari, negazione delle pensioni e delle eredità legittime) fino a incursioni e arresti, includendo forme di discriminazione economica ed educativa, come la negazione all’accesso a posizioni lavorative in ambito pubblico e al diritto all’istruzione superiore. Fonti ufficiali della Bahá’í International Community dichiarano che durante la prima decade dalla Repubblica islamica oltre duecento membri della comunità bahá’í sono stati uccisi o giustiziati e altre centinaia sono stati torturati o imprigionati.
Secondo quanto dichiarato in uno studio recentemente pubblicato dal Center for Human Rights in Iran le persecuzioni contro i fedeli bahà’ì sotto la presidenza Rouhani sarebbero peggiorate rispetto alla decade precedente, nonostante il candidato presidente in sede di campagna elettorale avesse dichiarato di volersi impegnare della riduzione delle violenze contro questa minoranza. Fin dal primo insediamento di Rouhani nel 2013 sembra che almeno 212 bahà’ì siano stati arrestati (con novantacinque di loro ancora in carcere) e che a migliaia di essi sia stato impedito l’accesso all’istruzione superiore. Inoltre, pare ci siano stati almeno 590 casi di oppressione economica.
Diffusione e organizzazione del credo Bahà’ì
La fede bahá’í si è rapidamente diramata in tutti i continenti del pianeta (in particolare in Iran, India, Vietnam e in diverse nazioni di Africa, Americhe e Oceania) arrivando a rappresentare cinque milioni di fedeli di oltre duemila tribù, razze e gruppi etnici diversi. Secondo quanto sostenuto del celebre orientalista Alessandro Bausani (1921-1988), nel 1986 i fedeli bahá’í risiedevano in 115.901 località del mondo. In molti di tali Paesi il credo bahá’í è formalmente riconosciuto dalle autorità e questo riconoscimento permette alle comunità di fedeli di godere dell’esenzione dal pagamento delle tasse per le proprietà destinate al culto e della possibilità di celebrare matrimoni bahá’í.
La religione predicata da Bahá’u’lláh, priva di qualsiasi forma di clero, è sostenuta dai membri attraverso donazioni volontarie. La struttura amministrativa, considerata su scala mondiale, è organizzata in Assemblee Nazionali e Assemblee Locali, composte da nove membri eletti annualmente, tutti con gli stessi poteri. Sempre secondo Bausani nel 1986 vi erano Assemblee Spirituali in 148 nazioni, compresa l’Italia. L’organizzazione giuridica dipende direttamente da una Casa Universale di Giustizia, anch’essa composta da nove membri con i medesimi poteri – in questo caso eletti ogni cinque anni – che ha il potere di emanare nuove leggi in conformità con le esigenze dei tempi. Nel 1983 ad Haifa (Israele) è stato istituito un Centro di Studi Socio-Economici con l’intento di analizzare e risolvere le problematiche che possano presentarsi sia all’interno che all’esterno della comunità. La Bahá’í International Community è rappresentata presso cinque uffici dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e riconosciuta come organismo non governativo.
Presenza in Italia
In Italia la fede bahá’í, riconosciuta formalmente dallo Stato, conta oltre trecento comunità distribuite su tutto il territorio nazionale. Come sostiene Guido Morisco, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale Bahá’í Italiana, tale gruppo comunitario è nato nella metà del secolo scorso in due fasi successive: “il primo nucleo di credenti si consolidò intorno a persone bahá’í che provenivano dall’America, il secondo invece da credenti di provenienza iraniana. La storia della Fede bahá’í in Italia ha origine agli inizi del Novecento quando i credenti bahá’í americani sostavano nella nostra penisola nei loro viaggi verso la Terra Santa. Nel corso degli anni sono apparse le prime comunità, che si sono successivamente radicate nel territorio, dando origine ad una struttura organizzativa progressivamente più complessa”.
Il gruppo di fedeli in Italia oggi è costituito da circa cinquemila adepti, principalmente italiani, cui si aggiungono credenti provenienti da varie nazioni del mondo e residenti nella penisola per diversi motivi. Oggi la comunità bahá’í in Italia, prosegue Morisco, “lavora e cresce all’interno della società italiana in uno spirito di apprendimento e di collaborazione. I suoi membri provenienti dalle più diverse estrazioni sociali le danno un carattere fortemente multiculturale che è una delle sue principali ricchezze. I credenti e le istituzioni della fede bahá’í collaborano con i concittadini e le istituzioni del nostro Paese per portare avanti una visione per il miglioramento della società ispirata da Bahá’u’lláh”.