Totalitarismo contabile?

9788862225571

Un suggerimento per una futura lettura (anche se in lista d’attesa c’è già moltissima roba…). Lo spunto arriva da Elisa Bonzoni.
“È possibile misurare il successo lavorativo? Un’idea? Un’emozione? «Vivere significa nuotare in aperti oceani dove la logica e la matematica non possono arrivare». E quando hanno la pretesa di farcela arrivare, a emergere è una realtà che è più vicina a un’ossimorica realtà distorta.
Non era facile scrivere un libro così, su questo tema e in questo modo. Stefano Diana c’è riuscito mettendo una dietro l’altra quasi 300 pagine (Noi siamo incalcolabili. La matematica e l’ultimo illusionismo del potere, Stampa Alternativa) sul tema senza mai essere ridondante.
Diana descrive il percorso involutivo dell’umanità, un percorso che sta rapidamente portando alla catastrofe ambientale, all’inquietante preponderanza delle tecnologie virtuali, al restyling penoso della parola, all’incomprensione della realtà e dei suoi processi, all’incomunicabilità e alla mancanza di relazioni tra esseri umani. Un percorso che non ci permette di controllare e capire i processi avviati, che rende il mondo meno democratico e egalitario, e più ingiusto. Processi che ci portano rapidamente verso il baratro e ci allontanano da noi, dall’essenza dell’uomo e dalla risposta che è dentro di noi, ed è proprio quella giusta!
La tendenza è misurare tutto quello che non ha misura. Un «totalitarismo contabile» e una «tossicodipendenza da numero» secondo i quali ogni cosa è stimabile con criteri razionali che risultano essere tutto tranne che razionali. Dai trend finanziari al rendimento scolastico dei figli, dagli stipendi ai criteri di valutazione o di soddisfazione di qualsiasi ordine e grado. Dio e Cesare si fondono e si confondono e a rimanere sul campo è una visione contorta e distorta della realtà che ci rende tutti più ignoranti e incapaci di capire, interpretare, conoscere, sentire. Cosa? Tutto! Per eterogenesi dei fini più cerchiamo di codificare la realtà più ci allontaniamo dal suo significato, entropicamente. Leggiamo Dio con Cesare deformandolo; e discutiamo teoremi, che nulla hanno di razionale e di reale anche perché partono da assiomi falsi. Davanti non abbiamo più né Dio né Cesare.
E in questo caso Dio, in un contesto di dichiarato ateismo, diventa l’essere umano nel suo valore intrinseco, le emozioni, e la neurobiologia stessa. Questo è il percorso di santità che a dirla tutta, somiglia alla visione della santità cattolica. E la salvezza universale (che Diana vede chiaramente in ottica laica) passa da qui. Passa dal santo che è in ognuno di noi che è il valore intrinseco, che sono le neuroscienze, che è l’uomo. E la salvezza è l’empatia e la compassione, il superamento dell’egoismo per arrivare all’altro e a noi con l’altro.”

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Il selfie di Narciso

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Narciso, Caravaggio, 1594-1596

In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale.
Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro.
Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive.
La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé.
La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati.
Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile.
Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi).
Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé.
Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione».
Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo.
Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”

Gemme n° 492

Ho portato questa canzone nonostante non mi piaccia molto la musica italiana; questo brano lo ascoltavo da piccolo, poi era un po’ passato di moda e non si sentiva più. L’ho riascoltato qualche mese fa e ritrovarlo è stato bello e divertente”. Questa è stata la gemma di M. (classe terza).
Un’espressione di Murakami sull’importanza dei ricordi: “I ricordi sono solo un combustibile per alimentare la vita (…) E se per caso quel combustibile non ce l’avessi, se il cassetto dei ricordi dentro di me non esistesse, penso che già da un bel po’sarei stata spazzata in due di netto. Sarei morta sul ciglio della strada, raggomitolata in qualche miserabile buco.”

Gemme n° 491

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”.
C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.

Gemme n° 456

M. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Questa canzone non è stata concepita secondo l’interpretazione che ne ho dato io. E’ la prima canzone ascoltata in modalità casuale il giorno dopo la morte di mia nonna nel maggio 2012; lei se n’è andata 15 minuti prima della mezzanotte del mio compleanno. Ero particolarmente triste perché era stata una cosa molto improvvisa: in soli venti giorni si era ammalata e se n’era andata. Questa canzone mi ha colpita perché dava voce ai miei pensieri: parla di una domenica che appare vuota e insignificante per l’assenza di qualcuno. Ligabue si chiede se la persona che manca riesca a sentire il suo pensiero e il suo sentimento; si stupisce che il mondo vada avanti e sembri lo stesso mentre lui non accetta questa assenza nella sua vita. Io l’ho interpretata così e quando la ascolto riprovo le stesse sensazioni di quell’orribile domenica”.
Sembra strano e contraddittorio che certe assenze siano così presenti. D’altro canto penso anche che sia proprio attraverso momenti come quello appena descritto che il rapporto con chi non è più di questa terra continui, in qualche maniera. E’ un modo per rinnovare l’amore e l’affetto che si provano per quella persona, una voce per dire “non ti dimentico, sei sempre con me, ti voglio sempre bene”.

Gemme n° 432

Vorrei leggere una frase di Huxley: ho letto molti suoi libri, questa è tratta dal suo saggio «Le porte della percezione»: “Sensazioni, sentimenti, intuiti, fantasie, tutte queste cose sono personali e, se non per simboli e di seconda mano, incomunicabili.” Mi sono sempre chiesto, fin da quando abbiamo affrontato Cartesio, da dove arrivassero emozioni, sensazioni: perché riusciamo a concretizzarle attraverso arti ma mai a trasmetterle in modo puro? Come siamo anima e corpo, penso che abbiamo anche bisogno di rendere corpo le parti dell’anima. Ho anche spesso riflettuto su coscienza, spirito e su quello che sentiamo di essere, la nostra identità. Mi sono avvicinato anche al mondo della psichedelia. Ora penso che sarebbe più razionale provare a chiedersi: ha senso ammettere qualcosa di altro o di spirituale? Aggiungo la canzone White rabbit che molti conoscono: è legata al movimento hippy e l’ho pensata, in questo ultimo anno, come un augurio a tutti a indagare ogni curiosità, a dar da mangiare al cervello.” Questa la gemma di D. (classe quinta).

Mi è venuto naturale pensare a queste parole di Albert Einstein: “La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità”.

Gemme n° 337

lago

La mia gemma è un quadro dipinto in un pomeriggio d’estate. Avevo ancora in mente questo lago vicino a Elsingen: mi ha trasmesso bellezza ed emozioni e allora voglio anche ringraziare chi mi ha accompagnato in Germania a fare quest’esperienza”. Queste le parole di A. (classe quinta).
Dare spazio alle emozioni vissute in qualsiasi modo, col canto, la pittura, la fotografia, il cinema, il teatro, la danza… “La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto” (Pablo Picasso).

Gemme n° 247

Oggi ripartono le gemme. La prima di quest’anno l’ha presentata F. (classe quinta). “Propongo una canzone tratta da un film che non conoscevo, e di cui comunque ho visto solo un pezzo (però me l’hanno raccontato…). Il brano è colonna sonora di un pezzo importante, e da quando l’ho ascoltata la prima volta e poi tutte le volte successive, mi ha sempre trasmesso una forte emozione”.

Il brano proposto parla, secondo me, essenzialmente di passione, di contrari, di eccessi, di assenze e presenze, di tutto ciò che colora un amore travolgente. Riprendo un’immagine che mi piace molto, quella della riva. Compare due volte: all’inizio “Sono riva di un fiume in piena” e poi, prima dell’inciso di Dolores, “non son riva senza te”. Nella canzone la persona amata è il fiume: mi piace l’idea della reciprocità che emerge. E’ vero, non posso essere riva senza il fiume, ma non posso neppure essere fiume senza riva. Sarei altro, ma non fiume.

Pura bellezza

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Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi.” (Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”).
Sono passati 100 anni: l’articolo in cui Einstein presenta la sua teoria scientifica è del novembre 1915.

Cosa siamo noi?

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Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offre la fisica contemporanea? Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco di incastri di spazio e di particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Ma allora da dove viene quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persone che prova ciascuno di noi? Allora cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro sapere? Cosa siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?” (Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, pag. 71)

Gemme n° 245

Michela

L’anno scorso avevo lasciato le mie solite attività estive con i bambini per passare un periodo in Francia. Quando sono tornata mi sono dedicata a loro soltanto per una settimana col timore di come mi avrebbero accolto. Il disegno che ho portato oggi l’ha fatto una bambina albanese. Questa bimba, senza conoscermi, è venuta da me e mi ha dato questo disegno con animaletti perfetti e precisi. Ha messo il suo nome perché mi ricordassi di lei. La semplicità dei bimbi è bellissima, senza i pensieri e le congetture che noi adulti facciamo. Ad esempio io pensavo che gli altri fossero delusi per la mia lontananza, invece lì mi sono incontrata con la gratuità e la generosità spontanea di questa bambina. La semplicità è la chiave di tutto questo.” Questa la gemma di M. (classe quinta).
Riporto un brano di Paulo Coelho da Maktub: “Se devi piangere, piangi come un bambino. Una volta sei stato un bambino, e una delle prime cose che hai imparato nella vita fu piangere, perché il pianto fa parte della vita. Non dimenticare di essere libero, e che mostrare le tue emozioni non è vergognoso. Urla, singhiozza forte, fai il chiasso che vuoi. Perché così è come piangono bambini, e loro conoscono il modo più veloce per confortare i loro cuori. Hai mai notato come i bambini smettono di piangere? Smettono perché qualcosa li distrae. Qualcosa li chiama alla prossima avventura. I bambini smettono di piangere velocemente. E così sarà per te. Ma solo se riesci a piangere come fanno i bambini.”

Gemme n° 220

Terra2Questa è un po’ di terra presa in Virginia, su un campo di softball. Abbiamo giocato un torneo a Praga che aveva come premio un viaggio negli Stati Uniti. Siamo partite senza grosse speranze, poi, vuoi il caso, vuoi il destino, ce l’abbiamo fatta; l’ultima partita mi ha fatto vivere una fortissima emozione, e penso sia bellissimo che lo sport consenta tutto questo”. Questa la gemma di A. (classe quinta).
Riporto una frase di Giampiero Mughini la cui conclusione può lasciare stupiti (tanto io insegno al linguistico…): “Il calcio, la ginnastica artistica, la pallavolo, l’atletica leggera, il tennis da tavolo, i tuffi. Gli sport amati e praticati. Il sapore delle palestre e dei campi sportivi, dove vince chi vale di più. La stretta di mano all’atleta che ti ha battuto o che hai battuto. L’amore mio smodato per lo sport, per la contesa leale, per la sfida in cui dai il meglio di te stesso. Il rispetto per l’avversario che hai davanti, ciò che lo sport t’insegna come nessun’altra cosa. Imparai nelle palestre e sui campi dello sport agonistico infinitamente di più che non al liceo classico”.

Gemme n° 191

Questa canzone per me è molto significativa perché mi fa pensare al rapporto speciale con una persona importantissima. L’ho ascoltata in aeroporto in attesa della partenza per Londra con la classe. Dovendo restare senza vederlo per una settimana, ho pensato al momento magico dell’incontro con lui al rientro”. La canzone “Insieme” di Jovanotti è stata la gemma di G. (classe terza).
Ho conosciuto una ragazza vent’anni fa; non immaginavo in quel momento che sarebbe diventata mia moglie. Ma quanto sento i miei studenti parlare dell’amore, è lei che mi viene in mente. Le parole della canzone sono perfette: “ci incontriamo come barche che poi sfiorano poi via, un saluto da lontano, poi un’eterna nostalgia. Non è vero che si cambia, si peggiora casomai, si induriscono le arterie e si sciolgono i ghiacciai. Non ho un nome, non ho un posto, non mi abituo ad andar via, tengo dentro e porto appiccicato addosso quell’istante di magia quando siamo come ora, insieme, quando siamo io e te, insieme, in un attimo che dura per sempre”.

Gemme n° 186

Ho ascoltato questa canzone la scorsa estate e mi è piaciuta subito. Nella vita vanno messe via le cose, le sensazioni, le emozioni; prima o poi vanno fatte passare, ma non è sempre facile. Alcune cose non si riescono a far passare…”. Così C. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
La soffitta è un luogo che mi piace, la trovo affascinante, misteriosa, anche se è la mia. A volte ci vado per ritrovare qualcosa, so cosa cercare e ho le idee chiare; altre volte mi ritrovo tra le mani oggetti che non pensavo di aver tenuto. E dietro a questi oggetti ci sono persone, situazioni, atmosfere, odori, immagini, suoni. La cosa bella? Averle. Nella soffitta reale o in quella mentale. “Ho messo via”, canta Ligabue. Non “ho buttato via”.

Gemme n° 142

screen1La mia gemma è questo messaggio di un’amica che non vedo da un po’. Non ho altro da dire”. Questa la telegrafica presentazione di D. (classe seconda). Appoggio questa frase, attribuita a Marilyn Monroe: “Le persone dolci non sono ingenue. Né stupide. Né tantomeno indifese. Anzi, sono così forti da potersi permettere di non indossare alcuna maschera. Libere di essere vulnerabili, di provare emozioni, di correre il rischio di essere felici.”

La risposta

LA RISPOSTA (Simone Cristicchi, Dall’altra parte del cancello)
Vengo da un altro pianeta, da un’altra dimensione
Conosco il mondo e le sue bugie, che contano
Nascere, crescere e poi morire, evoluzione di quale specie?
C’è un buco fatto a forma di Dio, che senso ha?
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Cercando un alibi nel mistero,
mi fermo un attimo e guardo il cielo
c’è un buco fatto a forma di Dio…
Forse non finisce tutto qui, forse è così…
C’è un senso, a tutto c’è un perché, dentro me
La risposta è dall’altro lato del cervello
La risposta è dall’altra parte del cancello
Il protagonista sembra essere un non-uomo, o quantomeno un qualcosa di poco umano visto che afferma di venire da un pianeta diverso dal nostro, da un’altra dimensione, ma non per questo di non conoscere il mondo; anzi lo conosce bene visto che sa anche le sue bugie. Si pone le classiche domande di senso: nascere, crescere, morire… che senso hanno? è un’evoluzione? Dio è il motivo? la risposta? o la scusa? l’alibi? Apre la possibilità di un oltre: forse non finisce tutto qui, forse c’è dell’altro… E il senso, la risposta a ogni perché è dentro sé: ma dove?
Dall’altra parte del cervello: forse il riferimento è alla parte emozionale, forse al cuore lasciando perdere la risposta razionale e logica del cervello… E allora sì l’uomo si ferma per poco e guarda su, in alto, verso il cielo verso quel buco fatto a forma di Dio: il mistero. Ma il mistero, per Cristicchi è il posto dove si nasconde un alibi: ripete che la risposta è dentro l’uomo.

Porta alla mente l’aforisma 125 de La gaia scienza di F. Nietzsche:
«“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente:
Cerco Dio! Cerco Dio!”.
E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.
È forse perduto?” disse uno.
Si è perduto come un bambino?” fece un altro.
Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione.
Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi:
Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.
A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.
Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”.
Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo:
Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.»

A mio avviso ci pensa Dostoevskij a dare una risposta all’alibi di Dio ne I fratelli Karamazov:
«“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere. Se l’uomo non ha ben fermo dinanzi a sé il fine per cui vive, egli non accetterà di continuare a vivere e distruggerà se stesso piuttosto che rimanere sulla terra, anche se avesse pani in abbondanza intorno a sé. Questo è vero.
Ma che cosa è accaduto? Invece di assumere il dominio della libertà degli uomini, tu hai reso quella libertà ancora più grande!
Oppure hai dimenticato che all’uomo la pace, e persino la morte, sono più care della libertà di scelta nella conoscenza del bene e del male?
Nulla è più seducente per l’uomo della libertà di coscienza, ma, nel contempo, non c’è nulla che per lui sia più tormentoso.
Ed ecco che, invece di solidi principi per acquietare la coscienza degli uomini una volta per tutte, tu hai scelto tutto ciò che di più insolito, vago ed enigmatico possa esistere, hai preso tutto ciò che è superiore alle forze dell’uomo e hai finito con l’agire come se non amassi affatto gli uomini, proprio tu che eri venuto a donare la tua vita per loro! Invece di assumere il dominio della libertà umana, tu l’hai accresciuta e hai sovraccaricato con i suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo, per sempre.
Tu hai desiderato il libero amore da parte dell’uomo, hai desiderato che egli venisse spontaneamente a te, attirato e catturato da te.
Invece di attenersi alla rigida antica legge, l’uomo, da allora in poi ha dovuto decidere da solo, con il cuore libero, quale fosse il bene e il male, avendo unicamente la tua immagine come guida davanti a sé; ma ignoravi forse che alla fine egli avrebbe rigettato e messo in discussione persino la tua immagine e la tua verità, se fosse stato schiacciato da un fardello così spaventoso come il libero arbitrio?
Ignoravi che gli uomini alla fine avrebbero gridato che non in te è la verità, giacché non avrebbero potuto essere abbandonati in uno stato di confusione e tormento peggiore di quello che tu hai causato, lasciando sulle loro spalle tanti affanni e tanti problemi senza risposta?
Così facendo tu stesso hai posto le basi per la distruzione del regno tuo e non puoi biasimare nessuno più di te stesso.”»

Gemme n° 121

Una canzone di Fabrizio De Andrè è stata la gemma di G. (classe quarta). “Mi piace lui, un genio. La canzone “Un matto” la propongo più per il testo che per la musica; il personaggio è tratto da “L’antologia di Spoon River”. Mi piace la figura del matto, descritto come una persona incapace di esprimersi: così penso di non essere l’unico ad avere questa esperienza. Io avverto la stessa fatica: i pensieri profondi li faccio, ce li ho, anche se mi dicono che faccio il matto”.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
“Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.

Oggi, nel giorno della memoria, pubblico il video di uno dei miei matti favoriti; si tratta del folle dello shtetl del film “Train de vie”:

2015, vi auguro lo stesso

alba 2015

E’ la prima mattina di questo 2015, il sole fa capolino tra nubi sottili e cerca di scaldare prati e alberi che stanotte hanno tremato di freddo non poco. La casa è in ordine dopo una serata passata nel calore della compagnia di cari amici. Sara sta dormendo sul divano abbracciata a Mou che, grazie alla barriera sonora che ho eretto, quest’anno non ha sentito i fuochi e i botti che tanto lo terrorizzano. Non voglio fare un bilancio dell’anno appena terminato. Sento che la vita che sto vivendo ha un senso che mi piace e tanto mi basta. Desidero solo rivolgere il mio pensiero in due direzioni. Una è quella di una strada percorsa praticamente da sempre, ed è quella della presenza amorevole delle persone amate, amanti ed amiche che mi piace ricordare con affetto, riconoscenza e calore. Alcune sono figure presenti da più di 40 anni, altre sono arrivate dopo, altre ancora da poco, ma sono tutti mondi significativi ai quali la mente si rivolge col sorriso; il cuore si riscalda nel pensarli o nel vederli. L’altra direzione è connessa al mio lavoro, ed è quella che mi ha portato a incontrare in questi 17 anni centinaia di ragazze e ragazzi. Oggi diversi di loro hanno intrapreso percorsi professionali, accademici, esistenziali lunghi, altri ancora li hanno appena iniziati, altri ancora devono ancora capire cosa sperano e desiderano per se stessi. Anche loro contribuiscono a far balzare il mio cuore di gioia, a nutrirmi di emozioni belle. Sono una persona felice, serena, grata. Lo devo anche a voi. Vi auguro lo stesso.

Gemme n° 112

cdHo portato il cd fatto da un mio amico con foto e video dell’estate. Sono bei ricordi con persone che vedo di rado. Penso che in futuro sarà ancora più bello rivedere tutto”. E’ stata questa la gemma di A. (classe terza). L’attore inglese Jeremy Irons ha detto: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”