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Gemma n° 1838

“Ho pensato molto a cosa portare, ho anche cercato a casa qualcosa di materiale che per me avesse un valore, però emergevano cose che sono già state portate: una medaglia di pallavolo, un braccialetto… Sentivo che non erano abbastanza e mi sono resa conto che l’unica cosa che è davvero importante è l’amicizia e lo stare con gli altri. Ho quindi pensato di fare un video con tutte le persone che porto sempre con me”.

Il video creato da A. (classe terza) ovviamente non lo pubblico in rete: l’abbiamo visto in classe. Posso andare brevissimamente di latino? “Amicus magis necessarius quam ignis et aqua est”, “Un amico è più necessario del fuoco e dell’acqua” (Cicerone).

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Gemma n° 1837

Premessa: questa gemma era prevista per metà novembre, poi è slittata fino a gennaio.

“L’anno scorso quando il prof ci aveva presentato il progetto pensavo di portare una foto  oppure qualche canzone. Quando invece ce lo ha riproposto quest’anno, il primo pensiero che ho avuto è stato uno dei miei tatuaggi, ovvero quello con il significato più profondo.

L’ho dedicato a quella persona che mi ha insegnato che la famiglia non per forza deve essere legata dal sangue, ovvero mio papà, che essendoci stato da quando avevo tre anni e non essendo mio papà dalla nascita mi ha ugualmente amata come sua figlia.
Tra una settimana esatta sarà un anno che non è più qui e quindi ho pensato che fosse la gemma più giusta da portare.
Ora, non ho intenzione di fare discorsi commoventi o cose così ma voglio darvi un consiglio, che poi potete ovviamente scegliere se seguire o meno, però prima per farvi capire bene vi dirò una cosa.
Quando mi sono ritrovata a fare il tatuaggio mi sono interrogata per diverso tempo sul posto in cui farlo. Alla fine ho scelto la parte dietro del collo per un motivo preciso.
Ho passato l’anno scorso molto sui libri ed ero particolarmente nervosa per diverse cose, e spesso mio papà veniva in camera mia e mi trovava sempre china sulla scrivania e senza dire niente cominciava a massaggiarmi esattamente quel punto. Era così bravo che riusciva a smollarmi tutti i nervi e a farmi sentire un po’ meglio. Fatto sta che il 19 Novembre 2020, la notte prima di ciò che è successo, lui era venuto in camera mia, mi aveva trovata china sui libri e mi aveva fatto il solito massaggio, io quel giorno ero particolarmente nervosa. Prima di uscire dalla mia camera mi ricordo che mi ha detto “C. c’è Harry Potter in tv non lo vediamo?” e io gli ho risposto che dovevo studiare.
Vi lascio immaginare il pentimento della mattina successiva per aver declinato quella proposta.
Con questo discorso mi sento di darvi questo consiglio: vivete.
Vivete al massimo, vivete come volete, date opportunità agli altri e a voi stessi perché tutto è nato per finire e non si sa quando, quindi cogliete ogni piccola cosa che la vita vi offre, o vivrete con rancori addosso che non andranno più via.
Giocate a quella partita a carte con vostro nonno, andate a fare una passeggiata con vostra nonna, prendete quel gelato con i vostri fratelli, uscite con i vostri amici, nulla è eterno. Nella vita non c’è solo il dovere, perché è meglio vivere oggi piuttosto che andare a dormire la notte e passare ore a rimpiangere momenti che non torneranno più e ritrovarvi sommersi in ricordi che con il tempo sono destinati a svanire.
E ricordate che la vita è il 10% di cosa vi capita e il 90% di come reagite”.

Quando presento il lavoro sulle gemme, spiego che la scelta di cosa portare è molto libera, così come il livello di coinvolgimento personale. Vi sono gemme che trattano temi “neutri” o generali e altre che sono decisamente più personali e che magari sono un cazzotto nello stomaco. Come questa. C’erano non pochi occhi rossi alla fine delle parole di C. (classe terza). Il mio pensiero è subito andato ad una canzone di Roberto Vecchioni che faccio ascoltare in quarta, quando parliamo della morte. “Viola d’inverno” inizia con l’arrivo improvviso della fine della vita, proprio sulla sua capacità di coglierci, talvolta, in modo inaspettato: “Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori o che ti ho appena detto: “Scendo, porto il cane fuori”, che avrò una mezza fetta di torta in bocca o la saliva di un bacio appena dato. Arriverà, lo farà così in fretta che non sarò neanche emozionato. Arriverà che dormo o sogno, o piscio o mentre sto guidando, la sentirò benissimo suonare mentre sbando e non potrò confonderla con niente perché ha un suono maledettamente eterno, e poi si sente quella volta sola la viola d’inverno”. E, continua Vecchioni, anche se la aspetti un po’, in fondo non sei mai pronto: “Bello è che non sei mai preparato, che tanto capita sempre agli altri. Vivere, in fondo, è così scontato, che non t’immagini mai che basti. E resta indietro sempre un discorso, e resta indietro sempre un rimorso”. A questo punto la morte crea una separazione, un’incomunicabilità: “E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio, non potrò farti segni: tutto questo è vietato da inscrutabili disegni, e tu ti chiederai che cosa vuole dire tutto quell’improvviso starti intorno perché tu non potrai, non la potrai sentire la mia viola d’inverno”. Subentrano lo sconforto e la disperazione, ai quali Vecchioni concede tutto lo spazio necessario con l’esclusione di una piccola luce che sarà quella in grado di dare un senso al passato, al presente e al futuro: “E allora penserò che niente ha avuto senso, a parte questo averti amata, amata in così poco tempo, e che il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno, e che si tenga il resto, me compreso, la viola d’inverno”. Conclude il brano un passaggio sulla solitudine condivisa che accompagna chi se ne va: “E dopo aver diviso tutto, la rabbia, i figli, lo schifo e il volo, questa è davvero l’unica cosa che devo proprio fare da solo. E dopo aver diviso tutto, neanche ti avverto che vado via, ma non mi dire pure stavolta che faccio sempre di testa mia, tienila stretta, la testa mia”.
Ecco, C., comprendo il rammarico per quell’invito respinto, ma nelle parole che hai detto poi in classe hai fatto rivivere tuo padre, il tuo amore per lui, hai dato senso pieno alla vostra relazione: “il mondo non vale un tuo sorriso e nessuna canzone è più grande di un tuo giorno”.

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Gemma n° 1836

“Ho scelto di portare una foto e una frase di Wherever I go, una canzonedegli One Republic: Mi sento vivo quando sono vicino alla follia. Ho legato le due perché amo fare escursioni in mare in modo da fotografare tutte le specie di alghe e pesci. Se mi levassero questa possibilità non sarei felice come lo sono ora. Quando faccio queste escursioni, per riuscire a fare quello che voglio mi spingo tanto oltre, mi piace fare cose spericolate per raggiungere il mio obiettivo”.

Il collage di foto l’ha proposto E. (classe prima). In Alice nel paese delle meraviglie c’è un brevissimo dialogo tra la protagonista e il gatto:
“Ma io non voglio andare in mezzo ai matti” protestò Alice.
“Oh, non puoi evitarlo” disse il gatto “Qui tutti sono matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

Credo che tutti andiamo alla ricerca di quel qualcosa che ci renda felici, come per E. l’esplorazione marina, e quando lo troviamo dichiariamo pure la follia: “Uh! ‘sta cosa mi fa impazzire” o “Divento matto!”. E facciamo effettivamente follie per mantenere quella felicità a lungo o per riviverla appena possibile (però mi raccomando, E., occhi a spingerti oltre… che quel tanto oltre non diventi troppo oltre…).

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Gemma n° 1835

“Ho portato questo libro perché mi ha aiutata molto a trovare un’identità, cosa di cui sono sempre alla ricerca perché vado in crisi se non so chi io sia. L’ho acquistato all’inizio dell’estate, è sul metodo enneagramma, fondato su nove personalità che tendono a emergere a seconda delle esperienze che viviamo”.

La gemma di A. (classe prima) si concentra sull’argomento che, in prima, stiamo trattando dall’inizio dell’anno: l’identità. L’economista indiano Amartya Sen afferma: “La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”. Porsi quindi alla ricerca di un’identità, di un’unica identità e magari definitiva, mi pare un’impresa.

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Gemma n° 1834

Un video dei Jamiroquai di fine anni ‘90 è stato al centro della gemma di S. (classe prima). “Virtual Insanity parla di una band che vive in una società dove gli umani vivono sotto terra e non hanno rapporti con le altre persone. Ciò impedisce loro di migliorare l’esistenza umana, propria e altrui, attraverso piccoli gesti che sottolineano i diritti del prossimo e i doveri propri”.

A commento della gemma questa volta non metto qualcosa di mio, ma un approfondimento che ho trovato su Louder.
“La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual Insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.
Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. “È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).[…] Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata”.

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Gemma n° 1833

“Ho deciso di portare questo pupazzo, il primo regalo che mi ha fatto mio padre quando ero in carozzina. Da piccola gli avevo dato il nome Tito: nel film Disney si chiamerebbe Tippete, ma non parlando bene è diventato Tito. Ora lo uso un po’ come portafortuna e quando lo vedo penso sempre a mio padre e alla mia infanzia”. 

Ha portato in classe un peluche V. (classe prima). A 47 anni suonati conservo ancora dei pupazzi della mia infanzia, così come il ricordo di un’automobile telecomandata (anzi, filocomandata, le dovevo stare dietro a un metro di distanza) dei carabinieri arrivata per una Santa Lucia di non so che anno, penso prima o seconda elementare. Due gemme in sequenza che parlano di infanzia e ricordi: colpisce come certi oggetti siano in grado di parlarci ancora e di farci emozionare.

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Gemma n° 1832

“La mia gemma è questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica più o meno quando avevo otto anni: ci eravamo conosciute al mare, lei era di Padova e ci vedevamo solo d’estate. Un anno mi disse che non sarebbe più tornata l’anno successivo e che quindi non ci saremmo potute rivedere. Così ci siamo scambiate i braccialetti per ricordarci reciprocamente”. 

Questa la gemma di M. (classe prima), che poi alla mia domanda se sia ancora in contatto con questa amica ha risposto che si sono perse. Mi ha fatto fare un salto alla mia infanzia e sono emersi dal passato volti sfumati di amicizie veloci che hanno comunque lasciato un segno, visto che a distanza di tanti anni sono ancora presenti nella memoria. Bello!

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, libri e fumetti

Gemma n° 1831

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare qualcosa che ricordasse mio nonno ma che allo stesso tempo fosse importante per me e quindi ho portato questa farfalla in vetro. Diciamo che è un po’ contraddittorio da parte mia in quanto le farfalle rappresentano una delle mie più grandi paure; questa apparteneva a mio nonno. Lui fin da piccolo ha sempre avuto questa grande passione e ne ha collezionate di tutti i tipi, di stoffa, metallo, rame. Ora la collezione la possiede mia nonna e si trova all’interno di una vetrina. Una cosa che mi ricordo particolarmente è che quando ero piccolina e andavo da loro, passavo davanti a questa vetrina e, pur avendo tanta paura e ribrezzo, venivo catturata e restavo lì a osservarle”.

G. (classe quinta) ha raccontato così la sua gemma. Anche questa gemma la commento con un testo letterario, questa volta proveniente dal lontano oriente. E’ Haruki Murakami a scrivere: “No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.” (1Q84)

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1830

“Ho portato questa R: quest’estate sono andata a fare la ragazza alla pari. Ho lavorato in una famiglia come baby sitter in Spagna: si è creato un rapporto veramente stupendo. Accudivo tre bambini di 3, 5 e 8 anni e le cose sono andate molto bene: ancora adesso siamo in contatto. Questa R, regalatami dalla famiglia e con tutte le firme, mi ricorda la mia prima esperienza all’estero da sola: mi ha fatta crescere sotto tantissimi aspetti. Sono più indipendente, mi sento più sicura di me stessa, cresciuta”.

Questa è stata la gemma di R. (classe quinta). Mi sento di commentarla con la poesia Spazio di Alda Merini, dalla raccolta Vuoto d’amore:
“Voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.”

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Gemma n° 1829

“Volevo portare una collana ma la catenina si è rotta e ho solo la medaglietta. Questa era di mia nonna, l’ha sempre avuta, sin da quando era giovane, era un suo portafortuna. Quand’è mancata l’ha voluta dare a me: io o la indosso o ce l’ho sempre con me nello zaino o nella borsa perché è diventato un portafortuna anche per me. La nonna poi è mancata durante la pandemia, per cui non l’ho potuta vedere nell’ultimo mese e mi è mancata molto. Il suo gesto mi è piaciuto molto: mi ha dato una cosa veramente importante per lei”.

In classe non abbiamo potuto far girare di mano in mano la madonnina portata da G. (classe quinta), allora l’ho fotografata e ho proiettato la foto e ci siamo accorti che Maria ha il volto sorridente. Mi è venuta in mente una sequenza di un film di Checco Zalone, al contempo tenera e divertente.

Pubblicato in: Gemme

Gemma n° 1828

“Ho portato un braccialetto preso insieme ad un’amica alla fine dell’estate: l’abbiamo preso per concluderla. Volevamo un oggetto che ricordasse questo tempo passato insieme. L’ho portato a lungo, poi l’ho tolto e mi ricorda tutti i momenti passati con lei e mi porta anche fortuna”.

Così ha presentato la sua gemma E. (classe terza). Il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila affermò: “Amore è l’atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona”. Penso che sottolinei bene il senso di tutte le gemme che evidenziano l’importanza degli oggetti che portiamo addosso o che ci attorniano in casa.

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Gemma n° 1827

Alice nel paese delle meraviglie – Al di là dello specchio è il libro che costituisce la mia gemma ed è per me molto importante perché mentre ero in ospedale me l’ha portato una delle mie migliori amiche. Il fatto mi ha colpito molto perché si è ricordata di una cosa che io le avevo detto molto tempo fa, addirittura quando eravamo in seconda elementare: che il mio libro preferito da piccola era Alice nel paese delle meraviglie, il primo, mentre il secondo non ero ancora riuscito a leggerlo perché non lo trovavo. Il libro mi ricorda lei e il nostro legame”.

Ecco la gemma di S. (classe seconda). Mi piace ricevere regali, ma mi piace molto anche farne. A volte capita di sapere benissimo cosa regalare, altre mi diverto a fermarmi e pensare quali regali fare: i più belli sono sempre quelli così, come il libro portato da S., quelli in cui il senso del regalo va oltre l’oggetto in sé, quelli in cui il vero regalo è quello che c’è dietro: l’amica che mi ha ascoltato quando eravamo piccole, si è portata dentro questa cosa e in un momento importante della vita l’ha tirata fuori. A giugno una classe quinta mi ha regalato un quadernetto (sapevano che mi piace appuntarmi molte cose) con tutte le firme. Ma ha fatto una cosa in più: nel risvolto di copertina ha nascosto una foto di Sheldon Cooper, il protagonista di Big Bang Theory, la serie che adoro. Eccoli i regali che non si scorderanno mai.

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1826

“Ho deciso di portare due canzoni che ricordano un periodo felice che vivo con nostalgia: in quel periodo le ascoltavo molto. Si tratta di Lay all your love on me degli Abba e Dandelions di Ruth B”.

Scelta musicale anche per P. (classe seconda), qui tutta centrata sull’amore: il tema della gelosia nel primo caso, quello di uno stato di beatitudine amorosa nel secondo. Sulla gelosia la penso un po’ come Havelock Ellis: “Gelosia, quel drago che uccide l’amore con il pretesto di mantenerlo in vita”.

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1825

“Questa canzone è Fix you dei Coldplay, qui cantata da Shawn Mendes in un concerto a Toronto. Cantata da lui mi piace molto”.

La gemma è stata presentata da C. (classe seconda). Poco tempo fa mi è capitato di commentare una gemma con un verso di questa canzone. E’ un brano che parla di presenza, dell’importanza di esserci quando le cose non girano, non funzionano, non vanno nel verso giusto. Quello è il momento in cui è possibile sperimentare quanto possa essere d’aiuto la presenza di qualcuno che sappia starci accanto, che sappia farci sentire a casa (anche se a casa non siamo).

Pubblicato in: Gemme, libri e fumetti, musica, Pensatoio, Scuola, Società

Gemma n° 1824

E’ una gemma senza testo quella di G. (classe seconda), o meglio, il testo è “solo” quello della canzone Solamente unico che ha voluto proporre in classe come gemma, non ha voluto né commentarlo né dire il motivo della scelta. Ho messo le virgolette a “solo” perché basta ascoltare il pezzo per capire quanto racconti. Però mi voglio attenere al dato di fatto, non voglio immaginare o ipotizzare cosa ci sia dietro alla scelta di G. E per farlo cambio destinatario: il mio commento alle gemme è praticamente fatto tenendo in mente ragazze e ragazzi che incontro ogni giorno. Ora invece penso al mondo degli adulti e il perché è presto detto. Prima di entrare nella classe di G. stavo leggendo delle pagine del libro L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti di Matteo Lancini (2021, Raffaello Cortina Editore).

In famiglia è necessaria “una nuova propensione affettiva e relazionale, che consenta sin da bambini di esprimere fatiche e sofferenze, non chiedendo loro di farsi carico di sguardi troppo angoscianti provenienti da mamma e papà. L’inciampo e il fallimento sono parte costituente della vita, della crescita, dello sviluppo in direzione della costruzione del vero sé e di una propria identità autentica. Non si tratta certo di ricercare dolori e sofferenze nella vita, ma di evitare grandiosità e decessi che illudono sulla possibilità di essere felici senza accettazione ed elaborazione dei fallimenti e della morte come elementi fondanti della nostra esistenza”.
In adolescenza “la qualità di un ascolto identificato e la capacità di interessarsi al figlio reale, ormai divenuto altro da sé e delle proprie aspettative, rappresentano l’unica via d’accesso per lo svolgimento di un ruolo materno e di un ruolo paterno davvero autorevoli e di sostegno alla crescita. Laddove prevalgano discorsi infantilizzanti, alimentati dal rimpianto per la straordinarietà dei tratti affettivi e relazionali dell’ex bambino, e contenuti ciclici standardizzati sulla necessità di un maggiore impegno scolastico, comportamentale, etico, sacrificale, non solo il ruolo affettivo adulto non riesce a incidere, ma rischia di innalzare il livello del conflitto in atto, se non di accrescere i sentimenti di tristezza e di vergogna, già sperimentati dal figlio o dalla figlia, negli stati depressivi legati al fallimento narcisistico.
Gli adolescenti odierni hanno sensibilità non comuni, sviluppate proprio grazie alla mamma e al papà e alla trama affettiva che ha dominato la loro crescita. Solo se percepiscono una capacità di ascolto e rispecchiamento realmente identificata con le loro esigenze e difficoltà evolutive possono rivolgersi al proprio adulto di riferimento, condividere i propri stati affettivi, chiedere aiuto e conforto. Oggi i ragazzi e le ragazze non parlano con i propri genitori perché hanno paura di deluderli o di incontrare reazioni emotive materne e paterne spropositate. E i genitori temono a loro volta le paure e le sofferenze dei figli, cosa che gli adolescenti avvertono sin da quando sono nati. Madri e padri di ragazzi tristi, mutacici non dovrebbero mai temere di introdurre il tema della morte volontaria a tavola, la sera o in qualunque altra occasione di incontro possibile. Chiedere se ci si pensa e se ci si è mai pensato, nominare il suicidio senza alcun timore. Un altro luogo comune da sfatare è quello che sostiene che parlare di suicidio possa istigare, promuovere l’idea del nostro giovane interlocutore di mettere in atto il gesto insensato. E’ vero esattamente l’opposto. Parlarne consente di abbassare il rischio, di dare senso al pensiero sviluppato sulla morte volontaria, di rendere meno attrattiva l’eventuale ipotesi e intenzione suicidaria. Ovviamente, ciò che vale per l’espressione più terribile del disagio di un figlio, vale per tutti i sentimenti, le sofferenze e i dolori sperimentati. Conviene sforzarsi in questa direzione, allenarsi per essere in grado di percepire, ascoltare e sostenere l’elaborazione delle emozioni negative. Continuare ad allontanarle e rimuoverle è oggi davvero molto pericoloso”.
(estratti dalle pagg. 147-150).

Questo leggevo ieri in aula insegnanti, mi sono alzato, ho messo via il libro, ho salito le scale, sono entrato in aula e la prima cosa successa è stata ascoltare la canzone proposta da G. Di quali ulteriori segni avrei bisogno per non toccare questi temi? Cosa mi serve ancora per far sì che emergano quelle prove “del sole intorno a te”, per far sperimentare che “la luce non muore”?

Pubblicato in: arte e fotografia, Gemme, musica

Gemma n° 1823

“Come gemma ho portato questa foto, scattata a inizio ‘900: ci sono alcuni miei parenti, compresa una quadrisavola che ovviamente non ho conosciuto. Lo scatto è importante per me per due motivi: il primo è che mi appassiona quest’epoca e qui se ne vedono molti aspetti, come il modo di vestire o di acconciarsi i capelli e che la tecnologia sta avendo i suoi primi sviluppi per cui la foto è in bianco e nero. Il secondo motivo è che mi affascina molto conoscere chi erano i miei antenati e scoprire le mie origini”.

Questa è la gemma proposta da V. (classe prima), che mi scuserà per aver travolto la sua foto con tanta luce, ma dovevo rendere i volti poco conoscibili. Uno dei temi da lei toccati è quello delle origini, delle radici, argomento al quale sono molto legato. Desidero commentare questa gemma con due brani musicali molto differenti tra loro. Il primo è del 2003: è un brano dei Sud Sound System, uno di quelli per i quali mi piacerebbe avere un’aula in cui poter mettere la musica a palla, eliminare la pandemia, accostare i banchi e metterci tutti a ballare e saltare (a quest’ora mi limito a infilarmi gli auricolari, mettere il volume al massimo e dimenarmi sulla sedia). E’ un pezzo che parla di radici culturali: se veramente ami le tue non puoi che apprezzare quelle degli altri. Si intitola Le radici ca tieni, si può trovare la traduzione in rete se non si è avvezzi al dialetto salentino.

Il secondo brano compirà 50 anni a luglio e ha tutta un’altra sonorità. E’ di un cantautore italiano che ho ascoltato tanto, Francesco Guccini; tuttavia questa non è una delle canzoni che musicalmente amo, ma il testo fa pensare molto. Qui non è una foto a innescare la riflessione ma una casa. Si intitola Radici.
“La casa sul confine della sera
Oscura e silenziosa se ne sta
Respiri un’aria limpida e leggera
E senti voci forse di altra età
E senti voci forse di altra età
La casa sul confine dei ricordi
La stessa sempre, come tu la sai
E tu ricerchi là le tue radici
Se vuoi capire l’anima che hai
Se vuoi capire l’anima che hai
Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te
Come il fiume che ti passa attorno
Tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei
Lentamente, giorno dopo giorno
Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me
Qualche segno, qualche traccia di ogni vita
O se solamente io ricerco in te
Risposta ad ogni cosa non capita
Risposta ad ogni cosa non capita
Ma è inutile cercare le parole
La pietra antica non emette suono
O parla come il mondo e come il sole
Parole troppo grandi per un uomo
Parole troppo grandi per un uomo
E te li senti dentro quei legami
I riti antichi e i miti del passato
E te li senti dentro come mani
Ma non comprendi più il significato
Ma non comprendi più il significato
Ma che senso esiste in ciò che è nato dentro ai muri tuoi
Tutto è morto e nessuno ha mai saputo
O solamente non ha senso chiedersi
Io più mi chiedo e meno ho conosciuto
Ed io, l’ultimo, ti chiedo se così sarà
Per un altro dopo che vorrà capire
E se l’altro dopo qui troverà
Il solito silenzio senza fine
Il solito silenzio senza fine
La casa è come un punto di memoria
Le tue radici danno la saggezza
E proprio questa è forse la risposta
E provi un grande senso di dolcezza
E provi un grande senso di dolcezza”.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1822

“Ho portato il mio boccaglio, ce l’ho da molto e sono sicuro che lo userò ancora per tantissimi anni perché sarà importante per le mie future avventure”.

Questa è stata la gemma lampo di R. (classe quarta). Approfitto del tema al centro della sua gemma  per citare una frase di Mark Twain che vuole anche essere un augurio per quello che potrebbe attendere R. nei prossimi mesi: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avrete fatto, che per quelle che avrete fatto. Quindi levate l’ancora, allontanatevi dal porto sicuro, prendete i venti con le vostre vele. Esplorate, sognate, scoprite!”.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, musica

Gemma n° 1821

“Questa canzone mi ricorda il periodo della quarantena: verso l’ora di cena, quando c’era il tramonto, salivo su un muretto di un angolo del mio giardino e da lì vedevo una palma dei miei vicini. Lì, insieme ai miei cani, me ne stavo tranquilla, ascoltavo musica e apprezzavo la presenza di questa palma al tramonto anche se la situazione intorno a me non era il massimo, non tanto per questioni di salute ma per la situazione in sé. E’ poi un genere musicale che condivido con mio fratello.”

Devo dire che è inusuale la scelta musicale di Q. (classe quinta): si tratta della versione più famosa del brano Garota de Ipanema, quella di Stan Getz e João Gilberto, The girl from Ipanema.
Non mi muovo dal Brasile e recupero una frase di Paulo Coelho: “Gli uomini si dividono in quelli che costruiscono e quelli che piantano. I costruttori concludono il loro lavoro e, presto o tardi, sono colti dalla noia. Quelli che piantano sono soggetti a piogge o tempeste, ma il giardino non cesserà mai di crescere”. Ecco, ho la sensazione che Q. e chi, come lei, abbia cercato un luogo rigenerativo durante la quarantena, si sia comportato un po’ come “quelli che piantano”…

Pubblicato in: cinema e tv, Gemme, Società

Gemma n° 1820

“Ho portato due foto: le abbiamo fatte molto a caso ma volevo portarle perché è il primo anno in cui mi sento veramente parte di un gruppo a livello di amicizie. Non che gli anni scorsi sia stata male, ma quest’anno mi sento molto più libera, in particolare per le persone presenti nelle foto”.

V. (classe quinta) ha messo insieme due valori che sono spesso al centro delle nostre attenzioni: la libertà e l’amicizia. Una sequenza tratta dalla serie tv Felicity: due amiche hanno appena terminato di discutere, si avvicina un uomo e dice loro:

“Se ho capito bene, ragazze, e ho la certezza d’aver capito bene, voi due vi siete incontrate quando eravate terribilmente sole, e forse anche un po’ disperate, e avevate entrambe bisogno di amicizia. Ciascuna di voi due ha subito deciso che l’altra era la sua migliore amica, ma era un po’ troppo presto, non credete? Perché quello che c’era tra di voi non era una grande amicizia! Io ho avuto un migliore amico per sessantatre anni. Siamo stati ragazzi insieme, abbiamo fatto la guerra insieme. Sessantatre anni. La verità è che non si trova un migliore amico: migliore amico si diventa! Non accade in un incontro, in un anno o due. L’amicizia è paragonabile a una scatola, e se quello che ci mettete dentro è prezioso, durerà! Giudicare la vostra amicizia dopo solo un anno, anche se sono accaduti tanti fatti, è come giudicare un film prima di aver visto il secondo tempo. In conclusione, non credo che voi due foste grandi amiche.”
E aggiunge: “Sono due le cose che possono accadere: o col tempo riuscirete a diventare quello che vi illudevate soltanto di essere, oppure diventerete un ricordo che pian piano, purtroppo, svanirà nel nulla.”

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1819

Ha lasciato che il suo iPad si caricasse per tutta l’ora e alla fine M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.

“Ho deciso di portare come gemma il mio anno all’estero e in particolare le persone che porto nel mio cuore. Ho avuto modo di conoscere molte persone e di stringere rapporti davvero importanti. Ciò mi sta molto a cuore: ho avuto solo 10 mesi di tempo per conoscere e stare con queste persone e quindi abbiamo cercato di approfittare di ogni momento. Tornata in Italia ho sentito molto la mancanza di tutto questo. Ho portato alcune foto. Emerge in particolare il rapporto con la mia compagna di stanza: è arrivata nella mia famiglia perché la sua era un disastro e siamo finite in quarantena, chiuse dentro la nostra camera in quanto le uniche della casa negative. Siamo molto diverse e abbiamo litigato tanto tanto tanto, ma ora siamo molto unite. Vi sono poi altre amiche molto importanti con le quali ho condiviso tanti viaggi e tante esperienze; quando penso all’Inghilterra ormai penso a loro e ai momenti vissuti insieme. Abbiamo anche deciso di tornarci insieme per una settimana.”

M. ha descritto un viaggio sostanzialmente durato 10 mesi e che non si è concluso al suo ritorno, perché, terminato quello fisico, per lei è iniziato un altro viaggio. Lo si può comprendere attraverso una canzone dei Negrita di più di 15 anni fa, Rotolando verso sud, le cui prime parole dicono: “Ogni nome è un uomo ed ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sé. Quante deviazioni, quali direzioni e quali no? prima di restare in equilibrio per un po’… Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, vado via, mi vida così sia”. Il viaggio qui è dichiaratamente metaforico, è quel percorso compreso tra una distanza e l’altra presente all’interno di ogni uomo, è quello spazio che sta tra un momento di equilibrio e l’altro. E’ una condizione tipica dell’uomo, non vi si può sottrarre, è la vita stessa. Rinunciare al viaggio è rinunciare a vivere: “mi vida così sia”.