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“Ma… come sono i giovani?”

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Una domanda che mi rivolgono spesso gli amici è “Ma come sono i giovani d’oggi?”. “È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro”. Questa è una delle frasi di questo editoriale estivo di Luigi Ciotti, presidente di Libera, dal titolo Ascoltate gli alieni. Pubblico tutto il pezzo perché vi trovo contenuti molti spunti interessanti, sia per chi li guarda da fuori, questi adolescenti, sia per chi lo è, un adolescente.

“Tante volte sentiamo parlare degli adolescenti come se fossero una popolazione di alieni, approdati sulla Terra da un pianeta sconosciuto, con abitudini e linguaggi per noi indecifrabili. Li nominiamo in blocco – “gli adolescenti” – e cerchiamo di individuare qualche tratto che li definisca collettivamente, che li classifichi e ce li renda meno estranei. Ma i giovani non sono una popolazione a parte, sono una parte della popolazione. Sono parte di noi, della nostra società, e di questa società rispecchiano vizi e virtù, paure e speranze.
Se c’è un elemento – il principale – che li accomuna, è quello di essere in un’età sulla soglia: non più bambini, in tutto dipendenti dalla guida dei più grandi, non ancora adulti capaci di prendere decisioni autonome e assumersi responsabilità importanti. Gli adolescenti stanno lì, in mezzo al guado, e si guardano attorno. Da ciò che osservano accanto a loro dipenderà molto di ciò che diventeranno.
È inutile cercare di etichettarli come gruppo sociale omogeneo: sono singole persone intente a costruire la propria storia, irriducibili alle caratteristiche standard che si vorrebbe attribuire loro: inquieti, ribelli, egocentrici o altro.
I Piani europei di ripartenza post covid sono pieni di buoni propositi sulle nuove generazioni. Ma davvero bastano più istruzione e lavoro per riempire il vuoto di senso di un’adolescenza sempre più aggressiva e ansiosa?
Tutti noi siamo stati adolescenti e di quella adolescenza conserviamo un peculiare ricordo: chi esaltante, tutto incentrato sulla scoperta del mondo, le prime intense amicizie, le prime forme di autonomia. Chi più amaro, perché per carattere, educazione o altro ha vissuto con disagio i cambiamenti del corpo, il rapporto coi coetanei, le richieste crescenti della scuola e della famiglia. C’è anche chi non ha voglia di tornare a quell’epoca della propria vita: la tiene chiusa in un cassetto come se fosse un frammento di materiale radioattivo, che ancora sprigiona energie misteriose, mai rielaborate, che potrebbero interferire con la maschera di rispettabilità e sicurezza dietro la quale molte vite adulte amano celarsi.
Ma per non fare torto agli adolescenti di oggi, ciascuno di noi dovrebbe ritornare all’adolescente che è stato, coi suoi umori incerti, le sue grandi passioni, i suoi imbarazzi, le sue angosce, i suoi slanci. Attraverso la nostra memoria interiore, una memoria non solo razionale ma emotiva, possiamo entrare in sintonia con le grandi domande che i giovani ci pongono, le stesse che anche noi ci siamo posti all’età loro e alle quali si spera che siamo rimasti fedeli nel costruire la nostra vita successiva, all’insegna della ricerca di verità e pienezza. Possiamo anche entrare in sintonia coi disagi che i giovani di oggi esprimono in forma più o meno diretta. E rifuggire così da qualsiasi giudizio sbrigativo, da qualsiasi tentazione di etichettare i ragazzi sulla base del racconto superficiale che spesso ne danno i media […].
Se operiamo questo esercizio di immedesimazione capiremo che i tanti, troppi giovani che non studiano e non lavorano – i cosiddetti Neet (acronimo dell’inglese Neither in employment nor in education or training) – non hanno rinunciato a formarsi per mancanza di curiosità: la curiosità, la sete di conoscere e capire, è uno degli impulsi principali dell’essere umano in crescita. Né hanno rinunciato a cercare un’occupazione per pigrizia, perché quando si è giovani si teme assai di più la noia della fatica. E quindi la passività in cui questi ragazzi vivono, l’apparente mancanza di desideri, stimoli e prospettive, è il frutto di un presente incapace di investire su di loro, dei limiti delle nostre politiche educative, di un mondo del lavoro che sacrifica i diritti ai profitti, la formazione alle performance.
Capiremo che i sempre più numerosi giovani che preferiscono vivere chiusi nelle proprie stanze, rifiutando qualsiasi contatto col mondo reale a vantaggio di un’esistenza ripiegata nel virtuale, forse ci stanno indicando le pecche di un sistema di relazioni fondato sull’adeguatezza a standard non solo inarrivabili, ma inutili: canoni estetici e di consumo, di possesso, di successo, di un’autoaffermazione che si gioca spesso sull’escludere, il deridere, il sottomettere l’altro. Chi non si adegua, chi non si conforma, chi magari manifesta le proprie difficoltà attraverso sintomi come i disturbi alimentari, l’autolesionismo, l’abuso di sostanze o il ricorso a rituali violenti, viene facilmente etichettato come malato, vittima o delinquente. Invece credo che dovremmo imparare a leggere dentro questi comportamenti – che come adulti ci provocano e ci mettono alla prova – anche una risorsa preziosa di comunicazione. Un tentativo, per quanto sofferto, di stabilire un contatto, ricordandoci che quello che non va, a qualsiasi età, non può essere detto sottovoce.
La pandemia ha suscitato reazioni emotive forti in ciascuno di noi. E non c’è da stupirsi se gli adolescenti, mutilati per lunghi mesi dall’esprimere la propria componente più vitale attraverso i contatti fisici, il rapporto quotidiano fra pari, a scuola, nel gruppo, messi addirittura da qualcuno sotto accusa come principali untori del virus, stiano oggi dando voce alle proprie frustrazioni, paure e aspettative di ritorno alla normalità. C’è chi lo fa in modo più costruttivo e chi più ingenuo, magari scomposto: ciascuno in base agli strumenti culturali di cui dispone, al carattere, all’esempio che ha respirato in famiglia. L’importante è ascoltare, ascoltare, ascoltare. E rispondere attraverso modelli di comportamento credibili, che non si limitino a predicare l’educazione, lo studio e l’impegno, ma dimostrino di praticarli nel quotidiano. E insieme di praticare sempre lo stupore, grazia spontanea della gioventù, ma anche imperativo di qualsiasi vita adulta che si voglia piena e autentica”.

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Undicesima stazione

So che siamo nel periodo dell’Avvento, è appena iniziato. Molti cristiani, ieri, hanno acceso la prima delle quattro candele della loro corona. Eppure mi soffermo su una riflessione di più di vent’anni fa di Mario Luzi (1914-2005), scritta in occasione della Via Crucis di quell’anno per l’XI stazione, quella di Gesù inchiodato alla croce. L’ho trovata su La rivista de Il Mulino. Sono parole messe in bocca a Gesù stesso. Scrive Luzi:

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra, ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
E terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego”.

Resto convinto che i testi delle religioni siano in grado di essere occasione di riflessione per tutti, credenti e non credenti: non farei il lavoro che faccio se non ne fossi convinto. Certo saranno riflessioni dalle molteplici sfaccettature, frutto della diversità umana. Prendo questo dubbio di Gesù e lo porto nel tempo che stiamo vivendo: eccesso o difetto di umanità? “Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?”. Qual è, mi chiedo, lo sguardo che sto gettando sul mondo? Qual è l’atteggiamento che ho? Su quale fronte mi schiero? L’interrogativo del Gesù di Luzi è retorico, perché la risposta alle domande è contenuta nella prima parte: “È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. […] ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare […] Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato”. Si tratta di un Gesù che ha fatto un’immersione completa nell’umanità, anche quella più lontana, anche quella più inaspettata, anche quella inascoltata o dimenticata, quella per la quale è così difficile provare empatia, creare uno spazio d’ascolto dentro di me. Eppure, nonostante tutto questo, conserva un dubbio, quello di essere stato autoreferenziale, quello di aver assecondato una propria volontà, una propria preferenza, un proprio desiderio: “Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa”. Come faccio a comprendere, a discernere tra il gesto egoista e il gesto puramente altruistico? Lo so che nel gesto di generosità è contenuta l’autogratificazione e so che è normale. Ma quale può essere la bussola per non perdermi e non confondere la “Tua volontà”. Troppe volte, in nome di una supposta volontà superiore, si sono compiuti danni inenarrabili! Provo ancora a cercare tra le parole di Luzi una risposta e mi colpiscono queste: “La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario”. Ieri sera a cena con noi c’era una coppia di cari amici: Mariasole passava da un braccio all’altro, li guardava negli occhi, sorrideva, sprizzava gioia da ogni particella del suo corpo. Diceva con tutta se stessa e con le parole: “che bello stare insieme”. Ecco l’umano a cui dovrei cercare di somigliare ogni giorno, ecco l’umano da cercare in questo Avvento affinché il divino possa continuare a trovare albergo nella grotta di ogni cuore…Un brano di Nick Cave rifatto dalla tredicenne Nell Smith insieme ai The Flaming Lips per meditarci su (tutto Where the Viaduct Looms è un cover album pazzesco secondo me!).

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Amati de-costellanti

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Sento l’esigenza di tornare sui temi toccati dalla gemma 1809 e provo a rivolgermi a chi per lavoro (insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, antropologi, psichiatri, allenatori, animatori…) o per famiglia (genitori, zii, nonni, amici di famiglia) si trova ad aver a che fare con gli adolescenti, in particolare quelli di 4a e 5a superiore. Lo faccio perché le parole di V. sono state condivise e apprezzate da molte compagne e molti compagni che si sono rispecchiate/i profondamente in esse. Lo faccio anche perché è in aumento il numero di studenti che si piantano all’ultimo o penultimo anno, si bloccano, inchiodano l’auto su cui stanno viaggiando e né mettono in folle né schiacciano la frizione con la marcia inserita. E l’auto, con un sussulto, muore. 

Il filosofo Guido Cusinato nel libro Periagoge scrive: “Il verbo latino «desiderare» deriva dal composto latino della particella de – che può indicare una mancanza oppure un’azione distruttiva -con il termine sidus, sideris (plurale sidera), che significa «stella». Ora è risaputo che fin dall’antichità, per decifrare il cielo stellato, le stelle (sidera) venivano raggruppate in costellazioni e queste servivano a orientarsi e es. nella navigazione nel mare. De-siderare esprime pertanto due significati a seconda di come viene interpretata la particella de: 1) Sentimento di una «mancanza di costellazioni», cioè di punti di orientamento. In questo caso il desiderio esprimerebbe la nostalgia verso i punti di riferimento che sono venuti a mancare. 2) «De-costellare» nel senso del tentativo di distruggere (de– come nel caso di «de-costruire») la costellazione che imprigiona, come un destino, la mia esistenza attuale. In questo secondo caso non ho nostalgia della costellazione che aveva orientato la mia esistenza e che ora non vedo più, perché magari coperta dalle nuvole, ma al contrario provo una profonda insoddisfazione nei confronti della costellazione che mi orienta e questa insoddisfazione mi spinge ad allontanarmi da essa per cercare una nuova costellazione che ancora non vedo. Nel desiderare provo un’insoddisfazione nei confronti del mio attuale destino (la costellazione che ha guidato la mia esistenza) e lo de-costruisco per pormi alla ricerca di una nuova costellazione, di un nuovo inizio della mia esistenza. Nel superare la costellazione che ha orientato la mia esistenza, in realtà permetto alla mia esistenza di deragliare dai binari del fatalismo” (G. Cusinato, Periagoge. Teoria della singolarità e filosofia come esercizio di trasformazione, Verona, QuiEdit, 2017, p. 144).

Ecco, a me capita di vedere tante studentesse e tanti studenti  che stanno de-costellando (penso che lo facciamo tutti nella vita e non una volta sola). Ripenso a quando ho lasciato la facoltà di scienze geologiche per cambiare completamente percorso e riconsiderare tanti valori e tante priorità della mia vita. Solo che, tornando alla metafora dell’auto inchiodata, alcuni studenti poi trovano il modo di rimettere in moto e cercare la nuova costellazione, come ha fatto e sta facendo V. della gemma 1809, altri restano fermi in auto in attesa che la nuova costellazione passi e rischiano che il tutto si trasformi nella prima accezione del termine desiderio, la nostalgia per qualcosa che manca. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo far sì che decidano di girare quella chiave? Quali strategie mettere in campo per far sì che riprendano il movimento alla ricerca di una nuova costellazione?

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Gemma n° 1809

“La mia gemma di quest’anno è particolare.
Ho pensato più volte a cosa avrei potuto portare quest’anno come gemma e ho avuto tante idee diverse, ma mi sono resa conto che alla fine il mio presente insieme a una nuova consapevolezza acquisita recentemente è la mia gemma. Il tutto accompagnato da un video che mostrerò alla fine.
Ho sempre avuto, fin da piccola, un’incredibile ambizione. Ho sempre voluto raggiungere una perfezione impossibile. Ho sempre pensato per qualche motivo di dover essere perfetta o, siccome la perfezione non esiste, di dovermi avvicinare il più possibile a qualcosa di simile ad essa. Ho cercato di essere la studentessa perfetta, la figlia perfetta, l’amica perfetta. Ho sempre cercato questa perfezione perché ho sempre voluto il massimo e per me la vita era tutta o bianco o nero. O tutto e il massimo, o niente. Non sono mai riuscita a trovare una via di mezzo, il giusto, l’equilibrio, quell’abbastanza che soddisfa senza sfinirti. Ho sempre fatto tutto quello che mi prefissavo cercando di farlo nel migliore dei modi, anche quando questo implicava dare molto più del mio massimo. E pensavo andasse bene così anche se tutto questo mi pesava, anche se la soddisfazione era spesso accompagnata da una grande stanchezza. Spesso per raggiungere questa perfezione, sacrificavo il mio benessere:  dormivo o mangiavo poco perché non avevo tempo, ero molto stressata e avevo spesso un’incredibile ansia di non riuscire a raggiungere questi obbiettivi.
Nonostante tutto però sono sempre riuscita a fare tutto quel che mi prefissavo, con qualche piccola caduta ho sempre raggiunto quel massimo. 
Quest’anno invece qualcosa è cambiato. Ho iniziato quest’anno con una grande paura del futuro, dell’esame di stato che ci attende, di cosa farò una volta finito quest’anno scolastico, di come riuscirò a fare tutto. E quel tutto ancor prima di iniziare nella mia mente era già diventato un “impossibile”. 
Ho iniziato l’anno con paure, dubbi ed incertezze a me estranei poiché ho sempre avuto un piano, degli obbiettivi da raggiungere e un percorso chiaro e preciso di come raggiungerli. 
Quest’anno i miei obbiettivi erano confusi e sembravano molto più grandi di me, tanto che il percorso di solito chiaro e preciso, questa volta era un incrociarsi di percorsi sparsi e confusi che non portavano a niente.
Per la prima volta mi sono sentita veramente persa. A scuola non riuscivo a raggiungere i soliti risultati, non riuscivo a studiare veramente, non avevo più tempo e voglia di andare in palestra, e all’improvviso mi ritrovavo lontana da quella perfezione come non mai. Ci provavo a dare quel massimo ma riuscivo solo a pensare “non ce la faccio più”.
E allora all’inizio ho mollato tutto. Tra il tutto e il niente, il tutto non riuscivo proprio a raggiungerlo, così mi ero abbandonata al niente.
Ed era anche una bella sensazione, ma pian piano le cose da fare e gli impegni arretrati si accumulavano e alla fine mi sono ritrovata ancora più persa di prima poiché oltre a non sapere come raggiungere la fine, ero anche rimasta indietro all’inizio, con tutto.
Avevo questo continuo contrasto interiore tra il “devo fare tutto subito e benissimo” e il “va bene così, ce la farò” che però sembrava venir continuamente rinnegato da una caduta dopo l’altra.
Alla fine, all’improvviso, quello che avrei tanto voluto sentirmi dire, me lo sono detta da sola.
Su YouTube è sempre pieno di video motivazionali, “be perfect/keep fighting/keep going/never settle” ma io avevo bisogno di altro, sì di un video motivazionale, ma non che mi spingesse a dare il meglio e oltrepassare i miei limiti, anzi. Così un pomeriggio ho aperto youtube e ho cercato “you don’t have to be perfect”.
Ed è uscito questo video intitolato “don’t be perfect”. Un video motivazionale che incita a non essere perfetti ma pazienti. Con se stessi e con tutto ciò che ci circonda.
È un concetto così semplice e banale, che però non avevo mai veramente considerato. Chi ha mai detto che dovevo essere perfetta? Chi ha mai detto che se non faccio il massimo non valgo tutto quel che valgo? Nessuno perché spesso siamo i nostri più grandi critici e i nostri peggiori nemici. E adesso l’ho capito, non serve essere perfetti soprattutto quando questo implica sacrificare la propria salute fisica e mentale. Ora la mattina rischio sempre di fare tardi ma almeno finisco sempre la colazione. La notte anche se non ho finito di ripassare bene, dormo. In palestra ci tornerò quando avrò veramente tempo, e intanto riprenderò ad allenarmi pian piano a casa. Non posso ripartire da zero a cento perché quello è sempre quel “o bianco o nero” che ho deciso di lasciare andare. Vanno bene anche i grigi. Va bene anche non essere sempre i migliori. Va bene anche se le cose non vanno sempre bene, perché è normale. Perché siamo umani, e non siamo perfetti. Inoltre il nostro tempo sulla Terra è prezioso e limitato. È inutile sprecare quel tempo a rincorrere obbiettivi irraggiungibili tra stress e paure, bisognerebbe godersi veramente quel tempo e tutti gli attimi semplici ma così importanti che lo compongono. La mia vita non si ferma alla scuola, a un voto, o anche a un esame. La mia vita non si ferma ad un singolo successo o ad un singolo fallimento. La vita è piena di opportunità, bisogna essere pazienti e dare il proprio massimo, anche se alcuni giorni quel massimo è davvero piccolo.
So che molte mie compagne e altri miei amici stanno vivendo un periodo simile al mio, un periodo di difficoltà, incertezze e dubbi ed è per questo che ho deciso di condividere oggi il video che avevo trovato, perché magari possa aiutare qualcun altro come ha aiutato me.

Può sembrare una cosa semplice e banalissima, ma per me significa davvero tanto. Diciamo che non mi sono mai data pace perché non pensavo di poter “fallire”. Quindi per me è stato davvero importante capire veramente che posso essere soddisfatta e felice anche se a volte faccio poco se quel poco in quel momento mi richiede tanto. Va bene cambiare priorità, va bene avere dubbi e perdersi ogni tanto per poi ritrovarsi meglio di prima.
Don’t be perfect, be patient.”

Questa la gemma di V. (ovviamente classe quinta, l’ha detto lei stessa). Non è facile commentare parole come queste: paure di dire troppo, paura di dire poco. Mi affido ad un film che ha segnato la mia adolescenza, uno dei primi visti al cinema. Ero in II liceo quando, con i miei compagni di classe, ho visto L’attimo fuggente. Nella sequenza che pubblico il prof. Keating afferma “Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno! Osate cambiare. Cercate nuove strade”. Che bello è stato ascoltare la tua voce stamattina V.!

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1806

“Come gemma ho scelto questa collana a cui sono molto legata: mi è stata regalata da un’importante amica di famiglia. Nella medaglietta è incisa l’immagine della Madonna: prima era smaltata, poi nel tempo lo smalto è andato via. La maglia non è quella originale perché purtroppo si è rotta e mia madre me ne ha regalata un’altra che prima era sua. C’è anche un’altra storia dietro questa collana: quattro o cinque anni fa sono entrati i ladri in casa mia, hanno messo a soqquadro tutta la casa, aprendo cassetti e armadi e l’unica cosa che non hanno preso è stata proprio questa collana che era in bella vista nel mio cassetto in una scatola trasparente”.

L’ho già scritto per un’altra gemma di quest’anno: resto sempre stupito da quanta storia ci sia dietro a degli oggetti, quanti ricordi personali, quante emozioni, quanti legami sottesi. Come quello condivisi da A. (classe prima). E nelle nostre case convivono con altri oggetti, del tutto insignificanti e che magari non sappiamo neppure da dove arrivino e siamo quasi pronti a disfarcene. Poi però succede qualcosa: forse qualcuno che ci sta a cuore li nota ed essi assumono una luce nuova anche ai nostri occhi. Capita così anche con le persone e questo dovrebbe farci riflettere e magari portarci ad essere un po’ meno taglienti coi nostri giudizi e le nostre opinioni…

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Mondi altri

E’ ora di iniziare a scriverne… Intanto ripubblicherò articoli di persone esperte per cominciare a farsene un’idea, anche se non è così facile a proposito di qualcosa che deve ancora venire. Fa parte di quelle cose che per essere ben comprese hanno forse bisogno di essere vissute. Mi sto riferendo al metaverso. Non mi metto qui a scrivere cosa sia, lo accenna già Luca Di Bartolomei in questo articolo apparso su Il Mulino.

“Partiamo dalla fine: giovedì 21 ottobre per gioco decido di scommettere 50 dollari su Dwac, il veicolo societario nel quale Donald Trump sta convogliando gli sforzi per far nascere «Truth», la sua piattaforma online. Il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, infatti, dopo aver subito il ban da parte dei principali social network ha deciso di costruirsene uno tutto suo, per propagandare idee politiche e pubblicizzare interessi economici. Se aveste investito 10 dollari insieme a me oggi ve ne trovereste oltre 80 sul conto. Se aveste deciso di vendere al loro massimo avreste più che decuplicato il vostro investimento.
Questo piccolo aneddoto ci racconta due cose. La prima è che diversamente dal passato (quando pure le banche gli hanno prestato soldi) questa volta il biondo tycoon viene reputato credibile dalla comunità finanziaria americana, che investe in una sua intrapresa economica. Il perché è presto detto: il largo, larghissimo consenso di cui gode e che ne fa probabilmente l’unico leader «repubblicano» (ammesso che abbia ancora senso definirlo così) oggi sulla scena. La seconda è che i suoi strateghi hanno capito (e dimostrato) che la politica non si gioca fuori dal digitale e a breve dal metaverso.
Trump ha vissuto – e vinto – sui social sfruttando una narrazione che l’alt-right (la destra alternativa) aveva prodotto fin dalla prima presidenza Obama: il mare in cui navigavano i birthers, le culture complottiste alla QAnon, la foresta delle fake news che si trasformano in realtà alternative. E abbiamo visto come da questo mondo siano salpati gli assalitori del Campidoglio. In questo spazio Trump e i suoi finanziatori si stanno scatenando per disintermediare definitivamente il rapporto con il cittadino/elettore/consumatore/propagatore: una grande partita, democratica ed economica.
Nei giorni scorsi, sul «New York Times», faceva impressione leggere uno dei guru della comunicazione democratica, David Brock: nella sua percezione la politica americana che abbiamo davanti sarà un mare ulteriormente avvelenato nel quale i punti delicati della trama della democrazia saranno i luoghi dove si legittima il voto. Sostanzialmente, concludeva Brock, i risultati elettorali verranno contestati di default nelle commissioni statali elettorali; quello che abbiamo visto dopo le elezioni presidenziali del 2020 sarà la normalità. Qui, in una democrazia che rischia una torsione prossima alla rottura, Trump ha deciso di combattere in quello che fino a pochissimo tempo fa sembrava a tantissimi analisti un «altrove». Possiamo permetterci di ignorarlo? Possono permettersi di ignorarlo la politica o gli attori del discorso pubblico? Credo di no, ma forse bisogna prima capire cosa sia questo altrove, cosa sia il «metaverso».
Per provare a spiegare cosa sia faccio sempre questo esempio. Credo sia stato tre anni fa: mio figlio vide suo cugino più grande giocare a Fortnite e mi chiese di scaricarlo per giocarci insieme. Non temo i videogiochi, ci sono cresciuto: da quarantenne ho sostanzialmente attraversato tutte le fasi del gaming fin dai primissimi albori. Qualche settimana dopo Andrea mi disse che avremmo dovuto comprare una nuova «skin» per il nostro «avatar» perché ne era uscita una bellissima e forse ne sarebbe uscita anche una della nostra squadra del cuore. Le «skin» sono sostanzialmente dei vestiti, gli «avatar» i nostri corrispettivi digitali; le «skin per gli avatar» si comprano direttamente in una area del gioco chiamata «Marketplace». Si trova proprio accanto alle «room» nelle quali i giocatori – ragazzi e non – passano il tempo in attesa di una partita o semplicemente si incontrano per parlare.
Già adesso, insomma, esistono interi universi nei quali la nostra individualità vive, si esprime e consuma in un altrove diversamente reale. Può sembrare un linguaggio esoterico o da bambini, ma è solo due passi più avanti di quando compriamo le cose su Amazon o vediamo i film su Netflix e uno soltanto dei nostri post su Facebook. E poi se vogliamo il voto dei sedicenni, beh, allora dovremo pur parlarci!
Per capire quanto occuparsi di questa vicenda sia importante facciamo un passo indietro. La prima volta che ricevetti un invito a iscrivermi a Facebook eravamo a dicembre del 2006; alla fine dell’anno successivo insieme con Marco Laudonio, che oggi insegna Comunicazione digitale alla Sapienza, facemmo sbarcare sulla piattaforma di Zuckerberg l’allora leader del centrosinistra italiano. L’anno successivo trasformammo quel bagliore di attivismo digitale in un evento reale riempiendo uno spazio romano con oltre duemila persone, soprattutto giovani, provenienti da tutta Italia. Molte delle idee immaginate in quel breve periodo con il supporto di professionisti della comunicazione digitale come Stefano Peppucci ed Emanuele Fini trovarono spazio solo più avanti, spesso in contesti politici differenti. Ne cito due che ebbero un incredibile successo: le pubblicità elettorali di Obama all’interno di alcuni videogame nel 2008 e l’organizzazione territoriale basata e coordinata su gruppi di attivisti che partivano costituendo gruppi online. Di lì a poco li avrebbero chiamati meet-up.
Diversamente da Second Life – che è finito per diventare un gioco di ruolo – le piattaforme social dal 2004 hanno avuto successo perché hanno parallelizzato le nostre esistenze offrendo alle nostre opinioni ed emozioni una possibilità simultanea di massima audience. La moltiplicazione delle piattaforme e il loro soddisfare un precipuo aspetto della nostra socialità quotidiana hanno finito per fare il resto: ci alziamo sfogliando le news sui profili Twitter dei giornali, poi leggiamo i messaggi arrivati su WhatsApp, mentre postiamo una foto del nostro cane su Instagram, giriamo un video sciocco su Tik Tok e, salutando gli amici su Facebook, guardiamo gli aggiornamenti della nostra comunità finanziaria di piccoli risparmiatori su Reddit, giusto prima di farci una risata su un video recuperato su YouTube o vedere gli score di Fortnite.
Per quanto l’invenzione della parola metaverso sia da attribuire a Neal Stephenson, che per primo la conia nel suo romanzo Snow Crash, esempi di metaversi si potevano già ritrovare in dozzine di opere letterarie di fama mondiale, in particolare nelle linee editoriali create dai principali disegnatori e sceneggiatori di fumetti e di graphic novel. Nell’immaginazione di Stephenson, però, il metaverso è un universo che corre intorno al pianeta in cui ciascuno poteva vivere esperienze di ogni genere. Un «verso» altro ma in qualche modo legato a quello noto, all’universo naturale in cui siamo immersi. Mondo fisico e mondo digitale girano nell’idea di Stephenson come fossero due sfere una nell’altra.
In queste settimane il concetto di metaverso sta diventandoci familiare anche grazie ai disegni di Facebook. La società annuncia che ci saranno migliaia di persone assunte in Europa per realizzare questo progetto. Da un punto di vista economico può apparire come la nascita di una holding – non diversamente da quanto avvenuto con Alphabet di Google nel 2015 – destinata a incorporare l’impero di Mark Zuckerberg and Co. con tutti i suoi social. Ma le cose non sono così semplici: il metaverso che verrà molto probabilmente si concentrerà sulla integrazione di queste piattaforme diverse e sulla possibilità per l’utente di costruire un proprio frame narrativo da condividere in ognuna delle stesse. Insomma se saremo arrabbiati molto probabilmente la nostra user experience varierà su ognuna di queste piattaforme: su Spotify ci verrà proposta musica dal ritmo più incalzante, su YouTube video più violenti, mentre su Facebook leggeremo i post con le opinioni politiche più nette e nel frattempo il nostro avatar si presenterà con un’espressione più affilata.
Come tutto questo finirà per impattare sul discorso pubblico e sulla vita politica e partitica è presto detto: da 15 anni Facebook e i social hanno cambiato la comunicazione, piegando i media tradizionali e costringendo la comunicazione politica a un faticoso e mai completato inseguimento. La politica che nel tempo ha cessato di avere i legami tradizionali con le persone (e che intendiamoci, oggi, probabilmente non funzionerebbero più) è stata costretta a cercarle nella loro veste di utenti e non in quella di cittadini.
In questo senso i social media hanno piegato anche la politica non solo nella sua comunicazione ma anche più radicalmente nella connessione con gli elettori e con i loro bisogni che sono sempre più cercati tra i «trending topic» e non nelle condizioni reali di vita. Oggi siamo davanti a un passaggio nuovo, perché se nel 2005 non capire quello che sarebbe successo poteva essere nelle cose adesso sarebbe un errore non giustificabile. Quando le persone «vivranno» nel metaverso – che non è alternativo all’universo reale ma finisce per esserne il rovescio della medaglia nella dimensione della comunicazione e forse anche dell’immaginario e del desiderio – chi sarà rimasto fuori non conoscerà più neanche la lingua con cui rivolgersi agli altri.
Qualcuno potrebbe obiettare: esagerazioni. Io credo di no, anzi ci scommetto altri 50 dollari”.

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Gemma n° 1802

“Ogni volta che ascolto Ci sarò mi vengono in mente tutte le persone che mi vogliono bene e ci saranno sempre”.

La canzone di Alfa è la gemma di E. (classe prima). Mi sento di commentarla attraverso una delle scene più toccanti di WALL•E, film d’animazione del 2008 ma sempre attualissimo.

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

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Gemma n° 1793

“Da quando ci è stato assegnato questo compito ho pensato spesso a cosa avrei potuto portare come gemma. Ho optato prima per un orso di peluche che mi accompagna da quando sono piccola e nel quale cerco conforto quando non posso farlo con chi vorrei in quel momento. Poi avevo deciso di portare il biglietto di un concerto, purtroppo annullato a causa covid, al quale sarei dovuta andare con le mie tre più care amiche in quanto sia loro che il gruppo musicale sono estremamente importanti per me.
Entrambe queste idee però non si sono concretizzate.
Giorni fa mi sono sfogata con queste mie amiche perché è un periodo caotico, per così dire.
Fortunatamente ho delle persone al mio fianco che mi rendono felice nonostante il contesto. Tra queste ce n’è una che proprio in quel mio momento di sfogo ha deciso di dedicarmi la frase di una canzone: “E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”. Quando ho letto quel messaggio i miei occhi sono diventati lucidi, mi ha scaldato il cuore e ho pensato “la mia Gemma sarà proprio questa frase”. Con essa in mente percepisco una voglia più forte di spingere me stessa a continuare a impegnarmi e andare avanti perché quel traguardo felice voglio raggiungerlo.
Un’altra frase che completa la mia gemma l’ho sentita da un video apparsomi nella sezione “per te” di un social. Il video non l’ho salvato perché sapevo mi sarei ricordata questa citazione. È infatti da qualche tempo che mi accompagna nei momenti di insicurezza. Dice: “She never looked nice. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.”
Il significato è “Lei non è mai stata carina. Lei sembrava arte. E l’arte non è fatta per essere semplicemente carina, l’arte è fatta per farti provare qualcosa”.
Quando l’ho sentita e quando ci ripenso, mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Oggi pomeriggio ho seguito una formazione online durante la quale è stato mostrato un pezzo di un video che qui inserisco per intero (sono 6 minuti più o meno). Si tratta di un’intervista fatta a Mattia, uno studente di liceo scientifico. Non voglio paragonare A. e Mattia, proprio no, non è questo il punto. Ma ho sentito risuonare alcune delle parole di A. (“è un periodo caotico… mi ha scaldato il cuore… quel traguardo felice voglio raggiungerlo… mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”) in alcune di quelle usate da Mattia: “i professori mi guardavano negli occhi… avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse puoi essere fragile, puoi dirlo che non stai bene”. E ho pensato alla bellezza di quando si incontra qualcuno che è un’opera d’arte, che ti fa provare qualcosa, che ti guarda negli occhi, che ti sussurra “sei speciale” e ti fa sentire libero di essere fragile.

https://sgq.io/l/Hcg0EEYl

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Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

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Spinte radicali in Pakistan

Alla fine ho deciso di abbonarmi a Il Post, un progetto editoriale che seguo da un po’. L’ho fatto sia per continuare ad ascoltare due podcast, Morning e Tienimi bordone, sia perché apprezzo l’accuratezza con cui vengono scritti gli articoli. Inoltre, dopo un po’, hai la sensazione di far parte di un gruppo, di stare effettivamente contribuendo alla realizzazione di un bel lavoro. Infine non nascondo che abbia inciso anche il costo abbordabile per le mie tasche. Mi capiterà, quindi, di pubblicare un po’ più frequentemente dei loro pezzi rispetto a quelli di altre fonti, anche perché non hanno alcuna forma di paywall.
Oggi pubblico un articolo sulla situazione che si sta delineando in Pakistan, in particolare sulle pressioni che un gruppo radicale sta esercitando sul governo di Islamabad. L’articolo lo potete trovare qui.

“Dalla fine di ottobre in alcune regioni del Pakistan, a sud della capitale Islamabad, migliaia di persone appartenenti a gruppi islamici fondamentalisti hanno bloccato un’importante autostrada e ricattato il governo, chiedendo diverse concessioni e protestando contro alcuni atti che considerano blasfemi. Il più importante di questi gruppi si chiama Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) ed è diventato una forza importante e pericolosa nelle dinamiche sociali del paese.
Il 1° novembre, dopo giorni di scontri in cui sono morti quattro poliziotti e durante i quali sono state bloccate alcune tra le più importanti vie commerciali del paese, il governo ha infine ceduto ai manifestanti, raggiungendo un accordo i cui termini sono segreti ma che, a detta dei giornali locali, garantisce molte concessioni ai fondamentalisti. Il TLP è da tempo una presenza influente nella vita politica e sociale del Pakistan e, come avvenuto più volte negli anni scorsi, ha mostrato di essere in grado di ricattare il governo nazionale con manifestazioni e azioni violente per ottenere i suoi obiettivi.

Ad aprile il governo pakistano, per cercare di fermare il TLP, aveva perfino designato il gruppo come organizzazione terroristica e ne aveva arrestato il leader, Saad Hussain Rizvi (nella foto). Dopo l’arresto c’erano state rivolte di piazza, con un numero imprecisato di morti e centinaia di feriti. Il governo allora era riuscito a placare le manifestazioni facendo delle concessioni, ma gli estremisti del TLP sono tornati a protestare lo scorso 21 ottobre. A migliaia, spesso armati, hanno cominciato una marcia da Islamabad, la capitale, alla grande città di Lahore, con l’obiettivo di occupare la Grand Trunk Road, un’autostrada che collega le due città e che è una delle principali vie di trasporto di tutto il paese.
Le richieste dei manifestanti erano numerose e confuse, ma le principali erano tre: il rilascio di Saad Hussain Rizvi, il ritiro delle accuse di terrorismo avanzate dai tribunali pachistani contro centinaia di affiliati al gruppo, e l’espulsione dell’ambasciatore francese. Quest’ultima richiesta era una ritorsione per il fatto che un anno fa il presidente francese Emmanuel Macron aveva difeso la pubblicazione di vignette satiriche che raffiguravano il profeta Maometto: è una vecchia battaglia del TLP, che aveva portato a scontri tra i manifestanti e la polizia pachistana già nei mesi scorsi.
Secondo alcuni giornali pachistani citati dal New York Times, i termini dell’accordo che ha risolto la crisi degli ultimi giorni prevedono il rilascio di vari membri del gruppo in prigione, la promessa che non ci saranno più accuse contro rappresentanti del TLP e la rinuncia alla designazione di gruppo terroristico. Il TLP avrebbe rinunciato invece a chiedere al Pakistan di tagliare i rapporti diplomatici con la Francia.
Il TLP, che oltre a essere un movimento sociale estremista e un gruppo di pressione è anche un partito politico (con poco successo elettorale, finora), fu fondato nel 2015 con lo scopo di difendere la rigida e controversa legge sulla blasfemia del paese, che prevede pene durissime, compresa la pena di morte, per chiunque offenda una qualunque religione. In Pakistan, dove il 96 per cento della popolazione si professa musulmano, quasi sempre la religione offesa è l’islam.
Il gruppo divenne un movimento di massa durante i vari sviluppi della vicenda di Asia Bibi, una donna cristiana accusata ingiustamente di blasfemia, la cui vicenda divenne un caso internazionale. Tra le altre cose, il TLP organizzò grandi rivolte di piazza in difesa di Mumtaz Qadri, una guardia del corpo che nel 2011 aveva ucciso il governatore della provincia del Punjab dopo che questi aveva difeso Asia Bibi e chiesto una riforma della legge sulla blasfemia. Nel 2017, il TLP organizzò altre rivolte dopo che il governo aveva proposto di modificare lievemente il testo del giuramento dei parlamentari che faceva riferimento al profeta Maometto: negli scontri morirono sei persone, e centinaia furono ferite.
Nel corso degli anni, il governo del Pakistan non è stato in grado di gestire organizzazioni come il TLP: ha consentito che diventasse «uno dei gruppi di pressione più importanti» del paese e di fatto ne è diventato «ostaggio», come ha scritto l’Economist. Il governo tuttavia non è soltanto una vittima. Nel corso degli anni, la politica e l’esercito pachistani hanno alimentato sentimenti fondamentalisti nella popolazione, servendosi di gruppi come il TLP per polarizzare l’opinione pubblica e ottenere vantaggi elettorali. Come ha scritto sempre l’Economist, i legami tra l’élite pachistana e il TLP sono noti: per esempio, durante le proteste del 2017, un alto ufficiale dell’esercito fu filmato mentre consegnava somme di denaro ai leader del gruppo”.

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Gemma n° 1784

“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché  in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.

Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.

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Allargare il cuore

Fonte Il resto del Carlino

Sabato 13 novembre sarà  la giornata della gentilezza. “Voglio che tutti voi siate coraggiosi nel praticare la ‘piccola gentilezza’, creando così un’ondata di gentilezza che un giorno investirà tutta la società giapponese”. E’ il marzo del 1963 e il rettore dell’Università di Tokyo Seiji Kaya pronuncia queste parole all’interno del discorso d’addio agli studenti il giorno della laurea. Da lì partirà il Movimento Piccola Gentilezza che porterà alla creazione di questa giornata. Una decina di giorni fa, Riccardo Maccioni scriveva così su Avvenire: “Da un po’ di tempo le panchine sono diventate uno strumento di denuncia. Vengono colorate di arcobaleno contro l’omofobia, di rosso per dire no alla violenza sulle donne e, adesso, anche di viola, a reclamizzare la gentilezza, quella vera, intesa come habitus di vita. Non il manierismo affettato o il semplice gusto delle buone maniere, ma la cultura delle relazioni, il riconoscimento che l’altro è un valore. A questo scopo nascono associazioni, assessorati, corsi universitari, studi di psicologia secondo cui essere gentili fa stare meglio. Il presupposto di una rivoluzione, che rovescia il credo nell’aggressività come strumento di persuasione, nella durezza verbale come autodifesa. In realtà è forte chi sembra debole. Lo dice benissimo il Papa nella “Fratelli tutti”: «La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Non il gusto per il quieto vivere dunque ma il coraggio di guardare oltre noi stessi, di allargare il cuore a chi ci sta davanti, consapevoli della sua e nostra fragilità. Significa cura del tempo, è tenere in mano le redini della propria vita, senza bisogno di urlare e sgomitare per dire chi siamo”.

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Gemma n° 1761

“Ho deciso di portare questa collana che ho al collo: me l’ha regalata mia madre per il mio diciottesimo. Nella mia famiglia non ci siamo mai regalati gioielli, preziosi o cose del genere; questo mi ha fatto pensare che nel momento in cui, spero il più tardi possibile, queste persone se ne andranno io non avrò una cosa di questo tipo che le ricordi. Mia madre però ha voluto regalarmi questa collana e, dato che con lei ho un rapporto speciale, avere un qualcosa che mi farà ricordare lei quando non ci sarà più è una cosa bellissima. Quello che fa e che pensa sarà con me sempre in questa collana, anche quando lei non ci sarà.”

E’ la gemma di L. (classe quinta) quella appena riportata. In questo periodo mi sto chiedendo se l’attaccamento che la gran parte di noi ha nei confronti di taluni oggetti non sia anche legato alla smaterializzazione che hanno subito altri: penso a oggetti comunque legati alla sfera affettiva, come le foto o le lettere o i biglietti. In un armadio conservo ancora i biglietti scambiati tra i banchi di scuola con i miei compagni di liceo, e starei poco a recuperarlo e a rileggerli; se invece dovessi recuperare lo scambio via whatsapp avuto con un amico 2 o 3 anni fa le cose si farebbero maledettamente complicate. Per non parlare della quantità di foto che scattiamo senza stampare e che (se siamo un minimo accorti) affidiamo a qualche servizio di backup automatico su qualche nuvola virtuale. Che sia legata anche a questo la necessità di quell’ancora di cui ho già scritto nella gemma 1758?

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Gemma n° 1753

“Mi ha colpita questo video perché quest’isola di plastica, situata nell’oceano Pacifico, è grande quanto la Francia. Questo mi fa riflettere su quanto l’uomo abbia inquinato e distrutto l’ambiente marino. Mi fa pensare anche che i pesci che passano lungo questa isola siano alla fine anche i pesci che ci ritroviamo a tavola quindi l’uomo oltre che fare del male all’ambiente sottomarino, fa del male anche a se stesso. La contaminazione e l’avvelenamento del mare che ricopre la maggior parte della nostra superficie terrestre stanno causando conseguenze disastrose come lo sviluppo di nuove sostanze nocive per l’essere umano, la perdita di tantissime specie marine, il soffocamento della vita. Il contatto con materiali molto pericolosi causa problemi alla loro salute”.

Con queste parole B. (classe terza) ha commentato il video da lei proposto. Commento questa gemma con le parole del prof. Paolo Rognini, dell’Università di Pisa: “Se non aggiorneremo il software delle nostre false convinzioni come “l’inesauribilità delle risorse”, “l’espansione illimitata della specie” o il “vorace accaparramento di risorse”, la specie umana potrebbe rischiare l’auto-estinzione: un fenomeno che si rivelerebbe unico nella storia delle specie viventi, riducendoci a un semplice esperimento evolutivo”.

Pubblicato in: Gemme, musica, Società

Gemma n° 1752

“Ho scelto questa canzone (Riptide di Vance Joy) da portare come gemma non tanto per il video o per il testo, ma per il periodo che mi ricorda: ho scoperto questa canzone grazie a E. nell’estate 2019, il periodo più bello e spensierato della mia vita, molto tranquillo senza troppi pensieri legati alla scuola. E poi non c’era il Covid e ho anche viaggiato parecchio.” Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.

Penso che un bel po’ di nostalgia per il periodo pre-pandemia serpeggi in ciascuna e ciascuno di noi. Non è facile capire in questa fase quando e se recuperemo quella situazione, ma personalmente non voglio vivere nell’attesa di qualcosa di così incerto. Desidero allenarmi per creare in questa realtà che mi è data da vivere tutte le condizioni possibili per la spensieratezza e la tranquillità 😉

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Gemma n° 1751

“Non sapevo cosa portare, poi ho deciso di condividere l’anello che mi ha regalato mia nonna quest’estate: è l’anello di fidanzamento che le aveva regalato mio nonno, scomparso quando aveva 39 anni. Il fatto che me l’abbia regalato per me è molto particolare perché per molti anni lei non ne ha parlato o cambiava discorso quando si entrava in argomento. Dopo avermelo dato è come se fosse cambiata e avesse superato la cosa e ora ne parla più facilmente. Me l’ha dato durante una messa e l’ha accompagnato con queste parole «So per certo che lui vorrebbe che ce l’avessi tu».”

Eccola qui la prima gemma di quest’anno, presentata da V. (classe seconda). Bello che arrivi così vicino al 2 ottobre, festa dei nonni. Qualche curiosità presa da Wikipedia: “La festa dei nonni è stata creata negli Stati Uniti nel 1978 durante la presidenza di Jimmy Carter su proposta di Marian McQuade, una casalinga della Virginia Occidentale, madre di quindici figli e nonna di quaranta nipoti. La McQuade incominciò a promuovere l’idea di una giornata nazionale dedicata ai nonni nel 1970, lavorando con gli anziani già dal 1956. Riteneva, infatti, come obiettivo fondamentale per l’educazione delle giovani generazioni, la relazione con i loro nonni… In Italia la festa dei nonni è stata istituita come ricorrenza civile per il giorno 2 ottobre di ogni anno con la legge n. 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale. La data del 2 ottobre coincide con il ricordo liturgico degli angeli custodi nel calendario dei Santi cattolico” anche se “nella tradizione cattolica, i patroni dei nonni sono i santi Gioacchino e Anna, genitori di Maria e nonni di Gesù, che vengono celebrati il 26 luglio: proprio in relazione a tale ricorrenza, Papa Francesco ha stabilito che ogni quarta domenica di luglio si tenga in tutta la Chiesa la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani”.

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La tavolozza dei grigi

Davide Mazzanti è l’allenatore della Nazionale italiana femminile di pallavolo. Qualche giorno fa, durante il ricevimento al Quirinale delle due nazionali, maschile e femminile, campionesse d’Europa, ha tenuto un breve discorso (2 minuti), a mio avviso molto significativo. Nella premessa afferma che lo sport sia spesso metafora della vita o di alcune fasi dell’esistenza. E poi fa una considerazione su cosa sia realmente lo sport e su come dovrebbero funzionare auspicabilmente le nostre relazioni. Eccone un estratto:

“Oggi celebriamo con convinzione i traguardi dei campioni e delle campionesse. Ma sotto i coriandoli della festa c’è un mondo intero che risale in superficie soltanto quando la palla cade dal lato giusto del campo.
Perché chi perde, invece, è un fallito.
Non è questo lo sport. In una narrativa che è soltanto bianco e nero, lo sport è la tavolozza dei grigi. Dove successo e sconfitta sono figli della stessa identica fatica, passione e desiderio. Dove tanti piccoli passetti in direzione dell’eccellenza possono anche essere distrutti in un istante, ad opera della sfortuna o del caso.
Tutto ciò che accade in un rettangolo di gioco, in una piscina, in una palestra, è imponderabile, è affascinante, è doloroso, è stressante ed è unico. Ed è anche lo specchio di quello che ognuno di noi vive quotidianamente sul lavoro, con gli amici, in amore e nelle proprie comunità.
E in questa grande estate tricolore, se c’è un messaggio che vale davvero la pena condividere è la speranza che le medaglie e i successi ci aiutino a creare un mondo in cui la gratitudine e il rispetto non svaniscano, al di là del lato dove cadrà l’ultima palla.”

Applichiamolo ovunque: politica, relazioni, lavoro, scuola, associazioni, sociale, famiglia… Ne troveremo giovamento.

Pubblicato in: Etica, opinioni, Società

Segni di civiltà

Fonte immagine: Needfile

“Uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così.
Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

Non sono riuscito a trovare una fonte certa di questo scambio: lo si trova in rete su vari siti e pagine. L’ho riportato perché in questi giorni mi è capitato varie volte di riflettere su questo aspetto. Nella mia città d’origine, Palmanova, si stanno per tenere le elezioni amministrative e quindi è in corso la campagna elettorale che di tanto in tanto seguo attraverso i social. Una triste campagna elettorale. “Desidero mettermi al servizio dei cittadini, della comunità” penso sia una delle espressioni più utilizzate dai candidati delle diverse liste. E una delle cose più disattese in questa fase di attacchi, accuse, offese. Cominciate da qua, ve lo chiedo col cuore. Cominciate dalla campagna elettorale a essere civili. Se non altro per convenienza politica! Sono poco convinto che sia in base a quanto legge e vede sui social che un cittadino decida per chi votare. Ma è molto più probabile che decida per chi non votare…

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Società

Cattivi custodi

Due notizie che riguardano la terza compagnia estrattiva al mondo, l’anglo-australiana Rio Tinto Group (ricerca, estrae e lavora vari materiali, dalla bauxite al rame, dall’oro ai diamanti, dal carbone all’uranio…). Entrambe sono tratte dal numero di agosto di Rocca.

Fonte immagine: Wikimedia

La prima riguarda gli Stati Uniti e in particolare l’Arizona: qui, nella parte centrale dello Stato, c’è Oak Flat, terra sacra agli Apache. Oak Flat ha la sfortuna di trovarsi “sopra uno dei più grandi giacimenti di rame al mondo. L’area rischia di essere venduta a una compagnia legata alla multinazionale estrattiva Rio Tinto. A fronte di questa notizia è sorto un movimento di protesta, per affermare il diritto del popolo apache alla difesa della terra e del suo patrimonio culturale e religioso.”

Fonte immagine: The Guardian

La seconda notizia ci porta invece in Australia: qui “durante i lavori di ampliamento della miniera di ferro di Marandoo, di proprietà della Rio Tinto Group, è stato distrutto un sito che gli aborigeni considerano sacro, le grotte nella gola di Juukan. In queste grotte diversi scavi hanno rinvenuto manufatti risalenti a 28.000 anni fa, tra cui strumenti, oggetti sacri e una ciocca di capelli umani intrecciati di 4.000 anni fa, dimostrando l’esistenza degli antenati diretti degli attuali custodi della zona, il popolo Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (Pkkp). Per capire la dimensione del danno culturale, basta riferirsi alla dichiarazione dell’Unesco, secondo cui «la distruzione archeologica nella gola di Juukan è paragonabile alle statue dei Buddha Bamiyan buttate giù dai talebani in Afghanistan o all’annientamento della città siriana di Palmira voluto dall’Isis».”

Non mi è difficile accostare a queste notizie le parole poste all’inizio di Querida Amazonia, l’esortazione apostolica dell’attuale papa: “Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste”. Che bello se Jakob Stausholm, CEO della Rio Tinto Group, facesse sue queste parole (e tanti altri con lui…)