C’è una parola italiana che usiamo ogni giorno senza pensarci: Persona. Viene dal latino, che la prese dal greco prosopon: la maschera dell’attore teatrale.
Etimologicamente, dunque, ogni volta che diciamo “persona” stiamo dicendo “maschera”. Non è una curiosità da dizionario: è una domanda aperta su chi siamo, nascosta dentro una parola che pronunciamo mille volte al giorno senza accorgercene.
Il quinto personaggio presentato da Jovanotti nella canzone Buon Sangue è una donna di Bretagna che faceva l’attrice. O meglio: che faceva l’attore, perché solo i maschi potevano salire sul palco. Così si travestiva da uomo, e da lì dentro interpretava tutto — il cardinale, la puttana, il mendicante, la musa. Maschere sopra una maschera. Un corpo già negato dalla norma sociale che diventava il luogo di una libertà clandestina e straordinaria.
E da lei, Jovanotti dice di aver imparato che l’identità ha una maschera, e che la maschera dà libertà.
È un paradosso, e il video qui sopra vi entra lentamente. Prima o dopo averlo visto ecco alcune domande che il testo mi ha lasciato in mano.
Indossate maschere diverse a seconda dei contesti? Con i genitori, con gli amici, con i professori, sui social — siete la stessa persona? Se no, quale di questi “voi” è quello vero? O sono tutti ugualmente autentici, e la domanda stessa è mal posta?
Vi è mai capitato di sentirvi più liberi recitando una parte? In uno spettacolo scolastico, in un gioco di ruolo, in un profilo anonimo online — c’è stato un momento in cui la finzione vi ha permesso di dire una verità che da “voi stessi” non riuscivate a dire? Come funziona questo meccanismo?
Esiste un volto definitivo sotto tutte le maschere, oppure siamo fatti solo di strati? La visione tradizionale dice che c’è un nucleo stabile da scoprire, togliendo via le sovrastrutture. Quella contemporanea dice che l’identità non si scopre ma si costruisce, ogni giorno, attraverso le scelte e i ruoli che si assumono. Dove vi collocate? E soprattutto — la risposta cambia a seconda del giorno?Camminare di fianco a se stessi: liberazione o alienazione? Jovanotti usa questa immagine con leggerezza, ma è un’immagine inquieta. Jekyll e Hyde, Dorian Gray, il sosia di Dostoevskij: la letteratura è piena di personaggi che si separano da se stessi e non riescono più a tornare. Cosa fa la differenza tra l’esplorazione e la perdita?
Siete cambiati, negli ultimi anni? Siete diventati più voi stessi o qualcuno di diverso? E cosa rimane stabile, attraverso tutto il cambiamento? C’è qualcosa che non si è mai spostato, anche quando tutto il resto si muoveva?
L’attrice bretone interpreta il cardinale e la puttana con la stessa intensità. Non giudica dall’esterno: li abita dall’interno, ne sente il peso e le ragioni. È forse la risposta più antica al problema di Babele — non imparare le parole dell’altro, ma imparare a essere l’altro, almeno per il tempo di una rappresentazione.
Jovanotti non dice che bisogna trovare in fretta un’identità stabile e smettere di cambiare. Dice che cambiare è un’arte. Che la maschera può essere uno strumento, non una prigione. Con una sola avvertenza implicita, nascosta nell’ultimo verso: anche mentre si cammina di fianco, bisogna sapere di chi si è il fianco.
Dalila e Giuditta (e Cleopatra)
Jovanotti poteva darglielo, un nome. Poteva dire Cleopatra, poteva fare il gesto colto e preciso. Invece no: nella canzone Buon sangue c’è una figura nella canzone che non ha nome. La lascia nell’ombra, alta un metro e dieci, e la chiama semplicemente “una mia ava”. Una donna piccola, piena di calore, che ha frequentato romani, galli, egizi e greci. Che ha sottomesso persino un imperatore.
E che da lì, da quella vita ai margini della storia ufficiale, gli ha insegnato qualcosa.
Nella quarta figura di Buon Sangue, Jovanotti fa un’operazione culturale più sottile di quanto sembri a prima lettura. Non sta parlando di seduzione nel senso deteriore del termine, ma di arte — usa proprio questa parola: “l’arte buona di dare piacere”. E l’arte si impara, si pratica, richiede attenzione all’altro. Non è furbizia, non è manipolazione. È una forma di intelligenza emotiva che la storia ha faticato a riconoscere come tale, soprattutto quando era esercitata da chi non aveva accesso ai canali ufficiali del potere.
Nel video questa figura viene affiancata ad altre due: Dalila e Giuditta. Storie lontanissime tra loro nel tono e nell’esito, eppure legate da un filo comune. Tutte e tre agiscono in un mondo che non le riconosce come protagoniste e riescono a determinare il corso degli eventi in modo decisivo attraverso strumenti che la cultura dominante ha sminuito o demonizzato.
Al solito, lascio qui alcune domande che il testo ha suscitato.
Esistono davvero diversi tipi di potere? Quello che si esercita con la forza, con il denaro, con il titolo — e quello che si esercita con la relazione, con l’empatia, con la capacità di far sentire l’altro visto e desiderato. Nella vostra vita quotidiana, quale riconoscete più spesso? Quale vi sembra più efficace? E quale, onestamente, vi sembra più giusto?
Perché le donne che hanno esercitato un grande potere vengono ancora oggi giudicate diversamente? Cleopatra è intelligenza politica o femme fatale? Dalila è una traditrice o una donna usata da un sistema più grande di lei? Giuditta è un’eroina nazionale o un’assassina a sangue freddo? Cambierebbe qualcosa nel vostro giudizio se al posto suo ci fosse un uomo che usa l’astuzia per eliminare un nemico?
Sansone sapeva che Dalila lo stava tradendo, eppure parla. Come si interpreta questo? È debolezza, è amore, è il bisogno irresistibile di essere davvero conosciuti da qualcuno — anche a costo di distruggersi?
Dare piacere è un gesto di forza o di debolezza? Non necessariamente in senso romantico: nella vita di ogni giorno, chi dedica attenzione agli altri, chi cura le relazioni, chi sa ascoltare — viene valorizzato o viene dato per scontato? La nostra cultura premia di più chi prende o chi dà?
E infine, la domanda che il video lascia sospesa nell’aria: come guardiamo i corpi, oggi? Sui social, nella pubblicità, nei film — chi decide come devono apparire? C’è differenza tra un corpo che si presenta come soggetto attivo e uno ridotto a superficie su cui gli altri proiettano i propri sguardi? Sapete riconoscere la differenza, quando la incontrate?
L’ava di Jovanotti non è sulle enciclopedie. Non ha vinto battaglie con le armi, non ha firmato trattati, non ha lasciato monumenti con il suo nome inciso sopra. Eppure è nella genealogia. È tra gli antenati illustri. Forse è proprio questo il punto più silenzioso e più sovversivo dell’intera strofa: decidere da chi discendere. Scegliere chi mettere nella propria storia.
Un vocabolario per esseri umani
Un operaio. Un cantiere enorme, rumoroso, confuso. Le lingue che si moltiplicano intorno a lui finché non riesce più a capire nessuno. E lui — invece di arrendersi, invece di andarsene, invece di imprecare — prende i soldi del salario e compra un vocabolario. È un manovale che posa mattoni senza conoscere il progetto complessivo, e che davanti all’incomprensione reagisce con il gesto più umile e più ostinato che esista: decide di studiare.
Jovanotti, nella terza figura della canzone Buon Sangue, entra nel racconto della Torre di Babele — undici versetti scarsi nel libro della Genesi, densissimi di cose non dette — e fa la stessa operazione che aveva fatto con Caino: si ferma davanti a ciò che il testo non spiega.
Perché Dio confonde le lingue? Il testo non dice che gli uomini erano superbi, né che il progetto fosse sbagliato. Dice solo, con una franchezza quasi inquietante, che se li avesse lasciati fare “non sarebbe stato loro impossibile nulla”. Come se la diversità non fosse una punizione, ma una condizione necessaria. Come se capirsi del tutto, da sempre, non fosse il destino degli esseri umani.
E il manovale lo sa. Lo sa mattone su mattone, lo sa nel silenzio del cantiere che si è fatto straniero. Eppure compra il vocabolario.
Il video di questa settimana entra lentamente in questo spazio — tra la torre incompiuta e il dizionario aperto — e porta con sé alcune domande che vale la pena tenere in mente anche prima di guardarlo.
Quando qualcuno non ci capisce, qual è il nostro primo istinto? Ci allontaniamo, o cerhiamo un altro modo per farci comprendere? E quante volte, in una discussione, il problema non era la cattiveria ma semplicemente il fatto che la stessa parola significava cose diverse per due persone diverse?
Conoscere le parole di qualcuno significa capirlo? Un vocabolario cataloga termini, non persone. Le persone mentono, cambiano umore, si contraddicono, crescono. C’è sempre uno scarto tra la definizione e l’incontro reale. Quando abbiamo scoperto che qualcuno che pensavamo di conoscere era molto diverso da come lo immaginavamo, cosa è cambiato?
È necessario vedere il grande progetto per dare un contributo? Il manovale non sa dove arriverà la torre. Posa mattoni. A volte la visione d’insieme paralizza, mentre la concretezza del passo successivo permette di andare avanti. Nella nostra esperienza — a scuola, in squadra, in famiglia — abbiamo mai lavorato bene a qualcosa senza capirne fino in fondo il senso complessivo?
I social network ci hanno avvicinati o allontanati? Abbiamo più strumenti che mai per comunicare. Parliamo di più, scriviamo di più, mandiamo emoji per colmare i silenzi. Eppure. Eppure capire gli altri sembra ancora, stranamente, complicato. Cosa manca?
E infine, la domanda che il video lascia aperta senza risponderci: è possibile conoscere davvero una persona? O c’è sempre una parte — anche in chi amiamo da anni — che resta inaccessibile, misteriosa, irriducibile a qualsiasi parola?
Il rabbino della storiella che cito nel video dice che la vera alba non è quando si distingue un albero da un altro, ma quando si guarda il volto di una persona qualunque e si riconosce un fratello o una sorella. Fino a quel momento, dice, è ancora notte nel tuo cuore.
Il manovale di Babele ha comprato il vocabolario. Il dizionario è passato di mano in mano fino a oggi.
È ancora notte, o stiamo imparando ad albeggiare?
Perché preferì lui? Caino ci interroga
C’è una domanda che non ha risposta. Non perché nessuno l’abbia cercata — secoli di teologi, filosofi e poeti ci hanno provato — ma perché il testo che la contiene, il quarto capitolo della Genesi, si rifiuta deliberatamente di rispondere. Dio gradisce l’offerta di Abele. Non gradisce quella di Caino. E non dice perché.
Jovanotti, in poche strofe di Buon Sangue, fa una cosa semplice e spiazzante: invece di prendere la versione comoda — Caino il cattivo, Abele il buono, morale della favola — torna al testo nudo e si ferma davanti a quel silenzio. E da quel silenzio tira fuori non una risposta, ma una domanda ancora più bruciante. “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?” Insanguinava. Non tormentava, non turbava. Insanguinava. Una ferita aperta, non un pensiero.
Il video su questo secondo personaggio entra lentamente in questo territorio. E lo fa con alcune domande che vorrei lasciare qui prima di guardarlo, perché potrebbe essere un esercizione interessante arrivarci già un po’ “inquieti”.
Vi è mai capitato di non ottenere qualcosa — un riconoscimento, un’opportunità, un po’ di attenzione — senza una ragione apparente? Non una sconfitta spiegabile, non un errore vostro: semplicemente, qualcuno accanto a voi ha ricevuto quello che voi non avete ricevuto. Come ci si convive? Si trova una spiegazione, oppure si impara a stare dentro l’interrogativo?
Conoscete qualcuno — nella letteratura, nella storia, nella vostra vita — che ha reagito al senso di essere “meno amati” con violenza? Verso gli altri, o verso se stesso. E soprattutto: quella violenza è arrivata dal nulla, o è arrivata dopo un dolore preciso?
È possibile fare domande arrabbiate alla vita, al destino, a Dio — senza per questo smettere di sperare? C’è differenza tra la protesta e la disperazione? Dove passa il confine?
E poi c’è la svolta più difficile, quella su cui il video si sofferma più a lungo: Jovanotti dice che nei momenti più bui, Caino sentiva di essere il più amato. Non lo sapeva. Lo sentiva. Cosa distingue la speranza dalla certezza? E quando avete sperato qualcosa senza poterlo dimostrare, cos’è che vi ha tenuti in piedi?
Infine, la domanda forse più destabilizzante di tutte: le persone possono davvero cambiare dopo aver fatto qualcosa di grave? Il senso di colpa è una prigione o può diventare una porta? E il perdono — quando arriva — a chi serve di più: a chi lo riceve o a chi lo dà?
Jovanotti sceglie Caino come antenato illustre. Non nonostante quello che ha fatto, ma insieme a quello che ha fatto. È un’affermazione difficile da accettare. Ed è esattamente per questo che vale la pena fermarsi.
Il cuoco di Ulisse
La canzone Buon sangue di Jovanotti comincia con una frase apparentemente assurda: “Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse.”
Non Ulisse. Non Circe. Nemmeno uno dei marinai che legarono il capitano all’albero maestro per resistere alle Sirene. Il cuoco. Quello che preparava pranzi e cene, invisibile com’è invisibile chi nutre gli eroi senza diventarlo mai.
Eppure è proprio lui — addormentatosi di guardia, senza cera nelle orecchie, per puro caso — ad ascoltare quel canto misterioso. E a dimenticarlo. E a portarselo dentro per sempre senza saperlo.
Nel video qui sopra ho cercato di attraversare insieme il paradosso meraviglioso che Jovanotti costruisce: un antieroe che entra nell’epica dalla porta di servizio e ci insegna qualcosa che Ulisse, con tutto il suo ingegno, non avrebbe potuto insegnarci.
Il testo mi ha lasciato in mano una serie di domande scomode. Del tipo che non si chiudono facilmente. Del tipo che tornano.
Siamo troppo bravi a mettere la cera nelle orecchie? Filtri, notifiche disattivate, bolle algoritmiche: ci proteggiamo dall’ignoto con una precisione che i marinai di Omero si sognerebbero. Ma cosa stiamo perdendo, mentre siamo così occupati a non disturbarci?
Chi è il cuoco nella nostra storia? A scuola, in famiglia, nella squadra in cui giochiamo o lavoriamo — c’è sempre qualcuno che non finisce nelle foto di gruppo ma senza cui tutto si fermerebbe. Lo riconosciamo? L’abbiamo mai ringraziato?
Vivere come in un sogno: liberazione o fuga? Jovanotti dice di aver imparato dal cuoco a trattare la realtà come un sogno. È un invito alla leggerezza o un rischio di perdere il contatto con ciò che fa male e che va cambiato?
Abbiamo un ricordo dimenticato che ci ha cambiato? Un concerto, un viaggio, un incontro: magari non ne ricordiamo quasi nulla, eppure sentiamo che dopo non eravamo più le stesse persone. Com’è possibile essere stati trasformati da qualcosa che non sappiamo nemmeno di ricordare?
Perché “parente”? Jovanotti poteva dire “ho sentito la storia”, “mi hanno raccontato”. Invece dice parente. Scegliere come antenato qualcuno che non ha fatto grandi imprese, ma ha semplicemente saputo restare aperto all’assoluto — non è forse il gesto più radicale del pezzo?
Queste sono le domande che il video prova ad aprire, senza la pretesa di chiuderle. Perché certe cose, come il canto delle Sirene, non si spiegano: si ascoltano, si dimenticano, e restano.
Chi sei tu?
“Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder: Chi sei tu?”. Iniziava così un post di 13 anni fa su questo blog (il prossimo anno oradireli festeggerà i 20 anni di esistenza…)!
Il mondo di Sofia è uno di quei libri che certi lettori portano con sé per anni, non sugli scaffali ma addosso, letteralmente. E quella domanda, semplice e impossibile insieme, è il punto da cui parte il nuovo ciclo di video di cui trovate il primo qui sopra e che rimette abbondantemente mano a quei pezzi di parecchi anni fa. Il testo è molto rimaneggiato e ampliato.
Gaarder pone quella domanda a una ragazzina davanti a uno specchio. Sofia Amundsen fissa il proprio riflesso, dice “tu sei me”, capovolge la frase — “io sono te” — e non riceve risposta. Si rende conto di non aver scelto nulla di essenziale: non il nome, non il naso troppo piccolo, non i capelli neri che pendono diritti come spaghetti e su cui la lacca non attacca. Non ha scelto nemmeno di essere umana. Eppure è lei. Inequivocabilmente, irriducibilmente lei.
È uno dei momenti più onesti che la letteratura abbia dedicato alla domanda sull’identità: niente risposte solenni, solo una bambina sconcertata che alla fine decide di andare in giardino.
Quel brano ho deciso di collegarlo a una canzone che sembrava aspettare esattamente quella domanda per avere senso. Si tratta di Buon Sangue di Jovanotti, dall’album omonimo del 2005.
Il concetto di fondo, a prima vista, è quasi disarmante nella sua semplicità: siamo tutti poco originali. Abbiamo preso un po’ da tutti — dai parenti vicini, da quelli lontani, da quelli così lontani nel tempo di cui non sappiamo nemmeno i nomi. Siamo un impasto di voci, di facce, di gesti ereditati. Un archivio ambulante di chi ci ha preceduto.
Eppure — ed è qui che la canzone si complica nel senso migliore — c’è qualcosa che non si ripete. “Niente accade due volte”, canta Jovanotti verso la fine. Quella combinazione specifica di eredità, quel particolare incrocio di storie, non è mai esistita prima e non esisterà mai più.
Visto da questa angolazione, Buon Sangue suona come una lunga risposta alla domanda che Sofia non riesce a chiudere davanti allo specchio. Chi sei tu? Sei il risultato di tutto ciò che ti ha preceduto — e insieme qualcosa che accade una volta sola.
Nelle prossime puntate il testo verrà affrontato per piccoli pezzi, con calma, come merita. Ogni frammento nasconde più di quanto sembri a una prima lettura.
Il volto dell’altro mi interpella: la rivoluzione di Emmanuel Levinas
Riceviamo un messaggio. Una chiamata che non vorremmo mai ricevere. All’improvviso, il mondo si ferma. Restiamo lì, senza parole, con quel vuoto nello stomaco che non avevamo previsto. È quello schiaffo gelato della realtà che fa irruzione nella nostra giornata senza chiedere il permesso.
Di solito, siamo abituati a pensare alla morte come a un “problema” da gestire. Un lutto da superare, una paura da razionalizzare, un evento per cui, in qualche modo, dobbiamo farci trovare pronti. Ma c’è qualcuno che ha completamente capovolto questo approccio. Il filosofo Emmanuel Levinas ha ribaltato secoli di pensiero suggerendo una verità scomoda quanto potente: la morte non riguarda il nostro “Io”, ma è il momento in cui scopriamo che senza gli altri non siamo nulla.
La morte non è un esame: Il potere della passività
Viviamo nell’era della performance totale. Se vogliamo i muscoli, andiamo in palestra. Se vogliamo il voto, ci chiudiamo in camera a studiare. Siamo drogati di controllo: pensiamo che con l’impegno e il “mindset” giusto si possa hackerare ogni sfida. Ma la morte rompe il gioco.
Levinas è categorico: la morte è l’unica cosa per cui non esiste un tutorial su YouTube o un allenamento intensivo. Non è una partita che possiamo vincere e non è un esame per cui possiamo fare notte fonda sui libri. Semplicemente perché, quando la morte arriva, noi non ci siamo più per “viverla”. Di fronte ad essa, la nostra condizione è di passività assoluta. Siamo totalmente indifesi.
Questa idea di essere “indifesi”, che per la cultura dei “vincenti” suona come una condanna, per Levinas è una liberazione radicale. Se non possiamo prepararci, significa che finalmente ci è concesso di essere imperfetti. Ci toglie di dosso l’ansia di dover essere sempre all’altezza. La morte ci restituisce la nostra verità più profonda: siamo fragili. E va bene così.
Oltre l’eroe solitario: Perché Heidegger aveva torto
Prima di Levinas, il filosofo Martin Heidegger aveva costruito una teoria affascinante: la morte è come un timer. Se sappiamo di avere solo un’ora per finire un compito, ci concentriamo, eliminiamo le distrazioni e diamo il massimo. Per Heidegger, pensare alla propria fine ci rende “autentici”.
Levinas, però, sente puzza di bruciato. Secondo lui, questa visione trasforma la morte in uno strumento per migliorare noi stessi, rendendoci degli “atleti del proprio Io”. Se usiamo la prospettiva della morte solo per dare un senso alla nostra vita, stiamo ancora pensando solo a noi stessi. Gli altri, in questa visione, diventano solo distrazioni che ci allontanano dal nostro compito individuale.
Per Levinas, invece, la crisi — quella vera — ci insegna che non siamo eroi solitari. Quando stiamo male davvero, non cerchiamo la nostra “autenticità”, cerchiamo una mano da stringere. Cercare aiuto non è debolezza: è la prova che esistiamo solo in relazione a qualcuno.
| Archetipo | Morte per Me (Heidegger) | Morte per l’Altro (Levinas) |
| Il Protagonista | L’Atleta del proprio Io | Il Custode dell’Altro |
| L’Immagine Chiave | Il timer che scorre | La mano tesa nel buio |
| L’Obiettivo | Autenticità personale | Responsabilità e cura |
| Il Senso è… | Una sfida individuale | Una questione di legami |
Il segreto è nel “Volto”: La chiamata all’azione più profonda
Se la morte non è uno specchio per guardare noi stessi, a cosa serve? Serve a sintonizzarci su una frequenza diversa: quella del “Volto dell’Altro”.
Attenzione: per Levinas il “Volto” non sono gli occhi azzurri o la forma del naso. È la vulnerabilità pura che emana da un’altra persona. Pensiamo a un compagno di classe seduto da solo in corridoio, con lo sguardo fisso nel vuoto o le lacrime agli occhi. In quel momento, il suo volto ci lancia un segnale che non ha bisogno di parole. È un appello che precede i nostri desideri, i nostri piani, persino le leggi dello Stato. “Non abbandonarmi. Non farmi del male.”
Questo grido silenzioso è la base della morale. Non abbiamo bisogno di un contratto per sapere che dobbiamo fermarci. Quando vediamo la fragilità di un altro, sentiamo una spinta interna che ci dice che la nostra vita è legata a doppio filo alla sua.
La responsabilità non è un contratto: la regola della non-reciprocità
Qui arriviamo al punto più difficile da digerire per noi, figli della “Generazione Like”. Viviamo in un mondo basato sullo scambio: “Ti seguo se mi segui”, “Ti aiuto se poi mi passi i compiti”. È la logica del do ut des.
Levinas spacca questo meccanismo con il concetto di responsabilità asimmetrica. Per lui, la responsabilità verso l’altro non aspetta il contraccambio. Non c’è una ricevuta, non c’è il “cash back”. Siamo responsabili dell’altro anche se lui non ci ringrazia, anche se non ci ricambia il favore, anche se non farà mai lo stesso per noi. È un superpotere etico: la capacità di prendersi cura di qualcuno senza aspettarsi nulla, semplicemente perché quel “Volto” ce lo ha chiesto con la sua sola esistenza.
Conclusione: un nuovo modo di guardare chi ci sta accanto
Il messaggio di Levinas è una rivoluzione dello sguardo. La morte non è lo specchio in cui ammirare quanto siamo stati bravi ad affrontare il destino, ma una finestra spalancata sulla fragilità di chi ci circonda.
Siamo creature che non bastano a se stesse, e questa è la nostra bellezza. Come cambierebbe la nostra giornata se, in ogni persona che incontriamo — dal professore che sembra avere tutto sotto controllo al compagno di banco più silenzioso — vedessimo quel volto che ci supplica di non essere lasciato solo?
La prossima volta che sentiamo quel vuoto di fronte alla sofferenza di qualcuno, non scappiamo. Quel silenzio non è assenza di parole: è l’inizio della nostra responsabilità. Siamo tutti fragili, e proprio per questo, siamo tutti infinitamente preziosi.
Il senso della vita tra scelte autentiche, “guastafeste” e massi da spingere: tre filosofi a confronto
Vi siete mai chiesti che valore abbiano le vostre scelte quotidiane, o vi siete mai sentiti schiacciati da una routine che sembra non portare a nulla? Ho preparato una nuova serie di tre video in cui esploriamo le risposte di tre giganti del Novecento: Heidegger, Sartre e Camus. Ognuno di loro ci offre una prospettiva radicalmente diversa per guardare alla nostra esistenza, mettendoci faccia a faccia con il limite più grande dell’uomo.
Nel primo video ci immergiamo nel pensiero di Martin Heidegger: e se la consapevolezza della nostra fine fosse, paradossalmente, l’unico “strumento” in grado di dare vero valore al nostro tempo? Scopriamo come smettere di fuggire nella comoda ma banale “mentalità di massa” per iniziare a progettare la nostra vita in modo davvero unico e autentico.
Nel secondo video le carte in tavola cambiano completamente con Jean-Paul Sartre. E se la fine non ci insegnasse assolutamente nulla, ma fosse solo un assurdo “incidente” improvviso che rovina i nostri progetti sul più bello? Sartre ci fa riflettere su cosa succede alla nostra identità quando diventiamo “preda” dei giudizi altrui, suggerendoci una soluzione inaspettata: divorare la vita accumulando il maggior numero di esperienze possibili, proprio come davanti a un buffet che sta per chiudere.
Infine, nel terzo video, affrontiamo il silenzio irragionevole del mondo con Albert Camus. Avete mai avuto l’impressione che la vita sia una fatica infinita, come quella di Sisifo condannato a spingere in eterno un masso su una montagna per poi vederlo rotolare giù? Camus ci svela perché l’unica via d’uscita onesta non è la resa, ma la “Rivolta” appassionata e la solidarietà, insegnandoci a trovare la felicità anche nell’Assurdo.
Quale di queste visioni vi rappresenta di più? Siete guidati dalla qualità delle vostre scelte, dalla quantità delle vostre avventure o dalla pura e semplice ribellione?
Personalmente la strada su cui mi trovo più a mio agio è quella del video che a breve pubblicherò… (spoiler: quella tracciata da Emmanuel Levinas).
Canale Youtube
Senza troppa convinzione ho deciso di aprire un canale su youtube. Il motivo? Anzi, i motivi?
- Tenere insieme i video che produco: mettendoli solo sulla piattaforma Google Classroom delle mie classi rischio di perderli di vista, e se dovessi cambiare scuola perderei tutto il lavoro o dovrei procedere con un pesante download.
- Approfondire aspetti che in classe riesco solo ad accennare e che sono fruibili in modo migliore con un ascolto personale e attento.
- Dare la possibilità di riascoltare alcuni contenuti (soprattutto quelli più legati all’attualità).
- Dare spazio alle curiosità o alle risposte a domande di alcune studentesse e alcuni studenti: c’è chi si appassiona ad aspetti che per altri sono marginali.
- In classe non si hanno a disposizione i sottotitoli, né si può regolare la velocità della mia parlantina (individualmente intendo)
- Mi piace l’idea di mixare i contenuti: chi è in prima ed è curioso può visionare un video pensato per le classi del triennio. Chi è in quinta può fare un viaggio nel passato
- Qualche ex-alunna/o mi scrive “prof, mi mancano le sue lezioni”: ok, non è la stessa cosa, ma “alc al è alc” (qualcosa è qualcosa).
Lo scopo quindi non è la divulgazione, infatti i commenti sono disattivati: non sono interessato a cosa pensi la rete di quei video, né ho il tempo per gestire l’interazione con utenti sconosciuti. Sto preparando una piccola sigletta iniziale e una schermata finale. A breve le integrerò.
Il primo video che ho caricato riguarda l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale in guerra: destinatarie sono soprattutto le classi del triennio, in particolare quarte e quinte. La tecnologia sta riscrivendo le regole del conflitto umano. Siamo a marzo 2026 e l’operazione militare appena lanciata in Medio Oriente ci svela una realtà inquietante: la guerra non si combatte più solo con i missili, ma con gli algoritmi. Al centro di questa rivoluzione c’è un triangolo di tensioni: i campi di battaglia in Iran, i server blindati della Silicon Valley e il Pentagono a Washington. Nel video esploro come l’Intelligenza Artificiale sia diventata l’arma più potente e invisibile dei nostri giorni e come, nel tentativo di vincere una guerra veloce, l’Occidente stia rischiando di perdere la propria bussola etica. I confini tra silicio, guerra e decisioni morali sono ormai completamente sfumati.
La presentazione è stata graficamente creata con NotebookLM.
Le fonti principali alcuni recenti articoli del Corriere della Sera, La Stampa e Il Post, ma soprattutto l’episodio 122 del podcast Fuori da qui di Simone Pieranni:
Mie letture degli ultimi anni su questo tema:
– Max Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, 2018
– Federico Rampini, L’età del caos, Mondadori, 2015
– Vittorino Andreoli, L’uomo col cervello in tasca, Solferino, 2019
– Rivista Rocca
– Rivista La Civiltà Cattolica
– Alessandro Baricco, The game, Einaudi, 2018
– Luca Grion, Chi ha paura del post-umano? Vademecum dell’uomo 2.0, Mimesis, 2021
– Anthony Elliott, La cultura dell’intelligenza artificiale. Vita quotidiana e rivoluzione digitale, Codice Edizioni, 2021
– Nello Cristianini, La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano, Il Mulino, 2023
– Nello Cristianini, Machina sapiens. L’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza, Il Mulino, 2024
– Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, Il Mulino, 2021
– Chiara Valerio, La tecnologia è religione, Einaudi, 2023
– Pero Dominici, Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato, Franco Angeli, 2023
– Bertola – Quintarelli, Internet fatta a pezzi. Sovranità digitale, nazionalismi e big tech, Bollati Boringhieri, 2023
– Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, Raffaele Cortina, 2022
– Byung-Chul Han, Infocrazia, Einaudi, 2023
– Silvia Bonino, Altruisti per natura. Alle radici della socialità positiva, Laterza, 2012
– Sherry Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Einaudi, 2012
– Paolo Benanti, The Cyborg: corpo e corporeità nell’epoca del post-umano, Cittadella, 2012
– Paolo Benanti, La condizione tecno-umana, Edb, 2016
– Leonardo Paris, Teologia e neuroscienze. Una sfoda possibile, Queriniana, 2017
– Miguel Benasayag, Il cervello aumentato, l’uomo diminuito, Erickson, 2016
– Franklin Foer, I nuovi poteri forti. Come Google, Apple, Facebook e Amazon pensano per noi, Longanesi, 2018
– Cathy O’Neil, Armi di distruzione matematica. Come i big data aumentano la disuguaglianza e minacciano la democrazia, Bompiani, 2017 (ebook)
– Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, 2023 (ebook)
– Guillaume Pitron, Inferno digitale. Perché internet, smartphone e social network stanno distruggendo il nostro pianeta, Luiss, 2022 (ebook)
– Lorenzo Cappannari, Futuri possibili. Come il metaverso e le nuove tecnologie cambieranno la nostra vita, Giunti, 2022 (ebook)
– Federico Faggin. Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza, Mondadori, 2020 (ebook)
– Floridi – Cabitza, Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine, Bompiani, 2021 (ebook)
– Di Meglio – Ferrari, Big Data (Echi), Treccani, 2021 (ebook)
– Brittany Kaiser, La dittatura dei dati, Harper Collins, 2019 (ebook)
Vietato scrivere per le donne afghane

Oggi su Avvenire è comparso un articolo di Khadija Haidari, scritto in collaborazione con la testata Zan Times: argomento? In Afghanistan i testi scritti da donne sono stati proibiti nelle università, nelle librerie, nelle scuole. Per alcune di loro scrivere è diventato un gesto di testimonianza e di resistenza al regime talebano.
“Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, è stato vietato sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».
Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre 30 anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».
Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha 37 anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda -. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.
Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, 25 anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.
Suraya, un’insegnante di 34 anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, 34 anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, stampare un libro da donna è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso».”
L’antipolitica come stimolo a ricostruire dal basso

Ero indeciso se pubblicare o meno l’articolo che segue. E’ lungo, di non facile lettura, di scarso interesse per studentesse e studenti liceali, è tradotto in modo automatico (mi scuso già per refusi o errori). A questo punto ho perso il 95% dei lettori. L’ho scoperto attraverso la puntata “La politica quantistica” del podcast “Fuori da qui” di Simone Pieranni. E’ a firma dello scrittore e storico Anton Cebalo e compare su Noemamag (a cura del Berggruen Institute, una rete globale di pensatori che elaborano soluzioni sistemiche alle sfide globali). Ho deciso di pubblicarlo perché per me è stato un piacere per la mente leggerlo. Tutto qui, e appuntarlo sul blog significa aver la possibilità di recuperarlo facilmente.
L’articolo analizza l’attuale crisi della democrazia, in particolare statunitense, non come un problema ideologico, ma come un diffuso fervore antipolitico causato dal crollo dell’appartenenza sociale. Storicamente, partiti e istituzioni erano radicati in comunità solide (chiese, sindacati, vita locale); oggi, il declino di questi legami ha lasciato il posto a un “vuoto” governato da élite isolate e “cartellizzate”. Questo sentimento, amplificato da Internet e dalla sfiducia verso la mediazione tradizionale, trasforma il cinismo in “rabbia perseguibile”, portando al successo di outsider populisti che però faticano a mantenere la legittimità una volta al potere. Attraverso parallelismi storici — dalle crisi post-belliche di Gramsci all’antipolitica dei dissidenti dell’Est Europa — Cebalo suggerisce che l’attuale opposizione al “leviatano democratico” sia un sintomo di una trasformazione profonda. La sfida futura non sarà tornare al passato, ma ricostruire una società civile dal basso che renda i cittadini nuovamente visibili e partecipi.
Ma ecco l’articolo intero.
UN NUOVO FERVORE ANTIPOLITICO
Come il crollo dell’appartenenza politica sta rimodellando la democrazia.
“Si dice che viviamo in una crisi della democrazia, ma sarebbe più corretto dire che viviamo in una crisi della politica. In tutto il mondo, e soprattutto in Occidente, si è diffuso un clima antipolitico.
La fiducia in diverse istituzioni nazionali chiave è ai minimi storici negli Stati Uniti. Per molti elettori, gli outsider politici sono più convincenti dei politici esperti. La rabbia verso le élite è comune con l’aumento della disuguaglianza di reddito. Il clima sociale sta diventando più solitario e logoro. La vita comunitaria ha sofferto, peggiorata dall’uso di Internet. Ci fidiamo meno gli uni degli altri e siamo più ansiosi e pessimisti riguardo al futuro.
Per gran parte del XX secolo, la politica e persino i partiti politici erano visti da molti come una casa fuori casa, rafforzata da solide basi sociali di sostegno. Sindacati, chiese, organizzazioni civiche e la vita della comunità locale ne costituivano il fondamento. Questo radicamento creava sia una stabilità gestibile per lo Stato, sia un significato per le persone.
Da allora, questi luoghi di appartenenza sono andati in declino, e così anche la politica come casa. Ciò che è emerso in risposta è un pubblico disorientato e diffidente. Storicamente, periodi di transizione di grande disgregazione economica e sociale come il nostro sono anche periodi di accresciuti sentimenti antipolitici. Le persone comuni diventano distaccate e persino sospettose nei confronti dei loro rappresentanti pubblici.
Ciò che rende straordinaria la situazione odierna è la forza con cui i sentimenti antipolitici sono cresciuti contemporaneamente in molti paesi diversi. Recenti sondaggi mostrano un’insoddisfazione nei confronti della democrazia in 12 delle principali nazioni ad alto reddito, con una mediana del 64%, un livello record. Queste tendenze si estendono ben oltre il mondo occidentale. Il 2025 ha visto rivolte senza precedenti in Asia, motivate da un forte senso di disgusto verso i politici e il nepotismo. Una rabbia simile ha alimentato proteste in Kenya, Marocco, Madagascar e altrove in Africa.
I politici e le élite si ritrovano ora a “governare il vuoto”, per usare le parole del teorico politico Peter Mair.
Al giorno d’oggi, i sentimenti antipolitici tendono a manifestarsi a macchia d’olio. Solitamente online, i movimenti prendono rapidamente forma, si organizzano e spesso si dissolvono con la stessa rapidità con cui sono apparsi. Uniti dalla comune sfiducia nella classe politica, le proteste del 15-M in Spagna, Occupy Wall Street e la Primavera Araba sono stati alcuni dei primi movimenti a macchia d’olio basati principalmente su Internet negli anni 2010. “Né-né” e “Abbasso la dittatura partitocratica” erano slogan comuni degli indignados in Spagna nel 2011.
Più di recente, i Gilet Gialli si sono formati in Francia nel 2018 come un gruppo decentralizzato contro lo Stato. Questi gruppi hanno persino rovesciato governi, come in Armenia nel 2018, in Bangladesh nel 2024 e in Nepal nel 2025. Anche candidati esterni hanno abbracciato il clima antipolitico per salire al potere, con risultati alterni.
Nell’ultimo decennio, la destra populista ha avuto più successo sfruttando il clima antipolitico. Ma l’antipolitica è un’energia pubblica grezza, svincolata da alcuna ideologia politica. Sta ridefinendo l’intero scenario politico. L’antipolitica, come scrisse l’editorialista del New York Times David Brooks nel 2016, è davvero il “cancro dominante del nostro tempo”? O è piuttosto la risposta immunitaria della società contro i fallimenti dello Stato, sintomo di una trasformazione più profonda?
Sebbene periodi di fervore antipolitico abbiano preso piede con altrettanta forza in passato, la nostra situazione odierna è unica. Ci sono due momenti storici che possono aiutarci a comprendere le motivazioni dell’attuale frustrazione e a distinguerla. Attraverso questa cornice, possiamo contestualizzare meglio il caso degli Stati Uniti e anche comprendere quale futuro potrebbe derivarne.
L’antipolitica è un veicolo di malcontento, uno spirito reale ma disorganizzato del nostro tempo, e la sua destinazione è una questione aperta.
Dopo la prima guerra mondiale
Mentre era detenuto in una prigione italiana dai fascisti negli anni ‘30, il filosofo e politico Antonio Gramsci scrisse che “a un certo punto della loro vita storica, le classi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali”.
Quando le élite al potere perdono il loro consenso, ha continuato, “non sono più ‘leader’ ma solo ‘dominanti’… questo significa precisamente che le grandi masse si sono staccate dalle loro ideologie tradizionali e non credono più a ciò in cui credevano prima”.
Questa intuizione era la prefazione a un adattamento delle sue parole spesso citato: Sono tempi in cui “il vecchio muore e il nuovo lotta per nascere”. È anche il momento in cui si manifesta una “grande varietà di sintomi morbosi”.
Gramsci stava diagnosticando un clima sociale emerso dalla Prima Guerra Mondiale. La Grande Guerra aveva causato una perdita di abitazione e di vite umane senza precedenti. Imperi secolari come quello della dinastia asburgica d’Austria-Ungheria e dell’Impero Ottomano crollarono. Nuovi stati emersero dalle macerie e la vita in quelli sopravvissuti fu cambiata per sempre.
Poiché tutto era così malconcio, gli anni tra le due guerre mondiali furono un periodo di intensa lotta politica di massa in Europa. La gente era alla ricerca di un’identità e cercava disperatamente risposte su come ricominciare.
Molti all’epoca si pronunciarono apertamente contro la democrazia parlamentare. Le democrazie del primo dopoguerra furono costruite in fretta e non furono in grado di far fronte all’ondata di richieste popolari. Piene di fazioni e di rimostranze storiche, erano intrinsecamente instabili.
La democrazia parlamentare, quindi, divenne un facile bersaglio per la frustrazione. Nel suo “La rivolta delle masse”, il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, nel 1929, paragonò l’umore antipolitico delle masse a una “mera negazione”. La crisi della politica, allora, fu principalmente incanalata da due movimenti di massa: comunisti e fascisti.
Furono i fascisti ad avere il maggior successo nel convertire questo sentimento antipolitico in potere. Alla fine degli anni ‘30, la crisi politica aveva trasformato il continente europeo. Nel 1938, solo 13 stati europei erano democrazie parlamentari, in calo rispetto ai 26 del 1920.
I danni causati dai partiti di massa radicali spinsero la filosofa Simone Weil a scrivere “Sull’abolizione di tutti i partiti politici” nel 1943. Concluse che il fine logico di ogni partito è il monopolio del potere a spese della società. L’obiettivo finale di un partito, scrisse, “è la sua crescita, senza limiti”.
Il clima sociale rimase diffidente e cinico fino alla Seconda Guerra Mondiale inoltrata. Nel suo “Il mondo di ieri”, pubblicato nel 1941, lo scrittore austriaco Stefan Zweig osservò l’Europa e trovò pessimismo ovunque:
Nel 1939… questa fede quasi religiosa nell’onestà o almeno nella capacità del proprio governo era scomparsa in tutta Europa. Non si provava altro che disprezzo per la diplomazia dopo che l’opinione pubblica aveva assistito, con amarezza, alla distruzione di ogni possibilità di una pace duratura a Versailles.
In fondo, nessuno rispettava gli statisti del 1939, e nessuno affidava loro il proprio destino con serenità. Le nazioni ricordavano chiaramente quanto fossero state spudoratamente tradite con promesse di disarmo e di abolizione di accordi diplomatici segreti… Dove, si chiedevano, ci porteranno ora?
La triste ironia di quel periodo è che l’opinione pubblica, che era diventata così cinica nei confronti della politica parlamentare, si ritrovò a dover sfruttare nuovamente le proprie frustrazioni e a dover decidere il proprio destino, proprio come nel 1914. Non ebbe altra scelta che adeguarsi.
“Gli uomini andarono al fronte, ma non sognando di diventare eroi”, scrisse Zweig. “Nazioni e individui si sentivano vittime o della comune follia politica o del potere di un destino incomprensibile e malvagio”.
Sotto la cortina di ferro
A differenza dei turbolenti anni tra le due guerre, dopo la Seconda guerra mondiale i sentimenti antipolitici furono costretti a nascondersi nell’Europa orientale. L’opinione pubblica fu oppressa da un culto del potere che regnava come un impenetrabile leviatano. Nel 1956, lo stato sovietico represse violentemente la rivolta popolare in Ungheria. Nel 1968, fece lo stesso in Cecoslovacchia.
Dopo quella tragedia, divenne chiaro a molti che la politica era un vicolo cieco. Secondo il dissidente ceco Václav Havel, anche se nessuno credeva nello Stato, bisognava “comportarsi come se ci credessero o tollerarli in silenzio”. Il dissidente polacco Jacek Kuroń catturò al meglio il concetto: “Cosa fare quando non si può fare nulla?”
Con ogni possibilità di cambiamento politico apparentemente chiusa, i dissidenti si interrogarono invece su come la vita dovesse essere vissuta e condivisa con gli altri. Rivolsero la loro attenzione alla società civile, formando un contro-movimento che lo scrittore ungherese György Konrád definì “antipolitica”.
L’antipolitica era un movimento sociale che cercava di creare uno spazio pubblico separato dallo Stato. Era conosciuto con molti nomi: “seconda cultura”, “polis parallela”, “politica dal basso”. Come disse Havel, il dissidente “non desidera una carica e non raccoglie voti. Non offre nulla e non promette nulla”.
L’antipolitica dell’Europa orientale era invece un progetto sociale: una critica morale del potere radicata nella vita quotidiana. Havel coniò il suo credo come “vivere nella verità”. Il giornalista polacco Konstanty Gebert descrisse il vivere nella verità come l’erezione di una “piccola barricata portatile tra me e il silenzio, la sottomissione, l’umiliazione, la vergogna”.
Non vedendo alcuna possibilità politica, i dissidenti ripensarono il loro modo di vivere con gli altri. Le loro riunioni si tenevano clandestinamente, in appartamenti e in riunioni di lavoro segrete. Sottolineavano che le loro azioni – persino il linguaggio – non erano politiche, ma pro-sociali. Iniziarono a creare una seconda cultura attraverso film, romanzi, poesie, musica e altri mezzi di comunicazione, esplorando le loro condizioni estreme. Oggi, questo è comunemente ricordato come l’età d’oro della letteratura e dell’arte dell’Europa orientale.
Alla fine, naturalmente, i dissidenti vinsero. Vinsero trasformando la sfera sociale in qualcosa in grado di colpire lo Stato. Con l’accumularsi delle crepe, il regime sovietico crollò sotto il peso della propria illegittimità. Alcuni scrittori ed eroi dell’underground antipolitico si candidarono a loro volta alle elezioni, nonostante le promesse iniziali.
Il caso dell’Europa orientale dimostra come l’antipolitica si reinventi con ogni nuova serie di circostanze materiali.
Oggi
Per gran parte del XX secolo, si è accettato che i partiti politici dovessero essere collegati alle organizzazioni della società civile per garantire l’affluenza alle urne e la legittimità. Questo ha reso i partiti più ricettivi alla pressione pubblica; dovevano dimostrare interesse per i risultati economici. I partiti facevano affidamento anche sul pubblico e sulle sue organizzazioni per finanziamenti e leadership.
Negli ultimi decenni, tuttavia, le organizzazioni della società civile si sono erose. Di conseguenza, i partiti odierni faticano a ottenere una partecipazione di massa duratura come un secolo fa. Inoltre, lo Stato non domina la vita pubblica in modo così punitivo, come sotto il regime sovietico, da rendere necessaria una seconda cultura.
Oggi le condizioni sono radicalmente diverse. Mentre il rapporto teso tra Stato e cittadini viene nuovamente rinegoziato, la sua espressione sarà unica nel suo genere, tipica del XXI secolo.
L’attuale clima antipolitico è in crescita da tempo. In “Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti”, pubblicato nel 2013, Mair ha documentato l’insolita convergenza di tendenze in tutte le democrazie occidentali: bassa affluenza alle urne, calo degli iscritti ai partiti, aumento degli indipendenti, forti oscillazioni elettorali e scarsa partecipazione alle organizzazioni della società civile. Da allora, queste tendenze si sono approfondite e consolidate.
Oggi, gli elettori sono meno guidati da segnali di partito. Negli Stati Uniti, la pluralità non si identifica con nessuno dei due partiti principali. Di conseguenza, la correlazione tra classe sociale e preferenze degli elettori si è indebolita. I blocchi elettorali non si adattano più a schemi chiari e modelli predittivi come un tempo. Questo è il nuovo pubblico che Mair ha paragonato al “vuoto”.
La ragione di questi cambiamenti è di lunga data e strutturale, ma la frustrazione è stata amplificata da Internet. Come documentato da Martin Gurri in “The Revolt of the Public” del 2014, Internet ha minato i vecchi mediatori dell’informazione, quelli dall’alto verso il basso. I media tradizionali non stabiliscono più l’agenda in modo esclusivo e gli Stati non possono più governare efficacemente solo con la persuasione. Le narrazioni dominanti faticano a prevalere. Nelle parole di Gurri, questo significa che “ogni centimetro di spazio politico è conteso” in un ambiente mediatico orizzontale e decentralizzato.
L’esplosione di informazioni ha portato a un collasso del significato, sostituito dalla pura negazione. Come ha affermato sinteticamente il filosofo Byung-Chul Han in un’intervista del 2022 su Noema, “Più ci confrontiamo con le informazioni, più cresce il nostro sospetto”. Questo è il carburante naturale per l’antipolitica. Allo stesso modo, Gurri ha sostenuto che il fallimento del governo ora definisce l’agenda pubblica. Poiché il significato non può più essere narrativizzato dall’alto verso il basso, gli stati non sono in grado di nascondere o giustificare facilmente i propri fallimenti come in passato.
Invece di affermare il centro del potere, Internet dà energia al “mondo del molto piccolo”, per usare le parole dell’ex presidente armeno e fisico Armen Sarkissian. Ha paragonato gli effetti destabilizzanti di Internet alla meccanica quantistica: “Bastano un paio di particelle ad alta energia. Arrivano e colpiscono. E quello che si ottiene è una reazione a catena”.
Nel gennaio 2022, Sarkissian cadde vittima di questo stesso fenomeno, solo quattro anni dopo che un’ondata di attacchi informatici aveva rovesciato il governo armeno. Affermò che l’opinione pubblica era diventata ossessionata da “ogni sorta di teorie e miti del complotto”, il che stava iniziando a incidere negativamente sulla sua salute. In un annuncio a sorpresa, si dimise e affermò che la sua carica presidenziale non aveva sufficiente potere per influenzare gli eventi.
Tuttavia, l’idea che internet avrebbe aggravato il vuoto non era scontata. Come scrive Gurri, implicita nella lotta secolare per il suffragio era la convinzione che “una volta che tutte le persone fossero state all’interno del sistema, sarebbe successo qualcosa di magico: la buona società”. Un tempo, internet era vista semplicemente come un’estensione di questa lunga marcia verso l’inclusione, un’idea che avrebbe solo meglio rappresentato un interesse generale.
Internet ha invece messo in luce l’inerzia e il vuoto delle istituzioni politiche. Oggi, con ben poco di sacro rimasto, queste istituzioni vengono prontamente riempite da outsider opportunisti e altri imprenditori politici, che stanno anche plasmando il dibattito pubblico. Un certo cinismo è sempre stato parte integrante della società democratica, ma ora si trasforma facilmente in rabbia perseguibile.
Sebbene Internet abbia approfondito i sentimenti antipolitici, le condizioni sociali preesistenti hanno gettato le basi affinché ciò accadesse. Dagli anni ‘70, i partiti politici nelle democrazie occidentali si sono svuotati. Le loro organizzazioni sono diventate più chiuse e insulari, affidandosi sempre meno ai loro elettori per il processo decisionale e i finanziamenti. La rabbia odierna, quindi, non è frutto della fantasia, ma affonda le sue radici in un’esclusione di lunga data.
Mair e il politologo Richard S. Katz hanno sostenuto nel loro libro del 2018 che i principali partiti occidentali hanno subito un processo di “cartellizzazione”. Mentre i partiti di massa all’inizio del XX secolo erano ad alta intensità di lavoro, dal basso verso l’alto, riformisti e facevano affidamento sui membri per il finanziamento, i partiti di cartello considerano la politica una professione, dipendono da una classe benestante di donatori, possiedono una mentalità di gruppo e colludono tra loro per mantenere le proprie posizioni. Poiché i partiti di cartello fanno meno affidamento sul reclutamento di membri, esternalizzano invece il processo decisionale a burocrazie istituzionali, tribunali e una rete di organizzazioni esterne al governo.
Questi cambiamenti fanno sì che le persone comuni si sentano invisibili e secondarie. Prive di un rapporto diretto con il pubblico, le élite politiche sono sempre più legate solo a se stesse. Lo scopo principale dei partiti politici diventa quindi semplicemente il mantenimento delle proprie posizioni. Come ha osservato Mair, i partiti occidentali sono “diventati agenzie che governano piuttosto che rappresentare”. In questa dinamica, il ruolo del pubblico nella democrazia è in gran parte relegato a quello di spettatore.
Non sorprende che le urne siano diventate il veicolo naturale dell’antipolitica. Il voto può essere un improvviso promemoria per le élite politiche che il pubblico controlla ancora alcune leve. Negli ultimi anni, i movimenti populisti, sia di destra che di sinistra, hanno fatto leva su sentimenti antipolitici per spodestare i partiti tradizionalmente dominanti nell’Europa occidentale e oltre. Di fatto, il 2024 è stato l’anno peggiore mai registrato per i partiti in carica. Nei paesi sviluppati in cui si sono tenute elezioni, ogni singolo partito al governo ha perso quote di voto.
Il caso americano
La storia moderna degli Stati Uniti racconta decenni di come l’antipolitica si radichi. Alla fine degli anni ‘60, l’opinione pubblica divenne diffidente e si allontanò, mentre i partiti politici si isolarono per proteggersi.
A volte definito “l’ultimo anno innocente”, il 1964 fu il punto più alto della fiducia nelle istituzioni americane, con un 77%, secondo un sondaggio Gallup. Sia il fallimento della guerra in Vietnam che gli scandali di corruzione in patria – come il Watergate e le conclusioni del Comitato Church sugli abusi della CIA – danneggiarono profondamente la fiducia pubblica negli anni successivi. Nel 1979, era crollata al 29%.
Il pubblico rispose alle prospettive politiche in declino ripiegandosi su se stesso. Gli anni ‘70 furono il “Decennio dell’Io”, come lo definì il giornalista Tom Wolfe. Gli ex focolai di attivismo studentesco si placarono. Relativamente rari nel decennio precedente, i libri di auto-aiuto iniziarono a riempire le classifiche dei best-seller. Concetti come “burnout” apparvero per la prima volta sulle riviste di psicologia. Come scrisse Christopher Lasch a proposito di quel periodo, una “sensibilità terapeutica” stava prendendo il sopravvento in America. Gli americani non consideravano più la politica come un luogo in cui realizzare i propri sogni.
Invece, guardarono altrove. Ciò che un tempo era politico divenne personale. La sociologa Nina Eliasoph ha documentato come questa trasformazione abbia influenzato persino il linguaggio delle persone comuni. Nei suoi studi sul campo durante gli anni ‘80, rimase sorpresa nello scoprire quanto spesso parole come “fattibile” e “personale” si sovrapponessero a “non politico”, mentre “non fattibile” era associato a “lontano da casa” o “politico”. Alla fine del XX secolo, questa sensibilità passiva era evidente alle urne. Nelle elezioni presidenziali del 1996, l’affluenza alle urne scese a un minimo storico.
Ciò non era senza ragione. Con lo scoppio degli scandali degli anni ‘70, sia il Partito Repubblicano che quello Democratico si riorganizzarono, allontanandosi dal pubblico, giustificando questo cambiamento con la scusa della stabilità. Il pubblico era considerato semplicemente troppo volubile ed emotivo per decidere in politica.
Ciò diede origine alle cosiddette “primarie invisibili” o “primarie monetarie”: le primarie primarie, in cui un candidato viene preparato per il pubblico da investitori e alleati interni. Fu una svolta nel modo in cui i partiti si procuravano i fondi. Nel 1976, la Corte Suprema stabilì nel caso Buckley contro Valeo che le spese elettorali rientravano nella “libertà di parola”, rendendo legalmente ammissibile il denaro nero per le campagne elettorali. Poi, nel 1982, la Commissione Hunt codificò i superdelegati preselezionati come parte del processo delle primarie democratiche, isolando ulteriormente le élite del partito dal pubblico.
Mentre i Democratici si riorganizzavano, i Repubblicani elaborarono strategie per aggirare il crescente numero di astenuti. Nel 1977, fecero ostruzionismo fino a rendere irrilevante il disegno di legge del Presidente Jimmy Carter per facilitare la registrazione degli elettori. Come affermò Pat Buchanan, futuro direttore della comunicazione della Casa Bianca per il Presidente Reagan: “Il trasporto in autobus di parassiti economici e analfabeti politici” alle urne avrebbe significato la fine della Nuova Destra insorta.
Consulenti e sondaggisti divennero invece un gruppo dirigente all’interno dell’apparato del partito, ormai privo di solide radici nella società civile. Secondo il politologo Costas Panagopoulos, le menzioni mediatiche della consulenza politica aumentarono di 13 volte dal 1979 al 1985. Il mantenimento del cartello del partito divenne un fine in sé per i suoi dipendenti, e la politica di conseguenza si trasformò nell’arte di mantenere questo mondo chiuso.
Il risultato fu lo sviluppo di una “campagna permanente”, come la definì il celebre stratega politico Sidney Blumenthal nel 1980. I costi crescenti della campagna permanente erano semplicemente troppo alti per consentire l’ingresso di eventuali outsider. In molti casi, essere un candidato in carica era la chiave per vittorie praticamente automatiche. Una volta entrati nel sistema dei partiti, si rimaneva. Di conseguenza, gli Stati Uniti sono diventati di fatto una gerontocrazia.
Nonostante entrambi i partiti politici abbiano costruito fossati attorno a sé stessi per decenni, sono ancora oggi sotto assedio. Nel XXI secolo, la sfiducia di lunga data si è trasformata in un’opposizione generalizzata, alimentata da Internet. Come risvegliata dal letargo, l’opinione pubblica, un tempo passiva, ha fatto sentire il suo potere. Sia Barack Obama che Donald Trump hanno vinto, pur non essendo stati scelti dalle primarie invisibili.
Eppure, l’antipolitica contemporanea ci presenta una contraddizione lampante, sia negli Stati Uniti che altrove. Mentre gli outsider sfruttano il sentimento anti-establishment per ottenere voti, faticano a mantenere la legittimità una volta saliti al potere. Questo perché l’antipolitica oggi raramente si esprime come un programma positivo.
Poiché non esiste una chiara opinione di maggioranza che la guidi, se non un generale cinismo, ciò che abbiamo invece è un “populismo impopolare”. E come spesso accade, eleggere un nuovo governo non attenua sostanzialmente la tensione; la attenua solo brevemente.Un’opposizione generale
Più di mezzo secolo fa, il teorico politico americano Robert Dahl ipotizzò che il futuro politico potesse essere motivato da un nuovo principio: “un’opposizione al leviatano democratico stesso”. Per il cittadino medio alienato, lo Stato sarebbe diventato “remoto, distante e impersonale”. Dahl, per molti versi, aveva ragione.
La vita politica odierna è dominata da un generale malcontento nei confronti della rappresentanza stessa. Ma questo è più vicino a svelare la vera realtà della politica di quanto si possa immaginare.
Non si può essere nostalgici delle passate epoche della politica di massa, come se fossero state effettivamente rappresentative. Al contrario, quelle epoche hanno oscurato il reale rapporto tra Stato e cittadini. A quei tempi, dopotutto, potenti macchine politiche facevano affidamento sui dirigenti delle organizzazioni della società civile per sfornare voti.
Questa configurazione passata era leggermente più rappresentativa e a volte ha persino prodotto risultati, ma il pubblico americano la rifiutò negli anni ‘70 proprio perché si rivelava corrotta. Internet ha ora trasformato questo cinismo di lunga data in un malcontento allo stato puro. Il palese interesse personale dello Stato è ora palesemente allo scoperto, visto per quello che è.
Per quanto disordinato possa essere, ciò che è stato distrutto non può essere ricomposto. Quando l’antipolitica è l’umore prevalente, la divisione più rilevante diventa quella tra alto e basso, tra insider e outsider. Ciò che più detesta la gente è essere resi invisibili.
Qualsiasi movimento futuro di successo dovrà posizionarsi come parte integrante del pubblico e dimostrare di poter produrre risultati pro-sociali e materiali. Una società civile più sana deve essere ricostruita dal basso. Pur mancando di coerenza, l’antipolitica è di fatto il vero movimento: sintomo di una profonda frattura che non può più essere ignorata”.
Gemma n° 2805

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare la mia passione più grande che mi accompagna dall’età di 9 anni: lo scoutismo.
Lo scoutismo a molti potrebbe sembrare un’attività banale, una perdita di tempo e che come attività vendiamo solo biscotti…. ma per me non è così. Per me lo scoutismo è il mio mondo, il mio posto felice: la mia vita è incentrata sull’aspettare sabato per quelle 3 ore di serenità perché quando sono a scout posso essere veramente me stessa sapendo di non dovermi nascondere dietro maschere sociali. Senza lo scoutismo non sarei io.
Quest’attività mi ha letteralmente salvata perché è stata la luce in fondo a un buio tunnel perché non stavo passando un bel periodo: mi ero trasferita da poco a Udine e non avevo amici veri dato che alle elementari mi prendevano in giro a causa del mio aspetto fisico… Finché un giorno il mio vicino di casa, della mia stessa età, mi propone di provare scout (attività che non avevo mai sentito prima) all’Udine 1 insieme a lui. All’inizio io non volevo nemmeno andarci perché avevo paura che mi avrebbero criticata anche là, però dopo innumerevoli sforzi mia mamma mi aveva convinto. Fortunatamente ha insistito tanto: là ho trovato persone leali, gentili, disponibili, disposte ad aiutare il prossimo, pensare prima agli altri che a se stesse (… i valori dello scoutismo). Insomma, avevo trovato la mia gente…
Insieme a loro sono cresciuta molto e soprattutto sono diventata così tanto responsabile che sono diventata capo.
Amo così tanto lo scoutismo che gli ho dedicato tutta la tesina di terza media.
Sono contenta che ne faccio ancora parte perché ho ancora al mio fianco persone che so che non mi tradiranno mai. Lì ho conosciuto il mio migliore amico, che è tutto per me, e da un anno è entrata anche la mia migliore amica (che conoscevo già prima) che è letteralmente una sorella per me. Poi, grazie ad alcune attività e uscite di zona, ho conosciuto gente di tutta Udine e dintorni con cui ancora mi sento.
Sono sicura di pochissime cose nella mia vita, ma sono certa che qualunque cosa accada io continuerò a fare scout e trasmetterò questa passione anche a mio fratello e un giorno anche ai miei figli, andando avanti per molte generazioni e andrò fiera che tutto ciò sia iniziato da me”.
(M. classe prima).
Gemma n° 2804

“Per questa gemma ho deciso di portare una persona che rappresenta per me un esempio costante di forza, dedizione e amore autentico: mia madre.
Ho deciso di portare questo tema perché credo che ciò che è “buono” nella vita non sia solo ciò che fa stare bene nell’immediato, ma ciò che costruisce, sostiene e ispira. E lei è tutto questo.
Mia madre è una presenza stabile, una di quelle persone che non hanno bisogno di grandi parole per trasmettere ciò che provano. Lo fa attraverso i gesti: la cura quotidiana, l’ascolto, i sacrifici silenziosi, la capacità di esserci anche quando nessuno glielo chiede.
È una persona pratica, ma allo stesso tempo capace di un’affettuosità discreta che fa sentire compresi e accolti.
Quello che ammiro di più in lei è la determinazione.
Nonostante le difficoltà che può incontrare, mantiene sempre un equilibrio che mi colpisce.
Mi ha insegnato ad avere pazienza, rispettare gli altri, riconoscere i propri errori e rialzarsi con dignità. Sono lezioni che non si trovano sui libri, ma che valgono molto di più.
La sua presenza ha modellato il mio modo di vedere il mondo: il rispetto per le persone, il valore dell’impegno, la capacità di dare senza aspettarsi nulla in cambio.
E quando penso a ciò che nella mia vita rappresenta davvero un bene, qualcosa che mi aiuta a crescere e a migliorare, penso al suo esempio.
Parlare di lei oggi è il mio modo per riconoscere tutto ciò che, spesso in silenzio, ha costruito intorno a me: una base solida, un senso di sicurezza e un affetto che non è fatto solo di emozioni, ma anche di responsabilità e di presenza quotidiana”.
(M. classe prima).
Gemma n° 2801

“Oggi ho deciso di portare un libro che, a prima vista, potrebbe sembrare insolito. In realtà, dietro quella copertina semplice si nasconde una storia straordinariamente profonda e tenera, e non potevo non sceglierlo.
Me lo ha regalato un’amica di mia nonna: si chiamava A. Quando penso a lei, mi torna alla mente il suo viso pulito, le guance paffute e rosate, e quello sguardo limpido e innocente di un’anziana che viveva ogni giorno con gratitudine, cercando di rendere più bella anche la vita degli altri. A. era esattamente così.
Mi ricorderò per sempre che, quando andavo a trovare mia nonna, incrociavo spesso gli occhi di A.: per strada mentre passeggiava con il suo cagnolino, oppure quando andava a dare da mangiare alle sue amate pecore. La sua casa era splendida, un po’ nascosta nel bosco, proprio come piace a me. Quando decidevo di andarla a trovare , provavo un piacere sincero nel sedermi su quella sua panchina e ammirare il panorama che da lì si apriva. Lei mi aspettava sempre con gioia.
Parlavamo di tantissime cose: mi raccontava una quantità infinita di aneddoti curiosi della sua vita, riuscendo ogni volta a coinvolgermi. È vero, a volte era stancante starle dietro, perché parlava così tanto che rischiavi di perderti qualche pezzo; ma in fondo adoravo quei momenti. Era come se mi prendesse per mano e mi portasse indietro nel tempo: quando ricordava suo marito, suo figlio, quando raccontava di quando da giovane insegnava ai bambini i nomi dei fiori e delle foglie…era stata un’insegnante d’asilo.
La cosa che amavo più di tutto, però, era sentirla parlare di libri: il suo argomento preferito. Qualsiasi discorso, prima o poi, finiva sempre lì. Ed era meraviglioso, mi perdevo sempre nelle sue parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi ha portata a vedere lo studio di suo marito mancato da alcuni anni, ma sempre vivo nei suoi pensieri: due poltrone molto antiche, coperte da un velo di polvere e appoggiate al muro con incredibile delicatezza; e poi libri, ovunque. Ogni volta che la salutavo tornavo a casa con una pila di volumi che,ad annusarli, avevano quell’odore di antico, di vissuto, di memoria.
Così era lei: gentile con tutti, sempre pronta ad aiutare, sempre capace di farti sentire accolta.
Ho scelto di portare questo libro in suo onore, per mantenere vivo il suo ricordo nell’animo di tutti voi. È venuta a mancare pochi giorni fa, mercoledì 26 novembre, e da quel momento ho sentito un vuoto improvviso farsi largo nel mio cuore. Per me lei era come una seconda nonna, una compagna di vita, di avventure, un’amica sulla quale potevi contare in ogni situazione, una persona che sapeva ascoltarti, darti consigli preziosi e dimostrarti tutto l’affetto che poteva darti attraverso i suoi libri.
Questo libro parla di pedagogia e racconta il percorso che porta a diventare un buon insegnante: proprio il lavoro che sogno di fare. Lei lo sapeva e mi ha sempre sostenuta in questa scelta. Quando le raccontavo che aiutavo tutti a scuola, mi diceva sempre: «Che bella questa cosa, tesoro. Sono molto grata di aver fatto l’insegnante, e sono felice che anche tu voglia seguire questa strada».
Questo libro sarà sempre con me, con la speranza che il suo ricordo continui a vivere non solo dentro di me, ma anche in chi ascolterà questa storia. Perché le persone come A. non se ne vanno davvero: restano negli sguardi, nelle parole, nei gesti gentili che ci hanno insegnato.
E questo è il mio modo di dirle grazie: per le sue parole, per la sua gentilezza, per tutto ciò che, senza saperlo, mi ha lasciato dentro. Oggi lei è qui con me ❤️.”
(M. classe quarta).
La tentazione del dominio

Il precetto di non invocare il nome di Dio senza un motivo serio viene sistematicamente infranto, specialmente quando la divinità è strumentalizzata negli scontri politici. Questa pratica, benché antica, si rivela di una pertinenza drammatica nel presente. Il saggio più recente del filosofo Silvano Petrosino, professore presso l’Università Cattolica di Milano, intitolato Potere e religione. Sulla libertà di Dio, analizza in profondità le complesse interconnessioni tra queste due sfere cruciali.
L’analisi di Petrosino spazia su concetti fondamentali quali il simbolo, la dimensione dell’abitare, l’importanza della cura e l’atto dell’amministrare. Il suo lavoro culmina nell’identificazione delle cause che generano le deviazioni e le patologie del potere, ponendo in luce la totale autonomia del Dio delle Scritture, una figura che non cerca di dominare alcuno e, parallelamente, si sottrae alla manipolazione e all’intrappolamento in riti o schemi umani privi di sostanza. Gianni Santamaria l’ha intervistato per Avvenire.
“Petrosino si muove attraverso autori da lui frequentati da una vita: filosofi, come Levinas, Girard, Blanchot, Cassirer, Rosenszweig e Kierkegaard, indagatori della psiche, da Freud a Lacan e Kristeva, fino a storici e sociologi della religione, da Eliade a Durkheim, biblisti come Beauchamp e Maggioni, grandi poeti come Goethe e Rimbaud. Fino a una citazione fondamentale per l’ossatura del saggio, presa da un autore, Roland Barthes, spesso considerato solo per i Frammenti di un discorso amoroso o per la semiotica della moda, ma che «invece su questi argomenti ha un pensiero molto preciso».
Lei utilizza concetto dell’abitare come cura dell’altro, che però subisce la “fatale attrazione” del diventare possesso: dell’altro, della terra, di Dio. Quali gli antidoti a questa tentazione?
«Bisogna prima capire la ragione profonda della questione. Sono stato molto colpito da un’affermazione di Roland Barthes sulla libertà. Questa va intesa – dice – non solo come la forza di sottrarsi al potere, come libertà “da”, ma anche, e soprattutto, come volontà di non sottomettere nessuno. È sorprendente, perché dice che la libertà è non esercitare un potere. Da questo punto di vista – è la tesi centrale del libro – solo Dio è libero, perché, stando alle Scritture, è il solo che non vuole sottomettere nessuno. Il potere in sé non è male. Il problema è perché noi lo esercitiamo per sottomettere qualcuno. Secondo me perché cerchiamo continuamente una conferma alla nostra identità. A lezione faccio sempre l’esempio del bambino che dice ai genitori “guardate che mi tuffo”. Attende un riconoscimento. È un “ditemi che esisto”».
E quello che fanno tanti uomini di potere?
«Il potere non va criminalizzato. Anche per fare il bene è necessario il potere. Il problema è che esso si trasforma facilmente in qualcosa di malvagio quando non viene usato per realizzare qualcosa, ma per confermare qualcuno».
È una dinamica che si può applicare anche agli scenari nel mondo di oggi?
«È esattamente questo. Il sociologo Enzo Pace dice che la religione viene sfruttata nei momenti di crisi di identità. È interessante in questo senso quello che avviene negli Stati Uniti. Non lo si dice spesso, ma sono in una crisi profondissima, non per l’economia, bensì per il disastro della scuola. In una situazione così, per dare un’identità, Donald Trump usa la religione e il suo universo simbolico. Lo si è visto ai funerali di Kirk: la croce della vedova macchiata di sangue, il tema del martirio, la croce fatta transitare nello stadio. È il sintomo di una debolezza profonda a livello sociale».
Non è l’unico al mondo a usare la religione.
«Certo, ma non mi stupisce quando ciò avviene nel mondo islamico, che non ha conosciuto l’umanesimo e la Rivoluzione francese. Mi sorprende che avvenga nell’Occidente cristianizzato. Ogni volta che c’è una crisi politica si gioca il potente jolly della religione. In questo si capisce il grande valore del comandamento “non nominare il nome di Dio invano”. È come se Dio dicesse lasciami fuori dalle tue cose. Non uccidere in mio nome. Non tirarmi in ballo. Ma è esattamente quello che si continua a fare in modo terribile».
In Occidente c’è il duplice movimento del volersi autonomizzare dal potere e dalla religione e allo stesso tempo del sentire il fascino del “Palazzo”, come lei lo chiama. Perché?
«L’uomo è questo. Perciò distinguo la religiosità dalla religione. Se la prima non trova forme istituzionalizzate, organiche, non viene certo annullata, ma si manifesta in quello che Roger Bastide chiamava il “sacro selvaggio”. Eliminare dall’umano la dimensione religiosa e quella artistica, che per me vanno sempre insieme, è illusorio. Il problema è che il modo di abitare la religiosità, può sempre deviare, come abbiamo detto, verso il dominio. La religione è un pharmakon, che può aiutare gli uomini a vivere, ma anche avvelenarli. È uno sbandamento strutturale, è il grano e la zizzania.»
Spesso si evocano i “falsi profeti”.
«Per questo mi colpisce ciò che avviene negli Stati Uniti, perché l’Occidente in qualche modo aveva superato certi infantilismi: i predicatori, chi fa i miracoli in diretta… Anche chiamare Kirk “martire” è problematico. Gesù in molte parabole evoca una figura legata al tema dell’abitare: l’amministratore infedele. Non si può abitare senza amministrare e non si può amministrare senza legiferare. Ma spesso l’amministratore si concepisce come padrone. E questa è la fine. Il Levitico dice: ricordati che sei in affitto».
A queste derive lei oppone il realismo biblico. Cosa ci insegna?
«Bisogna riconoscere con serietà che l’uomo continua a sbandare, che il dominio non è un accidente e non dipende dal fatto che gli uomini sono cattivi, anche se poi alcuni certamente lo sono. E dunque la religione deve continuamente sorvegliarsi per non trasformarsi in una struttura di dominio. Pericolo che è sempre dietro l’angolo. Realismo è riconoscere che, pensando di fare il bene dell’altro, in realtà te lo stai mangiando, lo stai distruggendo. Questo realismo riguarda i singoli, ma a maggior ragione chi ha posizioni apicali: i maestri, gli intellettuali, la gerarchia. Spesso si sentono cose incredibili, visioni finte, opinioni false, non dalla vecchietta o dal passante, ma dal politico, dal filosofo… l’uomo non è così».”
Gemma n° 2792

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare la mia amica E., o meglio il legame che ho con lei. Ci conosciamo dalla prima elementare, quindi da praticamente quasi 11 anni e siamo cresciute e stiamo crescendo insieme e sono molto felice di condividere questa parte della vita con lei e spero che questo continui anche in futuro. Della nostra amicizia mi piace il fatto che non è stata “forzata” dal fatto di aver trascorso 8 anni nella stessa classe e ciò può essere provato dal fatto che nonostante abbiamo poi scelto lo stesso percorso, ma in scuole diverse, continuiamo comunque a rimanere in contatto non solo telefonicamente ma anche uscendo durante i weekend, anche se ultimamente sta diventando sempre più difficile trovare una giornata nella quale siamo entrambe libere. E. è una persona solare e sempre disponibile, non ha filtri ed è una delle cose che più mi piacciono di lei, quando siamo insieme non mi sento mai giudicata e so di poter essere sempre me stessa al 100% ed entrambe sappiamo che possiamo contare l’una sull’altra.
Per com’è oggi il mondo, pieno di invidia e persone false, sono molto grata per avere un’amica come lei che mi supporta e mi sopporta nonostante i miei difetti.”
(E. classe terza).
Un mese fa: Diwali
Un mesetto fa gli induisti hanno festeggiato Diwali e Il Post ha pubblicato un articolo interessante e non troppo lungo. Lo pubblico proponendo anche le stesse foto del giornale on-line.

“Fra lunedì e martedì [20 e 21 ottobre, ndr] l’India e le comunità induiste in tutto il mondo festeggiano il Diwali, la festività delle luci, una delle celebrazioni più importanti dell’induismo che nel tempo ha assunto anche una grande dimensione economica. Ogni anno se ne parla anche perché nell’occasione vengono sparati molti (ma davvero molti) fuochi artificiali, motivo per cui le città indiane dopo il Diwali hanno livelli di inquinamento decisamente superiori al normale. Per Nuova Delhi, di per sé molto inquinata per gran parte dell’anno, è un problema particolarmente grave.
Ma il Diwali è soprattutto una festività per cui l’India e la maggioranza dei suoi 1,4 miliardi di abitanti si fermano, così come buona parte dell’Asia meridionale. A livello di impatto sociale e culturale è una sorta di Natale indiano, che mantiene anche una forte connotazione spirituale in un paese molto religioso.
Da qualche anno viene festeggiato anche in Occidente, esportato dalle molte comunità indiane all’estero (gli emigrati sono 35 milioni, solo la Cina ne ha di più). È diventato più conosciuto anche per il maggior consumo di prodotti culturali indiani sui mercati statunitensi o europei. In tre stati americani (California, Connecticut e Pennsylvania) è un giorno festivo e le scuole sono chiuse anche a New York. Nelle città britanniche dove l’immigrazione dal subcontinente indiano è maggiore le celebrazioni sono diffuse.

La parola Diwali viene dal sanscrito Dipavali e significa “fila di luci”, dall’usanza dei fedeli di accendere luci, originariamente dentro lampade di argilla (diya) fuori dalle case e dai luoghi di culto. Rappresentano la vittoria della luce sull’oscurità, della fede sul dubbio, del rinnovamento sulla conservazione, della giustizia sulla tirannia, del sapere sull’ignoranza, del bene sul male. Il concetto centrale del Diwali è questo, poi la festività assume significati religiosi diversi a seconda delle diverse zone dell’India, e coinvolge molte delle decine di divinità della religione induista.
Nel nord dell’India si celebra il ritorno vittorioso del dio Rama, dopo aver sconfitto un rivale nel sud (le luci gli mostrano la via); altrove la vittoria di Krishna sul demone Narakasura; in Bengali si celebra la dea guerriera Kali. È piuttosto diffusa la tradizione di accendere luci per permettere l’ingresso in casa della dea Lakshmi, associata alla salute, all’abbondanza e all’agricoltura, che teme le tenebre. Ma Diwali è una festa anche per i sikh (che celebrano il sesto profeta), per i giainisti e i buddisti: anche un 30 per cento dei cristiani che vivono in India e il 20 per cento dei musulmani (molto più numerosi) festeggia quella che è diventata anche una festa “non-religiosa”.
Per gli induisti le feste del Diwali durano cinque giorni, in cui quello del Diwali vero e proprio è il terzo: non c’è una data fissa, perché la ricorrenza è legata al calendario lunare. Cade con la luna “nuova”, cioè quando solo un primo spicchio è visibile, quasi sempre fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Quest’anno in alcune parti dell’India il giorno è lunedì, in altre il martedì, a seconda dell’orario in cui tramonta il sole e sorge la luna.

I giorni precedenti al Diwali si procede a grandi pulizie delle case e all’allestimento di lampade a olio, candele, festoni colorati in tessuto o altri materiali (jhalaras), decorazioni geometriche sui pavimenti e sugli usci con polveri colorate, riso, petali di fiori o gesso (rangoli).
Nei giorni di festa gli indiani si vestono con vestiti tradizionali, nuovi, appariscenti ed eleganti, spesso comprati per l’occasione. Si scambiano regali; sfoggiano gioielli, monili d’oro e d’argento nuovi, perché comprarli nel primo giorno delle festività, Dhanteras, è di buon auspicio (le quotazioni dei metalli preziosi aumentano in corrispondenza delle festività). Il tutto crea un notevole aumento di acquisti e alimenta l’economia legata alle festività.
Poi c’è il cibo, che ha un ruolo centrale: moltissimi dolci, di cui l’India ha una tradizione millenaria. La maggior parte dei dolci, chiamati mithai, è a base di zucchero, latte e latte condensato, mentre altri ingredienti comuni sono il pistacchio, il cardamomo, la noce moscata, i chiodi di garofano, il pepe nero e le noci. Ma ci sono anche gli spuntini e gli antipasti salati, i chaat, nonché tutti i piatti classici delle varie cucine indiane.
Nel giorno del Diwali poi si festeggia facendo un largo uso di fuochi d’artificio, cioè la parte più discussa delle celebrazioni.

Varie città indiane negli ultimi anni hanno provato a vietarne l’uso, ma con scarso successo. A Delhi, dove i livelli di inquinamento sono fra i più alti al mondo e assumono l’aspetto di una pervasiva nebbia, i fuochi erano proibiti dal 2020. Quest’anno la Corte suprema indiana ha autorizzato la vendita e l’uso dei cosiddetti fuochi d’artificio ecologici (o green), che dovrebbero ridurre l’impatto inquinante di circa il 30 per cento. La decisione è stata molto contestata dalla parte della popolazione meno legata alla tradizione, perché rischia di rendere meno respirabile l’aria nei giorni e nelle settimane successive alla festa.”
Un allenamento alla sorpresa (e alla gratitudine)
Ma perché le gemme? Spesso mi succede di imbattermi in esperienze o in testi che danno una risposta a questa domanda. E’ capitato con l’Ultimo banco 263 pubblicato sul Corriere da Alessandro D’Avenia e poi pubblicato sul suo blog.
“L’infelicità è carenza di sorprese. La vita ne è piena ma siamo noi a dormire: l’educazione in fondo è allenamento a star svegli e pronti a riceverle. Per questo al mattino cerco di inventare un appello diverso per «ri-svegliare» corpo e anima dei ragazzi. Qualche giorno fa ho fatto ascoltare il primo movimento del concerto per violino n.1 di Vivaldi: La primavera. Il famosissimo Allegro, forse il brano più noto al mondo, dura 3 minuti e 20, come la Donna cannone. I ragazzi l’hanno subito riconosciuto anche se magari non ricordavano nome e autore. Su una cosa però concordavano tutti: li aveva messi di buon umore in soli tre minuti.
Come ci era riuscito? Sorprendendoli. La sorpresa è infatti il primo gradino della felicità, purché per sorpresa non s’intenda la sua riduzione odierna: il bisogno continuo di choc dopaminergici da post e video per dimenticare quanto siamo insoddisfatti della vita, «sorprese» che invece di renderci vivi ci addormentano, perché sono dipendenze. Le vere sorprese (dal latino super prendere: afferrare dall’alto, esser «elevati», «sollevati») donano invece una leggerezza che non è fuga ma pieno possesso della vita, liberano perché «sorprendersi» è fare esperienza della gratuità, cioè sentire che la vita è data, gratis, anche nel ripetersi. Un arcobaleno è sempre sorprendente, così come l’Allegro della Primavera di Vivaldi.
Come fare allora a essere ordinariamente aperti all’effetto sorpresa della realtà senza il quale esser felici è impossibile?
Quest’anno quel concerto di Vivaldi compie 300 anni. Era il 1725 quando ad Amsterdam furono pubblicati gli spartiti del «Cimento dell’armonia e dell’invenzione», 12 concerti (in origine una forma musicale in tre tempi in cui il solista dialoga-contende, con-certa, con gli altri strumenti) per violino solista e archi, di cui i primi quattro sono le celeberrime Stagioni. Allora non essendoci supporti di registrazione, la musica rimaneva solo quando veniva pubblicata e accadeva solo ai più grandi. Eppure la prima esecuzione era avvenuta qualche anno prima a Venezia, in un orfanotrofio, «sorprendendo» tutti. Infatti Vivaldi, sacerdote cattolico, insegnava violino alle giovani accolte in una delle istituzioni di carità per orfani e poveri della città: l’Ospedale della Pietà, specifico per le ragazze, altrimenti destinate alla strada. In questo contesto venivano educate nel canto e nello strumento (perché nelle nostre scuole quest’arte indispensabile all’educazione è ridotta al flauto o alla melodica delle medie?), raggiungendo esiti passati alla storia (ascoltate lo Stabat Mater o il Gloria di Vivaldi). Vivaldi, detto «il prete rosso», per i capelli o per l’abito indossato da lui e dalle musiciste, dirigeva le ragazze celate da grate lignee al pubblico proveniente da tutta Europa (ne parlano anche Goethe e Rousseau) per ascoltarne l’incanto. Nelle Stagioni in particolare il musicista si era divertito a imitare i suoni naturali: uccelli, tuoni, cani, foglie, venti gelidi… tanto da stupire tutti per genialità compositiva, esecutiva e sociale, un fenomeno unico in un’epoca in cui alle donne era vietato suonare in chiese e teatri.
I miei studenti, benché fossero le 8 del mattino, erano anche loro «sorpresi», cioè elevati a un livello di vita gioioso e sollevati dalle zavorre del XXI secolo: facevano esperienza del «gratuito». Il contrario di questa esperienza è infatti il «dare per scontato», espressione nata per indicare qualcosa di acquisito (nel senso di acquistato) perché pagato subito a fronte di uno sconto: saldato vs regalato. Solo l’esperienza della vita data «gratis» e non «per scontata» (che infatti è diventato sinonimo di: «non mi sorprende più») provoca risveglio e unione, i due elementi della gratitudine, senza la quale non è possibile esser felici. Il giorno in cui si dà qualcosa o qualcuno per scontato finisce la gioia, perché la felicità è tanta quanta lo stupore: la sorpresa di un volto o un oggetto si spengono. Allora non è la felicità a renderci grati, ma è la gratitudine a renderci felici. Ci sono persone che, pur avendo tutto, non sono felici, e persone che, avendo poco, lo sono. Come mai? La differenza sta nella pratica (è un’azione) della gratitudine, che rende capaci di ricevere l’istante come un dono, cosa che purtroppo spesso ci riesce solo quando perdiamo qualcosa o qualcuno (chi ha sofferto per amore o per un lutto lo sa). Questo significa che la capacità di sorprendersi è in noi: è interiore e va allenata. Infatti tradizioni spirituali e filosofiche millenarie e molto diverse tra loro invitano a svegliarsi e vegliare, e non perché ci vogliano insonni e ansiosi come accade oggi salvo poi invocare un po’ di mindfulness a buon mercato, ma perché ci vogliono grati, cioè felici. Il cristianesimo dovrebbe produrre un’etica della gioia (la parabola delle vergini addormentate che devono partecipare alla festa lo racconta bene), perché tutto è grazia per chi ha fiducia (fede) nella vita che è infatti «eucarestia» (in greco «ringraziamento»), rito nel quale la vita stessa di Dio è data gratis, risolto spesso in una pratica da sbrigare.
Ma torniamo alle sorprese: possono riguardare anche cose brutte o consuete, perché ciò che conta è che stanno capitando a noi che siamo liberi, cioè capaci di decidere che cosa farci. Il problema non è il cosa accade ma il che cosa ci faccio. Ad esempio: che cosa ci fa un geniale musicista con delle ragazze abbandonate? Le fa diventare una Primavera immortale: Anna Maria della Pietà – violinista, clavicembalista e compositrice – fu la solista più celebrata dell’Ospedale della Pietà, a lei Vivaldi dedicò 28 concerti per violino, molti venivano a Venezia solo per ascoltarla (dopo la morte del maestro, fu lei a dirigere); Chiara della Pietà, detta «la meraviglia di Venezia» per la versatilità, suonava tutti gli strumenti a corda e a fiato; per Candida della Pietà, nota per purezza ed estensione di voce, Vivaldi scrisse arie con l’indicazione specifica «per Candida»; Apollonia della Pietà, per lei il maestro compose i suoi concerti per fagotto, strumento raro all’epoca ma che lei maneggiava come nessuno; di Barbara e Pellegrina della Pietà, cantanti soliste, le cronache riferiscono che «i forestieri, udendo le loro voci, giuravano di trovarsi in paradiso». Per queste ragazze senza cognome se non l’appellativo «della Pietà» la musica fu salvezza e riscatto. Chi le aveva ascoltate senza vederle dietro le paratie di legno, quando poi le incontrava di persona si stupiva di trovarsi davanti popolane non troppo aggraziate e dai modi semplici. Una vera «sorpresa».
La tomba della felicità è il «dato per scontato» o «dato per scartato». Chi dà per «scontato» o «scartato» non riceve, chi non riceve non è grato, chi non è grato non è felice. E la scuola è proprio il luogo in cui si impara a essere sempre aperti alla vita, dove ci si allena quindi a essere, in sequenza: svegli, sorpresi, grati, felici, vivi. A cominciare dall’appello o da un po’ di buona musica. Magari un Allegro di Vivaldi.”
Gemma n° 2791

“Quest’anno ho deciso di portare un film: Pierrot le fou (o Il bandito delle undici in italiano). Ho scelto questo film perché è stato tra i primi che ho visto in completa autonomia e che mi ha fatta avvicinare di più al mondo del cinema. Diretto da Jean-Luc Godard, questo film parla della enigmatica storia d’amore tra Ferdinand Griffon e Marianne Renoir: due giovani adulti che partono da Parigi verso la Costa azzurra lasciandosi dietro le responsabilità e la routine. Nel loro viaggio affrontano varie tematiche come la criminalità, l’euforia romantica e l’instabilità emotiva. Il loro sogno di libertà man mano si sgretola e diventa tragedia: Marianne tradisce Ferdinand e lui, solo e incapace di trovare un senso, si suicida dopo essersi dipinto il volto di blu come un moderno “Pierrot” (il “Pierrot” è originariamente bianco ma in questa versione atipica prende il colore blu per raffigurare il lutto e il mare, elementi fondamentali del film). Si tratta di un gesto poetico ma violento, tipico dell’estetica di Godard, che fa riflettere e interpretare queste parti più “astratte” allo spettatore. Marianne, impulsiva ed enigmatica, cerca di vivere il momento indipendentemente dai mezzi mentre lui, malinconico e riflessivo, cerca di trovare un senso di autenticità lontano dalla sua vita borghese. Lui cerca il significato, lei cerca il piacere immediato. Nessuno dei due ha ragione o torto ma la loro relazione è la metafora di un amore impossibile e disturbato. Questo film mi ha aiutata molto a capire che bisogna fare la propria parte per portare avanti una qualsiasi relazione e dare un senso al caos” (I. classe prima).
Planck e la fiducia nell’invisibile

Nel suo quarto articolo per la rubrica Interferenze di Avvenire, Gabriella Greison si occupa di Max Planck e dell’importanza di restare fedeli alla verità senza possederla.
“Max Planck non amava le scene. Non gli interessava l’eroismo, né le prime pagine dei giornali. Aveva un portamento discreto, quasi austero, da professore che preferisce passare inosservato. Eppure, da quell’austerità è nata una rivoluzione che ha cambiato per sempre la storia della conoscenza: la nascita della meccanica quantistica. Planck non cercava la fama: cercava la verità. E la verità, per lui, non era un premio o una formula perfetta, ma una condizione morale. Credeva che il mondo avesse una struttura logica, una coerenza interna, una musica che si poteva ascoltare solo nel silenzio. Diceva che la scienza era un modo per avvicinarsi all’ordine, e che quell’ordine — razionale, invisibile, armonico — era il segno di Dio. Non un Dio che interviene nei destini umani come un regista, ma un Dio che regge la scena con leggi invisibili, precise, meravigliosamente coerenti. Un Dio che non ha bisogno di apparire per essere creduto.
La sua scoperta, quella che gli cambiò la vita, arrivò quasi per disperazione. Alla fine dell’Ottocento la fisica era in crisi: c’era un problema, la “radiazione del corpo nero”, che nessuno riusciva a spiegare. Le formule classiche si scontravano contro un muro. Planck cercava solo un modo per far tornare i conti, non per rivoluzionare la fisica. Nel 1900 tentò una via che gli parve un espediente temporaneo: ipotizzò che l’energia non fluisse in modo continuo, ma a pacchetti, a “quanti”. Un piccolo gesto matematico, quasi un trucco per far funzionare la formula. E invece, con quell’atto di umiltà e di genio, aprì un varco. Il mondo non era continuo, ma granulare. La realtà non era un tessuto uniforme, ma un mosaico invisibile di frammenti energetici, pulsanti come note di una sinfonia che si accende e si spegne. La fisica classica si incrinava, e nasceva la fisica quantistica.
Planck stesso faticò a credere alla sua scoperta. Diceva che era come se avesse aperto una porta su un territorio che non voleva ancora esplorare. E infatti per anni cercò di tornare indietro, di chiudere quella porta, di rimettere ordine nel caos che aveva generato. Ma l’universo, ormai, aveva parlato. E da lì in avanti niente sarebbe stato più continuo, né prevedibile, né definitivo. Eppure Planck rimase Planck: calmo, riservato, quasi diffidente verso il clamore dei suoi colleghi più giovani. Non aveva lo slancio visionario di Einstein, né il gusto per i paradossi di Bohr. Era l’uomo del rigore, del metodo, della costanza. Pensava che la scienza fosse un avvicinamento lento, progressivo, un cammino fatto di piccoli passi. E dentro quel cammino trovava spazio per la fede. “La fede è un’eredità preziosa dell’umanità”, scrisse. “La scienza e la religione non sono in contrasto, ma si completano e si condizionano reciprocamente.” Non parlava di una fede dogmatica, ma di un atto di fiducia. Perché ogni scienziato, nel momento in cui scrive un’equazione, compie un gesto di fede: crede che l’universo abbia un senso. Crede che le leggi della natura non siano arbitrarie, ma coerenti. Crede che la mente umana sia parte di quell’ordine, non estranea ad esso. In questo senso, per Planck, la fede non era un’alternativa alla ragione, ma la sua radice. Era la fiducia che il mondo non sia assurdo, che ogni frammento di realtà porti traccia di una logica comune. Ma dietro quella calma del professore, la vita di Max Planck fu segnata dal dolore. Vide morire due figlie, una moglie, e infine il suo ultimo figlio, Erwin, giustiziato dai nazisti per aver partecipato al complotto contro Hitler. Aveva più di ottant’anni. Aveva visto crollare tutto: il suo Paese, la sua generazione, la sua fede negli uomini. Eppure non smise mai di credere, né nella scienza, né in Dio. Non alzò mai i pugni al cielo per chiedere spiegazioni. Non trasformò il dolore in rancore. Continuò a scrivere, a insegnare, a cercare. Perché la sua spiritualità era questa: resistere al buio, tenere accesa la luce dell’intelletto. C’è una sua frase che mi ossessiona: “Per credere nella scienza, bisogna credere nella razionalità del mondo”. È un manifesto, una preghiera laica. Perché ogni volta che sperimentiamo, noi stiamo già compiendo un atto di fede. Non quella dei dogmi, ma quella che ci dice che il mondo ha un senso. Che non è un gioco casuale. Che non siamo gettati nel caos, ma immersi in una logica che ci precede.
E qui, se permettete, apro una parentesi. Perché questa parte mi riguarda da vicino. Io, che racconto la fisica sui palchi, perché lo faccio? Perché non mi basta più dire le cose “fredde”, solo con i numeri. Io sono in ricerca. Mi muovo tra le equazioni e i racconti, tra gli archivi e la scena, ma quello che inseguo è un senso. Un senso che non si può scrivere con la gessata di una lavagna, ma si può intuire in un respiro, in una parola, in un gesto. La fisica, per me, non è mai stata solo tecnica: è una lente per guardare dentro, non solo fuori. È il mio modo di stare nella domanda. E la spiritualità — quella libera, senza dogmi, fatta di domande più che di risposte — è il territorio naturale in cui queste domande respirano. Io non so se troverò mai una risposta definitiva. Ma so che questo cammino, questo continuo oscillare tra particelle e mistero, è il mio modo di cercare. E ogni volta che racconto Planck, racconto anche questo: che il mistero non è un fallimento, ma un fine. Planck lo sapeva. Sapeva che non si può possedere la verità, si può solo restarle fedeli. Che la fede non è un pacchetto chiuso di certezze, ma il coraggio di continuare a cercare anche quando tutto sembra crollare. Forse la sua vera eredità non sono solo i quanti, i Nobel, le formule che portano il suo nome. Forse è questa: la certezza che scienza e fede non sono nemiche, ma sorelle. Due vie che non si annullano, ma si guardano negli occhi. Due strade che si separano e poi si ritrovano, come due onde che interferiscono e creano una figura nuova. Max Planck non parlava di miracoli. Parlava di costanza. Parlava di fedeltà. Credeva che Dio fosse la radice della logica dell’universo, il fondamento silenzioso di ogni legge naturale. E nella sua voce sobria, senza enfasi, c’era già una spiritualità profonda: credere che l’invisibile sia reale. Che la luce più forte non è quella che si vede con gli occhi, ma quella che illumina la mente e consola il cuore. La sua fede nella luce invisibile è un invito a non smettere di cercare, anche quando tutto intorno è oscurità. A credere che la conoscenza, se fatta con umiltà, è una forma di preghiera. Che ogni esperimento riuscito è una genuflessione alla bellezza del mondo. E che ogni scoperta, anche la più piccola, è un modo per dire grazie.
Domanda per noi, oggi: se persino Planck, il più sobrio dei fisici, ci ricorda che ogni conoscenza nasce da un atto di fede, siamo disposti ad ammettere che anche noi viviamo di fiducia nell’invisibile? E che forse la vera grandezza non sta nel possedere risposte, ma nel restare fedeli alla ricerca — anche quando fa male, anche quando sembra inutile, anche quando tutto intorno crolla? Perché la scienza, come la vita, non promette certezze. Promette solo che, finché continueremo a cercare, la luce invisibile non si spegnerà mai.”
