“Più si consumano gli anni, più diventano preziosi (Goethe). Come gemma, quest’anno, ho deciso di portare la mia “ultima gemma”. Queste parole per me sono intense, cariche di significato, pesanti da digerire ma al contempo salvifiche. È il concetto di ultimo che mi spaventa, e molto spesso anche nella quotidianità è questa la parolina che mi fa soffrire. Fare una cosa ben consapevoli di starla facendo per l’ultima volta è affrontare le aspettative che ci creiamo ogni giorno (e che forse non verranno mantenute) e quindi in qualche modo sfidarsi. Sento spesso che l’ultima ripetizione, proprio a causa di questo ordine cronologico inconfondibile, debba essere testimone di tutto ciò che c’è stato prima. “E se non riuscissi ad esprimere ciò che voglio comunicare? E se non ne uscissi soddisfatta?” E così il giorno dell’esposizione è stato a mano a mano ritardato, mentre la gemma su Canva portava implicitamente il cartellino “a data da destinarsi”. Poi è arrivato quel sabato, nel quale il prof. con una voce pacata ma decisa ha detto: “manca solo la tua gemma”. Però stavolta, ho cercato di lasciarmi scivolare addosso tutto il peso, con cui solitamente arricchisco anche le cose semplici: ho fatto una presentazione, ho messo le foto delle persone a me più care, ho spiegato in breve l’importanza dell’ultima gemma. E sono tornata al posto con il cuore pieno di gioia. “Ultima gemma” è una delle caselle finali su cui sono approdata. Il traguardo è poco più avanti e penso che con un po’ di fortuna nei dati mi basti un sei per arrivarci. Quindi, mi lascio scivolare addosso la pesantezza di dovere salutare le ore di religione, il prof, i compagni, la scuola e i momenti indimenticabili e irripetibili. Eppure, con un po’ di leggerezza e semplicità, non potevo non essere più felice di chiudere così questi ultimi cinque anni. Gli amici, la scuola, i compiti di scienze, la frase del mio autore preferito. Tutto così semplice e (per fortuna) maledettamente mio”. (M. classe quinta).
Jovanotti poteva darglielo, un nome. Poteva dire Cleopatra, poteva fare il gesto colto e preciso. Invece no: nella canzone Buon sangue c’è una figura nella canzone che non ha nome. La lascia nell’ombra, alta un metro e dieci, e la chiama semplicemente “una mia ava”. Una donna piccola, piena di calore, che ha frequentato romani, galli, egizi e greci. Che ha sottomesso persino un imperatore. E che da lì, da quella vita ai margini della storia ufficiale, gli ha insegnato qualcosa.
Nella quarta figura di Buon Sangue, Jovanotti fa un’operazione culturale più sottile di quanto sembri a prima lettura. Non sta parlando di seduzione nel senso deteriore del termine, ma di arte — usa proprio questa parola: “l’arte buona di dare piacere”. E l’arte si impara, si pratica, richiede attenzione all’altro. Non è furbizia, non è manipolazione. È una forma di intelligenza emotiva che la storia ha faticato a riconoscere come tale, soprattutto quando era esercitata da chi non aveva accesso ai canali ufficiali del potere.
Nel video questa figura viene affiancata ad altre due: Dalila e Giuditta. Storie lontanissime tra loro nel tono e nell’esito, eppure legate da un filo comune. Tutte e tre agiscono in un mondo che non le riconosce come protagoniste e riescono a determinare il corso degli eventi in modo decisivo attraverso strumenti che la cultura dominante ha sminuito o demonizzato.
Al solito, lascio qui alcune domande che il testo ha suscitato.
Esistono davvero diversi tipi di potere? Quello che si esercita con la forza, con il denaro, con il titolo — e quello che si esercita con la relazione, con l’empatia, con la capacità di far sentire l’altro visto e desiderato. Nella vostra vita quotidiana, quale riconoscete più spesso? Quale vi sembra più efficace? E quale, onestamente, vi sembra più giusto?
Perché le donne che hanno esercitato un grande potere vengono ancora oggi giudicate diversamente? Cleopatra è intelligenza politica o femme fatale? Dalila è una traditrice o una donna usata da un sistema più grande di lei? Giuditta è un’eroina nazionale o un’assassina a sangue freddo? Cambierebbe qualcosa nel vostro giudizio se al posto suo ci fosse un uomo che usa l’astuzia per eliminare un nemico?
Sansone sapeva che Dalila lo stava tradendo, eppure parla. Come si interpreta questo? È debolezza, è amore, è il bisogno irresistibile di essere davvero conosciuti da qualcuno — anche a costo di distruggersi?
Dare piacere è un gesto di forza o di debolezza? Non necessariamente in senso romantico: nella vita di ogni giorno, chi dedica attenzione agli altri, chi cura le relazioni, chi sa ascoltare — viene valorizzato o viene dato per scontato? La nostra cultura premia di più chi prende o chi dà?
E infine, la domanda che il video lascia sospesa nell’aria: come guardiamo i corpi, oggi? Sui social, nella pubblicità, nei film — chi decide come devono apparire? C’è differenza tra un corpo che si presenta come soggetto attivo e uno ridotto a superficie su cui gli altri proiettano i propri sguardi? Sapete riconoscere la differenza, quando la incontrate?
L’ava di Jovanotti non è sulle enciclopedie. Non ha vinto battaglie con le armi, non ha firmato trattati, non ha lasciato monumenti con il suo nome inciso sopra. Eppure è nella genealogia. È tra gli antenati illustri. Forse è proprio questo il punto più silenzioso e più sovversivo dell’intera strofa: decidere da chi discendere. Scegliere chi mettere nella propria storia.
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare le mie emozioni. Diciamo che nonostante la mia perplessità ho deciso ugualmente di portare quello che per tanto tempo ho cercato di tenere per i fatti miei. Decidere come “tradurre” quello che voglio comunicare non è facile, infatti non ne ho la minima idea. Non per niente come modo per partire ho deciso di portare questo video. Ci sono stati molti momenti in cui mi sono sentita come questo fiore, talmente euforico da esplodere, mostrare tutti i suoi colori, ma come ben si sa non hanno vita infinita, ad un certo punto appassiscono. Ma l’appassire non determina la fine della loro vita: rinascono e penso che sia una delle metafore migliori che potessi usare per descrivere quello che penso. La mia vita segue la stessa vita interiore o emotiva di un fiore, solo che ciò che la rende imprevedibile sono i tempi, che tendono sempre a sorprendere. Non so mai quando l’euforia finirà e dietro l’angolo mi starà aspettando un altro periodo di più profonda depressione. Non so e probabilmente la strada per arrivare a poter decidere i tempi di fioritura e appassimento sarà lunga. A volte penso a cosa sarebbe la mia vita senza questa cosa che vive in me e per quanto abbia reso l’esistere alquanto detestabile, riconosco che tutto il dolore provato, ogni singola lacrima, ogni singolo senso di vuoto ma anche ogni risata, ogni azione impulsiva, ogni singolo pezzo d’amore non sarebbe lo stesso. Come mi è stato più volte chiesto, non penso che rinuncerei mai al mio bpd, anche se a volte questo significa essere “condannata” a vivere una vita piena e sicuramente totalmente lontana dall’equilibrio. Le mie emozioni sono una delle parti più importanti di me, le parti a cui non rinuncerei mai, e vivere senza provarne anche solo un terzo non sarebbe la stessa cosa” (I. classe quinta).
“Oggi volevo parlarvi di una campanella, ma non di una qualunque. Nel linguaggio dei biker questo oggetto è importantissimo e si chiama Guardian Bell. La tradizione vuole che queste campanelle vengano regalate dal partner e fissate alla parte della moto più vicina al terreno (evitando accuratamente i punti caldi come lo scarico, che potrebbero sciogliere la fascetta di fissaggio) proprio dalla persona che le dona. La leggenda narra che queste campanelle, come suggerisce il nome, servano a proteggere il motociclista dagli imprevisti della strada: ogni volta che la campana si ammacca, significa che ha fatto il suo dovere proteggendoti. Voglio cogliere l’occasione di questo regalo per parlare della mia ragazza. È probabilmente la persona che mi ha cambiato la vita; stiamo insieme da quasi due anni e sono davvero felice di averla incontrata. Questo pensiero da parte sua è stato estremamente significativo, perché dimostra quanto ci tenga a me. Mi ha scaldato il cuore sapere che, pur di sentirsi rassicurata quando sono in giro (anche se, a dire il vero, guido come un assassino quindi non basterà una sola Guardian Bell…), si sia informata su questo genere di “amuleti”.” (A. classe quarta).
“Ho riflettuto molto su cosa portare come gemma quest‘anno e ammetto che non é stato affatto semplice scegliere, finché, sfogliando l’album delle foto, mi sono imbattuta in una tenera foto che ritrae me e mia nonna quando avevo appena un anno. Fin da quando sono nata, mia nonna é stata una presenza costante nella mia vita e ho deciso di dedicarle questa gemma per tutto quello che ha sempre fatto per me e per mio fratello. Quando ero piccola e mia madre lavorava, casa sua era una tappa fissa: mi preparava sempre i miei piatti preferiti, mi aiutava a fare i compiti, giocava con me a carte e mi portava quasi ogni pomeriggio al parco. Se mi comportavo male, mi sgridava proprio come se fosse una seconda mamma e mi faceva capire che ciò che avevo fatto o detto era sbagliato. Non mi ricordo un singolo giorno in cui non mi abbia dato una delle sue tipiche lezioni di vita e le sono veramente grata per questo, poiché mi hanno aiutato a migliorare e a maturare, ma soprattutto a capire come funziona la vita. Ora che sono cresciuta, non vado molto spesso a trovarla come facevo prima, ma ogni volta che entro in casa sua, ritrovo il calore e la serenità che provavo da piccola appena varcavo la soglia. Mi accoglie sempre con il sorriso ed è pronta a fare di tutto pur di rendermi felice. A volte le rispondo male e non ne vado fiera; subito dopo mi rendo conto di tutto quello che ha sempre fatto per me e me ne pento. Nonostante ciò, le racconto sempre tutto, ad esempio della scuola o dei miei amici e lei è sempre entusiasta di ascoltarmi e di darmi consigli. Ho passato gran parte della mia infanzia a scorrazzare per quella casa piena di ricordi e risate, soprattutto durante l‘estate e ora che sono grande, rimpiango quei momenti privi di preoccupazioni e stress. A volte vorrei tornare indietro e rivivere anche solo per un secondo quella spensieratezza che ogni bambino possiede. Mia nonna è un punto di riferimento fondamentale nella mia vita, perché mi ha insegnato moltissime cose, ma soprattutto ha creato dei ricordi che custodirò con gelosia all’interno del mio cuore, per tutta la vita e che trasmetterò ai miei figli quando cresceró. Mia nonna però, mi vede ancora come la sua nipotina e ogni volta che passo il pomeriggio a casa sua, capisco quanto sia speciale il legame che ci ha sempre unite. Non so cosa farei senza di lei e anche se il tempo scorre, rimarrà per sempre una delle mie persone preferite in assoluto. Un semplice grazie non basta per tutto quello che ha sempre fatto per me e spero di riuscire a trasmetterle tutto il bene e l‘ammirazione che provo nei suoi confronti. Certe persone non sono solamente parte della nostra vita, ma sono la radice: invisibili agli occhi degli altri, ma indispensabili per farci crescere e diventare ciò che siamo. Anche quando non ci sarà più, so che ovunque andrò, una parte di me rimarrà per sempre legata a lei e ai ricordi che ci uniscono” (A. classe terza).
“Quest’anno, come gemma, ho deciso di portare le mie due “sorelline”, A. ed E. Sono le figlie più piccole di amici dei miei genitori, e le conosco da quando sono nate. Tra noi c’è sempre stato un legame speciale, che con il tempo è diventato un rapporto di vera fratellanza. A. ed E. hanno 8 anni, e le conosco talmente bene che mi sembra di vederle crescere davanti ai miei occhi ogni giorno. Nonostante la differenza di età, tra noi c’è una connessione profonda che va oltre la semplice conoscenza. Sono quelle bambine che quando ci vediamo non vedono l’ora di correre verso di me, cercandomi sempre come punto di riferimento. È come se per loro io fossi una specie di “guida”. Ogni estate, durante il centro estivo, passiamo insieme circa tre settimane. Nonostante ci siano tanti altri animatori e bambini, A. ed E. mi cercano sempre, e mi fanno sentire importante. Mi hanno insegnato a non dare mai per scontato un sorriso, a prendermi cura degli altri anche quando tutto sta andando bene e sembra che non ci sia nulla di speciale in un semplice abbraccio. Stando con loro ho imparato che la responsabilità non è solo una questione di impegni o doveri, ma anche un sentimento di cura e di attenzione verso gli altri. Ogni volta che mi cercano, ogni volta che mi chiedono qualcosa mi ricordo che ogni gesto che faccio può essere importante ai loro occhi. Essere per loro una figura di riferimento mi ha fatto capire che anche le piccole azioni possono avere un grande impatto. A. ed E. sono molto più di due bambine: sono come le mie due piccole sorelle che piano piano in qualche modo sto aiutando a crescere e anche se sono ancora piccole sanno che io per loro ci sarò sempre”. (E. classe terza).
“Mi spaventano le cose che finiscono e forse, proprio per questo, ho sempre immaginato lontano questo momento. Devo ammettere che ho rimandato più e più volte la scrittura di questa “gemma”, nella speranza di creare qualcosa di unico. Alla fine, però, ho capito che ogni volta che ne scrivo una mi basta riflettere su me stessa. Mi sono sentita di intitolare questo documento, “L’ultima gemma della mia vita”, può sembrare drammatico, lo so, eppure l’ho scelto con cura. L’ho chiamato così perché, anche se so che non è davvero un finale definitivo, rappresenta la chiusura di un capitolo importante della mia vita. È “l’ultima” non perché dopo non ci sarà altro, ma semplicemente perché segna la fine di un percorso che mi ha cresciuta, cambiata e definita. È una gemma perché racchiude tutto ciò che sono stata fino ad oggi: pensieri, paure, conquiste e consapevolezze. Anche se mi è stato detto che non esistono mai finali definitivi, soprattutto perché dopo il liceo inizia la vera e propria storia della propria vita, ho voluto portare come gemma di quest’anno, una riflessione che custodisco da tempo: il fatto di essere cresciuta e di come la consapevolezza di questo mi renda felice e, allo stesso tempo, mi stringa lo stomaco in un modo che non so spiegare. Quando mi guardo allo specchio, non vedo più la me di cinque anni fa, ma una ragazza grande, pronta a prendere in mano tutto ciò che la vita ha da offrire. Eppure vedo anche una ragazza che ha estremamente paura del futuro che incombe. Poi però ripenso agli anni scorsi, a quanti progressi personali ho fatto e a tutte le persone che mi hanno accompagnata durante questo percorso, e capisco quanto io sia profondamente grata a ciascuna di loro. Ripensandoci davvero, questi anni di liceo sono stati un continuo intreccio di emozioni contrastanti. Quante volte li ho maledetti: per le interrogazioni, per le ansie, per le giornate infinite, per la sensazione di non farcela. Quante volte ho desiderato che finissero il prima possibile. Eppure, adesso che sono davvero alla fine, mi accorgo che qualcosa dentro di me già ne sente la mancanza. Mi manca persino ciò che prima mi pesava, perché in fondo è stato proprio quello a costruirmi. È strano rendersi conto che anche le difficoltà, col tempo, assumono un significato diverso e diventano parte del percorso che ti ha fatto crescere. Ammetto di non sapere bene cosa scrivere in questa gemma, ma sicuramente voglio far trasparire la mia gratitudine attraverso queste parole. Quest’anno ho realizzato tante cose: il modo in cui sono cambiata, maturata, e come abbia lavorato su me stessa, forse anche inconsciamente. Quest’anno è iniziato all’insegna del cambiamento. Ho capito che, talvolta, l’assenza di una persona può insegnare molto più della sua stessa presenza. Ho capito su cosa concentrarmi e chi sono davvero le persone che mi vogliono bene. Ho compreso che aprirsi a nuove conoscenze non è la fine del mondo, anzi. Ho scoperto come fare nuove esperienze ti faccia sentire estremamente viva. Ho imparato a trovare un mio equilibrio e a non farmi sopraffare dalle mie ansie e paure le quali, ammetto, a volte ritornano. Ma forse è anche bello così: mi rendono quella che sono, e ho capito che conviverci non è la fine del mondo. Ho imparato a fregarmene, a dire addio, a essere grata alle piccole cose della vita. E di questo devo ringraziare anche le mie più care amiche, A. e F.: senza di loro probabilmente non saprei come avrei affrontato questi anni. Sono una boccata d’aria fresca nei momenti in cui manca il respiro. Ho imparato a godermi le cose, o forse ci sto ancora provando. Ho imparato a lasciarmi andare e quanto questo mi abbia fatto bene. Ho imparato che non sono un voto o una brutta giornata di scuola. Ho imparato a non fasciarmi la testa prima di rompermela e anche a non piangere disperatamente subito dopo essermi fatta male, ma piuttosto a cercare una soluzione davanti a un problema, indipendentemente da quanto esso mi possa sembrare enorme. Di recente ho letto un detto che diceva: “Se sei sicuro, brucia la nave.” Questo detto nasce da una storia vera. Nel 1519 Hernán Cortés arrivò in Messico con i suoi uomini. La terra era sconosciuta, il rischio enorme, la paura reale. Molti volevano tornare indietro: il mare era lì, le navi pronte, la via di fuga aperta. Cortés fece una scelta estrema: ordinò di distruggere le navi. Niente ritorno, nessuna alternativa rassicurante. Da quel momento c’era solo una direzione: avanti. E proprio perché si tolsero il peso del dubbio riuscirono a conquistare. “Bruciare le navi” significa questo: tagliare le vie di fuga, smettere di ancorarsi al passato e decidere, una volta per tutte, dove si vuole arrivare. Per me è anche un monito ad andare sempre avanti, senza restare bloccati a guardarsi indietro. Questo non significa dimenticare ciò che è stato, ma essere consapevoli che ogni esperienza vissuta, bella o brutta, mi ha resa la persona che sono oggi. Questa idea di distinguere tra ciò che davvero conta e ciò che è solo momentaneo mi riporta a una frase che mio nonno mi ha sempre detto. Non la ricordo spesso, ma ogni volta che riaffiora riesce a fermarmi e a farmi riflettere: quando è brutto tempo è sbagliato dire che è una brutta giornata; è meglio dire che il tempo è semplicemente brutto, perché le brutte giornate sono tutt’altra cosa. Ho imparato a non avere paura del futuro… scherzo, quello mi spaventa ancora e parecchio; ma in fondo la vita non va solo pensata: va vissuta. Forse i diciotto anni mi hanno fatto capire quanto le cose che prima davo per scontate siano in realtà meravigliose: le amiche, un abbraccio, un bacio, amare, piangere dalle risate o piangere e basta. Perché, in fondo, sono queste le cose che ci fanno davvero sentire qualcosa e che vanno affrontate, nel bene e nel male, sempre a testa alta. Oggi sono sicura di poche cose, ma una la so: voglio vivere e respirare davvero. Negli ultimi anni ho imparato tantissimo e ringrazio infinitamente i momenti che mi hanno fatta cadere con le ginocchia a terra, perché, anche se può sembrare assurdo, sono proprio quelli che ti fanno aprire gli occhi e capire quanto, in realtà, si è fortunati. Auguro quindi a tutti di avere voglia di crescere, ma senza fretta. Cadete, ma rialzatevi e guardate a testa alta la strada che avete davanti. Chissà, forse questa gemma potrà servire a qualcuno che la leggerà, o anche semplicemente a me, per ricordarmi chi sono sempre stata, senza però aver mai avuto davvero l’accortezza di vedermi con i miei stessi occhi”. (A. classe quinta).
Un operaio. Un cantiere enorme, rumoroso, confuso. Le lingue che si moltiplicano intorno a lui finché non riesce più a capire nessuno. E lui — invece di arrendersi, invece di andarsene, invece di imprecare — prende i soldi del salario e compra un vocabolario. È un manovale che posa mattoni senza conoscere il progetto complessivo, e che davanti all’incomprensione reagisce con il gesto più umile e più ostinato che esista: decide di studiare. Jovanotti, nella terza figura della canzone Buon Sangue, entra nel racconto della Torre di Babele — undici versetti scarsi nel libro della Genesi, densissimi di cose non dette — e fa la stessa operazione che aveva fatto con Caino: si ferma davanti a ciò che il testo non spiega. Perché Dio confonde le lingue? Il testo non dice che gli uomini erano superbi, né che il progetto fosse sbagliato. Dice solo, con una franchezza quasi inquietante, che se li avesse lasciati fare “non sarebbe stato loro impossibile nulla”. Come se la diversità non fosse una punizione, ma una condizione necessaria. Come se capirsi del tutto, da sempre, non fosse il destino degli esseri umani. E il manovale lo sa. Lo sa mattone su mattone, lo sa nel silenzio del cantiere che si è fatto straniero. Eppure compra il vocabolario.
Il video di questa settimana entra lentamente in questo spazio — tra la torre incompiuta e il dizionario aperto — e porta con sé alcune domande che vale la pena tenere in mente anche prima di guardarlo.
Quando qualcuno non ci capisce, qual è il nostro primo istinto? Ci allontaniamo, o cerhiamo un altro modo per farci comprendere? E quante volte, in una discussione, il problema non era la cattiveria ma semplicemente il fatto che la stessa parola significava cose diverse per due persone diverse?
Conoscere le parole di qualcuno significa capirlo? Un vocabolario cataloga termini, non persone. Le persone mentono, cambiano umore, si contraddicono, crescono. C’è sempre uno scarto tra la definizione e l’incontro reale. Quando abbiamo scoperto che qualcuno che pensavamo di conoscere era molto diverso da come lo immaginavamo, cosa è cambiato?
È necessario vedere il grande progetto per dare un contributo? Il manovale non sa dove arriverà la torre. Posa mattoni. A volte la visione d’insieme paralizza, mentre la concretezza del passo successivo permette di andare avanti. Nella nostra esperienza — a scuola, in squadra, in famiglia — abbiamo mai lavorato bene a qualcosa senza capirne fino in fondo il senso complessivo?
I social network ci hanno avvicinati o allontanati? Abbiamo più strumenti che mai per comunicare. Parliamo di più, scriviamo di più, mandiamo emoji per colmare i silenzi. Eppure. Eppure capire gli altri sembra ancora, stranamente, complicato. Cosa manca?
E infine, la domanda che il video lascia aperta senza risponderci: è possibile conoscere davvero una persona? O c’è sempre una parte — anche in chi amiamo da anni — che resta inaccessibile, misteriosa, irriducibile a qualsiasi parola?
Il rabbino della storiella che cito nel video dice che la vera alba non è quando si distingue un albero da un altro, ma quando si guarda il volto di una persona qualunque e si riconosce un fratello o una sorella. Fino a quel momento, dice, è ancora notte nel tuo cuore. Il manovale di Babele ha comprato il vocabolario. Il dizionario è passato di mano in mano fino a oggi.
“Questa è una polaroid scattata a Trieste, siamo io e L., una ragazza con cui sono amica da ormai poco più di un anno ma a cui sono particolarmente legata. È una delle persone più importanti della mia vita e un’amica veramente speciale con cui condivido molto e di cui mi posso sempre fidare; infatti parliamo praticamente ogni giorno. Questa foto la tengo sempre nella cover del mio telefono, da quando è stata scattata, per ricordo di quella giornata in cui siamo riuscite a incontrarci di nuovo: purtroppo lei abita a Lubiana quindi spesso è difficile riuscire a trovarsi. Sono molto grata di questa amicizia e spero di portarla avanti per molti altri anni” (G. classe quinta).
“Questa penna è un regalo di mio papà. Non ha solo un valore economico, ma soprattutto un valore affettivo. Poiché non ho un legame molto stretto con lui, a volte contorto e difficile per via delle discussioni, questo oggetto è ciò che mi fa pensare a lui e rappresenta un qualcosa di positivo e piacevole. Infine mi auguro che in futuro si possa creare un rapporto più forte tra noi” (M. classe quinta).
“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto. Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi. Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte. Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti. Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”. (E. classe quinta).
“Io avevo paura dei cani e un giorno i miei genitori hanno deciso di comprarne uno; io non lo volevo ma loro insistevano. Così ne chiesi uno piccolino e mi è arrivato Sam, che a soli tre mesi pesava già 25 kg. Io non avevo paura di lui, anzi lui mi ha fatto passare la paura, siamo cresciuti insieme e avevamo un’intesa unica. Il mio cane era semplicemente gigante e per me stare in piedi se avevo lui con me è sempre stato praticamente impossibile: appena facevo un semplice passo lui correva per prendermi e per buttarmi a terra e ci riusciva ogni volta. Dopo 9 splendidi anni ci ha lasciato in modo improvviso; forse per vecchiaia era arrivato il suo momento. So solo che ha lasciato un vuoto incredibile che nessuno e nulla potrà realmente colmare. Ora i miei genitori hanno preso Axel, un nuovo cane a cui mi sono già affezionata, ma nulla potrà mai rimpiazzare Sam, anche se Axel è già diventato parte della famiglia” (A. classe prima).
C’è una domanda che non ha risposta. Non perché nessuno l’abbia cercata — secoli di teologi, filosofi e poeti ci hanno provato — ma perché il testo che la contiene, il quarto capitolo della Genesi, si rifiuta deliberatamente di rispondere. Dio gradisce l’offerta di Abele. Non gradisce quella di Caino. E non dice perché. Jovanotti, in poche strofe di Buon Sangue, fa una cosa semplice e spiazzante: invece di prendere la versione comoda — Caino il cattivo, Abele il buono, morale della favola — torna al testo nudo e si ferma davanti a quel silenzio. E da quel silenzio tira fuori non una risposta, ma una domanda ancora più bruciante. “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?” Insanguinava. Non tormentava, non turbava. Insanguinava. Una ferita aperta, non un pensiero.
Il video su questo secondo personaggio entra lentamente in questo territorio. E lo fa con alcune domande che vorrei lasciare qui prima di guardarlo, perché potrebbe essere un esercizione interessante arrivarci già un po’ “inquieti”.
Vi è mai capitato di non ottenere qualcosa — un riconoscimento, un’opportunità, un po’ di attenzione — senza una ragione apparente? Non una sconfitta spiegabile, non un errore vostro: semplicemente, qualcuno accanto a voi ha ricevuto quello che voi non avete ricevuto. Come ci si convive? Si trova una spiegazione, oppure si impara a stare dentro l’interrogativo? Conoscete qualcuno — nella letteratura, nella storia, nella vostra vita — che ha reagito al senso di essere “meno amati” con violenza? Verso gli altri, o verso se stesso. E soprattutto: quella violenza è arrivata dal nulla, o è arrivata dopo un dolore preciso? È possibile fare domande arrabbiate alla vita, al destino, a Dio — senza per questo smettere di sperare? C’è differenza tra la protesta e la disperazione? Dove passa il confine? E poi c’è la svolta più difficile, quella su cui il video si sofferma più a lungo: Jovanotti dice che nei momenti più bui, Caino sentiva di essere il più amato. Non lo sapeva. Lo sentiva. Cosa distingue la speranza dalla certezza? E quando avete sperato qualcosa senza poterlo dimostrare, cos’è che vi ha tenuti in piedi? Infine, la domanda forse più destabilizzante di tutte: le persone possono davvero cambiare dopo aver fatto qualcosa di grave? Il senso di colpa è una prigione o può diventare una porta? E il perdono — quando arriva — a chi serve di più: a chi lo riceve o a chi lo dà?
Jovanotti sceglie Caino come antenato illustre. Non nonostante quello che ha fatto, ma insieme a quello che ha fatto. È un’affermazione difficile da accettare. Ed è esattamente per questo che vale la pena fermarsi.
“Ho scelto la canzone A modo tuo di Elisa per la mia gemma perché per me rappresenta un legame molto importante: quello con mia nonna. Questa canzone parla dell’amore di chi ti cresce e ti accompagna nella vita, lasciandoti libero di essere te stesso, “a modo tuo”. Ed è proprio questo che rappresentava per me mia nonna. Mia nonna è venuta a mancare il 13 gennaio di quest’anno, e questa era una delle sue canzoni preferite. Io sono cresciuta con lei dal giorno della mia nascita fino ai miei 18 anni, e per me non era solo una nonna, ma una presenza fondamentale nella mia vita. Ogni volta che ascolto questa canzone penso a lei, a tutto l’amore che mi ha dato, ai momenti passati insieme e a tutto quello che mi ha insegnato. Adesso mi ritrovo ad affrontare la vita senza di lei, ed è difficile. Però questa canzone mi aiuta, perché mi ricorda che anche se lei non c’è più fisicamente, tutto quello che mi ha lasciato dentro continua a vivere in me. A modo tuo per me è importante perché mi fa sentire ancora vicina a lei. È come se, ogni volta che la ascolto, mi accompagnasse ancora e mi dicesse di andare avanti, vivendo la mia vita proprio a modo mio. Per questo ho scelto questa canzone: perché rappresenta un amore che non finisce mai” (A. classe quinta).
“Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder: Chi sei tu?”. Iniziava così un post di 13 anni fa su questo blog (il prossimo anno oradireli festeggerà i 20 anni di esistenza…)! Il mondo di Sofia è uno di quei libri che certi lettori portano con sé per anni, non sugli scaffali ma addosso, letteralmente. E quella domanda, semplice e impossibile insieme, è il punto da cui parte il nuovo ciclo di video di cui trovate il primo qui sopra e che rimette abbondantemente mano a quei pezzi di parecchi anni fa. Il testo è molto rimaneggiato e ampliato.
Gaarder pone quella domanda a una ragazzina davanti a uno specchio. Sofia Amundsen fissa il proprio riflesso, dice “tu sei me”, capovolge la frase — “io sono te” — e non riceve risposta. Si rende conto di non aver scelto nulla di essenziale: non il nome, non il naso troppo piccolo, non i capelli neri che pendono diritti come spaghetti e su cui la lacca non attacca. Non ha scelto nemmeno di essere umana. Eppure è lei. Inequivocabilmente, irriducibilmente lei. È uno dei momenti più onesti che la letteratura abbia dedicato alla domanda sull’identità: niente risposte solenni, solo una bambina sconcertata che alla fine decide di andare in giardino.
Quel brano ho deciso di collegarlo a una canzone che sembrava aspettare esattamente quella domanda per avere senso. Si tratta di Buon Sangue di Jovanotti, dall’album omonimo del 2005. Il concetto di fondo, a prima vista, è quasi disarmante nella sua semplicità: siamo tutti poco originali. Abbiamo preso un po’ da tutti — dai parenti vicini, da quelli lontani, da quelli così lontani nel tempo di cui non sappiamo nemmeno i nomi. Siamo un impasto di voci, di facce, di gesti ereditati. Un archivio ambulante di chi ci ha preceduto. Eppure — ed è qui che la canzone si complica nel senso migliore — c’è qualcosa che non si ripete. “Niente accade due volte”, canta Jovanotti verso la fine. Quella combinazione specifica di eredità, quel particolare incrocio di storie, non è mai esistita prima e non esisterà mai più.
Visto da questa angolazione, Buon Sangue suona come una lunga risposta alla domanda che Sofia non riesce a chiudere davanti allo specchio. Chi sei tu? Sei il risultato di tutto ciò che ti ha preceduto — e insieme qualcosa che accade una volta sola.
Nelle prossime puntate il testo verrà affrontato per piccoli pezzi, con calma, come merita. Ogni frammento nasconde più di quanto sembri a una prima lettura.
“Se mi avessero chiesto cosa avrei portato come gemma, avrei risposto con un film o con una serie. Ma nell’ultima settimana ho pensato molto a cosa portare e mi è venuta un’idea: parlare di una persona davvero importante per me cioè la mia migliore amica. Si chiama S., un nome che hanno molte persone ma la differenza è che nessuno è come lei. Ci siamo conosciute in prima media, inizialmente neanche ci parlavamo, poichè lei mi riteneva “antipatica” per le persone che frequentavo e io non l’avevo neanche notata. Col tempo, grazie a delle amicizie in comune ci siamo iniziate a parlare e siamo diventate sempre più amiche. Se ho detto che è molto importante per me è perchè c’è stata in molti periodi della mia vita; se avevo bisogno di qualcuno, lei c’era sempre per me, mi ha visto cambiare molto. Quando le chiedo qualcosa in prestito, non ci pensa neanche due volte a prestarmelo, magari sembrano piccole cose ma per me sono grandissimi atti di gentilezza. Anche se a volte lei si sente inadeguata, per me è sempre la più brava e la più bella. Spero che lei sappia quanto valgono tutti i momenti passati insieme e se oggi sono quella che sono è anche grazie a lei. Per questo, se mi chiedessero di nuovo quale sia la mia gemma, non avrei dubbi: sceglierei sempre la nostra amicizia”.
“Come gemma ho deciso di portare la mia famiglia. Ho due fratelli e una sorella e sono la più piccola: mi ritengo molto fortunata perché ho una famiglia che mi vuole bene. Uno dei miei sogni è rendendere i miei genitori fieri di me per rigranziarli per tutti i sacrifici che hanno fatto per me” (M. classe prima).
“La mia gemma è Leon, il mio cane, che fin da piccola mi ha accompagnato e a cui ero molto legata. Ogni volta che i miei genitori litigavano, o avevo bisogno di conforto, mi chiudevo in camera e giocavo spensierata con lui coccolandolo. Era come il mio rifugio e un fratello non di sangue. Nonostante sia stato sfortunatamente ucciso, è stato un animale con un grande cuore e un’enorme pazienza. Rimarrà sempre nel mio cuore e sarà per sempre il mio primo migliore amico” (M. classe prima).
“Ho portato la canzone Amelie perché mi sento rappresentato da lei, sia dal significato che dalle parole dell’artista, che è uno dei miei preferiti, e ho deciso di riportare qui un’intervista di Kid Yugi (il cantante), dove spiega il significato della sua canzone e la storia che c’è dietro Il significato. Chi è Amelie? “Amelie nasce da questo flirt che ho avuto con questa ragazza e dal fatto che, questa ragazza se n’è dovuta andare la mattina dopo che noi ci siamo aperti. Questa ragazza è dovuta partire, tornare a Parigi e io la pensavo spesso, l’ho pensata spesso nelle ore successive, nei giorni successivi. Chissà quante storie bellissime esistono così, nella vita di tutti, cioè quante volte ognuno di noi conosce una persona che finisce poi per idealizzare per tutta la vita o almeno per un lungo periodo”. Kid Yugi prosegue poi spiegando perché la fine immediata di un rapporto possa essere un “dono” per l’immaginazione, proteggendo il ricordo dalla realtà: “Grazie a Dio esistono queste storie, perché non vengono sporcate, contaminate dalla realtà, che alla fine è quello che rende tutto umano e che rende tutto insipido. Magari ti innamori di una ragazza, che per un motivo o per un altro, non vedi mai più perché si trasferisce in un altro paese e tu, continui a pensare a questa ragazza perché non te ne sei fatto in poco tempo un’idea precisa, ne hai appena abbozzato i contorni nella tua mente e quindi sei tu a riempirla, con te stesso, con i tuoi sogni, con le tue inclinazioni, con i tuoi desideri”. (C. classe quarta).
“Quest’anno come gemma ho scelto di portare mia madre. Questo per me è strano perché mia mamma non è la mamma con cui mi confido quando ho un problema, non è quella con cui parlo delle cose che mi succedono tutti i giorni, non è quella che mi accompagna a fare shopping, mia madre è più quella con cui troppo spesso non riesco a parlare, quella con cui litigo troppo spesso, con cui alzo la voce, che mi dà consigli che non voglio seguire. Nonostante tutto questo però non la vorrei diversa anzi, penso che sia quella perfetta per me, quella che mette alla prova tutti i miei difetti e mi aiuta a crescere tutti i giorni, e sono grata a lei per tutte le cose che fa perché, nonostante non mi piacciano, attraverso di esse mi dimostra quanto mi vuole bene. Insomma, lei non è la mamma dei sogni ma è quella di cui ho bisogno” (B. classe quarta).