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Gemma n° 2015

“Come gemma ho portato una riflessione religiosa fatta due anni fa, un periodo complicato della mia vita, al di là della questione pandemica, anche per la perdita di una persona cara. Essendo io una persona cristiana mi sono fatta le tipiche domande: perché una persona innocente deve soffrire? perché il dolore se c’è Dio? dov’è quando stiamo male? Provo a rispondere. C’è il mistero dell’agire di Dio, però noi crediamo anche se non sappiamo come egli agisca. Immagino la nostra vita come una linea del tempo. Su questa linea ad un certo punto è arrivato Cristo, Dio è sceso in terra. Prima di Cristo eravamo in una situazione negativa; anche ora c’è il peccato, con la differenza che Cristo è venuto a salvarci e possiamo redimerci perché siamo nella grazia di Cristo. C’è chi crede e chi no, lui è venuto per salvare tutti. Per questo disegno la persona prima di Cristo sotto la linea. Noi abbiamo il libero arbitrio, possiamo decidere tra bene e male, possiamo credere in Dio o meno. Dio è in controllo dell’Universo, non delle singole vite, siamo noi il motore delle nostre azioni. Come esempio porto la vicenda di Giuseppe, capace di interpretare i sogni del Faraone; sicuramente mentre era imprigionato non pensava a ringraziare Dio della propria sorte, come noi nelle difficoltà vediamo la nostra fede venire meno. Dio non funziona come vogliamo noi; ha un piano generale in cui si collocano le nostre vite. Per un cristiano la speranza non viene mai meno, Dio è come un salvagente; come ha avuto un piano per Giuseppe, così ce l’ha per me. Ho una visione che mi proietta in avanti, oltre il momento difficile che sto vivendo: anche per me, come per Giuseppe, ci sarà il lieto fine”.

Mentre riflettevo su come commentare la gemma di F. (classe quarta) mi sono imbattuto in alcune parole di David Maria Turoldo: “Spero sempre nell’umanità. Nella mia umanità, nella tua umanità. Quello che non ho fatto ieri, cerco di attuarlo oggi. Spero sempre nel nuovo giorno, che è sempre un giorno mai vissuto da nessuno. E’ come se il mondo sorgesse di nuovo alla luce. Penso al bene che posso fare, il piccolo, grande aiuto che posso dare ai fratelli. Il sole rispunta, la vita risplende, aiutiamoci a sperare”.

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Buona Pasqua

A Natale ho mandato alle mie classi  gli auguri partendo da come ci stavamo preparando in famiglia insieme a Mariasole. A Pasqua è un po’ diverso, è difficilino spiegare a una bimba di 2 anni che l’amico nato a Natale è diventato grande in 4 mesi, viene ucciso in croce e poi risorge. La Pimpa che vola da Nino il pinguino a bordo di un aquilone è obiettivamente più credibile ai suoi occhi. Quindi ciao ciao a Mariasole.

Qualcosa, però, ho desiderato scriverla lo stesso. Questa che i cristiani stanno vivendo è la settimana fulcro della loro fede, ma è anche il fulcro dell’esperienza di molte persone, anche non credenti. L’esperienza del dolore, del tradimento, della disperazione, della morte, della notte, della vicinanza, del conforto, dell’amicizia, dell’amore, della speranza, della luce. Nel vangelo di Giovanni si parla di una donna, Maria di Magdala, che, dopo la morte di Gesù, si reca al sepolcro. Il cuore è pesante, ha dovuto dire addio ad una persona amata, sente il cuore vuoto perché ha avvertito la speranza morire dentro di sé. E infatti si avvia “quando era ancora buio”. Non ci viene suggerita un’ora, non è un’indicazione temporale, ma è una condizione esistenziale. Maria è avvolta dal buio del dolore, della mancanza di riferimenti. Come quando può capitare a noi nel momento in cui ci sentiamo persi e non riusciamo ad accendere una luce per trovare la strada o quanto meno le indicazioni per rimetterci in carreggiata. Eppure lei va in una direzione, quella del sepolcro, quella del luogo in cui è stato posto Gesù, quella della morte. Arriva e trova la pietra che copre l’ingresso spostata. Torna indietro per avvisare i discepoli e con due di loro ripercorre il sentiero. I due entrano, lei no. Resta fuori, a piangere, convinta che qualcuno abbia rubato il cadavere, come ci conferma la risposta che dà ai due angeli che appaiono (soltanto a lei) mentre si china a guardare dentro il sepolcro. Mentre guarda al luogo della morte, non trova segni di speranza, traccia di luce: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Sono i momenti in cui ci succede di vedere tutto buio, in cui dolore si somma a dolore, in cui le certezze o le sicurezza che avevamo vacillano. Qui però, di Maria si dice che “Detto questo, si voltò indietro”. Lei smette di guardare verso il sepolcro, verso la morte, e si gira dall’altra parte. Il testo dice che vede Gesù, ma non lo riconosce, anzi, lo prende per il custode del giardino. Lui chiede: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Questo è un incontro che auguro a chiunque: quello con qualcuno che si ferma, ti guarda, riconosce il dolore e te ne chiede le ragioni. Qualcuno che si preoccupa davvero di te, tanto che riesce a comprendere che in realtà tu sei alla ricerca di qualcuno che dia il senso a quelle lacrime, che le deterga, che ti sollevi l’anima, ti prenda il cuore in mano e lo accarezzi. Maria esplicita il suo bisogno a colui che crede il custode: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Ridammi il fondamento della mia speranza, restituiscimi la base della mia fiducia, sembra gridare la donna, riportami ciò che mi è stato tolto. “Maria!” le dice Gesù. Lì, quando si sente chiamata per nome, lo riconosce. E il sepolcro, il luogo del buio e della morte, non ha più posto nel suo cuore perché ora la sua speranza ha un altro fondamento: la relazione con qualcuno che non se ne va, che è lì per te, ti chiama per nome, ti chiede il motivo del tormento e ti domanda che cosa tu stia realmente cercando. Il friulano David Maria Turoldo nei suoi Canti ultimi scriveva:

“No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!

Fede vera
è al venerdì santo
quando Tu non c’eri
lassù!

Quando non una eco
risponde
al tu alto grido

e a stento il Nulla
dà forma

alla tua assenza.”

Ecco l’incontro che auguro, per questa Pasqua a ciascuna e ciascuno di voi e ai vostri cari. Per i cristiani è l’incontro con il Risorto, per le persone credenti in altre religioni o non credenti è l’incontro con ciò e con chi dona loro speranza e luce che mai viene a mancare, anche quando pare non esserci, anche quando sembra tutto avvolto nell’oscurità.

Buona Pasqua.

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Russia loves Africa

Fonte: profilo Instagram dell’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

A inizio marzo, il voto all’undicesima sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) sulla risoluzione sull’aggressione russa dell’Ucraina ha registrato che solo 5 paesi – Siria, Eritrea, Bielorussia e Corea del Nord oltre ovviamente alla Russia – si sono schierati apertamente con Mosca votando contro la risoluzione. 141 sono stati i favorevoli e 35 gli astenuti. Oltre a Cina e India, sono stati numerosi gli stati africani ad astenersi: perché? Mi soffermo su due di essi attraverso due articoli, uno sul Mali (a firma di Enzo Nucci, corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana e curatore di una rubrica su Confronti) e uno sul Sudan (a firma di Marco Cochi per il mensile Nigrizia). Inoltre torno su Kirill I, patriarca di Mosca molto legato a Putin, e sul suo ruolo proprio in Africa (articolo di Rocco Bellantone, sempre su Nigrizia).

VIA I FRANCESI, AVANTI I RUSSI

2 Febbraio 2022
di Enzo Nucci.
In Mali il 2022 si è aperto con il dispiegamento di 450 soldati di ventura legati al governo di Mosca. Ufficialmente i mercenari proteggono le attività di estrazione mineraria ma gli interessi del Cremlino sono innanzitutto economici: sfruttamento delle risorse e vendita di armi.
Via l’esercito francese, avanti i mercenari russi della compagnia privata Wagner. Benvenuti in Mali. Il 2022 si è aperto con il dispiegamento di 450 soldati di ventura (ma legati a triplo filo al governo di Mosca) nel Paese africano, considerato strategico per fermare alla fonte una parte importante dei flussi migratori clandestini diretti verso l’Europa. Duecento di loro sono accampati a Segou, 200 chilometri a nord est della capitale Bamako, sul fiume Niger.
Il governo maliano a dicembre si è limitato a spiegare la presenza degli addestratori russi come un contributo al rafforzamento delle capacità operative delle Forze di difesa e sicurezza. E a gennaio l’esecutivo ha chiesto a Parigi di rivedere gli accordi militari firmati nel 2013 quando la Francia (guidata allora dal socialista François Hollande) lanciò l’operazione di contrasto al terrorismo islamista, estesa successivamente agli altri Paesi del Sahel (Ciad, Niger, Burkina Faso, Mauritania). Da allora molte cose sono cambiate.
L’intervento armato si è dimostrato fallimentare e oneroso dal punto di vista economico, di costi umani e ricavi politici. Tanto che si parla apertamente di un “nuovo Afghanistan” per il presidente Emmanuel Macron che si accinge a sottoporsi al test delle imminenti elezioni presidenziali. Ma il Mali resta una ferita purulenta anche per il suo eventuale successore.
Il Mali (in 9 anni di presenza militare) si è rivelato lo Stato africano con l’opinione pubblica più antifrancese tra i Paesi francofoni, tanto che un colpo di Stato militare (forse ispirato da Mosca) ha sparigliato le carte. I gruppi terroristici islamisti non hanno preso il potere ma hanno allargato la loro influenza tra la gente, rendendo instabili istituzioni già profondamente fragili. Non è certo un grande risultato.
Sul Mali (guidato dalla giunta golpista) si sono anche abbattute le sanzioni economiche della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) perché il governo di transizione ha deciso di rimandare le elezioni per un periodo variabile dai sei mesi ai cinque anni. Il dato politico è il ritorno in grande stile della Russia sulla scena africana. Gli interessi del Cremlino sono innanzitutto economici: sfruttamento delle risorse (estrazioni di minerali) e vendita di armi sono gli obiettivi principali.
La strategia fu spiegata da Putin nel summit russo-africano tenutosi a Sochi (sul Mar Nero) nell’ottobre 2019. Il presidente ribadì la sua volontà di offrire aiuti e contratti commerciali “senza condizioni politiche o di altro genere”, al contrario di quanto fanno i Paesi occidentali. E anzi affermò che la Russia sarebbe stata la migliore soluzione a cui far ricorso per resistere alle indebite intromissioni nella sovranità nazionale esercitate da europei, statunitensi e cinesi.
La presenza dei paramilitari della Wagner (fondata da un veterano delle forze speciali dell’esercito russo e da un ricco uomo d’affari legato a Putin) si conta già in 23 nazioni africane. Ufficialmente i mercenari proteggono le attività di estrazione mineraria ma in realtà svolgono training agli eserciti, forniscono scorte armate agli uomini di governo, conducono guerre informatiche, svolgono operazioni contro i ribelli nelle zone minerarie per facilitare contratti con compagnie russe, spesso connesse proprio agli azionisti della Wagner.
I mercenari sbarcarono per la prima volta in Africa nel 2013 quando in Sudan (guidato allora dal dittatore islamista Omar al-Bashir) furono utilizzati per reprimere manifestazioni di piazza. Da allora è stata una escalation in tutto il continente, ultimamente anche nella ricca regione mineraria di Cabo Delgado (Mozambico) dove operano terroristi islamisti, autori di numerosi attacchi. Mentre in Libia sostengono Khalifa Haftar con grande preoccupazione degli Stati Uniti.
I mercenari esordirono nel 2014 in Crimea a fianco dell’esercito russo che aveva occupato la penisola. Oggi conterebbero su almeno diecimila uomini contrattualizzati. Un escamotage che consente a Putin di avere le mani libere, non dover rendere conto a nessuno delle operazioni di questi “privati” che sono responsabili di abusi e crimini contro prigionieri e civili inermi. Ma Mosca ufficialmente ignora tutto questo.

RUSSIA IN AFRICA. IL SUDAN È UNA MINIERA D’ORO

09 Marzo 2022
di Marco Cochi.
La recente visita a Mosca di “Hemetti”, vicepresidente del Consiglio sovrano sudanese, ha allarmato molti paesi, tra cui Stati Uniti ed Egitto. Spaventa il progetto di una base navale del Cremlino sul Mar Rosso. E si vuole porre un freno al contrabbando di centinaia di tonnellate di oro illegale che dal Sudan finiscono nei forzieri russi.
Molti paesi africani stanno mostrando una buona dose di cautela nel rivedere le loro relazioni con la Russia per proteggere i loro interessi nazionali. Lo dimostra l’astensione di ben 17 nazioni del continente, oltre al veto dell’Eritrea, nell’approvazione della risoluzione votata, lo scorso 2 marzo, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.
Una cautela che trae origine dal fatto che negli ultimi anni il Cremlino ha esteso notevolmente la sua influenza in Africa, sviluppando legami economici e di carattere militare con il continente. Un chiaro esempio è l’invio, a partire dal 2018, dei mercenari russi del Gruppo Wagner, oltre che in Libia, per aiutare i leader locali di Centrafrica, Mozambico e Sudan a mantenere saldo il loro potere e silenziare la dissidenza interna. E non a caso i tre paesi figurano tra gli stati africani astenuti.
A partire dallo scorso 6 gennaio, l’impegno militare della compagnia privata russa sta interessando anche il Mali, dove i paramilitari sono stati dispiegati nella città di Timbuctu. Ufficialmente, le unità della Wagner sono impegnate nell’addestramento delle Forze armate maliane e nel contrasto delle milizie jihadiste legate ad al-Qaida e al gruppo Stato islamico.
Altro aspetto saliente è da ricercare nei dati del SIPRI, che indicano Mosca come il principale fornitore di armi all’Africa, dove tra il 2015 e il 2019 ha esportato il 49% dell’equipaggiamento militare del continente, più del doppio di Cina e Stati Uniti. Per questo, è improbabile che molti leader africani aderiscano al moltiplicarsi degli appelli in corso per condannare l’aggressione della Russia in Ucraina.
Tra i paesi africani che non nascondono il loro sostegno a Mosca c’è il Sudan. Con il Cremlino, il terzo più grande paese dell’Africa intrattiene una partnership così consolidata che il 23 febbraio il vicepresidente del Consiglio sovrano di Khartoum, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemetti ha iniziato una visita a Mosca, durante la quale, poi, l’armata russa ha invaso l’Ucraina.
Dagalo è anche a capo delle Rapid support forces (Forze di supporto rapido – Rsf), un’unità irregolare al soldo di Khartoum, che durante la guerra in Darfur si rese responsabile di indicibili violenze e crimini di guerra contro gli appartenenti alle etnie non arabe fur, maasalit e zaghawa. Violenze che continuano ancora oggi.
Di recente, è emerso che le Rsf hanno avuto legami con la Wagner e anche se non ci sono statistiche ufficiali sul numero e sul luogo in cui si trovano i contractor russi in Sudan, alcune stime indicano la presenza di 300 effettivi, impegnati in attività congiunte e programmi di addestramento con la milizia di Dagalo. Nel paese, si è diffuso il sospetto che alcuni oppositori politici favorevoli a un ritorno del governo civile siano recentemente scomparsi per mano dei mercenari russi.
Nel 2017, l’interesse iniziale della Wagner nei confronti del Sudan è stato cercare i giacimenti di oro presenti nelle aree remote del paese, così cospicui che potrebbero rendere Khartoum in pochi anni il terzo produttore dell’Africa.
Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano britannico Telegraph, negli ultimi anni la Russia ha contrabbandato centinaia di tonnellate di oro illegale dal Sudan, nell’ambito del piano di costruire la “fortezza Russia” e difendersi dalle previste sanzioni legate all’invasione in Ucraina.
Il Cremlino ha più che quadruplicato la quantità di oro detenuto nella banca centrale dal 2010, creando un “forziere di guerra” attraverso un mix di importazioni estere e vaste riserve auree nazionali, diventando il terzo produttore mondiale del prezioso metallo e arrivando, nel giugno 2020, a detenere più oro che dollari.
Mentre le statistiche ufficiali suggeriscono che il Sudan esporta scarsissime quantità di oro in Russia, un dirigente di una delle più grandi società aurifere sudanesi ha dichiarato al Telegraph che il Cremlino è il più grande attore straniero nell’enorme settore minerario del paese. Secondo la fonte, rimasta anonima, ogni anno circa 30 tonnellate d’oro vengono trasportate dal Sudan in Russia, sebbene sia impossibile valutare la reale portata dell’operazione.
Secondo Sim Tack, cofondatore di Force Analysis, una società di consulenza con sede in Belgio specializzata nella mappatura dei conflitti, alcune società russe come M-Invest, che ha una filiale locale chiamata Meroe Gold, hanno iniziato a operare in Sudan dopo che l’ex dittatore Omar El-Bashir ha incontrato Vladmir Putin nel 2017, offrendogli concessioni minerarie e permettendogli di costruire una base navale nei pressi di Port Sudan, sul Mar Rosso. 
Una struttura in grado di ospitare fino a 300 persone, civili e militari, e 4 navi da guerra. Secondo il progetto, Mosca avrà il diritto di trasportare, attraverso porti e aeroporti sudanesi, armi, munizioni e attrezzature destinate al funzionamento della sua base. Questo sito sarà il primo del suo genere per Mosca in Africa, e il secondo al mondo, dopo quello di Tartus, in Siria.
La base servirà a coprire due dei grandi interessi russi nella regione africana. Il primo è l’export bellico, per creare dipendenza e influenza attraverso questo mercato nei paesi del continente. Il secondo è che Mosca potrà avere un peso sull’asse Mar Rosso, Suez, Corno d’Africa che connette Mediterraneo e Oceano Indiano, considerato strategico per il commercio internazionale.
Una promessa che nella sua recente visita a Mosca, il generale Dagalo ha rinnovato proprio mentre le truppe dell’Armata russa si preparavano a invadere l’Ucraina. Secondo Hemetti, la proposta russa per lo sviluppo della base navale in Sudan sarebbe all’attenzione del ministro della difesa di Khartoum, di conseguenza non direttamente sotto la sua capacità decisionale.
Secondo gli Stati Uniti, invece, l’approvazione sarebbe imminente perché la missione del generale Dagalo a Mosca avrebbe avuto come principale oggetto proprio la discussione in merito alla definizione dell’accordo per la base navale.
L’assenso di Hemetti alla costruzione della base russa ha provocato la dura reazione delle autorità egiziane, che hanno chiesto al potente generale sudanese di fornire chiarimenti sulle dichiarazioni riguardanti la base. I funzionari del Cairo hanno affermato «di opporsi alla creazione di qualsiasi base straniera vicino ai confini e alle aree di influenza del paese».
Sarà però difficile che Khartoum receda dai suoi propositi, mentre cerca aiuti economici, dopo che gli Stati Uniti hanno sospeso per intero un pacchetto di aiuti da 700 milioni di dollari, in seguito al colpo di stato del 25 ottobre.

UN CONFLITTO POCO “ORTODOSSO”

11 Marzo 2022
di Rocco Bellantone.
A fine 2021, oltre cento sacerdoti in servizio nel continente hanno lasciato il patriarcato di Alessandria (Egitto) per passare a quello di Mosca. Artefice della manovra il patriarca russo Kirill I, fedelissimo di Putin, in rotta con Tawadros II di Alessandria
Centodue sacerdoti in servizio in 8 paesi africani passati dal patriarcato greco-ortodosso di Alessandria a quello russo. Con questo cambio di casacca di massa, annunciato a Mosca nel Sinodo di fine 2021 e di cui ha dato notizia Asia News, agenzia di informazione dei missionari del Pontificio istituto missioni estere (Pime), il patriarcato russo ha creato ufficialmente un proprio esarcato in Africa. Dodici in totale le bandierine fissate nelle due diocesi dell’Africa settentrionale e meridionale: Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Ciad, Camerun, Nigeria, Libia, Centrafrica e Seicelle. Incarico di guida assegnato al vescovo russo di Erevan in Armenia, Leonid (Gorbačev).
Con una sola mossa, l’artefice di questa manovra, il patriarca di Mosca Kirill I, ha centrato due obiettivi: ha scippato sostegno internazionale alla Chiesa autocefala di Ucraina, frutto dello scisma ortodosso del 2018 (innescato nel 2014 dall’occupazione russa della Crimea) e riconosciuta dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartomoleo I; e ha assestato un duro colpo all’autorevolezza in Africa del patriarca di Alessandria, Tawadros II, che nell’agosto scorso, sull’isola turca d’Imbros, aveva teso la mano al metropolita autocefalo di Kiev Epiphany, segnando il definitivo punto di rottura con la Chiesa russa, già maturato nel 2019.
In passato compagni di studi all’università sovietica di Odessa, Kirill I e Tawadros II sono dunque ormai ai ferri corti. Nella sua campagna di conversione in Africa, il patriarca di Mosca sa di poter contare sull’appoggio incondizionato del Cremlino. Kirill I fa parte, infatti, della cerchia dei fedelissimi del presidente russo Vladimir Putin. Ha rapporti molto stretti con oligarchi e manager delle più influenti aziende del paese, compreso il gigante petrolifero Gazprom. Una fedeltà riconosciutagli dal governo, che nel 2019 ha sborsato circa 43 milioni di dollari per ristrutturare la sua residenza nell’ex palazzo imperiale di San Pietroburgo.
Da anni la Chiesa di Mosca coltiva contatti in Africa. Ultime terre di conquista, come segnalato in un report di Africa Intelligence, sono stati Tanzania, Kenya, Uganda, Zambia e Sudafrica. Tra le parrocchie sfilate ad Alessandria c’è quella di Sergio di Radonež a Johannesburg (Sudafrica), guidata dall’arciprete Daniel Lugovoy. Altro fronte caldo è il Madagascar, dove l’ambasciatore russo Andrey Andreev sta raccogliendo fondi per affidare una nuova chiesa a sacerdoti legati a Mosca.
I centodue transfughi di fine anno sono il risultato di un pressing diplomatico istruito in occasione di un precedente sinodo che si era tenuto a Mosca il 23 e 24 settembre. Da allora l’uomo di Kirill I in Africa, il vescovo Leonid – scelto non a caso per questo ruolo dopo aver rappresentato il patriarcato russo ad Alessandria tra il 2004 e il 2013 – non si è mai fermato. A metà novembre è stato a Dar es Salaam, dove ha incontrato i metropoliti Dimitrios di Irinoupolis, referente per la Tanzania orientale, e Jeronymos di Mwanza, per la Tanzania occidentale. Nella sua visita è stato accompagnato dall’ambasciatore russo in Tanzania, Yuri Popov, che in questo paese cura in particolare gli interessi della compagnia di stato Rosatom nei locali giacimenti di uranio.
Il blitz di Leonid era stato anticipato, qualche settimana prima, da un tour di visite di Tawadros II, volato prima a Kampala (Uganda) per un incontro con il presidente Yoweri Museveni, poi in Tanzania insieme all’ambasciatore egiziano Mohamed Gaber Abulwafa e al console onorario greco William Ferentinos – dove a capo di un codazzo di imprenditori greci ha incontrato anche il vicepresidente Filippo Mpango –, infine a Johannesburg per un colloquio con il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
La regione dei Grandi Laghi è lo scacchiere in cui la posta in palio tra le due Chiese è la più alta. Tra fine luglio e inizio settembre le morti prima del metropolita Nikoforos di Kinshasa, poi del suo omologo di Kampala Jonah Lwanga, hanno aperto una delicata partita per la loro successione. Chi riuscirà ad accaparrarsi quelle poltrone, infatti, avrà accesso a uno dei più ampi bacini di fedeli ortodossi di tutto il continente.
Mosca ci tiene moltissimo. I governi di Rwanda e Uganda sono tra i principali acquirenti africani di armi di fabbricazione russa, mentre in Rd Congo è sempre più attivo il gruppo Alrosa, specializzato in estrazione di diamanti. Sono business in forte crescita, che il Cremlino vuole tutelare garantendosi una leadership religiosa nella regione. Se in Africa meridionale Zimbabwe, Angola e Mozambico restano sotto il controllo del patriarcato di Alessandria, che in quest’area conta sull’arcivescovo cipriota Seraphim, la sfida è aperta in Repubblica Centrafricana. La piccola comunità ortodossa del paese è passata recentemente sotto la sfera d’influenza russa. E nella capitale Bangui è in fase di costruzione il settimo centro russo per la scienza e la cultura, sotto lo sguardo vigile della compagnia di sicurezza privata Wagner. Segno, anche questo, che quella in corso non è solo una campagna religiosa.

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Un vicino passato per leggere il presente

Monastero dorato di San Michele a Kiev (fonte)

Se cerchiamo “Chiesa ortodossa dell’Ucraina” su Wikipedia troviamo :

“La Chiesa ortodossa dell’Ucraina (in ucraino: Православна церква України, Pravoslavna cerkva Ukraïny) è una Chiesa ortodossa nazionale ucraina. È stata fondata il 15 dicembre 2018 con un “concilio di riunificazione” tra la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, con l’autorizzazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha riconosciuto alla nuova Chiesa l’autocefalia.
Tale decisione è stata però fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa russa, che riconosce invece una differente Chiesa ortodossa ucraina, e che ha quindi denunciato lo “sconfinamento” del Patriarcato di Costantinopoli, rompendo le relazioni con esso e dichiarando il concilio “illegale” e la nuova Chiesa “scismatica”. Questa crisi religiosa, chiamata “scisma ortodosso del 2018”, è iniziata nel 2014 con l’occupazione russa della Crimea e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa. L’autocefalia della Chiesa ucraina è infatti stata fortemente voluta e supportata dal presidente ucraino Petro Porošenko, collocato su posizioni filo-atlantiste e filo-europeiste.
Il primate della Chiesa ha il titolo di metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina ed è, dal 15 dicembre 2018, Epifanij.”

La vicenda non è di facile comprensione per chi non conosce il mondo delle Chiese ortodosse, i suoi termini, le sue parole, il suo linguaggio (e non posso mettermi a spiegare qui tante cose). Però conoscere questi fatti, anche in generale, è utile per comprendere alcuni vissuti di ieri e di oggi. Per questo, essendo abbonato da anni alla rivista Confronti, ho recuperato alcuni articoli del 2018 e del 2019. Prima li elenco e poi li pubblico integralmente. Sarà un post lungo, IL PIÙ LUNGO DI QUESTO BLOG, ma per approfondire e comprendere ci vuole tempo. Specifico anche che le elezioni in Ucraina si sono tenute il 21 aprile 2019 (secondo turno): prima di quella data il presidente era, come letto sopra, Petro Porošenko.

2018.10.04: Scisma tra Mosca e Costantinopoli? qui

2018.11.02: La questione ucraina innesca uno scisma qui

2019.02.07: Dopo la scelta di Kiev un futuro inquietante qui

2019.04.05: Si acuisce lo scisma tra Mosca e il Fanar qui

2019.07.15: Morire per Kiev? Un tragico duello ecclesiale qui

2019.10.03: L’autocefalia ucraina secondo Costantinopoli qui

2019.10.31: Il patriarcato russo contro gli “scismatici” ucraini qui

SCISMA TRA MOSCA E COSTANTINOPOLI?

4 Ottobre 2018

di Luigi Sandri.

L’aereo, destinazione Kiev, è già pronto all’aeroporto di Istanbul per portare il tomos (decreto sinodale) con cui il patriarcato ecumenico di Costantinopoli concederebbe la “autocefalia” alla Chiesa ortodossa ucraina, con ciò avviando una rottura che, dopo quella tra Oriente ed Occidente del 1054, innescherebbe un nuovo e più aspro scisma, stavolta intra-ortodosso, con la nuova Roma (l’ex Bisanzio) e la terza (Mosca) irriducibilmente contrapposte.

Le parole rassicuranti – «Abbiamo parlato cuore a cuore» – pronunciate il 31 agosto dai protagonisti al Fanar (il quartiere dell’antica capitale bizantina dove sorge il palazzo del patriarcato), al termine del vertice tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, e quello di Mosca, Kirill, giunto apposta nella metropoli turca “per discutere temi di comune interesse”, sul problema decisivo – la “indipendenza canonica” ucraina pur mai citata nei comunicati – hanno pietosamente nascosto un fallimento, esploso poi alla luce del sole nelle settimane seguenti.

KIEV, MADRE SPIRITUALE DI MOSCA

Già da tempo conosciuto attraverso mercanti e missionari che, provenienti da Costantinopoli, attraversato il Mar Nero risalivano il fiume Dniepr, a Kiev il Cristianesimo nella Rus’ divenne religione ufficiale dopo che nel 988 il principe Vladimir si fece battezzare: il che comportò la “conversione” di tutti i sudditi alla nuova religione. La reciproca scomunica del 1054 tra l’antica e la nuova Roma non scompose Kiev, che salomonicamente cercò di mantenere buoni rapporti con ambedue.

Dopo l’invasione mongola del 1240 che devastò Kiev, i metropoliti della città trovarono rifugio in varie città russe, finché non fissarono la residenza a Mosca, fondata pochi decenni prima, nel 1147. Vi erano, allora, città russe più importanti di essa: Novgorod, Iaroslavl, Vladimir; Mosca, però, s’impose, e il suo Gran Principe divenne la guida del paese, in prima fila per scuotere il giogo tartaro.

Il 29 maggio 1453 i turchi ottomani prendono Costantinopoli, ponendo fine al millenario impero romano d’Oriente. Un decennio dopo, papa Paolo II si adopera per far sposare la nipote dell’imperatore, Zoe, con il Gran Principe di Mosca: il sogno è che la principessa convinca il marito, Ivan III, a farsi cattolico e ad attaccare i turchi, mentre una crociata occidentale sarebbe accorsa per sconfiggere gli “invasori” musulmani. Il progetto, però, abortisce: la Russia, in ciò spronata da Zoe (diventata Sofia) che porta in dono allo sposo le insegne imperiali bizantine, rimane ortodossa e in comunione con il patriarcato di Costantinopoli che, tramontato il rapporto “sinfonico” Chiesa-Stato, deve muoversi sotto il potere del sultano. Nel paese, intanto, cresce il mito di Mosca “terza Roma” (“l’antica, quella del Tevere, è caduta nell’eresia del papismo; la nuova in mano ai turchi; la terza, colonna dell’Ortodossia, non cadrà mai!”).

A metà del Cinquecento Ivan il Terribile debella i tartari, e si fa “zar”. Nel 1589, ottenendo poi il consenso dei quattro patriarcali orientali (Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme), Mosca diventa patriarcato che, nel 1686, incorporerà la sostanza dell’eredità di Kiev. E – secoli dopo! – stante l’Urss l’Ucraina, dal punto di vista ecclesiastico, rimane un esarcato legato a Mosca. Ma nel 1991 – proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina e, poi, collasso dell’Urss – la Chiesa ortodossa là si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (la più numerosa), legata a Mosca, e oggi guidata dal metropolita Onufry; l’autonominatosi Patriarcato di Kiev, guidato dal metropolita Filaret, scomunicato dal patriarcato russo; la piccola Chiesa autocefala. Queste ultime due non riconosciute da nessuna Chiesa ortodossa.

Con la “nuova” Ucraina riprendono vigore i greco-cattolici (dagli ortodossi polemicamente chiamati “uniati”, perché considerati uniti con la forza al papato). Nati nel 1595-96 con l’approvazione di molti vescovi ortodossi, accolti allora da Clemente VIII, sotto l’Urss subiranno poi persecuzione. Essi ritengono di aver compiuto, a fine Cinquecento, una libera scelta ecclesiale (e senza prima mai aver rotto ufficialmente con Roma); il patriarcato russo, invece, li considera “traditori” sorti per le pressioni dei re polacco-lituani che volevano usarli come “cavallo di Troia” per distruggere dall’interno l’Ortodossia.

CHIESA AUTOCEFALA UCRAINA: LA MOSSA DEL PRESIDENTE POROSHENKO

Tra XX e XXI secolo. Bartolomeo – regna dal 1991 –, rifacendosi agli antichi Concili ecumenici, che diedero alla “nuova Roma” privilegi simili alla antica, rivendica il suo ruolo di primus inter pares tra i primati ortodossi; i patriarchi russi (Aleksij II e, poi, dal 2009, Kirill) lo accusano però di voler strafare, quasi fosse “il papa degli ortodossi”. Aspro è il loro dissenso sulla “giurisdizione” di alcuni paesi: l’Estonia, ad esempio, deve dipendere da Mosca, come questa sostiene, o da Costantinopoli, come affermano i greci? E l’Ucraina? Sullo sfondo un dato, pur non teologico, che pesa: Bartolomeo sovraintende a circa cinquemila ortodossi in Turchia (erano milioni, stante l’impero ottomano, in Anatolia) e a tre milioni tra Europa occidentale e due Americhe; il patriarcato di Mosca, invece, ha sotto di sé circa il 65-70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo, e un centinaio di milioni in patria. Una sproporzione invalicabile.

La questione religiosa ucraina viene poi avvelenata, e appesantita, dal contrasto politico-militare tra Mosca e Kiev, che ha portato, ancor oggi accesa, a una guerra “a bassa intensità” (ma ha fatto diecimila vittime!), nella zona del Donbass e, nel marzo 2014, alla occupazione della Crimea da parte russa. “Aggressione” la definiscono il governo di Kiev, il “patriarca” Filaret e Sviatoslav Shevciuk, arcivescovo maggiore dei greco-cattolici; “liberazione e ritorno alla patria”, secondo il Cremlino – e, implicitamente, per Kirill – perché la Crimea, russa dal 1783, era stata sbrigativamente “regalata” all’Ucraina sovietica da Kruscëv nel 1954.

Su questo sfondo si pongono gli eventi susseguitisi nei due ultimi anni. Kirill, pur dopo aver annunciato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta, che si sarebbe celebrato nell’isola greca nel giugno 2016, pochissimi giorni prima che esso iniziasse informò che lui e la sua delegazione avrebbero disertato l’appuntamento. “Un sabotaggio”, sentimmo dire, là, da molti padri “conciliari”. E, di fatto, quell’assenza amputò l’autorevolezza ecclesiale di quella pur importante Assemblea. Calò il gelo tra Costantinopoli e Mosca.

Il 9 aprile 2018 il presidente ucraino Petro Poroshenko si è recato al Fanar per chiedere il riconoscimento di una Chiesa autocefala ucraina, che raccoglierebbe le tre Chiese ortodosse del paese; il 19 aprile il parlamento di Kiev ha appoggiato la richiesta. Bartolomeo ha assicurato che lui con il suo Sinodo avrebbero studiato a fondo la questione. Allora il metropolita Hilarion di Volokolamsk, “ministro degli esteri” del patriarcato russo, ha replicato: la “pretesa” ucraina non ha fondamento canonico; e, se accolta da Costantinopoli, drammatiche sarebbero state le conseguenze per l’intera Ortodossia.

D’altra parte, un’”autocefalia” di Kiev farebbe perdere a Mosca, in prospettiva, molto suo clero, che è di origine ucraina. Kirill ritiene che l’analogia con altre Chiese autocefale – la romena, la bulgara, la greca, la serba… – che nel loro paese sono la Chiesa ortodossa nazionale, non possa valere per il caso ucraino, perché la Chiesa russa è sovranazionale, e al suo patriarcato appartengono metropoliti che guidano sue Chiese in Ucraina, Estonia, Lettonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Azerbaigian, Bielorussia, Moldova…

LO SCENARIO DI UN EVENTUALE SCISMA TRA LA NUOVA E LA TERZA ROMA

Kirill, insieme con Hilarion, per due ore e mezza il 31 agosto scorso ha incontrato al Fanar il patriarca che era accompagnato dal metropolita Emmanuel di Francia. La delegazione, poi, non si è fermata per il pranzo, dove era attesa, ed è ripartita subito per Mosca. Le due Parti, senza entrare nei dettagli, hanno detto di aver discusso in spirito fraterno; lasciava tuttavia meravigliati che, nella sua dichiarazione prima di tornare in patria, Kirill non avesse mai pronunciato la parola “Ucraina”, come tema affrontato; mentre quel nome lo ha fatto Emmanuel, facendo intendere che la procedura per l’attesa “autocefalia” non si si sarebbe fermata.

Se, in teoria, sul “vertice” erano possibili valutazioni attendiste, a darne l’aspra interpretazione autentica ci hanno pensato i protagonisti. L’8 settembre, dopo una riunione di urgenza, il Santo Sinodo di Mosca, in una dichiarazione proclamava la “decisa protesta e profonda indignazione” per la decisione “anti-canonica” con la quale il giorno prima Costantinopoli, senza consultarsi con la Chiesa russa, nominava due suoi vescovi del Nord America – Daniil (Usa) e Hilarion (Canada) – come “esarchi” in Ucraina, cioè aventi, là, il compito di “preparare la concessione dell’autocefalia”. «Bartolomeo – chiosava il “ministro degli esteri” del patriarcato russo – risponderà della sua azione di fronte al giudizio di Dio e a quello della storia».

Poi, il 14 settembre, in una sua riunione straordinaria lo stesso Santo Sinodo – che, insieme al patriarca, ha raccolto una quindicina di metropoliti e di alti dirigenti della Chiesa russa – lanciava un solenne ultimatum a Costantinopoli. Il testo fa un’ampia ricostruzione della storia del Cristianesimo da Kiev a Mosca, e dei rapporti di questa con Costantinopoli. È vero – afferma – che la fede cristiana arrivò prima a Kiev, e poi a Mosca, rimanendo Costantinopoli il punto di riferimento ecclesiale; ma, a partire dal XV secolo Mosca si regolò da sola, fino a diventare, nel Cinquecento, patriarcato, del quale è diventata parte l‘Ucraina: questa, perciò, si trova nel “territorio canonico” del patriarcato russo; e Bartolomeo, volendo legiferare in essa, o inviandovi “esarchi”, si immischia negli “affari” interni di un’altra Chiesa ortodossa, il che – concludeva la dichiarazione – è vietato dai canoni degli antichi Concili.

Poi, venendo all’attualità, afferma:

«Nel gennaio 2016 all’incontro dei primati delle Chiese locali [presente Kirill] a Chambésy, Ginevra, Bartolomeo pubblicamente indicò il metropolita Onufryi come “il solo primate canonico della Chiesa ortodossa in Ucraina”. E allora il patriarca promise che né durante il Concilio di Creta, né dopo, avrebbe legittimato lo scisma [di Filaret e degli “autocefali”] o garantito, unilateralmente, l’autocefalia a quella Chiesa. Prendiamo atto con grande rincrescimento che quella promessa è stata violata… con una decisione anti-canonica che costituisce un diretto appoggio allo scisma ucraino».

Conclusione: «Il patriarcato di Mosca è costretto a sospendere la commemorazione liturgica del patriarca Bartolomeo. Inoltre, con grande dispiacere, sospendiamo la concelebrazione con autorità del patriarcato di Costantinopoli, e così pure la partecipazione della Chiesa ortodossa russa in Assemblee episcopali, in dialoghi teologici, in commissioni multilaterali e simili strutture presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli. Se questo prosegue le sue attività anti-canoniche nel territorio della Chiesa ortodossa ucraina [quella guidata da Onufry], saremo costretti a interrompere totalmente la comunione eucaristica con esso. La piena responsabilità di queste tragiche conseguenze e di questa divisione incombe personalmente su Bartolomeo e su quanti stanno con lui. Chiediamo alle Chiese autocefale sostegno in questo momento difficile. Facciamo appello ai primati di tutte le Chiese perché ben comprendano la nostra responsabilità condivisa per il destino del mondo ortodosso».

La Chiesa sotto accusa, però, contesta questa ricostruzione. Un autorevole rappresentante del patriarcato, l’arcivescovo Job di Telmessos, in un’intervista del 15 settembre ad una agenzia ucraina ha affermato: «Costantinopoli si è sempre considerata – canonicamente – la “Chiesa-madre” dell’Ucraina; non fu legittima la presa ecclesiale russa del paese; il Fanar, e solo lui, ha il diritto di proclamare la “autocefalia” della Chiesa ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria; anche la Chiesa ucraina legata a Mosca, nel 1991, voleva l’autocefalia! Il patriarcato ecumenico – ha sottolineato – non propone l’autocefalia in Ucraina come arma di guerra, ma come medicina per sanare uno scisma ecclesiale che dura da trent’anni». Ed ha concluso rilevando che sarebbe increscioso che Mosca facesse uno scisma per ragioni canoniche, quando non è in questione nessun dogma di fede.

A questo punto manca un solo passo perché Mosca proclami lo scisma, cioè la cancellazione nei dittici – l’elenco, nella divina liturgia, dei capi delle Chiese sorelle con le quali si è in comunione – del nome di Bartolomeo. Sarebbe uno scisma eucaristico, dunque lacerante. Le altre dodici Chiese ortodosse dovrebbero, poi, scegliere da che parte stare. Finora, solo l’arcivescovo Hieronymos di Atene si è schierato con Costantinopoli; quasi tutti i patriarchi, invece, con Mosca: Theophilos III, di Gerusalemme; Theodoros II di Alessandria (Filaret è “scismatico”); Ilia II della Georgia; Johannes X di Antiochia; Irenej di Serbia («quanto sta succedendo in Ucraina è molto pericoloso o addirittura catastrofico, probabilmente fatale per l’unità della Santa Ortodossia»). Non si sa, per ora, la reazione del patriarca rumeno Daniel.

Gran parte dell’Ortodossia mette dunque in dubbio il ruolo di Bartolomeo come primus inter pares. E il papa di Roma? Imbarazzatissimo, e attento a non schierarsi; prudentissimi anche la Curia romana e la diplomazia pontificia. Ma se i contendenti si appellassero a lui per un arbitrato? Egli farebbe quello che, talora, il papato romano fece nel primo millennio… Se però fallisse? Intanto – primo “effetto collaterale” dello scisma, che poi lambirà anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – va in crisi la commissione mista cattolico-ortodossa, istituita nel 1980 per affrontare i problemi teologici pendenti (primo fra tutti il ruolo del vescovo di Roma nell’ecumene); infatti, essa, con un cardinale romano, è co-presieduta da un metropolita di Costantinopoli… dunque out per Mosca.

Un terremoto ecclesiale, dalle conseguenze devastanti, incombe sull’Ekklesìa, e per ragioni estranee all’Evangelo. Ma se, stante il muro tra Mosca e Costantinopoli, il “popolo ortodosso” ucraino, il quale – lo abbiamo constatato in loco – fatica a sentirsi rappresentato da diatribe come queste, e superando le sue stesse lacerazioni interne, in ciò sollecitato da     gruppi più arditi della diaspora ortodossa in Occidente, con una pacifica e dolente insurgenza obligasse i “vertici” a un soprassalto di audacia ecclesiale, e di fantasia creativa per immaginare soluzioni canoniche mai esperimentate, pur di impedire l’irreparabile? Intanto, all’aeroporto di Istanbul l’aereo per Kiev è sulla pista, in attesa del tomos. Qualcuno lo fermerà?

LA QUESTIONE UCRAINA INNESCA UNO SCISMA

2 Novembre 2018

di Luigi Sandri.

Dopo le “sciabolate” estive, in ottobre hanno fatto un passo avanti verso lo scisma ufficiale i patriarcati di Mosca e Costantinopoli irriducibilmente divisi sulla questione della “autocefalia” della Chiesa ortodossa ucraina.

A settembre, in seguito al problematico incontro del 31 agosto, a Istanbul, tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e quello di Mosca, Kirill, il primo aveva proseguito con iniziative che andavano nel senso opposto ai desiderata dei russi, che reagirono perciò con durezza [vedi Confronti 10/18].

LA STRADA DI BARTOLOMEO

Ma, convinti di fare la cosa giusta, Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre hanno infine deciso di: 1) “procedere” alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich (della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina) e Filaret Denisenko, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686, che dava al patriarca di Mosca il diritto di ordinare il metropolita di Kiev; 4) lanciare un appello «a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’indebita appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, e qualsiasi altro atto di violenza».

LA RISPOSTA DEL SINODO DI MOSCA

Fermissima, il 15 ottobre, la risposta del Santo Sinodo di Mosca, riunitosi a Minsk, in Bielorussia: 1) interruzione della comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma), e proibizione agli ortodossi russi di partecipare alle liturgie di quella Chiesa; 2) accuse a quel Sinodo di aver violato i canoni stabiliti dai Concili ecumenici; 3) rivendicazione dell’Ucraina come proprio territorio canonico; 4) inammissibilità della revoca della lettera del 1686 (che, secondo Mosca, affidava “per sempre” a essa la metropolia di Kiev, mentre ora Costantinopoli sostiene essersi trattato di una decisione “temporanea”, e “revocabile” anche dopo secoli); 5) scandalo per la riabilitazione dello “scismatico” Filaret.

Perché la decisione “politica” del Sinodo costantinopolitano diventi concreta, occorre però che esso appronti un tomos ad hoc, cioè un documento ufficiale che stabilisce esattamente i termini dell’autocefalia. Allora sarà il momento della verità: si vedrà la “composizione” della futura Chiesa autocefala. Per ora, in Ucraina l’Ortodossia è spezzata in tre: una, legata a Mosca (un terzo delle circa trentamila parrocchie dell’intera Chiesa russa stanno in quel paese!); il “patriarcato” di Kiev; la Chiesa autocefala (del tutto distinta da quella di cui si discute). Queste due – finora non riconosciute da nessuno nell’Ortodossia – formeranno la nascente Chiesa autocefala; ma, da sole, esse rappresentano solo un terzo degli ortodossi ucraini, perché i due terzi (alcuni dicono: la metà) appartengono alla Chiesa legata a Mosca.

Quanti di questi ucraini-russi rimarranno con la Chiesa oggi guidata dal metropolita Onufry, e quanti passeranno alla neonata “autocefala”? Se i “trasmigratori” saranno davvero molti, e magari la maggioranza, avranno vinto Bartolomeo e il presidente ucraino Petro Poroshenko che il 9 aprile scorso si era recato apposta da quel patriarca, per chiedere il tomos dell’autocefalia (un auspicato traguardo che, a suo parere, rappresenterà «la caduta della Terza Roma [Mosca]); se, invece, la Chiesa ucraino-russa manterrà sostanzialmente i suoi fedeli, avrà vinto Kirill. Per chi perderà la “scommessa”, il fallimento sarà rovinoso. Al di là dei numeri, è comunque assai probabile che sorgano contrasti, per non dire atti di violenza – magari per il possesso dell’unica chiesa del villaggio – tra ortodossi “ucraini” (considerati patrioti) e “filo-moscoviti” (considerati “traditori” dal governo di Kiev). E chi dovrebbe difendere questi ultimi, se le cose prendessero una brutta piega?

LA RISPOSTA DI PUTIN

Meraviglia assai che in Occidente non si sia dato rilievo a un dettaglio: Vladimir Putin, subito dopo la decisione dell’11 ottobre, ha riunito il Consiglio russo per la sicurezza, per discutere della Ortodossia in Ucraina. Lo “zar” voleva predisporre le sue mosse nel caso in cui Poroshenko, che ha legato le sue fortune politiche alla “autocefalia”, favorisse misure repressive contro gli ortodossi ucraino-russi. E il ministro degli esteri del Cremlino, Serghiei Lavrov, ha definito quella organizzata da Bartolomeo «una provocazione con il diretto sostegno pubblico di Washington»!

Quali che siano ragioni e torti nel Da (sì) o Niet (no) all’autocefalia, su essa pesano questioni geopolitiche e nazionaliste, con risvolti militari – perché nell’Ucraina orientale continuano gli scontri tra ucraini e filo-russi (sostenuti dal Cremlino), mentre Poroshenko esige la restituzione della Crimea “brutalmente occupata”, che Putin, con la sua annessione, approvata da un referendum nel 2014 ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, ormai ritiene “per sempre” russa.

Dal punto di vista canonico, il cuore della discordia è la questione del “territorio canonico”: per il patriarcato russo l’Ucraina fa parte del “suo” territorio e, dunque, ritiene intollerabile che Costantinopoli abbia osato intervenire in esso. Analoga contesa tra i due patriarcati per la giurisdizione sull’Estonia, nel 1996 portò Mosca a proclamare uno scisma, chiuso però dopo sei mesi con un  compromesso: la compresenza, a Tallinn, di due vescovi ortodossi, l’uno legato alla Chiesa russa, l’altro a quella di Bartolomeo. Insopportabile, per Kirill, e “inaudita interferenza politica”, è poi che la richiesta ufficiale dell’autocefalia sia stata presentata dal presidente ucraino, e confermata dal parlamento di Kiev. A tali obiezioni il Sinodo di Bartolomeo replica, apportando ampia documentazione storica: l’Ucraina è parte del “suo” territorio canonico, anche perché Bisanzio è stata la Chiesa-Madre che inviò missionari a Kiev dove infine, nel 988, portarono il principe Vladimir a farsi battezzare. Del resto, secondo il patto del 1686 il metropolita di Kiev doveva porre al primo posto, nella liturgia, il patriarca di Costantinopoli.

Catastrofica, comunque, sul fronte intra-ortodosso, è la deflagrazione della questione ucraina: le quattordici Chiese autocefale ora dovranno schierarsi. Dopo l’11 ottobre, il patriarca di Antiochia, Johannes X, ha dato torto a Bartolomeo; e così Ireneo di Serbia; pure un metropolita bulgaro si è schierato con Mosca. Qualche rara voce sostiene che dovrebbe essere un Concilio panortodosso a dirimere la vertenza: epperò Mosca non lo vuole; del resto, pur dopo aver assicurato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta del 2016, lo aveva poi disertato. Esso, comunque, non avrebbe potuto, per l’opposizione previa di Kirill, mettere in agenda i criteri per concedere l’autocefalia, sui quali russi e greci divergono. Osserva Bartolomeo: nell’Ottocento e Novecento è stato il patriarca di Costantinopoli – primus inter pares – a dare il tomos dell’autocefalia alle Chiese di Romania, Serbia e Bulgaria.

BUIO SULL’ECUMENISMO

Anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – del quale sono membri le due Chiese in dissidio – è in enorme imbarazzo. E ancora più lo è papa Francesco (che il 19 ottobre ha ricevuto in udienza privata il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro degli esteri della Chiesa russa”): ormai la commissione mista cattolico-ortodossa, attiva dal 1980, viene depotenziata, perché Mosca – che rappresenta quasi i tre quarti dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – ha annunciato che non prenderà più parte a organismi co-presieduti da un rappresentante di Costantinopoli. Come, appunto, quella commissione.

Il buio scende sul cammino ecumenico di tanti anni. Forse ai semplici fedeli ortodossi dei paesi coinvolti nulla interesserà delle beghe dei loro capi; e nelle liturgie continueranno a pregare con devozione, senza preoccuparsi a quale Chiesa appartengano. Forse. Perché lo scisma in atto è potenzialmente lacerante. Infatti, le due Parti in contrasto citano, sì, canoni e eventi storici per sostenere le proprie tesi; mai, però, l’Evangelo. Che, infatti, non potrebbe essere addotto per questioni di potere ecclesiastico.

DOPO LA SCELTA DI KIEV UN FUTURO INQUIETANTE

7 Febbraio 2019

di Luigi Sandri.

Il 5 gennaio a Istanbul il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, presente il presidente ucraino Poroshenko, ha firmato il “tomos” – decreto sinodale – che concede l’autocefalia alla neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina; e l’indomani l’ha consegnato al neo-primate Epifanyi. Che il patriarcato di Mosca, furente, considera “scismatico”.

Ora che lo “scisma” tra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli – irrimediabilmente divisi sulla questione dell’autocefalia (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina – è stato consumato, ci pare utile qualche considerazione sulle ragioni apportate dai protagonisti della vicenda, e su «che cosa», ora, prevedibilmente accadrà. Lasciando sullo sfondo quanto già raccontato [vedi Confronti 10 e 11/18, 1/19], rivisitiamo i tre fronti della “battaglia”: ucraino, moscovita, costantinopolitano.

Il 5 gennaio, nella cattedrale di san Giorgio al Fanar (antico quartiere di Istanbul, residenza dei patriarchi di Costantinopoli) Bartolomeo I ha firmato il tomos – decreto sinodale – con il quale, come Chiesa-madre a una Chiesa-figlia, concedeva la “autocefalia” alla neonata Chiesa ortodossa in Ucraina.

Alla solenne cerimonia erano presenti il presidente ucraino Petro Poroshenko, e il metropolita di Kiev e primate della nuova Chiesa, Epifanyi, eletto a quella carica il 15 dicembre, da un Concilio per la riunificazione – “Conciliabolo”, secondo il patriarcato russo – formato da delegati del “Patriarcato di Kiev” e della piccola e preesistente Chiesa autocefala ucraina. Presenti anche due (due, su novanta) vescovi della Chiesa ortodossa ucraina legata a Mosca, che gode di amplissima autonomia, e fino al momento la più numerosa nel paese. Essa è guidata dal metropolita Onufryi. Il 6 gennaio Bartolomeo ha consegnato a Epifanyi il tomos che poi già l’indomani era esposto nella cattedrale di Santa Sofia, a Kiev, a perenne memoria dell’evento.

Sul lato ucraino, il protagonista principale – ci pare – è stato colui che fino al 15 dicembre 2018 era il “patriarca” di Kiev (“cosiddetto”, secondo Mosca), Filaret. Nato in Ucraina nel gennaio 1929, Mykhailo Antonovych Denysenko, diventato monaco – con il nome di Filaret – e poi prete, fece tutti i suoi studi in Russia e rappresentò poi il patriarcato di Mosca in varie missioni all’estero. Infine, fu scelto come metropolita di Kiev e, come tale, per anni fu membro permanente del Santo Sinodo di Mosca. Quando, nel maggio 1990, morì il patriarca russo Pimen, Filaret fu locum tenens del patriarcato. Egli sperava di diventare il successore del defunto, ma fu invece eletto Aleksij II, già metropolita di Leningrado. Pieno di rancore – questa l’accusa dei moscoviti – per la mancata nomina, nel ’92 (l’anno prima era collassata l’Urss e nata l’Ucraina indipendente) Filaret favorì la nascita del “patriarcato di Kiev”, al quale aderì una parte minoritaria degli ortodossi ucraini: il Concilio episcopale russo lo ridusse, allora, allo stato laicale. Ma egli nel ’95 accettò l’elezione a “patriarca” di Kiev: e perciò, nel ’97, lo stesso Concilio lo scomunicò. Bartolomeo riconobbe legittime le due punizioni.

Filaret, sdegnato, rifiutò quei provvedimenti, e continuò a ordinare preti e vescovi. Si adoperò perché Costantinopoli riconoscesse il “patriarcato” di Kiev; infine è stato il massimo sostenitore del “Concilio” del 15 dicembre. Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre ‘18 gli avevano tolto le censure comminategli dall’episcoparo russo; una provocazione intollerabile, per quest’ultimo. I critici di Filaret sostengono che, stante l’Urss, egli fosse legato al Kgb: accusa, a dire il vero, rivolta a tutto l’establishment della Chiesa russa del tempo sovietico; e quindi da valutare criticamente e imparzialmente (tutti gli ecclesiastici di alto rango che viaggiassero all’estero, rientrati in patria dovevano in qualche modo riferire ai servizi di sicurezza russi). Gli ucraini fautori della nuova (quindicesima) Chiesa autocefala, considerano Filaret un padre della patria e della Chiesa. I suoi avversari, invece, ritengono che egli abbia agito per orgoglio. Il “Concilio” gli ha attribuito il titolo di “patriarca emerito di Kiev”. Il quale conta ancora molto perché l’ora quarantenne Epifanyi è una sua creatura, quasi un alter ego.

Sul fonte politico, è Poroshenko il grande vincente per la nascita della Chiesa indipendente.

Egli, in opposizione a Mosca (suo lo slogan: «Via da Putin, via da Kirill»), si è battuto con energico e pubblico impegno per la “autocefalia” ucraina, e vorrebbe che la Chiesa filorussa esprimesse anche nel nome… che dipende da una autorità straniera, il patriarcato russo. Ma la sua trasbordante presenza – al “Concilio” e alle cerimonie del Fanar – hanno impresso un tale sigillo politico e nazionalista alla vicenda da esacerbare i russi e, forse, infastidire i gerarchi di varie Chiese ortodosse. Però – salvo possibili differimenti – il 31 marzo si vota in Ucraina, per l’elezione presidenziale. A dicembre i sondaggi davano appena il 10% dei voti a Poroshenko: a questi, eletto nel giugno 2014, si rimprovera di non aver recuperato la Crimea, occupata e poi annessa dai russi nel marzo di quell’anno; di non aver sconfitto la Russia nel Donbass (dove la guerra “a bassa intensità” in cinque anni ha fatto diecimila vittime); di non aver tratto l’Ucraina fuori dalla sua grave crisi economica. Lui, però, è convinto che la sua battaglia per la “autocefalia” convincerà il popolo a rieleggerlo presidente. Le urne, tra poche settimane, diranno…!

Sul fronte russo, la vicenda ucraina ha visto la costante presenza del patriarca di Mosca, Kirill; e poi un convitato di pietra, il presidente Vladimir Putin. Dopo vari altri interventi, il 31 dicembre il capo della Chiesa russa ha scritto una lettera, dai toni drammatici, a Bartolomeo, ritenuto reo, con la sua iniziativa “scismatica”, per: 1) aver interferito nel “territorio canonico” della Chiesa russa, dato che proprio un suo predecessore, Dionigi IV, nel 1686 aveva affidato a Mosca la metropolia di Kiev; 2) aver restituito dignità ecclesiale a Filaret, pur scomunicato dal Concilio episcopale russo, come se questo nulla contasse; 3) aver sostenuto il “Conciliabolo” del 15 dicembre 2018. Conclusione: Kirill scongiurava Bartolomeo di annullare il programma annunciato per il 5 e 6 gennaio a Istanbul: «Non è troppo tardi per fermarlo». Al di là di queste motivazioni, ve ne è una, inespressa, che molto preoccupa Kirill: se la Chiesa ucraina guidata da Onufryi iniziasse a sgretolarsi, con intere parrocchie e diocesi che passassero alla neonata Chiesa autocefala, gravissime sarebbero, per i filorussi, le perdite di edifici, personale, strutture.

E se un domani – questa la domanda cruciale – facessero lo stesso le Chiese, oggi legate al patriarcato di Mosca, di Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Moldova? La rivendicata “sovra-nazionalità” del patriarcato russo andrebbe in frantumi. È vero che i legami storici ed ecclesiali tra Mosca e Kiev non hanno paragoni, per la loro unicità; e, tuttavia, guardando in lunga prospettiva, la frana avviata con l’Ucraina potrebbe riproporsi in altri casi.

Versante politico: a differenza dell’“onnipresente” Poroshenko, Putin formalmente ha mantenuto un low profile. Ma già da ottobre aveva fatto sapere che non avrebbe tollerato violenze contro ucraini filo-moscoviti. I quali, se considerati in patria “traditori”, potrebbero ora trovarsi in situazioni spiacevolissime. In effetti, è sul filo del rasoio, a Kiev, la distinzione tra amore per la patria, scelta della propria Chiesa, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato. In ogni caso, il capo del Cremlino conta che gli ortodossi filorussi non mettano in discussione quella che lo “zar” considera “liberazione della Crimea” mentre per gli ucraini filo-Kiev si tratta di brutale “occupazione e annessione illegale”, da rovesciare. Ad aggrovigliare l’aspetto politico vi è Donald Trump, favorevolissimo alla Chiesa di Epifanyi, un tassello in più – egli pensa – per dare comunque addosso alla Russia.

Saranno i fatti, adesso, a premiare speranze o a stroncarle. Se la Chiesa ucraina filorussa rimarrà sostanzialmente compatta, l’intero disegno Filaret-Pososhenko-Bartolomeo andrà in fumo. Se invece essa iniziasse a sgretolarsi, esso sarebbe premiato. Ma, intanto, come si porranno – tolte la russa, la costantinopolitana e la neonata ucraina – le rimanenti dodici Chiese ortodosse autocefale?

Al momento il panorama è nebbioso: a favore di Kirill si è schierato il metropolita di Varsavia, Sawa, primate della Chiesa ortodossa di Polonia. Da parte sua, il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, il “ministro degli esteri” del patriarcato di Mosca, il 10 gennaio a Gerusalemme ha incontrato il patriarca greco di quella città, Theophilos III, per convincerlo a porsi pro-Kirill: ci è riuscito? Non si sa. Chrysostomos II, capo della Chiesa autocefala di Cipro, pare aver scelto Mosca; così, anche l’arcivescovo di Tirana, Anastasios. Filo-Kirill il patriarca serbo Irenei, e quello di Antiochia, Johannes X: questi ha poi proposto che sia un Concilio panortodosso a dirimere la questione ucraina (ma chi potrebbe convocarlo, e su quale ordine del giorno, stante il dissidio in atto, e dato che la Chiesa russa rifiuta assolutamente un Bartolomeo che faccia “il papa degli ortodossi”?). Anche Bartolomeo dunque, rischia credibilità e autorità. Ma, il suo, era un rischio obbligato. Umiliato da Kirill che, nel giugno 2016, all’ultimo momento aveva disdetto la partecipazione della Chiesa russa al Concilio di Creta, con la vicenda ucraina ha cercato di rientrare in scena.

Infatti una forte Chiesa ucraina autocefala sarebbe un contraltare alla straripante Chiesa russa che, da sola, conta il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo; infatti, se essa raccogliesse tutti gli ortodossi ucraini, sarebbe la seconda Chiesa ortodossa al mondo, per numero di fedeli, e dunque capace di aprire un’efficace dialettica con Mosca.

In Turchia il patriarcato ecumenico – primus inter pares nell’Ortodossia – ha meno di cinquemila fedeli: una piccolezza numerica che rischia di diventare irrilevanza ecclesiopolitica.

Se l’operazione ucraina si imporrà, si rafforza il ruolo di Costantinopoli, e gli ucraini – che aspettano Bartolomeo a Kiev per accoglierlo trionfalmente – saranno riconoscenti in eterno alla “Chiesa-madre” che li ha liberati dal “giogo” di Mosca; altrimenti, dolorosa sarebbe la sconfitta.

La lite tra la “seconda” Roma, Costantinopoli, e la “terza”, Mosca, pone in estremo imbarazzo la “prima” Roma, cioè il papato (non a caso Francesco, finora, non ha mai parlato!). Ma, in realtà, il Vaticano si esprime. Infatti, monsignor Andrea Palmieri, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, su L’Osservatore romano del 19 gennaio, in un articolo dedicato al dialogo teologico tra le Chiese cattolica e ortodossa – dal 1980 in mano ad una commissione mista – scrive:

«Nonostante la posizione di assoluta neutralità della Chiesa cattolica sulla questione dell’autocefalia ucraina, è gravida di conseguenze potenzialmente negative la decisione del Santo Sinodo del patriarcato di Mosca, del 14 settembre».

Il quale, quel giorno, ha stabilito: la Chiesa russa diserterà ogni commissione (come la citata!) che preveda la co-presidenza di un delegato del patriarcato di Costantinopoli. E lo scisma – forse più aspro di quello del 1054, che separò le due Rome di allora – taglia come una spada l’intera oikoumene, che inevitabilmente dovrà schierarsi per l’una o l’altra parte.

Saprà, l’Ortodossia, superare la sua crisi? Oppure Mosca non citerà più Bartolomeo nei dittici, le preghiere della divina liturgia in cui si ribadisce la comunione con i singoli capi delle Chiese sorelle autocefale, rimanendo dunque in stato di scisma con lui? O, invece, esso sarà ricucito? Lo chiederebbero la ragionevolezza e, anche, molti semplici fedeli sconcertati da un tale asperrimo contrasto; e l’Evangelo, questo sconosciuto nella disputa ucraina.

SI ACUISCE LO SCISMA TRA MOSCA E IL FANAR

5 Aprile 2019

di Luigi Sandri.

Piervy sriedì ravnikh oppure Piervy biez ravnykh? Questi, in russo, i lemmi giuridici latini Primus inter pares (primo tra pari) o Primus sine paribus (primo senza pari, cioè senza uguali)? La divergente risposta che danno all’interrogativo il Patriarcato di Mosca, oggi guidato da Kirill, e quello di Costantinopoli, retto da Bartolomeo I, fonda il loro irriducibile contrasto sulla autocefalia (indipendenza) della Chiesa ucraina. Una drammatica disfida che ha spinto i vertici della Chiesa russa a proclamare l’interruzione della comunione eucaristica – cioè lo scisma in senso stretto – per le scelte della consorella che ha la sua base a Istanbul, nel quartiere del Fanar.

Riassumiamo una vicenda tormentata, di cui abbiamo scritto più volte su Confronti. Il 19 aprile 2018 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) aveva fatta sua la richiesta del presidente Petro Poroshenko al Fanar di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina. Bartolomeo, senza rispondere con un rotondo “sì”, lo lasciava balenare, allarmando così Mosca. In settembre, poi, accettava la proposta, per finalmente – sosteneva – riunire le tre Chiese ortodosse del paese:

  1. Chiesa ortodossa, legata a Mosca, e guidata dal metropolita di Kiev, Onufry;
  2. Patriarcato di Kiev, in mano a Filaret;
  3. Chiesa autocefala ucraina, una modesta comunità.

La prima è la più numerosa; le altre due, sorte nel 1992 dopo il collasso dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente, sono considerate scismatiche da Mosca (che già nel 1995 aveva ridotto allo stato laicale, e nel ’97 scomunicato Filaret, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev). Kirill, il 31 agosto ‘18 si recava da Bartolomeo, per fermarlo: ma questi con il suo Sinodo procedeva, infine “benedicendo” un “Concilio per la riunificazione” – considerato illegale da Mosca – che il 15 dicembre ha poi dato vita, a Kiev, alla Chiesa ortodossa d’Ucraina, formata dal Patriarcato di Kiev e dalla Chiesa autocefala ucraina, e eletto come primate Epifany. Poroshenko si è speso moltissimo per l’intera operazione: una pressione politica assai indigesta per i russi. Poi il 5 gennaio Bartolomeo ha firmato il tomos (decreto sinodale) dell’autocefalia e l’indomani lo ha consegnato al nuovo primate.

Ai russi che contestavano la legittimità canonica della decisione, il patriarcato ecumenico replicava invocando il suo diritto di concedere l’autocefalia agli ucraini: come dimostrerebbe la storia ecclesiale dei Balcani – della quale qui diamo una nostra sintesi.

Quando la Bulgaria, nel 1393, cadde in mano turca, perse la sua autocefalia. Cinque secoli dopo, nel 1870 il governo ottomano permise la ricostituzione di una Chiesa nazionale bulgara; ma il Fanar la dichiarò scismatica, e solo nel 1945 esso riconobbe l’autocefalia della Chiesa bulgara, e pose fine allo scisma. Altro caso: nel 1922 la Chiesa ortodossa albanese si proclamò autocefala, decisione non riconosciuta da Costantinopoli e da gran parte dell’episcopato greco (irritati che a Tirana si usasse l’albanese, invece del greco, come lingua liturgica). Ma, infine, nel 1937 il patriarcato ecumenico concesse l’autocefalia agli albanesi.

Ancora: dopo la fusione dei principati di Valacchia e Moldavia, la Romania divenne indipendente nel 1878. Il Fanar, sotto la cui giurisdizione stavano quando facevano parte dell’impero ottomano, riconobbe l’autocefalia della Chiesa romena nel 1885. Esso già nel 1879 aveva riconosciuto l’autocefalia della Chiesa serba. Invece contrasto vi fu, dopo il 1945, tra il Fanar e Mosca, per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa cecoslovacca e, con la divisione nel 1993 di quel paese, a quella che è diventata la Chiesa delle terre céche e della Slovacchia il cui primate dal 2014 è Rostislav. L’autocefalia delle Chiese balcaniche iniziò, a quanto pare, senza obiezioni da parte di Mosca. Va però ricordato che dal 1721 al 1917 la Chiesa russa – per decisione di Pietro il grande, e poi dei successivi zar – rimase senza patriarca; e di nuovo senza, per volontà dei sovietici, dal 1925 al ’43. In ogni modo, rifacendosi a questi precedenti, ora Bartolomeo ribadisce di avere solo lui, e non altri, il diritto di concedere l’autocefalia. A Kiev, intanto, nella neonata Chiesa è stato istituito il Sinodo, di cui fa parte il “patriarca d’onore Filaret”. Il quale, novantenne, l’indomani del “Concilio” ha precisato che lui «rimane patriarca, perché questi è a vita e, insieme col primate, governa la Chiesa ortodossa d’Ucraina». Non solo: il 5 febbraio il Sinodo lo ha nominato vescovo della diocesi di Kiev (escluso il monastero di san Michele). Rimane però un mistero che cosa ciò significhi, dato che Epifany è metropolita di Kiev.

Affermando che Bartolomeo è “primo” sriedì ma non biez ravnykh, il santo Sinodo russo gli nega il diritto di prendere, da solo, decisioni riguardanti l’intera Ortodossia: egli può coordinare il lavoro degli “uguali a lui”, mai però interferendo negli affari interni delle altre Chiese sorelle, o addirittura ignorando il loro parere. Perciò, ribadisce Kirill: solo la Sinassi (riunione) dei capi delle Chiese autocefale – oggi quattordici, perché la quindicesima, l’ucraina nata il 15 dicembre 2018, non è riconosciuta da Mosca – potrebbe concedere a una Chiesa l’autocefalia.

Per i russi, il “come” siano nate le Chiese autocefale balcaniche non prova nulla; d’altronde nessuna di esse è paragonabile alla situazione ucraina, dove la maggior parte degli ortodossi, per ora, si riconosce nella Chiesa filo-russa che considera anti-canonico e scismatico il “Concilio” del 2018. Il 31 gennaio scorso a Mosca è stato solennemente celebrato il decimo anniversario dell’elezione di Kirill a patriarca. In un discorso ai rappresentanti di Chiese autocefale presenti (mancava Costantinopoli!) egli ha ironizzato sul “nuovo” principio del piervy biez ravnykh: per i russi – sottinteso – non può esistere un “papa” degli ortodossi.

Serbia. Come si è posizionata l’Ortodossia di fronte alla lacerazione in atto? Vediamo, per ora, la risposta di alcune Chiese europee. Il patriarca serbo, Irenej – che era stato a Mosca per il decennio di Kirill – e il suo Sinodo a fine febbraio hanno emesso una dichiarazione ufficiale. Premesso che lo stesso Irenej si era recato a Salonicco, per invitare il primus inter pares a tornare sui suoi passi, vista l’inutilità di questi sforzi «la Chiesa ortodossa serba:

  1. Non riconosce l’anti-canonica “invasione” del patriarcato di Costantinopoli nel territorio canonico della santa Chiesa russa, dato che la metropolia di Kiev, che include dozzine di diocesi, nel 1686, sulla base di decisioni del patriarca di Costantinopoli, Dionigi IV, fu posta sotto quello di Mosca.
  2. Non riconosce la “Chiesa autocefala d’Ucraina” che, dal punto di vista canonico, non esiste. Gli scismatici rimangono scismatici, a meno che, con una sincera confessione, non si pentano.
  3. Non riconosce il “Concilio” di Kiev. Esso è erroneamente chiamato di “riunificazione” e ha disintegrato ancor più l’infelice Ucraina.
  4. Non riconosce un episcopato scismatico, che appartiene all’ala di Denishenko [Filaret, ndr], ridotto [da Mosca, ndr] allo stato laicale e scomunicato.
  5. Raccomanda ai gerarchi e al clero di astenersi da ogni comunione liturgica e canonica non solo con il Signor Epifany e con altri come lui, ma anche dai vescovi e chierici che concelebrano con loro… La Chiesa serba implora sua Santità il patriarca ecumenico di riconsiderare la decisione presa».

Romania. Più sfumata la posizione del Sinodo romeno, riunitosi il 21 febbraio:

  1. Per circa trent’anni il problema della divisione [della Chiesa ortodossa, ndr] in Ucraina non è stato risolto.
  2. Il patriarcato ecumenico ha deciso di uscire dall’impasse e ha concesso il tomos dell’autocefalia. Ma esso è stato accolto solo dall’Ortodossia ucraina non in comunione con Mosca; e così la questione dell’unità della Chiesa in Ucraina rimane non del tutto risolta.
  3. Si raccomanda al patriarcato ecumenico e a quello di Mosca di trovare le vie per risolvere il contenzioso, per preservare l’unità nella fede, rispettare la libertà pastorale e amministrativa di clero e fedeli di quel paese (compreso il diritto all’autocefalia) e di ristabilire la comunione eucaristica.
  4. Nel caso fallisca il dialogo bilaterale, è necessario riunire la Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse per risolvere il problema pendente».

Il Sinodo insiste poi perché alle 127 parrocchie rumeno-ortodosse in Ucraina, soprattutto in Bukovyna (regione già della Romania, durante la Seconda guerra mondiale passata all’Ucraina sovietica) sia garantita piena libertà, e l’uso del rumeno nella liturgia. Proposte che Epifany – in procinto di recarsi a Bucarest – ha assicurato di accogliere (del resto nel paese opera un Vicariato ucraino ortodosso libero di organizzarsi).

Albania. Già il 4 gennaio il Sinodo della Chiesa albanese aveva invocato la Sinassi: una proposta che l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, aveva comunicata a Bartolomeo, dieci giorni dopo, con una lettera resa nota solo il 7 marzo e, tradotta in russo, a Mosca pubblicata tre giorni dopo.

Il primate albanese deplora che la Chiesa russa abbia disertato il Concilio di Creta; e che abbia rotto la comunione eucaristica con il Fanar. Ma, insieme, critica a fondo Filaret (uno scomunicato che – ricorda – ha consacrato perfino vescovi, che perciò tali non sono!); e rifiuta di riconoscere la canonicità della Chiesa ucraina nata dal Concilio di dicembre.

E allora? Bartolomeo, che ha questo “privilegio esclusivo”, convochi una Sinassi, o un Concilio, «per scongiurare l’evidente pericolo dell’avvio di un doloroso scisma, che minaccia la solidità dell’Ortodossia e la sua persuasiva testimonianza al mondo d’oggi». Bartolomeo, ha risposto ad Anastasios il 20 febbraio (ma la lettera è stata pubblicata settimane dopo), ribadendo le proprie tesi (in particolare, la validità dell’ordinazione dei vescovi della nuova Chiesa d’Ucraina). Ma ignora del tutto l’auspicata riunione della Sinassi. In merito, dato che le decisioni di questa vanno prese all’unanimità, e siccome Mosca e Costantinopoli divergono sui criteri per concedere l’autocefalia, in passato si era stabilito di sottrarre la questione all’esame del Concilio ortodosso (poi celebrato nel 2016 a Creta: ma, all’ultimo momento, la Chiesa russa – che pur rappresenta circa il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – rifiutò di partecipare).

Domanda: ciò che fu improponibile tre anni fa, sarà possibile adesso? Intanto, hanno condiviso le tesi russe Rostislav («Filaret è un impostore»), e Sava, primate degli ortodossi polacchi. Da altre Chiese autocefale vi sono state dichiarazioni di singoli gerarchi, spesso nebulose – come quelle di Theophilos III, patriarca greco di Gerusalemme. Si attendono impegnative parole dei vari Sinodi: saranno filo-russe le Chiese slave, e filo-Fanar quelle greche? Non è detto. Intanto si fa più profonda la faglia aperta nell’Ortodossia dal terremoto ecclesiale ucraino. 

MORIRE PER KIEV? UN TRAGICO DUELLO ECCLESIALE

15 Luglio 2019

di Luigi Sandri (Redazione Confronti) e Paolo Emilio Landi (Regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo Rai 2).

[da Kiev, Ucraina]

Irrisolvibile. Questa, per ora, la nostra “diagnosi” – dopo aver ascoltato in loco le Parti contrapposte – del puzzle delle Chiese ortodosse ucraine, dove la maggioritaria [Cou], legata al patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considera “scismatica” la neonata e autocefala Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], benedetta dal patriarcato di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo, ma già insidiata dell’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, Filaret, pur sponsor, con il presidente Petro Poroshenko, della “indipendenza” ecclesiale ucraina.

LE TAPPE DELLO SCISMA

Con una troupe di Protestantesimo (Raidue), guidata dal regista Paolo Emilio Landi, dal 22 al 25 giugno siamo stati a Kiev per meglio capire l’intricata vicenda: di essa molto ha già scritto Confronti, e qui riepiloghiamo per flash.

09/04/2018: Poroshenko si reca al Fanar, la residenza a Istanbul dei patriarchi di Costantinopoli, per chiedere la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ucraina. Il 19 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) appoggia la proposta.

31/08: Kirill, accompagnato dal metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro” degli esteri del patriarcato russo, raggiunge il Fanar per ribadire il secco “no” della Chiesa russa all’ipotetica “autocefalia”. Bartolomeo rimane vago.

07/09: Il Fanar annuncia l’invio di due suoi vescovi a Kiev per preparare la concessione dell’autocefalia.

14/09: il Santo Sinodo di Mosca riconosce che quella di Kiev è anche la Chiesa-madre della Chiesa russa, ma ricorda che nel 1686 Costantinopoli affidò a lui la metropolia di Kiev; dunque il Fanar non può interferire nei suoi affari interni. Se Bartolomeo procederà con la “indipendenza” ucraina, Mosca sospenderà la sua partecipazione in Assemblee e commissioni presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli; e interromperà totalmente la comunione eucaristica con esso. E precisa: nel paese è canonica solo la Chiesa ortodossa ucraina [Cou], guidata dal metropolita Onufriy di Kiev, legata a Mosca.

15/09: l’arcivescovo Job di Telmessos (Fanar), ribadisce: Costantinopoli ha il diritto di proclamare la “autocefalia” dell’Ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria.

11/10: Bartolomeo e il suo Sinodo decidono di: 1) “procedere” verso la “indipendenza” ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich [della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina] e Filaret Denisenko [l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1992 ridotto allo stato laicale e nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni]; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686.

15/10: il Santo Sinodo di Mosca: 1) interrompe la comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma); 2) rivendica l’Ucraina come proprio territorio canonico; 3) rifiuta la revoca della lettera del 1686; 4) esprime sconcerto per la riabilitazione dello “scismatico” signor Filaret.

15/12: a Kiev Concilio della riunificazione tra la Chiesa di Makariy e quella di Filaret. Creata la Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], autocefala, e di essa è eletto primate Epifaniy. Dei 90 vescovi della Cou, solo due vi entrano. L’ambasciatore Usa a Kiev plaude alla nuova Chiesa. Il Cremlino tace.

05/01/2019: Bartolomeo, presente Poroshenko, firma il tomos – decreto sinodale – dell’autocefalia alla Codu. E il 6 lo consegna a Epifaniy. Per Mosca lo scisma è consumato.

LA PAROLA ALLA CHIESA UCRAINA FILORUSSA

In una piccola cappella alla periferia di Kiev incontriamo l’arciprete Nikolay Danilevich, portavoce della Cou. Parla un po’ italiano e un po’ russo: «Fino al 1992 in questo paese vi era, in pratica, una sola Chiesa Ortodossa, inserita in un esarcato del patriarcato di Mosca. Metropolita di Kiev era Filaret: questi, e altri, dopo il collasso dell’Urss, volevano assolutamente la “autocefalia”». La Chiesa russa non era, di per sé, contraria all’ipotesi; ma rilevava: «La situazione ora è molto confusa, occorre aspettare».

Ma lui ha proceduto, appoggiando l’autoproclamato Patriarcato di Kiev di cui nel ’95 sarà eletto titolare. Una realtà non canonica, come lo era la piccola Chiesa di Makariy… Con il cosiddetto Concilio della riunificazione, benedetto dal Fanar, queste due Chiese si sono sciolte, formando la Codu. A essa il 5 gennaio Bartolomeo ha dato l’indipendenza canonica. Ma la Cou non è entrata in questa nuova Chiesa, per noi scismatica. E finora nessuna delle quattordici Chiese ortodosse autocefale l’hanno riconosciuta come la quindicesima autocefala. Essa ha circa 4mila parrocchie; la nostra, 12.500.

Non si mescolano troppo, nella vicenda, questioni religiose e politiche?

Certo che sì. Poroshenko è stato presente a tutte le tappe che hanno portato alla “autocefalia”. È stato al Fanar a perorarla. Gestiva il “Concilio” di dicembre. Sperava forse che questo suo impegno, più la retorica nazionalista antirussa, lo portasse a vincere le elezioni presidenziali di due mesi fa; ma le ha perse, e ha vinto Volodymyr Zelenskij. Insomma, la strumentalizzazione politica della religione non ha funzionato. D’altronde, la Chiesa non è un dipartimento dello Stato e non è legata alle sue ideologie. Noi non siamo né contro l’Est né contro l’Ovest.

Perché rifiutate il metodo del Fanar per la concessione della “autocefalia”?

Perché esso porta allo scisma, come dimostra quanto accaduto, il 20 giugno. Filaret, malgrado le vibranti proteste della Codu, quel giorno ha convocato un suo proprio Concilio locale per proclamare che il “patriarcato di Kiev”, di cui si proclama titolare, continua a esistere: siamo a uno scisma nello scisma della Chiesa “autocefala”! Comunque, noi non riconosciamo validi i sacramenti della Codu: se una persona là battezzata viene da noi, la ribattezziamo.

Padre Nikolay, come si esce da questo groviglio?

Non sono un profeta, e non so come finirà. Molte Chiese ortodosse locali (=autocefale) propongono di celebrare una sinassi – vertice dei vari primati – , oppure un Concilio ortodosso per risolvere una questione che interpella l’intera Ortodossia. I responsabili della “indipendenza” ucraina debbono venire al Concilio, e pentirsi di quello che hanno fatto. Li aspettiamo a braccia aperte. Dimentichiamo le loro male parole contro di noi.

LA PAROLA ALLA NUOVA CHIESA AUTOCEFALA

Brillano al sole del tramonto le cupole dorate della Lavra di san Michele, dove incontriamo l’arcivescovo Yevstratiy, portavoce della Codu:

Cosa è successo in Ucraina negli ultimi trent’anni?

Abbiamo una ferita, e occorre tempo per guarire.

Prima del Concilio di riunificazione di dicembre qui v’erano tre Chiese ortodosse; poi due si sono unite, mentre la Chiesa filorussa è rimasta fuori. Nel ’91 era stata proclamata l’indipendenza dell’Ucraina. Ma il patriarcato di Mosca crede ancora che l’Ucraina non sia uno Stato reale ma solo una parte della Grande Russia. Ha una mentalità imperiale… Da noi il sentimento religioso e quello nazionale sono molto intrecciati: come vi è una Chiesa autocefala in Romania, Serbia, Bulgaria… perché Mosca non vuole una Chiesa autocefala ucraina?

Per ora, tuttavia, nessuna Chiesa ortodossa riconosce la Codu.

Abbiamo avviato un processo; occorre pazienza e fiducia. Il consenso arriverà. Prima o poi le circostanze politiche più complicate cambieranno, come avvenne nel ’91 con la fine dell’Unione sovietica. Quando il regime del Cremlino crollerà, anche la posizione del patriarcato di Mosca cambierà. In ogni caso, è innegabile che, dal punto di vista religioso, quella ucraina è una “figlia” – nata nel 988 – della Chiesa-madre di Costantinopoli. Perciò a essa abbiamo chiesto l’autocefalia. Aggiungo che la Chiesa di Mosca non ha mai condannato l’aggressione russa contro la Crimea e le interferenze russe nel nostro paese. Per Kirill quella in atto dal 2014 in Ucraina orientale [ha provocato, finora, oltre 13mila vittime eingentissimi danni anche ecologici] è una “guerra civile” intra-ucraina!

E il recentissimo (20 giugno) miniscisma di Filaret?

È una vicenda personale.

Ma non così piccola – rileviamo – se il 24 giugno il Sinodo della Codu si è riunito, sotto la guida di Epifanyi, per precisare quanto già detto in un comunicato del 20 giugno: 1) il Concilio convocato da Filaret è illegale; 2) non si può parlare di “scisma” (perché – sottinteso – non ha avuto un seguito significativo); 3) le parrocchie già legate al “patriarcato di Kiev” passano tutte alla Codu; 4) nel Concilio di riunificazione il “patriarcato” di Kiev aveva accettato di confluire nella neonata Chiesa autocefala; 5) «Riconoscendo i suoi speciali meriti, nel passato, verso la Chiesa ortodossa ucraina, il Sinodo ha deciso che il patriarca Filaret rimane parte del suo episcopato». Rileviamo, infine: fonti della Codu ci hanno detto di non vedere possibile un Concilio che smentisse l’operato di Bartolomeo.

Poi, sia p. Nikolay che il vescovo hanno ammesso che la gente ortodossa ucraina poco sa di queste diatribe; spesso frequenta la chiesa più vicina senza domandarsi a che giurisdizione appartenga (ma i filorussi rischiano di passare per “traditori della patria!”). E, ancora, i due ci hanno confermato che, a parte contributi per mantenere o restaurare opere d’arte preziose – chiese, monasteri – non ricevono aiuti dallo Stato.

PUTIN DAL PAPA: IRRISOLTO IL NODO UCRAINO

Il 4 luglio il presidente russo Vladimir Putin è stato ricevuto in udienza (era la terza volta) dal papa. Espressa soddisfazione per lo sviluppo delle relazioni bilaterali – ha affermato poi un comunicato – «sono state affrontate alcune questioni di rilievo per la vita della Chiesa cattolica in Russia.

Ci si è poi soffermati sulla questione ecologica e su alcune tematiche dell’attualità internazionale, con particolare riferimento alla Siria, all’Ucraina e al Venezuela».

Sul Medio Oriente, i due – si è appreso – concordano nell’urgenza di difendere laggiù le minoranze cristiane, messe in pericolo da conflitti e persecuzioni da parte di gruppi estremisti islamici. Ma sull’Ucraina? Il comunicato non specifica: forse Putin e Francesco non concordano. Infatti, per la Santa Sede, la questione della Crimea, e dell’Ucraina orientale, va risolta in base al diritto internazionale; per il capo del Cremlino un ritorno della penisola all’Ucraina non è più pensabile.

E l’ipotesi di un viaggio del papa in Russia? Il Santo Sinodo russo, oggi, è contrario all’idea; e Putin, per ora (per ora!), non vuole imporsi. Il 12 febbraio 2016 si ebbe, all’Avana, il primo incontro di un papa con un patriarca di Mosca: incontro malvisto da settori importanti – come il mondo monacale – della ortodossia russa. D’altronde, alla vigilia dell’evento del 4 luglio, un portavoce del patriarcato, Vladimir Legoyda, precisava: «la Chiesa russa non ha commenti da fare sull’incontro tra i due capi di Stato». Tuttavia, aggiungeva, esso è «importante e utile dato che il Vaticano e la Russia sostengono il matrimonio tradizionale e la famiglia, e proteggono i diritti dei cristiani in regioni dove sono perseguitati».

Comunque, Francesco, sulla questione dell’ipotetico viaggio in Russia non vuole forzature, come invece fece Giovanni Paolo II. Questi, malgrado l’esplicito “no” di Aleksij II, allora patriarca di Mosca, nel giugno del 2001 visitò l’Ucraina; e, nell’incontro ecumenico con lui, chi lo salutò a nome di tutti? Il “patriarca” Filaret: uno schiaffo per i russi. Due anni dopo Wojtyla aveva progettato di andare, in agosto, a Ulan Bator, in Mongolia e, per l’occasione, contava di fare uno scalo a Kazan, nel Tatarstan – 800 km a est di Mosca – per consegnare nelle mani di Aleksij una preziosa icona, in Vaticano ritenuta l’originale scomparso da Kazan all’inizio del Novecento e, dopo varie peripezie, giunto da New York come regalo al papa polacco. Al netto rifiuto del patriarca, quel pontefice annullò l’intero viaggio.

IL CONTROCANTO DEI GRECO-CATTOLICI UCRAINI

Dopo la ouverture del vertice papa-Putin, i due giorni successivi ve ne è stato un altro in Vaticano, già preannunciato da due mesi: Francesco, con tre cardinali di Curia (Parolin, tra essi), insieme a Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, e i membri permanenti del suo Sinodo, più i metropoliti. Scopo della riunione quello di «individuare i modi con cui la Chiesa cattolica in Ucraina, e in particolare la Chiesa greco-cattolica, sempre più efficacemente può dedicarsi alla predicazione del Vangelo, contribuire al sostegno di quanti soffrono e promuovere la pace, d’intesa, per quanto è possibile, con la Chiesa cattolica di rito latino e con le altre Chiese e comunità cristiane».

A proposito di aiuti unitari verso Kiev, va ricordato che con il progetto Il Papa per l’Ucraina, avviato nel 2016, Francesco e organismi vaticani hanno inviato là sedici milioni di euro in viveri, materiali, soccorsi vari.

A incontro avvenuto, la sera del 6 luglio, un comunicato vaticano ne riassumeva i risultati. Dopo aver detto che il papa ha molto apprezzato la fedeltà dei greco-cattolici «alla comunione con il Successore di Pietro, confermata e sigillata con il sangue dei martiri», precisava: «Particolare attenzione è stata dedicata al lavoro pastorale, all’evangelizzazione, all’ecumenismo, alla vocazione specifica della Chiesa greco-cattolica nel contesto delle sfide odierne della situazione socio-politica, in particolare della guerra e della crisi umanitaria in Ucraina».

La “guerra” in Ucraina è, dunque, nominata: ma chi l’ha provocata? Il testo non lo dice. Invece, alla vigilia dell’incontro, Shevchuk aveva dichiarato: «La guerra non può terminare con una pace a tutti i costi; sarebbe una capitolazione. È impossibile la pace senza giustizia». E il 28 gennaio 2018, al papa in visita alla basilica di Santa Sofia – a Roma il centro dei greco cattolici ucraini – aveva ricordato la “aggressione” russa contro la Crimea.

FRA RELIGIONE E POLITICA

Qualche flash storico, per capire tale atteggiamento. Alla fine del Cinquecento l’Ucraina centro-occidentale era in mano ai re polacco-lituani, cattolici, mentre la parte orientale del paese era legata agli zar, ortodossi. Nel 1595 due vescovi ucraini a Roma riconobbero l’autorità di papa Clemente VIII, e l’anno dopo al Sinodo di Brest Litovsk la maggioranza dei vescovi confermò questa scelta degli “uniati” (così gli ortodossi chiamano i greci riuniti a Roma). Nel 1946 uno pseudo-Sinodo a Leopoli, imposto da Stalin, dichiarò “nulla” l’unione del 1596: dunque i grecocattolici tornavano, per legge, ortodossi: chi non accettò, iniziando da vescovi e preti, subì persecuzione e carcere. Poi, nell’Ucraina indipendente essi furono e sono la punta di lancia per distanziare il paese dalla Russia. Shevciuk si considera di fatto “patriarca” greco-cattolico (e ha diocesi non sono solo in patria, ma anche all’estero, in particolare nelle Americhe. Nell’insieme 5 milioni di fedeli), il che indispettisce Mosca e dispiace anche a Roma.

Avrà soluzione il conflitto ecclesiale ucraino? Intanto, esso si mescola con la politica. Se l’Ucraina vuole diventare l’avamposto dell’Occidente, e la sentinella della Casa Bianca e della Nato per tenere sulla corda la Russia, tutto peggiorerà; solo un nuovo corso tra Kiev e Cremlino, e viceversa, potrebbe avviare una schiarita. E sul fronte religioso? Hilarion, in questi mesi, a Damasco, Gerusalemme e Atene ha perorato, con i rispettivi patriarchi e primati, la causa russa.

Ma l’arcivescovo ortodosso di Cipro, Chrysostomos, si dà da fare per riconciliare Kirill e Bartolomeo: impresa forse possibile, in futuro, ma non oggi: insieme a ragioni storiche e canoniche, a minare il terreno ora gravano rivalità personali e istituzionali che complicano il tutto. Kirill non accetterà mai che uno scomunicato dal Santo Sinodo sia stato da Bartolomeo riabilitato.

Fino a che un personaggio oscuro e inquietante come Filaret continua a tessere le sue trame, la soluzione del tragico conflitto intra-ortodosso sarà impossibile. Poi, per la gioia della Prima Roma, la Seconda (Costantinopoli) e la Terza (Mosca) forse – nulla, però, è scontato – troveranno pace.

L’AUTOCEFALIA UCRAINA SECONDO COSTANTINOPOLI

3 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

Bartolomeo, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, rivendica le radici antiche del suo patriarcato per sostenere il diritto a concedere l’autocefalia alle Chiesa Ucraina – che il patriarcato di Mosca considera, invece, scismatica. Solo la Chiesa greca, per ora, appoggia questa decisione. Il Fanar rifiuta l’ipotesi della “sinassi”, o di un Concilio, per risolvere il caso.

Portata da missionari e marinai bizantini, la religione cristiana nel 988 fu accolta dal principe Volodymyr (Vladimir in russo) che si fece battezzare e, di conseguenza, dalla popolazione della Rus’. Passati i secoli, con le loro mille turbinose vicende, oggi la Chiesa “figlia” della “nuova Roma” è al centro di un’asperrima disputa tra il patriarcato di Costantinopoli e quello di Mosca a causa della “autocefalia” (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina. Per cercare di meglio capire l’intricata questione, il 7 settembre siamo andati pellegrini al Fanar – l’attuale residenza, a Istanbul, dei patriarchi ecumenici – per intervistare il suo titolare, Bartolomeo. La chiesa di san Giorgio, al Fanar, non ha certo la solennità di Santa Sofia; eppure è là che il patriarca celebra l’Eucaristia, e dove la domenica convengono alcuni greco-ortodossi di Istanbul (sono, nell’insieme, circa duemila; altri due/tremila nell’intera Turchia); e dove, in una situazione geopolitica pur diversissima dal lontano e glorioso passato, egli rivendica il suo permanente ruolo di primus inter pares (primo tra eguali) tra i gerarchi dell’Ortodossia.

BIZANTINI. OTTOMANI. IMPERO. REPUBBLICA

Verso il 330 Costantino aveva deciso di trasformare l’antica Bisanzio in Costantinopoli; perciò anche l’importanza del vescovo della “nuova Roma” crebbe in modo esponenziale, divenendo il primo, nell’ordine onorifico, tra i patriarcati orientali: Alessandria, Antiochia, e poi Gerusalemme. Proclamerà, nel 381, il Concilio di Costantinopoli I, secondo ecumenico (il primo fu a Nicea nel 325): «Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d’onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma»

[can. III]. E il Concilio di Calcedonia, del 451, nel canone XXVIII – non accolto dai papi – preciserà: «Giustamente i padri [nel 381] concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché questa città era imperiale. I padri hanno accordato uguali privilegi alla santissima sede della nuova Roma, la città onorata dalla presenza dell’imperatore e del senato». Inoltre, «i vescovi delle parti delle diocesi del Ponto, dell’Asia [in Anatolia] e della Tracia poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla Chiesa di Costantinopoli».

Costantino costruì la prima basilica di Santa Sofia; essa rovinò, come un’altra, costruita un secolo dopo. L’imperatore Giustiniano, negli anni 532-37, ne fece costruire una terza: una grandiosità senza pari, cuore religioso dei cristiani greci (là, nel luglio 1054, ci fu lo scambio di scomuniche tra il cardinale Umberto di Silva Candida, e il patriarca Michele Cerulario: l’avvio del reciproco scisma tra la Chiesa latina e quella greca) ma, anche, potente simbolo politico perché in essa venivano incoronati gli imperatori bizantini. La “sinfonia” – lo stretto intreccio tra trono e altare, non raramente in claudicante simbiosi – terminò, dopo mille anni di vita, quando il 29 maggio 1453 il capo degli ottomani Mehmet II conquistò Costantinopoli: la croce che spuntava sull’ardita cupola di Santa Sofia fu sostituita da una mezzaluna, e la basilica divenne moschea. Crollato, dopo la prima guerra mondiale, l’impero ottomano, e finito il sultanato, sulle sue ceneri nascerà la moderna Turchia, portata all’indipendenza da Mustafa Kemal, Atatürk. Il quale nel 1935 trasformò Santa Sofia in museo: da allora è rimasta così. Rispetto ai tempi ottomani, lo status giuridico del patriarcato è mutato: per molte questioni deve regolarsi come ente di diritto turco. Ma, dal punto di vista ecclesiale, il suo titolare si considera sempre primus inter pares tra i gerarchi ortodossi. Quello attuale, Bartolomeo, nato come Demetrios Archondonis nel 1940 a Imbro, un’isoletta turca del Mar Egeo, dopo i normali studi liceali entrò nella Facoltà teologica ortodossa di Halki (nel Mar di Marmara) e quindi prestò servizio militare, per due anni, nell’esercito turco. Ripresi gli studi – specializzazioni a Monaco di Baviera e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, con laurea all’università Gregoriana – tornò a Istanbul, dove divenne prete, e poi vescovo. Nel ’91, alla morte del patriarca Demetrios, fu eletto suo successore. Ha dato molto impulso ai rapporti ecumenici e inter-religiosi; e invitato tutti a una nuova consapevolezza sulla necessità di salvaguardare la creazione.

AUTOCEFALIA UCRAINA: IL RUOLO DI BARTOLOMEO

Bartolomeo è stato più volte a Roma, incontrando i successivi papi. Conversando con noi, ha sottolineato con gioia particolare il fatto di essere stato, nella storia, l’unico patriarca di Costantinopoli presente alla “incoronazione” di un papa, quella di Francesco, il 19 marzo 2013. Poi il nostro dialogo si è addentrato nel nodo cruciale dell’Ucraina. Sul quale, per “situare” alcuni riferimenti, ricordiamo qui alcuni fatti essenziali (per approfondire, cfr.: Confronti, 7-8/19).

Con il crollo dell’Urss, la Chiesa ortodossa in Ucraina, prima esarcato del patriarcato russo, si spaccò in tre parti: Chiesa ortodossa ucraina [Cou], legata a Mosca, la maggioritaria; l’autoproclamato patriarcato di Kiev, dal 1995 guidato poi da Filaret, già membro del Santo Sinodo di Mosca, e da questo prima ridotto allo stato laicale, e poi scomunicato; la piccola Chiesa autocefala ucraina: due comunità, per il patriarcato russo, “scismatiche”.

Nel settembre 2018 Bartolomeo e il suo Sinodo, richiesti dal presidente e dal Parlamento ucraino, avviarono le procedure per concedere la “autocefalia” alle Chiese ucraine riunite: iniziativa che il patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considerò “anti-canonica”. Ma il 15 dicembre, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in un Concilio per la riunificazione (un “Conciliabolo”, per i russi) le due citate Chiese non moscovite hanno formato la Chiesa ortodossa d’Ucraina (Codu), autocefala, avente come primate Epifany. Il 5 gennaio 2019, al Fanar, alla presenza dell’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, e di Epifany, il patriarca ha firmato il tomos, documento che attesta l’ autocefalia; e l’indomani l’ha consegnato ai due. In giugno Filaret ha tentato di ricostituire il “patriarcato di Kiev”: ipotesi stroncata dal Sinodo della Codu. Bartolomeo, da parte sua, ha anche respinto l’idea di una “sinassi” (riunione dei capi delle Chiese autocefale).

GLI SCHIERAMENTI DELLE CHIESE ORTODOSSE

Dovendo, il titolare del Fanar, essere cittadino turco, ma essendo pochissimi gli ecclesiastici grecoortodossi nati in Turchia, sarebbe arduo avere un adeguato “corpo” elettorale per scegliere il capo della Chiesa di Costantinopoli. Ma, ci dice Bartolomeo (cfr. intervista a pag. 19), «il presidente Recep Tayyip Erdogan ci ha fatto un regalo, dando la cittadinanza turca a una trentina di nostri vescovi e metropoliti nati in Europa occidentale o nelle Americhe, e che là vivono. Alla loro cittadinanza originaria è stata, dunque, aggiunta quella turca: così l’assemblea che eleggerà il mio successore è formata, ora, da una cinquantina di persone».

E veniamo a un tema spinoso: la “sinassi”. Se si computa anche Epifany (tesi del Fanar), i primati delle Chiese autocefale sono quindici; ma se lo si rifiuta (Mosca), sono quattordici. Il patriarca romeno, Daniel, e l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, hanno proposto una “sinassi” (o – il primate albanese – un Concilio), per affrontare la questione di Kiev. Anche altri capi hanno visto con favore l’ipotesi, che però Bartolomeo rifiuta. A proposito poi del riconoscimento, da parte del Sinodo della Chiesa ellenica, guidato dall’arcivescovo di Atene, Hieronymos II, del diritto del Fanar di concedere l’autocefalia ucraiina, esso è venuto il 28 agosto; ma non è stato – per così dire – sbandierato. Forse perché in Grecia, accanto a canonisti e teologi e concordi con tale posizione, ve ne sono di contrari. A metà settembre, infatti, è stata diffusa una lettera aperta, firmata da centosettantanove archimandriti, sacerdoti, monaci e laici, i quali ritengono del tutto illegale l’iniziativa del Fanar. E – altro quadro – in settembre anche la diaspora ortodossa russa in Francia, finora legata a Costantinopoli, è passata a Mosca.

GEOPOLITICA DELL’ORTODOSSIA

Ma – non c’entra con la “autocefalia”, però arricchisce lo scenario – il 28 giugno scorso il papa aveva consegnato, a una delegazione del Fanar, delle reliquie ritenute ossa dell’apostolo Pietro rinvenute nelle grotte vaticane. Gesto che Francesco ha spiegato in una lettera a Bartolomeo del 30 agosto; e che il patriarca ha salutato con gioiosa gratitudine. Sempre a Roma, il 16 settembre Bartolomeo si è incontrato con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc dei greco-cattolici ucraini. Secondo agenzie di stampa, il prelato ha riconosciuto che il patriarca aveva il pieno diritto di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina; e ha auspicato il rafforzamento del dialogo tra la sua Chiesa, la Codu e quella di Costantinopoli.

Infine: sulle schermaglie ecclesiali tra Costantinopoli e Mosca, gravano pesanti questioni geopolitiche di un paese – l’Ucraina – schiacciato tra l’Occidente (e la Nato) che vorrebbe inglobarlo nella sua area, e il Cremlino contrarissimo all’ipotesi. E in Ucraina orientale continua la guerra “a bassa intensità” tra le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk, sostenute dai russi, e l’esercito di Kiev: il conflitto, dal 2014 a oggi, ha fatto più di tredicimila vittime, e ingentissimi danni materiali.

Poi c’è la questione della Crimea, annessa dei russi nel 2014. Il neopresidente ucraino Volodymyr Zelenski e Vladimir Putin hanno – finalmente! – raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri: riusciranno ora a stipulare la pace? Non sarà facile. Le Chiese ucraine, nel frattempo, sono dilaniate e divise dal “con chi” stare, e “come”, perdurando la guerra. E così Bartolomeo; e così Kirill.

LE DUE SANTA SOFIA

E torniamo al Fanar, il 7 settembre. Dopo l’intervista Bartolomeo ci ha affidati al suo autista che, in macchina, e avendo come cicerone uno studente statunitense di origine greca, ci ha fatto attraversare ripide stradine, arroccate attorno al patriarcato, che sarebbe stato impervio percorrere da soli. Siamo entrati nel liceo greco di Istanbul: dal suo cortile si gode uno spettacolare panorama, che spazia sull’intero Corno d’oro e sul quartiere di Galata. Poi abbiamo visitato tre “perle” straordinarie che documentano lo splendore dei mosaici bizantini, e la pietà popolare dei greci: la chiesa della Madonna Mouchliotissa (dei Mongoli), della Vergine Vlachernitissa (dei Valacchi), e di San Salvatore in Chora.

Domenica 8 abbiamo assistito a una divina liturgia celebrata in una chiesetta nel centro di Istanbul: difficile da raggiungere, perché dalla strada non si vede. Si entra in un portone – come quello di un qualsiasi condominio – e ci si trova in un giardino. Era stato Atatürk a volere che, nella “laica” Turchia, possibilmente i luoghi di culto non fossero visibili. Bartolomeo ha assistito alla liturgia da un tronetto. Poi, con la cinquantina dei presenti, nel giardino vi è stato un simpatico aperitivo. Quindi, per noi, velocissima partenza verso l’aeroporto, destinazione Roma. Dal taxi, scorgiamo un’ultima volta la cupola e i minareti del museo di Santa Sofia risplendere al sole; e il pensiero va alla decisione che, benedette da Bartolomeo, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev due Chiese ucraine hanno preso nel dicembre scorso. Malgrado il no di Kirill.

IL PATRIARCATO RUSSO CONTRO GLI “SCISMATICI” UCRAINI

31 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

In un’intervista a Confronti, in settembre, il metropolita Hilarion, “ministro degli esteri” della Chiesa russa, ha ribadito che quella “autocefala” ucraina è “scismatica”. Ma, in ottobre, questa è stata riconosciuta dal primate greco; il patriarca russo Kirill, allora, ha tagliato la comunione eucaristica anche con lui.

Gospodi pomilui (Signore, pietà) canta il coro, ripetendo l’invocazione decine di volte, andando dal fortissimo al pianissimo, mentre il metropolita Hilarion di Volokolamsk innalza verso ogni punto cardinale una croce, circondata da una ghirlanda di fiori; poi si abbassa fino a prostrarsi, mentre i molti fedeli convenuti anch’essi si inginocchiano. Siamo a Mosca, nella chiesa della Madonna “consolatrice di tutti gli afflitti”, che è come la parrocchia del metropolita. È la festa dell’esaltazione della Santa Croce, che nell’Ortodossia, legata al calendario giuliano, si celebra il 26 settembre (il 14 del mese di quello gregoriano). Terminata l’affascinante cerimonia, negli uffici “parrocchiali” incontriamo il metropolita, dal 2009 presidente del Dipartimento degli affari ecclesiastici esterni del patriarcato di Mosca: il numero due di una Chiesa al cui vertice vi è il patriarca Kirill (era, a fine settembre, in visita pastorale a Samara, città sul Volga). Per situare alcuni cenni del “ministro degli esteri” del patriarcato russo, scattiamo qualche flash: per approfondimenti, si vedano recenti servizi su Confronti [7-8, e 10/19].

MOSCA, LA “TERZA ROMA”

Il Cristianesimo nella Rus’ di Kiev era entrato ufficialmente nel 988 con il battesimo del principe Vladimir; a quel tempo Mosca non esisteva – sarà fondata nel 1147. Dopo che nel 1240 i tartari assaltano la Rus’, il metropolita di Kiev troverà riparo in Russia, a Vladimir e, dal 1325, a Mosca. Dunque, la Chiesa russa è “figlia” di Kiev. Nel 1380, battendo i tartari nella piana di Kulikovo, sul Don, il principe Dmitri avvia il declino degli invasori che, infine, saranno debellati a metà Cinquecento da Ivan IV il Terribile che ormai è zar, imperatore. Su questo sfondo cresce il mito di Mosca “terza Roma”, “colonna dell’Ortodossia, che non cadrà mai” (la prima, quella sul Tevere, è caduta – questa l’accusa – nell’eresia del papismo; la seconda, Costantinopoli, è in mano turca).

Nel 1589 la Chiesa russa – con il consenso (obtorto collo?) di Costantinopoli, dal 1453 conquistata dagli ottomani – diventa patriarcato. Nel 1686 il patriarca ecumenico Dionigi IV affida a Mosca la metropolia di Kiev – “temporaneamente”, sostiene oggi il Fanar (il quartiere di Istanbul ove risiedono i suoi successori); “per sempre”, affermano invece i russi. E… saltiamo tre secoli: dopo che, nel 1991, crolla l’Urss e l’Ucraina diventa indipendente, la Chiesa ortodossa del paese, fino ad allora esarcato del patriarcato russo, si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (Cou), legata a Mosca; “Patriarcato di Kiev”, la cui anima sarà Filaret – dalla Chiesa russa nel ‘92 ridotto allo stato laicale, e nel ‘97 scomunicato; piccola Chiesa autocefala. Nel 2018 il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, favorisce la nascita della Chiesa autocefala d’Ucraina (Codu), in realtà formata solamente dalle ultime due appena nominate, e creata il 15 dicembre di quell’anno dal Concilio di Kiev (“Conciliabolo”, secondo Mosca, che considera “scismatica” la nuova Chiesa, e che taglia la comunione eucaristica con il Fanar). Il 5 gennaio ’19 Bartolomeo firma il tomos, il documento ufficiale con il quale lui e il suo Sinodo concedono la “autocefalia” alla neonata Chiesa; su novanta vescovi della Cou, solo due vi aderiscono. In giugno, a Kiev, avevamo ascoltato il punto di vista della Chiesa autocefala e di quella moscovita; il 7 settembre, a Istanbul, Bartolomeo; e, il 26 del mese, il metropolita Hilarion, a Mosca, dove ci siamo documentati sulla “rinascita” della Chiesa russa: devastata, ma non cancellata, sotto il potere sovietico, essa ora è punto di riferimento per i due terzi dei centocinquanta milioni di russi; il patriarcato di Mosca considera suo “territorio canonico”, oltre la Russia, anche le altre ex repubbliche sovietiche. Il presidente Vladimir Putin è ortodosso, e nelle feste importanti si fa vedere in chiesa; forte è l’alleanza tra lui e Kirill. Ma la secolarizzazione percorre anche la Russia: grande sfida per la sua Chiesa ortodossa è saldare l’ancoraggio al passato con la modernità che pone domande inedite e difficili.

Due settimane dopo che siamo tornati dalla Russia, a metà ottobre il primate greco Hieronymos – smentendo le speranze di Hilarion – ha riconosciuto la Codu [vedi scheda pag. 22]. Ma che ci aveva detto, in settembre, il metropolita di Volokolamsk?

HILARION: «L’EVIDENTE ERRORE DI BARTOLOMEO»

La contestazione dell’“autocefalia” non esaurisce, infatti, però, i problemi della Chiesa russa, stretta tra tradizioni del passato, modernità e incombente secolarizzazione della società. Il “ministro degli esteri” della Chiesa russa denuncia nell’intervista gli “errori” del patriarca di Costantinopoli. E affronta poi il desiderato ruolo del Cristianesimo in un’Europa che “dimentica” le sue radici e che su alcuni temi (difesa della sua eredità di fronte all’islam che avanza, famiglia, aborto), lui sottolinea, è del tutto secolarizzata.

Vostra eminenza, noi ci incontrammo per la prima volta a Harare (Zimbabwe), alla VIII Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che molto ribadì l’impegno per l’unità visibile tra i cristiani. Come vede lei, oggi, l’ecumenismo?

Ritengo che dobbiamo essere realisti e non vivere di sogni, immaginando che si possano fare, presto, grandi passi, e soprattutto che si possa presto raggiungere l’unità eucaristica. Purtroppo, oggi siamo molto lontani da questa meta. Dobbiamo dunque misurarci serenamente con queste difficoltà e vivere in modo consapevole tale situazione. Tuttavia, esistono non pochi àmbiti dove cattolici e ortodossi, o ortodossi, cattolici e altri cristiani, possiamo collaborare: ad esempio, nel settore degli aiuti umanitari, in quelli dell’istruzione, nella difesa dei diritti dell’uomo e, ovviamente, e nella protezione di quei cristiani che in Medio Oriente, in Africa e in altre regioni del mondo subiscono emarginazione, persecuzione, o addirittura genocidio.

Tra gli eventi positivi di questi ultimi anni si potrebbe ricordare quello tra il papa e Kirill all’Avana. Lei ritiene che sia possibile un altro incontro analogo?

Non penso che il primo incontro tra Francesco e il patriarca Kirill [a Cuba, il 12 febbraio 2016] debba essere anche l’ultimo! Dunque, essi potranno ancora incontrarsi: quando le due Parti riterranno che sia arrivato il tempo e ci siano le condizioni adatte, noi lo prepareremo.

In merito alla dolorosa divisione nell’Ortodossia, a causa del contrasto in atto tra il patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, per quali motivi voi considerate “scismatica” la neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina?

Riassumo in due parole la storia dello scisma ucraino. Nel 1991, all’allora metropolita di Kiev, Filaret [da anni membro del Santo Sinodo di Mosca, e capo dell’esarcato ucraino legato alla Chiesa russa], fu tolta quella carica: lui però ignorò la decisione, e collaborò per la formazione di una Chiesa parallela e contrapposta a quella canonica, il cosiddetto Patriarcato di Kiev, indipendente, del quale poi divenne “patriarca”, e dunque capo degli scismatici. Egli sostenne, cioè, in senso proprio, uno scisma. Nessuna Chiesa ortodossa ha mai riconosciuto quella Chiesa come legittima. La Chiesa russa, che già nel ’92 aveva ridotto Filaret Denisenko allo stato laicale, nel ’97 lo scomunicò: decisioni riconosciute canoniche da tutte le Chiese ortodosse, inclusa la costantinopolitana. Nel 2016 si è svolto il Concilio di Creta [Confronti 7-8/16], organizzato dal patriarca Bartolomeo: a esso la Chiesa russa non partecipò, perché anche diverse altre Chiese ortodosse [antiochena, bulgara e georgiana] avevano deciso di non andare. E le decisioni riguardanti l’intera Ortodossia debbono essere prese con il consenso di tutte le sue Chiese, non solo quelle presenti in un Concilio. Dopo che la Chiesa russa fece quella scelta, il patriarca Bartolomeo ha cambiato radicalmente la sua precedente posizione sulla questione ucraina, riconoscendo la legittimità delle Chiese ucraine scismatiche. Ma l’unica Chiesa canonica a Kiev è quella ortodossa ucraina, legata al patriarcato di Mosca, ma autonoma e indipendente nelle sue decisioni; a essa appartiene l’assoluta maggioranza degli ortodossi ucraini. E né i vescovi né i semplici fedeli di questa Chiesa – l’avevamo detto a Bartolomeo! – sarebbero stati disposti a confluire nella Chiesa scismatica.

Quindi, non ci sarebbe bisogno di una Chiesa nazionale in Ucraina, perché là quella ortodossa è già tale?

La Chiesa ortodossa ucraina è una chiesa nazionale della quale fa parte il popolo ucraino e, quando l’ex presidente Poroshenko disse che si doveva formare una Chiesa nazionale ucraina, gli abbiamo risposto che già esisteva.

Questo conflitto ecclesiale è inserito in un conflitto più grande, politico, tra due parti dell’Ucraina, che storicamente appartengono a due parti dell’Europa e, per così dire a due parti del mondo. Lei che ne pensa?

La divisione ecclesiale avviata dall’ex metropolita Filaret, e poi dal potere politico ucraino, ha portato alla divisione del popolo ucraino e a una polarizzazione tra la parte orientale e quella occidentale del Paese. Non a caso la maggioranza degli scismatici si trova nella parte occidentale. Ma invece la Chiesa canonica dell’Ucraina è diffusa in tutto il Paese, soprattutto a Oriente.

Vostra eminenza, vi è un’uscita da questa situazione?

Dobbiamo avere pazienza. La soluzione non arriverà presto. L’errore compiuto da Bartolomeo è ora davanti a tutti. Del resto finora nessuna delle Chiese ortodosse ha riconosciuto la “autocefala” e, invece, riconoscono il metropolita Onufry come capo della Chiesa ortodossa ucraina – fino al 2017 riconosciutala come legittima dallo stesso patriarca di Costantinopoli.

Qual è la sua risposta all’affermazione che Bartolomeo ci fece: «Mosca può contare su potere, denaro, mentre la Chiesa di Costantinopoli può contare su un potere diverso, ecclesiale»?

Quello che Lui ha fatto in Ucraina lo ha compiuto seguendo i consigli dell’ex presidente Poroshenko, il quale pensava che ottenendo il tomos dell’autocefalia sarebbe rimasto al potere a Kiev. Ma si è sbagliato: infatti, nelle elezioni [dell’aprile 2019, vinte da Volodymyr Zelensky] ha ottenuto una percentuale molto bassa: e questo non a caso. Lui voleva una Chiesa tutta sua, che avrebbe potuto manipolare. Una Chiesa tascabile. Bartolomeo, d’altronde, si era affrettato a concedere l’autocefalia, temendo che, se Poroshenko non avesse vinto, sarebbe stato per lui molto più difficile realizzarla. E questo ha provocato un serio problema ecclesiale.

Vostra eminenza, sta forse mettendo in discussione lo status del patriarca ecumenico come primus inter pares, e quindi il suo ruolo nella creazione di Chiese nazionali ortodosse?

Noi non abbiamo mai rifiutato il ruolo del patriarca ecumenico come primus inter pares; quello che ha fatto Bartolomeo negli ultimi mesi esce, però, da questo quadro, perché ha agito da primus sine paribus (primo senza pari). Egli ha assunto quasi un ruolo di papa della Chiesa orientale: ora vogliamo ricordare che questa non ha mai avuto papa. Per i cattolici va bene avere un papa; ma non certo per noi. Il sistema papale che in Occidente ha quasi duemila anni, in questi ultimi anni si vorrebbe forse crearlo in Oriente!?

Ha parlato della delicata relazione del patriarca di Costantinopoli con Poroshenko e il suo uso della religione per avere potere politico. Qual è la sua risposta alle persone che in Ucraina dicono – cito – «la Chiesa russa sta dalla parte di Putin, quindi in un certo senso sta dalla parte della Federazione russa e non della Chiesa»?

La questione ecclesiale ucraina non ha nessun rapporto con il problema tra lo Stato della Federazione russa e quello dell’Ucraina: sono due problemi distinti. Per capire perché i credenti e i vescovi ortodossi ucraini desiderano rimanere con la Chiesa russa, bisogna chiedere a loro e non a noi. Il patriarca Bartolomeo ha sempre detto che era il patriarca Kirill che non voleva dare l’autocefalia; dunque pensò: «Preparate il documento e vedrete che tutti aderiranno alla nuova Chiesa». Ciò, però, non è avvenuto; sono rimasti solo gli scismatici con le loro strutture.

Parliamo di Europa. Qual è la sua maggiore preoccupazione per essa? Che cosa dovrebbero fare le chiese per creare un continente migliore?

Intanto, voglio fare riferimento alla dichiarazione comune del papa e del patriarca Kirill a Cuba, che ci offre una base comune per valutare il rapporto Cristianesimo- Europa. Molti paesi del continente cercano di emarginare il Cristianesimo; noi non siamo assolutamente d’accordo. Infatti, essendo l’Europa la casa di diverse Confessioni cristiane, le basi della sua identità sono cristiane. Andate in qualsiasi città europea, guardate la sua architettura, i suoi monumenti, e vedrete l’influenza cristiana.

Quando parla di Stati cristiani, sembra che Le dispiaccia che non esistano più questi Paesi in cui la religione e lo Stato erano dalla stessa parte e uniti nel potere. Forse bisognerebbe tornare indietro: Italia cattolica, Russia ortodossa, Germania protestante?

Noi diciamo che i paesi d’Europa dovrebbero custodire la loro eredità cristiana. La religione cristiana ha fondato l’identità dell’Europa. Ovviamente non richiediamo privilegi ma quando accade che, invece del Christmas si celebra il Xmas, e invece di augurarsi «Buon Natale», si dice «Buone feste» [in sostanza si usano forme più generiche che vanno bene per tutti, cristiani e non], allora non siamo d’accordo. Queste abitudini provano la marginalizzazione del Cristianesimo.

Veniamo all’etica. Ci sono valutazioni comuni tra Chiesa cattolica e Ortodossia su problemi come l’aborto, il divorzio e altri. La Chiesa dovrebbe avere un’influenza sulle leggi dello Stato circa tali questioni critiche?

Vorremmo, prima di tutto, che la voce delle Chiese fosse ascoltata quando si tratta di leggi riguardanti la vita. Noi diciamo: ogni persona ha diritto a nascere e a vivere. Siamo in linea di principio contro l’aborto, tanto più se la sua pratica è pagata dallo Stato, con i soldi di tutti. Anche in Russia esiste l’aborto legale. Io sono disposto a pagare per guarire le persone, ma no a pagare per ucciderle. L’aborto è la diretta conseguenza di una ideologia secolarizzata che ha distrutto la vera idea di famiglia. Certo, sappiamo che non sarebbe realistico pensare che tutti i paesi d’Europa siano contro l’aborto (come è accaduto in Polonia). Ma speriamo che le voci dei credenti e le posizioni delle Chiese siano ascoltate.

L’islam è il pericolo più grande per l’Europa? Magari un giorno, Notre Dame a Parigi sarà trasformata in moschea, come è successo sei secoli fa a Costantinopoli con la chiesa di Santa Sofia?

Non si può escludere l’ipotesi…, se le cose continueranno come vanno adesso! Intanto, i musulmani non vogliono in alcun modo perdere la loro religione. Guardate negli aeroporti: quando è l’ora della preghiera, essi tirano fuori il loro tappeto e pregano, pubblicamente. Ho parlato di queste cose con il cardinale Koch [presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani] quando lui non aveva ancora la porpora. Diceva: «Non dobbiamo temere un islam forte ma un cristianesimo debole».

Quali sono i punti fondamentali di cui dovrebbe occuparsi la Chiesa in Europa?

La cosa più importante è darsi da fare perché l’Europa si ricordi di chi l’ha nutrita nella sua crescita. È vero che la situazione economica in Europa è migliore di quella dell’Africa, dell’America Latina e dell’India, ma qui in Europa l’ideologia laica distrugge la comprensione della famiglia. Dicono, infatti, che la famiglia non è l’unione di un uomo e di una donna, ma può essere anche l’unione di persone dello stesso sesso. Da queste premesse deriva una crisi demografica.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Gemme, Religioni

Gemma n° 1928

“Come gemma ho voluto portare un libro che avevo in Chiesa, non tanto antico, degli anni ‘50. E’ scritto tutto in latino e ci sono le preghiere per le varie feste e celebrazioni. Nella foto c’è un canto che un tempo era molto sentito e che ora si sente poco: il Missus. Mi piacerebbe riportarlo nella nostra Parrocchia, così come le Rogazioni, i Vespri perché sono molto legato alle tradizioni. Quando vedo questo libro mi brillano gli occhi. Molti chiedono perché non studi per diventare prete: ammetto di averci pensato più di qualche volta, ma mi dicono che sarei troppo serio e il mio sogno è di diventare sacrestano. Diciamo che sono lì, a metà strada”.

Non è frequente sentire parole come quelle di D. (classe prima). Sono apparentemente pochi i giovani interessati a scoprire o approfondire radici e tradizioni dei luoghi in cui vivono; più facile che si appassionino a quelli di un’altra realtà, anche molto distante. Va trovato il canale corretto, la leva giusta per suscitare quell’interesse che non può essere anteposto al senso di comunità. Don Andrea Gallo scriveva: “La Chiesa si ostina ad anteporre la legge all’amore, e a mettere al primo posto il corpus della tradizione anziché la comunione.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Religioni, Società

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici

Nelle classi del triennio, la settimana scorsa, abbiamo cercato di capire cosa sia successo sulla questione referendum e Corte Costituzionale. Non siamo entrati troppo nel merito del tema dell’eutanasia (a cui dedicheremo delle ore specifiche), ma ho letto l’editoriale della rivista Lavialibera e vi trovo spunti molto interessanti per approfondire ulteriormente la questione. Le parole sono di Fabio Cantelli Anibaldi, vicepresidente del Gruppo Abele, scrittore (autore de La quiete sotto la pelle, sulla sua esperienza nella comunità di San Patrignano, da cui è tratta la docu-serie Sanpa su Netflix), originario di Gorizia.

“Ci sono leggi che difendono dal male che altri ci potrebbero infliggere, ma su ciò che è bene per ciascuno di noi nessuna legge dovrebbe sindacare e decidere, a meno che quel bene sia dannoso per altri. Questo mi pare il nocciolo perlopiù ignorato della questione eutanasia, ossia la facoltà di scegliere la morte qualora la vita diventi insopportabile a causa del dolore fisico e psichico, ostaggio di un’invalidità così vasta e incurabile da toglierle la dignità del poter scegliere e del poter fare: vita ridotta a esserci dolente, inerme, inerte. Prima che per legge è per compassione che a uno sventurato in questa condizione dovrebbe essere concesso di poter morire senza ricorrere al suicidio tramite la somministrazione guidata di farmaci letali, in un ambiente accogliente e riscaldato dalla presenza dei propri cari, in luoghi dove l’occhio, un istante prima di chiudersi, possa perdersi in infiniti di cieli, vette e mari, non sbattere contro fredde pareti d’ospedale o grigi muri urbani.
Unico ostacolo a questa pietosa concessione, l’eventuale opposizione di famigliari o parenti, ma non mi risulta che una persona legata al malato si sia mai opposta a ciò che il malato stesso chiedeva o, se non era più in grado di chiedere, implorava con gli occhi e il corpo: la morte come liberazione dal male, la morte come uscita dall’incubo di un vivere asfissiante perché meccanico. Non mi risulta che ci siano stati famigliari che hanno reagito diversamente da Giuseppe Englaro (padre di Eluana, ndr), Mina Welby (moglie di Piergiorgio, ndr), Valeria Imbrogno (fidanzata di Fabiano Antoniani, ndr), cui è toccata una sorte terribile: non solo soffrire per una persona cara irrimediabilmente invalida ma lottare per liberarla da uno stato vegetativo permanente, come nel caso di Eluana Englaro, o da una vita sentita come una prigione come in quelli di Pergiorgio Welby e Fabiano Antoniani.
Ma perché – poste le condizioni di cui sopra – nel nostro Paese non viene riconosciuta a una persona condannata all’ergastolo di una vita ridotta a mera sopravvivenza la facoltà di porre fine alla pena? Per tre ragioni, mi sembra.
La prima è la rimozione della morte. In Occidente – vale a dire in tutto il mondo, ormai – alla morte che colpisce uno sconosciuto si reagisce con un moto di studiata rassegnazione, ma anche quando si è intimi del defunto la riflessione sulla propria mortalità viene perlopiù elusa, come se a morire siano e saranno sempre gli altri. La maggior parte degli esseri umani vive come se fosse immortale e le conseguenze della finzione sono sotto gli occhi di tutti: la nostra è una società orribile, fondata su relazioni strumentali e posticce, una società dove il non parlare di morte si traduce in violenze esplicite come quelle delle guerre o implicite come quella selettiva che regola il mercato economico: mors tua vita mea. Anche nel caso della minaccia incombente e illimitata della pandemia, l’Occidente ha dato il peggio di sé, riuscendo a distogliere lo sguardo. Ecco allora i bollettini quotidiani, i calcoli statistici, le previsioni matematiche: la riduzione della morte a cifra come base di una rimozione di massa, forse la più grande dell’Occidente moderno. Si può immaginare allora quanto una riflessione sull’eutanasia possa risultare sgradita: la scelta del malato di morire per il rifiuto di ridursi a entità organica può rivelare per contrasto l’insensatezza delle vite sane fondate sul puro durare, vite che vivono come se non dovessero mai finire.
La seconda ragione – figlia della prima – è l’assenza di empatia. Per negare a chi è inchiodato a un’incurabile sofferenza il conforto di un accompagnamento alla morte, bisogna eludere una domanda che dovrebbe sorgere spontanea di fronte al dolore altrui, prima ancora di quella su come mitigarlo: “Come reagirei, se fossi al posto suo?”. Il mettersi nei panni degli altri anche – anzi, soprattutto – quando sono panni scomodi è la premessa dell’empatia, ma l’immedesimazione è impossibile in carenza di sensibilità o quando la sensibilità è addestrata a sentire solo ciò che non perturba. Per sentire il dolore degli altri e provarne turbamento bisogna prima aver riconosciuto e accolto la propria alterità: senza quest’inquietante ma decisiva scoperta è impossibile comunicare davvero col dolore del mondo.
Terza ragione: il potere condizionante della dottrina cattolica. Parlo di dottrina e non di fede perché, se vissuta con la necessaria radicalità, la fede non esclude l’inquietudine e anche la crisi di coscienza. La dottrina no: la dottrina decide a priori cosa è bene e cosa è male, e riguardo all’esistenza umana stabilisce – come noto – che essa è un dono di Dio, dono di cui però non è dato disporre. Ma è ancora un dono una vita ridotta a tortura o a stasi vegetativa? È ancora un dono la vita per chi la sente come un incubo, una spoliazione di libertà e dignità? Qui si pone l’antico problema teologico sollevato da Sant’Agostino nelle Confessioni con la domanda “si Deus est, unde malum?”: se Dio esiste, come può esserci il male? Problema che la dottrina aggira attraverso un’acrobazia dialettica sintetizzata nell’articolo 311 del catechismo cattolico, il quale comincia col dire che gli uomini, peccatori all’origine, hanno introdotto nel mondo il male morale “incommensurabilmente più grave del male fisico” per poi concludere che “Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene”. Dunque il Dio che ci ha dato in dono la vita, ma non la facoltà di disporne, consente il male morale essendo in grado, dall’alto della Sua onnipotenza, di trasformarlo in bene. Quanto alla malattia invalidante e letale che coglie di sorpresa e senza apparente ragione, la dottrina non parla – verrebbe da dire grazie a Dio – di utilità del dolore in quanto viatico al Cielo, lasciando così intendere che resti valido il principio secondo il quale la vita è un dono divino di cui è impossibile disporre anche quando non è nient’altro che angosciata impotenza, dipendenza assoluta, pena infinita.
Viene da pensare che il problema di fondo della questione eutanasia sia quello sollevato da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, problema della libertà quando, da libero arbitrio, si trasforma in responsabilità. Da sempre ma forse oggi più che mai l’uomo vuole essere libero da leggi e limiti, ma quando la libertà lo pone di fronte a una scelta di coscienza esige un’autorità o una legge che lo sollevi dall’onere di decidere.
Una legge per l’eutanasia difficilmente sarà approvata in un Paese come il nostro, ma se mai accadesse da un lato esulterei, dall’altro non potrei fare a meno di constatare quanto sia orribile sancire per decreto quello che dovrebbe essere un moto istintivo dell’anima. Davvero siamo così corrotti da dover rendere la pietà un obbligo di legge?”.

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Nietzsche su Socrate e Gesù

Metto in parte riviste, stralci di giornale, ritagli… Poi, di tanto in tanto, quando devo fare spazio, li riprendo in mano per vedere cosa buttare e cosa tenere. Così mi imbatto in articoli che mi piace condividere sul blog. E’ il caso di questo pezzo pubblicato su La Lettura (pubblicazione settimanale del Corriere sui libri) domenica 19 luglio 2020: è un articolo di David Lloyd Dusenbury tradotto da Matteo J. Stettler, articolo che necessita di una lettura attenta e concentrata e che pertanto inserisco nella sezione “pensatoio”.

“E di nuovo a processo.
Com’è noto, Friedrich Nietzsche firmò le sue ultime lettere come «l’Anticristo» (a Cosima Wagner) e «Il Crocifisso» (al cardinale Rampolla, il segretario di Stato del Vaticano). È difficile isolare la causa dell’ultimo crollo di Nietzsche, ma la sua mente cedette definitivamente nel dicembre 1888. Già nel gennaio 1889 era caduto in uno stato catatonico dal quale non sarebbe più riemerso.
Un decennio prima che iniziasse a firmare le proprie lettere come «il Crocifisso», Nietzsche scrisse un paragrafo di Umano, troppo umano dal titolo «Assassinii giudiziari» (Justizmorde). In questo passaggio, egli nota una sorprendente somiglianza tra quelli che chiama «i più grandi assassinii giudiziari della storia del mondo», con cui intende le morti di Socrate e Gesù. «In entrambi i casi», dice, «si volle morire». E, in entrambi i casi, «ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto». Nel tardo XIX secolo, le morti di Socrate e di Gesù costituiscono per Nietzsche le pene capitali più simbolicamente cariche nella storia. Ciò rimane valido ancora oggi, agli inizi del XXI secolo.
A differenza della maggior parte dei commentatori su Socrate e Gesù, Nietzsche è incuriosito da un tratto psicologico che afferma si possa rilevare in entrambi. Egli sostiene che Socrate e Gesù abbiano entrambi drammatizzato le proprie morti. In definitiva, la coppa avvelenata di Socrate e la croce di Gesù non sono pene sentenziate dalla corte, ma epiloghi auto-inflitti.
Qualunque morale gli europei abbiano tratto da queste morti, afferma Nietzsche, questi non la trassero da due martiri, ma da due suicidi. L’immaginario europeo è così alla mercé di quelle morti inscenate secondo il copione dettato dalle pulsioni tanatologiche dei suicidi più ispirati della storia, quello del «più grande dialettico ambulante di Atene» (come Nietzsche, sogghignando tra sé e sé, chiama Socrate, in Umano, troppo umano), e quello de «l’uomo più nobile» (come egli, in maniera del tutto disarmante e senza ironia alcuna, si riferisce a Gesù nel medesimo libro). Nessuno che abbia letto le opere di Nietzsche ne rimarrà scioccato.
A prima vista, la riflessione nietzschiana sull’assassinio giudiziario si trasforma in una riflessione sul suicidio. Allo stesso tempo, Nietzsche persevera nel voler attribuire le morti di Socrate e Gesù alla «mano dell’ingiustizia umana [Ungerechtigkeit]». Le ordalie legali che sono commemorate nelle aule e nelle chiese europee, e interpretate da filosofi e teologi, sono dei suicidi segreti. Eppure, come Nietzsche sembra insistere nel sostenere, la corte di cinquecento giudici-cittadini che condannarono Socrate (quasi la metà dei quali favorevoli all’assoluzione) e il giudice romano che condannò Gesù (dopo avere tentato di rilasciarlo) non sono innocenti.
Gli antichi suicidi che la cultura europea santifica come martiri non sono semplicemente suicidi. Le morti storiche di Socrate e Gesù rimangono, per Nietzsche, degli assassinii-giudiziari. Ciò è interessante. Nietzsche è uno dei pochi filosofi moderni (Søren Kierkegaard è un altro) a riflettere sul fatto che la cultura europea è stata inaugurata, anche solo simbolicamente, da questi due processi. (Sebbene esistano anche importanti tradizioni giudaiche e islamiche riguardanti questi processi e queste morti). L’ultimo George Steiner scrisse più di vent’anni fa che «stranamente, fino ad ora non è stata fornita alcuna trattazione completa di questo topos centrale». Per quanto ne so, ciò è ancora vero.

Il riconoscimento da parte di Nietzsche dell’«ingiustizia umana» che pone fine a entrambi i processi sembra suggerire che, a suo avviso — l’avviso di un critico frenetico dell’eredità platonico-cristiana —, la cultura europea è inaugurata da una coppia di ordalie legali in cui sono condannate persone innocenti. Non può che avere avuto effetti profondi e diffusi sull’Europa che il suo dramma della verità sia iniziato non una, bensì due volte, con un testimone innocente in un tribunale — il significato greco di «martire» — che viene condannato a morte. Il rispecchiamento di questi eventi è accentuato dal fatto che Socrate, il protomartire della filosofia europea, e Gesù, il protomartire della teologia cristiana, sono figure liminali condannate per il più alto crimine politico (il tradimento) e il più alto crimine religioso (la blasfemia).
Socrate non smette mai di essere un problema per Nietzsche. In uno dei suoi libri del 1888, Crepuscolo degli idoli, egli riafferma la sua teoria iniziale. «Socrate volle morire», scrive Nietzsche mesi prima del suo crollo. «Non fu Atene, ma lui stesso a darsi la coppa del veleno». Il Socrate nietzschiano è un decadente, e la filosofia platonica è per lui una tradizione che annulla la vita. Ma Nietzsche non firma mai le sue lettere come «l’AntiPlatone» o «L’Avvelenato». Lui è «l’Anticristo» e — come lui stesso si definisce, misteriosamente, durante le ultime ore di semi-lucidità — «Il Crocifisso».
Soffermiamoci solamente sul senso che Nietzsche dà dell’eredità di Gesù nella storia europea. La prima cosa da dire è che Nietzsche è un filologo di prim’ordine. La sua psicologia è modellata dai testi greco-romani pre-cristiani (e anti-cristiani). Questo gli impedisce di vedere il cristianesimo secondo il modello stereotipato dell’Illuminismo: come la fede più sanguinosa nella storia umana (la plus sanguinaire, come diceva Voltaire). Inoltre, questo impedisce a Nietzsche di leggere i Vangeli come un dramma oscuratamente gerarchico o patriarcale. Come i critici pagani del cristianesimo nei primi secoli della nostra era — come Celso, che derideva l’importanza delle donne nei Vangeli — Nietzsche riconosce che i Vangeli, in questo contesto, non rappresentano nulla del genere.Gesù è un «grande simbolista», scrive, e il «decadente più interessante» nella storia. Gesù è una figura di tolleranza irrazionale e amore senza limite. Ne L’Anticristo, Nietzsche ne abbozza la morte in questo modo: «Questo “lieto messaggero” morì come visse […] La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, […] il suo contegno sulla croce. Egli non resiste. […] E prega, soffre, ama con loro, in coloro che gli fanno del male». L’amore senza limite è decadente — «contro la vita» — e il cristianesimo è, per Nietzsche, una «negazione della volontà di vita trasformata in religione». Tuttavia, quando Nietzsche vede per la prima volta questo amore nelle ultime ore di Gesù, quest’ultimo diviene puro — divino, addirittura. «Questi in verità è stato un uomo divino», ci dice nell’Anticristo (attraverso le labbra di un criminale morente). Sfortunatamente, il Vangelo di Nietzsche muore con Gesù. I Vangeli canonici sono una cosa completamente diversa dalle «buone novelle» di Gesù — sebbene anche loro siano il non plus ultra della decadenza. Ciò a cui i Vangeli «ci introducono», scrive Nietzsche, è «un mondo che sembra uscito da un romanzo russo, in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e un’“infantile” idiozia paiono essersi dati convegno». Il «romanzo russo» evocato qui è senza dubbio uno di quelli di Fëdor Dostoevskij, dal momento che Nietzsche s’imbatté in uno dei romanzi di Dostoevskij a Nizza nel 1887 (mentre scriverà L’Anticristo nel 1888). Affascinato dal suo contemporaneo ortodosso, Nietzsche lesse di tutta furia diversi romanzi di Dostoevskij, definendo Umiliati e offesi «uno dei libri più umani mai scritti» (un gran complimento, quello che viene dall’autore di Umano, troppo umano). Ma Nietzsche intuì che la mentalità cristiana di Dostoevskij si sarebbe presto scontrata con quello che chiamava il suo «istinto più elementare». E cosa c’è nei Vangeli — quella raccolta canonica di «romanzi russi» — che Nietzsche trova di così ripugnante? Cosa c’è, più precisamente, nella politica dei Vangeli che lo terrorizza? È lui stesso che ce lo dice. «Non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica!», avverte gli europei del XIX secolo. «Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia [Herreschafts-Rechte]». Gli effetti politici del cristianesimo sono dannosi per la gerarchia, perché il cristiano «è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato — egli vive, combatte sempre per “diritti uguali”». Ciò che i Vangeli rappresentano è una fede i cui istinti più elementari portano al riconoscimento del malato, del povero, del marginale. Questa, per Nietzsche, è l’eredità del cristianesimo in Europa. «Il movimento cristiano, in quanto movimento europeo», egli scrive, «è fin da principio un moto collettivo d’ogni sorta di elementi di rifiuto e di scarto». Ciò che egli detesta di più è quello che chiama «la tendenza democratica degli istinti cristiani». Potrebbe esserci più di un buon motivo per prestare attenzione a uno dei nemici più risoluti del cristianesimo, così come per «transvalutare» il cristianesimo europeo per il XXI secolo. Nietzsche «il filologo» è certo che il primo cristianesimo «non era “nazionale”, non era condizionato dalla razza [nicht rassebedingt]». Al contrario, egli trova di che ridere del fatto che il cristianesimo «si volgeva a ogni specie di diseredati della vita». Quella tendenza propria del XXI secolo a denunciare l’eredità cristiana — e l’eredità platonico-cristiana — come gerarchica, patriarcale e così via, potrebbe non riuscire a convincere in termini storici. E potrebbe indebolire ulteriormente una tradizione europea il cui istinto più elementare è — riprendendo la frase di Nietzsche — di «combattere sempre per “diritti uguali”». Se avessimo ascoltato Nietzsche più attentamente, saremmo più riluttati nell’accusare i due più grandi condannati della storia del mondo — Socrate e Gesù — di nuovi crimini.”

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Gemma n° 1863

“Come gemma ho portato questo libretto, “Guida del campo estivo”, fatto con la Parrocchia; è stato quello che mi è piaciuto di più, quello in cui mi sono trovata meglio e ho socializzato un po’ di più”.

Ne ho fatti di campi estivi, quanti ricordi, quante emozioni. La costruzione di un libretto partiva poi da molto lontano, soprattutto quando non si usavano i pc e si assemblavano con ritagli di fotocopie, colla e forbici e macchina da scrivere. Ad aprile si iniziava per i campi che si tenevano a luglio e agosto e i cui effetti duravano almeno fino a ottobre-novembre, quando si entrava nel vivo dell’attività invernale. Grazie a M. (classe seconda) per questo tuffo nel passato e per la condivisione dell’esperienza positiva.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Gemme, Pensatoio, Religioni

Gemma n° 1841

“Volevo raccontare un aneddoto che mi è stato raccontato da mia zia. Nel 2011 è mancata la mia bisnonna materna e mia zia era con lei; è poi venuta a casa nostra per avvisare mia mamma. Ricordo che mi sono seduta vicino alla mamma e, vedendola con gli occhi lucidi, le ho chiesto se fosse triste e cosa fosse successo. Lei mi ha risposto che era mancata sua nonna, però mi ha detto che non era triste perché colpita da una cosa che le aveva raccontato sua sorella: negli attimi prima di morire la zia stava parlando con la bisnonna e si era accorta che non rispondeva più e che guardava un punto indefinito. Ha sorriso e ha chiuso gli occhi. Questa cosa mi fa sempre emozionare quando la racconto, anzi, mi fa salire un nodo alla gola perché è poetica e bellissima e, secondo me, dà alla morte un significato che nessuno riuscirebbe mai a dare. La morte spesso può essere anche liberazione: la bisnonna io non l’ho conosciuta nel pieno della sua vita, l’ho sempre vista costretta a letto a causa di una malattia. Ecco, forse più che liberazione, quella scena è la certezza che la morte non è solo paura, ma forse un abbandonarsi a una gioia, a qualcosa che vedi di più. Forse quel giorno lì lei ha sentito un grande amore, una grande gioia e ha detto “è la mia ora e io sono contenta di affidarmi a quello che viene”. Questo mi dà forza e mi aiuta a concepire la morte in maniera più serena, soprattutto in questo periodo”.
Amo leggere David Maria Turoldo, trovo così tanta affinità tra i miei pensieri e le sue parole che non di rado mi sono emozionato coi suoi versi. Tuttavia, a commento della gemma di B. (classe quarta), non pubblico una sua poesia, ma un brevissimo estratto di un’intervista del 1991: “Per me la morte è sempre stata come una fessura attraverso cui guardare i colori della vita, apprezzarne i valori. La morte è una presenza positiva, fa apprezzare meglio il tempo, fa giudicare meglio le cose. Ogni mattina dico, se questo è il mio ultimo giorno non posso perderlo. Vivo ogni giorno, non come fosse l’ultimo, ma il primo. Penso che non ci sia nemmeno un di qua e un di là, ma semplicemente un prima e un dopo. Una continuità. Questo certamente è il senso misterioso della nostra fede, ma non è assolutamente un discorso che si fa soltanto per chi ha fede. Il discorso sulla continuità della vita, si può farlo anche con chi non crede, con chi non ha fede. Non è un discorso consolatorio, ma di constatazione. Io posso anche dire «non so come sarà dopo», ma nessuno mi può dire che non ci sia”.

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Gemma n° 1818

“La mia gemma ce l’ho al collo ogni giorno: è un portafortuna, un coniglio con all’interno dell’ambra. Lo considero un oggetto molto importante: l’ho preso in Polonia, terra a cui sono molto legata, e rappresenta l’unico animale domestico che ho e, penso, avrò nella mia vita. Da piccola lo desideravo tanto e alla fine il sogno si è realizzato grazie a una persona molto significativa per me (è lei che mi ha preso sia il coniglio che il ciondolo). L’abbiamo cercato a lungo per le bancarelle di Cracovia e il fatto che questa persona abbia perso del tempo per rendermi felice dà molto valore a questo oggetto”.

Ecco la gemma di K. (classe quinta). Bene, ora immaginate di essere in giro con lei, ma non lungo le strade della meridionale Cracovia, bensì lungo la costa settentrionale della Polonia bagnata dalle acque del Baltico. E fatevi prendere per mano da questa leggenda sull’ambra che ho trovato in rete:
“Quando regnava ancora Perkunas dio del Tuono, nel fondo del Mar Baltico sorgeva il palazzo d’ambra di cui Jurate, la più bella tra tutte le dee era la regina.
Un giorno il giovane Kastytis, eccellente pescatore, decise di buttare le proprie reti alla foce del fiume Sventoji catturando così tutti i pesci che provavano a raggiungere il mare.
La notizia giunse al palazzo della regina, che preoccupata dalla situazione inviò le sue fedeli sirene a parlare con il giovane pescatore per convincerlo a ritirare le proprie trappole. Arrivate sul luogo di pesca accusarono Kastytis di impoverire la fauna del mare, ma lo scaltro pescatore si discolpò affermando di stare semplicemente lavando le reti nell’acqua e che i pesci ci si incagliavano senza il suo volere. Le sirene spiazzate dalla risposta tornarono al castello informando Jurate, che furiosa decise di andare a parlare di persona con il disobbediente Kastytis.
Al primo sguardo i due si innamorarono l’uno dell’altra e decisero di andare a vivere insieme nel palazzo d’ambra della dea ma il loro amore durò ben poco. Perkunas dio del tuono e padre di tutti gli dei aveva promesso Jurate in sposa a Patrimpas dio dell’acqua e quando vide i due innamorati andò su tutte le furie. In preda alla collera scagliò una freccia verso il palazzo che venne frantumato in migliaia di piccoli pezzettini d’ambra.
Il giovane morì nell’impatto, mentre la dea fu punita per la sua negligenza. Venne incatenata ad una roccia sul fondo del mare dove ancora oggi piange per il sua amore perduto, alcune volte il pianto si fa così straziante che le onde del mare, generalmente fredde e calme non riescono a trattenersi e infuriano anche loro. Le onde smuovono i pezzetti d’ambra del vecchio palazzo sedimentati sul fondo marino e li trasportano fino alla riva. Così che i pezzetti più grossi appaiono sulla sabbia. Sono le lacrime della regina: pure e limpide, com’era l’amore tra Jurate e Kastytis.”

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Gemma n° 1816

“Una foto di quand’ero piccola perché ho deciso di dedicare questa gemma a me stessa: in questo periodo sono cresciuta molto personalmente, ho avuto un grande cambiamento soprattutto caratteriale grazie alle persone che mi sono sempre state vicine. Ho sempre dato molto peso al giudizio degli altri e per questo motivo non mi sono mai esposta: ora sono molto più sicura di me stessa e dedico più tempo a piacere a me stessa che agli altri”.

Con queste parole L. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Da qualche parte ho letto una storia buddhista sulla facilità che abbiamo nel giudicare e nel mettere un’etichetta su tutto; non trovo più il libro ma la rete mi è venuta in soccorso. Ecco qui:
“Un vecchio contadino per anni aveva coltivato i suoi raccolti lavorando moltissimo.
Un giorno il suo cavallo fuggì e i vicini gli dissero che era stata proprio una sfortuna perderlo ma il contadino rispose “forse”.
Il cavallo, il giorno seguente, tornò insieme ad altri 3 cavalli. I vicini dissero che era una meraviglia ma il contadino rispose di nuovo “forse”.
Il giorno dopo il figlio del contadino provò a cavalcare uno dei nuovi cavalli ma si ruppe una gamba. I vicini gridarono alla sfortuna e l’agricoltore rispose ancora una volta “forse”.
Il giorno seguente dei soldati vennero ad assoldare giovani uomini nell’esercito ma il figlio del contadino non venne chiamato dato che aveva la gamba rotta. I vicini dichiararono che era stata una vera fortuna. Ma il contadino, come sempre, rispose “forse”.”

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Undicesima stazione

So che siamo nel periodo dell’Avvento, è appena iniziato. Molti cristiani, ieri, hanno acceso la prima delle quattro candele della loro corona. Eppure mi soffermo su una riflessione di più di vent’anni fa di Mario Luzi (1914-2005), scritta in occasione della Via Crucis di quell’anno per l’XI stazione, quella di Gesù inchiodato alla croce. L’ho trovata su La rivista de Il Mulino. Sono parole messe in bocca a Gesù stesso. Scrive Luzi:

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra, ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
E terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego”.

Resto convinto che i testi delle religioni siano in grado di essere occasione di riflessione per tutti, credenti e non credenti: non farei il lavoro che faccio se non ne fossi convinto. Certo saranno riflessioni dalle molteplici sfaccettature, frutto della diversità umana. Prendo questo dubbio di Gesù e lo porto nel tempo che stiamo vivendo: eccesso o difetto di umanità? “Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?”. Qual è, mi chiedo, lo sguardo che sto gettando sul mondo? Qual è l’atteggiamento che ho? Su quale fronte mi schiero? L’interrogativo del Gesù di Luzi è retorico, perché la risposta alle domande è contenuta nella prima parte: “È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. […] ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare […] Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato”. Si tratta di un Gesù che ha fatto un’immersione completa nell’umanità, anche quella più lontana, anche quella più inaspettata, anche quella inascoltata o dimenticata, quella per la quale è così difficile provare empatia, creare uno spazio d’ascolto dentro di me. Eppure, nonostante tutto questo, conserva un dubbio, quello di essere stato autoreferenziale, quello di aver assecondato una propria volontà, una propria preferenza, un proprio desiderio: “Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa”. Come faccio a comprendere, a discernere tra il gesto egoista e il gesto puramente altruistico? Lo so che nel gesto di generosità è contenuta l’autogratificazione e so che è normale. Ma quale può essere la bussola per non perdermi e non confondere la “Tua volontà”. Troppe volte, in nome di una supposta volontà superiore, si sono compiuti danni inenarrabili! Provo ancora a cercare tra le parole di Luzi una risposta e mi colpiscono queste: “La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario”. Ieri sera a cena con noi c’era una coppia di cari amici: Mariasole passava da un braccio all’altro, li guardava negli occhi, sorrideva, sprizzava gioia da ogni particella del suo corpo. Diceva con tutta se stessa e con le parole: “che bello stare insieme”. Ecco l’umano a cui dovrei cercare di somigliare ogni giorno, ecco l’umano da cercare in questo Avvento affinché il divino possa continuare a trovare albergo nella grotta di ogni cuore…Un brano di Nick Cave rifatto dalla tredicenne Nell Smith insieme ai The Flaming Lips per meditarci su (tutto Where the Viaduct Looms è un cover album pazzesco secondo me!).

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Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

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L’Afghanistan tra Isis e talebani

Prendo dal Post un articolo molto interessante di Elena Zacchetti sullo scontro che si sta sviluppando in Afghanistan tra talebani e Isis e sui possibili (nefasti) esiti.

“Negli ultimi due mesi e mezzo, da quando Kabul è stata conquistata dai talebani, in Afghanistan si è intensificata una rivalità pericolosa e a tratti poco comprensibile, vista da qui: quella tra i talebani e l’ISIS, due gruppi sunniti estremisti, considerati terroristici da molti paesi occidentali, che condividono l’obiettivo di costruire un qualche tipo di stato islamico basato su un’interpretazione molto rigida della sharia (la legge islamica). È una rivalità che arriva da lontano e che si sta mostrando in tutta la sua violenza tramite attentati – come quello di martedì a un ospedale di Kabul –, esibizione di cadaveri per le strade e uccisioni “extra-giudiziali”, cioè omicidi compiuti o autorizzati da un’autorità statale senza essere preceduti da un procedimento giudiziario.

I rapporti tra i due gruppi sono entrati in «una nuova fase», ha scritto il sito specializzato War on the Rocks, iniziata dopo il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan e che «sarà quasi certamente sanguinosa e violenta».

Si parla di «nuova fase» perché questa inimicizia in Afghanistan non è una cosa nuova. Iniziò a svilupparsi nel 2015, cioè fin dalla nascita dell’ISIS-K (o Provincia del Khorasan dello Stato Islamico), che in maniera un po’ approssimativa si può definire la divisione afghana dello Stato Islamico.

Già allora (ma anche oggi) i talebani erano alleati con al Qaida, grande organizzazione sunnita che si contendeva con l’ISIS la supremazia del mondo jihadista globale, e già allora ISIS e talebani avevano differenze ideologiche significative. Mentre l’ISIS-K, così come il nucleo principale dell’organizzazione (poi sconfitto in Iraq e in Siria), auspicava la creazione di un Califfato islamico esteso oltre i confini di un unico stato, i talebani avevano obiettivi più locali: volevano riconquistare il potere in Afghanistan e imporre un’interpretazione radicale della sharia dentro i confini nazionali. L’ISIS accusava inoltre i talebani di essere «apostati» per adottare posizioni troppo morbide nell’applicare le norme dell’Islam; i talebani sostenevano che l’ISIS fosse un gruppo estremista eretico.

Con il ritiro dei soldati americani, e con il rapido sgretolamento delle forze di sicurezza afghane, lo scorso agosto i talebani sono riusciti a riconquistare l’Afghanistan e allo stesso tempo si sono aperti nuovi spazi d’azione per l’ISIS-K, che ha approfittato fin da subito della nuova instabilità, oltre che delle evasioni di massa dalle carceri afghane che si sono verificate durante la presa di Kabul. In quei giorni confusi di metà agosto erano stati infatti liberati migliaia di detenuti, tra cui molte persone accusate di terrorismo e di essere affiliate all’ISIS.

L’inizio di una «nuova fase» si era già visto già lo scorso 26 agosto, quando l’ISIS-K aveva ucciso quasi 200 civili afghani radunati fuori dall’aeroporto di Kabul nel tentativo di salire a bordo di uno degli aerei impegnati nelle operazioni di evacuazione di stranieri e afghani da Kabul.

Nelle settimane successive l’ISIS-K ha compiuto numerosi attacchi sia nelle zone del paese dove la sua presenza è considerata più solida, come la città di Jalalabad (nell’est), sia in aree che fino a quel momento erano state abbastanza fuori dal suo raggio d’azione, come le città di Kandahar e Kunduz.

Fonte immagine

Le maggiori violenze si stanno verificando proprio nella provincia di Nangarhar (in rosso nella mappa), dove si trova Jalalabad e dove da settimane sembra essere in corso una specie di guerra segreta ed estremamente cruenta.

Secunder Kermani, inviato di BBC a Jalalabad, ha raccontato quello che sta succedendo in città e le estese violenze di cui sono testimoni gli abitanti locali. Kermani ha scritto che quasi ogni giorno corpi di persone uccise vengono trovati ai lati delle strade, «alcuni colpiti da spari o impiccati, alcuni decapitati. Molti hanno biglietti scritti a mano nelle tasche che li accusano di essere membri della divisione afghana dello Stato Islamico». Nessuno sta rivendicando gli omicidi e molti ritengono che si tratti di uccisioni extra-giudiziali compiute dai talebani contro persone sospettate di far parte dell’ISIS-K: «I due gruppi hanno iniziato una guerra sporca e sanguinosa. Jalalabad è il fronte di questa guerra», ha scritto Kermani.

Il sospetto deriva anche dal fatto che a capo dei servizi di intelligence della provincia di Nangarhar c’è un uomo conosciuto con il nome di Dr Bashir, che già in passato aveva combattuto e sconfitto l’ISIS e che si era fatto una reputazione di grande ferocia e violenza. Dr Bashir ha negato di essere coinvolto nelle molte uccisioni delle ultime settimane e ha sostenuto che i talebani non abbiano motivo di preoccuparsi per la presenza dell’ISIS in Afghanistan.

Nonostante le affermazione di Dr Bashir, sembra che l’ISIS stia riuscendo a ottenere qualche successo e a mettere in difficoltà il nuovo governo talebano, per esempio attaccando la minoranza degli Hazara, di orientamento sciita, a lungo perseguitata in Afghanistan ma con cui ora i talebani stanno cercando di costruire rapporti pacifici. Avinash Paliwal, vicedirettore del SOAS South Asia Institute dell’Università di Londra ed esperto di Afghanistan, ha detto al Financial Times che questi attacchi compiuti dall’ISIS-K «esacerberanno una faglia settaria che non è nell’interesse dei talebani che si infiammi davvero», e ha aggiunto che «la violenza aumenterà e sarà un “tutti contro tutti”».

Con i suoi attentati, l’ISIS sta provocando anche un’erosione di fiducia della popolazione afghana nei confronti dei talebani e della loro capacità di riportare la pace e la sicurezza nel paese. Per anni, infatti, i talebani avevano sostenuto di essere l’unico gruppo in grado di stabilizzare l’Afghanistan. Le cose però si stanno dimostrando più complicate di quanto avessero previsto i leader del gruppo, anche perché i comandanti talebani locali stanno avendo parecchie difficoltà a contrastare le tattiche terroristiche e di guerriglia adottate dall’ISIS.

È difficile prevedere come si svilupperà la rivalità tra i due gruppi, e con che livello di violenza.Il timore, ha scritto War on the Rocks, è che la divisione afghana dell’ISIS provi a diventare ancora più attiva ed efficace reclutando combattenti talebani delusi dal nuovo regime, che in un certo senso sta cercando di ottenere legittimità a livello internazionale collaborando con diversi paesi e diventando allo stesso tempo più attaccabile dalle frange più radicali ed estremiste. Con il ritiro degli americani e delle forze della NATO, inoltre, l’ISIS-K è ora in grado di concentrare tutte le sue forze direttamente contro i talebani, compiendo attacchi ancora più frequenti e violenti rispetto al passato”.

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Spinte radicali in Pakistan

Alla fine ho deciso di abbonarmi a Il Post, un progetto editoriale che seguo da un po’. L’ho fatto sia per continuare ad ascoltare due podcast, Morning e Tienimi bordone, sia perché apprezzo l’accuratezza con cui vengono scritti gli articoli. Inoltre, dopo un po’, hai la sensazione di far parte di un gruppo, di stare effettivamente contribuendo alla realizzazione di un bel lavoro. Infine non nascondo che abbia inciso anche il costo abbordabile per le mie tasche. Mi capiterà, quindi, di pubblicare un po’ più frequentemente dei loro pezzi rispetto a quelli di altre fonti, anche perché non hanno alcuna forma di paywall.
Oggi pubblico un articolo sulla situazione che si sta delineando in Pakistan, in particolare sulle pressioni che un gruppo radicale sta esercitando sul governo di Islamabad. L’articolo lo potete trovare qui.

“Dalla fine di ottobre in alcune regioni del Pakistan, a sud della capitale Islamabad, migliaia di persone appartenenti a gruppi islamici fondamentalisti hanno bloccato un’importante autostrada e ricattato il governo, chiedendo diverse concessioni e protestando contro alcuni atti che considerano blasfemi. Il più importante di questi gruppi si chiama Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) ed è diventato una forza importante e pericolosa nelle dinamiche sociali del paese.
Il 1° novembre, dopo giorni di scontri in cui sono morti quattro poliziotti e durante i quali sono state bloccate alcune tra le più importanti vie commerciali del paese, il governo ha infine ceduto ai manifestanti, raggiungendo un accordo i cui termini sono segreti ma che, a detta dei giornali locali, garantisce molte concessioni ai fondamentalisti. Il TLP è da tempo una presenza influente nella vita politica e sociale del Pakistan e, come avvenuto più volte negli anni scorsi, ha mostrato di essere in grado di ricattare il governo nazionale con manifestazioni e azioni violente per ottenere i suoi obiettivi.

Ad aprile il governo pakistano, per cercare di fermare il TLP, aveva perfino designato il gruppo come organizzazione terroristica e ne aveva arrestato il leader, Saad Hussain Rizvi (nella foto). Dopo l’arresto c’erano state rivolte di piazza, con un numero imprecisato di morti e centinaia di feriti. Il governo allora era riuscito a placare le manifestazioni facendo delle concessioni, ma gli estremisti del TLP sono tornati a protestare lo scorso 21 ottobre. A migliaia, spesso armati, hanno cominciato una marcia da Islamabad, la capitale, alla grande città di Lahore, con l’obiettivo di occupare la Grand Trunk Road, un’autostrada che collega le due città e che è una delle principali vie di trasporto di tutto il paese.
Le richieste dei manifestanti erano numerose e confuse, ma le principali erano tre: il rilascio di Saad Hussain Rizvi, il ritiro delle accuse di terrorismo avanzate dai tribunali pachistani contro centinaia di affiliati al gruppo, e l’espulsione dell’ambasciatore francese. Quest’ultima richiesta era una ritorsione per il fatto che un anno fa il presidente francese Emmanuel Macron aveva difeso la pubblicazione di vignette satiriche che raffiguravano il profeta Maometto: è una vecchia battaglia del TLP, che aveva portato a scontri tra i manifestanti e la polizia pachistana già nei mesi scorsi.
Secondo alcuni giornali pachistani citati dal New York Times, i termini dell’accordo che ha risolto la crisi degli ultimi giorni prevedono il rilascio di vari membri del gruppo in prigione, la promessa che non ci saranno più accuse contro rappresentanti del TLP e la rinuncia alla designazione di gruppo terroristico. Il TLP avrebbe rinunciato invece a chiedere al Pakistan di tagliare i rapporti diplomatici con la Francia.
Il TLP, che oltre a essere un movimento sociale estremista e un gruppo di pressione è anche un partito politico (con poco successo elettorale, finora), fu fondato nel 2015 con lo scopo di difendere la rigida e controversa legge sulla blasfemia del paese, che prevede pene durissime, compresa la pena di morte, per chiunque offenda una qualunque religione. In Pakistan, dove il 96 per cento della popolazione si professa musulmano, quasi sempre la religione offesa è l’islam.
Il gruppo divenne un movimento di massa durante i vari sviluppi della vicenda di Asia Bibi, una donna cristiana accusata ingiustamente di blasfemia, la cui vicenda divenne un caso internazionale. Tra le altre cose, il TLP organizzò grandi rivolte di piazza in difesa di Mumtaz Qadri, una guardia del corpo che nel 2011 aveva ucciso il governatore della provincia del Punjab dopo che questi aveva difeso Asia Bibi e chiesto una riforma della legge sulla blasfemia. Nel 2017, il TLP organizzò altre rivolte dopo che il governo aveva proposto di modificare lievemente il testo del giuramento dei parlamentari che faceva riferimento al profeta Maometto: negli scontri morirono sei persone, e centinaia furono ferite.
Nel corso degli anni, il governo del Pakistan non è stato in grado di gestire organizzazioni come il TLP: ha consentito che diventasse «uno dei gruppi di pressione più importanti» del paese e di fatto ne è diventato «ostaggio», come ha scritto l’Economist. Il governo tuttavia non è soltanto una vittima. Nel corso degli anni, la politica e l’esercito pachistani hanno alimentato sentimenti fondamentalisti nella popolazione, servendosi di gruppi come il TLP per polarizzare l’opinione pubblica e ottenere vantaggi elettorali. Come ha scritto sempre l’Economist, i legami tra l’élite pachistana e il TLP sono noti: per esempio, durante le proteste del 2017, un alto ufficiale dell’esercito fu filmato mentre consegnava somme di denaro ai leader del gruppo”.

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Un’inesauribile ricerca di luce

Martina Spollero ha terminato il Liceo Percoto nel 2020. Poi si è iscritta a Lettere Moderne ed è allieva della Scuola Superiore dell’Università di Udine. Insieme a Gabriele Visintin, studente di filosofia, ha scritto un articolo per Il chiasmo, magazine online edito dalla Rete Italiana degli Allievi delle Scuole e degli Istituti di Studi Superiori Universitari (RIASISSU), in collaborazione con l’Istituto Treccani. Lo ripropongo qui molto volentieri e aggiungo ai suggerimenti di lettura dei due autori il libro di Massimo Recalcati “Il grido di Giobbe”, sempre sullo stesso tema (libro che ho appena terminato).

Il muto dialogo tra l’uomo e Dio

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Se l’esperienza del quotidiano è quella di una realtà profondamente intrisa dal male e dominata dalla sofferenza, come conciliare la constatazione del dolore con un vivo rapporto di fede? È possibile un dialogo con un Dio imperturbabile davanti alla sofferenza del frutto stesso del suo amore?
La visione della fede proposta dal filosofo danese Søren Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855), sebbene influenzata dalla rigida educazione pietista impartitagli fin dalla giovinezza, risulta un tassello fondamentale nell’analisi dell’esperienza religiosa intesa come imprescindibile componente dell’esistenza umana. Il rapporto col divino che emerge dai suoi scritti viene rappresentato quanto mai distante dai dogmatismi interpretativi consueti mediante cui è percepita la fede. Essa risulta, infatti, caratterizzata da sentimenti radicalmente negativi quali l’angoscia e l’incomunicabilità, i quali isolano l’uomo entro i confini di una prospettiva che lo allontana dai suoi stessi simili.
Nell’opera Aut-Aut Kierkegaard individua differenti stadi della vita dell’uomo. Il primo di essi è quello della vita estetica, nel quale l’uomo sceglie di non scegliere, e ricerca, in tutte le loro forme, il piacere e il godimento personale. La brama della passione – inevitabilmente e per sua stessa natura – non giunge al suo pieno soddisfacimento, conducendo inesorabilmente l’uomo verso la noia e l’indifferenza. La figura esplicativa di questo stadio è appunto quella dell’esteta, del  seduttore, alla quale si contrappone l’uomo che incarna le caratterizzanti dello stadio etico e vive conformemente a una morale, inserito in una quotidianità e in una concretezza sociale e umana.  Questo momento di vita può essere rappresentato  dal marito fedele e laborioso. Come ben evidenziato da Remo Cantoni nel suo saggio introduttivo all’opera di Kierkegaard qui presa in esame, l’aut-aut denota la scelta con cui ci si sottopone al contrasto tra il bene e il male. Non accettare questa dicotomia, pertanto, non significa necessariamente propendere verso il male, bensì verso l’indifferenza etica.
La possibile comunicazione che sussiste ancora tra vita etica e vita religiosa viene definitivamente meno nel saggio che il filosofo danese pubblicherà pochi mesi più tardi: Timore e tremore. Mediante l’esempio di Abramo, rivela come l’uomo religioso, immerso in una fede totalizzante, si trovi in aspro contrasto con le convinzioni etiche e morali comunemente accettate e condivise. Il patriarca dell’ebraismo viene messo nella posizione di doversi confrontare con una richiesta assurda e irrazionale: sacrificare suo figlio Isacco. Il nodo insolubile e controverso del rapporto tra l’uomo e la spiritualità scaturisce dalla constatazione che Colui che pretende l’immolazione dell’amato risulti il medesimo che quella prole gliel’ha donata, Dio stesso. La prospettiva, annichilente e disarmante, è quella dell’innocente che si interroga circa il fondamento di un tale abominio e la richiesta di privazione dell’unico frutto d’amore concessogli attraverso il grembo della moglie Sara, simbolo di quella vita che sopravvive – oltre le soglie della morte – sotto forma di eredità nei posteri.
Il tragico dolore che Abramo si trova ad affrontare diventa icona dell’esperienza religiosa estesa a tutti gli uomini: essa risulta sconnessa – secondo Kierkegaard – dalla ragione, dalla morale, dalla razionalità. La fede è un salto nel buio, è un cieco abbandono a una volontà che non è conforme e coincidente a quella umana, e che per questo motivo non è comunicabile agli altri individui. Ne deriva un’esperienza di fede profondamente soggettiva e assolutizzante, una frattura che allontana l’uomo dal divino, il quale vive un rapporto assoluto con l’assoluto. “Chi si trova nel mare della disperazione trova l’assoluto”, asserisce Cantoni. L’uomo, dunque, incontra Dio proprio nella sofferenza più totale.

L’esempio letterario in cui confluiscono tutte queste considerazioni è quello del romanzo Giobbe, frutto del genio e della penna di Joseph Roth (Brody, 2 settembre 1894 – Parigi, 27 maggio 1939). Potremmo considerare Mendel Singer (protagonista del romanzo) come il tipico uomo morale kierkegaardiano che vive nella convinzione di incarnare una fede sincera, la quale si manifesta – nei limiti dell’illusione generata dalla sua soggettività – in un rapporto diretto con Dio, dinanzi al quale si genuflette e si abbandona completamente, togliendo a se stesso qualunque prospettiva di azione, nell’attesa che si portino a compimento i piani a lui destinati (il tutto fondato su preconcetti di matrice quasi fideistica che vedono un Dio dispensatore di beni ai giusti e di dolori a coloro che non si incamminano lungo la via della rettitudine). Il suo atteggiamento nei riguardi della fede è duplice e fortemente problematico: da un lato nega la necessità di intermediari, rivendicando la possibilità di instaurare un rapporto intimo con l’Assoluto, dall’altro non cerca mai veramente un dialogo con Dio. Nel momento in cui il concatenarsi di spiacevoli eventi imprevisti lo costringe a uscire dai binari della quotidianità e a fare esperienza di un dolore che attanaglia anche le vite degli innocenti, si avvia il turbolento processo di demistificazione dei pregiudizi sui quali si fonda il suo fragile credo, e che lo porteranno via via a prendere le distanze da una fede vissuta meccanicamente, in una sua forma sterile e semplicistica.
Proprio l’esperienza diretta con il dolore lo getta nella condizione di interrogarsi sul suo sentimento religioso. Il personaggio viene portato a mettere in discussione la volontà di Dio, il suo rapporto con esso e a prendere in mano le redini di una vita sino a quel momento vissuta come passivo spettatore. Davanti alle disgrazie che lo colpiscono, il suo diviene il grido ancestrale dell’innocente che lamenta l’ingiusta punizione di cui non coglie le ragioni, che rivendica – quasi portavoce degli interrogativi di ogni uomo – il diritto alla felicità. La rabbia si tramuta in rigetto totale della fede, la quale, in quanto elemento costitutivo della sua intera esistenza, porta il personaggio in qualche misura a rinnegare sé  stesso e ad abbandonarsi in un tetro nichilismo rassegnato e rancoroso.
Se il Giobbe biblico accetta il male così come accoglie il bene, in quanto si percepisce come ente infinitesimale rispetto a ciò che lo sovrasta e non vacilla mai nei suoi intenti – poiché caratterizzato da un rapporto con Dio genuino sin da principio – il personaggio rothiano compie un’evoluzione inversa. Il suo è un percorso che va dall’illusione di una fede sincera che, messa in discussione dalle prove cui si vede suo malgrado sottoposto da Dio, approda al termine del romanzo a un rinnovato dialogo più consapevole e autentico – e dunque più sincero – con il Creatore. Nel racconto si osserva, pertanto, la fede come sentimento profondamente umano che, proprio in quanto tale, manifesta i tratti di quelle stesse debolezze e inquietudini caratteristiche dell’uomo.

La prospettiva religiosa fin qui delineata ribalta la concezione odierna della fede come palliativo verso la sofferenza. Non è grazie alla morte e alla paura verso di essa che l’uomo, anelando a un’eternità metafisica, si rifugia nell’eternità per definizione (Dio), che risulta però inconsistente illusione, inconsciamente creata dall’uomo stesso. Fu il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (Landshut, 28 luglio 1804 – Rechenberg, 13 settembre 1872) a teorizzare che senza la morte come limite naturale non esisterebbero le religioni, così come Dio. La fede vista in questa prospettiva assumerebbe caratteri prettamente utilitaristici: l’individuo è costretto ad affidarsi a una figura ultraterrena e soprannaturale per sperare in una vita che possa superare la morte. Presentata in tal modo, l’adorazione religiosa è legata esclusivamente alla promessa di immortalità. Senza questa promessa, se dell’uomo, delle sue opere e del frutto delle sue fatiche nulla rimane, allora Dio non solo sarebbe “inutile”, ma non avrebbe senso neppure porsi la questione della sua esistenza. La fede esisterebbe fintanto che da essa si può ottenere un profitto reale e tangibile.
Nel suo senso antropologico, il dolore si manifesta nell’estrema concretezza di un’esperienza in grado di produrre quella discontinuità necessaria a rompere il ritmo abituale dell’esistere e a trasfigurare sotto una rinnovata luce le esperienze caratterizzanti del quotidiano. Risulta al contempo patimento e rivelazione: il suo porre inesorabilmente l’uomo dinanzi la cocente presa di consapevolezza dei suoi limiti e della sua fragilità, lo predispone all’analisi di sé e alla messa in discussione dei paradigmi interpretativi a lui consueti. Chiuso entro i confini del suo microcosmo esistenziale, l’individuo acquisisce paradossalmente una prospettiva privilegiata per meditare sulla natura e sullo scopo della sua stessa sofferenza in quanto «prezzo dell’esistenza e sapore dell’istante che passa» (Le Breton, 2007). L’impressione è quella di un patimento tutto individuale, incomunicabile agli altri e a loro incomprensibile che alimenta il ripiegamento in una dimensione inedita dell’esistenza. Il dolore può assumere un valore solo nel preciso istante in cui ad esso viene attribuito, quando diviene cioè epifania di un disegno ultimo che va al di là dei confini di quel frammento di vita che è l’uomo. Imprescindibile punto di partenza per il maturare di una fede viva e sincera è proprio l’esperienza del più profondo e totale abbandono, di quel tetro silenzio di un Dio che apparentemente tace davanti alla sofferenza umana. La visione screditante della fede come comodo palliativo non è altro che la distorsione derivante da un’interpretazione fortemente semplicistica del sentimento religioso e implica il rischio di deresponsabilizzazione dell’uomo e dell’agire: il sacrificio umano non è la sopportazione del dolore, è l’accoglienza di un messaggio di fede capace di farsi propulsore all’azione e occasione per una riscoperta sincera della presenza di un essere Altro, esterno ma allo stesso tempo componente intrinseca di sé.
Ciò che si è voluto dimostrare con quest’analisi è come l’esperienza religiosa, generata da un bisogno naturale e innato di assolutezza divina, divenga quotidiana riscoperta del rapporto autentico con l’Assoluto attraverso l’intima esperienza del dolore. L’essenza del sentimento di fede risiede nella tensione di un’inesauribile ricerca della luce tra le pieghe in ombra dell’esistenza, nel perpetuarsi di un’insaziabile esplorazione profonda della vita interiore spinta dalla volontà di dare risposte circa il senso dello stare al mondo e di quel fine ultimo verso cui la vita dell’uomo è volta teleologicamente a tendere.

Per saperne di più:
GIOVANNI PAOLO II, Salvifici doloris. Lettera Apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, Roma, Paoline Editoriale Libri, 2015.
KIERKEGAARD, Aut-Aut, Milano, Mondadori, 2016.
KIERKEGAARD, Timore e tremore, Milano, Mondadori, 2016.
KOLAKOWSKI, Se non esiste Dio, Bologna, Il Mulino, 1997.
LE BRETON, Antropologia del dolore, Roma, Meltemi editore, 2007.
ROTH, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Milano, Adelphi edizioni, 2014.

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4. Proteggi i bambini e gli anziani

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quarto è esplicato da Francesca Balocco, docente di teologia sistematica a Forlì, appartenente alla Congregazione delle suore Dorotee. Lo si può trovare a questo link.

“Ricordo un proverbio: il vino buono sta nella botte piccola. Un proverbio usato, a volte, non per esaltare il vino ma per giustificare la piccolezza, come se non fosse abbastanza degna di essere vissuta o abbastanza bella per essere guardata e avessimo bisogno di riempirla con qualcosa di molto buono, per superare il disagio che il piccolo porta in sé. Dovrebbe essere naturale custodire il bambino, così come naturale dovrebbe essere la premura nei confronti dell’anziano, fasi della vita che sono la manifestazione di ciò che è piccolo, precario, debole, vulnerabile…, ma forse non è più così naturale se abbiamo bisogno di un «comandamento» per tutelare l’essere umano nel suo affacciarsi alla vita e nel suo congedarsi da essa. L’inizio e la fine della vita sono l’esposizione, senza filtri, dell’estrema debolezza che caratterizza la nostra umanità. Si nasce e si muore nel segno della fragilità del limite, in quegli istanti indisponibili della nostra vita che ne delimitano il corso nel tempo. Ecco perché i bambini così come gli anziani mettono alla prova la nostra com-passione, la nostra capacità di accogliere ed entrare in un mondo che lascia con forza emergere i bisogni. Il piccolo – di qualunque età – chiede e ci interpella ponendoci davanti al dramma di una decisione: rispondere o ignorare la sua voce. I piccoli dicono, a noi e a loro stessi, la loro esistenza attraverso la fame, la sete, il pianto… restando poi in attesa di qualcuno capace di rispondere a questo grido che in alcuni casi tradisce l’aridità degli affetti.
La custodia dell’indisponibile passa anche dalla capacità di cura di ciò che è piccolo in noi nella nostra vita, in ciò che appartiene alla nostra storia, in ciò che ha una prospettiva di crescita o in ciò che a poco a poco stiamo perdendo. Ma la custodia nei confronti di coloro che necessitano di tutela non può essere semplicemente imposta: è necessario riscoprire la possibilità di chinarci sul loro mondo e guardare la realtà dal loro punto di vista, liberandoci dall’inganno che ci porta a credere che il limite non appartenga alla nostra esperienza di pienezza di umanità. L’infanzia negata o la tarda età denigrata esprimono la violenza che si genera dall’incapacità di riconoscere la dignità del limite e della debolezza. Custodire l’indisponibile significa proteggere la vulnerabilità tanto del bambino quanto dell’anziano,  riappropriarci della possibilità di essere traccia luminosa capace di custodire affettuosamente ed efficacemente la fragilità degli estremi della vita umana.” 

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, libri e fumetti, opinioni, Pensatoio, Religioni, Testimoni

La figura di Adriana Zarri

Su Settimana News ho recuperato un articolo di Giannino Piana (pubblicato sulla rivista Il gallo) sulla figura di Adriana Zarri, che nel mese di aprile avrebbe compiuto 100 anni.

“Il mondo interiore di Adriana Zarri, una vera mistica del nostro tempo, non è facile da decifrare. Sebbene siano molti i testi di spiritualità che ci ha lasciato – alcuni dei quali di rara intensità (È più facile che un cammello… Gribaudi, Torino 1975; Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978; Erba della mia erba. Resoconto di vita, Cittadella, Assisi 1981; Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2011; Quasi una preghiera, Einaudi, Torino 2012) – la sua figura di donna votata alla vita monastica risulta a chi l’ha conosciuta da vicino (e per un lunghissimo periodo della sua esistenza) caratterizzata da mille sorprendenti sfaccettature che non si lasciano imbrigliare dentro una scrittura, sia pure carica sempre di un’impronta fortemente personale, come la sua.
La ricchezza della personalità e la estrema varietà degli interessi coltivati confluivano in lei attorno a un asse fondamentale, che dava unità alla sua esistenza: la ricerca insonne di Dio in un rapporto stretto con la terra in tutte le sue componenti, dagli uomini agli animali al mondo vegetale, aderendo alle radici contadine, che hanno segnato profondamente la sua identità umana e religiosa (Cf. Con quella luna negli occhi, Einaudi, Torino 2014). È sufficiente ricordare la passione di Adriana per i gatti e, finché le è stato concesso dalla salute, l’allevamento degli animali da cortile e la coltivazione dell’orto.

Ad avvalorare questa visione vi è poi il suo essere donna: l’appartenenza di genere si riflette decisamente anche sulla sua spiritualità, che ha i connotati di una spiritualità al femminile. Anche a questo proposito emerge tuttavia l’originalità di Adriana: la sua adesione alle lotte femministe è stata infatti sempre contrassegnata da un vero (e profondo) coinvolgimento e insieme dalla rivendicazione di una grande libertà e indipendenza di giudizio.
La spiritualità di Adriana coinvolge dunque – come si è accennato – la realtà in tutte le sue dimensioni. Il profumo dei campi nelle diverse stagioni, il colore variegato dei fiori, il fruscio delle fronde e il verso degli animali e, soprattutto, le vicende degli uomini, quelle dei poveri in particolare, segnano l’incontro con un Dio che è dentro la storia: il Dio che si è definitivamente manifestato nella persona di Gesù di Nazaret. Ma l’aspetto che contraddistingue, in modo speciale, il suo approccio, e che la avvicina alla spiritualità francescana, è l’accento posto sull’importanza che ha avuto, nel «farsi carne» (sarx) del Figlio di Dio, la dimensione «spaziale», e non solo «temporale»; il «divenire natura», e non solo storia.
Il creato, in tutta la ricchezza delle sue espressioni, assume il carattere di habitat (spazio opportuno) che, rapportandosi al kairòs (tempo opportuno), conferisce alla dimensione contemplativa un orizzonte cosmico. L’esperienza di Dio nel mondo fa della vita quotidiana, nella molteplicità delle sue espressioni, non solo la sorgente, ma anche la modalità secondo la quale vivere la relazione con il divino. Vi è dunque una profonda continuità tra vita spirituale e vita quotidiana, perché il Dio della rivelazione è – come ci ricorda la lettera ai Filippesi da Adriana spesso citata – colui che in Gesù Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» e «facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).
Dio e mondo sono dunque per Adriana in un rapporto di circolarità: da un lato, la immagine del Dio cristiano non può prescindere dalla sua relazione con il mondo di cui è entrato a far parte; dall’altro, il mondo è da questa relazione riscattato; diviene anticipazione del Regno. Questa visione della realtà, che sollecita l’impegno nel presente e l’attesa del futuro, ha per Adriana una perfetta esplicitazione nella preghiera del Padre nostro, dove alla richiesta del pane quotidiano («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») corrisponde l’invocazione del compiersi del Regno («Venga il tuo Regno») e dell’adempimento della volontà del Padre («Sia fatta la tua volontà») (Mt 6, 9-13).

La dinamica relazionale, che è l’asse portante della spiritualità di Adriana, ha poi nel mistero trinitario le sue radici. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana, che Gesù di Nazaret ha reso trasparente nella sua persona e attraverso la sua azione, è il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: un Dio nel quale la relazione coincide con la stessa natura: le persone che costituiscono il mistero divino sono in quanto si rapportano tra loro.
La definizione che di Dio fornisce la prima lettera di Giovanni: «Dio è carità» (1Gv 4,8) ha qui la sua più profonda motivazione. Trinità e carità sono strettamente correlate e interdipendenti. Solo di un Dio che vive in comunione di persone è infatti possibile dire che è Amore (e non semplicemente che ha l’amore), perché l’amore implica la relazione tra persone, che si costituiscono nel reciproco donarsi. In un libro di preghiere (o di quasi preghiere) che reca significativamente il titolo Tu (Tu. Quasi preghiere, Gribaudi, Torino 1973), Adriana si rivolge a Dio come a Qualcuno cui è possibile dare del tu, giungendo a livelli di intimità che ricordano le grandi esperienze mistiche – da maestro Eckhart a Giovanni della Croce e a Teresa d’Avila – alle quali spesso Adriana fa riferimento nei suoi scritti.
L’incontro profondo, ma sempre inevitabilmente limitato, con il tu divino – la conoscenza di Dio è quaggiù parziale («per speculum et in aenigmate») – è la molla che spinge Adriana ad accostarsi alla morte, che ella considera una componente essenziale della vita – il contatto con la natura cui è stata abituata fin dall’infanzia facilitava la consapevolezza di questa continuità – come al passaggio da questa vita alla vita nuova, nella quale diviene finalmente possibile entrare in una relazione «faccia a faccia» con il Signore, che consente di conoscerlo come egli è («sicuti est»).

La spiritualità di Adriana non si esaurisce tuttavia nella sola adesione ai presupposti fondativi ricordati; si rende concreta in una serie di attitudini esistenziali, due delle quali meritano di essere particolarmente ricordate.
La prima è l’ascolto. Le religioni del Libro sono religioni dell’ascolto: «Ascolta Israele» è l’invito che, fin dall’inizio, Dio rivolge al suo popolo. Ma l’ascolto – Adriana lo mette bene in evidenza – non si esaurisce (e non può esaurirsi) in un semplice sentire; esige un ridimensionamento dell’io per fare spazio all’accoglienza dell’altro e alla comprensione del suo messaggio. Esige la creazione di un clima di silenzio e la disponibilità a fare propria la povertà evangelica, che è insieme sobrietà nei confronti delle cose e apertura fiduciale alla grazia divina. La scoperta del mondo degli altri e dell’Altro è legata all’abbandono di ogni forma di autoreferenzialità, quale frutto di una profonda trasformazione interiore, una vera metanoia.
Una seconda attitudine, particolarmente cara ad Adriana, è la ricettività, che considera un habitus esistenziale in stretta sintonia con il vissuto femminile. Destinata a essere custode della vita, la donna ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di tale attitudine, la quale, lungi dall’identificarsi con la passività, è l’espressione (forse) più alta di attività, in quanto esige, per potersi esplicare, un processo di interiorizzazione, che consenta di riconoscere l’altro nella sua alterità, senza proiezioni mistificatorie. D’altra parte, la ricettività non è soltanto una virtù umana, per quanto grande; è anche – a questo va soprattutto ricondotta l’importanza che Adriana le attribuisce – la condizione fondamentale per vivere la relazione con il Dio cristiano, il quale viene costantemente incontro all’uomo, andando alla sua ricerca anche quando si è colpevolmente allontanato da Lui. La fede non comporta dunque un andare verso Dio, ma un disporsi a riceverlo, creando le condizioni per accoglierlo, lasciandosi fare e amare da Lui.

L’esperienza spirituale fin qui evocata ha per Adriana il suo momento più alto nella preghiera, o meglio nel pregare, il quale, lungi dal ridursi a fare o a dire preghiere, è un vero e proprio modo di essere-al-mondo. Il Dio della rivelazione biblica è il Dio dell’alleanza, che entra in comunione vitale con l’uomo, ma che, al tempo stesso, gli impone di non raffigurarlo né nominarlo, rivendicando in questo modo la sua assoluta Alterità.
La preghiera è dunque ascolto, incontro e relazione, ma è anche rispetto di una distanza che non può mai essere del tutto colmata. È un vivere alla presenza di Dio, fare esperienza dell’essere abitati da Lui, ma è anche riconoscimento dell’assenza; è rifiuto di catturarlo per servirsene, evitando di assumersi fino in fondo la propria responsabilità nel mondo.
La preghiera è una cosa seria che non deve essere separata dal contesto in cui si sviluppa l’esistenza e che implica la confidenza, ma che non può essere viziata da sdolcinature impudiche: il tema del pudore ricorre con frequenza nei testi spirituali di Adriana come un’istanza che deve connotare ogni espressione religiosa.
L’incontro con Dio rinvia all’impegno nel mondo; l’atto cultuale non ha alcun significato se non si traduce in culto spirituale, nella capacità di coniugare incontro con Dio e fedeltà all’uomo e alla terra, immettendo nel dialogo religioso le inquietudini e le speranze umane. La preghiera di Adriana ha questo timbro; da essa scaturisce la militanza che ha contrassegnato l’intera sua esistenza, con la partecipazione diretta alle battaglie contro le diseguaglianze sociali e per la promozione dei diritti civili. L’eremo non è stato per lei un luogo separato dal mondo, ma un angolo appartato dal quale guardare con lucidità e partecipazione le vicende umane e mondane. La solitudine del monaco – Adriana preferiva definirsi così, al maschile, per l’accezione equivoca acquisita dal termine femminile – non è isolamento; è un processo di riappropriazione del mondo interiore, che restituisce all’uomo la libertà, rendendolo capace di esercitare il discernimento profetico nei confronti della realtà.
Una spiritualità, quella di Adriana, la cui grande linearità e coerenza ha suscitato talora forti contestazioni da parte di ambienti ecclesiastici tradizionalisti; ma che ha, nel contempo, favorito la nascita di profonde amicizie religiose e laiche – come non ricordare dom Benedetto Calati e Rossana Rossanda? – che hanno concorso ad arricchire la sua esperienza religiosa e civile (e di cui hanno fruito quanti hanno frequentato i suoi incontri). Una spiritualità, soprattutto, nella quale la tensione alla trascendenza, lungi dal vanificare la dedizione nei confronti dell’uomo e della terra, ha fornito piuttosto lo stimolo all’esercizio di una limpida e feconda testimonianza in favore della città degli uomini.”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Religioni, Società, Storia

Autorità religiosa nell’Islam

Non è un tema sul quale è facile approfondire le cose in classe, un po’ perché piuttosto specifico, un po’ perché c’è un po’ di confusione anche tra gli studiosi. Ho trovato un articolo di due anni fa, ma aggiornato di recente (ieri!), sulla questione delle voci autorevoli all’interno del mondo islamico. La fonte è il sito Oasis e l’autore è Michele Brignone.

“Si afferma spesso che nell’Islam non esiste un’autorità religiosa. In realtà, le figure che svolgono questo ruolo sono numerose, ma sono scarsamente istituzionalizzate e soprattutto non sono organizzate gerarchicamente. Lo dimostrano anche i molti termini che sono usati per definire gli specialisti di religione (ulema, imam, shaykh…). Questa guida prova a fare un po’ di chiarezza.

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Imām

Imām letteralmente “guida”, è il capo della comunità islamica. Storicamente è il termine più antico impiegato dai musulmani per designare i primi successori di Muhammad, insieme ad amīr al-mu’minīn (“comandante dei credenti”), titolo di cui si fregia ancor oggi il re del Marocco. In ambito sunnita questo termine è diventato sinonimo di califfo, che ha finito per prevalere nell’uso. Secondo la definizione classica del giurista Abū l-Hasan al-Māwardī (m. 1058) “l’imamato è istituito per supplire alla profezia nella salvaguardia della religione e nella gestione degli affari terreni”. L’imām deve dunque preservare il messaggio religioso rivelato a Muhammad e sovrintendere all’amministrazione della comunità. Tra i compiti che i giuristi sunniti gli assegnano vi sono l’amministrazione della giustizia, la fortificazione dei confini, la conduzione del jihad contro gli oppositori dell’Islam, la raccolta del bottino e la designazione di governatori per le province. In teoria, per assumere legittimamente la funzione di imām occorre essere investiti dalla comunità tramite i suoi rappresentanti, poiché nessuno può vantare un diritto intrinseco all’imamato. Il candidato inoltre non può avere difetti fisici, deve essere giusto, possedere le competenze necessarie all’interpretazione della legge, avere capacità di governo, essere dotato di forza e coraggio per condurre il jihad, nonché appartenere tribù dei Quraysh, dalla quale proveniva anche Muhammad. In realtà molto spesso i giuristi hanno dovuto derogare a uno o più di questi criteri. Per questo i musulmani considerano che dopo l’epoca dei primi quattro califfi, detti “ben guidati”, e con poche altre eccezioni, l’imamato abbia finito per degenerare, trasformandosi in un mero potere monarchico (mulk). Inoltre, a partire dal X secolo il potere effettivo non è stato più esercitato dall’imām, ma da sultani ed emiri (comandanti militari). Anche per questo l’autorità, nel mondo sunnita, finisce per trasferirsi dalla figura del califfo/imām alla comunità nel suo insieme, e in particolare ai detentori del sapere religioso, gli ‘ulamā’. Peraltro, è probabile che i primi imām/califfi avessero prerogative più ampie e religiosamente connotate rispetto alla teorizzazione degli ‘ulamā’, che ragionano sul modello del califfato abbaside (VIII-XIII secolo).
In senso più generale, imām è per i sunniti anche chiunque guidi la preghiera. Il termine è inoltre utilizzato come titolo onorifico per alcuni ‘ulamā’ particolarmente autorevoli, per esempio i fondatori delle quattro scuole giuridiche riconosciute. Diversa la situazione tra gli sciiti, per i quali l’imām non è soltanto la guida temporale della comunità, ma detiene anche un carisma religioso, che ne fa l’interprete vivente e infallibile della rivelazione, assumendo spesso una dimensione metafisica (“Imām di luce”). Secondo gli sciiti inoltre l’imamato non viene conferito per nomina, ma è una prerogativa dei discendenti di Muhammad, a partire dal cugino e genero ‘Alī. A sua volta lo sciismo è suddiviso in diverse correnti, ciascuna con una propria catena di imām. Secondo gli sciiti duodecimani (Iran, Iraq, Libano, Bahrein, Arabia Saudita), che rappresentano la corrente maggioritaria, a Muhammad succedono dodici imām. L’ultimo di essi si sarebbe occultato nell’874 d.C. e tornerà alla fine della storia per ristabilire la giustizia. Secondo gli sciiti ismailiti, il settimo imam, da loro identificato in Ismā‘īl Ibn Ja‘far, inaugura un nuovo ciclo profetico che trascende le religioni storiche. Secondo gli zayditi, oggi diffusi soprattutto in Yemen, l’imām non è infallibile e può essere scelto tra qualsiasi discendente di ‘Alī tramite i suoi due figli Hasan o Husayn.

Califfo

Califfo letteralmente “successore, vicario”, è sinonimo di imām come capo della comunità in ambito sunnita. Nei versetti coranici in cui ricorre il termine (2,20 e 38,26), califfo (in arabo khalīfa) è riferito ad Adamo e a David, in entrambi i casi come vicari di Dio sulla terra. Alcuni tra i primi califfi intesero in questo senso la loro funzione. Tuttavia secondo gli ‘ulamā’ il termine è da intendere esclusivamente nel senso di khalīfat rasūl Allāh, “vicario dell’inviato di Dio” (e non “vicario di Dio”), cioè come guida temporale della comunità, senza particolare carisma religioso. In epoca moderna il califfato ha finito per designare il progetto politico di uno Stato islamico universale, fondato sull’applicazione della sharī‘a.

‘Ālim

‘Ālim (pl. ‘Ulamā’) letteralmente “colui che sa”, dotto. Il termine indica gli studiosi e gli esperti delle scienze religiose: teologia, esegesi coranica, hadīth (detti profetici) e soprattutto diritto (fiqh). È questo sapere, unito alla pietà personale, a conferire agli ‘ulamā’ una particolare autorevolezza come guardiani e interpreti della tradizione religiosa. Un detto di Muhammad ne fa gli “eredi dei profeti”. Non sono però un corpo istituzionalizzato, benché storicamente mostrino una forte identità di gruppo. Nei primi secoli dell’Islam si organizzarono indipendentemente dal potere politico, anche se molti di essi assunsero incarichi ufficiali a corte o nell’amministrazione. Tuttavia il loro prestigio dipendeva anche dalla distanza critica che riuscivano a mantenere rispetto ai governanti. Nell’Impero ottomano furono integrati all’interno dell’amministrazione e dotati di una struttura gerarchica, al vertice della quale si trovava lo Shaykh al-Islam (in turco Şeyhülislam), che aveva il compito di presiedere all’amministrazione religiosa dell’Impero. L’incorporazione degli ‘ulamā’ e la loro organizzazione amministrativa all’interno delle strutture statali permane anche in molti Stati musulmani moderni e contemporanei. Sempre in epoca moderna l’autorità degli ‘ulamā’ è stata messa in discussione dalla presenza di nuovi intellettuali musulmani, sia di orientamento islamista che modernista, che ai dotti hanno spesso rimproverato l’eccessiva vicinanza al potere politico e l’incapacità rinnovare il sapere tradizionale per adattarlo alle esigenze della vita moderna. Tuttavia, per quanto trasformato, il ruolo degli ‘ulamā’ non è venuto meno. Negli ultimi decenni molti di loro hanno dato vita a nuove associazioni e istituzioni, spesso di carattere transnazionale, come l’Unione mondiali degli Ulema musulmani (fondata e presieduta dallo shaykh Yousef al-Qaradawi), o il Consiglio dei saggi musulmani (presieduto dallo shaykh Ahmad al-Tayyeb, grande imam di al-Azhar).

Shaykh

Shaykh letteralmente significa “vecchio”, “anziano” ed è il titolo con cui nel mondo arabo si designano le autorità tribali. Nell’ambito della spiritualità sufi, lo shaykh è il maestro di una via mistica. Chi svolge questo ruolo è talvolta chiamato anche murshid (guida). Storicamente, molti ‘ulamā’ erano anche shaykh sufi, ciò che contribuiva ad accrescere il loro prestigio religioso e sociale. Nell’Islam di lingua persiana, l’equivalente dello shaykh è il pīr. Più in generale shaykh è anche il titolo con cui ci si rivolge a uno ‘ālim, in particolare se esso ricopre un ruolo istituzionale, come lo Shaykh al-Azhar, guida dell’importante centro d’insegnamento del Cairo, o, nell’Impero ottomano lo Şeyhülislam (si veda sopra la voce ‘ālim).

Faqīh

Faqīh è un ‘ālim esperto di fiqh, cioè di diritto. Il faqīh particolarmente versato nella sua scienza può essere mujtahid, cioè praticare l’ijtihād, lo sforzo interpretativo basato sul ragionamento personale con cui, in assenza in una norma esplicita contenuta nel Corano o nella tradizione profetica, il giurista esprime un parere o emette un giudizio. Il giurista che invece si attiene al parere di un altro dotto senza ricorrere al ragionamento personale è un muqallid, cioè uno che pratica il taqlīd, l’imitazione.

Qādī

Qādī è il giudice. In epoca premoderna, il qādī era colui che applicava la legge religiosa e doveva perciò essere un ‘ālim. In quanto funzionario ufficiale, il qādī era in teoria un delegato del califfo, detentore originario di tutti i poteri della comunità musulmana. Al vertice della struttura giurisdizionale dello Stato si trovava il Qādī al-qudāt (“il giudice dei giudici”), che presiedeva all’amministrazione della giustizia. Con la fine del califfato abbaside e la frammentazione politica della comunità musulmana, ogni regno o sultanato si dotò del suo Qādī al-qudāt, istituzione che fu ripresa anche dall’Impero ottomano. In epoca moderna, con il ridimensionamento della giurisdizione religiosa a vantaggio di tribunali civili, anche le funzioni dei qādī religiosi si sono molto ridotte.

Muftī

Muftī è un ‘ālim abilitato e emettere fatwe, cioè pareri giuridici su particolari punti di diritto. I muftī più autorevoli hanno avuto un ruolo importante nella formazione del diritto islamico, perché le raccolte delle loro fatwe sono state utilizzate come manuali di diritto. Secondo la dottrina classica, per poter esercitare la funzione di muftī occorre essere dotati di integrità personale e della scienza necessaria a praticare l’ijtihād, cioè la capacità di raggiungere una soluzione a un particolare problema giuridico esercitando il ragionamento personale. Già a partire dal settimo secolo i muftī sono stati integrati nella struttura dello Stato, che provvedeva a designare i giuristi abilitati a svolgere tale compito. Anche nell’Impero ottomano, la funzione di muftī fu istituzionalizzata e attribuita alle più alte cariche della struttura religiosa. In epoca moderna e contemporanea, molti Stati dispongono di un muftī ufficiale. In questi casi molto spesso il muftī non si limita a fornire pareri giuridici, ma è il più alto dignitario religioso dello Stato. Un fenomeno recente è quello dell’emissione di fatwe da parte di istituzioni indipendenti dagli Stati, come il Consiglio Europeo per la Fatwa, o da parte di siti internet specializzati.

Ministro degli Awqāf

Ministro degli Awqāf si tratta di una figura nata in epoca moderna, quando gli Awqāf, cioè le fondazioni pie, sono stati incamerati dagli Stati, che hanno così assunto l’amministrazione di una vasta rete di moschee e centri di insegnamento precedente autonomi. Il Ministro degli Awqāf funge perciò da Ministro degli Affari Religiosi. Più che di un’autorità vera e propria, è un alto funzionario, che tuttavia presiede al funzionamento di una consistente struttura di enti e personale religioso.

Khatīb

Khatīb nell’Arabia pre-islamica era colui che nella tribù parlava con autorità. Con l’avvento dell’Islam è rimasta una figura che si rivolge autorevolmente ai musulmani. È infatti colui che pronuncia la khutba (sermone), durante la preghiera comunitaria del venerdì e in altre occasioni particolari, per esempio durante il mese di Ramadan.

Dāʿī

Dāʿī letteralmente è “colui che invita” (alla fede), il predicatore. Storicamente è riferito ai maggiori propagandisti di gruppi musulmani dissidenti, in particolare in ambito sciita. Tra gli ismailiti, i Dāʿī erano i rappresentanti dell’imām e formavano una vera e propria gerarchia religiosa. È dalla predicazione di alcuni di loro che sono nati diversi movimenti e sette, come, in Medio Oriente, i drusi e gli alawiti (anticamente noti come nusayrī). In tempi più recenti il termine dā‘ī (o l’equivalente dā‘iyya) è utilizzato in senso più generale, anche in ambito sunnita, per indicare i predicatori che, attraverso televisioni satellitari e nuovi media, stanno dando vita a un nuovo internazionalismo islamico. Alcuni di questi predicatori sono anche ‘ulamā’, ma spesso le due figure non coincidono, segno che il sapere religioso tradizionale non è più l’unica fonte di autorità. Tra i primi e più noti protagonisti di questa nuova forma di comunicazione religiosa c’è lo shaykh Yousef al-Qaradawi. Oggi questi predicatori si sono moltiplicati e sono diventati estremamente popolari.

Mullah

Mullah termine derivato dall’arabo mawlā (“signore, tutore”), nel mondo turco-iraniano è l’equivalente dello ‘ālim, ma può avere un senso anche più generale e indicare qualsiasi figura detentrice di un sapere o di un carisma religioso (per esempio il famoso mistico Rūmī è noto come Mawlā-nā, “nostro mawlā”). Nella gerarchia religiosa sciita indica un dotto di basso rango, privo cioè della qualifica di mujtahid (interprete).

Marjaʿ al-taqlīd

Marjaʿ al-taqlīd (“fonte dell’imitazione”): in ambito sciita duodecimano è un dotto che per, virtù e sapienza rappresenta un modello da emulare. La figura del Marjaʿ al-taqlīd si è affermata in epoca relativamente recente (metà del XIX secolo), ma affonda le sue radici nella disputa sulla pratica dell’ijtihād (lo sforzo interpretativo) e sul ruolo del mujtahid (il giurista abilitato a praticare l’ijtihād). Tale disputa ha origine al momento dell’occultamento del dodicesimo imām, nel IX secolo, quando per i fedeli si pose il problema di come praticare la fede in assenza della guida suprema, che era anche l’interprete vivente della rivelazione. Secondo alcuni i contenuti della sharī‘a sono definiti dalle tradizioni degli imām. Secondo altri invece le norme della sharī‘a possono essere ricavate anche attraverso sforzo interpretativo di alcuni ‘ulamā’ particolarmente qualificati, i quali vanno così a colmare almeno parzialmente il vuoto lasciato dall’imām. Nell’Ottocento l’istituzionalizzazione della Marja‘iyya inaugura l’obbligo, per i comuni fedeli, di seguire gli insegnamenti di un mujtahid, imitandone la condotta. I mujtahid ricevono il titolo di Āyatollāh (letteralmente “segno di Dio”). Per circa un secolo, la dignità del Marjaʿal-taqlīd si concentra in un’unica persona, il più eminente dei mujtahid. Alla morte dell’Ayatollah Burūjirdī nel 1961 la Marja‘iyya si frammenta in diverse personalità, legate ognuna a un particolare centro di insegnamento (Qom, Najaf, Mashhad, Teheran), mentre anche mujtahid minori vengono riconosciuti come marja‘. Inoltre, con l’ascesa di Khomeini e la rivoluzione iraniana, la marja’iyya assume una chiara dimensione politica, tanto che nella Repubblica Islamica d’Iran viene creata la figura della Guida Suprema. Da questo momento i vari marja‘ di distinguono anche per la posizione che assumono rispetto alla svolta khomeinista e alla dottrina della wilāyat al-faqīh, secondo la quale, in assenza dell’imām, il giurista (faqīh) avoca a sé le prerogative politiche della guida, anticipando così il tempo escatologico.”