Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo

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Mentre guidavo, ieri pomeriggio, mi sono imbattuto in una voce calda e ferma che proveniva dall’autoradio e che pronunciava delle parole a me ben note (le considero un baluardo, una fonte continua di profonde riflessioni e meditazioni). Su Radiotre, nella trasmissione Ad alta voce, l’attrice Sandra Toffolatti stava leggendo dei brani tratti dal Diario 1941-43 di Etty Hillesum. Ne pubblico qui un estratto, e rimando a questo link coloro che volessero riascoltare la lettura.

11 luglio 1942, sabato mattina, le undici. Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l’acqua che sgorga da una sorgente.
E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre sí sta estendendo pian piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori. È una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano coi gas velenosi. Non è granché saggio raccontarsi storie simili, e poi, se anche questo capitasse in una forma o nell’altra, è per responsabilità nostra? Da ieri sera piove con una furia quasi infernale. Ho già vuotato un cassetto della mia scrivania. Ho ritrovato quella sua fotografia che avevo perso quasi un anno fa, ma che sapevo avrei recuperato: ed eccola lì, in fondo a un cassetto disordinato. È tipico per me: io so che certe cose, grandi o piccole, si aggiustano – anche, e soprattutto, se sono cose materiali. Non mi preoccupo mai per il domani, per esempio so che tra poco dovrò andarmene di qui e non ho la più pallida idea di dove andrò a finire, e poi, anche le mie entrate sono ben scarse in questo momento – ma per me stessa non mi preoccupo mai, perché so che qualcosa succederà. Se si proiettano le proprie preoccupazioni sulle varie cose che devono accadere, si impedisce a queste cose di svilupparsi in modo organico. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro. Ieri sera camminavo con lui lungo il canale, avevo dei comodi sandali ai piedi e d’un tratto m’è venuto da pensare: devo portarmi anche questi sandali, così potrò alternarli alle scarpe più pesanti. Che mi prende in questo momento? Una gioia così leggera, quasi scherzosa? Ieri è stato un giorno pesante, molto pesante; ho dovuto soffrire molto dentro di me, ma ho assorbito tutte le cose che mi sono precipitate addosso, e mi sento già in grado di sopportare qualcosa in più.
Probabilmente è di li che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non s’inaridisce per l’amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive, mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni su come le cose stiano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri. Ma su questo punto non dobbiamo farci delle illusioni eroiche.
Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l’ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire tra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo. Mi farei tagliare i capelli molto corti e butterei via il mio rossetto. Cercherei di finire di leggere le lettere di Rilke. Mi farei fare dei pantaloni e una giacchetta con quella stoffa che ho ancora per un mantello d’inverno. Naturalmente vorrei ancora vedere i miei genitori e racconterei loro molte cose di me, cose consolanti – e ogni minuto libero vorrei scrivere a lui, all’uomo che – già lo so – mi farà morire di nostalgia. Certe volte mi sembra di morire sin da adesso, quando penso che dovrò lasciarlo e che non saprò più niente di lui.
Tra qualche giorno andrò dal dentista per farmi otturare tutti quei buchi nei denti: sarebbe proprio grottesco che mi venisse mal di denti. Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, i Briefe an einen jungen Dichter, e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo Stundenbuch? Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me.
Anche queste due mani vengono con me, con le loro dita espressive che sono come giovani rami robusti. Spesso saranno congiunte in una preghiera e mi proteggeranno; e staranno con me fino alla fine. E così questi occhi scuri col loro sguardo buono, dolce e indagatore. E se i tratti del mio viso diventeranno brutti e sconvolti dalla sofferenza e dal lavoro eccessivi, allora tutta la vita del mio spirito potrà concentrarsi negli occhi. Eccetera, eccetera. Naturalmente si tratta di un semplice stato d’animo, uno dei tanti che si provano in queste nuove circostanze. Ma è anche un pezzo di me stessa, una possibilità che ho. Una parte di me che sta prendendo sempre più il sopravvento. Del resto: un essere umano è poi solo un essere umano. Già ora abituo il mio cuore ad andare avanti, anche quando sarò separata da coloro senza cui non credo che potrei vivere. Il mio distacco esteriore aumenta di giorno in giorno per far posto a un sentimento interiore – la volontà di continuare a vivere e a sentirsi legati per quanto lontani si possa essere gli uni dagli altri. Eppure quando cammino con lui, la mano nella mano, lungo il canale – che ieri sera aveva un aspetto autunnale e tempestoso -, o quando, nella sua cameretta, mi scaldo ai suoi gesti buoni e generosi, allora provo di nuovo questa speranza e questo desiderio così umani: perché non potremmo rimanere insieme? Il resto non avrebbe più importanza, allora, io non voglio lasciarlo. Ma altre volte penso fra me: forse è più facile pregare da lontano che veder soffrire da vicino.
In questo mondo sconvolto, le comunicazioni dirette tra due persone passano ormai solo per l”anima. Esteriormente si è scaraventati lontano, e i sentieri che ci collegano rimangono sepolti sotto le macerie, cosicché in molti casi non potremo mai più ritrovarli. La prosecuzione ininterrotta di un contatto, di una vita in comune è possibile solo interiormente, e non rimane forse la speranza di ritrovarci ancora su questa terra?
Naturalmente io non so come reagirò quando mi toccherà lasciarlo per davvero. In questo momento ho ancora nelle orecchie la sua voce di stamattina al telefono, e stasera ceniamo alla stessa tavola. E domattina facciamo una passeggiata, poi pranziamo insieme da Liesl e Werner e di pomeriggio si farà musica. Per ora lui è sempre qui. E forse, nel profondo del mio cuore, io non credo neppure che dovrò lasciare né lui né altre persone. Un essere umano è poi solo un essere umano. In questa nuova situazione dovremo imparare un’altra volta a conoscere noi stessi. Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questo conto non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone – un numero persino molto alto – non deve partire comunque?
Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o fors’anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questo è poca cosa, se paragonato a un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto.
Ogni giorno vivo nell’eventualità che la dura sorte toccata a molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un momento all’altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio «confrontarmi» interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani. Ma le cose che ci accadono sono troppo grandi, troppo diaboliche perché si possa reagire con un rancore e con un’amarezza personali. Sarebbe una reazione così puerile, non proporzionata alla «fatalità›› di questi avvenimenti.
Spesso la gente si agita quando dico: non fa poi molta differenza se tocca partire a me o a un altro, ciò che conta è che migliaia di persone debbano partire. Non è che io voglia buttarmi fra le braccia della morte con un sorriso rassegnato. E’ il senso dell’ineluttabile e la sua accettazione, la coscienza che in ultima istanza non ci possono togliere nulla. Non è che io voglia partire a ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza – ma dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono invece subire. Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui, in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un «destino di massa».
Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo esser passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma di come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione. Le cose che devo ragionevolmente fare, le farò. I miei reni sono ancora infiammati e anche la mia vescica al piede non è kasher, mi farò rilasciare un certificato medico se sarà possibile. Mi si raccomanda infatti di cercarmi ancora un posto, una specie d’impiego presso il Consiglio Ebraico. La settimana scorsa sono stati autorizzati a impiegare 180 persone e ora i disperati vi si accalcano in massa: proprio come un pezzo di legno che dopo un naufragio va alla deriva sull’oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparsi. Ma trovo assurdo e illogico prendere delle iniziative. Né sono il tipo che sfrutta le sue buone relazioni. Del resto, sembra che vi si combinino parecchi intrighi, e il risentimento contro quel singolare organo di mediazione cresce di ora in ora. Inoltre: più tardi toccherà anche a loro.
E’ vero che gli inglesi a quel punto potrebbero essere sbarcati: così dicono coloro che conservano una speranza politica. Ma credo che si debba rinunciare a qualunque aspettativa che punti sul mondo esterno, che non si debba far calcoli sulla durata del tempo, ecc. ecc. E ora apparecchio la tavola.
Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]
Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento -invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te e molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.
Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Be’, allora mi gratto disperatamente per un po’ e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuola e con le sue calde coperte è ancora lì, pronto per la notte – e dunque, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa; fanne un’altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro. Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirti niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene.
E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza inespugnabile.
14 luglio, martedì sera. Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po’ mi ha fatto perdere l’equilibrio – lieto e insieme serissimo – che avevo oggi. Quasi fosse un’azione indegna – questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno: e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, finché – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l’altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare, e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata. Com’è singolare tutto ciò.
Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità, ma per ora preferisco non scrivere, avrei l’impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all’istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere.
Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno – cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio – sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello. Continuerò ad avere pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me.
Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L’uomo occidentale non accetta il ‘dolore’ come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.
Ora sono le undici e mezzo di sera. Weyl si allaccia lo zaino troppo, troppo pesante per la sua fragile schiena, e si avvia a piedi alla stazione centrale. Io l’accompagno. Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio, si dovrebbe soltanto poter pregare.”

La verità ha ragione?

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Già ultimamente sto pubblicando poco sul blog, se poi, quando lo faccio, propino testi di questa lunghezza, capisco benissimo di non agire da buon blogger. Pazienza…
Già altre volte ho postato sul tema della post-verità, della verità, della libertà di opinione ed espressione; oggi mi sono imbattuto in una intervista/riflessione a più voci decisamente interessante. La pubblico interamente; la fonte è il Tascabile e la firma è del filosofo e ricercatore alla University College di Dublino Fabio Gironi.
Uno dei fenomeni sociali che caratterizza maggiormente la scena pubblica e politica sembra essere il disinteresse per l’opinione degli esperti, e il proliferare di “teorie alternative”. In gergo filosofico, questo fenomeno si può definire deflazione dell’autorità epistemica. Questa è una forma di autorità conferita non da status sociale, lignaggio nobiliare, o investitura divina, ma dall’esperienza in un determinato campo del sapere. L’autorevolezza del biologo, dello storico, ma anche dell’ingegnere meccanico e dell’agricoltore, dipende dal livello di studio e preparazione teorica, dall’esperienza pratica diretta, e dall’essere parte di una comunità epistemica (un gruppo di persone che condividono determinati obiettivi, e dediti allo stesso tipo di attività o ricerca) capace di valutare le proprie conoscenze.
Quello che movimenti differenti come l’anti-vaccinismo, il negazionismo del cambiamento climatico antropogenico, o proposte di “medicina alternativa” hanno in comune è un tratto fondamentale: lo scetticismo sistematico verso gli esperti, visti come collusi con “poteri occulti”, che nei casi più eclatanti sfocia in un aperto anti-intellettualismo. Questo fenomeno riflette una visione del mondo diviso in una classe di “studiosi” sedicenti esperti, e una di gente dotata di senso comune – dove quest’ultimo viene considerato come un valido sostituto alla competenza specifica.
Insieme ai diffusi fenomeni di echo chamber e filter bubble (comunità virtuali chiuse all’influenza esterna che permettono la proliferazione di notizie non sostanziate dai fatti) la perdita di fiducia nell’autorità epistemica sta producendo un cambiamento nel concetto stesso di verità dei fatti. Certamente, le menzogne non sono una novità del ventunesimo secolo: già nel 2005 il filosofo Americano Harry Frankfurt apriva il suo breve saggio “Stronzate” osservando come “uno dei tratti più salienti della nostra società è che circolino così tante stronzate”, differenziando la stronzata dalla menzogna. La prima non è solamente un capovolgimento intenzionale della verità ma dipende da un sistematico svuotamento del concetto di verità, e una studiata indifferenza rispetto ai fatti.
Ma è anche vero che la propagazione di stronzate raggiunge oggi livelli altissimi: è ovvio che certe verità non siano tali, perché l’affermazione vera è meno importante di quella efficace. Questo fenomeno è esemplificato dal ben noto termine “post-verità”: parola dell’anno nel 2016 per l’Oxford Dictionaries, questo aggettivo è definito “relativo, o che denota, circostanze in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni o credenze personali”. Altrettanto famosi ormai sono sia il termine (intrinsecamente ossimorico) alternative facts, che l’espressione fake news, entrambi contributi dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.
Considerato come queste distinzioni (fatti vs finzioni, verità vs menzogna) così familiari ai filosofi, abbiano oggi fatto irruzione nelle nostre discussioni quotidiane, abbiamo voluto esaminare la situazione contemporanea insieme a quattro filosofi e filosofe esperti di questioni epistemologiche: Maria Baghramian, della University College Dublin; Mario De Caro dell’Università di Roma Tre; Gloria Origgi dell’Institut Nicod dell’Ecole Normale Supérieure, e Nicla Vassallo, dell’Università degli Studi di Genova.
Alcuni critici hanno tracciato la genesi della situazione presente, più o meno esplicitamente, al clima culturale del recente passato, in particolare all’eredità del post-strutturalismo e di altre posizioni filosofiche che hanno promosso un approccio critico verso le nozioni di autorità e di verità. Ogni movimento filosofico deve essere collocato nel suo contesto storico-sociale, ed è evidente che “il postmodernismo” rispondesse a delle precise preoccupazioni socio-politiche, primo tra tutti, in campo politico, lo spettro dei dispotismi autoritari che hanno dominato la metà del ventesimo secolo (il celebre, e spesso incompreso, rifiuto delle metanarrazioni). L’ironia è che ora viene accusato di aver riprodotto lo stesso problema, rendendo qualsiasi narrazione degna di fiducia. È giusto accusare questo momento intellettuale dei mali presenti?
GLORIA ORIGGI
Il post-modernismo è un aggregato di idee di avanguardia di provenienza diversa, estremamente influente nell’arte contemporanea, nella letteratura del dopo-guerra e in una serie di esperienze artistico-politiche, spesso di natura provocatoria, necessarie però per scuotere una cultura vecchiotta, incapace di auto-osservazione e tipicamente egemonica. Non demonizzerei il post-modernismo nei contenuti, almeno non più di quanto si possa fare con i tanti movimenti di avanguardia che hanno attraversato il ventesimo secolo, con successi e insuccessi. Non c’era una verità da mettere in discussione, ma un’egemonia conoscitiva che passava dai banchi di scuola, dal sapere diffuso dai musei, dal cinema e poi dalla televisione e che andava sicuramente ripensata dopo i disastri di due guerre mondiali e di più di un secolo di colonialismo. I toni assurdi, provocatori, le boutades, le trasgressioni hanno avuto effetti positivi e negativi. Sicuramente un effetto positivo è stato quello di includere nel discorso culturale “alto”, personaggi, esperienze, culture, minoranze che a questo discorso non avevano accesso. Un altro innegabile effetto positivo è stato quello di sviluppare una coscienza critica nei confronti dei propri atti culturali e svelare la dimensione spesso politica o economica di tutte le espressioni culturali. Le conseguenze negative sono state un generale impoverimento dell’esperienza culturale, uno scetticismo verso la qualità intrinseca dell’oggetto culturale che ha fatto sì che da movimento di avanguardia, il postmodernismo si allineasse con le esperienze culturali più “leggere” della nostra società, come la pubblicità o il marketing. E insieme una tendenza paranoica collettiva a leggere in termini manipolatori qualsiasi proposta conoscitiva. Movimento tendenzialmente “di sinistra”, il postmodernismo è stato purtroppo reclutato “a destra” per legittimare la decimazione degli studi umanistici nelle università di tutto il mondo, visti come ricettacolo di idee paranoiche e estremiste volte ad abbattere il canone culturale occidentale. L’accusa che rivolgo al post-modernismo è più che altro questa: che, grazie alla sua faciloneria intellettuale ha delegittimato le scienze umane, rendendosi complice di un generale impoverimento del sapere, di un “clash” tra cultura scientifica e cultura umanistica e di una tecnicizzazione della conoscenza che ci rende tutti più stupidi. Non bisogna però confondere le derive postmoderniste dall’idea di Lyotard di condizione postmoderna. Quella fu una vera intuizione. E noi oggi siamo in una condizione postmoderna, per navigare la quale il postmodernismo come movimento di idee non ci aiuta per niente, ma neanche il tentativo ingenuo (penso al nuovo realismo) di ritrovare una realtà intatta, un terreno sicuro a cui ancorarci come dei naufraghi a una zattera.
MARIA BAGHRAMIAN
Diversamente da molti miei colleghi sul fronte continentale, non ho mai apprezzato molto le virtù del postmodernismo, in particolare considerando i suoi proclami di rappresentare un momento progressivo, e politicamente sovversivo, della nostra vita intellettuale. Il mio rigetto del postmodernismo ha dei paralleli con la mia critica del relativismo, un tema chiave della mia ricerca degli ultimi trent’anni. Da una parte, mi sono sempre opposta a un troppo semplicistico rifiuto del relativismo come incoerente o contraddittorio, ma dall’altra ho sempre rifiutato con forza l’identificazione di un’attitudine relativistica con una politica progressista. Il relativismo è un framework concettuale molto sfuggente, che può condurre a quietismo e inazione, ma può anche essere adottato a fini autoritari e regressivi. Non dobbiamo dimenticarci che Mussolini era un convinto relativista, e che i Nazisti proposero una forma di relativismo razziale. I pensatori postmoderni, attraverso aforismi e metafore piuttosto che tramite argomentazioni filosofiche tradizionali, hanno messo in dubbio alcuni precetti fondamentali del discorso culturale, che si concentra sui temi della ragione, e della ricerca razionale. Facendo ciò, hanno occupato lo stesso terreno intellettuale del relativismo. Questo, secondo me, è stato il loro più grande difetto. Il postmodernismo ha “problematizzato” (come si dice in gergo) le idee di oggettività, verità, e logica, con l’obiettivo – si diceva – di liberarci dalla schiavitù della ragione, imposta dall’Illuminismo. Quest’ultimo viene presentato come un movimento monolitico e autoritario alleato con l’imperialismo occidentale e il colonialismo, mentre il postmodernismo sarebbe alleato alla lotta per l’emancipazione da ogni tipo di tirannia. Per molti postmodernisti l’Illuminismo – accompagnato dalla fiducia nella forza della ragione e della razionalità, e l’ottimismo nei confronti della possibilità di emancipare la specie umana – divenne un nemico politico e sociale. I critici postmoderni della scienza, delle sue pratiche e istituzioni hanno ragione a enfatizzare i meccanismi di esclusione presenti in essa. Le donne, le persone di colore, e altri gruppi marginalizzati sono stati sistematicamente esclusi, sottovalutati e umiliati. Ma le ragioni di queste esclusioni sono opposte a quelle proposte dal postmodernismo. Che la conoscenza è potere è un’antica ma profonda intuizione riguardo al ruolo che la conoscenza gioca all’interno della nostra vita sociale e politica. Gli uomini bianchi al potere hanno usato la scienza e le norme razionali per escludere le donne e gli “altri differenti” dai centri di conoscenza che si affidano proprio a queste norme. Il responso a queste pratiche di esclusione non deve essere quello di abbandonare i potenti proclami della conoscenza scientifica, ma di rivendicarli a sé. Ad esempio, le donne in Iran stanno riuscendo in questo intento, riempiendo i campi STEM nelle università del paese, tradizionalmente riservati agli uomini.
È possibile che l’overdose di informazioni di cui il pubblico è oggi bombardato tramite i media digitali produca un rilassamento della distinzione tra verità e finzione? È concepibile che ci siano specifici limiti cognitivi che, in quanto esseri umani, limitano la nostra capacità di filtrare ed elaborare un numero così grande di informazioni, spesso contraddittorie?
GLORIA ORIGGI
Non capisco quale sia stata l’età dell’oro in cui la gente credeva nella realtà invece che nelle finzioni. La quantità di stronzate che l’umanità è sempre stata disposta a credere non credo sia aumentata con l’avvento di Internet. È forse solo più visibile. Ma è vero che le società a forte densità informazionale come le nostre società tardo-moderne hanno effetti epistemici propri: paradossalmente, come ho cercato di mostrare nel mio lavoro, più l’informazione aumenta, più la reputazione delle fonti di informazione diventa rilevante, anzi, indispensabile per navigare un mare troppo fitto di informazioni. Un’epistemologia del presente deve dunque fornire gli strumenti per distinguere indizi reputazionali farlocchi da indizi reputazionali robusti, un lavoro ancora da cominciare che sarà sicuramente al centro della ricostruzione di un metodo sociale, condiviso e razionale di distinguere la qualità epistemica dell’informazione che ci attraversa ogni giorno.
MARIA BAGHRAMIAN
Anche io penso che la profusione di dati e informazioni odierna ha esacerbato un problema pre-esistente e perenne, quello di dover prendere una decisione riguardo a idee e fonti di informazione in contrasto tra loro. Il problema non è, o non dovrebbe essere, formulato in termini di un rilassamento della distinzione tra verità e menzogna. Questa distinzione, mi sembra che sia implicita nella nozione stessa di modi di pensare giusti e sbagliati riguardo a ciò che succede. Il problema risiede piuttosto nel nostro non avere sufficienti strumenti epistemici per distinguere le informazioni vere da quelle false, o fuorvianti. E parte del problema risiede nel minor prestigio dato oggi alla testimonianza degli esperti. La maggior parte delle cose che sappiamo deriva da ciò che abbiamo imparato dalle testimonianze ricevute da altre persone. La testimonianza degli esperti – coloro che hanno un livello di competenza e di conoscenza maggiore del nostro – è una delle fonti più importanti di conoscenza. La democratizzazione dell’informazione resa possibile da Internet, e la facile reperibilità di moltissime testimonianze di “esperti” su qualsiasi argomento, ha finito con l’indebolire il ruolo tradizionale della testimonianza come fonte di conoscenza. Con un click possiamo (o almeno ci piace pensare che possiamo) controllare e mettere in questione i consigli che ci vengono dati dai nostri dottori, i nostri avvocati, consulenti finanziari e altri tipi di esperti tradizionali. In ultima analisi, credo che l’egualitarismo epistemico nell’era dei big data sia uno sviluppo positivo, ma come tutte le rivoluzioni, questa rivoluzione informatica ha portato con sé grande insicurezza riguardo alle fonti dell’autorità, affidabili o meno.
La maggior parte delle verità scientifiche non si possono leggere direttamente guardando i fatti, ma richiedono sovrastrutture teoriche, discussioni, e interpretazione dei dati per essere stabilite con certezza, e di conseguenza non si può concepire una comunità scientifica senza un certo disaccordo interno. Come si può comunicare questo processo al pubblico senza produrre, da una parte, un ulteriore scetticismo nei confronti della scienza, o, dall’altra, la convinzione che, se il disaccordo produce conoscenza scientifica, chiunque può essere in disaccordo con il consenso scientifico?
MARIA BAGHRAMIAN
Sono d’accordo, il disagreement è essenziale alla scienza e contribuisce positivamente a essa. Le cose si complicano quando ci si affida alla scienza e agli scienziati per consigli riguardo a decisioni politiche. Ovviamente, non è possibile prendere nessuna decisione coerente sulla base di opinioni scientifiche discordanti. In più, la fiducia che di solito accordiamo a scienziati e risultati scientifici pertinenti a questioni impersonali e su larga scala viene erosa laddove questi prendono posizione su questioni che hanno un impatto diretto sulla nostra vita e sul nostro benessere. Bisogna ricordare che quello di affidarsi a scienziati per decisioni di carattere politico è un fenomeno relativamente nuovo. La maggior parte degli storici della scienza considera la Seconda Guerra Mondiale come il punto di svolta, un periodo che cambiò radicalmente il rapporto tra governi e consulenti scientifici. Le necessità portate dalla guerra moderna crearono forti legami tra scienza e legislatura, come venne dimostrato in maniera lampante dal Progetto Manhattan negli Stati Uniti, e da Bletchley Park nel Regno Unito. Le famose parole di Robert Oppenheimer “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”, citando la Bhagavadgita, influenzano ancora oggi la nostra percezione del rapporto tra scienza e stato. Mentre dunque il pubblico è disposto a dare fiducia agli scienziati per quanto riguarda questioni tecniche, si sente anche giustificato a sospendere questa fiducia laddove i loro risultati scientifici siano direttamente legati alle nostre vite quotidiane. La soluzione non è quella di nascondere il dissenso tra scienziati (come a volte si è provato a fare), o credere che la situazione verrà rettificata quando il pubblico riceverà una chiara e precisa educazione scientifica. Piuttosto, la soluzione risiede nell’assicurarsi che le istituzioni scientifiche e gli scienziati siano consapevoli della sensazione di vulnerabilità avvertita dal pubblico di fronte alla potenza della scienza.
GLORIA ORIGGI
Come hanno già detto molti filosofi, penso per esempio a Richard Rorty, la scienza può ispirare la gente comune come “modello” di attività epistemica ed etica: il fatto che nelle varie discipline esistano disaccordi più o meno rispettati, e che i disaccordi producano uno sforzo collettivo per andare più lontano nella comprensione, può essere un esempio di etica della conoscenza che ispira, ma certo non si può pensare realisticamente che gli esseri umani adottino in massa un metodo scientifico di disaccordo ragionato per farsi un’idea del mondo che hanno intorno. Sappiamo dalla psicologia che gestire la contraddizione è una delle cose più difficili per la mente umana: il bisogno di ridurre la “dissonanza cognitiva” è tra i meccanismi psicologici più forti che guidano il nostro pensiero. Non si può cercare di cambiare le basi cognitive del ragionamento umano: si possono però creare istituzioni, forme di incontro, metodi di dibattito, che fanno emergere il dissenso in modo costruttivo. Si può anche imparare a riconoscere e criticare i “vizi epistemici” di tanti discorsi, come l’insensibilità davanti agli argomenti contrari, l’indifferenza alle più semplici intuizioni statistiche, o l’attrazione per le teorie complottiste e paranoiche che hanno il fascino di mettere insieme fenomeni tra loro sconnessi in una specie di “narrativa” gratificante al di là di qualsiasi oggettività. Un’epistemologia politica che comprenda a quale punto la conoscenza dipenda dalle strutture istituzionali che la fanno circolare è sicuramente necessaria per creare un’epistemologia del quotidiano più virtuosa.
NICLA VASSALLO
Quanto al problema di comunicazione, mi sembra che sarebbe abbastanza semplice: basterebbe presentare il disaccordo tra scienziati come il disaccordo tra esperti. Quando ad esempio una persona soffre di una certa patologia si reca da più esperti, e se questi (come spesso accade) sono in disaccordo tra loro si presenta il problema di chi scegliere. E lo stesso accade nella comunità scientifica. Ma la differenza tra il primo e il secondo caso è che il disagreement nella comunità scientifica (come in quella filosofica) è essenziale al progresso. Se tutti fossero d’accordo vivremmo in uno stato di stasi; invece il disaccordo e la critica devono essere visti come positivi. Purtroppo il pubblico non sospende mai il giudizio, e prende parte senza cognizione di causa per l’una o per l’altra parte di un dissenso scientifico a seconda di balzane convinzioni. Penso che la possibilità di offrire al pubblico confronti diretti o dialoghi tra due o tre scienziati che la pensino in modo diverso sullo stesso tema sarebbe utile. Infatti ciò aiuterebbe il pubblico a comprendere che le divergenze effettive sono minori di quelle che ci spacciano i media, e comprendere che questa è l’unica via che porta alla risoluzione dei problemi, il processo collettivo del problem-solving.
MARIO DE CARO
Vorrei aggiungere che l’unico modo di risolvere il problema è una seria educazione scientifica. È stato scritto recentemente che molta polemica contro i vaccini è condotta da persone che hanno studiato: il problema è capire cosa e come hanno studiato. In Italia c’è una tradizione antiscientifica molto forte, che in parte deriva dalla riforma Gentile la quale, nonostante i suoi pregi, ebbe anche alcuni grandi difetti: per cui ci sono persone che non hanno la minima idea di come funzionano la statistica e la probabilità, e che quindi, di fronte al fenomeno vaccini, non sanno comprendere appieno il problema. È del tutto evidente — è provato — che i vaccini purtroppo sono mortali per alcuni soggetti. Eppure, usandoli, si salvano molte più vite di quante se ne perdano. Naturalmente se una trasmissione (generalmente ottima) come Report va a intervistare le famiglie delle persone che sono decedute per via di un vaccino, questa informazione è scorretta, perché presenta questa morte come l’unico dato rilevante. In generale, se non si conoscono un minimo di statistica, probabilità e storia della scienza diventa praticamente impossibile orientarsi rispetto a queste questioni. Bisogna migliorare la qualità dell’istruzione scientifica, ma anche la qualità – e questo è importante – delle informazioni scientifiche diffuse dai mass media. Ci sono alcuni media che – un po’ in malafede, un po’ per ignoranza – diffondono notizie assurde. Benché in proposito non si possa imporre la censura, si dovrebbe far sì che i media che sanno come si fa la divulgazione scientifica siano nella posizione di criticare gli altri, e di dimostrare come quel modo di discutere di determinati problemi non funziona. È necessario comunicare correttamente sia i risultati scientifici che il metodo della scienza.
Spesso sembra esserci confusione tra, da una parte, l’autorità conferita dalla conoscenza (il capire, e saper spiegare, i processi che producono un fenomeno) e dal rispetto di norme argomentative condivise e, dall’altra, le strutture normalizzanti e autoritarie. Di conseguenza, coloro che vogliono difendere il prestigio epistemico della competenza vengono accusati di elitismo, in nome del principio (giusto, ma soltanto se contestualizzato) che “tutti hanno diritto alla loro opinione”. Come si difende il concetto di autorità epistemica senza cadere nella dittatura delle “autorità” o nella “tecnocrazia”?
MARIA BAGHRAMIAN
Si, è molto triste che la nozione di competenza, o di “autorità epistemica” sia stata accorpata all’elitismo, o addirittura a impulsi autoritari. La divisione del lavoro, linguistico ed epistemico, e la specializzazione che la accompagna sono essenziali per il funzionamento delle comunità che condividono un linguaggio e un modo di pensare, particolarmente in società avanzate e complesse. Per fare solo un esempio, la scienza come viene praticata oggi è un’impresa collettiva la cui condotta richiede un’enorme mole di divisione del lavoro epistemico e di specializzazione. Senza fiducia nella competenza di coloro che lavorano in altre sotto-specializzazioni, la scienza non potrebbe progredire, né funzionare nella sua forma attuale. Mi sembra che queste reazioni contro l’“elitismo” della competenza siano il prodotto di pressioni economiche più che filosofiche, e devono essere spiegate di conseguenza. L’ordine economico Neoliberista ha celebrato la competenza e gli ha dato un posto di prestigio all’interno del processo decisionale sociale ed economico. L’affidamento alla conoscenza degli esperti è spesso stato accompagnato da premi economici – in particolare nel campo bancario, finanziario e legale – del tutto sproporzionati al contributo che questi esperti effettivamente apportano al benessere della società. Un secondo problema (legato al primo) è ancora una volta quello del legame tra conoscenza e potere. La conoscenza ci conferisce autorità oltre al campo epistemico, ed è spesso stata uno strumento nelle mani della volontà di potenza. Sapere, ed essere portatori di conoscenza, ci permette di influenzare gli altri, di perseguire i nostri obiettivi. Non è necessario credere (come sostiene Tim Williamson) che la conoscenza sia la norma per fare affermazioni, o che la conoscenza venga per prima, per poter apprezzare il ruolo primario che gioca in tutti i nostri scambi sociali. È un’ovvietà, ma non del tutto banale, che la conoscenza conferisce potere, ma il potere, in tutti i casi, deve rispondere dei bisogni degli altri e alle loro (e nostre) vulnerabilità. Possiamo vedere i primi segni di questa preoccupazione riguardo all’esercizio della conoscenza scientifica senza senso di responsabilità nel Dr. Frankenstein, di Mary Shelley, un romanzo quasi profetico considerando come al tempo la scienza moderna era ancora giovane. Sapere, e brandire il potere che la conoscenza ci conferisce senza responsabilità di fronte alle questioni etiche che questa conoscenza produce, è un pericolo che dobbiamo sempre tenere bene in considerazione. La connessione tra i parametri normativi della conoscenza e il mantra (a prima vista tollerante e inclusivo) “tutti hanno diritto alla loro opinione” è interessante. Molto spesso in dibattiti e conversazioni, in particolare riguardo a questioni etiche e politiche negli Stati Uniti, l’affermazione “ho diritto alla mia opinione” viene usata come carta che pone fine alla discussione. Questo è un errore. Se affermi la tua opinione sei, come minimo, responsabile per la sua plausibilità razionale, se non proprio per la sua verità. Le opinioni non sono differenti da altri tipi di credenze. Siamo tutti responsabili pubblicamente per le nostre opinioni, così come lo siamo per le nostre affermazioni di conoscenza. Gli usi odierni di questo mantra dimenticano questo componente normativo.
NICLA VASSALLO
Purtroppo sul piano fattuale si è confusa l’autorità epistemica con l’autorità politica, o l’autorità del dittatore. E tale confusione è stata particolarmente accentuata in quelle democrazie dove abbiamo avuto governi tecnici: ad esempio economisti al potere che hanno mentito, e non si sono mai pentiti delle loro menzogne (perdendo dunque la fiducia del pubblico). E il caso del nostro paese è un caso classico. Come si può ripristinare la fiducia perduta? Cercando di distinguere nettamente (nonostante le illusioni di Platone) tra il politico e l’autorità epistemica. L’autorità epistemica può solo essere un buon consigliere di un politico, ma a mio avviso non può e non deve entrare direttamente in politica: deve suggerire al meglio il politico rimanendo svincolata dal potere politico.
MARIO DE CARO
Questo è il tipico argomento in cui si discute di bianco e di nero, come se non ci fosse alcuna via di mezzo. Con questo modo di procedere non si ottiene nulla, e anzi si generano facilmente disastri. È del tutto evidente che esiste un ampio terreno intermedio tra l’imporre presunte verità con la forza e l’accettare qualunque scempiaggine come se fosse parimenti autorevole. È sempre stato così, ma oggi con internet la situazione è peggiorata: si pensi alla famigerata frase di Umberto Eco “Internet permette a qualunque cretino di dire la sua opinione”: forse è un po’ rude, ma ha una giustificazione. Su Facebook ho letto eminenti professori o studiosi di determinati campi spiegare la propria opinione informata ed essere “confutati” in due righe da qualcuno, completamente digiuno della materia del contendere. Questo è un fenomeno grave, e direi che Facebook e simili non sono i social media ideali per una discussione seria. Il problema è che le distinzioni sono difficili: è chiaro che esistono autorità autoritarie e autorità autorevoli. È una cosa in sé ovvia, ma si sta abbassando il livello dell’istruzione generale: si tagliano i fondi per l’istruzione, la gente non va a scuola, non studia bene e poi finisce per dire scempiaggini, non essendo in grado di riconoscere i ragionamenti corretti da quelli scorretti. La situazione non sarà mai perfetta, ma ci sono molti margini di miglioramento.
GLORIA ORIGGI
A me sembra che nelle grandi visioni sulla democrazia e in particolare nell’entusiasmo per il ruolo della Rete, vi è sempre stata una certa tendenza a semplificare e idealizzare sia le capacità cognitive che le dinamiche sociali dei cittadini. Se l’uguaglianza di diritti è un caposaldo della democrazia anche in un’epoca di spettacolari disuguaglianze economiche, l’uguaglianza epistemica, o l’egualitarismo epistemico, è spesso una nozione sottintesa, che vede i soggetti cognitivi come tutti uguali, intercambiabili, in linea di principio capaci di sviluppare tutti gli stessi argomenti seguendo lo stesso metodo (una tesi criticata per esempio da molta epistemologia femminista). L’egualitarismo epistemico è rivendicato come un diritto fondamentale non a chiedere ragioni o ad avere accesso alle stesse risorse epistemiche (diciamo una rivendicazione di qualche forma di “diritto aletico”, come ha sostenuto recentemente in un saggio pubblicato da Franca D’Agostini nella rivista Biblioteca della Liberta del centro Einaudi), ma una rivendicazione ad avere ragione e poter esprimere il proprio punto di vista al di là di qualsiasi standard argomentativo condiviso. Una rivendicazione resa possibile dalla straordinaria capacità del Web di dare voce a una moltitudine di individui che mai avevano avuto accesso alla parola “pubblica” prima d’ora. Avere ragione secondo i propri standard, rifiutare di farsi imporre qualsiasi standard epistemico percepito come una coercizione “dall’alto” è il tranello in cui cascano i cittadini più vulnerabili, che si sentono “empowered” cognitivamente e socialmente dal poter esprimere la loro opinione e non si rendono conto di essere vittime di nuove forme di controllo dell’opinione e di coercizione mentale. Un risultato recente mostra come coloro che sono i più scettici riguardo all’autorità delle testate di informazione tradizionali sono anche i più ricettivi a credere alle teorie del complotto e a cascare nella rete delle bufale trasmesse attraverso i social networks. Questo “corto-circuito” tra politica ed epistemologia è forse uno degli aspetti più salienti delle società iper-connesse e (spesso definite) post-democratiche attuali nelle quali la sovraesposizione dei pareri dei cittadini bypassa la rappresentanza politica con modalità che delegittimano la seconda senza legittimare la prima.”

Il credo bahá’í

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Un articolo sul credo bahá’í: è stato pubblicato su Il caffè geopolitico a firma di Alice Miggiano, laureata in Lingua e letteratura persiana presso La Sapienza di Roma e PhD in Studi Iranici presso L’Orientale di Napoli.
Il sommario: “Esperienza religiosa monoteistica sorta in terra iranica attorno alla metà del diciannovesimo secolo, la dottrina bahá’í è professata da cinque milioni di fedeli e diffusa in oltre centomila località sparse sui cinque continenti. La più grande comunità di credenti risiede in Iran nonostante le persecuzioni sistematiche, intensificate in particolare con l’instaurazione della Repubblica islamica nel 1979”
Ecco l’articolo:
Nascita e affermazione di una nuova religione
Nato in contesto persiano sciita e preannunciato nel 1844 da Mirza ‘Ali Muhammmad (noto come il Bab, “la Porta”, 1819-1850) il credo bahá’í si basa sul principio, enunciato dal profeta Mirza Husein ‘Ali Nuri, detto Bahá’u’lláh (“La gloria di Dio”, 1817-1892), che afferma: “la verità religiosa non è assoluta bensì relativa; la Rivelazione divina è un processo ininterrotto e progressivo; tutte le grandi religioni del mondo hanno origine divina, i loro principi di base sono in completa armonia gli uni con gli altri, i loro scopi e fini identici, i loro insegnamenti sfaccettature di un’unica verità, le loro funzioni complementari; le religioni differiscono tra di loro solo negli aspetti non essenziali delle rispettive dottrine e le loro missioni rappresentano gli stadi successivi dell’evoluzione spirituale dell’umana società” (Shoghi Effendi, La fede di Bahá’u’lláh, 1981, ed. originale 1947).
La dottrina bahá’í riprende il concetto islamico di rivelazioni successive, riconoscendo quindi l’autorità spirituale di profeti quali Zaratustra, Buddha, Krishna, Abramo, Mosè, Gesù e Mohammad, ma considera tali profeti “manifestazioni divine” e li colloca all’interno di un’idea di progresso dell’umanità in cui le rivelazioni precedenti a quella di Bahá’u’lláh, seppur autentiche, sono da considerare cronologicamente superate. Il profeta Bahá’u’lláh, assecondando la sua vocazione, si mise a capo dei perseguitati sostenitori del Bab (1853) fino a dichiarare di essere la manifestazione divina da lui preannunciata (1863). In esilio formulò le leggi e le ordinanze della nuova dottrina, espresse in circa cento volumi, finché fu incarcerato nella prigione di Akka (San Giovanni d’Acri, nell’odierno Israele) dove visse gli ultimi ventiquattro anni in detenzione.
Le prime persecuzioni in Iran
In virtù del messaggio universalistico di pace e fratellanza che si proponeva, la fede bahá’í ha subìto, fin dal suo sorgere, ferocissimi attacchi dalle autorità presenti sui territori in cui veniva professata. Ponendosi come entità apolitica e sovranazionale, e basandosi sui principi di uguaglianza che promuovono la parità di genere, razza e classe sociale, la religione monoteistica professata da Bahá’u’lláh crede nel progresso e nell’importanza dell’istruzione e rifiuta ogni forma di pregiudizio e superstizione. Per queste ragioni è sempre stata considerata pericolosa da parte di qualsiasi forma politica che privilegiasse una particolare etnia o classe sociale.
In terra iranica le persecuzioni contro i bahá’í, iniziate agli albori della rivelazione del Bab, sono culminate con lo sterminio di oltre ventimila suoi adepti. All’epoca della predicazione di Bahá’u’lláh e sotto la dinastia persiana Qajar il profeta e alcuni suoi seguaci furono dapprima imprigionati a Tehran e poi esiliati, prima a Baghdad e poi ad Adrianopoli (odierna Turchia). Ulteriormente esiliati dal governo ottomano, furono costretti a rifugiarsi in Palestina. Nonostante la nuova religione fosse considerata eretica e nonostante il perpetrarsi delle persecuzioni, con l’instaurazione della dinastia Pahlavi i bahá’í in Iran poterono assistere ad un alleggerimento delle restrizioni nei loro confronti: venivano rispettati dalla classe politica e le loro conoscenze e capacità furono utilizzate nell’intento modernizzatore voluto dagli Shah Reza (1878-1944, primo sovrano della dinastia Pahlavi, al potere negli anni 1925-1941) e Mohammad Reza (1919-1980, figlio e successore di Reza Pahlavi, sovrano dal 1941 al 1979), per il progresso tecnico e scientifico del Paese.

Bahá_u_lláh
Bahà’u’llàh

La Repubblica Islamica e i seguaci di Bahà’u’llàh
Con l’avvento del regime teocratico in Iran (1979) le persecuzioni, sostenute dai leader della Rivoluzione, divennero sistematiche. La Costituzione della Repubblica islamica, pur dichiarando l’Islam religione ufficiale, riconosce come minoranze religiose il Cristianesimo, l’Ebraismo e lo Zoroastrismo, rappresentate da propri deputati in Parlamento. I circa trecentomila fedeli bahá’í residenti in Iran, che costituiscono la minoranza religiosa più cospicua, subiscono quotidianamente diverse forme di violenza che vanno da atti di vandalismo, molestie, violenza fisica, pressione economica (sequestro delle proprietà e società di investimento bahá’í, controllo dei conti bancari, negazione delle pensioni e delle eredità legittime) fino a incursioni e arresti, includendo forme di discriminazione economica ed educativa, come la negazione all’accesso a posizioni lavorative in ambito pubblico e al diritto all’istruzione superiore. Fonti ufficiali della Bahá’í International Community dichiarano che durante la prima decade dalla Repubblica islamica oltre duecento membri della comunità bahá’í sono stati uccisi o giustiziati e altre centinaia sono stati torturati o imprigionati.
Secondo quanto dichiarato in uno studio recentemente pubblicato dal Center for Human Rights in Iran le persecuzioni contro i fedeli bahà’ì sotto la presidenza Rouhani sarebbero peggiorate rispetto alla decade precedente, nonostante il candidato presidente in sede di campagna elettorale avesse dichiarato di volersi impegnare della riduzione delle violenze contro questa minoranza. Fin dal primo insediamento di Rouhani nel 2013 sembra che almeno 212 bahà’ì siano stati arrestati (con novantacinque di loro ancora in carcere) e che a migliaia di essi sia stato impedito l’accesso all’istruzione superiore. Inoltre, pare ci siano stati almeno 590 casi di oppressione economica.
Diffusione e organizzazione del credo Bahà’ì
La fede bahá’í si è rapidamente diramata in tutti i continenti del pianeta (in particolare in Iran, India, Vietnam e in diverse nazioni di Africa, Americhe e Oceania) arrivando a rappresentare cinque milioni di fedeli di oltre duemila tribù, razze e gruppi etnici diversi. Secondo quanto sostenuto del celebre orientalista Alessandro Bausani (1921-1988), nel 1986 i fedeli bahá’í risiedevano in 115.901 località del mondo. In molti di tali Paesi il credo bahá’í è formalmente riconosciuto dalle autorità e questo riconoscimento permette alle comunità di fedeli di godere dell’esenzione dal pagamento delle tasse per le proprietà destinate al culto e della possibilità di celebrare matrimoni bahá’í.
La religione predicata da Bahá’u’lláh, priva di qualsiasi forma di clero, è sostenuta dai membri attraverso donazioni volontarie. La struttura amministrativa, considerata su scala mondiale, è organizzata in Assemblee Nazionali e Assemblee Locali, composte da nove membri eletti annualmente, tutti con gli stessi poteri. Sempre secondo Bausani nel 1986 vi erano Assemblee Spirituali in 148 nazioni, compresa l’Italia. L’organizzazione giuridica dipende direttamente da una Casa Universale di Giustizia, anch’essa composta da nove membri con i medesimi poteri – in questo caso eletti ogni cinque anni – che ha il potere di emanare nuove leggi in conformità con le esigenze dei tempi. Nel 1983 ad Haifa (Israele) è stato istituito un Centro di Studi Socio-Economici con l’intento di analizzare e risolvere le problematiche che possano presentarsi sia all’interno che all’esterno della comunità. La Bahá’í International Community è rappresentata presso cinque uffici dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e riconosciuta come organismo non governativo.
Presenza in Italia
In Italia la fede bahá’í, riconosciuta formalmente dallo Stato, conta oltre trecento comunità distribuite su tutto il territorio nazionale. Come sostiene Guido Morisco, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale Bahá’í Italiana, tale gruppo comunitario è nato nella metà del secolo scorso in due fasi successive: “il primo nucleo di credenti si consolidò intorno a persone bahá’í che provenivano dall’America, il secondo invece da credenti di provenienza iraniana. La storia della Fede bahá’í in Italia ha origine agli inizi del Novecento quando i credenti bahá’í americani sostavano nella nostra penisola nei loro viaggi verso la Terra Santa. Nel corso degli anni sono apparse le prime comunità, che si sono successivamente radicate nel territorio, dando origine ad una struttura organizzativa progressivamente più complessa”.
Il gruppo di fedeli in Italia oggi è costituito da circa cinquemila adepti, principalmente italiani, cui si aggiungono credenti provenienti da varie nazioni del mondo e residenti nella penisola per diversi motivi. Oggi la comunità bahá’í in Italia, prosegue Morisco, “lavora e cresce all’interno della società italiana in uno spirito di apprendimento e di collaborazione. I suoi membri provenienti dalle più diverse estrazioni sociali le danno un carattere fortemente multiculturale che è una delle sue principali ricchezze. I credenti e le istituzioni della fede bahá’í collaborano con i concittadini e le istituzioni del nostro Paese per portare avanti una visione per il miglioramento della società ispirata da Bahá’u’lláh”.

Il ritorno di Socrate

socrate

Lo scrittore spagnolo Marcos Chicot immagina, in un pezzo pubblicato domenica 3 settembre su La Lettura, il ritorno di Socrate ai giorni d’oggi. Un brano divertente e ricco di spunti di riflessione.
Nei suoi primi giorni nel XXI secolo, probabilmente Socrate si incamminerebbe a piedi scalzi verso una biblioteca, in cui si rinchiuderebbe per un po’ in modo da aggiornarsi su quanto avvenuto dopo la sua morte nel 399 a.C. Vestito con la sua abituale tunica austera, forse sorriderebbe soddisfatto nello scoprire che oggi consideriamo l’Epoca Classica (499-323 a.C.) il periodo più straordinario nella storia dell’umanità.
In effetti ha dell’incredibile che in così pochi anni, quasi avessero ricevuto un’illuminazione improvvisa, i Greci abbiano creato tanti elementi che oggi sono la base della nostra civiltà. Riassumendo: 1) la medicina giunse al rango di scienza per mano di Ippocrate; 2) in architettura furono eretti alcuni capolavori universali dell’ingegneria come il Partenone; 3) apparvero il teatro e i grandi drammaturghi; 4) Mirone e Fidia reinventarono in modo definitivo il modo di fare scultura; 5) infine, in fatto di politica, i Greci sorpresero il mondo sviluppando una forma di governo fino ad allora ignota: la democrazia.
Ora, in quella biblioteca Socrate si acciglierebbe nel leggere che denominiamo «presocratici» i filosofi che lo hanno preceduto, facendo di lui una pietra miliare, il confine che segna un prima e un dopo nella storia del pensiero e, pertanto, dell’umanità. Secondo Platone, l’oracolo di Delfi affermò che Socrate era il più saggio tra gli uomini. La reazione di questi anziché gonfiarsi d’orgoglio come avrebbe fatto qualsiasi mortale consistette nel rifiutare con umiltà il significato letterale di quelle parole, domandandosi come avrebbe potuto essere il più saggio se sapeva solo… di non sapere.
L’ammissione della propria ignoranza, al pari della ricerca incessante della conoscenza, lo trasformarono nel paradigma del filosofo. E, come se non bastasse, la sua dialettica rigorosa lo innalzò al ruolo di padre del Razionalismo. Inoltre, aver scelto come elementi principali di riflessione il bene e il male, la virtù e la felicità, ce lo fa considerare il padre della filosofia etica. Infine, essere stato il primo a porre l’uomo al centro dell’attenzione lo rende il padre dell’Umanesimo. Sopraffatto da tanti riconoscimenti, Socrate chiuderebbe i libri e abbandonerebbe la biblioteca per interessarsi alla nostra società. Ci guarderebbe in prospettiva, accarezzandosi irrequieto la barba folta, sorpreso che molte delle conquiste della sua epoca siano scomparse per tanti anni e siano state riscoperte solo di recente, facendo somigliare il nostro mondo al suo: la democrazia, perduta per due millenni fino alla Rivoluzione francese; lo sviluppo di arti e scienze dell’antichità classica, il cui recupero dà il nome al Rinascimento; o lo stesso Umanesimo socratico, riportato alla luce da grandi maestri come Petrarca e Leonardo. «Saranno consapevoli gli abitanti del mondo di oggi che tutto potrebbe andare perduto di nuovo?», si domanderebbe.
Aggiornatosi sul passato e sul presente, Socrate si porrebbe gli stessi obiettivi della sua prima vita: dialogare con i concittadini sulle nozioni di base – il bene, la virtù o la giustizia come concetti universali, al di sopra degli interessi particolari. E tornerebbe a impegnarsi nella formazione dei futuri dirigenti, sognando di risvegliare in loro l’idea di giustizia e di fare in modo che non perdano la strada proprio una volta raggiunto il potere. Il filosofo non frequenterebbe più l’agorà come una volta, ma si adatterebbe ai tempi e condurrebbe un programma tv in prima serata (e chi non metterebbe sotto contratto un personaggio così famoso?). In base alle sue linee guida, la trasmissione avrebbe un carattere divulgativo, cui si unirebbe una sezione di interviste tanto a cittadini comuni quanto a personaggi di rilievo della società. Le puntate di maggior successo sarebbero di certo i dibattiti con i politici. Tuttavia Socrate non tarderebbe a scoprire che l’uomo di governo più importante della sua epoca, l’ateniese Pericle, sarebbe un’eccezione oggi come lo era tra i politici dell’Epoca Classica. Non solo perché, nei tre decenni in cui fu alla testa dell’Assemblea della sua polis, l’impero di Atene raggiunse l’apogeo, ma anche perché – allora come oggi – la norma erano i demagoghi, intenti solo a istigare le masse per ottenere un appoggio che soddisfacesse le loro ambizioni di potere, spesso con conseguenze disastrose.
«Pericle era l’unico politico che convinceva il popolo con la verità», ricorderebbe nostalgico il filosofo. «E l’unico il cui patrimonio non sia aumentato di una dracma in tutti i suoi anni di governo», aggiungerebbe rattristato, leggendo le ultime notizie sulla corruzione. Lascerebbe cadere i giornali e rifletterebbe sulla somiglianza tra la democrazia ateniese e quelle attuali. La divisione del popolo incoraggiata dai politici, i problemi economici, le famiglie rovinate… dietro tutto ciò vedrebbe l’eterno problema di questo sistema di governo: l’incapacità o il disinteresse della classe dirigente. Ricorderebbe ciò che disse il suo amico Euripide quando lasciò Atene disgustato: «La democrazia è la dittatura dei demagoghi».
In ogni caso, Socrate si rallegrerebbe di essere tornato a una società democratica con libertà di espressione e facilità di accesso all’istruzione. Da questo punto di vista, molti Paesi gli sembrerebbero forse al livello della sua vecchia patria ateniese o persino superiori. Lo deluderebbe tuttavia constatare che l’informazione non implica la conoscenza. Resterebbe affascinato dai progressi nella medicina, dal dominio sulla natura, l’energia, la genetica… eppure le domande che porrebbe nel suo programma sulle diverse questioni etiche o sulle conseguenze a lungo termine metterebbero spesso in imbarazzo gli interlocutori. Potrebbe colpirlo l’intreccio fra la tecnologia e la vita quotidiana, ma se si presentasse con il suo abbigliamento sobrio nel reparto delle novità elettroniche di un qualsiasi centro commerciale, allargherebbe le braccia e proclamerebbe allegro, come faceva nel mezzo del mercato di Atene: «Quante cose di cui non ho bisogno!».
Dopodiché inviterebbe nella sua trasmissione imprenditori, rettori di università e ministri dell’Istruzione, e dialogando con loro metterebbe il dito nella piaga del sistema: il fatto che gli uomini siano concepiti sempre più come unità di produzione e consumo. Sottolineerebbe preoccupato che la riflessione e il dubbio sono minacciati ogni giorno di più, tanto che ne viene rimosso l’insegnamento dai piani di studio. Come uomo di cultura, potrebbe mettere a disagio i suoi interlocutori usando le parole azzeccate di Francisco de Quevedo: «Un popolo idiota è la sicurezza del tiranno». E, con lo sguardo rivolto ai telespettatori, ci direbbe che la società non ha soltanto un bisogno disperato della filosofia, ma anche di cittadini che difendano e promuovano il pensiero critico.
Nessun politico vorrebbe essere ospite della trasmissione, ma il magnetismo del conduttore ne farebbe il programma con l’audience più alta e finirebbero tutti seduti accanto a lui davanti alla telecamera. Politici in vista sarebbero dissezionati e smascherati dalla sua ironia acuta e agile e dalle sue domande in apparenza ingenue. Socrate dimostrerebbe di volta in volta che un idolo è solo una persona comune rivestita dell’ammirazione altrui. Ammirazione di cui rimuoverebbe gli strati, lasciando agli interlocutori un senso di vulnerabilità e risentimento. Le sue interviste risulterebbero esemplari, dimostrando con grande chiarezza che al potere non arriva chi ne sa fare l’uso migliore, bensì chi è più abile nel conquistarlo. E, al tempo stesso, nei suoi dialoghi televisivi proverebbe che per raggiungere il potere si richiedono capacità opposte a quelle necessarie per un suo buon esercizio: in sostanza, ambizione e mancanza di scrupoli.
Ma il filosofo non si limiterebbe a parlare con i suoi interlocutori nel programma. Ci guarderebbe attraverso la telecamera («Oh, popolo greco-romano…») e ci rammenterebbe che una delle forme più insidiose di sottomissione è il silenzio, questo grande complice. Socrate non agì mai mosso da interessi propri e non lo farebbe nemmeno ora. Il suo unico obiettivo è stato e sarebbe la ricerca della conoscenza e del comportamento giusto. Per toglierlo di mezzo si indagherebbe sul suo passato a caccia di panni sporchi, ma si troverebbero soltanto un marito fedele alla giovane moglie, padre di tre figli, e un soldato che difese con grande valore la propria patria nella lunga guerra che mise a confronto Atene e Sparta.
Tutto ciò vorrebbe dire che Socrate stavolta vincerebbe la sua battaglia contro i sofisti e i demagoghi? Il suo ritorno porterebbe alla sognata rigenerazione della democrazia? Temo che, come in passato, la somma di scomodità, incomprensione e risentimento che si creerebbero intorno al filosofo porterebbero alle stesse conseguenze. Anche stavolta, Socrate sarebbe assassinato.”

Tempo di pluralismo

2377-1 defDEF-350x500In questo articolo, pubblicato su Il Sole 24ore, Massimo Donaddio presenta il libro di Peter L. Berger intitolato I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo.
C’è stato un tempo in cui la gran parte degli studiosi riteneva che la modernità portasse inevitabilmente a un tramonto del fenomeno religioso, come effetto in gran parte della rivoluzione scientifica e tecnologica, che mette a disposizione di larghi strati di popolazione strumenti dalle enormi potenzialità, rendendo meno pressante l’urgenza del ricorso al divino attraverso la fede e la preghiera.
Quest’impostazione, di stampo illuministico ha ancora molti seguaci, come evidenziato nell’ormai classico saggio del filosofo Charles Taylor, L’età secolare (Feltrinelli, 2009). Eppure molti sociologi, da diversi anni, si sono in un qualche modo “convertiti” a un nuovo paradigma, più complesso, che mette in luce non tanto il tramonto delle religioni nel tempo della modernità, quanto la loro convivenza pluralistica all’interno di un mondo dove il discorso secolare rappresenta lo sfondo comune per ciascuno individuo.
Uno degli alfieri di questo approccio è il noto sociologo americano di origine austriaca Peter L. Berger, professore emerito alla Boston University e autore nel 2014 del saggio appena tradotto da Emi con il titolo I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo.
Berger parte dall’assunto generale che il fenomeno religioso sia sempre molto vivo, addirittura in crescita in alcune zone del mondo, nonostante la globalizzazione abbia portato molti popoli ad aumentare le proprie potenzialità, risorse e conoscenze tecniche. Con l’eccezione del continente europeo, contrassegnato da un certo laicismo, i continenti americano, asiatico e africano continuano a mostrare un grande attaccamento alla religione in tutte le sue varie forme, con un continuo proliferare di chiese, sette e confessioni varie.
Sempre più, anzi, religioni diverse sono chiamate a convivere fra loro, come pure con un indubbio approccio di ispirazione secolare, sia nelle menti degli individui che nello spazio pubblico. Secondo Berger, il grande cambiamento portato dalla modernità non è, quindi, il secolarismo (o laicismo), bensì il pluralismo, ossia la coesistenza di diverse visioni del mondo e di scale di valori all’interno della stessa società. Insomma, la laicità europea (e dei circoli intellettuali internazionali) non sarebbe l’unica forma di modernità: esistono, per lo studioso americano, altre versioni di modernità che accordano alla religione un ruolo molto più centrale.
Anche la tensione tra modernità e impostazione religiosa è un fenomeno che non è possibile ignorare: è, infatti, una realtà che continua a bussare alla porta del mondo occidentale in diverse forme. Per esempio è la sfida che si trova di fronte l’islam, in Europa come in Africa e in Asia: come è possibile essere devoti musulmani e nella stesso tempo praticare e apprezzare i valori della modernità? Come deve configurarsi una società islamica moderna? Gli stessi interrogativi vengono sollevati in Cina, in India, in Russia, in Israele, in altre società. È la convivenza tra questi due aspetti, il condividere allo stesso tempo valori laici e religiosi, la caratteristica delle società del tempo moderno.
Naturalmente è essenziale che siano attive strutture istituzionali e politiche che garantiscano l’equa convivenza di una pluralità di religioni e di visioni del mondo, all’interno di un contesto culturale-giuridico che garantisca la libertà religiosa e l’uguaglianza di ogni persona davanti alla legge.
Differenti sono le modalità per raggiungere quest’obiettivo: il mondo occidentale ha battuto la via della laicità di tipo illuministico – anche nella sua variante americana, vedi il Primo Emendamento della Costituzione degli Usa – ma non sono escluse altre sintesi operate da altri contesti sociali e culturali”.

Ridefiniamo le libertà

freedom-of-the-press-2048561_1920.jpgE’ un articolo piuttosto lungo: parla della Serbia, ma gli spunti di riflessione che offre in merito all’utilizzo politico e sociale di internet sono validi per qualsiasi realtà. L’intervista è di Rossella Vignola per l’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa.
Il 12 marzo scorso, nel giorno in cui si celebrava il 28° compleanno di internet, Tim Berners-Lee, co-inventore del web, ha pubblicato sul sito della World Wide Web Foundation una lettera aperta su come internet stia evolvendo e ha espresso le sue preoccupazioni su alcune tendenze che, secondo l’autore, stanno tradendo la promessa originaria di internet come di uno spazio aperto, plurale e democratico dove tutti possono condividere informazioni e collaborare senza frontiere. Nella sua lettera ha citato tre sfide principali: in primo luogo, il modello di business dominante fondato sull’offerta di contenuti gratuiti in cambio di dati personali, gestiti in modo proprietario e opaco da pochi giganti del web (Facebook, Google, etc.); secondo, la diffusione della disinformazione spinta da algoritmi che attingono dai nostri dati personali; terzo, la crescente complessità del marketing politico che rende possibile campagne elettorali in grado di raggiungere milioni di elettori con messaggi personalizzati.
Se, soprattutto dopo le ultime elezioni americane, l’impatto di queste tecnologie sui risultati elettorali è oggetto di dibattito, ciò che è certo è che esse stanno contribuendo a cambiare il concetto stesso di sfera pubblica e le modalità di costruzione del consenso. Ne abbiamo parlato con Vladan Joler, direttore di SHARE Foundation , organizzazione di Novi Sad che monitora le tendenze del web e le violazioni dei diritti digitali nello spazio virtuale serbo.
La Share Foundation è stata fondata nel 2012 con l’obiettivo di proteggere i diritti digitali, la privacy, la libertà di espressione, la trasparenza, i diritti umani e contrastare la sorveglianza nella sfera digitale…
Abbiamo iniziato organizzando il più grande raduno di attivisti internet della regione, ma ci siamo subito resi conto che con un singolo evento e senza una base solida di competenze forti e variegate, dalla ricerca, all’advocacy al policy making, non eravamo in grado di affrontare una serie crescente di questioni che erano molto importanti per noi. Abbiamo così concepito il passaggio dall’essere un gruppo di attivisti ad un gruppo di esperti. Attualmente il nostro team è composto da avvocati, giornalisti, tecnologi ed esperti di informatica forense e analisi dei dati.
Gli attacchi online ai media digitali, ai giornalisti, agli attivisti sono sempre più frequenti nella sfera digitale in Serbia. Ci può spiegare come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni?
In Serbia, con poche eccezioni, da tempo i media mainstream sono utilizzati come strumenti per fare politica. Questo ha fatto di internet uno dei pochi canali dove il giornalismo indipendente poteva trovare espressione. Insieme alla crescita della popolarità e della rilevanza dei media digitali e dei siti di giornalismo partecipativo, negli ultimi anni sono aumentati anche gli attacchi contro di essi. Questi attacchi vanno dalla pressione alle minacce a veri e propri attacchi informatici.
Questi ultimi sono diventati visibili come fenomeno sociale nel 2014 e sono presenti ancora oggi. Nel giro di tre anni si sono evoluti passando da comuni attacchi DDos [Distributed Denial of Service, NdT] a più sofisticati meccanismi per hackerare e intercettare le comunicazioni digitali. Oggi, gli attacchi cibernetici non sono così frequenti come lo erano due o tre anni fa, ma riaffiorano in modo mirato quando serve. Ad esempio durante le campagne elettorali, quando ci sono proteste, o altri fenomeni sociali di massa.
Quali sono stati i casi più rilevanti e che hanno sollevato più dibattito in Serbia?
I casi più rilevanti degli ultimi anni sono stati casi di attacchi informatici. Per esempio il popolare portale di notizie pescanik.net ha subito numerosi attacchi, in particolare nell’estate del 2014 dopo che un gruppo di giovani ricercatori aveva pubblicato un articolo che spiegava come il ministro degli Interni avesse plagiato la loro tesi di dottorato. In quella circostanza il sito rimase sotto attacco restando a lungo inaccessibile, per poi essere colpito ancora una volta dopo che gli stessi autori avevano pubblicato un nuovo articolo sul supervisore che aveva seguito la ricerca di dottorato del ministro. Dall’inchiesta emerse che questa persona, all’epoca direttore di un’università privata, non aveva un titolo di dottorato valido. Il portale subì nuovi attacchi e il direttore in questione si presentò in televisione per leggere alcune parti di uno scambio di e-mail che gli autori dell’inchiesta avevano avuto tra loro privatamente. Nessuno di questi casi è ancora stato chiarito dalle autorità competenti.
Il bersaglio di un altro importante attacco internet, accaduto nell’aprile 2015, è stato il sito Teleprompter, portale di notizie che di solito pubblica contenuti discutibili dal punto di vista etico, ma che all’epoca aveva adottato una linea critica nei confronti del governo. Si trattò di un attacco “totale”, dal momento che colpì sito, social network e gli indirizzi e-mail usati dai dipendenti per l’attività amministrativa. L’editore dovette ricorrere ad avanzate soluzioni per la sicurezza informatica per poter riguadagnare l’accesso al portale e agli indirizzi mail hackerati.
Come documentato nella vostra recente ricerca “Mapping and quantifying political information warfare “, nel corso del 2013 sono emersi i primi segnali che mostravano connessioni tra le attività illegali svolte nel “web sommerso” e l’agenda politica del partito al governo…
Nella maggior parte dei casi che abbiamo analizzato negli ultimi tre anni, i target degli attacchi informatici non erano parte della struttura di potere, ma piccoli media online indipendenti, blog e siti che criticavano il governo e pubblicavano articoli sulla corruzione, sull’inefficienza del governo o dei membri del partito al governo. È paradigmatico che questi attacchi siano avvenuti di solito dopo la pubblicazione di articoli che criticavano le strutture di potere. Per questa ragione, più che di casi di disobbedienza civile elettronica [operata da gruppi e attivisti per i diritti umani contro le strutture di potere, NdT] si è trattato di forme deliberate di censura.
Le principali conseguenze di questi attacchi sono insicurezza e paura crescenti, che producono un effetto inibitorio e paralizzante per la libera espressione sul web. Il punto è che pubblicare contenuti che criticano le strutture di potere (governo, gruppi criminali, o qualsiasi altro attore influente) può portare alla distruzione, al blocco o alla sparizione temporanea di contenuti da un sito, eventi a cui seguono inevitabilmente, oltre allo stress psicologico, tante ore di lavoro per ripristinare il sistema. Tutto questo può avere un grande impatto sulla volontà e sulla libertà delle persone di esprimersi liberamente.
Sono tre i software che sono stati presumibilmente usati dal partito al governo per fare “astroturfing“, ovvero per creare opinioni false e consenso a tavolino inondando di commenti le sezioni dedicate degli articoli pubblicati online. Questi software sono stati usati ripetutamente, e in modo sempre più sofisticato. Al momento non sappiamo se siano ancora in uso, anche se l’azione di troll e bot è ancora evidente e riconoscibile nelle sezioni dei commenti.
Avete sviluppato una metodologia specifica per ottenere e analizzare i dati che usate per le vostre inchieste?
Avendo chiaramente in mente che i temi di nostro interesse sono ogni volta diversi in termini di segmenti della società e di internet esplorati, ci approcciamo ad ogni nuova inchiesta con un lavoro di analisi a sé. In primo luogo, facciamo brainstorming sui possibili esiti, stabiliamo delle ipotesi, e poi pensiamo al modo migliore per ottenere i risultati che cerchiamo. Tentiamo sempre di minimizzare il fattore umano nel processo di raccolta e lavorazione dei dati. Usiamo diversi strumenti, nella maggior parte dei casi open source, oppure software proprietari concessi in uso gratuito o con licenze che consentono la distribuzione libera per scopi accademici e di ricerca.
Per quanto riguarda il monitoraggio delle violazioni dei diritti digitali, abbiamo sviluppato una metodologia per organizzare i casi per categorie, come ad esempio, gli attacchi tecnici all’integrità dei contenuti online, i casi di sorveglianza delle comunicazioni elettroniche, i casi di abuso della libertà di parola e così via, fino ad avere delle sotto-categorie più dettagliate. I casi raccolti sono conservati in un database online aperto. Questi dati vengono utilizzati per realizzare analisi e monitoraggi periodici sullo stato dei diritti e delle libertà digitali in Serbia.
Come viene percepito il vostro lavoro dalla società e dai media serbi? Le istituzioni reagiscono alle vostre denunce?
C’è una parte della società serba che segue il nostro lavoro regolarmente attraverso il nostro sito, i social network e partecipando agli eventi in cui divulghiamo le nostre ricerche. Tuttavia, non posso spingermi a sostenere che il nostro lavoro sia diventato mainstream. Le ragioni di questo sono varie, e ci vorrebbe tanto tempo per spiegare cosa è mainstream in Serbia.
La situazione con le istituzioni pubbliche è simile. Ce ne sono alcune che ci riconoscono come un attore rilevante, come l’ufficio del Commissario per le informazioni pubbliche e la protezione dei dati personali.
Come hanno mostrato le recenti elezioni negli Stati Uniti e il referendum per la Brexit , la propaganda computazionale su internet e l’uso di bot per manipolare l’opinione pubblica sono in crescita. In vista delle prossime elezioni presidenziali, cosa sta accadendo nella sfera digitale in Serbia?
Usando Facebook e Google, per fare un esempio, i cittadini sono automaticamente manipolati ed esposti alla propaganda computazionale o all’”economia della sorveglianza”, come preferiamo chiamarla. Il fatto che questi metodi siano ora usati per manipolare l’opinione pubblica da diversi attori e su larga scala nei casi di elezioni o campagne referendarie non è una novità ed è qualcosa che potevamo aspettarci. L’origine del problema sta nell’aver accettato il fatto di pagare per i servizi internet con i nostri dati personali, trasformando noi stessi in oggetti potenziali di manipolazione e in prodotto da vendere. La battaglia fondamentale da combattere nella società è la battaglia per la conquista delle menti delle persone; questo oggi è possibile con tecniche come la profilazione psicografica, l’analisi dei big data e la costante tracciatura del nostro comportamento online. Così le porte delle nostre menti sono sempre un po’ più aperte ad ogni potenziale acquirente interessato.
Nel caso della Serbia, durante le passate tornate elettorali abbiamo osservato chiaramente la volontà degli attori politici di controllare e dominare tutti gli spazi della comunicazione politica online, dai contenuti, ai commenti, ai voti online. Come abbiamo già spiegato, ci sono stati dei segnali che indicavano che il partito di governo ha usato dei software per disseminare commenti sul web. La questione qui è più sociale (e politica) che tecnologica, e riguarda le motivazioni che hanno portato a questo tipo di attivismo da parte degli attori politici. C’è una leggenda metropolitana secondo cui le persone coinvolte in queste attività ottengono in cambio dei sandwich, ma ci sono elementi che portano a pensare che questi attivisti, o bots, come sono chiamati in Serbia, abbiano ricevuto come compenso per queste attività impieghi e posizioni in aziende statali e istituzioni pubbliche.
In un articolo del 2012 , Philip Howard, esperto dell’Oxford Internet Institute, lanciò un appello per la creazione di “bot democratici”, per fare in modo che questi strumenti possano lavorare al servizio della democrazia e dei diritti umani. Crede che sia possibile per gli attivisti e per i difensori dei diritti umani trarre beneficio da queste tecnologie?
L’idea stessa di “bot democratici” è divertente. Si tratta, secondo la mia opinione, di un’idea estratta dal cappello a cilindro dei “tecno-ottimisti”. Francamente, non credo che aggiungendo altro rumore nello spazio di discussione online si aiutino le opinioni vere ad essere ascoltate. Anche se questo può sembrare troppo umanocentrico e contro i potenziali futuri “bot per i diritti”, io credo che la democrazia abbia a che fare, tra le altre cose, con la libera espressione di opinioni differenti rappresentate in una qualche forma di dialogo, e non con la competizione tra strumenti tecnologici o gare tra stringhe di codice. Questa idea appartiene alla stessa narrazione di chi sostiene la colonizzazione della sfera pubblica, secondo cui lo spazio della discussione pubblica dovrebbe essere conquistato attraverso soluzioni tecniche. Che questi strumenti siano a favore o contro la democrazia non cambia la sostanza: ovvero il fatto che si tratta di metodi profondamente sbagliati.
Si può lavorare ad accrescere la consapevolezza e l’educazione ai media e al mondo digitale dei cittadini per prevenire gli abusi delle tecnologie e dei social network nella manipolazione e nel controllo della sfera pubblica?
In una società, come quella serba, dove i media tradizionali, come la televisione e i giornali, sono largamente influenzati dalle strutture di potere, le piattaforme online sono i canali attraverso cui i cittadini possono essere pienamente informati su quello che accade. Oggi in Serbia il giornalismo investigativo è presente quasi esclusivamente sul web. Di conseguenza, è importante spiegare agli utenti di internet le tattiche e gli strumenti di manipolazione affinché possano riconoscere e distinguere la propaganda dai contenuti di qualità. Occorre un dibattito aperto su queste questioni che sono di interesse pubblico e noi siamo sempre disponibili a condividere i risultati delle nostre ricerche. L’educazione nel campo dei media e del digitale è sempre più importante man mano che il targeting e la propaganda online diventano più sofisticati. E questo è particolarmente importante per i nativi digitali, le giovani generazioni che non hanno mai fatto l’esperienza di essere off-line e che hanno quasi tutta la loro vita catturata in formato digitale, grazie ai social network e alle piattaforme di condivisione di contenuti online.
Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Quest’articolo fa parte di una serie di approfondimenti che OBC Transeuropa – nel contesto del progetto ECPMF – dedica a quelle realtà che operano per un giornalismo di qualità capace di portare a maggiore democrazia e diritti nelle società europee

Il dono di Arrival

Al cinema ho apprezzato molto il film “Arrival” e ora ho trovato un’interessante riflessione di Mario Domina sul blog filosofico La botte di Diogene.

Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
Vi è uno sradicamento minore ed uno maggiore in tutto ciò: non siamo per nulla soddisfatti del quotidiano (precarietà, infelicità, paura e angoscia diffusa, fragilità, incertezza – nonostante gli indubbi progressi tecnologici e quantitativi, che sono tra l’altro le medesime radici che generano fantascienza, tecnoincubi e distopie, al momento il genere letterario più diffuso, dopo il ciclo fantasy); ma non lo siamo nemmeno sul fronte della storia, che non sappiamo più come modificare o far virare al meglio, essendo sempre più capillarmente convinti che nulla possiamo di fronte a processi ineluttabili che ci sovrastano: Marx è morto nella nostra mentalità, più ancora che nell’arena storica.
E allora perché non gettarci anima e corpo in potenti evasioni immaginifiche? – il cui ruolo pare peraltro essere quel che un tempo ricoprivano i sogni (ad occhi aperti) e le utopie (in campo politico).
La fantascienza esistenziale risponde a tali bisogni sia in termini di forma che di sostanza: corrisponde ad un bisogno estetico (il terrore sublime dell’ignoto), ma anche ad un bisogno etico-politico, che però non sembra avere più esiti pratici convincenti. Prendiamo Arrival: il tema della comunicazione con altre forme di vita (e con l’alterità) è la questione delle questioni, senza la cui risoluzione la specie umana non andrà da nessuna parte. Di più: la scelta di far nascere qualcuno in un mondo che immaginiamo in disfacimento – senza così cospirare contro la razza umana, contribuendo alla sua estinzione (come auspica il pessimismo à la Ligotti) – è un atto insieme libero e folle. Perché Hannah dovrà nascere se è destinata alla malattia e alla morte? La risposta sta in un salto ontologico, in grado di generare una mentalità totalmente aliena alla nostra: perché la morte (e il tempo) non esistono, sono pure illusioni prodotte da un irriducibile narcisismo individuale destinato ad accelerare la nostra estinzione. Ma questo sì che richiederebbe un cambio radicale di paradigma: occorrerebbe lasciare questo pianeta – questa valle di lacrime – attraversare il meraviglioso cerchio della conoscenza aliena ed affidarci alla saggezza di un altro pianeta, quello abitato dagli eptopodi, per i quali ogni nostro atto è pura immanenza, processo e necessità.
Un dono (non un’arma) che non abbiamo nessuna intenzione di accettare, se non in qualcuno dei nostri più reconditi sogni.”

Raffiche di bora

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Una riflessione di Giovanni Grandi, professore associato di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Padova. Molti gli interrogativi che è in grado di sollevare.

Nelle giornate invernali di maltempo, specie se sferzate dalla Bora, il Carso riesce a farsi interprete di quell’angoscia che qualcuno più di altri si porta dentro. Le raffiche che alternano sibili e ululati sembrano inseguitori che non danno tregua, come certi pensieri opprimenti che incalzano di continuo togliendo il fiato. I boschi mezzi spogli, le latifoglie nude e scheletriche – che pure rifioriranno, ma non lo danno a vedere – si fanno specchio di ogni sentimento di resa. A uno di quegli alberi, una ventina di anni fa, era appesa una persona. E quello era il mio primo intervento di ricerca disperso, appena entrato in organico del Soccorso Alpino.

Nei frangenti dell’aiuto rischioso – come l’ha chiamato Spiro Dalla Porta Xydias – prima o poi si scopre che c’è anche lo spazio per i rinvenimenti più inquietanti e drammatici: cerchi di correre per portare in salvo una vita, ma questa nel frattempo cercava e ha trovato la morte. Quell’esperienza mi è tornata ancora una volta in mente in queste ore di interrogativi sulla vicenda di Dj Fabo.

Quando una persona sceglie di morire in un luogo poco raggiungibile, dopo il ritrovamento può capitare che ci voglia del tempo prima di poter rimuovere la salma: occorre attendere il medico legale e le autorizzazioni necessarie a procedere. Quel tempo – che in qualche circostanza può essere anche di alcune ore – è densissimo, e ciascuno prova letteralmente a ingannarlo come può, perché è un tempo carico di angoscia. C’è chi pronuncia tra le labbra una preghiera, chi si allontana un po’, chi si concentra sulle procedure, chi prova a sdrammatizzare con una battuta, chi guarda senza dire nulla, mentre il nodo alla gola se lo sente addosso.

Dinanzi a chi ha scelto la morte – molto più che non dinanzi a chi “semplicemente” è morto – ciascuno è come se si sentisse obbligato a dire perché vive, con la parola o con le movenze. In quei frangenti, e da cenni minimi, intuiamo che c’è chi vive lottando con l’Assoluto, chi cercando il distacco da dolore e inquietudini, chi vive per far funzionare il mondo, chi per renderlo meno serioso… Come pure c’è chi quella domanda sul senso del vivere non riesce a deglutirla e d’altra parte neppure a evitarla, sentendola aleggiare in un silenzio interiore scomodo, importuno, non risolvibile distraendosi un po’.

La morte scelta, per chi la accosta in prima persona, si trasforma in uno specchio, in cui ognuno vede svelato (e tende a rivelare) quel che dà consistenza alla propria – improvvisamente non più ovvia – scelta di vivere. È con questo personalissimo “tesoro nascosto” di motivazioni ed energie – e non con un più o meno fornito arsenale di valori astratti – che ciascuno poi si presenta agli appuntamenti faticosi dell’esistenza. Che non sono unicamente le situazioni limite, ma tutte quelle in cui rimanere lì dove si è chiede delle risorse spirituali capaci di bilanciare la fatica e lo star male per i pesi che gravano sulle spalle.

Forse è vero che ad ogni cambio di passo nella vita la decisione è se rimanere o andarsene. L’evangelista Giovanni ce lo ha mostrato anche nella storia dei discepoli di Gesù di Nàzaret, spaventati dalla durezza delle prospettive di passione e sollecitati dal maestro a misurarsi con la loro verità interiore proprio con questa domanda: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).

Quel paio di scarpe da tennis un po’ infangate, sospese nel vuoto all’altezza degli occhi, mi interrogano ancora dopo vent’anni, e continuano a farlo non a proposito della mia libertà di andarmene – come avrei preferito allora, in quel bosco – ma della mia capacità di restare – ovunque la vita mi chieda fedeltà. L’effetto specchio, quando il contatto con la morte scelta è diretto, protegge dal farsi giudici del dramma di un’altra persona, ma allo stesso tempo espone implacabilmente all’autoanalisi. È una lezione doppia, in un’unica tessitura, che non si dimentica.

Oggi avverto con forza che anche quando discutiamo di vicende a noi distanti esistenzialmente, l’interrogativo sulla capacità di rimanere e di assorbire gli urti della vita non può essere distorto in una valutazione sulla resistenza altrui.

Non può però nemmeno esaurirsi nel dibattere della ridefinizione dei margini legislativi per andarsene.

Quell’interrogativo va onorato per quel che propriamente ci sollecita a saggiare: per che cosa scegliamo di vivere? Quanto questo “tesoro nascosto” nutre la nostra capacità di restare? Crediamo che la nostra fedeltà alle situazioni faticose – almeno fino a un certo punto – sia un bene di umanità per tutti? Abbiamo qualche possibilità per rinforzarci interiormente?

Come ogni morte scelta, anche il suicidio assistito di Fabiano Antoniani inevitabilmente ci sta provocando, ci scuote dalla nostra routine, ci mette allo specchio. Ma sapremo non disgiungere la riflessione legislativa sulla libertà di andarsene da quella esistenziale sulla (nostra, personale) capacità di restare? Credo che solo conservando intatta questa “figura di coppia” potremo evitare che la giusta riflessione sulle situazioni limite non alimenti sottotraccia una cultura ordinaria del sottrarsi e l’illusione che felicità faccia rima con facilità.

Come insegnava Maritain, l’umano si gioca più di quanto immaginiamo sulla accortezza del distinguere per unire: vale forse la pena di ricordarlo meditando e discutendo con altri dei fatti di questi giorni”.

17 febbraio, festa di libertà

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Domani sarà una giornata di festa per i protestanti italiani, per i valdesi in particolare, come ogni 17 febbraio dal 1848 a questa parte. E leggendo quest’articolo mi pare corretto dire che dovrebbe essere una festa per tutti coloro che amano la libertà. L’articolo è tratto dal sito Notizie Evangeliche.
Da 169 anni i valdesi celebrano il 17 febbraio in ricordo del riconoscimento dei loro diritti civili da parte del Re di Sardegna Carlo Alberto. E’ una festa sentita con particolare solennità nelle Valli valdesi del Piemonte, dove il 17 febbraio ha assunto il carattere di festa civile e religiosa: da un lato i cortei con le fanfare e i falò notturni – in memoria di come, di valle in valle, si diffuse la notizia delle concesse libertà – dall’altro i culti celebrati nei diversi templi.
Le “Patenti di grazia” firmate da Re Carlo Alberto il 17 febbraio 1848 (e pubblicate il successivo 25 febbraio) concessero ai valdesi del Piemonte i diritti civili e politici, ma non la piena libertà religiosa. Nel provvedimento si legge infatti: “i valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici. Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette”. Nonostante i limiti di questa dicitura, le “lettere patenti” posero comunque fine a una condizione d’inferiorità civile durata per secoli: sino al febbraio 1848 ai valdesi era proibita la frequenza delle scuole pubbliche ed era vietato l’esercizio delle professioni (se non quella di notaio e di medico, a esclusivo vantaggio dei propri correligionari); fuori dal “ghetto alpino” delle loro valli, essi non potevano nemmeno possedere beni immobili. Inoltre, le amministrazioni comunali dovevano essere composte in maggioranza da cattolici, anche nei comuni quasi totalmente valdesi. Per quanto concerne l’esercizio del culto, questo continuò ad essere consentito solamente in un certo numero di templi autorizzati, situati nelle località più elevate, con assoluto divieto di attività religiose fuori da quei luoghi.
A favore della parità di diritti civili per i valdesi si erano battuti diversi liberali piemontesi: lo dimostra una petizione il cui primo firmatario era Roberto d’Azeglio; seguivano, tra gli altri seicento, Camillo Cavour e 75 ecclesiastici cattolici. Il 29 marzo dello stesso anno analogo provvedimento di emancipazione fu adottato nei confronti degli ebrei, mentre negli anni successivi maturarono le condizioni per una vera libertà – non senza dure battaglie che, ad esempio, riguardarono la costruzione di edifici di culto a Torino e a Genova. Diversi furono invece gli sviluppi legislativi per le due confessioni: il regime giuridico delle comunità israelitiche fu stabilito da una legge specifica (la cosiddetta “legge Rattazzi” del 1857). I valdesi rifiutarono invece l’emanazione di un’apposita legge con una celebre dichiarazione del 1848, in cui la Tavola valdese (massimo organo esecutivo) affermava tra l’altro che “la Chiesa valdese, essendo tale in virtù della sua regola di fede e della sua costituzione, deve amministrarsi in modo assolutamente indipendente secondo i suoi principi, nei limiti del diritto comune; ogni impedimento e riduzione posti dallo Stato alla sua attività ed allo sviluppo della sua vita interna ne falserebbero il carattere di chiesa e costituirebbero un tentativo di distruggerla”.
Non fu approvata alcuna legge speciale sui valdesi e il sistema del “diritto comune” rimase in vigore sino al 1929, offrendo così a tutte le altre confessioni evangeliche che si affacciarono nell’Italia unita un quadro di libertà religiosa. La ricorrenza del 17 febbraio – oggi festeggiata da tutti i protestanti del nostro paese – ha quindi un duplice significato: è la festa dei diritti civili concessi ad una minoranza, ed è insieme il ricordo di un provvedimento che, in se stesso limitato, aprì la via alla libertà religiosa in tutta Italia: una festa che per i suoi significati generali è divenuta una ricorrenza di più ampia portata.”

Un tuffo nel Danubio

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Ci sono eventi che si fissano nella memoria insieme alle cose che stai facendo in quel momento. Una di queste, per me, è il Natale del 1989; avevo 15 anni. Ricordo che nel pomeriggio, a casa di amici, abbiamo iniziato a seguire quanto stava succedendo in Romania e mi ricordo perfettamente l’annuncio dell’esecuzione di Nicolae Ceaușescu e della moglie. Oggi, su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, trovo questo articolo di Marina Constantinoiu e Istvan Deak (Originariamente pubblicato in romeno da http://miscareaderezistenta.ro il 15 marzo 2016. Questo articolo fa parte di una serie di inchieste realizzata nell’ambito del progetto “Reporters in the field”, finanziato dalla Robert Bosch Stiftung, in collaborazione con Berliner Journalisten Schule. Alcuni di questi articoli vengono ora proposti anche ai lettori di OBC Transeuropa)
La fine degli anni ’80 in Romania vedeva esacerbarsi tutti i problemi sistemici del regime comunista instauratosi quattro decenni prima. La popolazione nutriva un profondo risentimento per il grave calo del tenore di vita, la riduzione delle libertà civili, l’isolamento internazionale del paese, le erratiche politiche statali e gli abusi quotidiani; erano in molti a sentirsi sull’orlo della disperazione. Per i romeni, la libertà nell’accezione della Dichiarazione universale dei diritti umani aveva un solo significato: la defezione in Occidente. Oltre il confine del Danubio, oltre il confine di terra finemente arato per rilevare qualsiasi impronta, oltre le onde del Mar Nero: solo lì c’era la libertà. Alcuni trasformavano questa ricerca della libertà in un’ossessione personale. Il proposito si estendeva a tutta la popolazione a prescindere dall’età. Questo potrebbe spiegare perché molti disertori erano minorenni. Con il senno di poi, è facile giudicarli giovani sconsiderati in cerca di adrenalina. Quello che non è facile è mettersi nei loro panni, immaginarsi oggi, dalla nostra prospettiva di persone che godono di accesso all’istruzione e all’informazione e del discernimento e la libertà di scelta che loro non avevano, che cosa significasse vivere in una società recintata.
Allenarsi, raccogliere informazioni, procurarsi mappe, racimolare denaro, contattare guide, nuotare vasche su vasche, ottenere i documenti e sperare. Chi decideva di scappare attraversando a nuoto il Danubio aveva i documenti legati al corpo in un sacchetto di plastica: l’unico tesoro. I più fortunati avevano famiglia o amici in Occidente, e i loro indirizzi erano il loro pass per l’esterno: una piccola garanzia che non sarebbero stati restituiti alle autorità romene. Negli anni ’80 la fuga era un sogno di massa, che molti di noi conservavano in silenzio, perché qualunque confidente si sarebbe potuto rivelare una spia. La brutalità del sistema politico si fa più evidente in questi dettagli diabolici: chi spiava chi? Molti ex fuggitivi, andando a visionare i propri file della Securitate (ora sotto la custodia del Consiglio Nazionale per lo Studio dei file Securitate, o CNSAS), sono rimasti sconvolti nello scoprire che le spie erano i loro mariti e mogli, figli e figlie, fratelli e sorelle, suoceri e anche vicini di casa, colleghi di lavoro, amici o sacerdoti. Il quadro di repressione che trasuda da queste carte meriterebbe un’inchiesta giornalistica a parte.
Giovani e meno giovani erano arrivati a preferire il rischio della possibile morte sul confine o nel Danubio alla vita nella gabbia che era diventata la Romania. La fuga era il sogno di molti. Il risultato? Dal 1985, la Romania ha registrato una migrazione senza precedenti, con persone disposte a tutto per attraversare il confine: un’emorragia umana in atto fin dal 1948-1949, ma mai ai livelli registrati nei tardi anni ’80. La possibilità di emigrare legalmente non era un’opzione percorribile, ad eccezione dei rari casi di persone in grado di rivendicare un diritto al ricongiungimento familiare permanente. La libertà di movimento nella Romania comunista non impediva solo i viaggi all’estero, ma anche gli spostamenti all’interno del paese: ogni viaggio verso una località di frontiera doveva essere motivato e notificato alle autorità. Gli appartenenti alle minoranze tedesca ed ebraica avevano la possibilità di emigrare legalmente, ma ad un prezzo: la Repubblica Federale di Germania e Israele pagavano una somma per ogni individuo a cui il regime comunista permetteva di lasciare la Romania. Agli altri non rimaneva che cercare di attraversare illegalmente il confine, a piedi o a nuoto.
Molti di questi disertori, tuttavia, non sopravvivevano al tentativo di fuga verso la libertà: venivano uccisi dai colpi di pistola sparati dalle guardie di frontiera, picchiati a morte o annegavano nel Danubio. Secondo il codice penale dell’era comunista, attraversare il confine era reato. Chi ci provava, se restituito alle autorità romene da parte dei vicini paesi comunisti, veniva incriminato ai sensi dell’articolo 245 del codice penale, con una reclusione da sei mesi a tre anni. Questo articolo fu abrogato con la legge-decreto 12 del 10 gennaio 1990, appena dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaușescu. Testimoni e statistiche indicano che a mietere più vittime tra il 1988 e il 1989 era il confine romeno-jugoslavo, seguito da vicino da quello bulgaro-jugoslavo, dove molti, in particolare tedeschi dell’est, morivano nel tentativo di raggiungere la Germania Ovest.
I media stranieri, in particolare Radio Free Europe, dedicavano grande attenzione ai fuggiaschi romeni. Questi erano anche gli unici canali d’informazione per scoprire che cosa succedeva dietro la cortina di ferro. Su Radio Free Europe si potevano ascoltare lettere inviate dai disertori o dalle famiglie afflitte dalla scomparsa dei loro cari. Ma tutti i media stranieri erano molto attivi sul tema, e già dal 1985 il confine romeno era considerato il più sanguinoso in Europa. La stampa di Ungheria e Germania Ovest dava copertura approfondita delle morti nel tentativo di attraversare il confine.
Il quotidiano ungherese Magyar Hirlap scrisse nel 1988 che 4000 cittadini romeni avevano attraversato quell’anno il confine verso l’Ungheria. Nel numero del 30 dicembre 1988, la pubblicazione della Germania Ovest Niedersachsische definì il confine della Romania come il più sanguinoso d’Europa. Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, sempre nel 1988 circa 400 disertori sarebbero stati uccisi dalle guardie di frontiera; l’articolo fu ripreso da The Oregonian con il titolo “I profughi romeni meritano di essere riconosciuti come tali”. Inoltre, il quotidiano jugoslavo Večernje Novosti pubblicò diversi articoli sui disertori romeni, stimando oltre 4000 vittime nel solo 1989.
26 anni dopo la caduta del comunismo, lo stato rumeno deve ancora formulare una posizione ufficiale sulla questione dei fuggiaschi uccisi o arrestati e successivamente maltrattati dalle autorità. Si tratta di un vero e proprio buco nero nella storia recente della Romania: una ferita collettiva lasciata senza medicazione. Una “meningite morale”, nelle parole di una delle persone che intrapresero la fuga. Questo non può non avere conseguenze: è uno dei motivi per cui il paese è bloccato e non riesce ad andare avanti. I fuggitivi sono stati uccisi al confine durante tutto il regime comunista, ma il picco è stato raggiunto negli ultimi anni: 1988-1989. Le persone che hanno dato gli ordini e quelle che li hanno eseguiti con eccesso di zelo sono ancora qui e sono ancora capaci di intendere e di volere. Nessuno li ha mai messi di fronte alle loro responsabilità.
Gli autori di questa inchiesta giornalistica sono riusciti a ricostruire un solo caso di guardia di frontiera processata e condannata per aver ucciso un cittadino romeno mentre attraversava il confine. Questa storia sarà al centro di uno degli articoli di questa serie”.

Paura, coraggio, potere, liberalismo

paura

Pubblico due post in uno, anzi, per la verità sarebbero tre. Dopo l’intervista a Zygmunt Bauman sull’utilizzo della paura da parte del potere, ho fuso due pezzi di Francesca Rigotti su paura, coraggio e liberalismo. Ne metto qui anche il pdf: Paura, coraggio, potere, liberalismo

LA PAURA E IL POTERE

Zygmunt Bauman

intervistato da Giulio Azzolini, “La Repubblica“, 5 agosto 2016

Professor Bauman, sono passati dieci anni da quando scrisse “Paura liquida” (Laterza). Che cos’è cambiato da allora?
“La paura è ancora il sentimento prevalente del nostro tempo. Ma bisogna innanzitutto intendersi su quale tipo di paura sia. Molto simile all’ansia, a un’incessante e pervasiva sensazione di allarme, è una paura multiforme, esasperante nella sua vaghezza. È una paura difficile da afferrare e perciò difficile da combattere, che può scalfire anche i momenti più insignificanti della vita quotidiana e intacca quasi ogni strato della convivenza”.
Per il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag, la nostra è l’epoca delle “passioni tristi”. Che cosa succede quando la paura abbraccia la sfiducia?
bauman“Succede che i legami umani si frantumano, che lo spirito di solidarietà si indebolisce, che la separazione e l’isolamento prendono il posto del dialogo e della cooperazione. Dalla famiglia al vicinato, dal luogo di lavoro alla città, non c’è ambiente che rimanga ospitale. Si instaura un’atmosfera cupa, in cui ciascuno nutre sospetti su chi gli sta accanto ed è a sua volta vittima dei sospetti altrui. In questo clima di esasperata diffidenza basta poco perché l’altro sia percepito come un potenziale nemico: sarà ritenuto colpevole fino a prova contraria”.
Eppure l’Europa ha già conosciuto e sconfitto l’ostilità e il terrore: quello politico delle Br in Italia e della Raf in Germania, quello etnico-nazionalistico dell’Eta in Spagna e dell’Ira in Irlanda. Il nostro passato può insegnarci ancora qualcosa o il pericolo di oggi è incomparabile?
“I precedenti sicuramente esistono, tuttavia pochi ma decisivi aspetti rendono le attuali forme di terrorismo assai differenti dai casi che lei ricordava. Questi ultimi erano prossimi ad una rivoluzione (mirando, come le Br o la Raf, ad una sovversione del regime politico) o ad una guerra civile (puntando, come l’Eta o l’Ira, all’autonomia etnica o alla liberazione nazionale), ma si trattava pur sempre di fenomeni essenzialmente domestici. Ebbene, gli atti terroristici odierni non appartengono a nessuna delle due fattispecie: la loro matrice, infatti, è completamente diversa”.
Qual è la peculiarità del terrorismo attuale?
“La sua forza deriva dalla capacità di corrispondere alle nuove tendenze della società contemporanea: la globalizzazione, da un lato, e l’individualizzazione, dall’altro. Per un verso, le strutture che promuovono il terrorismo si globalizzano ben al di là delle facoltà di controllo degli Stati territoriali. Per altro verso, il commercio delle armi e il principio di emulazione alimentato dai media globali fanno sì che ad intraprendere azioni di natura terroristica siano anche individui isolati, mossi magari da vendette personali o disperati per un destino infausto. La situazione che scaturisce dalla combinazione di questi due fattori rende quasi del tutto invincibile la guerra contro il terrorismo. Ed è assai improbabile che esso abdichi a dinamiche ormai autopropulsive. Insomma, si ripropone, sotto nuove forme, il mitico problema del nodo gordiano, quello che nessuno sa sciogliere: e sono molti i sedicenti eredi di Alessandro Magno che, ingannando, giurano che le loro spade riuscirebbero a reciderlo”.
Per molti politici e molti commentatori, le radici del terrorismo vanno rintracciate nell’aumento incontrollato dei flussi migratori. Quali sono, a suo giudizio, le principali ragioni della violenza contemporanea?
“Com’è evidente, i profitti elettorali che si ottengono stabilendo un nesso di causa-effetto tra immigrazione e terrorismo sono troppo allettanti perché i concorrenti al gioco del potere vi rinuncino. Per chi decide è facile e conveniente partecipare ad un’asta sul mezzo più efficace per abolire la piaga della precarietà esistenziale, proponendo soluzioni fasulle come fortificare i confini, fermare le ondate migratorie, essere inflessibili con i richiedenti asilo… E per i media è altrettanto facile dare visibilità alla polizia che assalta i campi profughi oppure diffondere le immagini fisse e dettagliate di uno o due kamikaze in azione. La verità è che è maledettamente complicato toccare con mano le radici autentiche di una violenza che cresce in tutto il mondo, per volume e per intensità. E giorno dopo giorno diventa ancora più arduo, se non proprio impossibile, dimostrare che i governi abbiano individuato quelle radici e stiano lavorando davvero per sradicarle”.
Vuole dire che anche i politici occidentali utilizzano la paura come strumento politico?
“Esattamente. Come le leggi del marketing impongono ai commercianti di proclamare senza sosta che il loro scopo è il soddisfacimento dei bisogni dei consumatori, pur essendo loro pienamente consapevoli che è al contrario l’insoddisfazione il vero motore dell’economia consumistica, così gli imprenditori politici dei nostri giorni dichiarano sì che il loro obiettivo è garantire la sicurezza della popolazione, ma al contempo fanno tutto il possibile, e anche di più, per fomentare il senso di pericolo imminente. Il nucleo dell’attuale strategia di dominio, dunque, consiste nell’accendere e tenere viva la miccia dell’insicurezza…”.
E quale sarebbe lo scopo di questa strategia?
“Se c’è qualcosa che tanti leader politici non vedevano l’ora di apprendere, è lo stratagemma di trasformare le calamità in vantaggi: rinfocolare la fiamma della guerra è una ricetta infallibile per spostare l’attenzione dai problemi sociali, come la disuguaglianza, l’ingiustizia, il degrado e l’esclusione, e rinsaldare il patto di comando-obbedienza tra i governanti e la loro nazione. La nuova strategia di dominio, fondata sulla deliberata spinta verso l’ansia, permette alle autorità stabilite di venire meno alla promessa di garantire collettivamente la sicurezza esistenziale. Ci si dovrà accontentare di una sicurezza privata, personale, fisica”.
Crede che in tal modo le istituzioni rischino di smarrire il carattere democratico?
“Di sicuro la costante sensazione di allerta incide sull’idea di cittadinanza, nonché sui compiti ad essa legati, che finiscono per essere liquidati o rimodellati. La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E i richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione”.
Papa Francesco appare l’unico leader intenzionato a sfatare quello che lei altrove ha chiamato “il demone della paura”.
“Il paradosso è che sia proprio colui che i cattolici riconoscono come il portavoce di Dio in terra a dirci che il destino di salvezza è nelle nostre mani. La strada è un dialogo volto a una migliore comprensione reciproca, in un’atmosfera di mutuo rispetto, in cui si sia disposti ad imparare gli uni dagli altri. Ascoltiamo troppo poco Francesco, ma la sua strategia, benché a lungo termine, è l’unica in grado di risolvere una situazione che somiglia sempre di più a un campo minato, saturo di esplosivi materiali e spirituali, salvaguardati dai governi per mantenere alta la tensione. Finché le relazioni umane non imboccheranno la via indicata da Francesco, è minima la speranza di bonificare un terreno che produrrà nuove esplosioni, anche se non sappiamo prevedere con esattezza le coordinate”.

PAURA, CORAGGIO e LIBERALISMO

Francesca Rigotti*

Per quanto riguarda la paura, la filosofia politica ha da tempo a disposizione un autore eccellente: Thomas Hobbes (1588-1679), «il gemello della paura» (sua madre lo partorì prematuramente – racconta egli stesso nella sua autobiografia – terrorizzata dalla notizia dell’arrivo dell’«Invincibile Armada»). Solo di recente la filosofia politica dispone anche di un’autrice eccellente, Judith Shklar.
Nel 1651 Hobbes pubblicò il Leviatano, nel quale proponeva una serie di misure per combattere la paura rigottiaccrescendo la sicurezza. Nel 1989 Shklar diede alle stampe un saggio dal titolo Liberalismo della paura, un testo complesso sul ruolo della paura nel processo di elaborazione teorica della politica.
Due parole sul contenuto a partire dai titoli, soprattutto sul secondo, che non è di immediata comprensione, anzi è proprio controintuitivo. In Liberalism of fear il genitivo sembra oggettivo e pare significare che il liberalismo «ha paura» di qualcosa, mentre ciò che si intende è il liberalismo come principio politico che libera dalla paura. Il Leviatano di Hobbes è invece il mostro biblico la cui immagine allegorica illustra il frontespizio della prima edizione del volume. Si tratta della famosa immagine rappresentante lo stato in veste di gigante, con in mano le insegne del potere dello stato e della chiesa (con la destra impugna la spada, con la sinistra la croce episcopale) e il cui corpo è formato da una moltitudine di individui di cui vediamo non i petti ma le schiene. La carne del gigante stato è la carne stessa di tutti gli individui che gli si affidano, rivolgendosi verso di lui pieni di paura, per venire difesi. Qui a liberare dalla paura è il potere dello Stato.
Lo stato di natura, una condizione ipotetica in cui gli uomini vivevano allo stato selvaggio, è per Hobbes uno stato di guerra e di anarchia, in cui tutti sono diffidenti e dove, dalla diffidenza, nasce la guerra di ognuno contro tutti. La legge di natura dice dunque che occorre difendersi con ogni mezzo possibile, ma anche cercare la pace a ogni costo. Ora, per garantirsi pace e sicurezza, il miglior mezzo di cui dispongono gli uomini è di stabilire tra loro un contratto col quale cedono allo stato i diritti che, se fossero conservati individualmente, costituirebbero una grave minaccia per la pace dell’umanità. Secondo Hobbes «il motivo e lo scopo di chi rinuncia al suo diritto o lo trasferisce allo stato, è soltanto la sicurezza sua personale, della sua vita e dei mezzi per conservarla». Come controparte per l’obbedienza dei sudditi lo stato promette sicurezza all’interno e all’esterno. È a questa dottrina che si richiamano oggi alcuni personaggi pubblici che pensano che lo stato sia legittimato a placare la paura col garantire la sicurezza a qualunque costo, anche a spese del venir meno delle libertà e dei diritti personali.
Il liberalismo della paura di Shklar, studiosa eccellente per il suo rigore intellettuale e la sua serietà morale, nonché per la sua filosofia sociale nitidamente laica e secolare da una parte, quanto dall’altra impegnata nella difesa dei deboli dall’oppressione e dalla tirannia, contiene una teoria dei diritti in base alla quale il primo diritto non è il diritto alla vita o alla libertà bensì il diritto ad essere protetti dal primo vizio, che a sua volta non è, nella teoria di Shklar, la superbia bensì la crudeltà, com’ella ben spiega in Vizi comuni. Tutti i diritti, anzi, dovrebbero essere impegnati a proteggere l’uomo dalla crudeltà. La crudeltà è il più crudele dei mali. La crudeltà ispira la paura e la paura distrugge la libertà. Questo non significa secondo Shklar che un sistema liberale non debba essere coercitivo e in alcuni casi incutere paura: un minimo di timore per la punizione in caso di trasgressione è implicito in ogni sistema legislativo, anche nel più liberale e democratico. Il senso profondo delle sue asserzioni è che il sistema liberale deve prevenire dalla paura creata da atti di forza arbitrari, inaspettati e non necessari, specialmente se perpetrati dallo stato, per esempio atti di crudeltà, di sopruso e di tortura eseguiti da corpi istituzionali come esercito, polizia e servizi segreti. In uno stato liberale non si dovrebbe aver paura della tortura perché la tortura non vi dovrebbe esistere, affermava Judith Shklar, mostrando ahimè non grande lungimiranza proprio rispetto al suo paese di adozione, gli Stati Uniti.
Questo è lo spirito che caratterizza il saggio Il liberalismo della paura, non il liberalismo della speranza e del progresso, ma il liberalismo che libera dalla paura. Se sapremo guardare alla crudeltà come al nostro vizio principale, indirizzeremo tutti i nostri sforzi a diminuire le occasioni in cui può essere esercitata. Perché la paura, lo sappiamo, «destroys freedom». Soggetti alla crudeltà, gli individui perdono l’energia che costituisce la libertà. E poiché sono i governi a controllare i mezzi più potenti per infliggere danni alla gente, è dei governi che si deve sospettare ed è dei governi che ci si deve indignare. I modelli di interazione sociale che promuovono, anche indirettamente, la crudeltà, diventano così bersagli dell’opposizione liberale.
Ora, nel successivo passaggio, si vede come la diseguaglianza induce la crudeltà in tentazione: così una società che considera come primo vizio la crudeltà è una società egualitaria che incoraggia la libertà dei cittadini nella costruzione del carattere proprio a ognuno. La posizione di Shklar è originale rispetto ad altri «teorici della paura», anche se conserva un punto in comune con essi, ovvero l’idea che diverse istituzioni, lo stato, la religione, abbiano il loro principio, il loro inizio e la loro giustificazione cioè, nella paura. Penso in particolare a Thomas Hobbes. Penso a Montesquieu, che faceva della paura il principio d’azione del regime dispotico come l’onore era il principio di quello monarchico e la virtù quello delle repubbliche. Penso a Hannah Arendt che denuncia il terrore in quanto fattore che annichilisce le persone, mentre salva in qualche modo la libertà che contiene in sé «la linfa stessa della libertà e del desiderio di riscatto».
Il liberalismo della paura dovrebbe garantire dagli abusi del potere e dalle sue intimidazioni chi è senza difesa e incoraggiare «l’eliminazione di quelle forme di dominio che impediscono la fruizione dei diritti fondamentali e che riducono la possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro». È curioso inoltre che la posizione di Shklar, che diceva di non essere femminista perché non riusciva a immaginarsi in un sistema di credenze collettive, sia molto vicina a quella di Adriana Cavarero, teorica del femminismo della differenza e dell’essenzialismo, nel cercare di vedere il fenomeno della paura, Shklar, e del terrore, Cavarero, dalla parte delle vittime, che è la tesi del libro Orrorismo.
Si parla tanto, tantissimo di paura in questi anni, anche se non è la paura per il pericolo degli abusi dello stato il nocciolo, come lo era per Shklar, bensì un altro tipo di paura, per un altro tipo di pericoli. Alcuni commentatori politici sostengono addirittura che il senso di vulnerabilità e di paura si siano così sedimentati in noi da diventare la cifra della nostra epoca. Molti sociologi ed economisti hanno elaborato una «sindrome della paura», ripresa e diffusa dai media e sfruttata alla grande dai politici. Qualcuno per fortuna ha cominciato a ribellarsi, per esempio il norvegese Lars Svendsen, autore di una Filosofia della paura tradotta in inglese nel 2008 dall’originale norvegese del 2007 e accessibile anche in traduzione italiana. Il suo autore vi sostiene che non è che viviamo in un mondo senza pericoli, ma che non ha nemmeno senso guardare ogni fenomeno dalla prospettiva della paura, iniziata tra l’altro ben prima dell’11 settembre. Ci hanno propinato dosi massicce di ideologia apocalittica, la quale ci ha fatto persuasi che tutto va male e che in futuro andrà anche peggio; che i terroristi sono la minaccia più grave e più probabile (!) per le nostre vite, che gli stranieri sono un pericolo serio e gli stranieri migranti ci priveranno della nostra cultura e della nostra terra, che siamo in balia di terribili virus e di coloranti alimentari nocivissimi, che i nostri figli incontreranno pedofili ed erotomani a ogni passo, che i delitti contro la persona sono in aumento a dismisura (non è vero!, ma la loro percezione sì, ed è quella che conta!). In realtà viviamo nella società più sicura che sia mai esistita, e il dolore, la malattia e la morte, soprattutto la morte violenta, rappresentano nelle nostre esistenze una parte molto inferiore a quella giocata nelle generazioni precedenti. Svendsen, dopo aver introdotto la cultura della paura, spiega che cosa la paura è, quale è il suo rapporto col rischio, perché la paura attrae, in che cosa consiste il rapporto tra paura e fiducia, la politica della paura, l’ipotesi di un mondo immune o quasi da paura.
Francesca Rigotti (Ti-Press)Nella parte teorica del libro, il cap. 6 (La politica della paura), si citano autori moderni e contemporanei come Hobbes, Montaigne, Judith Shklar e Samuel Huntington, messi dall’autore in un unico paiolo. Bisognerebbe invece distinguere con maggior chiarezza, ed è quel che faccio, tra i «paurosi» (Hobbes e Huntington) e i «coraggiosi» (Montaigne, Shklar et al.): tra i primi, che affranti dalla paura si dispongono a rinunciare alle libertà civili pur di introdurre forme di controllo presumibilmente garanti di una maggior sicurezza, e i secondi, che sono disposti a difendere principi di libertà personale e diritti civili e legali assegnando a libertà e giustizia un ruolo superiore a quello della paura.
Mi fermo qui chiedendomi se, ispirati da Montaigne, Montesquieu e Shklar piuttosto che da Hobbes e Huntington, non si potrebbero mettere in campo altri dispositivi per vincere la paura che non siano misure liberticide quali l’introduzione dello stato di emergenza o lesive della dignità personale come il «body scanner». Magari un dispositivo banale come il coraggio. E propongo, a partire dal liberalismo della paura di Shklar, un liberalismo del coraggio, un liberalismo che incoraggia il coraggio oltre a prevenire dalla paura: un «coraggio del liberalismo»?
Prima di entrare nel merito, vorrei ancora ricordare le posizioni di due autori «protoliberali» che mi aiuteranno, per esclusione o per inclusione, a chiarire la mia posizione. Il primo autore è Kant, le cui osservazioni sul coraggio escludono tutte le donne dalla possibilità di esercitare e persino di conoscere questa virtù. In vari punti delle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764), come pure dell’Antropologia da un punto di vista pragmatico (1798) il filosofo esprime chiaramente le sue considerazioni sul tema, pur non dedicando in alcuna delle due opere una trattazione particolare al coraggio. Kant non soltanto attribuisce le basse passioni al sesso femminile, e il ben più elevato intelletto al sesso maschile, ma assegna in toto i sentimenti connotati negativamente e passivamente alle donne, le emozioni attive e spositive agli uomini. Le donne hanno sentimenti; gli uomini abbiano dunque intelletto. Nell’ambito della distribuzione secondo il sesso, i due membri della coppia paura/coraggio spetteranno – ça va sans dire – alle donne la prima, agli uomini il secondo, anche perché il coraggio sarebbe per Kant una virtù razionale, che si avvicina dunque all’intelletto; la paura, un sentimento passionale. A quello che è presentato come un dato di fatto viene giusto data una breve spiegazione di ordine antropologico: la paura della donna garantisce la riproduzione della specie in quanto l’espressione di tale «naturale debolezza che pertiene al suo sesso» risveglia nel maschio i suoi altrettanto naturali caratteri di forza e di protezione.
Sappiamo che Kant non era un autore ancora completamente «liberale». Rivolgiamoci quindi a un autore successivo, nato e cresciuto negli USA, Ralph Waldo Emerson, le cui osservazioni sul coraggio includeremo nella nostra storia. Definire Emerson liberal-democratico è senza dubbio eccessivo, oltre che antistorico. Eppure anch’egli costituì un importante ambito di riferimento per molti filosofi liberali. In una conferenza tenuta nel 1859 davanti alla società dell’attivista antischiavista Theodore Parker, Emerson si soffermò a parlare del coraggio, e Courage fu infatti il titolo del saggio tratto dalla conferenza stessa. Emerson presenta il coraggio come una delle qualità che in maggior misura suscitano la meraviglia e la reverenza dell’umanità, insieme al disinteresse e alla potenza pratica. Il coraggio – scrive Emerson – «è lo stato sano e giusto di ogni uomo, quando è libero di fare ciò che per lui è costituzionale fare». Nemmeno la «timida donna», di fronte a situazioni estreme, teme il dolore e mostra il proprio coraggio quando ama un’idea più di ogni altra cosa al mondo, provando letizia «nella solitaria adesione al giusto», né teme «le fascine che la bruceranno; la ruota torturatrice non le fa spavento». La paura infatti, prosegue Emerson, è superficiale e illusoria quanto lo è il dolore fisico che alla fine, dopo il primo tormento, diventa quasi impercettibile. La paura è superabile quando si è all’altezza del problema che ci sta dinnanzi e quanto più si comprende precisamente il pericolo. L’antidoto alla paura è la conoscenza; la conoscenza toglie la paura dal cuore e dà coraggio e il coraggio è contagioso.
La prima virtù degli antichi greci, conclude Emerson, non fu la bellezza dell’arte bensì l’istinto del coraggio, che alle Termopili «tenne l’Asia fuori dall’Europa, l’Asia con le sue antiquatezze e con la sua schiavitù organica». Desidero però soffermarmi sull’accostamento tra coraggio e libertà, senza attribuirne l’esclusiva ad alcun paese o genìa, per tornare all’interrogativo che ponevo all’inizio: esiste un liberalismo che promuove il coraggio oltre a prevenire la paura, o ancor più precisamente esiste, e se sì in che cosa consiste, il «coraggio del liberalismo»?
Sembra in realtà, questo «coraggio del liberalismo», un sentimento non adeguato: il liberalismo è ritenuto una teoria politica ragionevole e tranquilla, ben lontana dall’infiammare gli animi alla stregua di altri movimenti e dottrine e che non spinge le persone sulle barricate. Tuttavia il liberalismo sarebbe impensabile – ritengo – senza il coraggio: tant’è che alcune posizioni contemporanee che propongono di sacrificare la libertà alla sicurezza per preservare dalla paura – non dei soprusi istituzionali come pensava Shklar, bensì degli attacchi terroristici e criminali – finiscono per snaturare i caratteri fondamentali del liberalismo, soprattutto nella versione, cui mi rifaccio, del liberalismo egualitario.
Alcuni commentatori politici sostengono che oggi il senso di vulnerabilità e di paura si siano così sedimentati in noi da essere divenuti la cifra della nostra epoca. Siamo la società della paura. La sindrome da paura e da insicurezza collabora alla rinascita dei populismi, che promuovono i politici che fanno proprio il tema della sicurezza e sbandierano politiche di repressione minacciando i valori dei diritti civili e più in generale della libertà. La società si polarizza tra coloro che fanno del pericolo dell’aggressione fisica la leva per introdurre un ordine gerarchico e di privilegi da una parte, e coloro che intendono difendere la privacy, il free speech e il valore della diversità culturale dall’altra.
Beninteso le gravissime minacce alla sicurezza – provenienti dal terrorismo, dalla criminalità internazionale, dall’immigrazione clandestina incontrollata – sono reali così come reale è l’esigenza di politiche efficaci. Accade però che la demagogia populista e la dinamica assolutista congiurino contro le libertà civili e contro l’esistenza di una sfera pubblica vitale, in una parola, contro la democrazia. Viene così a crearsi una frattura e una contrapposizione tra sicurezza e libertà nelle quali le due vengono di fatto opposte una all’altra come un aut aut. Ma la politica della paura e della limitazione delle libertà, corrodendo alla radice il tessuto della vita democratica, ottiene l’effetto di esporre sempre più alle minacce del terrorismo e della violenza, in modo tale che la democrazia è doppiamente messa a repentaglio: dagli attacchi esterni e dall’autoritarismo interno.
Ma per tornare al coraggio, andiamo a vederne dei casi negli esempi proposti da Shklar, che si rifaceva a sua volta a Michel de Montaigne; per esempio, il coraggio mostrato dai re indiani conquistati dai predoni spagnoli – afferma Shklar con la voce di Montaigne – , quel loro invincibile coraggio che consisteva nel dignitoso rifiuto di compiacere i loro conquistatori; come pure il coraggio dei poveri, dei contadini francesi dell’epoca di Montaigne che mostravano questa loro virtù vivendo rassegnati e morendo senza scalpore: anche questa per Montaigne-Shklar una forma di coraggio. Preferisco dunque individuare nel coraggio, il semplice coraggio di darsi autonomamente norme e regole, per contratto, per consenso, dopo dialogo e deliberazione, come una delle cifre della modernità e della secolarizzazione, che si presenta coi caratteri di adultità e maturità.
(Dal sito www.doppiozero.com i due articoli Paura e Coraggio)

*Francesca Rigotti: laureata in Filosofia (Milano 1974), Dr.rer.pol. (I.U.E. 1984), Dr.habil. (Göttingen 1991), è stata docente alla Facoltà di Scienze politiche dell´Università di Göttingen come titolare di un”Heisenberg Stipendium” della Deutsche Forschungsgemeinschaft e visiting fellow alDepartment of Politics dell´Università di Princeton e docente all´UZH. Tra le sue pubblicazioni si segnalano una dozzina di monografie edite da Bibliopolis (1981), Il Mulino (1989, 2000, 2002, 2006 e 2008), Feltrinelli (1992, 1995e 1998), Interlinea (2004 e 2008), tradotte in sette lingue, tutti pertinenti ad argomenti di storia del pensieropolitico-filosofico, di metaforologia e di comunicazione politica, oltre a numerosi articoli, e saggi su riviste specializzateinternazionali. Svolge un´intensa attività di critica libraria in riviste e quotidiani (http://search.usi.ch/persone/d9eef74c6a7b9dff8022c06af7e57531/Rigotti-Francesca).

L’impronta, la traccia

impronta

Pochi giorni fa si è tenuta in Polonia la Gmg. Ho letto in rete vari titoli, spesso polemici, sul discorso del papa alla veglia di preghiera: debole, buonista, semplicistico, banale… Finalmente stamattina, con calma, sono riuscito a leggerlo. Ne ho dedotto un’unica domanda e un ricordo.
La domanda: cosa c’è di diverso da quanto annunciato da Gesù nei Vangeli?
Il ricordo: Alessandro, scomparso nel 1999 a 23 anni dopo una battaglia contro la malattia. Ha lasciato un messaggio che trovo calzare a pennello con le parole di papa Francesco: “Io purtroppo ho dovuto sempre lottare nella mia vita, lottare per andare avanti, visto i miei numerosi problemi di salute. Nonostante ciò ho capito una cosa importantissima, direi fondamentale: l’importanza della vita e dell’amore di ogni persona. Giovani amate la vostra vita, non buttatela in stupide sciocchezze. Amatela fino in fondo, lottate per essa, abbiate il coraggio e speranza sempre, in ogni momento. Affidate pienamente la vostra vita al Signore e non avrete più paura di nulla. Che la vostra vita non sia una vita sterile … siate utili… “lasciate traccia“. Siete voi che dovete illuminare il mondo con la fiamma della vostra fede, del vostro amore.”

E queste sono le parole di Bergoglio al Campus Misericordiae di Cracovia:
Cari giovani, buona sera!
E’ bello essere qui con voi in questa Veglia di preghiera.
Alla fine della sua coraggiosa e commovente testimonianza, Rand ci ha chiesto qualcosa. Ci ha detto: “Vi chiedo sinceramente di pregare per il mio amato Paese”. Una storia segnata dalla guerra, dal dolore, dalla perdita, che termina con una richiesta: quella della preghiera. Che cosa c’è di meglio che iniziare la nostra veglia pregando?
Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, Paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da Paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, per noi non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come la coraggiosa Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato Paese.
Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo (del cellulare o del computer). Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte: tutti sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà. Cari amici, vi invito a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, di questa guerra che c’è oggi nel mondo, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. E in questa richiesta di preghiera voglio ringraziare anche voi, Natalia e Miguel, perché anche voi avete condiviso con noi le vostre battaglie, le vostre guerre interiori. Ci avete presentato le vostre lotte, e come avete fatto per superarle. Voi siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi.
Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti.
(SILENZIO)
Mentre pregavamo mi veniva in mente l’immagine degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Una scena che ci può aiutare a comprendere tutto ciò che Dio sogna di realizzare nella nostra vita, in noi e con noi. Quel giorno i discepoli stavano chiusi dentro per la paura. Si sentivano minacciati da un ambiente che li perseguitava, che li costringeva a stare in una piccola abitazione obbligandoli a rimanere fermi e paralizzati. Il timore si era impadronito di loro. In quel contesto, accadde qualcosa di spettacolare, qualcosa di grandioso. Venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato. La cosa cambia completamente!
Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.
Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?”. Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? Volete che altri decidano il futuro per voi? Volete essere liberi? Volete essere svegli? Volete lottare per il vostro futuro? Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro?
Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!
Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. E’ certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.
Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!
Potrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti! Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste – erano paralizzati – lo ha fatto anche con i nostri amici che hanno condiviso le loro testimonianze. Uso le tue parole, Miguel: tu ci dicevi che il giorno in cui nella “Facenda” ti hanno affidato la responsabilità di aiutare per il migliore funzionamento della casa, allora hai cominciato a capire che Dio chiedeva qualcosa da te. Così è cominciata la trasformazione.
Questo è il segreto, cari amici, che tutti siamo chiamati a sperimentare. Dio aspetta qualcosa da te. Avete capito? Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. E’ una sfida.
Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no?
Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo.
Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.
La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Qui, questo ponte primordiale: stringetevi la mano. Grazie. E’ il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia – quando si danno la mano e pensano un’altra cosa -, bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta.
Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? Ci stai? Cosa rispondono adesso – voglio vedere – le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? Il Signore benedica i vostri sogni. Grazie!”.

Gemme n° 499

La mia scelta non è tanto legata al significato della canzone (tra l’altro, non ne ha uno), ma al ricordo di un periodo molto divertente passato con gli amici in estate”. Così L. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Non so perché, ma mentre pubblicavo questa gemma mi è venuta in mente una frase di Brassens “Quando il sole vi canta nel cuore, una piccola mattina di estate, quella è libertà”.

Gemme n° 480

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La mia gemma è il libro «Mille splendidi soli»: mi ha fatto molto riflettere sulla situazione delle donne protagoniste, sottomesse agli uomini del regime talebano. Nonostante io sia una persona che si lamenta di continuo, penso a loro e alla loro situazione e penso che le mie siano stupidaggini. L’altro aspetto che voglio sottolineare è che in una storia di dolore, violenza e sofferenza possono nascere amicizie e amori: anche dalle cose tragiche possono nascere cose belle.” Con queste parole A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Ecco uno dei passi in cui si descrive la situazione delle donne: “Donne, attenzione: Dovete stare dentro casa a qualsiasi ora del giorno. Non è decoroso per una donna vagare oziosamente per le strade. Se uscite, dovete essere accompagnate da un mahram, un parente di sesso maschile. La donna che verrà sorpresa da sola per la strada sarà bastonata e rispedita a casa. Non dovete mostrare il volto in nessuna circostanza. Quando uscite, dovete indossare il burqa. Altrimenti verrete duramente percosse. Sono proibiti i cosmetici. Sono proibiti i gioielli. Non dovete indossare abiti attraenti. Non dovete parlare se non per rispondere. Non dovete guardare negli occhi gli uomini. Non dovete ridere in pubblico. In caso contrario verrete bastonate.” Una delle conseguenze? “L’amore era un errore pericoloso e la sua complice, la speranza, un’illusione insidiosa.” La negazione dell’essere umano.

Gemme n° 455

Questo video mi ha colpito molto: cerca di trasmettere un messaggio di rinforzo e incoraggiamento per le persone che soffrono e che sono in cattiva condizione. E’ un inno alla libertà.” Così S. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
E’ un semplice inno alla libertà questo brano di Pharrell Williams. Cito qui il ritornello di una canzone di qualche anno fa di Fabrizio Moro: “Voglio sentirmi libero da questa onda, Libero dalla convinzione che la terra è tonda, Libero libero davvero non per fare il duro, Libero libero dalla paura del futuro, Libero perché ognuno è libero di andare, Libero da una storia che è finita male. E da uomo libero ricominciare perché la libertà è sacra come il pane.”

Gemme n° 441

La mia gemma è il Libro «The help», uno dei miei preferiti, ambientato nel Mississippi del 1962. Si intrecciano le storie di tre donne, una domestica di colore che da 40 anni si occupa dei bambini dei bianchi, una domestica che sa cucinare benissimo ma ha un caratteraccio (licenziata 19 volte), una the help.jpgdonna bianca che aspira a diventare scrittrice: costei raccoglie le storie delle domestiche di colore nelle case dei bianchi. Le tre diventano amiche e alla fine altre domestiche si aggiungono per parlare delle loro vicende. Desidero citare una frase: God says we need to love our enemies. It hard to do. But it can start by telling the truth”. Così S. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo ad essere me stessa. Quando ho detto la verità mi sono sentita libera.” è un’altra citazione tratta da The help. Non penso sia facile dire la verità quando riguarda se stessi, ma devo ammettere che aiuta a camminare con la schiena dritta, senza avvertire sulle spalle il peso della menzogna o dell’incoerenza.

Cina, anno della scimmia

china censorAnno 2016, Cina: “Sul piano dell’economia e della finanza, sono stati sostituiti numerosi responsabili e è stata sospesa la pubblicazione di dati «sfavorevoli agli interessi del Paese», rendendo per gli analisti anche più difficile determinare l’andamento reale dell’economia cinese. Al riguardo Anne Stevenson-Yang, cofondatrice di ‘J Capital Research’, ha osservato che in Cina «le statistiche scompaiono quando diventano negative». Le ha fatto eco Leland R. Miller, presidente di China Beige Book International, per il quale è certo che «continueremo ad assistere alla repressione di chi racconta storie diverse da quelle che il governo vuole ascoltare». La stretta in questi ultimi mesi è stata evidente anche in altri settori. Dai librai scomparsi ad Hong Kong ed accusati di aver fatto illegalmente circolare in Cina testi ufficialmente proibiti, agli avvocati arrestati e per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha manifestato «viva preoccupazione». Il giro di vite si è poi esteso anche ai media. Da anni l’attenzione del governo sull’informazione è massima. A differenza del resto della popolazione mondiale, i cinesi non possono usufruire di Google, Facebook e Twitter, ed ora a partire da marzo i media stranieri non potranno più pubblicare materiale online che non sia stato previamente autorizzato dal governo di Pechino. Le misure, che mirano a «promuovere valori centrali del socialismo», colpiranno le attività di giganti dell’informazione, fra cui le americane Amazon, Microsoft e Apple. Infine, c’è chi ricorda che tutta questa attività di ferreo controllo si traduce spesso in purghe e punizioni di responsabili e funzionari tanto da «far assomigliare la Pechino dell’inverno 2016 alla Mosca dell’inverno 1936». A quanto emerge da dati raccolti da ChinaFile, una base dati della ong americana Asia Society, le persone colpite da severe misure sono raddoppiate nell’ultimo anno raggiungendo il numero di 1.496. Di queste, comunque, solo 151 sono considerate ‘tigers’, un termine coniato dal presidente Xi che caratterizza gli alti funzionari macchiatisi di imperdonabili errori.”
(Parte finale dell’articolo “Una politica di grande potenza” di Maurizio Salvi, pubblicato su Rocca del 15 marzo).

Rewind: domenica

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, 139×195 cm, National Gallery, Londra

Infine, ecco la domenica.
Semplice è l’origine.
«Dio onnipotente, cerca / (sforzati), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Così il poeta Giorgio Caproni scriveva in una delle sue poesie, e commentava in un’intervista: «Dio è il mistero di tutti i misteri, non si sa nulla di lui. È inafferrabile, ci vivifica e ci uccide. Eppure ricerco la sua presenza da anni».
Dove è questo Dio? Su quali strade? Su quella di Emmaus. Un santo contemporaneo ha detto infatti che tutte le strade del mondo sono diventate Emmaus (san Josemaría Escrivá, “Cristo presente nei cristiani”). Si riferisce, con intuizione folgorante, ad una delle pagine del Vangelo più belle, con la quale non a caso Luca (cap. 24) conclude il suo Vangelo e dà il “la” alla storia del cristianesimo così come sarà sempre.
Vi si narra la scena in cui due discepoli dopo la morte di Gesù se ne tornano, disperati, da Gerusalemme al loro paesino, Emmaus, con il cuore pesante dopo essersi illusi che Cristo fosse veramente il Salvatore.
La morte ha spazzato via tutto: l’ennesimo fuoco fatuo. Ora rimane solo il tempo della tristezza e il ritorno al grigiore di prima. Ma proprio su quella strada, Cristo risorto, senza essere riconosciuto dai loro occhi tristi, come uno qualsiasi si mette a camminare con loro e chiede perché sono così appesantiti. Li tira fuori da dove si trovano, dalla loro tristezza, non con l’evidenza schiacciante della resurrezione (si sente dare persino dell’ignorante perché non sa nulla di ciò che è successo a Gesù Cristo: mi è sempre piaciuto il gioco che fa con noi, la sua paziente ironia per farci arrivare da soli alla realtà, senza schiacciarci), ma con una chiacchierata pacata e forte di amico, sul far della sera, come quando nella Genesi si narra che Dio passeggiava con gli uomini al fresco della sera: è ricominciato tutto. Poi fa per andar via quando loro si fermano alla locanda per mangiare, non si impone, si fa desiderare, la sua delicatezza verso la nostra libertà mi appassiona e mi appassiona che l’unica vera preghiera che lo costringe a rimanere sia il nostro semplice desiderio che resti con noi.
E a tavola, mentre mangiano come amici, li sorprende e si fa riconoscere nello spezzare il pane, come per due volte Caravaggio ha raccontato nelle sue tele in età diverse della sua vita con un realismo che non è altro che il realismo del cristianesimo: il quotidiano trasfigurato dall’incarnazione di Cristo. In quel momento lo riconoscono e proprio in quel momento lui si sottrae alla loro vista.
Paradossalmente se ne va, rimanendo: proprio in quel pane.
Tutte le strade del mondo sono percorse da uomini e donne impegnati nelle loro battaglie quotidiane, con il volto tirato, presi dai loro pensieri, dalle loro lotte, dalle loro tristezze, dalle loro incertezze, dalla caduta quotidiana delle loro umanissime speranze. Magari hanno inseguito l’ennesima che li ha delusi e sono a caccia di un’altra o di qualcosa che lenisca la delusione, che possa dare senso al ripetersi dei giorni, rinnovandoli sempre, qualcosa per cui valga veramente la pena alzarsi la mattina. Su quelle strade qualcuno con uno sguardo diverso li raggiunge, è esattamente come loro, condivide le loro lotte e pensieri, ma ha una luce negli occhi. Si affianca con la normalità di chi sa essere amico, fa la stessa strada, lo stesso lavoro, condivide le stesse passioni, sogni e sconfitte. Non giudica, ma guarda gli occhi e chiede: perché sei triste? Sa ascoltare la tristezza del volto degli altri, che si sentono tranquilli a confidarsi lungo il cammino, perché finalmente hanno trovato qualcuno a cui possono affidare il peso del loro cuore: un amore tradito, una relazione familiare piena di dolore, un lavoro insopportabile, una condizione fisica critica, un pianto mai affiorato…
Hanno sperato per anni che tutto potesse cambiare, avevano creduto con tutto il loro slancio alla vita come promessa, ma niente: è stata un’illusione. Adesso si limitano a sopravvivere perché vivere fa troppo male, perché per vivere bisogna sperare e non ci sono più le forze, né la voglia di essere ancora delusi e si accontentano di piccolissimi noiosissimi rituali. Eppure l’amico che ascolta ha una luce che illumina proprio quella situazione, una luce che non gli appartiene e che non viene meno, proprio per questo non è triste, anche se porta sul viso gli stessi segni di stanchezza degli altri, perché la vita è dura anche per lui, proprio allo stesso modo. Parla di un modo di guardare il mondo pieno di passione e fuoco, come se avesse il potere di trovare la bellezza in ogni angolo, anche il più oscuro. Non pretende di cambiare il mondo, ma il modo di guardare il mondo: dice le cose con forza, senza lesinare sulla verità, ma lo fa con un tale affetto che non ci sente amari, ma amati. Ci libera dalla tristezza, perché è oltre la tristezza, che ben conosce perché l’ha attraversata, ma che ha disinnescato con una formula che ora ci intriga, ci seduce, ci attira, come una promessa. Il dialogo continua lungo il cammino, ed è fatto di giorni, di settimane, di mesi, stagioni e anni e di cose ordinarie. E quella luce non viene meno e illumina ogni età e stagione, ogni fatica e ogni gioia, ogni sconfitta e ogni desiderio.
Il mondo è lo stesso per tutti, ma per quell’amico il modo di guardarlo è sempre da innamorato. Come fa? Da dove trae origine questa forza ardente e appassionata? Come fa ad essere così pieno di eros? La curiosità e il calore sperimentati portano a chiedere di rimanere di più, di approfondire l’amicizia, di arrivare al segreto che guida quella vita, perché un segreto deve esserci se è così capace di far ardere il cuore e le speranze, in mezzo a tutte queste rovine. Si sta insieme, si cena insieme, si condividono non solo le lotte ma anche il riposo, un bicchiere di vino e il pane. E proprio in quella intimità d’amicizia, il vero dono che un cristiano deve fare al mondo, si fa strada la verità sconvolgente, quasi incredibile proprio per il suo essersi nascosta nella vita di tutti i giorni ed essere lì accessibile, a tavola, e non nei recessi e nelle altezze in cui gli uomini hanno cercato inutilmente Dio per secoli. No, ci dice Caravaggio, è qui, a tavola, con te e me.
Il segreto è che l’Emmanuele è Dio con noi, per questo l’amico non ha paura, perché lui ha scoperto che Dio è con lui, tutti i giorni, sino alla fine, è il Dio vicino, di strada e di tavola: parola e pane. Sentiamo le forze rinvigorirsi e le parole di prima non rimanere fuori di noi, ma entrare dentro di noi, anzi di più: farsi noi, trasformandoci in Parola e Pane per gli altri, per questo lui è sparito, ci sei tu, tocca a te. Così di corsa torniamo per strada a dirlo a tutti, la strada dell’andata, piena di tristezza, la ripercorriamo a ritroso con lena nuova, anche se è notte fonda, anche se siamo stanchi, perché adesso è cambiato tutto, c’è una ragione per camminare, anzi c’è una ragione per correre, c’è una ragione per alzarci ogni mattina. E la ragione è che Dio è mio e io sono suo, nelle 24 ore che ho disposizione, con tutto quello che ci sta dentro, perché l’unità di misura del Vangelo, fateci caso, è “ogni giorno”. Adesso siamo pieni di vita, come uno che ogni giorno s’innamora, perché questo innamoramento non dipende principalmente da noi, ma è dato, se lo vogliamo. Qualcosa ci fa rinascere dall’alto ogni giorno, ed è capace di far rinascere altri.
Non ci sono più strade anonime, c’è solo Emmaus: ogni strada umana, ogni lavoro umano, ogni amore umano, ogni tristezza umana è proprio il luogo dove Cristo cammina con noi, magari con il volto ordinario di un amico, di un’amica. E quell’amico o amica sei tu per gli altri, che cammini con loro (dopo aver camminato e mangiato con Lui), tu che ascolti le loro tristezze e riporti il cuore ad ardere (come Lui ha fatto con te), fino a metterli faccia a faccia con Cristo, in una catena senza fine. Quello è il momento in cui devi farti da parte, adesso tocca a lui. La Resurrezione non è una lezione, non è uno sfolgorare schiacciante, ma è una passeggiata accorata tra amici con parole vere, fino a trovare l’origine di ogni speranza nella Parola e nel Pane. E subito ripartire, perché è tutto troppo bello, tutto troppo grande, per restarsene paralizzati e tristi. Adesso è tutto nuovo. E tu e io sappiamo il segreto.
Niente è più erotico del cristianesimo, perché nessuno ama come Cristo e il cristianesimo è diventare un altro Cristo, lo stesso Cristo, tanto da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».”

Stare sulla soglia

Quella di Simone Weil è una figura della quale ho sempre subito il fascino. Pubblico qui uno scritto di Simone Novara pubblicato su Filosofiablog.
Simone_Weil_04Simone Weil ha sempre opposto una strenua resistenza a quei cattolici suoi conoscenti, in primis il suo confidente spirituale, Padre Perrin, che la esortavano a ricevere il sacramento del battesimo. Dietro il suo rifiuto ci sono diversi motivi. Innanzi tutto si sentiva indegna per il suo stato di imperfezione. Il domenicano padre Perrin riteneva che la Weil rifiutasse il battesimo per eccesso di scrupoli. Ella, inoltre, non ebbe nemmeno il tempo di completare il suo itinerario spirituale, dal momento che morì all’età di trentaquattro anni, lasciando una marea di pensieri espressi in modo provvisorio [1]. Lo stesso Perrin era d’accordo con questa tesi: “Ha espresso le sue idee in una forma provvisoria, non destinata alla pubblicazione. Le sue sono solo delle note, sia quelle consegnate a me, sia la lunga lettera destinata al padre Couturier. Sono state pubblicate, commentate e perfino idolatrate da alcuni, ma si tratta pur sempre di note” [2]. Un’altra ragione per la quale Simone Weil non avrebbe accettato il battesimo è rappresentata dal fatto che ella credeva sinceramente che Dio stesso le avesse chiesto di rimanere fuori dalla Chiesa. Simone riteneva che Dio stesso la volesse lontana dalla Chiesa per una qualche ragione misteriosa, che per lei corrispondeva ad una vocazione. Nelle dense pagine di Attesa di Dio si può cogliere come ella desiderasse stare dalla parte dei lontani, per potersi così confondere con la massa dei tanti, che appartengono a tutte le razze e culture, che non hanno avuto la fortuna di incontrare il Cristo nel passato e nel presente. Era troppo importante per lei restare vicina ai non credenti, agli eretici, ai credenti di altre religioni. La Weil sentiva che il suo posto era tra loro. Padre Perrin la paragonò ad una campana che sta all’esterno dell’edificio e suona invitando ad entrare in chiesa. Per Simone diventava cruciale mantenere una posizione esterna. Il suo era uno stare sulla soglia. L’intellettuale E. Vilanova è un grande sostenitore di questa teoria, tanto che scrive in proposito: “Simone Weil può essere collocata tra i carismatici della soglia, tra quei “teologi non computabili ecclesiasticamente” che hanno ricevuto un dono simile a quello del Battista” [3]. Un altro studioso, Dom G. Aubourg, parlando di Simone Weil, crede che ella si sentisse parte integrante di quei cristiani fuori della Chiesa, i quali aiutano coloro che sono dentro ad essere più consapevoli della loro vocazione universale, in sintonia con il Padre [4]. La Weil, inoltre, rifiutò sempre di concepire l’autorità ecclesiale come espressione di potere, in grado di definire che cosa sia la verità, avocando a sé il compito di esercitare l’intelligenza. Senza dubbio attribuiva grande importanza alla libertà dell’intelligenza, che, secondo lei, doveva essere assoluta nel suo campo e rigorosamente individuale nel suo metodo; proprio per questo ella non riusciva ad accettare che Dio scegliesse degli uomini cosiddetti “privilegiati”, col compito di pensare per tutti arrivando a formulare una verità in modo dogmatico. Allo stesso modo, la Weil non poteva sopportare che Dio avesse un popolo “eletto”. Riteneva infatti che la nozione stessa di elezione fosse del tutto incompatibile con il Dio di tutti. Tuttavia, nonostante le espressioni piuttosto irruente contro l’abuso di potere della Chiesa, in alcuni appunti le riconobbe un ruolo di indirizzo: “Le riconosco la missione, in quanto depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare decisioni su alcuni punti essenziali, ma solo a titolo di indicazione per i fedeli” [5]. È inevitabile domandarsi come sia stato possibile per Simone Weil restare in una posizione che appare per molti versi del tutto individualistica, dopo aver fatto un’esperienza di comunione spirituale con il Cristo. A detta sua coloro che vivono la vita intima di unione con il Cristo costituiscono di fatto la vera Chiesa, che siano o meno membri della Chiesa visibile. A più riprese dichiarò che l’amore per tutto ciò che stava fuori dal cristianesimo la tratteneva fuori dalla Chiesa visibile; questo “attesta che ella sente di appartenere alla famiglia degli amici del Cristo, figli del Padre, guidati dallo Spirito, in sintonia con la schiera innumerevole e invisibile di gente che viene nutrita costantemente e segretamente dal Cristo” [6]. Per Simone Weil la Chiesa invisibile si fondava sugli apostoli, i quali conobbero la gloria e la potenza di Dio, e si decisero a partecipare all’avventura della Chiesa nascente, mentre la Chiesa visibile, quella istituzionale, ha costruito il suo prestigio e la sua visibilità sociale esclusivamente sulla Risurrezione. La figura evangelica corrispondente alla Chiesa invisibile non si identifica con Pietro e neanche con Maria o Giovanni, bensì con il buon ladrone, messo dalla sorte vicino al Cristo crocifisso. Il buon ladrone apre dunque le fila di coloro che vengono salvati per una via inedita, non accreditata che dall’amore imponderabile di Cristo. La Weil si riconosceva nel buon ladrone, sia per il significato simbolico esemplare di un tale personaggio, sia perché egli non si converte per i miracoli, per l’attrazione della potenza visibile della Chiesa nascente, ma solo dal momento che s’inchina di fronte al mistero della condanna a morte di un innocente: “se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone. Fra tutti coloro di cui si parla nel vangelo, al di fuori di Cristo, il buon ladrone è quello che invidio di più. […] Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra un privilegio molto più invidiabile dell’essergli alla destra nella sua gloria” [7]. Essere vicini al Cristo della Croce è il compito di quaggiù, essergli vicino nella gloria, quello di lassù. Il buon ladrone esprime la capacità di penetrare il senso misterioso della sventura dell’innocente anche da parte di chi non ha fede esplicita in Dio, dimostrando che non è la certezza della fede la via obbligata [8].”

[1] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, p. 87.
[2] D. Canciani, Tra sventura e bellezza. Riflessione religiosa e esperienza mistica in Simone Weil, Esperienze, Fossano 1998, pp. 33-36.
[3] E. Vilanova, Storia della teologia cristiana, vol. 3, Borla, Roma 1995, p. 484.
[4] Dom. G. Aubourg, Simone Weil, un signe dressé sur le seuil de l’Eglise, Correspondance et documents (1950-1967), Association ‹‹Les amis du Père Aubourg››, Paris 1986, p. 47.
[5] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, p. 90.
[6] Ivi, pp. 206-208.
[7] Ivi, p. 209. Cfr. Lc 23, 40-43: ‹‹L’altro invece si mise a rimproverare il suo compagno e disse: “Tu che stai subendo la stessa condanna non ha proprio nessun timore di Dio? Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male”. Poi aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”››.
[8] Ibid.