C’è una parola italiana che usiamo ogni giorno senza pensarci: Persona. Viene dal latino, che la prese dal greco prosopon: la maschera dell’attore teatrale.
Etimologicamente, dunque, ogni volta che diciamo “persona” stiamo dicendo “maschera”. Non è una curiosità da dizionario: è una domanda aperta su chi siamo, nascosta dentro una parola che pronunciamo mille volte al giorno senza accorgercene.
Il quinto personaggio presentato da Jovanotti nella canzone Buon Sangue è una donna di Bretagna che faceva l’attrice. O meglio: che faceva l’attore, perché solo i maschi potevano salire sul palco. Così si travestiva da uomo, e da lì dentro interpretava tutto — il cardinale, la puttana, il mendicante, la musa. Maschere sopra una maschera. Un corpo già negato dalla norma sociale che diventava il luogo di una libertà clandestina e straordinaria.
E da lei, Jovanotti dice di aver imparato che l’identità ha una maschera, e che la maschera dà libertà.
È un paradosso, e il video qui sopra vi entra lentamente. Prima o dopo averlo visto ecco alcune domande che il testo mi ha lasciato in mano.
Indossate maschere diverse a seconda dei contesti? Con i genitori, con gli amici, con i professori, sui social — siete la stessa persona? Se no, quale di questi “voi” è quello vero? O sono tutti ugualmente autentici, e la domanda stessa è mal posta?
Vi è mai capitato di sentirvi più liberi recitando una parte? In uno spettacolo scolastico, in un gioco di ruolo, in un profilo anonimo online — c’è stato un momento in cui la finzione vi ha permesso di dire una verità che da “voi stessi” non riuscivate a dire? Come funziona questo meccanismo?
Esiste un volto definitivo sotto tutte le maschere, oppure siamo fatti solo di strati? La visione tradizionale dice che c’è un nucleo stabile da scoprire, togliendo via le sovrastrutture. Quella contemporanea dice che l’identità non si scopre ma si costruisce, ogni giorno, attraverso le scelte e i ruoli che si assumono. Dove vi collocate? E soprattutto — la risposta cambia a seconda del giorno?Camminare di fianco a se stessi: liberazione o alienazione? Jovanotti usa questa immagine con leggerezza, ma è un’immagine inquieta. Jekyll e Hyde, Dorian Gray, il sosia di Dostoevskij: la letteratura è piena di personaggi che si separano da se stessi e non riescono più a tornare. Cosa fa la differenza tra l’esplorazione e la perdita?
Siete cambiati, negli ultimi anni? Siete diventati più voi stessi o qualcuno di diverso? E cosa rimane stabile, attraverso tutto il cambiamento? C’è qualcosa che non si è mai spostato, anche quando tutto il resto si muoveva?
L’attrice bretone interpreta il cardinale e la puttana con la stessa intensità. Non giudica dall’esterno: li abita dall’interno, ne sente il peso e le ragioni. È forse la risposta più antica al problema di Babele — non imparare le parole dell’altro, ma imparare a essere l’altro, almeno per il tempo di una rappresentazione.
Jovanotti non dice che bisogna trovare in fretta un’identità stabile e smettere di cambiare. Dice che cambiare è un’arte. Che la maschera può essere uno strumento, non una prigione. Con una sola avvertenza implicita, nascosta nell’ultimo verso: anche mentre si cammina di fianco, bisogna sapere di chi si è il fianco.
Gemma n° 2982
“Ho scelto la canzone A modo tuo di Elisa per la mia gemma perché per me rappresenta un legame molto importante: quello con mia nonna. Questa canzone parla dell’amore di chi ti cresce e ti accompagna nella vita, lasciandoti libero di essere te stesso, “a modo tuo”. Ed è proprio questo che rappresentava per me mia nonna. Mia nonna è venuta a mancare il 13 gennaio di quest’anno, e questa era una delle sue canzoni preferite. Io sono cresciuta con lei dal giorno della mia nascita fino ai miei 18 anni, e per me non era solo una nonna, ma una presenza fondamentale nella mia vita. Ogni volta che ascolto questa canzone penso a lei, a tutto l’amore che mi ha dato, ai momenti passati insieme e a tutto quello che mi ha insegnato. Adesso mi ritrovo ad affrontare la vita senza di lei, ed è difficile. Però questa canzone mi aiuta, perché mi ricorda che anche se lei non c’è più fisicamente, tutto quello che mi ha lasciato dentro continua a vivere in me. A modo tuo per me è importante perché mi fa sentire ancora vicina a lei. È come se, ogni volta che la ascolto, mi accompagnasse ancora e mi dicesse di andare avanti, vivendo la mia vita proprio a modo mio. Per questo ho scelto questa canzone: perché rappresenta un amore che non finisce mai” (A. classe quinta).
Gemma n° 2950

“Fin da piccola ho coltivato la passione per cantare: mi sentivo sempre rilassata e in pace, quand’ero arrabiata, triste, felice io cantavo, ovunque. La prima volta che mia mamma mi ha sentita era molto contenta per questo mio “talento”. A scuola avevano fatto un concorso in cui tutte le classi dovevano sciegliere una ragazza; il bello è che io non sapevo che avevano messo me per partecipare. Nel momento in cui hanno detto la vincitrice del concorso mi è venuta l’ansia: avevano detto il mio nome, non avevo mai cantato davanti a tanta gente. Dopo essermi rifiutata molte volte, sono stata costretta ad andare sul palco: non mi uscivano le parole ma ho pensato che niente potesse andare così male e ho cominciato a cantare, prima con molta vergogna, poi ho cominciato a sciogliermi e ad avere piu fiducia in me” (C. classe prima).
Gemma n° 2935

“Quest’anno come ultima gemma ho deciso di portare questa collana con un pattino. Ho scelto il pattinaggio perché ho iniziato a praticarlo in prima superiore e mi ha accompagnata lungo tutti questi 5 anni. Per me è ed è stato una valvola di sfogo e una distrazione dalla scuola. Pattinare mi fa sentire libera e spensierata e appena metto i pattini mi dimentico di tutto e riesco davvero a non pensare a niente. Questa collana mi è stata regalata dalle mie compagne per il mio compleanno, sono davvero molto grata di averle conosciute e di praticare questo sport con loro. Da circa 3/4 anni pattiniamo insieme e tra di noi si è creato un legame bellissimo, di amicizia e di aiuto reciproco. Da quest’anno abbiamo iniziato gruppo spettacolo, e credo che il gruppo non funzionerebbe allo stesso modo se non ci fossero loro” (E. classe quinta).
Gemma n° 2934

“Prima o poi lo troviamo tutti. Quel posto in cui quando ci vai, ti senti completamente a casa. Non importa con chi sei, non importa quando, ma una volta che ci sei la tua vita diventa un po’ più rassicurante.
Io ho la fortuna immensa di averlo trovato da sempre quel posto in cui la paura di sbagliare non esiste, come la parola “impossibile” che diventa inesistente in un secondo. Quel posto in cui come per magia le maschere cadono nel vuoto, ed io posso semplicemente essere me stessa. Il palcoscenico è come casa per me, i riflettori puntati su di me sono una cosa bellissima, ma non perché mi facciano sentire al centro dell’attenzione, ma perché so che in quel momento per le persone del pubblico sono qualcuno che vale la pena di essere guardato.
Divento improvvisamente importante, ed è bello avere qualcosa come una coreografia da far vedere al pubblico che ti sta guardando. Per questo quando ballo cerco sempre di essere me stessa più che mai, perché so benissimo che più sono vera e sincera mentre ballo, più sono le emozioni che trasmetto.
Dagli applausi capisco se sono riuscita a catturare davvero l’attenzione del pubblico. Con gli anni ho imparato a fare attenzione al ritmo dei palmi che sbattono l’uno contro l’altro, e al tempo che ci mettono per smettere del tutto di fare rumore.
A quel punto arriva l’inchino. Quella fase che avviene per ultima, in cui hai gli occhi che brillano e le labbra che si distendono nel più sincero dei sorrisi, e in cui vorresti solo tornare indietro nel tempo, e rivivere tutto da capo”.
(J. classe prima).
Gemma n° 2919

“È da quando son piccola che io sono l’amica pianista.
Quella che alle feste doveva sempre “suonare qualcosa”.
Quella che iniziava a suonare e sentiva gli sguardi addosso.
Quella che suonava anche quando avrebbe preferito restare tra il pubblico.
Quella che, in fondo, non sapeva mai se stava suonando per sé o per gli altri.
Un giorno mi chiesi: “ma chi sono io senza il pianoforte?”. Non avevo una risposta a quella domanda. Suonare uno strumento è sempre il primo pensiero che mi viene in mente quando qualcuno mi chiede “cosa ti piace fare”, come nei testi in tedesco che cominciano con “Mein Hobby ist…”. Crescendo, il pianoforte ha sempre avuto un qualche impatto su di me.
La frustrazione durante lo studio di un nuovo brano, la soddisfazione dopo averlo imparato. L’ansia prima di una lezione dopo non aver studiato abbastanza, il sollievo dopo essere riuscita a cavarmela lo stesso. Tutte queste emozioni, negative e positive, mi hanno avvicinato a questo strumento, rendendolo parte di me. L’ho amato, odiato, ignorato, e ritrovato. Ma alla fine il pianoforte è stato la mia voce quando le parole mancavano, il mio rifugio quando il mondo era troppo rumoroso.
Grazie alla musica ho incontrato delle splendide persone ognuna con le sue passioni. Ho incontrato amici, amori, dolori. Flautisti, pianisti, violinisti. E allora penso che forse la domanda “chi sono senza il pianoforte” non ha bisogno di una risposta chiara. Forse la risposta è che sono sempre stata io, anche nei momenti in cui non suonavo, perché ogni nota che ho suonato ha lasciato un’impronta dentro di me, e quella impronta sono io. Quando sono riuscita a capire che il pianoforte non è solo uno strumento che fa musica, ma una passione, un altro linguaggio, un altro mondo, non mi sono più interessata a cosa pensano gli altri. Perchè suonare non è più solo esibirsi davanti a un pubblico, ma riconoscere che dentro ogni pausa, ogni accordo, ogni melodia c’è un pezzo di me che finalmente si sente libera”.
(V. classe terza).
Gemma n° 2916

“Come gemma ho deciso di portare il mio film preferito: Arancia Meccanica. Anche essendo un film discutibile, lo guardo sempre molto volentieri. Il tema centrale del film, la libertà, sottolinea come nella sua assenza l’uomo arriva alla follia, come succede al protagonista Alex. Ci sono molti fattori che mi fanno amare questo film, come la musica di Beethoven spesso presente. Questo film è stato anche diretto da un regista molto conosciuto: Stanley Kubrick, il quale ha diretto numerosi film, tra cui “The Shining” oppure “2001: Odissea nello Spazio”, altri capolavori del cinema che adoro. Consiglio a tutti di guardare questo film almeno una volta nella vita!” (G. classe terza).
Gemma n° 2907

“L’atletica è la mia passione da 6 anni, ma in realtà ho iniziato quasi per caso. Nel 2020, a causa del Covid, hanno chiuso tutte le palestre e io allora facevo ginnastica artistica. Volevo comunque continuare a fare sport, ma molti non si potevano praticare perché erano al chiuso. Uno dei pochi che si poteva fare all’esterno era proprio l’atletica, così i miei genitori mi hanno proposto di provarla…e io ho accettato. Non pensavo che sarebbe diventata una parte importante della mia vita. All’inizio facevo tanta fatica e mi sembrava tutto difficile, però con il tempo ho capito che era normale. Nessuno migliora subito e, andando avanti, avevo capito che sarei cresciuta. E infatti è stato così: non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Inoltre in questi anni si è creato un gruppo di amiche davvero speciali. Siamo molto legate: condividiamo allenamenti, risate, gare, momenti difficili e soddisfazioni. Vado ad allenamento non solo per migliorare, ma anche per divertirmi e stare con loro. E’ il mio modo per sfogarmi, per liberare la testa e sentirmi bene. Spero di continuare ancora a lungo questo sport e di riuscire a organizzare al meglio studio e allenamenti. Spero anche che le mie amiche riescano a fare lo stesso, perchè se qualcuna dovesse lasciare si sentirebbe tantissimo la sua mancanza: il gruppo non sarebbe più lo stesso. Siamo molto unite, e proprio per questo l’atletica per me non è solo uno sport, ma un pezzo della mia vita che non voglio perdere” (G. classe prima).
Gemma n° 2882

“Come rondine che migra lontano con la sua fantasia non trovo più un filo
su cui appoggiare i miei piedi.
Chissà se il giorno di Pasqua
io e te
eterni bambini
riusciremo a rompere il guscio.
Ma abbiamo paura della guerra come tutti
non vogliamo portarci dietro un amico che è nero, come l’odio e intanto andiamo
nei cinema di periferia a vedere un vecchio film dove si parla d’amore.
Alda Merini
Questa poesia è un elogio all’incertezza che tanto temo quanto è presente nella mia vita. La poesia, come la lettura della Bibbia, mi ha aiutato ad abbracciare la confusione di questi mesi. Solo senza più fili su cui poggiarsi possiamo essere veramente liberi, per quanto privi di sicurezza”.
(A. classe quinta).
Vietato scrivere per le donne afghane

Oggi su Avvenire è comparso un articolo di Khadija Haidari, scritto in collaborazione con la testata Zan Times: argomento? In Afghanistan i testi scritti da donne sono stati proibiti nelle università, nelle librerie, nelle scuole. Per alcune di loro scrivere è diventato un gesto di testimonianza e di resistenza al regime talebano.
“Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, è stato vietato sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».
Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre 30 anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».
Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha 37 anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda -. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.
Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, 25 anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.
Suraya, un’insegnante di 34 anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, 34 anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, stampare un libro da donna è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso».”
Gemma n° 2838

“La mia gemma è il ricordo del primo viaggio a Parigi con una mia amica. È stato un momento speciale perché abbiamo vissuto la città con leggerezza, riso insieme e scoperto posti nuovi. C’era anche la neve, che ha reso tutto più magico e indimenticabile. Mi ha lasciato una bella sensazione di libertà e spensieratezza, per questo lo porto con me come un ricordo prezioso” (F. classe quinta).
Gemma n° 2828

“Come gemma, quest’anno ho deciso di portare i miei amici.
A fine dicembre, ho partecipato ad un campo animatori in cui ho avuto modo di riflettere su chi o cosa fosse il mio rifugio e chi la mia casa. Inizialmente non trovavo molta differenza tra queste due parole, ma pian piano ho capito che il rifugio è dove andiamo se cerchiamo di scappare da qualcosa che non ci fa stare bene, mentre la casa è dove puoi andare sempre, nel bene e nel male. Ho fatto fatica nel trovare qualcosa di diverso per entrambe, ma sono finita per dire la stessa cosa sia per la casa che per il rifugio… I miei amici.
I miei amici sono la cosa più importante che ho. Mi stanno vicino in ogni situazione e non mi giudicano mai, di conseguenza so che per loro non sarò mai sbagliata. Sono il mio rifugio perché quando mi succede qualcosa di brutto sono i primi da cui vado a raccontare tutto e sono i primi che stanno ad ascoltarmi per ore. Sono la mia casa, invece, perché con loro basta vedersi 5 minuti e già si sta bene. Con loro faccio di tutto e di più e sono felice di condividere le mie esperienze con loro. Sono molto fortunata ad averli perché penso che molta gente, specialmente della mia età, non abbia un gruppo di amici così e mi rendo conto che senza di loro sono persa. Mi fanno ridere in ogni momento e sono felice che sono proprio loro a farmi sorridere.
Ovviamente non è sempre tutto rose e fiori, anzi, capita molte volte che discutiamo, però penso che le discussioni ci aiutino a crescere e a diventare più maturi. Sono contenta di aver avuto l’opportunità di litigare con qualcuno di loro perché siamo riusciti a migliorare e a legare di più.
Sono grata di averli nella mia vita e spero davvero che rimangano per sempre”.
(C. classe seconda).
Gemma n° 2825

“Anche quest’anno si è rivelato difficile dover scegliere soltanto una tra tutte le cose che mi porto nel cuore e, proprio per questo, ne sono profondamente grata. Sono stati tanti i momenti, le esperienze e le persone che hanno reso speciale questo anno, ma ce n’è uno che più di tutti ha catturato il mio cuore.
Questa foto ritrae uno degli ultimi scatti della vacanza studio a Londra che ho avuto l’opportunità di vivere quest’estate, un’esperienza che porterò con me per sempre. È stata resa ancora più emozionante dalla compagnia di due delle persone più importanti della mia vita: una mia cara amica e il mio migliore amico. Era la nostra prima esperienza all’estero da soli, siamo partiti in tre e siamo tornati con un bagaglio colmo di emozioni, ricordi e consapevolezze che ci accompagneranno per sempre.
Durante questo viaggio abbiamo conosciuto un gruppo di persone uniche, con le quali abbiamo condiviso ogni momento della vacanza. In poco tempo siamo diventati una vera e propria famiglia, come se ci conoscessimo da sempre. Abbiamo riso, scherzato, parlato a lungo e creato legami sinceri tra noi.
Questa fotografia, in particolare, rappresenta l’ultima serata trascorsa su quella che ormai era diventata la nostra spiaggia del cuore: un luogo che ci vedeva arrivare ogni sera alla stessa ora, restando fino a tardi, spesso rischiando di perdere il bus pur di non andare via. È uno scatto spontaneo, nato quasi per caso, ma che racchiude uno dei momenti più intensi e significativi di tutta l’esperienza.
Con un sottofondo malinconico, quella sera ci siamo fermati a riflettere, ognuno traendo le proprie conclusioni su ciò che quella vacanza ci aveva lasciato. In quel silenzio carico di emozioni ho capito quanto fosse stato prezioso quel viaggio: non solo per i luoghi visitati, ma soprattutto per le persone con cui l’ho condiviso e per ciò che mi ha insegnato.
Questa gemma non è solo una foto, ma il simbolo di un’estate che mi ha fatta crescere, sentire libera e profondamente felice. È il ricordo di un momento che continuerà a vivere dentro di me, ogni volta che ripenserò a Londra, a quella spiaggia e a chi era al mio fianco”.
(G. classe quarta).
Gemma n° 2808

“Cara R.,
volevo prendermi un momento per dirti quanto sei importante per me. Il simbolo dell’infinito, sulla collana che abbiamo in comune, mi ha fatto pensare a quanto sono infinitamente grata e felice di avere conosciuto una persona come te. Ogni volta che guardo quella collana penso a quanto il nostro rapporto sia senza limiti proprio come l’infinito. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo persa, insicura e piena di dubbi, ma tu sei sempre stata lì, per fortuna! La nostra amicizia mi ha aiutato a credere di più in me stessa, a vedermi con occhi diversi, più gentili, e a capire che essere felici è un diritto che hanno tutti. Con te mi sento accettata, accolta e libera di essere me stessa! Grazie per esserci sempre e per ascoltarmi anche quando le parole non vengono, per i consigli sinceri, le risate improvvise e anche i silenzi che valgono più di 1000 parole. Ti voglio davvero un mondo di bene e sono felice di poter condividere ogni giorno i momenti belli e anche quelli più difficili! Sarò per sempre grata di averti conosciuta in quel lontano giorno del 2020!” (G. classe seconda).
Gemma n° 2807

“La gemma che porto oggi riguarda la mia passione per la cucina e per il mondo culinario.
Sin da piccola sono rimasta affascinata dalle preparazione e dai passaggi delle ricette: adoravo cucinare, decorare ma soprattutto mangiare le mie creazioni.
Bakeoff fu per me il programma che mi fece appassionare alla pasticceria e farmene innamorare, dandomi la curiosità di scoprire sempre più tecniche e dolci.
Per me questo programma è particolarmente speciale, perché non vedevo spesso i miei genitori quando ero più piccina e Bakeoff era l’unico momento della settimana in cui avevo l’occasione di passare del tempo esclusivamente con loro, creando una piccola bolla che momentaneamente ci isolava da tutti i problemi e pensieri che avevamo normalmente.
Quando cucino, poi, ho modo di avere un momento di spensieratezza con me stessa: avere le cuffie addosso e le mani in pasta credo sia la sensazione più meravigliosa che io possa provare, portandomi ancora più gioia quando cucino qualcosa per i miei cari amici.
Spero di non rinunciare mai a cucinare e, anzi, di trasformarlo magari in qualcosa di più di un semplice hobby”.
(V. classe seconda).
La tentazione del dominio

Il precetto di non invocare il nome di Dio senza un motivo serio viene sistematicamente infranto, specialmente quando la divinità è strumentalizzata negli scontri politici. Questa pratica, benché antica, si rivela di una pertinenza drammatica nel presente. Il saggio più recente del filosofo Silvano Petrosino, professore presso l’Università Cattolica di Milano, intitolato Potere e religione. Sulla libertà di Dio, analizza in profondità le complesse interconnessioni tra queste due sfere cruciali.
L’analisi di Petrosino spazia su concetti fondamentali quali il simbolo, la dimensione dell’abitare, l’importanza della cura e l’atto dell’amministrare. Il suo lavoro culmina nell’identificazione delle cause che generano le deviazioni e le patologie del potere, ponendo in luce la totale autonomia del Dio delle Scritture, una figura che non cerca di dominare alcuno e, parallelamente, si sottrae alla manipolazione e all’intrappolamento in riti o schemi umani privi di sostanza. Gianni Santamaria l’ha intervistato per Avvenire.
“Petrosino si muove attraverso autori da lui frequentati da una vita: filosofi, come Levinas, Girard, Blanchot, Cassirer, Rosenszweig e Kierkegaard, indagatori della psiche, da Freud a Lacan e Kristeva, fino a storici e sociologi della religione, da Eliade a Durkheim, biblisti come Beauchamp e Maggioni, grandi poeti come Goethe e Rimbaud. Fino a una citazione fondamentale per l’ossatura del saggio, presa da un autore, Roland Barthes, spesso considerato solo per i Frammenti di un discorso amoroso o per la semiotica della moda, ma che «invece su questi argomenti ha un pensiero molto preciso».
Lei utilizza concetto dell’abitare come cura dell’altro, che però subisce la “fatale attrazione” del diventare possesso: dell’altro, della terra, di Dio. Quali gli antidoti a questa tentazione?
«Bisogna prima capire la ragione profonda della questione. Sono stato molto colpito da un’affermazione di Roland Barthes sulla libertà. Questa va intesa – dice – non solo come la forza di sottrarsi al potere, come libertà “da”, ma anche, e soprattutto, come volontà di non sottomettere nessuno. È sorprendente, perché dice che la libertà è non esercitare un potere. Da questo punto di vista – è la tesi centrale del libro – solo Dio è libero, perché, stando alle Scritture, è il solo che non vuole sottomettere nessuno. Il potere in sé non è male. Il problema è perché noi lo esercitiamo per sottomettere qualcuno. Secondo me perché cerchiamo continuamente una conferma alla nostra identità. A lezione faccio sempre l’esempio del bambino che dice ai genitori “guardate che mi tuffo”. Attende un riconoscimento. È un “ditemi che esisto”».
E quello che fanno tanti uomini di potere?
«Il potere non va criminalizzato. Anche per fare il bene è necessario il potere. Il problema è che esso si trasforma facilmente in qualcosa di malvagio quando non viene usato per realizzare qualcosa, ma per confermare qualcuno».
È una dinamica che si può applicare anche agli scenari nel mondo di oggi?
«È esattamente questo. Il sociologo Enzo Pace dice che la religione viene sfruttata nei momenti di crisi di identità. È interessante in questo senso quello che avviene negli Stati Uniti. Non lo si dice spesso, ma sono in una crisi profondissima, non per l’economia, bensì per il disastro della scuola. In una situazione così, per dare un’identità, Donald Trump usa la religione e il suo universo simbolico. Lo si è visto ai funerali di Kirk: la croce della vedova macchiata di sangue, il tema del martirio, la croce fatta transitare nello stadio. È il sintomo di una debolezza profonda a livello sociale».
Non è l’unico al mondo a usare la religione.
«Certo, ma non mi stupisce quando ciò avviene nel mondo islamico, che non ha conosciuto l’umanesimo e la Rivoluzione francese. Mi sorprende che avvenga nell’Occidente cristianizzato. Ogni volta che c’è una crisi politica si gioca il potente jolly della religione. In questo si capisce il grande valore del comandamento “non nominare il nome di Dio invano”. È come se Dio dicesse lasciami fuori dalle tue cose. Non uccidere in mio nome. Non tirarmi in ballo. Ma è esattamente quello che si continua a fare in modo terribile».
In Occidente c’è il duplice movimento del volersi autonomizzare dal potere e dalla religione e allo stesso tempo del sentire il fascino del “Palazzo”, come lei lo chiama. Perché?
«L’uomo è questo. Perciò distinguo la religiosità dalla religione. Se la prima non trova forme istituzionalizzate, organiche, non viene certo annullata, ma si manifesta in quello che Roger Bastide chiamava il “sacro selvaggio”. Eliminare dall’umano la dimensione religiosa e quella artistica, che per me vanno sempre insieme, è illusorio. Il problema è che il modo di abitare la religiosità, può sempre deviare, come abbiamo detto, verso il dominio. La religione è un pharmakon, che può aiutare gli uomini a vivere, ma anche avvelenarli. È uno sbandamento strutturale, è il grano e la zizzania.»
Spesso si evocano i “falsi profeti”.
«Per questo mi colpisce ciò che avviene negli Stati Uniti, perché l’Occidente in qualche modo aveva superato certi infantilismi: i predicatori, chi fa i miracoli in diretta… Anche chiamare Kirk “martire” è problematico. Gesù in molte parabole evoca una figura legata al tema dell’abitare: l’amministratore infedele. Non si può abitare senza amministrare e non si può amministrare senza legiferare. Ma spesso l’amministratore si concepisce come padrone. E questa è la fine. Il Levitico dice: ricordati che sei in affitto».
A queste derive lei oppone il realismo biblico. Cosa ci insegna?
«Bisogna riconoscere con serietà che l’uomo continua a sbandare, che il dominio non è un accidente e non dipende dal fatto che gli uomini sono cattivi, anche se poi alcuni certamente lo sono. E dunque la religione deve continuamente sorvegliarsi per non trasformarsi in una struttura di dominio. Pericolo che è sempre dietro l’angolo. Realismo è riconoscere che, pensando di fare il bene dell’altro, in realtà te lo stai mangiando, lo stai distruggendo. Questo realismo riguarda i singoli, ma a maggior ragione chi ha posizioni apicali: i maestri, gli intellettuali, la gerarchia. Spesso si sentono cose incredibili, visioni finte, opinioni false, non dalla vecchietta o dal passante, ma dal politico, dal filosofo… l’uomo non è così».”
Cara ansia ti scrivo

Su Rocca ho trovato un curioso articolo di Rosella De Leonibus: si tratta di una lettera alla propria ansia e si apre con una citazione. “L’ansietà è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati” (Robert Albert Bloch). Ma ecco il testo.
“Ansia: travaglio d’animo, tormento, tribolazione (dal latino: anxietas, anxietudo).
La psicologia ti definisce come un senso di incertezza relativo al futuro, con sentimenti spiacevoli di timore, in genere vaghi e non proiettati su oggetti o eventi riconoscibili. Nel senso comune, ti si descrive come viva preoccupazione, attesa inquietante e angosciosa.
Bene, ora che so come ti definiscono, ho intenzione di scriverti una lettera. Non perché io ti voglia bene, per favore no, direi invece che, se devo dire la verità, ti odio, con tutto il mio cuore, sì, quel cuore che tu mandi in affanno quando meno me lo aspetto. Ti voglio scrivere perché voglio che tu mi stia a sentire, sì, proprio tu che mi blocchi la parola in gola quando ti pare, senza alcun riguardo per le pessime figure che mi fai fare…
E quindi, a noi due. Mi leggerai fino in fondo, lo pretendo, perché io ti sto a sentire anche in piena notte, quando mi svegli all’improvviso con un bagno di sudore, il fiato mozzo, gli occhi sbarrati nel buio.
C’E’ POSTA PER TE
Cara la mia ansia,
cara nel senso che mi costi davvero cara. Ecco, cominciamo con questo. Le occasioni mancate a causa tua, che ti infili in mezzo tra me e la persona che vorrei sedurre, ti metti tra i piedi quando sono in un posto nuovo e mi impedisci di godermi l’avventura per le paranoie che mi sventoli davanti al naso. Per non parlare degli esami e dei colloqui di lavoro in cui mi hai sabotato, svuotandomi il cervello davanti a domande banali per cui mi mordevo la lingua solo pochi minuti dopo, una volta fuori dalla stanza dell’incontro. Perché tu, vile e traditrice come sei, appena fuori da quella stanza sei balzata giù dal mio cervello e la lucidità di colpo è tornata. Quindi, cara mi costi e mi sei costata, il giorno in cui ti addebito tutti i fallimenti, le mancate azioni, le figuracce, ti mando in rovina.
“L’ansia in bancarotta… Costretta a risarcire i danni!”, quanto vorrei questi titoli su tutti i social…
Già, perché, tanto per non abbonarti alcun addebito, mi torturi anche lì, che dovrebbe essere il mio spazio di decompressione. Perché mi sento male se non vedo il “mi piace”, e vado in apprensione per i discorsi di odio che mi becco ogni volta che esprimo pubblicamente una posizione. E poi quella tremenda sensazione di essere tagliati fuori dai circuiti comunicativi, Fomo, la chiamano, fear of missing out, e io soltanto so com’è collegata al mio grande assente, il sentimento di autostima, e alla paura ancestrale di dover subire un’esclusione…
Quindi, odiata ansia, farò di tutto per cancellarti dalla mia vita. Se fossi un partner, ti avrei già mandato al tuo paese, ma tu saresti ritornata mille volte, più possessiva e invadente che mai a grattare alla mia porta, a infilarti nelle fessure delle imposte, a sgusciare furtiva dentro l’uscio quando esco, così nel frattempo ti saresti impossessata della casa e non avrei avuto pace neppure al mio ritorno.
Che vuoi da me? Tu sei muta, ma io lo posso dedurre facilmente dai risultati che ottieni. Mi tieni alla larga dalle novità, mi precludi ogni prospettiva che non sia già praticata, ogni slancio un po’ più ampio, e finisci per oscurare l’orizzonte delle mie speranze occupandolo con le tue nuvole nere e i tuoi annunci di tempesta.
E IL PERFEZIONSIMO? COLPA TUA.
“È detto che la nostra ansietà non svuota il domani dei suoi dispiaceri, ma soltanto svuota l’oggi della sua forza” (Charles Haddon Spurgeon).
Ti ho sfidato, qualche volta, ho voluto buttare il cuore oltre l’ostacolo, ho fatto l’esatto contrario di quel ritiro dal campo che tu mi gridavi nelle orecchie, e il risultato è stato solo che l’energia non mi è bastata per arrivare in fondo. Per cui hai vinto anche allora, lasciandomi solo la corda più lunga e giocando con me come fa il gatto col topo, sapendo bene fin dall’inizio che saresti stata tu ad assestare la zampata finale.
Ecco, vedi, ho una rabbia enorme nei tuoi confronti, e ora che l’ho messa per iscritto mi accorgo che dietro c’è tanta tristezza. Perché, per quanto io continui a guardarti come una nemica, come un parassita, un’ospite indesiderabile, sei dentro di me, sorgi dal mio interno, da una parte antica del mio cervello, quella più direttamente connessa alle funzioni vitali del mio corpo. Che dolore riconoscere che vivi dentro di me… che dolore riconoscere che sei nata per proteggermi da pericoli futuri, e anche se non ci sono guai in vista, comunque mi ordini di stare in guardia, non si sa mai…
Tu lo sai bene, anche se io non lo posso ricordare, quanto fosse difficile per me nell’infanzia aver fiducia nel mondo… il mondo allora per me erano i genitori, il loro modo di amarmi, fatto di insicurezze e ambivalenze, il loro modo di scoraggiare le mie prime esplorazioni, e quella reazione aggressiva che avevano nei miei confronti quando mi capitava qualcosa di spiacevole, come se, invece di consolarmi e rassicurarmi, si arrabbiassero per via dello spavento che avevo procurato loro…
Ho imparato là a non osare più di tanto, è là che ti sei manifestata dentro di me, perché non dovevo sbagliare, non dovevo incappare mai in alcun problema, altrimenti non ci sarebbe stato nessuno a venire a prendermi. La tua funzione era di proteggermi, visto che nessun altro lo avrebbe fatto, evitando ogni rischio, e così ho imparato a camminare sulle uova, testa china e spalle chiuse, passo incerto e voce spenta. Meglio meno, meglio non chiedere, vietato sbagliare.
E poi è scattata la trappola: forse se faccio le cose al meglio, forse se imparo a dare il massimo qualcuno mi amerà di più, mi amerà meglio, mi offrirà finalmente un riparo? Se offro solo il profilo migliore, piacerò di più? Se mi occupo degli altri e dimentico me, sarò una creatura finalmente indispensabile e quindi visibile?
La risposta è negativa, purtroppo, con l’aggravante che con questa ricerca dell’eccellenza ho accumulato tensioni intollerabili, sforzi inumani, che mi hanno lasciato la mandibola sempre bloccata, le spalle doloranti, l’intestino in fiamme, il bacino rigido, i piedi contratti… Mi hanno plasmato a poco a poco come una figura pietrificata, efficiente ed efficace agli occhi del mondo, ma sola, irraggiungibile dietro la mia corazza.
E SE CI ALLEASSIMO?
La sento incrinarsi, da un po’, la corazza, e tu, ansia, che ti eri trasformata in tensione e spasmi, torni a manifestarti nel tuo regno preferito, quello delle emozioni.
Credevo di averti domato con l’autodisciplina, con il senso del dovere, ma eccoti, non ammetti briglie, vuoi dirmi qualcosa finalmente?
Vuoi dirmi che tu sei l’energia vitale che non ho potuto ancora vivere? Che sei la mia difficoltà a stare nel presente perché il presente che mi si offriva non era vivace, attraente, sereno?
Vuoi raccontarmi oggi che tu sei la mia energia?
Che hai sofferto accanto a me e con me per tutte le volte in cui non ho potuto lasciarmi andare, per tutte le volte in cui l’ambiente è stato poco accogliente, per ogni errore che non è stato aiutato a diventare apprendimento, per ogni modello mancato, per ogni sostegno non ricevuto?
Vuoi dirmi che hai dovuto farmi tu da scudo, poiché non potevo contare su una forza interiore che non aveva avuto le condizioni per consolidarsi?
Vuoi dirmi che ognuno di quei sintomi che tanto mi spaventavano, ognuno dei cento malesseri psicosomatici di cui ho ricevuto la visita devastante, ognuno di loro era un grido di libertà soffocato?
E mi vieni a raccontare che questa energia può ancora essere ravvivata e può trovare una forma adattiva per manifestarsi?
Vuol dire che quel grido muto dei sintomi può diventare man mano slancio vitale, curiosità nuova, e può avere presa sul mondo invece che avvilupparsi alla mia gola?
Vuoi farmi vedere quanto hai condensato, in forma di malessere, i “no” che non potevo dire, i “sì” che mi erano stati strappati per compiacenza, vuoi stare qui a narrarmi di come hai mantenuto accesa la mia vitalità nonostante tu ne abbia limitato a tua volta, con la tua presenza, le possibilità di espressione?
Vuoi che facciamo un patto?
Che io non cerchi più di annullarti, che io riconosca che mi hai salvato e protetto quando ero troppo fragile, che io accolga il tuo messaggio di alleanza?
Perché sei una forma elementare di energia per sopravvivere, ma se ti tengo accanto e ti do respiro puoi evolvere e diventare la mia migliore body guard. E io saprò che mi metterai in allerta solo quando servirà, e che non mi giudicherai per una svista, un tentativo fallito. Saprò che è mio compito assicurarti pause di benessere, di natura, di gioco, di leggerezza. E che l’amore in tutte le sue forme è il tuo migliore nutrimento trasformativo.
E allora, dai, vecchia mia, ho fatto bene a scriverti questa lettera, ti ho visto da vicino e tu lo stesso, abitiamo lo stesso corpo, abbiamo tutt’e due bisogno di esperienze creative, e vive, e libere.
Ti puoi sciogliere, ora, puoi allargarti, diluirti, oppure sprizzare con forza come le bollicine frizzanti che escono dalla bottiglia appena stappata, ci possiamo concedere quel brivido di eccitazione, quello scintillio di vita che ci radica nel presente e ci spinge verso il futuro con occhi desideranti.
Alleate.
Ciao cara, senza paura. Ciao cara, con un pizzico di brio. Ciao cara, con leggerezza.
“La tua ansietà è direttamente proporzionale alla tua dimenticanza della natura, perché tu porti in te stesso paure e desideri illimitati” (Epicuro)”
Un clericalismo che fa male

Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo sul celibato dei sacerdoti. Una persona a me molto cara, mi ha suggerito un altro pezzo che descrive atteggiamenti che ha subito in prima persona e che le hanno fatto molto male. Il minimo che posso fare è pubblicarlo sul blog. Si tratta di un articolo di Guillermo Jesús Kowalski, pubblicato in “Religión Digital” e dedicato a Betina, sua “moglie e compagna nel cammino di santità dell’ordine sacro”. La traduzione è a cura di Lorenzo Tommaselli.
“Per Gesù la santità è la beatitudine delle vittime, in contrasto con coloro che, come il fariseo nel tempio o l’Epulone della parabola, hanno già la loro ricompensa. Egli è venuto per rendere felici coloro che il mondo e la religione considerano perdenti e falliti. E sceglie di essere uno di loro. Filtra con sarcasmo discipline religiose, concentrandosi invece sull’Amore e la Misericordia per i poveri e gli emarginati.
In questo 1 novembre, giorno di Ognissanti, voglio ricordare un gruppo di scartati dalle strutture ecclesiastiche: i preti sposati, testimoni silenziosi di una santità incarnata che rimane ancora misconosciuta. In loro risplende la grazia santificante della duplice sacramentalità, dove l’amore coniugale ed il servizio pastorale si intrecciano come segni del Regno. Pur emarginati dal clericalismo che ha loro voltato le spalle, sono componenti indispensabili di una Chiesa più umana, riconciliata con la verità dell’amore e la sequela di Cristo nella realtà.
Essi, come tanti altri, rivelano che solo le vittime della Chiesa possono pronunciare una parola nuova per credere di nuovo in essa come strumento del Regno di Dio.
All’interno della Chiesa cattolica persiste una tensione tra una struttura ecclesiale intrappolata nel clericalismo celibe e la realtà viva dei preti sposati come un’altra forma di santità. Questo conflitto è disciplinare, teologico e antropologico: il celibato obbligatorio, promulgato per legge tardivamente, nel XII secolo, e regolamentato dal Concilio di Trento, non è un dogma, ma una costruzione istituzionale che ha confuso la fedeltà evangelica con l’obbedienza al potere. Nelle parole di Gesù: “Non era così in principio” (Mt 19,8).
Nel cristianesimo primitivo le cose erano diverse: Pietro e la maggior parte degli apostoli erano uomini sposati; Paolo richiedeva che i vescovi fossero “mariti di una sola moglie” (1 Tm 3,2). Ma la progressiva identificazione tra perfezione e celibato ha consolidato una casta sacra superiore. Una deriva legata ad antiche mutilazioni religiose (mutilazione genitale femminile o maschile, come nel caso di Origene e altri) che confondevano la santità con la negazione del corpo.
Questa distinzione ha alimentato il clericalismo: l’esaltazione del clero come un gruppo separato e superiore perché non si sposa, i cui membri godono di privilegi e di un potere indiscutibile.
Come ha notato Hans Küng, “la Chiesa ha confuso la santità con il controllo”, mentre Umberto Eco ironizza: “preferisce la castità al senso comune”. In contrasto con questa spiritualità timorosa del desiderio, Bruno Forte propone una visione trinitaria: “l’amore coniugale e l’amore pastorale trovano la loro radice comune nella Trinità, dove la comunione è dono reciproco”.
Il prete sposato non è un errore disciplinare da “nascondere”, ma un segno profetico del Regno: una testimonianza del fatto che l’amore umano ed il ministero pastorale sono espressioni inseparabili della stessa grazia divina.
La voce dei teologi: mettere in discussione il fondamento
Numerosi teologi cattolici giungono oggi alla conclusione (insieme ai numerosi studi sulla pedofilia di diversi paesi) che il celibato obbligatorio, un’imposizione innaturale, è fonte di problemi pastorali, psicologici e spirituali, di doppie vite e abusi, come testimoniano i mezzi di comunicazione, che oggi senza pudore violano i muri dell’omertà clericale.
Hans Küng ne evidenzia la sua disconnessione normativa dal Vangelo. Nella sua opera Perché sono cristiano? afferma: “Il celibato clericale non è un comandamento di Gesù, ma una legge della Chiesa. E le leggi della Chiesa possono essere modificate dalla Chiesa”. Questa legge non garantisce una maggiore disponibilità per Dio, genera un moralismo ossessivo sulla sessualità e allontana persone capaci dal ministero ordinato.
Da parte sua, il teologo australiano Paul Collins, autore di Papal Power, collega direttamente il celibato al clericalismo e all’abuso di potere: “il celibato obbligatorio è il cemento che mantiene unita la struttura clericale. Crea una mentalità del «noi contro loro», separando i preti dal popolo che dovrebbero servire. Questa separazione è il terreno fertile perfetto per il clericalismo, per l’arroganza e, nei casi più tragici, per l’abuso”. La credibilità della Chiesa è erosa da questo divario strutturale. A partire da una prospettiva più pastorale ed ecumenica, il teologo tedesco David Berger, che ha lasciato il ministero per sposarsi, ha conosciuto la “doppia vita” di molti chierici. Berger denuncia “l’ipocrisia di un sistema che, mentre predica la castità, spinge molti ad una vita clandestina, generando una profonda sofferenza personale e una crisi di integrità”. Migliaia di preti hanno dovuto scegliere traumaticamente tra la vocazione all’amore coniugale e quella al ministero, come se si escludessero a vicenda. Migliaia di vittime scartate dall’istituzione.
La condanna e la discriminazione: il prezzo elevato della scelta
Chi “ha il coraggio di uscire” e di vivere la propria unione coniugale, si scontra con un meccanismo di discriminazione giuridica e di accanimento sociale. Non può più amministrare pubblicamente i sacramenti, privando la comunità di qualcosa di essenziale. Ma la sanzione va oltre l’aspetto legale: è una lezione che non ha scadenza.
Questi uomini, che spesso conservano una fede profonda e un amore per la Chiesa, vengono stigmatizzati, trasformati in fantasmi all’interno della comunità che un tempo hanno guidato. Vengono calunniati come falliti, malati, con “strane idee” e viene loro negata la possibilità di servire o di trovare uno spazio ministeriale significativo all’interno della struttura ecclesiale. I loro matrimoni sono disprezzati e visti come la causa del loro “degrado”.
Molti fedeli, indottrinati da una visione sacralizzata del clero celibe, non sanno come relazionarsi con un prete sposato. Reagiscono con diffidenza, con pettegolezzi alle sue spalle e con un sospetto generale sulla sua ortodossia o sul suo “fallimento”. Sono visti, nella migliore delle ipotesi, con compassione e, nella peggiore, come “traditori che hanno infranto un giuramento sacro”.
La teologa femminista spagnola Isabel Corpas, autrice di La rivoluzione silenziosa delle donne nella Chiesa, esprime questa ingiustizia: “Condannando un prete che si sposa, la Chiesa non solo punisce un uomo, ma sta svalutando simbolicamente il matrimonio e, soprattutto, la donna con la quale si sposa. Lei diventa la «tentazione», la «colpevole» della «perdita» di un prete. È una visione profondamente misogina che rafforza l’idea che la donna sia un pericolo per la santità dell’uomo consacrato”. Questa dinamica – sostiene Corpas – perpetua una visione clericale e patriarcale che deve essere smantellata.
Solo pochi giorni fa abbiamo letto le esperienze del vescovo Reinhold Nann e di don Ignacio Puente Olivera, nelle quali si riflette quella di migliaia di preti sposati. Il primo se n’è andato, stanco di tante “bugie nella vita presbiterale” che lo hanno portato a una profonda depressione e a concludere che “il celibato obbligatorio non dovrebbe continuare ad essere un peso imposto a tutti, ma una scelta libera e carismatica. Il matrimonio non diminuisce la santità o l’efficacia pastorale di un prete”. La sua rinuncia al potere e la sua scelta di vivere con la sua partner non sono state una caduta, ma una liberazione spirituale («Religión Digital», 20 ottobre 2025).
Il secondo ha presentato una teologia piena di speranza parlando della “doppia sacramentalità”, la coesistenza armoniosa dell’Ordine e del Matrimonio: “Siamo pienamente preti, pienamente mariti e pienamente padri”. Ha denunciato l’«ignoranza istituzionale» escludente e ha sostenuto che la sua identità presbiterale non dovrebbe dipendere da un decreto, ma dalla fedeltà alla chiamata di Gesù. (RD, 09.10.2025)
Entrambi sentono di non avere il loro posto nella Chiesa; non sono veri laici, poiché la loro formazione teologica e l’esperienza ministeriale li hanno preparati a servire in altro modo. Né sono chierici di pieno diritto, poiché il loro matrimonio li ha emarginati dal sistema. Tuttavia, mossi dalla sequela di Cristo e dal loro amore per la Chiesa, desiderano continuare a servire a partire dalla loro nuova posizione e avere il loro posto nel poliedro ecclesiale. Il loro reinserimento non sarà frutto della “tolleranza”, ma piuttosto della conversione della Chiesa.
La voce del popolo di Dio si è espressa in modo schiacciante nei sinodi a favore dell’ammissione del prete sposato. Ma non si è voluto far ascoltare questa voce. Allora, di quale sinodalità stiamo parlando?
La sfida: verso una Chiesa sinodale e non clericale
Il movimento a favore di un celibato facoltativo e del riconoscimento della santità dei preti sposati è anticlericale, non anti-Chiesa. Non cerca di distruggere il ministero, ma di reintegrarlo nella comunità dei battezzati, di «ordinarlo» verso la comunione, non verso la segregazione. Punta verso una Chiesa sinodale, per camminare insieme con pari dignità.
La Chiesa cattolica è formata da 24 Chiese, una occidentale e 23 orientali. La Chiesa ortodossa cattolica ha preti sposati, così come i riti orientali fedeli a Roma, come il maronita, il greco-cattolico melchita, il greco-cattolico ucraino e l’armeno. Le loro parrocchie sono testimonianza vivente che il celibato non è un requisito “ontologico” per il ministero ordinato. La santità non risiede nello stato civile, ma nella fedeltà all’amore di Dio, sia nel dono celibe sia nell’amore coniugale.
Il prete sposato è chiamato alla santità in questo stato. Pertanto, lungi dall’essere un problema, è un ponte tra due realtà – il clero e il laicato – che la visione clericale ha artificialmente separato. Negare questo non è solo mancanza di pragmatismo pastorale; è una resistenza strutturale all’opera dello Spirito, con conseguenze disastrose sotto gli occhi di tutti.
La santità del prete sposato, negata dagli architetti del clericalismo, è una profezia fondamentale del Regno. La duplice sacramentalità dell’Ordine e del Matrimonio è segno che la santità non risiede nella mutilazione, ma nell’integrazione dell’amore. “Il futuro della Chiesa passerà per il recupero dell’elemento comunitario rispetto a quello clericale e su questa strada il riconoscimento del ministero sposato sarà un segno profetico che lo Spirito soffia dove vuole, e non solo nei seminari di oggi” (Leonardo Boff).”
Il silenzio sul celibato

Ieri sera, sul tardi, diciamo pure ieri notte, mi sono imbattuto in un articolo di Sergio Di Benedetto pubblicato su VinoNuovo. L’argomento, come scrive il professore, è uno di quelli di cui effettivamente da tempo non sentivo parlare: il celibato dei sacerdoti.
“Ci sono temi che hanno un loro ‘momento di gloria’, e poi scompaiono, o quasi, dal dibattito. È così in ogni settore, e quello ecclesiale non è da meno. Tra questi argomenti messi nell’ombra credo si possa annoverare il celibato sacerdotale, che sembra sparito dai radar del dialogo pubblico nell’orbe cattolico, salvo poi tornare in scena (saltuariamente) di fronte a qualche caso di cronaca, che però si consuma in fretta e in fretta cade nel buio (l’ultimo, quello del vescovo Reinhold Nann).
Così, forse incalzato e scalzato dalla discussione sul diaconato femminile, o su altri nuclei di riflessione teologica, una pacata, profonda, seria discussione circa la possibilità di un superamento del celibato è tramontata. Complice, penso, un fatto che è stato una pietra tombale su tale argomento, e riguarda quando accaduto al Sinodo per l’Amazzonia (2019), il cui documento finale, al paragrafo 111, chiedeva un ripensamento della disciplina del celibato, ordinando uomini sposati (sostanzialmente i cosiddetti viri probati) «al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica». Esso, pur avendo avuto 128 voti favorevoli e 41 contrati (ovvero il 76%, ben più del 2/3 necessari), non era stato accolto nell’esortazione apostolica finale di Papa Francesco, Querida Amazonìa, per non spaccare o polarizzare (al solito, facendo prevalere i diritti della minoranza su quelli di un’ampia maggioranza). Così, però, si è non solo chiuso ogni tentativo di portare con più frequenza i sacramenti ai popoli dell’Amazzonia, ma anche ogni ulteriore riflessione: a che scopo discutere se, nonostante una consistente porzione di episcopato avesse espresso voto favorevole, poi nulla è cambiato?
La questione non è solo quella dei viri probati, ma in generale del celibato nella chiesa latina, la quale continua la prassi di scegliere presbiteri solo “tra coloro che sono chiamati al celibato”: ma questa, in buona sostanza, è una formula (retorica), per giustificare il fatto che la chiesa continua a ordinare uomini non sposati, mettendo la testa sotto la sabbia quanto a doppie a triple vite, sacerdoti con la compagna o il compagno, e così via. Perché una buona dose di ipocrisia pare non mancare mai quando si tratta di guardare alla realtà dei fatti, che è poi questa: ci sono presbiteri che vivono il celibato con equilibrio, altri che lo vivono in modo non equilibrato, finanche patologico, altri ancora che non lo vivono. Pochi giorni fa ho ascoltato, per l’ennesima volta, un ex sacerdote, ora dispensato e sposato, che ebbe un consiglio dal suo vescovo: per ora mantieni la tua relazione con questa donna, basta che non lasci il ministero….
Rimane l’antica questione, la vecchia scusa: il presbitero sposato non avrebbe tempo, energia, dedizione totali per la sua comunità. Ma siamo onesti: quanti, davvero, interpretano il proprio ministero in modo così eroico? Quanti parroci, quanti vicari sono oberati di incarichi, a rischio burnout, frantumati in mille discutibili attività, da avere quella disponibilità totale che, in realtà, li spezza umanamente, li induce talvolta al ritiro sociale, alla fuga, a vite parallele? Il tema è sempre lo stesso: che valore dare all’umanità del prete, celibato compreso?
Infine, che fare con quella risorsa preziosa che possono essere i presbiteri sposati, quando la loro ‘uscita’ è stata ben pensata, equilibrata, quando hanno costruito relazioni buone, generative, in cui ha trovato posto anche Dio?
In questo tema, oggi, mi pare, i veri nemici non sono né la tradizione né la prassi: è l’ipocrisia, che si tira dietro la paura di guardare le cose come sono, le vite degli uomini e delle donne come sono. E questo è, in ultima analisi, davvero contro il vangelo di Gesù.”
A conclusione di questo post mi piace riportare le parole di un sacerdote che mi manca molto, don Pierluigi Di Piazza che in vari libri ha affrontato l’argomento. In un’intervista di Giovanna De Caro dice:
“La dimensione affettiva è per ogni persona fondamentale, costitutiva; senza amore non c’è vita; l’amore buono, positivo, non quello inquinato o deturpato fino alla violenza sottile o esplicita. Essere prete non dovrebbe comportare il celibato obbligatorio; ho sempre pensato a una Chiesa libera, umana, ricca di relazione nella quale ci siano preti celibi, quando il celibato è scelto con libertà, consapevolezza, maturità; preti sposati; donne prete, non per una parità clericale sconveniente, bensì per l’apporto indispensabile della femminilità, della diversità di genere nella esperienza della fede, nella Chiesa. Sarebbero anche da reintrodurre nel ministero i preti costretti a lasciarlo perché si sono sposati. Attorno ai 33-35 anni ho vissuto una forte nostalgia della paternità. Non mi pare adeguato, né rispettoso per le tante esperienze umane se io parlo di coprire mancanze affettive. La compensazione dell’amore che non c’è per lo più si risolve in un artificio non veritiero.”
Uccidere un uomo è uccidere un uomo

Sébastien Castellion, o Chatellion o anche Châteillon, più noto in italiano come Sebastiano Castellione (nato 1515 – morto 1563) è stato un teologo francese, tra i primi e più importanti sostenitori della tolleranza religiosa. Visse in un’Europa in cui le guerre di religione, le esecuzioni per eresia e le persecuzioni erano normalità (tra il 1500 e il 1700 si registrarono migliaia di condanne a morte per motivi religiosi, eresia, stregoneria, ecc.). Ne voglio scrivere perché ho letto un articolo molto completo e approfondito sul sito australiano Aeon, a firma Sam Dresser. Reputo che bene si abbini al precedente post che ho pubblicato: entrambi gli articoli sono stati citati dal giornalista Simone Pieranni nella puntata 102 del podcast Fuori da qui, dal titolo “La grazia e la spada”. Sintetizzo l’articolo apparso su Aeon.
Origini modeste, formazione umanista, Castellione nacque in una famiglia contadina, si istruì nelle lingue antiche (greco, latino, ebreo) e nell’umanesimo. Lavorò poi come professore di greco a Basilea.
Conobbe Calvino col quale ebbe rapporti cordiali per un certo periodo; Castellione fu anche parte dell’istituzione scolastica di Ginevra. Il punto di frattura fondamentale fu la condanna al rogo di Michael Servetus nel 1553 — medico e teologo che respingeva la dottrina della Trinità. Calvino difese la sentenza, sostenendo che la coazione (anche capitale) contro gli eretici fosse giustificata per proteggere la fede “pura”. Castellione contestava che essere definito “eretico” fosse qualcosa di oggettivo: “scopro che riteniamo eretici coloro con cui non siamo d’accordo.” Quindi l’“eresia” diventava un’etichetta imposta dal potente piuttosto che una categoria teologica incontestabile. Castellione sosteneva che non si poteva giustificare moralmente l’uccisione di un essere umano per difendere una dottrina. “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa” (Contra libellum Calvini).
In “De Haereticis” e “Contra libellum Calvini”, Castellione criticò apertamente la pratica della persecuzione religiosa, indipendentemente da quanto “eretiche” o pericolose si ritenessero certe idee. Castellione insisteva che le dispute teologiche (predestinazione, natura dell’Eucaristia, interpretazione della Bibbia) avessero causato divisioni enormi, ma che non fossero il cuore del cristianesimo. Per lui ciò che contava erano i precetti morali visibili: amare il prossimo, essere misericordiosi, pazienti, gentili. Castellione non riteneva che tutta la Bibbia fosse da prendere letteralmente come “ispirata” in ogni sua parola. Alcune parti erano scritte da autori umani, con errori, contraddizioni, limiti umani. Pertanto proponeva di cominciare dalle ragione e dall’analisi razionale delle questioni controverse, e solo in seguito appoggiare le proprie opinioni con le Scritture, non il contrario. Nel suo scritto “De arte dubitandi et confidendi, ignorandi et sciendi” affermava che era bene sentire il dubbio, riconoscere che c’erano verità che restavano oscure o contraddittorie nella Bibbia, e che l’interpretazione non poteva limitarsi alla lettera ma doveva cercare il senso più ampio, l’“intonazione” generale del testo sacro.
Durante la vita, Castellione fu respinto e perseguitato; molte sue opere circolavano solo in manoscritto. Dopo la sua morte, alcuni testi furono pubblicati solo molto più tardi (alcuni addirittura nel XIX o XX secolo). Pur non essendo stato riconosciuto universalmente nella sua epoca come un “gigante” della tolleranza, le sue idee hanno anticipato temi che diventeranno centrali nell’Illuminismo: libertà religiosa, ragione, critica al dogma, riconoscimento della pluralità religiosa.
Castellione credeva che, senza tolleranza religiosa, gli Stati europei — divisi da fazioni dogmatiche — fossero destinati a guerre e autodistruzione. Uccidere nel nome della verità religiosa era un tradimento del cristianesimo. E la fede andava vissuta, dimostrata nelle azioni di amore e misericordia, non imposta con la forza. Inoltre non tutte le verità teologiche erano da considerare accessibili o definitive; molte rimanevano e sarebbero rimaste incerte. Ma il disaccordo non era motivo per cancellare l’altro, perseguitarlo o eliminarlo.
Di certo il suo non è diventato un nome popolare come Locke, Voltaire o altri filosofi della tolleranza: molte sue opere non furono pubblicate immediatamente o furono messe da parte per motivi politici o religiosi. Tuttavia, alcuni intellettuali successivi (tra cui Montaigne, Locke, Voltaire) apprezzarono le sue idee o conservarono le sue opere. Le sue riflessioni si ritrovano nei principi che più tardi diventeranno fondanti nelle democrazie liberali.
