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La domanda e la risposta

Scrivo sul blog, forse metterò qualcosa su Instagram e Twitter, di certo non su Facebook, social in cui resto solo per informarmi o mantenere relazioni altrimenti destinate a perdersi (non mi meraviglio che i ragazzi non lo frequentino: lo conoscono). Pubblicherò il solito “Nuovo post sul mio blog”…
Stamattina, insieme a delle colleghe, ero per strada e in piazza in mezzo a loro. Passo buona parte della mia giornata in mezzo a loro, in presenza fisica o mentale (anche se non li vedo, li penso, penso a quello che scrivono, raccontano, esprimono…). Li sento discutere, parlare, chiedere; li vedo ascoltare, appassionarsi, interrogarsi.
“Prof, cosa dovremmo fare domani?” mi hanno chiesto ieri in una classe prima. “Non vi dirò cosa dovete fare. Parlatene a casa, discutetene con i genitori, con fratelli, sorelle, conoscenti, fatevi un’opinione e la scelta arriverà”. Stamattina alcuni erano in piazza, alcuni erano in classe. Bravi! Bravi questi e bravi quelli se la scelta è ponderata, se si sono informati prima di scegliere e decidere: non siete rimasti a casa. In piazza c’era sicuramente chi rideva e chi era lì senza sapere perché; ma tanti, tantissimi, erano lì consapevolmente, consci della loro presenza, in ascolto di chi prendeva la parola (applaudivano, annuivano, negavano: ascoltavano). Non hanno bisogno del cinismo mascherato di realismo di adulti delusi. Se non ci credono loro, chi ci deve credere? Sono a chiedere a chi ha il potere di farlo di prendere delle decisioni! Sono a chiedere a chi ha paura di fare scelte impopolari perché corre il rischio di non essere rieletto, di fare scelte impopolari. E sono a chiedere a noi adulti di stare dalla loro parte perché ci conoscono troppo bene e sanno che li guarderemmo dalle finestre liquidandoli con un “eh, son ragazzi… anche io alla tua età…”. Invece no, noi adulti, sappiamo perfino sorprenderli! Già! Sappiamo fare di peggio: non li compatiamo con un benevolo sorriso, ma li attacchiamo! Scriviamo sui social che devono vergognarsi, che non sanno perché son lì, che vogliono solo fare vacanza, che non sono coerenti. Siamo adulti tristi. E’ lì che va cercata la risposta alla domanda “Perché non abbiamo fatto niente quando potevamo fare qualcosa?”.

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I giovani in piazza per difendere l’ambiente

Foto tratta da https://www.mapsimages.com/works/belgium-youth-for-climate/

Nelle classi quinte stiamo parlando di ecologia e di ambiente, di impronta ecologia e di consumi sostenibili. Pubblico un articolo su quanto sta succedendo, soprattutto tra i giovani, in diversi paesi del mondo. La fonte è l’attento collettivo di Valigia Blu.

Ieri (27 gennaio, ndr) a Bruxelles si è svolta un’altra manifestazione di protesta “Rise for Climate” a cui hanno partecipato almeno 70.000 persone che, sfidando freddo e pioggia, hanno chiesto al governo di aumentare gli sforzi per combattere il cambiamento climatico, con un uso maggiore delle energie rinnovabili e intraprendendo più azioni per migliorare la qualità dell’aria.

È la quinta volta in due mesi che, nella capitale belga, viene organizzata un’iniziativa contro il cambiamento climatico. Il mese scorso una marcia analoga aveva visto la partecipazione di più di 65.000 persone, mentre giovedì scorso circa 35.000 studenti hanno saltato le lezioni per protestare per l’ambiente. Nonostante l’impatto sulla politica belga sia limitato, perché il paese è attualmente guidato da un governo di transizione, le manifestazioni mantengono alta l’attenzione sulla questione che sta particolarmente a cuore ai più giovani e non soltanto in Belgio.

La generazione che scende in piazza per difendere l’ambiente

Sono giovani, giovanissimi, sempre più numerosi e determinati. Sono i ragazzi che scendono in piazza per manifestare contro le conseguenze del cambiamento climatico e l’assenza di politiche ambientali adeguate. Per molti di loro la protesta è diventata un appuntamento settimanale fisso. Ogni giovedì o venerdì studenti di vari paesi saltano la scuola per protestare a difesa del clima. Il messaggio che questa generazione di adolescenti vuole mandare agli adulti è sempre più chiaro: non state facendo abbastanza per salvare l’ambiente, state giocando con il nostro futuro.
Col passare delle settimane aumentano cortei, raduni, sit-in organizzati in un numero di città sempre maggiore e che vedono un incremento costante nella partecipazione. Belgio, Germania e Svizzera sono i paesi in cui l’adesione è più alta ma piccole o grandi mobilitazioni si sono tenute e ancora si tengono in Austria, Australia, Canada, Finlandia, Irlanda, Nuova Zelanda, Scozia, Svezia e anche in Italia con piccoli gruppi di manifestanti. Immagini e video degli eventi sono condivisi sui profili Twitter e Instagram di Greta Thunberg, la studentessa sedicenne svedese che ha ispirato il movimento internazionale dando vita per prima alla protesta settimanale per l’ambiente, tutti i venerdì, all’esterno del parlamento a Stoccolma e che lo scorso venerdì ha protestato a Davos dove ha partecipato al World Economic Forum.

I 35.000 in marcia a Bruxelles

Giovedì scorso 24 gennaio, per la terza settimana consecutiva, migliaia di studenti belgi hanno scioperato saltando le lezioni per manifestare a Bruxelles in quella che si è rivelata – per partecipazione di giovani – una protesta senza precedenti contro il riscaldamento globale e l’inquinamento.
La promessa che hanno fatto i ragazzi è proseguire l’iniziativa ogni settimana fino a quando il governo non metterà in campo azioni concrete. Come le precedenti manifestazioni anche questa è stata organizzata dal gruppo “Youth for Climate” fondato da due studenti della scuola secondaria di Anversa. «Per noi non esiste niente di più importante», ha detto uno dei manifestanti all’emittente radiofonica Bruzz. «È l’unico argomento di cui parliamo».

A suon di tamburi e agitando cartelli che recitavano “Stai dalla parte della soluzione, non dell’inquinamento” e “Anche i dinosauri credevano di avere più tempo a disposizione” i ragazzi si sono infine radunati all’esterno della sede del Parlamento europeo. «Se saltiamo la scuola ogni giovedì gli adulti, nel nostro paese e in tutto il mondo, capiranno che siamo di fronte a un problema», ha dichiarato a RTÉ Joppe Mathys, studente delle scuole superiori. Mentre alcuni alunni hanno il permesso dei rispettivi istituti di partecipare alle marce, altri rischiano di subire provvedimenti qualora continuino ad assentarsi in maniera fissa. Alcune scuole, sebbene consentano l’assenza qualche giovedì, non sono d’accordo con la proposta di saltare le lezioni tutti i giovedì fino alle elezioni parlamentari di maggio. La prima marcia “Youth for Climate”, organizzata il 10 gennaio scorso, aveva visto la partecipazione di 3.000 studenti. La seconda, il 17 gennaio, aveva riunito 12.000 persone. Secondo i dati forniti dalla polizia le persone che hanno partecipato a quest’ultima manifestazione erano circa 35.000. Una marcia organizzata dagli studenti degli istituti superiori aderenti al gruppo Students for Climate è prevista il 14 febbraio.

Il movimento verde dei giovani in Germania

Secondo il ricercatore Klaus Hurrelmann della Hertie School of Governance di Berlino attualmente gli adolescenti tedeschi sono interessati alla politica più di quanto non lo siano mai stati. Il tema della protezione dell’ambiente li coinvolge particolarmente. Gli interessi delle nuove generazioni si estendono a tutte le aree che riguardano l’ambiente, spiega Hurrelmann a Deutsche Welle. Sia che si tratti di inquinamento negli oceani a causa della plastica o della morte degli insetti per l’aumento dell’agricoltura industriale o del riscaldamento globale, “queste persone percepiscono intuitivamente che si tratta di elementi fondamentali che non vogliono vedere in pericolo”. Per Hurrelmann è in atto un cambiamento di atteggiamento per cui i minori di 20 anni sono più interessati alla politica di quelli che ne hanno più di 20. La ONG Friends of the Earth Germany (BUND) ha registrato ultimamente la più alta crescita associativa tra le persone di età inferiore a 27 anni. Circa 12.000 giovani sono membri attivi del World Wildlife Fund (WWF) a livello nazionale e molti altri sono attivi in rete. Per questo motivo ogni venerdì gli studenti tedeschi saltano le lezioni scolastiche e aderiscono alle manifestazioni per l’ambiente di “Fridays For Future”, il movimento di Greta Thunberg.
Venerdì scorso ci sono state marce e sit-in a Berlino, Biberach an der Riß, Brema, Colonia, Dortmund, Erlangen, Gießen, Halle, Husum, Karlsruhe, Kassel, Kiel, Lipsia, Luneburgo, Monaco, Munster, Osnabrück, Schwäbisch Hall, Sindelfingen, Stoccarda, Tubinga, Wesel, Wuppertal, Würzburg. La maggior parte dei giovani che partecipano a queste proteste cerca quotidianamente di migliorare l’ambiente trovando il sostegno delle loro famiglie. Alcuni genitori provano a consumare meno carne o lasciano l’auto a casa quando possono andare in bicicletta o utilizzare il trasporto pubblico. «La nostra generazione ha fallito e ora i nostri figli devono pagare il prezzo», ha detto a Deutsche Welle Andrew Murphy che ha recentemente partecipato a una manifestazione sul clima a Bonn con tre dei suoi quattro figli.

Da quando è diventata socia del WWF a 12 anni Jana, che oggi ne ha 16, si è interessata ai problemi ambientali. «Se penso al futuro non posso dire di essere spensierata», ha raccontato a Deutsche Welle. «La siccità estrema, le ondate di caldo in tutto il mondo, sono soltanto il preludio di ciò che sta per accadere e che mi spaventa». Ragazzi come Jana sono determinati a esercitare pressione sul governo affinché si metta fine in maniera definitiva all’uso del carbone. «Avremmo dovuto agire molto prima. Con il passare del tempo diventa molto più difficile, non ne rimane molto».
Intanto sabato scorso la Commissione tedesca per il carbone ha finalmente reso noto un rapporto di 336 pagine che raccomanda al paese di cessare la dipendenza da carbone e lignite entro il 2038. La Germania, infatti, è l’unico paese dell’Europa nord-occidentale a utilizzare ancora il più inquinante tra i combustibili fossili che fornisce quasi il 40% dell’energia, contro il 5% del Regno Unito che prevede di eliminarlo completamente entro il 2025. Per diventare effettiva la proposta dovrà essere approvata dal governo. Dopo lunghi colloqui e confronti la Commissione tedesca composta da 28 membri del mondo dell’industria, della politica e delle ONG – che ha lavorato dalla scorsa estate per elaborare un calendario per il progressivo abbandono del carbone – ha fissato come scadenza il 2038. Il termine potrà essere eventualmente anticipato al 2035 a seguito di una revisione che si terrà nel 2032.
“La Germania ha finalmente deciso di accelerare e di unirsi alla maggior parte degli Stati europei, stabilendo una data di uscita dal carbone, assicurando supporto ai lavoratori, e merita un plauso per questo. Ma aver previsto di raggiungere questo obiettivo nel 2038 non è sufficiente per consentire alla stessa Germania o ad altri Stati di mettersi al riparo dai pericolosi impatti del cambiamento climatico, né di rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Ogni settimana aumentano le prove del fatto che il cambiamento climatico sta accelerando, portando con sé incendi boschivi, tempeste violente e altri fenomeni meteorologici estremi. Questo dovrebbe spingere i paesi – e la Germania dovrebbe essere da esempio aumentando le loro ambizioni – a fare di più e a farlo in fretta” è stato il commento di Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International che vorrebbe che l’uscita dal carbone avvenisse entro il 2030.

La buona notizia, secondo gli ambientalisti tedeschi, è che il rapporto della Commissione sancirebbe la salvaguardia definitiva di ciò che resta della secolare foresta di Hambach che rischiava di essere distrutta dal colosso tedesco dell’energia RWE per l’ampliamento di una miniera di carbone e per la quale, lo scorso settembre, ci sono stati scontri tra manifestanti e la polizia nel tentativo di tutelarla.

Gli studenti di 15 città svizzere dicono no al cambiamento climatico

Lo scorso 18 gennaio è stata l’ultima volta che i giovani svizzeri hanno manifestato contro il cambiamento climatico. Più di 10.000 studenti hanno organizzato marce e sit-in in almeno 15 città tra cui Aarau, Baden, Basilea, Losanna, Lucerna, Soletta, Zugo e Zurigo. Solo a Losanna sono scesi in piazza oltre 8.000 studenti.
Il prossimo appuntamento per marciare tutti insieme nelle rispettive città è previsto il 2 febbraio.

Il Regno Unito si prepara per il primo sciopero degli studenti del 15 febbraio

Gli studenti del Regno Unito si stanno preparando per lo sciopero di venerdì 15 febbraio. Ad oggi sono previsti eventi a Brighton, Bristol, Cambridge, Cardiff, Exeter, Fort William, Glasgow, Leeds, Londra, Manchester, Oxford, Preston, Southampton ma l’elenco delle città dove si terranno iniziative è in costante aggiornamento.
Sulla pagina Facebook di Youth Strike 4 Climate, il movimento che sta organizzando la manifestazione, si legge: “Stanno accadendo cose incredibili! Continuiamo il 2019 così come lo abbiamo iniziato: pieno di determinazione nel fare tutto il possibile per far sentire le nostre voci e salvare il pianeta dall’estinzione di massa prima che sia troppo tardi”.

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Atto d’amore, canto di grazie

Non so se avrò la fortuna e il privilegio di fare il mio lavoro per sempre. Essere un insegnante sì, su quello non ho dubbi e poi dipende solo da me… ma non è difficile essere quel che si è, quel che si sente di essere fino in fondo alle proprie ossa.
Esercitare però quella professione è altra cosa. Mi sono già capitate nella vita delle occasioni per cambiare la mia strada, in parte o completamente, ma avverto un’irresistibile forza che mi tiene avvinto al mio lavoro. E’ il contatto quotidiano con la speranza, con il futuro, con l’introspezione, con la meraviglia, con le emozioni, con le sorprese, con l’arte, con l’inatteso, con i pianti, con l’insperato, con i sorrisi, con le viscere, con i sentimenti, con le teste, con i ghigni, con le delusioni, con i sottintesi, con l’inespresso, con l’inatteso, con la spensieratezza, con le profondità, con le riflessioni, con gli sguardi, con le voci, con gli occhi, con i passi, con quei corpi in cambiamento, con le fedi, con le pagine, con le canzoni, con i film, con le delusioni, con le illusioni, con i sogni, con le battute, con i ragionamenti, con quei buongiorno ripetuti almeno 50 volte al giorno, con le reciproche occhiate, con le radici, con la memoria, con i vuoti e con i pieni, con tutti quei cuori pulsanti…
Tutto questo alberga ogni giorno nel mio lavoro. Ed è irrinunciabile. Anche perché è una delle spiagge su cui mi piace far riposare il corpo dopo che ha lottato in mezzo alla tempesta e si prepara a riprendere il largo. E allora questo atto d’amore per il mio lavoro diventa canto di ringraziamento per tutti quei cuori che ho incontrato, incontro e continuerò a incontrare ogni giorno.

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Cercare, trovare, non trovare

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Mesi fa mi ero appuntato questa frase di Miguel de Unamuno: “Che m’importa che tu non legga, lettore, quel che ho voluto metterci, se vi leggi quel che ti accende di vita?”. Proprio ieri scrivevo dell’inatteso e del sorprendente che incrocio ogni nuovo anno scolastico e credo che la citazione che ho riportato calzi a pennello.
Ma… c’è un ma… ed è il rovescio della medaglia: cosa succede quando io non riesco a comunicare quello che vorrei e il lettore non vi legge quel che lo accende di vita? Trovo pace e serenità in una delle pagine più belle di Matteo: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”.
Mi metto il cuore in pace e interpreto le parole di de Unamuno in questo modo, dicendo a me stesso: fa’ il meglio che puoi, anche se il lettore potrebbe non trovare quel che cerca… Confida che lo trovi, magari altrove, ma che lo trovi.

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Nuovo anno, nuovi sentieri, nuovi orizzonti

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Stanno per riaprire le porte delle aule della scuola. Al lavoro siamo già da un po’, ma si sa che il clou sarà al suono della prima campanella, quando entrerete alla ricerca della dislocazione dell’aula per correre ad accaparrarvi il banco giusto. Le prime ore sono sempre un misto di nostalgia per i giorni di libertà totale dell’estate e di angoscia perché Natale è veramente molto lontano. Avrete nel cuore i ricordi di quello che avete vissuto, sulla pelle il colore bruno lasciato dal sole, negli occhi la sorpresa di qualche nuovo arrivato, nella bocca parole di gioia del ritrovarsi, nelle orecchie vociare di racconti, nella mente pensieri di prossimi impegni, nelle gambe chilometri di strade percorse. E non sarà che l’inizio. Ogni nuovo anno porta con sé il sorprendente e l’inatteso, non vi è mai nulla di scontato per quanto la routine tenda a fagocitarci tutti. Percorreremo dei sentieri nuovi anche in questi mesi, vedremo dove ci porteranno… sapendo anche che a contare non sarà per forza solo la meta ma anche il viaggio, i paesaggi attraversati, le valli solcate. Ogni giorno avrà il suo orizzonte davanti al quale ci metteremo a sera nella speranza che sia un panorama da ammirare. Male che andasse, ci risveglieremo l’indomani mattina con una nuova tela e una nuova tavolozza per provare a ridipingere le nostre vite.
Un caloroso benvenuto ai primini, un caloroso bentornato a secondini, terzini e quartini, un incoraggiamento particolare ai quintini e un nostalgico arrivederci ai maturi 2017-18!

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Ditemi che non avete dormito!

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Ditemi che non avete dormito! Mi rivolgo ai genitori delle ragazze e dei ragazzi che ieri sera sono saliti sul palco del Palamostre di Udine per la rappresentazione “Lo stato d’assedio” di Albert Camus. Sono tornato a casa con la gioia pura nel cuore. È vero, sono di parte perché molti di loro li conosco. Ho dormito poco e niente: ero travolto dall’emozione, dal fatto di vederli muovere sul palco, di guardarli trepidare, fremere, concentrarsi, esultare. Hanno imparato parti non da poco su di un testo di spessore altissimo, hanno lavorato tanto e si sono autogestiti. Li vedevo fermarsi a scuola per pranzare insieme e poi iniziare le prove guidati da Alessandra, Elisabetta e Valentina, tre studentesse dell’ultimo anno.
Stanotte, mentre ero a letto con gli occhi velati di emozionate lacrime e con cuore e cervello galoppanti, mi è venuto spontaneo pensare ai loro genitori: quanto orgoglio, quanta trepidazione, quanto trasporto dovete aver provato in quell’ora abbondante di intenso spettacolo? Se in noi insegnanti presenti c’era quel gran subbuglio, cosa mai poteva esserci in voi? Ditemi che avete condiviso la mia felice insonnia!

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Donne per

Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone pubblico un articolo a due mani comparso su Avvenire e che racconta la storia di due donne e del loro impegno contro la mafia. Questa l’introduzione: “Ventisei anni dopo i fatti di Capaci, il testimone delle battaglie di legalità è sempre di più nelle mani di persone che hanno saputo affrontare con responsabilità e coraggio la lotta alla criminalità. Due storie simbolo dell’impegno femminile per la giustizia, nate proprio nella stagione delle stragi compiute da Cosa nostra”.

Il primo ritratto è a firma di Alessandra Turrisi.
Il magistrato di Caltanissetta
In trincea dopo le stragi. La prima in Sicilia a capo di una Procura generale.
La scelta di lavorare a Palermo pochi anni dopo le stragi del ’92, le inchieste sul racket delle estorsioni, la cattura dei latitanti, la collaborazione di boss come Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, la ricerca delle verità su Capaci e Via D’Amelio. Vent’anni nella trincea della lotta a Cosa nostra sono il curriculum di Lia Sava, nuovo procuratore generale di Caltanissetta, la sede giudiziaria che sta provando a scoprire le vere responsabilità per saval’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, dopo avere provato il colossale depistaggio che finora ha negato al Paese di conoscere la verità, ma che sta togliendo il velo anche sulle presunte trame di corruzione nell’imprenditoria siciliana.
La prima donna in Sicilia al vertice di una procura generale ha 55 anni, due figli adolescenti, è pugliese ed è in magistratura dal 1992. Comincia come giudice civile a Roma. Proprio quell’anno, il 27 giugno, a Giovinazzo in Puglia, fa un incontro che le cambia la vita. Lo racconta lei stessa agli studenti dell’ente professionale Euroform: «Sono una persona molto ansiosa e quel giorno devo partecipare a un convegno per magistrati dove doveva parlare Paolo Borsellino. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, desidero conoscere questo magistrato così importante. L’incontro è alle 15, io arrivo prima, non c’è ancora nessuno nella sala, ma Borsellino è già lì. Ha uno sguardo che non avrei più dimenticato. Quando, dopo il convegno, tutti gli andiamo vicini per salutarlo e ringraziarlo, lui ci dice: “Non statemi vicino, perché mi ammazzeranno”».
A larghissima maggioranza il plenum del Csm ha assegnato a Lia Sava il posto lasciato da Sergio Lari, andato in pensione a gennaio. Lia Sava si insedierà intorno al 20 giugno e lascerà il posto di procuratore aggiunto a Caltanissetta, dove lavora dal 2013. La sua lunga carriera l’ha portata come sostituto procuratore a Brindisi, poi nel 1998 a Palermo, nella Direzione distrettuale antimafia guidata da Giancarlo Caselli. Sono gli anni dopo le stragi del ’92, il suo primo caso è il suicidio del giudice Luigi Lombardini. È in trincea. Il 16 aprile 2002 viene arrestato il boss di Caccamo, Antonino Giuffrè, braccio destro dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Due mesi dopo, questi decide di collaborare con la giustizia, riempie pagine e pagine di verbali, contribuisce a disegnare un identikit aggiornato del potente padrino corleonese, racconta il modo arcaico e sicuro di comunicare di Binnu, attraverso i “pizzini”.
Lia Sava è tra i sostituti procuratori che devono raccogliere queste dichiarazioni, ha un bambino di pochi mesi e un carico di lavoro enorme da portare avanti. Non ha mai fatto mistero della fatica di conciliare la vita familiare con una professione fagocitante, fatta di lunghe assenze, di scorta, di rischi da correre ogni giorno. Da pm di Caltanissetta si trova a raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso 25 anni fa. L’uomo della cosca di Brancaccio parla coi magistrati di Palermo e Caltanissetta. Si autoaccusa del furto della “126” utilizzata per l’attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e di avere ricevuto l’incarico dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Le sue parole trovano riscontri nel lavoro di indagine condotto da Sergio Lari e Stefano Luciani, un terremoto per i tre processi già conclusi in Cassazione, tutti fondati sulle dichiarazioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino. Vengono annullati gli ergastoli di nove persone ingiustamente condannate, si ricomincia a indagare, viene chiuso il processo di primo grado “Borsellino quater” e tra pochi mesi partirà quello in appello.
Lia Sava diffida degli eroi dell’antimafia patinata, cerca di illuminare tutto quello che fa con la luce della fede. Da lì viene lo slancio etico. Lo racconta anche a un gruppo di studenti, per i quali prepara una riflessione sulla corruzione, alla luce dei frequenti interventi di papa Francesco sull’argomento. «Il peccatore si pente e torna a Dio, il corrotto, avvolto dalla sua presunzione, non chiede misericordia, non ha il faro della coscienza a scuoterlo, pecca e finge di essere cristiano e, senza alcun senso di colpa, vive una doppia vita. Il corrotto si nutre del suo potere, si sente superiore a tutto e a tutti, non avverte il bisogno del perdono e chiude le porte alla Misericordia del Padre».

Il secondo ritratto è a firma di Antonio Maria Mira.
La vicepresidente di Libera
Da Niscemi all’Italia, il cammino di Enza a fianco delle vittime
Enza Rando ha cominciato a combattere le mafie nel suo paese, Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo ha fatto da vicesindaco e da assessore alla scuola. «Un’esperienza che mi insegnato a non essere mai indifferente», ricorda. Cultura e fatti concreti, scomodi. Parole che hanno caratterizzato la vita di questa “piccola” grande donna siciliana. Fin dalle lotte per riuscire finalmente a terminare le cinque scuole per i bambini del suo paese, costretti ai doppi turni perché i tanto attesi nuovi edifici erano da anni un cantiere, continuamente danneggiato. La mafia non le voleva. «Perché la scuola disturbarando-enza.jpg chi vuole controllare tutto il territorio con la paura e la sopraffazione. Così decidemmo di andare a dormire lì la notte, prima noi amministratori e poi tanti cittadini, le donne che cucinavano per tutti». Una sorveglianza civile. E le scuole furono finite. Era la fine degli anni ’90 e stava nascendo il movimento antimafia. A fianco di Enza, in quei giorni di presidio, arrivò anche don Luigi Ciotti che nel 1995 aveva fondato Libera: «Un incontro che è stato determinante nella mia vita», ricorda Enza, oggi vicepresidente dell’associazione.
Non a caso nel 1997 proprio a Niscemi si tiene la seconda edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafie, organizzata da Libera e da Avviso pubblico, l’associazione che raduna le amministrazioni locali per la promozione della cultura della legalità, della quale Rando diventa presidente nel 2000. Buona amministrazione, legalità, vittime innocenti, altre parole che caratterizzano la vita di Enza. Sempre a Niscemi, un altro incontro che le ha cambiato la vita. Quello con Ninetta Burgio, mamma di Pierantonio Sandri, 19 anni, scomparso il 3 settembre 1995. Ninetta partecipa alla Giornata della memoria proprio da quel 1997, lei piccolina, portando un’enorme foto di Pierantonio con la scritta «Vi prego ridatemi mio figlio».
Un appello che ripeterà fino al 2010 quando uno dei responsabili, un suo ex alunno, confesserà e permetterà di trovare i resti del corpo di Pierantonio. Enza prende a cuore questa storia, e non solo da avvocato. «Ninetta è stata una mia amica speciale». E come amica la segue nei processi. «Le ero accanto e ascoltavo il suo respiro lento, profondo, addolorato. Ho sentito l’odore del dolore e del perdono». Ma la sostiene anche per ottenere dal ministero dell’Interno il decreto che dichiara il figlio «vittima innocente di mafia», descrivendolo come «un bravo e onesto ragazzo», «proprio quello che Ninetta aveva detto per anni», ricorda ancora l’amica Enza.
Una vicenda che segna ancora una volta la sua vita. È l’impegno al fianco dei familiari delle vittime, per ottenere verità e giustizia, nei tribunali e fuori, da avvocato e da amica. Così diventa la responsabile dell’ufficio legale di Libera. Sempre in giro per il Paese, anche se ormai trapiantata a Modena. Dove prima di altri capisce come le mafie siano arrivate da tempo, ben presenti con affari e collusioni. «Le mafie vanno dove c’è il denaro, e in Emilia ce n’era tanto». Lei, siciliana, percepisce i segnali di questa presenza. Fatti che emergono con forza nell’inchiesta Aemilia, dove Libera si costituisce parte civile. Altro impegno di Enza, da Torino a Napoli, da Reggio Calabria a Trapani e Palermo. E a Bologna, dove la raggiungiamo mentre segue proprio il processo Aemilia. E proprio in Emilia arrivano le minacce, le intimidazioni, fino all’irruzione notturna un anno e mezzo fa nel suo studio a Modena. Non viene portato via nulla di valore, ma messi a soqquadro gli armadi dove sono custoditi i faldoni delle costituzioni di parte civile. «Minaccia grave», la definisce la procura.
Ma la piccola grande Enza non arretra e rilancia. Nella sua vita tornano le donne, non più le vittime o le mamme delle vittime, ma le donne di mafia, soprattutto di ’ndrangheta, anche loro mamme. Chiedono aiuto per salvare i propri figli, cercano un’altra vita. Come Lea Garofalo che per salvare la figlia Denise “tradisce” marito e clan. «Voleva costruirsi un futuro assieme alla figlia. Chiedeva solo di vivere», ricorda Enza. Lea, come è noto, non ce la fa, viene trovata e uccisa. Denise trova in Enza un’amica. Così come decine di altre donne, e i loro figli, che grazie al progetto “Liberi di scegliere”, nato dall’iniziativa del presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella col sostegno di Libera, ora cercano una nuova vita. Ed Enza è con loro, avvocato e “sorella”. «Quando nel lavoro si mette l’anima i fatti si leggono in modo diverso». In giro per l’Italia, nei luoghi protetti e nei tribunali, occupandosi di scuole e parrucchieri, di teatro e di abbigliamento, di documenti e di sport. Codice e cuore. «Ma non scrivere che questa è antimafia. Noi siamo “per”, per la vita, per un futuro».

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Davanti ai nostri occhi

pexels-photo-459971.jpegPropongo un articolo piuttosto vivace e non molto lungo scritto da Vincenzo Brancatisano su Orizzonte Scuola. Ragiono su questi temi molto spesso e frequentemente mi confronto con colleghe e colleghi; poco più di un anno fa, mentre partecipavo ad un convegno sull’adolescenza a Rimini, mi ponevo proprio la questione della preparazione pedagogica e didattica del corpo docente italiano. Mi sentirei di fare solo una puntualizzazione in merito all’accenno che viene fatto all’alternanza scuola lavoro, ma la rimando ad un futuro post.
“Leggo i titoli di centinaia di corsi di formazione per docenti. La maggior parte dei medesimi riguarda la disabilità degli studenti, i loro disturbi specifici di apprendimento (dsa), che meritano la giusta attenzione, le nuove tecnologie da usare in classe, le classi rovesciate o da rovesciare al più presto, Google drive dove infilare alla rinfusa la didattica appena offerta in classe o magari mai proposta in aula e spedita a casa come un pacco di Amazon a beneficio di genitori imbestialiti.
E invece c’è una grande emergenza che meriterebbe la giusta attenzione e che non occupa né sembra preoccupare la categoria dei formatori e degli insegnanti, almeno non nei grandi numeri. E si tratta di un’emergenza forse proprio perché non attiva la giusta attenzione dei docenti.
Questa emergenza si chiama preadolescenza e adolescenza. Quanti sono i docenti che si son dotati della giusta formazione per essere in grado di interpretare le dinamiche psicologiche, psicosociali, neurologiche, affettive dello studente che vive questa epoca ispirata al massimo nichilismo, alla mancanza diffusa di scopo, al desiderio di automutilarsi pur di attirare l’attenzione dei pari, al disastro causato dai genitori che si propongono loro come amici invece che come nomos, alla dipendenza dalle tecnologie talmente devastante che vien voglia di pensare: ma perché non si drogano con le sostanze (è un’iperbole, ovvio, tesa a sottolineare la cifra del fenomeno) invece che con gli smartphone, con le attese ansiosissime e distruttive di una risposta a un messaggino, che dev’essere brevissima (“Perché non risponde? Avrà ricevuto? Sì, c’è la doppia sbarretta blu, forse non ha capito…”) con l’esercizio fisico compulsivo nelle mille palestre sempre più affollate di giovanissimi in cerca di identità (la nuova dipendenza di cui non si parla ancora), con i giochi d’azzardo online.
Tra le tante ricadute positive (si parla invece solo dei lati negativi) dell’alternanza scuola lavoro, una ricaduta apprezzabile emerge dai tanti recenti colloqui con i genitori. Tutti mettono in evidenza il sollievo momentaneo ma intenso indotto in loro dal vedere i propri figli staccati per ore e ore e per settimane dal telefonino e dalle cuffiette, una sorta di disintossicazione involontaria che fa il paio per fortuna con quella che si ripeterà più avanti, quando i nostri ragazzi saranno assunti in aziende per svolgere mansioni che non si conciliano con lo zombismo che abbiamo tutti davanti agli occhi. Ma intanto, questi zombie li abbiamo, appunto davanti agli occhi.
Tutti o quasi tutti ipnotizzati da un nulla cosmico talmente potente che si fa fatica, nei grandi numeri, a farlo sopravanzare dall’interesse per quello che viene proposto in classe da docenti che continuano a proporsi loro come avrebbero fatto vent’anni orsono, senza capire che la connessione di massa alla rete, avvenuta solo di recente, ha cambiato l’assetto sociale, quello antropologico e quello neuronale dei giovanissimi.
Basterebbero i dati sulle crisi d’ansia, sugli attacchi di panico che richiedono ogni giorno il soccorso delle ambulanze nelle nostre scuole, gli occhi assonnati di ragazzi e ragazze che si vede da lontano che hanno trascorso la notte davanti a un mini schermo luminoso, con tutti i danni cerebrali connessi alla privazione di sonno importante a quell’età.
Eppure si continua a minimizzare la dimensione del fenomeno. Continuiamo a preoccuparci, e giustamente, di handicap, di sostegno, di alunni diversamente abili, di alunni neoarrivati e di alunni con bisogni speciali. Ma non dimentichiamoci dell’adolescenza, cari formatori e organizzatori della formazione, né degli strumenti, e ce ne sono, capaci di rendere gli insegnanti capaci di affrontarla nel modo più appropriato e proficuo”.

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20 anni…

Simo
Visto dalla 5BL 2015 (mi pare)

9 febbraio 1998: la prima volta che ho messo piede in un’aula stando dall’altra parte della cattedra. Tutto preparato nei minimi dettagli, nulla lasciato al caso, tutto sotto controllo. Una mano alzata: panico! Una domanda!
“Prof…”
Oddio, a chi sta dicendo? Ah sì, sono io il prof…
“… posso andare in bagno?”
Tiro un sospiro di sollievo.

Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Lo faccio oggi, a 20 anni di distanza. Non ho voglia di fare bilanci. Condivido solo un breve dialogo dell’altro ieri con mia moglie Sara:
– A 44 anni sono praticamente a metà del percorso lavorativo. Approssimativamente mi manca altrettanta strada di quella che ho percorso fino ad ora. Non mi piace la cosa.
– Sei stufo?
– No. Al contrario. Non mi va di smettere tra così poco tempo.
Solo questo mi sento ora di scrivere. Intuisco già chi è pronto a rispondermi “vedrai… tra qualche anno non la penserai in questo modo”. Va bene, vedrò…
Per ora brindo a questo e a chi ho incrociato lungo i tanti corridoi percorsi, alle cose belle e ai molti giorni ricchi di doni. Prosit!

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13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

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Incontri

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Piumino in mano, spolverino appoggiato sulle spalle, soprabito portato con malcelato imbarazzo, gilet a fantasia su una camicia bianca, giubbetto chiuso e pashmina al collo, ombrello nell’incavo del braccio, felpa con swoosh in evidenza, occhiali da sole alzati sulla fronte a trattenere radi capelli ribelli. Sguardi che si aprono in un sorriso, occhi velati da lacrime di preoccupazione, palpebre agitate da un tic nervoso, labbra morse da denti bianchi, sopracciglia arcuate in cerca di ragioni di speranza, lingue frenetiche ad articolare frasi impetuose, rughe tremolanti righe del tempo, montature di occhiali che sottolineano i lineamenti del volto, rossetti leggeri a marcare bocche socchiuse, barbe lunghe a coprire tardive invidiate acni. Mani protese in strette robuste, rapide, spalancate, rigide, morbide, chiuse, trattenute, salde, prolungate, fredde, umide, calde, rugose, lisce o talmente fugaci che il termine stretta non si addice al gesto. Parole: cascata di orgoglio, preoccupazione, frenesia, premura, rabbia, sollievo, coraggio, impotenza, intuito, fiducia, scoramento, timore, sicurezza, sfiducia, rassegnazione, comprensione. “Prof, ma lui, ce disial?”. “Prof, ma lei, cosa dice?”. Amore, comune denominatore di un pomeriggio passato a parlare di mattine.

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Tema

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Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

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Andirivieni tra bellezze

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Faticosetta la mattina di oggi: prima ora in succursale, seconda in centrale, terza in succursale, quarta in centrale, quinta in succursale. Potrei anche evitare l’amichevole di stasera, per oggi mi sono allenato…
Poi ripenso un attimo: una studentessa racconta la sua passione per un cantante che non ti aspetti, Mario Tessuto; un’altra dopo un’unica visione ti riporta per filo e per segno il videoclip “Jesus walks” di Kanye West; altri si meravigliano davanti al genio di Jesus Christ Superstar; una classe quinta segue con attenzione la quarta delle sette brevi lezioni di fisica di Rovelli e riflette sull’importanza della ricerca della verità anche quando significa riconoscere di aver buttato 40 anni di ricerca; poco dopo si emoziona davanti alla storia di una bimba affetta da hiv raccontata da Spike Lee; con una prima emerge il tema dell’identità e dell’importanza delle relazioni, con tutte le conseguneti contraddizioni; un’altra seconda, dopo che una studentessa ha raccontato l’emozione di “Collateral Beauty”, si cimenta con la lentezza cinematografica di Decalogo 1 di Kieslowski e si interroga sulla frase “Dio esiste, è molto semplice, se ci si crede”. Infine una quarta si appassiona ai riti quotidiani dell’induismo e ammira la bellezza e la colorata precisione di alcuni mandala, dopo che uno studente ha proposto una riflessione sulla possibilità di cercare la fortuna anche là dove sembra che non ci sia.
Ecco allora che quell’andirivieni tra succursale e centrale acquisisce un senso e mi fa capire che senza di esso mi sarei perso tutta questa bellezza. Un po’ di meraviglia in meno sarebbe entrata nella mia vita.

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Riflettendo 2.0

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Insegno dal 1998. Fin da subito mi sono portato dietro, oltre alla borsa con libri, quaderni, fogli e penne, uno stereo portatile con musicassette e cd. Più di dieci anni fa ho iniziato a girare per la scuola con uno zaino sulle spalle. All’interno: pc portatile, proiettore, prolunghe, casse musicali. Il cavo di rete l’ho aggiunto qualche anno dopo. Poi è arrivato il wi-fi, sono giunti i tablets e gli smartphones. Oggi sono iscritto a molti gruppi di insegnanti che sui social e sulle piattaforme virtuali si scambiano idee, riflessioni, consigli sulla didattica 2.0 e sull’introduzione e gestione del digitale nella scuola. Vedo spesso scornarsi molti colleghi su quale sia lo strumento migliore da adottare, la app più funzionale ad un determinato lavoro, l’ambiente più congeniale ad un certo indirizzo di studi o ad una certa età. Penso che fin tanto che non si comprenderà che si tratta di una metodologia didattica saranno ancora molti i passi da compiere. E vorrei porre l’accento certo sulla parola metodologia, ma anche sull’articolo UNA. UNA, fra le tante che un insegnante può decidere di mettere in campo, non l’unica. Ultimamente sembra che tutte le altre possibilità siano vetuste, fuori moda, inutili, inefficaci (sigh). Pare che gli insegnanti debbano trasformarsi da un lato in intrattenitori di studenti annoiati dediti solo al divertimento, dall’altro in esperti tecnico-informatici in grado di gestire reti wi-fi per centinaia di persone. Penso pure io che gli studenti debbano sviluppare anche delle competenze digitali e maturare una sana e adulta cittadinanza digitale, ma non può essere questa la principale e talora unica missione di una scuola. Ricordo ancora con emozione e piacere le lezioni del prof. Bianco sul nichilismo in Nietzsche e Leopardi all’Università di Trieste: sarei stato ad ascoltarlo per ore, senza multimedialità, senza alcuno strumento tecnologico. Certo merito del docente, ma anche dell’allenamento fatto negli anni di liceo, della palestra dell’ascolto: che è una competenza che va coltivata e sviluppata. Accanto alle altre.
Ritorno al punto di partenza di questa breve riflessione: non sono contro le tecnologie. Sono parte integrante della mia didattica, non vi rinuncerei. Ma fanno parte della parte metodologica di essa. Pertanto non mi sento di “sposare finché morte non ci separi” alcun partner specifico, veicolo di tale metodologia. Legarmi mani e piedi ad unico device, ad una sola piattaforma, mi dà la sensazione di perdere di vista l’obiettivo.

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Un nuovo primo giorno

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Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, non siamo in tanti a farlo. Quest’anno saremo anche di meno perché Marina è andata in pensione. Lei spesso arrivava anche prima di me, in bicicletta e col Messaggero: mi mancherà. Voce tonante, la sua, fin dal primo mattino: quella non mi mancherà.
Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, soprattutto il primo vero giorno di scuola, quello in cui tornano tutti. Mi diverte guardare i modi diversissimi in cui viene vissuta la medesima esperienza. L’emozione di chi è lì per la prima volta (primini che sono stati padroni della scuola per il breve lasso dei due giorni dell’accoglienza e che ora la vedono stravolta e travolta da una masnada). Gli occhi indagatori di secondini e terzini che tentano di capire le sorti delle corse affannose alla ricerca del loro posto. Lo sguardo esperto di chi è lì per la penultima volta (quartini saggi che hanno già studiato la dislocazione delle aule e vanno a colpo sicuro a cercare di occupare quella benedetta ultima fila). La pacatezza alle 9.00 che si trasforma già nell’ansia delle 12.00 di chi è lì per l’ultima volta ma sa che a giugno lo attende l’abisso orrido immenso ov’ei precipitando il tutto spera di non obliare. Colleghi già sul pezzo che chiedono lumi sulle password del registro elettronico e quelli che si muovono alla ricerca di un caffè, alcuni già in servizio da settimane a lavorare su incastri impossibili di orari precari (vi stimo), altri che programmano attività e incontri, segretarie che iniziano il loro ultimo giorno di scuola, collaboratori alle prese con insegnanti che già chiedono di prenotare laboratori (sì questo sono io), aule che sembrano forni in questo settembre che sa di agosto, ore buche da coprire, circolari da preparare per corsi da organizzare in giorni da stabilire in luoghi da definire (se leggendo ‘sta cosa ti sei perso, amen, non è così importante, non ti sei perso niente, vai avanti in tranquillità), due tramezzini al volo per pranzo, un incontro al volo con Francesca (ex studentessa… “Ciao, come stai?” “Tutto bene, prof, mi laureo mercoledì a Milano, poi inizio un master, poi … chissà!”… che bello Francesca, in bocca al lupo!!!), un saluto al volo con Vale che ha trovato un altro lavoro e con Asia che ha trovato un’altra scuola, tante cose sono state al volo oggi.
Mi piace arrivare in anticipo sul lavoro, per soffermarmi su tutto questo e non lasciare che mi scivoli addosso, come gli sguardi che ogni giorno incroceranno il mio. Quelli di studentesse e studenti che mi guarderanno con la punteggiatura pitturata in faccia: chi un punto di domanda, chi un punto esclamativo, chi dei punti di sospensione, chi un punto, chi una virgola, chi un punto a capo… E cercheremo di mettere insieme parole e punteggiatura per trovare sensi e significati, per scrivere e leggere vita, per esistere.

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Ex cathedra

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Non serve traduzione, vero?

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Gemme n° 483

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La mia gemma è la mail che ho ricevuto il 22 febbraio, in cui mi viene annunciato che una famiglia americana mi ha scelta per passare l’anno scolastico negli Stati Uniti. Da quel momento ho realizzato che per me cambierà tutto e dovrò costruire nuovi rapporti e nuove relazioni”. Questa è stata la gemma di L. (classe terza).
Un saluto e un in bocca al lupo a L. con una frase di Cesare Pavese presa da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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Gemme n° 482

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La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.