Scrolling on the river

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Emanuela Zaccone è Digital Entrepreneur, Co-founder e Social Media Strategist di TOK.tv. Ha oltre 7 anni di esperienza come consulente e docente in ambito Social Media Analysis e Strategy per grandi aziende, startup e università. Nel 2011 ha completato un Dottorato di Ricerca tra le università di Bologna e Nottingham con una tesi su Social Media Marketing e SocialTV. Oggi ho letto un suo articolo su Digitalic; l’ho trovato semplice e ricco di spunti, originale nel titolo oliverstoniano Natural born mobile.

Natural born mobile: tutta la nostra esperienza mobile passa dai device mobili, che contribuiscono per il 90% al traffico verso i social media. Controlliamo i nostri smartphone per tutto il giorno, per 220 minuti al giorno ad essere esatti. Ma la responsabilità di come i social influiscono sulle nostre vite è solo nostra.
Il 50% delle persone controlla il proprio smartphone subito dopo essersi svegliata, prima ancora di scendere dal letto e uno su tre utenti controlla il telefono anche durante la notte.
Lo scrolling è diventato una delle azioni più frequenti che compiamo in maniera ormai quasi inconsapevole, mentre proporzionalmente all’aumentare di tanti stimoli diminuisce la nostra capacità di attenzione. Se già nel 2000 riuscivamo a mantenere il focus per appena 12 secondi, nel 2015 siamo scesi a 8, un secondo meno della concentrazione di cui è capace un pesce rosso. Gli psicologi hanno addirittura coniato un termine – ringxiety – per la sensazione, riscontrata in un numero statisticamente significativo di persone, di sentire suonare il proprio smartphone anche quando questo di fatto è spento.
È un riflesso incondizionato, in parte dovuto al Fomo – Fear of Missing Out, cioè il timore di perdersi qualcosa e quindi l’esigenza costante di controllare email, social media e piattaforme su cui siamo presenti.
Torna prepotente un tema chiave della riflessione tecnologica di oggi: questi strumenti ci rendono peggiori o comunque peggiorano la nostra esperienza quotidiana? È una domanda errata: gli strumenti si limitano ad essere tali, è l’uso che ne facciamo a decretarne la loro influenza all’interno delle nostre vite. Tutto il resto è solo alibi, un tentativo di deresponsabilzzarci come utenti, ma anche e soprattutto come persone.
Facebook Live, la piattaforma di streaming che consente a chiunque di mostrare cosa sta succedendo intorno a sé in diretta, è una delle feature più usate ed apprezzate del social network. Eppure ha fatto parlare di sé più volte per motivi non positivi, come il fermo di polizia che lo scorso luglio è sfociato in omicidio ed è stato trasmesso live, prima volta nella storia del social media di Zuckerberg. Ad aprile 2017 Facebook Live è stato usato per minacciare e quindi compiere, mostrandolo, un omicidio a Cleveland. Facebook per contro ha reagito annunciando che aumenterà il numero di persone delegate a monitorare l’integrità dei contenuti. Probabilmente non si sarebbe potuto evitare, ma sarebbe stato possibile fare rimuovere il video in tempi più brevi se solo fosse stato segnalato immediatamente.
Ancora una volta entra dunque in gioco il vero fattore chiave della nostra riflessione: quello umano. Perché non c’è stato un numero di segnalazioni alto – quantomeno proporzionale all’indignazione poi letta sul social network – non appena il video è andato live? Abbiamo un potere elevatissimo nel palmo delle nostre mani: possiamo prenotare vacanze, pagare praticamente qualunque bene e servizio, mostrare in diretta la realtà che ci circonda, guardare film e serie TV, comunicare con il mondo, giocare e molto altro. Ogni nuova azione a cui siamo abilitati implica una maggiore responsabilizzazione: è facile delegare ai social media, ai creatori delle app che usiamo e in generale a chi crea le piattaforme che utilizziamo la totale responsabilità di come queste vengono adoperate, ma è compito di ciascuno di noi creare un ambiente positivo nella consapevolezza che interconnessione significa anche rispetto reciproco. Non solo, ma anche rispetto per se stessi: dominare il volume di eventuale disturbo che riceviamo dai nostri telefoni è compito di ognuno. Semplicemente definire quante e quali notifiche ricevere, quando spegnere gli smartphone, quando e cosa raccontare sui nostri stream social sono decisioni personali che devono essere prese nel rispetto delle abitudini di ciascuno. Un’esperienza tracciabile e che lascia tracce: siamo produttori di dati, una miniera d’oro non solo per chi ci profila in base alle nostre azioni, ma anche per l’influenza che i nostri comportamenti – e la loro osservazione – hanno nel disegno futuro delle piattaforme con cui interagiamo. I nostri schermi sono porte. Verso le nostre abitudini, interessi, scelte, connessioni. Viaggiamo attraverso esperienze quotidiane di (inter)connessione, senza sosta. Perché siamo naturalmente nati per il mobile.”

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Il selfie di Narciso

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Narciso, Caravaggio, 1594-1596

In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale.
Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro.
Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive.
La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé.
La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati.
Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile.
Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi).
Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé.
Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione».
Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo.
Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”

Moby disconnesso

Prima mi sono imbattuto nel video, poi ho trovato questa recentissima intervista di Filippo Brunamonti a Moby, pubblicata ieri su La Repubblica. Vi si parla di musica, globalizzazione, ecologia, spiritualità, linguaggio…
LOS ANGELES – Il cancello muschiato, le radici degli alberi color vino bianco, un sole vittorioso a forma di freccia. L’appuntamento con Moby, vero nome: Richard Melville Hall, 51 anni lo scorso 11 settembre, è all’una del pomeriggio nella sua casa al confine di Hollywood, sulle colline di Los Feliz. L’acqua della piscina è percorsa da luci stroboscopiche, come quelle a cui ci ha abituato il cantante e DJ di Harlem negli anni Novanta. Venti milioni di dischi in tutto il mondo, un talismano di breakbeat, suoni dance e techno, dai successi di Play e 18 passando per le fabbriche di Michael Jackson, David Bowie e Brian Eno. Per loro ha prodotto, co-scritto e remixato brani inediti e allucinazioni di rottura. Nel memoir Porcelain, pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu, ha svelato il suo passato nei club, attaccato alla tavoletta di porcellana dei cessi di New York; l’abuso di alcol e droga, “gli spacciatori di crack che si prendevano regolarmente a pistolettate” in un gospel urbano fatto di Public Enemy, EPMD e Rob Base and DJ E-Z Rock.
Sono cresciuto a Stratford, Connecticut” racconta Moby in terrazza, polo nera, occhiali rotondi. “Vedevo il mio futuro dal vetro di una lavanderia a gettoni, in blue jeans e con una giacca presa a cinque dollari dall’Esercito della Salvezza. Mia madre piegava i miei vestiti su un banco di linoleum screpolato, per arrotondare lavava anche quelli dei vicini”. Dalla vita, dice, ha avuto tutto: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, subito dopo ne desideri una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Da qui la conversione al cristianesimo (lui preferisce “taoista-cristiano-agnostico-meccanico quantistico”), la battaglie per i diritti degli animali, la beneficenza e la dieta vegana.
È appena uscito il nuovo disco, These Systems Are Failing, sotto il nome di Moby & The Void Pacific Choir. Lo hanno definito un ritorno politico e furioso. Concorda?
moby_vpc_tsaf_front_03-copy“Credo che l’album sollevi una questione su tutte: perché un cinquantunenne che non va in tour si ostina a sfornare dischi? Al giorno d’oggi le band fanno musica per diventare ricchi e andare in giro per il mondo. Io suono semplicemente perché amo la musica e, attraverso la mia arte, parlo di problematiche che mi stanno a cuore. So già che non farò un soldo buttando fuori un album nel 2016, perché nessuno compra musica se non vai in concerto. Ci sono ragioni personali che mi hanno portato a comporre These Systems Are Failing, altrimenti me ne sarei stato sul divano a guardare Il Trono di Spade. Se penso che questo sia un album politico? Tutto quello che gli sto cucendo attorno – il manifesto, il suono post-punk e new wave, il video cartoon di Are You Lost In The World Like Me realizzato da Steve Cutts e ispirato alle illustrazioni di Max Fleischer, l’animatore di Betty Boop, Popeye e Superman – tutto questo, direi, è iperpolitico. La musica è un’altra cosa: non sono bravo a scrivere testi civili, sono più intrigato dall’antropologia, dall’evoluzionismo e dal comportamento umano. Mi interessano le scelte della gente, in particolar modo le scelte sbagliate. La politica è importante da un punto di vista pratico ma la cognizione umana ha delle regole proprie, ingovernabili. E’ la nostra cognizione a dettare la linea e non la politica”.
Credo che per la maggior parte di noi, la risposta alla domanda del singolo Are You Lost In The World Like Me, sia “sì”.
“A me capita spesso di sentirmi perso proprio mentre sono ultraconnesso con questo mondo. Più mi connetto, più mi disoriento. Qui dove ci troviamo, a Los Feliz, guardo gli alberi, ascolto gli uccelli, faccio trekking, mi tuffo in piscina, esco con i miei amici vegani… Sono protetto. Poi mi sintonizzo su un rally di Donald Trump, vado a fare la spesa in uno shopping mall di Los Angeles, e all’improvviso mi sento disconnesso dall’umanità, dalla mia cultura, dal mio paese”.
Quali sono le sue isole felici negli Stati Uniti?
“In genere sono le città universitarie e i parchi nazionali. Abbiamo 58 Parchi Nazionali, tutti amministrati dal National Park Service. Aree protette. Dalle acque cristalline nello Yosemite park all’Antelope Canyon, dal Virgin River al fiume Tuolumne. A Los Angeles esistono due milioni di acri di bellezze mozzafiato. Angeles National Forest è un esempio straordinario: nel pieno della città sorge una foresta con alberi, orsi e leoni. Entrare in contatto con un ambiente che non ha nulla a che vedere con le persone, mi fortifica. Ovunque tu vada – Milano, Sydney, Londra, New York – ogni parte della città è costruita a misura d’uomo. Dal momento in cui ti svegli all’ora di andare a dormire, vedi soltanto dei “dischi umani” accartocciati su strade, rotaie, semafori, marciapiedi. L.A. integra l’elemento naturale a quello umano. Hai mai provato a perderti in montagna o nel deserto? Ogni preoccupazione sulle relazioni affettive, quanti Like hai guadagnato su Facebook… Tutto questo viene spazzato via”.
È ottimista o pessimista sui social media?
“Tutti e due. Se solo usassimo Facebook, Twitter, Instagram per fronteggiare questioni più serie e urgenti, sarei più positivo. Se qualcuno finalmente riconoscesse i rischi del cambiamento climatico, del riscaldamento globale e dei livelli record di anidride carbonica, tirerei un sospiro di sollievo. Ora che, a New York, i 193 Stati membri delle Nazioni Unite firmeranno un documento congiunto sulle linee guida per la lotta alla resistenza antimicrobica, penso di essere meno solo. Credo che i super batteri che non rispondono più alle cure con antibiotici siano davvero la più grande minaccia alla medicina moderna. Ma questo genere di informazione circola sui social? E’ presa sul serio? Come musicista, persino come “strambo personaggio pubblico”, non posso più essere egoista. Non è giusto chiedere soldi alla gente perché devo comprarmi una macchina nuova. La mia missione, qualsiasi talento io abbia, è risvegliare coscienze e mettere in stato di allerta chi mi segue”.
E un risveglio c’è stato?
“C’è e non c’è. Non posso generalizzare, non conosco personalmente i 7,450 miliardi di persone su questa Terra, immagino siano impegnati a fare altro… Amo questa frase di Martin Luther King Jr.: “The arc of the moral universe is long, but it bends towards justice”, “L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia” (secondo il Washington Post a pronunciarla non è stato il premio Nobel ma Theodore Parker, ndr.). Oltre alla giustizia, credo che tenda verso un cambiamento della ragione. Nel corso della storia umana, ho visto e vedo parecchi progressi: diritti per gay, neri, donne, animali… Lentamente diventiamo tutti più acuti. Ci sono sempre meno persone attorno a me con una sigaretta in bocca, per dire; meno genitori che picchiano i loro bambini, e così via. Siamo svegli ma i nostri cervelli si sono evoluti in un ambiente del tutto differente da quello in cui si trovano adesso. Occorre tempo”.

mobyMa da dove arriva il nostro cervello?
“Chi viene prima di noi ha sperimentato il freddo, la fame, la paura. I nostri antenati, milioni e milioni di anni fa, erano dei baby-scoiattoli. Il loro unico modo di sopravvivere era usare la ferocia e l’aggressività per superare la paura. Abbiamo ereditato questi geni ed è per questo che, costantemente, ci sembra che il mondo vada a rotoli. La sola differenza è che oggi controlliamo il mondo, lo teniamo in pugno, pur avendo nel DNA gli istinti dei magnifici avi. Il nostro cervello non è ancora tagliato per questo mondo. Siamo davanti ad una incomprensione naturale”.
Mi dica qualcosa di incomprensibile nel mondo.
“L’obesità è una delle disfunzioni più visibili: gli americani, e non solo, mangiano come se stessero morendo di fame. Mi domando: come riusciremo a portare la nostra specie al livello di evoluzione tecnologica moderna? L’architettura del nostro cervello è un grande mistero: abbiamo la corteccia cerebrale, uno strato laminare continuo, in comune con parecchie creature; poi il sistema limbico, una porzione del diencefalo che possiedono i mammiferi, le scimmie, i cavalli, gli orsi e noi umani. Quello che ci distingue dalle altre specie è la corteccia frontale, anche se non sappiamo farne buon uso. Per esempio, se un tizio mi attraverso la strada mentre sono imbottigliato nel traffico, lo vorrei uccidere. Punto. Non credo sia una reazione razionale, è l’istinto che guida. Se metti alcune persone davanti a McDonald’s vogliono abbuffarsi come se non esistesse un domani. Anche qui: non è una risposta razionale, è un disordine. Idem per i tossici: riempili di crystal meth e non ne potranno più fare a meno”.
Nella sua autobiografia parla del momento di perdizione a New York, dal Palladium al Limelight, l’epoca underground della comunità afro e latina, lo sfogo dell’AIDS. Che fine ha fatto quel Moby animalesco?
“E’ diventato vegano e astemio, per cominciare. C’era un tempo in cui mi dicevo: “Se ora strappo un accordo a quell’etichetta musicale, se ho la ragazza, se ho abbastanza alcol, droga, fama, tour… sarò felice”. Invece non ero mai felice. Volevo di più, di più, di più. Lo noto ogni giorno a Hollywood. Molti artisti vivono male, si sentono miserabili pur avendo tutto quello che desiderano. Io ero uno di loro, pur avendo conosciuto la povertà da ragazzo. Quando ho studiato la filosofia del monkey mind e mi sono avvicinato al Buddismo, ho capito che quello che desideravo finivo poi per prenderlo a cazzotti, e rigettarlo”.
È in contatto con qualche sciamano?
“Ora sono sobrio e non pratico l’Ayahuasca; mai provata, anzi. Ma conoscono molte persone che lo fanno e le rispetto”.
Sobrio da quanto?
“Otto anni. Comunque non reputo l’Ayahuasca una droga potente come la cocaina. Il mondo degli sciamani, invece, mi rappresenta molto. Sono un appassionato di spiritualità e religioni del mondo, da sempre; le ho studiate all’università assieme alla filosofia. Se dovessi elencare gli insegnanti della mia vita, a questo punto, direi la natura e lo spirito”.
Crede in Dio?
“Per diverso tempo credevo che il modo migliore per conoscere Dio fosse quello di leggere libri che parlassero di Dio. Ho letto Bibbia, Corano, Tripitaka, Dhammapada, Dao de jin, Guru Granth Sahib… Cercavo di trovare Dio attraverso narrazioni di altri testimoni. Poi un giorno mi son detto: “Perché al posto di cercare Dio nei testi sacri non guardi che cosa Dio fa mentre il suo popolo non presta attenzione?”. Per “Dio” intendo una forza di vita. Allora mi sono accorto che attorno a me ci sono arbusti, papaveri, api. Gli sciamani li sento alleati nella mia ricerca, diffido però da qualunque guru spirituale affamato di denaro e da chi chieda in cambio la mia adesione a un culto. Mi spaventa. La risposta divina non la puoi intascare con una banconota da cento. Non credo che Dio lavori come commercialista per una squadra di football”.
Lei ha dichiarato che c’è qualcosa di molto familiare e confortevole nel fallimento e nell’oscurità. Che cosa intendeva?
“Attenzione, il fallimento può diventare un autosgambetto. Nessuno vuole fallire, dico bene? Al tempo stesso, se guardiamo alle nostre esistenze, il fallimento è il nostro più grande maestro. Il successo ci rende solo arroganti e compiacenti. Sto cercando di scrivere un romanzo sulle cadute storiche del genere umano, sui fallimenti che ci trasciniamo o dai quali impariamo una lezione”.
Chi è il fallito a cui guarda con maggior rispetto?
“Indubbiamente Bill Clinton. Da giovane la sua corsa a governatore dell’Arkansas riuscì a vincerla. Nella rielezione perse di venti punti. Che brutta botta! A soli trent’anni, disoccupato, sognatore, qualcosa lo aveva spinto a diventare un politico migliore. George W. Bush, invece, è diventato presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto ad Al Gore, ottenuti in Florida nelle elezioni del 2000, eppure Al Gore ha fatto di quel fallimento un vantaggio: è stato insignito del Premio Nobel per la pace nel 2007 e il suo documentario, Una scomoda verità, ha ricevuto l’Oscar. Solo perché ha fallito, oggi è un asso nell’industria dei computer, membro del Consiglio di Amministrazione di Apple e consulente presso Google. Un paradosso? Non possiamo evitare il fallimento. Sarebbe un errore. Fallire è bellissimo: ci accadono cose terribili ma restiamo “ok”, in piedi, più coraggiosi. Il solo concerto che farò per promuovere These Systems Are Failing sarà al Circle V, il festival di musica e cibo vegano, al Fonda Theater; la mia ex, ora miglior amica, continua a chiedermi se sono nervoso. Io le dico: “No, al peggio suonerò da schifo”. Chi se ne frega. La possibilità di fallire non è la fine del mondo, dovremmo vederla come un comfort”.
Torniamo all’album. Questi sistemi stanno fallendo: perché questo titolo?
“Se sei un attivista, se ti interessa il benessere di questo pianeta, devi tramutarti in un lottatore di arti marziali o in uno stratega militare. Quando ti butti nel mondo devi capire quale sia l’arma migliore per combattere. Anni fa ho pubblicato un libro, Gristle, una guida al modo più efficace di consumare cibo. Aveva un look piuttosto accademico ma parlava delle conseguenze dell’agricoltura animale ed io ci tenevo”.
Best-seller?
“Fiasco totale”.
Quanto ha venduto?
“Circa 5.000 copie, la maggior parte finita negli armadietti delle scuole. Insomma, è evidente che quella non è la maniera vincente di far passare un messaggio. L’adorabile cartoon del video di Are You Lost In The World Like Me ha totalizzato 5 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Voglio creare buona arte ed essere responsabile, per questo ho fatto un cyber-stalking a Steve Cutts chiedendogli per email di girare un video per me. Ogni fotogramma di Are You Lost In The World Like Me è fenomenale. Adoro quei personaggi semplici ma iperesagerati, come delle Betty Boop alienate dalla tecnologia”.
E Betty Boop è una filosofa?
“Ogni forma di animazione anni Trenta, prodotta dai Fleischer Studios, è filosofica. Betty Boop è per di più una flapper, una ragazza emancipata della Jazz Age”.
Era solito inserire dei brevi saggi all’interno dei suoi dischi. Sarà così anche per questo?
“No, oggi non sarebbe un modo intelligente di fare attivismo, infilare un saggio nel cd. Chi compra più un cd fisico? Chi compra saggi? Preferisco un manifesto e un cartone animato”.
Che ricordo ha di David Bowie?
“Diventare amico del mio più grande eroe di tutti i tempi è stato un regalo del cielo. Tutti amano Bowie, la sua musica, lo stile. Finire per fare barbecue insieme a lui e girare il mondo in tour al suo fianco… Indescrivibile. Ricordo la sua tristezza interiore miscelata ad un entusiasmo extraterrestre”.
E Michael Jackson?
“Non posso dire di averlo conosciuto bene. Ci siamo incontrati una volta sola e non era presente a se stesso. Mi sembrava di essere al cospetto di una conchiglia, di un guscio. Farfugliava, mormorava, non era più “umano”. Uscii dal nostro incontro sconcertato”.
Che cosa significa “umano”? La musica è ancora umana per lei?
“Ho letto qualche libro del neurologo Oliver Sacks e in particolare Musicophilia che parla dell’effetto della musica nel nostro cervello. Ho visitato anche l’istituto di Sacks a New York, l’Institute for Music and Neurologic Function. La musica guarisce le emozioni, cura il nostro corpo. Credo sempre di più nella musicoterapia. Certo, se sei nato in Indonesia e ti faccio ascoltare Bach, non mi aspetto reazioni. Ma se metto il Gamelan tutto cambia. Musica è istinto. Musica è ritorno all’infanzia”.
Lei è cresciuto con quale riferimento?
“Da Neil Young ai Sex Pistols fino a WC. E ancora: Donna Summer, i New Order, George Gershwin…”
Quanto è grande il suo ego?
“Taglia media. C’è ancora, da qualche parte nel mio corpicino, ma lo tengo a bada. Come canto in Almost Loved, i milioni che ho fatto con il mio ultimo disco non mi fanno sentire diverso, non rendono la mia pelle migliore, non cambiano la luce del sole, non rendono il frullato mattutino di un sapore diverso o le mie amicizie più sane. E’ la libertà che riempie la vita”.
Firma il suo nuovo progetto come Moby & The Void Pacific Choir. Da dove arriva quel Void Pacific Choir?
“Da una frase del poeta e drammaturgo inglese D. H. Lawrence: “People in LA are content to do nothing and stare at the void pacific”, “La gente a Los Angeles è contenta di non fare nulla e guardare il vuoto del Pacifico”. E’ un concetto che ha a che fare con il nostro design biologico. Siamo programmati per trovare comfort in presenza di altre persone. Quando la gente si isola, si ammala. Per me funziona l’opposto (ride). Io mi sento vivo solo quando sto per conto mio, quando medito, compongo, faccio trekking. Non mi isolo a priori. Se qualcuno o qualcosa non mi convince, osservo la mia reazione, da fuori. Cerco di capire da dove arriva la reazione; proviene quasi sempre da traumi passati. Spesso non ha nulla a che vedere con quel preciso momento”.
Come è cambiato il linguaggio nella sua vita ordinaria?
“La funzione del linguaggio appartiene alla musica. E come dice Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus il linguaggio può essere “non specifico”. Non è matematico. C’è una forte correlazione tra il linguaggio e la realtà: parla al nostro cervello. “Il linguaggio traveste il pensiero”. Il linguaggio, per me, è pratico quanto lo è assemblare un tavolo con tutti i pezzi o come guardare le distanze da un posto all’altro su Google Maps. Il linguaggio è divertente e completamente inesatto. Noi crediamo che sia accurato, non lo è. L’albero di casa mia, ad esempio, non è un albero. E’ un insieme di trilione di anni di energia, materia e vita. Ho paura che il linguaggio ci renda stupidi”.
Per questo ha scelto la musica?
“Non ho scelto di fare il musicista per vivere in eterno, lo metto subito in chiaro. Non ho idea di cosa ci sia dopo di me. Non rincorro l’immortalità e rido quando mi dicono che generare figli è un modo per non morire, per continuare a scorrere da qualche parte. Durante un mio viaggio in Europa, a un certo punto qualcuno indica Notre-Dame e dice: “Guarda! E’ immortale”. E io: “No, quella cattedrale è stata completata nel 1345, è vecchia di qualche centinaia di anni ma non è preistorica come quella roccia accanto a Notre-Dame. Quella roccia avrà sì e no 7 milioni di anni e nemmeno lei è immortale”. Quando vado nello Utah, e osservo l’acqua dalla cima della montagna, ho un forte senso di vastità di fronte a me, eppure neanche quello mi dà l’idea di toccare la Genesi. Se a dieci anni dalla mia morte qualcuno non ascolterà più le mie canzoni, pace. Le canzoni sono “carine”; se durano, durano. Tengo, piuttosto, all’eredità del mio messaggio: la conversazione che abbiamo appena avuto, qualche parola, qua e là, forse avrà toccato il cuore dei lettori e portato qualcuno ad un livello superiore di coscienza”.
E se non ci fossimo riusciti?
“Ne sono comunque grato”.”

Gemme n° 502

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Non sapevo cosa portare come gemma. Una sera ero a letto e, si sa, prima di addormentarsi si pensano tante cose. Stavo ascoltando Photograph e quella canzone mi ha ispirato. Ho fatto un montaggio di foto dell’ultimo anno, con gli episodi salienti che lo hanno caratterizzato”. Così F. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Il pioneristico fotografo inglese Eadweard Muybridge scrisse: “Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di una intera esistenza”. Ne abbiamo visto un pezzo…

Gemme n° 501

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La mia gemma consiste di due persone che fanno judo: una ragazza che abita a Torino e un ragazzo che abita a Treviso. Li conosco da poco: mi ha stupito di come due persone lontane possano significare tanto e di quanto sia forte il legame che mi unisce a loro nonostante la distanza”. Così si è espressa C. (classe terza).
In merito alla lontananza e all’amicizia, scrive Susanna Tamaro: “L’amicizia è uno dei sentimenti più belli da vivere perché dà ricchezza, emozioni, complicità e perché è assolutamente gratuita. Ad un tratto ci si vede, ci si sceglie, si costruisce una sorta di intimità; si può camminare accanto e crescere insieme pur percorrendo strade differenti, pur essendo distanti, come noi due, centinaia di migliaia di chilometri.”

Gemme n° 500

Ho portato una delle scene che più mi hanno emozionato in questo film, una versione moderna de La bella addormentata. Gli argomenti trattati maggiormente nel film sono l’amore, il perdono, la vendetta. Questa scena mi riporta sempre all’infanzia perché mi fa pensare all’amore materno e a mia madre, a cui sono molto legata.” Questa è stata la gemma di J. (classe terza).
Nel film la madre parla dell’impossibilità di chiedere perdono, in quanto ciò che ha commesso è imperdonabile; tuttavia, mi vengono in mente le parole di un altro film che parla di una storia vera, quella di Nelson Mandela. In Invictus il leader africano afferma: “Il perdono libera l’anima e cancella la paura”. E’ vero, chiedere perdono non assicura il perdono da parte di chi ha subito il torto, ma è pure un primo passo di ammissione di quanto si è fatto e di riconoscimento dell’errore.

Gemme n° 499

La mia scelta non è tanto legata al significato della canzone (tra l’altro, non ne ha uno), ma al ricordo di un periodo molto divertente passato con gli amici in estate”. Così L. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Non so perché, ma mentre pubblicavo questa gemma mi è venuta in mente una frase di Brassens “Quando il sole vi canta nel cuore, una piccola mattina di estate, quella è libertà”.

Gemme n° 498

Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”.
La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.

Gemme n° 496

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La mia gemma è una statuetta di una fatina ballerina: rappresenta il rapporto con mia nonna. Quando praticavo danza, facevamo due serate di saggio e dopo la seconda serata ci veniva regalata una statuetta simile a questa. Una volta mia nonna era venuta a vedermi e la mattina dopo volevo mostrale la statuetta, ma siccome l’avevo persa ed ero rimasta male, ero andata da lei piangendo. Il giorno successivo la nonna è arrivata da me con questa, molto più bella dell’altra: aveva pensato a me. Consegnandomela mi ha detto una frase che mi ricorderò sempre: “Farei qualsiasi cosa pur di vederti felice”. Da quel momento ho capito che lei ci sarebbe sempre stata per me.” Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Ci sono regali che vanno ben oltre il loro valore intrinseco per il semplice fatto che ci fanno capire che chi ce li ha donati ci ha ascoltati, ci ha capiti, ci ha dato attenzione: e non c’è regalo più grande in una relazione.

Gemme n° 487

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La mia gemma è una lettera: sei anni fa ho perso mia madre e da 4 o 5 anni le scrivo delle lettere, come se le parlassi. Oggi ne voglio leggere una; non l’ho mai fatto, ma oggi desidero condividerne una”. Questa è stata la toccante gemma di C. (classe seconda).
E’ qualcosa di molto prezioso quello che C. ha deciso di regalare alla sua classe. Si chiama vita. “Ma come? Se ha parlato di una persona che non c’è più…” Penso che C. ci abbia parlato di qualcosa che è fortemente vivo, al di là delle distanze, e che è l’amore che lega lei e sua madre. Con queste lettere la continua a far vivere e continua a dire tutto l’affetto che prova per il suo “dolcissimo angelo”. Grazie.

Gemme n° 486

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Ho portato una foto del periodo delle elementari in cui c’è la maggior parte dei miei amici; diversi di loro lo sono tuttora, e questo è uno dei ricordi più importanti che ho”. Così A. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Penso che quella che pubblico qui sotto sia una delle più vecchie canzoni sull’amicizia, un grande classico… “Semplicemente urla il mio nome e sai che ovunque sarò verrò di corsa per rivederti ancora. Inverno, primavera, estate o autunno, tutto ciò che devi fare è chiamare, ed io arriverò, sì, Tu hai un amico. Se il cielo sopra di te dovesse diventare scuro e pieno di nuvole e se quel vecchio vento del nord iniziasse a soffiare, mantieni salda la tua testa ed urla forte il mio nome e subito busserò alla tua porta…”

Gemme n° 484

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Questa foto è stata scattata la scorsa estate al campo scout durante un’uscita con i più grandi: abbiamo camminato tantissimo, ci lamentavamo di continuo, morendo male, ma alla fine siamo arrivati in cima; è stata un ‘esperienza in cui ci siamo mostrati per quello che siamo. Inoltre, in questa foto, sono con amici che conosco da quando ho 8 anni. Qui sono rappresentati la nostra amicizia, lo scoutismo e il suo spirito”. Queste sono le parole con cui A. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Amo la montagna e il camminare in montagna. Da adolescente ho letto diversi racconti delle ascese di Walter Bonatti; da adulto ho letto vari testi di Mauro Corona. Riporto una delle frasi che mi hanno dato un grande insegnamento: “La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un po’ tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere”.

Gemme n° 483

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La mia gemma è la mail che ho ricevuto il 22 febbraio, in cui mi viene annunciato che una famiglia americana mi ha scelta per passare l’anno scolastico negli Stati Uniti. Da quel momento ho realizzato che per me cambierà tutto e dovrò costruire nuovi rapporti e nuove relazioni”. Questa è stata la gemma di L. (classe terza).
Un saluto e un in bocca al lupo a L. con una frase di Cesare Pavese presa da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Gemme n° 474

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La mia gemma è una foto con mia zia: mi piace guardarla nei momenti di tristezza. Qui eravamo al mare e mi ricorda un obbligo reciproco che ci siamo prese: quando una delle due sta male, l’altra deve dire di uscire. Questa foto, poi, rappresenta per me la lezione più grande: l’amore può andare oltre il fatto biologico”. Con queste parole S. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Vorrei regalare a S. e a sua zia una frase di Betthleim: “Il seme di un albero può sì essere trasportato molto lontano dal luogo dove quell’albero è cresciuto, ma la nuova pianta, che da quel seme nascerà, può mettere radici solo nel terreno in cui esso è affondato”. S. ci ha mostrato dove siano le sue radici.

Gemme n° 470

Questa è la gemma di S. (classe terza): “Ho scelto questa canzone non per un suo significato particolare (parla del fatto di lasciar andare il passato perché inevitabile), ma perché le sono da poco legata. Qualche tempo fa ero in cantina, dove io e mio papà facciamo un po’ di ginnastica. Di solito ascoltiamo Ligabue, il preferito di mio padre, ma alla fine del cd abbiamo messo su le canzoni che ho sul pc. Mio padre ha detto che questa gli piaceva un sacco e mi ha proposto di fare una gara di addominali sulle sue note. Era tanto che non “giocavamo” insieme come quando ero piccola: ecco perché questa canzone significa tanto”.
Neruda scrive che “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé”. Auguro a S. e al suo papà tante gare di addominali 😀

Gemme n° 469

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Ho portato il depliant dell’ultimo concerto della JuniOrchestra Santa Cecilia, di cui ho fatto parte fino a poco tempo fa; per me è stata come una famiglia composta da una novantina di persone. Sette anni fa ho fatto un’audizione quasi per scherzo, non mi aspettavo di essere presa; invece è iniziata quest’avventura dove ho incontrato le persone più importanti della mia vita. Ho vissuto anche esperienze negative ma mi hanno formata e resa quel che sono. Il direttore si comporta quasi come un padre. Siamo divisi per capacità ed età e c’è anche un sottogruppo di ensemble di arpe, un’altra mini-famiglia, ed è raro trovare persone amichevoli in un ambiente in cui vi può essere molta competizione. Questo è stato il mio ultimo concerto: ero un po’ triste anche se siamo sempre rimasti in contatto. Le vere amicizie rimangono nonostante la lontananza.” In questo modo B. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Una citazione di Pennac, a metà tra scuola e orchestra: “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini”.

Gemme n° 467

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La mia gemma è una foto in cui sono con mio papà: lui è una persona per me molto importante, mi ha sempre sostenuto in tutte le cose che ho fatto, lo ammiro tantissimo. Lui è una di quelle persone che lascia un ricordo importante in tutti, ha sempre aiutato gli altri, sempre felice; un giorno mi piacerebbe essere come lui. Non gli dico mai che gli voglio bene, io sono un po’ fredda; tuttavia ho la sensazione che ci capiamo semplicemente attraverso uno sguardo. Voglio solo dirgli grazie e spero di riuscire a farlo un giorno”. Questa è stata la gemma di R. (classe quarta).
Desidero dare una spinta a R. (anche se con questa gemma ha già fatto un notevolissimo passo) con una frase di Adorno: “La felicità è come la verità: non la si ha, ci si è. Per questo nessuno che sia felice può sapere di esserlo. Per vedere la felicità, ne dovrebbe uscire. L’unico rapporto fra coscienza e felicità è la gratitudine.”