Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo

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Mentre guidavo, ieri pomeriggio, mi sono imbattuto in una voce calda e ferma che proveniva dall’autoradio e che pronunciava delle parole a me ben note (le considero un baluardo, una fonte continua di profonde riflessioni e meditazioni). Su Radiotre, nella trasmissione Ad alta voce, l’attrice Sandra Toffolatti stava leggendo dei brani tratti dal Diario 1941-43 di Etty Hillesum. Ne pubblico qui un estratto, e rimando a questo link coloro che volessero riascoltare la lettura.

11 luglio 1942, sabato mattina, le undici. Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l’acqua che sgorga da una sorgente.
E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre sí sta estendendo pian piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori. È una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano coi gas velenosi. Non è granché saggio raccontarsi storie simili, e poi, se anche questo capitasse in una forma o nell’altra, è per responsabilità nostra? Da ieri sera piove con una furia quasi infernale. Ho già vuotato un cassetto della mia scrivania. Ho ritrovato quella sua fotografia che avevo perso quasi un anno fa, ma che sapevo avrei recuperato: ed eccola lì, in fondo a un cassetto disordinato. È tipico per me: io so che certe cose, grandi o piccole, si aggiustano – anche, e soprattutto, se sono cose materiali. Non mi preoccupo mai per il domani, per esempio so che tra poco dovrò andarmene di qui e non ho la più pallida idea di dove andrò a finire, e poi, anche le mie entrate sono ben scarse in questo momento – ma per me stessa non mi preoccupo mai, perché so che qualcosa succederà. Se si proiettano le proprie preoccupazioni sulle varie cose che devono accadere, si impedisce a queste cose di svilupparsi in modo organico. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro. Ieri sera camminavo con lui lungo il canale, avevo dei comodi sandali ai piedi e d’un tratto m’è venuto da pensare: devo portarmi anche questi sandali, così potrò alternarli alle scarpe più pesanti. Che mi prende in questo momento? Una gioia così leggera, quasi scherzosa? Ieri è stato un giorno pesante, molto pesante; ho dovuto soffrire molto dentro di me, ma ho assorbito tutte le cose che mi sono precipitate addosso, e mi sento già in grado di sopportare qualcosa in più.
Probabilmente è di li che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non s’inaridisce per l’amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive, mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni su come le cose stiano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri. Ma su questo punto non dobbiamo farci delle illusioni eroiche.
Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l’ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire tra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo. Mi farei tagliare i capelli molto corti e butterei via il mio rossetto. Cercherei di finire di leggere le lettere di Rilke. Mi farei fare dei pantaloni e una giacchetta con quella stoffa che ho ancora per un mantello d’inverno. Naturalmente vorrei ancora vedere i miei genitori e racconterei loro molte cose di me, cose consolanti – e ogni minuto libero vorrei scrivere a lui, all’uomo che – già lo so – mi farà morire di nostalgia. Certe volte mi sembra di morire sin da adesso, quando penso che dovrò lasciarlo e che non saprò più niente di lui.
Tra qualche giorno andrò dal dentista per farmi otturare tutti quei buchi nei denti: sarebbe proprio grottesco che mi venisse mal di denti. Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, i Briefe an einen jungen Dichter, e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo Stundenbuch? Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me.
Anche queste due mani vengono con me, con le loro dita espressive che sono come giovani rami robusti. Spesso saranno congiunte in una preghiera e mi proteggeranno; e staranno con me fino alla fine. E così questi occhi scuri col loro sguardo buono, dolce e indagatore. E se i tratti del mio viso diventeranno brutti e sconvolti dalla sofferenza e dal lavoro eccessivi, allora tutta la vita del mio spirito potrà concentrarsi negli occhi. Eccetera, eccetera. Naturalmente si tratta di un semplice stato d’animo, uno dei tanti che si provano in queste nuove circostanze. Ma è anche un pezzo di me stessa, una possibilità che ho. Una parte di me che sta prendendo sempre più il sopravvento. Del resto: un essere umano è poi solo un essere umano. Già ora abituo il mio cuore ad andare avanti, anche quando sarò separata da coloro senza cui non credo che potrei vivere. Il mio distacco esteriore aumenta di giorno in giorno per far posto a un sentimento interiore – la volontà di continuare a vivere e a sentirsi legati per quanto lontani si possa essere gli uni dagli altri. Eppure quando cammino con lui, la mano nella mano, lungo il canale – che ieri sera aveva un aspetto autunnale e tempestoso -, o quando, nella sua cameretta, mi scaldo ai suoi gesti buoni e generosi, allora provo di nuovo questa speranza e questo desiderio così umani: perché non potremmo rimanere insieme? Il resto non avrebbe più importanza, allora, io non voglio lasciarlo. Ma altre volte penso fra me: forse è più facile pregare da lontano che veder soffrire da vicino.
In questo mondo sconvolto, le comunicazioni dirette tra due persone passano ormai solo per l”anima. Esteriormente si è scaraventati lontano, e i sentieri che ci collegano rimangono sepolti sotto le macerie, cosicché in molti casi non potremo mai più ritrovarli. La prosecuzione ininterrotta di un contatto, di una vita in comune è possibile solo interiormente, e non rimane forse la speranza di ritrovarci ancora su questa terra?
Naturalmente io non so come reagirò quando mi toccherà lasciarlo per davvero. In questo momento ho ancora nelle orecchie la sua voce di stamattina al telefono, e stasera ceniamo alla stessa tavola. E domattina facciamo una passeggiata, poi pranziamo insieme da Liesl e Werner e di pomeriggio si farà musica. Per ora lui è sempre qui. E forse, nel profondo del mio cuore, io non credo neppure che dovrò lasciare né lui né altre persone. Un essere umano è poi solo un essere umano. In questa nuova situazione dovremo imparare un’altra volta a conoscere noi stessi. Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questo conto non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone – un numero persino molto alto – non deve partire comunque?
Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o fors’anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questo è poca cosa, se paragonato a un’infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto.
Ogni giorno vivo nell’eventualità che la dura sorte toccata a molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un momento all’altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio «confrontarmi» interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di volontà: c’è ancora spazio per l’elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani. Ma le cose che ci accadono sono troppo grandi, troppo diaboliche perché si possa reagire con un rancore e con un’amarezza personali. Sarebbe una reazione così puerile, non proporzionata alla «fatalità›› di questi avvenimenti.
Spesso la gente si agita quando dico: non fa poi molta differenza se tocca partire a me o a un altro, ciò che conta è che migliaia di persone debbano partire. Non è che io voglia buttarmi fra le braccia della morte con un sorriso rassegnato. E’ il senso dell’ineluttabile e la sua accettazione, la coscienza che in ultima istanza non ci possono togliere nulla. Non è che io voglia partire a ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza – ma dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono invece subire. Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui, in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un «destino di massa».
Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo esser passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma di come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione. Le cose che devo ragionevolmente fare, le farò. I miei reni sono ancora infiammati e anche la mia vescica al piede non è kasher, mi farò rilasciare un certificato medico se sarà possibile. Mi si raccomanda infatti di cercarmi ancora un posto, una specie d’impiego presso il Consiglio Ebraico. La settimana scorsa sono stati autorizzati a impiegare 180 persone e ora i disperati vi si accalcano in massa: proprio come un pezzo di legno che dopo un naufragio va alla deriva sull’oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparsi. Ma trovo assurdo e illogico prendere delle iniziative. Né sono il tipo che sfrutta le sue buone relazioni. Del resto, sembra che vi si combinino parecchi intrighi, e il risentimento contro quel singolare organo di mediazione cresce di ora in ora. Inoltre: più tardi toccherà anche a loro.
E’ vero che gli inglesi a quel punto potrebbero essere sbarcati: così dicono coloro che conservano una speranza politica. Ma credo che si debba rinunciare a qualunque aspettativa che punti sul mondo esterno, che non si debba far calcoli sulla durata del tempo, ecc. ecc. E ora apparecchio la tavola.
Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]
Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento -invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te e molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.
Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Be’, allora mi gratto disperatamente per un po’ e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuola e con le sue calde coperte è ancora lì, pronto per la notte – e dunque, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa; fanne un’altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro. Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirti niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene.
E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza inespugnabile.
14 luglio, martedì sera. Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po’ mi ha fatto perdere l’equilibrio – lieto e insieme serissimo – che avevo oggi. Quasi fosse un’azione indegna – questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno: e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, finché – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l’altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare, e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata. Com’è singolare tutto ciò.
Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità, ma per ora preferisco non scrivere, avrei l’impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all’istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere.
Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno – cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio – sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello. Continuerò ad avere pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me.
Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L’uomo occidentale non accetta il ‘dolore’ come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.
Ora sono le undici e mezzo di sera. Weyl si allaccia lo zaino troppo, troppo pesante per la sua fragile schiena, e si avvia a piedi alla stazione centrale. Io l’accompagno. Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio, si dovrebbe soltanto poter pregare.”

13

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Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.

“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo13 arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”

Il superpotere di essere vulnerabili

Necessito di un passo intermedio per tornare a una “dimensione normale” nella pubblicazione dei post sul blog dopo quanto successo. Lo faccio attraverso la musica, una canzone dell’ultimo album de “Le luci della centrale elettrica”. Il brano si intitola “Qui”. A colpirmi al primo ascolto è stato il ritornello “è un superpotere essere vulnerabili”. Nell’era dell’esasperata perfezione, della massima efficienza, dell’essere vincenti a tutti i costi, questo inno alla vulnerabilità, alla vincibilità, all’assecondare il ritmo delle onde che possono travolgerci, al farsi cullare dal vento che ci investe mi regala il passaggio dal dolore alla malinconia e quello dalla malinconia alla celebrazione della vita.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili.
Sono negli eventi catastrofici, in quelli magnifici, dentro i fili elettrici. Sono nelle nuove idee in supermercati più grandi delle più grandi moschee. Sono stato avvistato, identificato, sono il cielo dopo che è diluviato. Sono alla deriva nelle correnti, tra pensieri, passaporti e vite precedenti. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Sono le tracce sparite nel vento, un combattimento, un karma irrisolto. Sono in uno spazio sacro, sono all’aperto con il coprifuoco. Sono cotto come un cielo stellato. Vedi qui era buio, e ora è illuminato. Sono al di là della paura, in quella prateria infinita, piena di pericoli, strapiena di vita, piena di pericoli, strapiena di vita.
E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili, e adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui”

 

Credi nella Forza?

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Mi era sfuggita questa notizia alla fine del 2016: lo jedismo non è una religione secondo la British Charity Commission. Ne ha scritto su La Stampa Giancarlo Loquenzi. Se poi qualcuno vuole approfondire suggerisco la Bbc.
Non è facile essere un Cavaliere Jedi oggigiorno. E non tanto per colpa del lato oscuro che incombe o per la malvagità dei Sith, i nemici di sempre. Nei nostri tempi secolarizzati l’avversario peggiore può nascondersi nelle pieghe della burocrazia inglese e rivelarsi invincibile.
Lo scontro si è svolto davanti ai commissari della British Charity Commission a cui il Tempio dell’Ordine degli Jedi si era rivolto in cerca delle detrazioni fiscali garantite alle religioni riconosciute, e i Cavalieri hanno dovuto soccombere. I circa 170 mila devoti della Forza che vivono nel Regno Unito si sono visti respingere, con una memoria di dieci cartelle ampiamente argomentata, la loro richiesta di essere riconosciuti come un culto originale e per questo godere delle «charity law» inglesi.
Daniel Jones, Master del Tempio (nel 2009 venne cacciato da un negozio Tesco perché rifiutava di togliersi il cappuccio da Jedi), non si è scoraggiato e ha detto che i suoi Cavalieri continueranno a fare del bene e a tenere in equilibrio la Forza anche in mancanza di uno status legale. Si è anche detto convinto che nel giro di qualche anno le regole dovranno riconoscere la natura religiosa del jedismo.
Stando alle cronache la religione Jedi è nata sull’onda di un malizioso inganno, quando nel 2001, per la prima volta, il censimento inglese chiese ai cittadini a quale religione appartenessero, molti non gradirono la domanda e misero nella casella il nome Jedi. Alla fine risultò che almeno 400 mila inglesi si riconoscevano nell’ordine di monaci guerrieri, armati di spada laser e devoti alla Forza e alle sue regole. Più o meno quanti dissero di appartenere a Scientology.
Ma il tempo fece giustizia dell’idea che si trattasse soltanto di un folto gruppo di buontemponi miscredenti. Nei censimenti successivi il numero dei fedeli calò ma rimase poi stabile sui 170 mila, mentre nuovi templi Jedi si aprivano in altri angoli del mondo.
Il Tempio dell’Ordine degli Jedi è cresciuto e si è consolidato nel tempo, con una sua gerarchia e una sua specifica dottrina. Al centro c’è pur sempre la Forza, «un potere metafisico e onnipresente che ogni Jedi ritiene corrispondere alla natura profonda dell’universo». L’ordine ammette di aver tratto spunto per il suo credo dalla saga di Star Wars e dalle idee di George Lucas, ma «non venera» il film o il suo autore, piuttosto crede nel jedismo come «una religione in se stessa», non basata sulla fiction, ma su miti anteriori e capaci di guidare i fedeli nella vita reale. Il Tempio si fonda su un Credo, Tre Principi (Focus, Conoscenza e Saggezza), 16 Insegnamenti e 21 Massime.
Tutto questo però non è bastato alla Commissione per accordare al jedismo lo status religioso. «Mancano gli elementi spirituali e non-secolari tipici di una religione» si legge nelle motivazioni. E inoltre, pur riconoscendo un intento benefico e caritatevole all’interno della comunità dei fedeli, «il Tempio non ha dimostrato di poter promuovere la crescita etica e morale di un più vasto pubblico». La Commissione ammette di non essere chiamata a decidere sulla verità o meno di un credo religioso, ma stabilisce che una religione debba distinguersi da una filosofia o da un «stile di vita» in virtù di una «convinzione spirituale che abbia un contenuto formale e distinto, coerente e serio».
Forse sarebbe stato più convincente affermare il potere mistico della Forza, descrivendo, in opposizione, il suo lato oscuro. Yoda lo spiega bene al giovane Luke Skywalker. «Rabbia, paura aggressività, sono il lato oscuro. Non è più potente, ma più rapido, più facile, più seducente». I commissari di Sua Maestà avrebbero fatto forse meno fatica a riconoscere qualcosa di «coerente e serio» nei nostri tempi bui e minacciosi, sperando magari che qualche Cavaliere senza tasse e senza paura sapesse portare un raggio di luce”.

Paradiso e miseria

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“Vidi un uomo che giaceva al suolo con la testa quasi sepolta nella sabbia mentre le formiche correvano tutte intorno a lui. Era una vittima della malattia del sonno che i compagni avevano abbandonato là, probabilmente qualche giorno prima, perché non potevano più fargli proseguire il viaggio. Benché respirasse ancora, non v’era più speranza. Intanto che mi occupavo di lui potevo vedere attraverso la porta della capanna le acque azzurre della baia incorniciate dagli alberi verdi, una scena di una bellezza quasi magica, che appariva ancora più incantevole inondata com’era dalla luce dorata del sole al tramonto. Vedere un tale paradiso e allo stesso tempo una miseria così spietata e senza speranza era opprimente”.
Albert Schweitzer, Dove comincia la foresta vergine, 1921

Gemme n° 471

Questo video mi ha colpito subito; è il provino di ragazzo ad America’s got talent. In seguito ad un incidente ha avuto problemi alla voce, ma ha trasformato il tutto nel suo punto di forza e riesce ad essere autoironico: è un grande esempio, mi commuove ogni volta che lo vedo.” Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Il poeta portoghese Fernando Pessoa disse: “… il contrasto non mi opprime – mi libera; e l’ironia che c’è in esso è sangue mio. Ciò che dovrebbe umiliarmi diviene la mia bandiera, che dispiego e innalzo; e il riso con cui dovrei ridere di me, è un clarino con cui saluto e creo un’alba nella quale mi converto”.

Gemme n° 398

Come gemma ho scelto di portare questo filmato. La storia mostra ciò che avviene alla maggior parte delle persone, cioè alla tendenza di giudicare gli altri dalle apparenze, pensando solamente a ciò che manca a se stessi. Questo cortometraggio ci aiuta a riflettere su quanto sia importante credere in se stessi, cercare di superare gli ostacoli quando agli occhi degli altri sembra palese il fallimento.” Così si è espressa B. (classe quarta).
Quando il protagonista è a terra, chiede aiuto e nessuno lo ascolta, mi è venuta in mente questa frase del libro “Seta” di Alessandro Baricco: “Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale”.

Gemme n° 394

Ho scelto questa canzone perché 2pac è uno dei miei cantanti preferiti e perché il testo non è banale. Quando la ascolto, mi emoziono spesso e i miei pensieri corrono: qui parla delle donne afroamericane che devono sopportare una vita non bella, e ogni volta affiora il pensiero di mia mamma. Solo Dio sa quante ne ha passate perché io e i miei fratelli potessimo essere quello che siamo oggi.” Questa è la gemma di Emanuel (classe seconda).
Una frase attribuita a Lao Tse dice: “Essere amati profondamente da qualcuno ti dà forza. Amare profondamente qualcuno ti dà coraggio”.

Gemme n° 331

confine

La mia gemma è il libro Il confine di un attimo: è la storia di due ragazzi che si incontrano su di un bus, lei scappa da una vita di obblighi, lui è in viaggio verso un incontro che vorrebbe rimandare. Imparano a conoscersi, capirsi e amarsi. Ho scelto l’opera per i valori che vuole trasmettere: è un invito a non lasciare perdere sogni e desideri anche quando sembra non ci sia una via d’uscita, ma prendere sempre il meglio dalle situazioni. E’ un invito all’unicità: non dobbiamo far di tutto per essere come gli altri ma dobbiamo capire che siamo belli per quello che siamo. La diversità ci rende uomini anche in un mondo in cui sembra che non ci sia spazio per il diverso: perché omologarci? La felicità deriva dall’essere sereni con se stessi senza tentare di essere come gli altri. Non si deve temere il giudizio degli altri. Una frase dal libro: “Perché la gente è sempre pronta a obbedire? Io non sono così. Io voglio una cosa sola nella vita. E non sono i soldi, né la fama, né un’istruzione universitaria che forse – ma forse anche no – potrebbe essermi utile in futuro. Non so bene che cos’è che voglio, ma lo sento in fondo alla pancia. Per ora se ne sta lì, dormiente. Lo capirò quando lo vedrò”. Non aver paura di essere se stessi: sembra paradossale lottare per esserlo!”. Questa la gemma di A. (classe seconda).
Scrive Alessandro D’Avenia: “Viene il giorno che ti guardi allo specchio e sei diverso da come ti aspettavi. Sì, perché lo specchio è la forma più crudele di verità. Non appari come sei veramente. Vorresti che la tua immagine corrispondesse a chi sei dentro e gli altri, vedendoti, potessero riconoscere subito se sei uno sincero, generoso, simpatico… invece ci vogliono sempre le parole o i fatti. È necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello doversi limitare a mostrarlo. Sarebbe tutto più semplice.”
Dal film Fame:

Gemme n° 328

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Si è avvicinata alla cattedra con una busta in mano L. (classe terza): “Ho portato la lettera di una persona speciale; non voglio leggerla tutta per rispetto nei suoi confronti. Ne riporto solo l’ultima frase, che poi non è sua: “per aspera ad astra”. Quando sono giù la leggo e capisco che non è sbagliato essere in quella condizione, ma può essere necessario per arrivare a un buon risultato; talvolta i sacrifici sono necessari.”
Ultimamente sto leggendo alcune cose di Rainer Maria Rilke e ieri sera mi sono imbattuto proprio in questa frase: “Quando mai si pretenderebbe da un cigno una delle prove destinate al leone? In che modo un brano del destino di un pesce si inserirebbe nel mondo del pipistrello? Pertanto fin da bambino credo di aver pregato soltanto per la mia difficoltà, che mi fosse concessa la mia e non, per errore, quella del falegname, o del cocchiere, o del soldato, perché nella mia difficoltà voglio riconoscermi.”

Gemme n° 320

La mia scelta è dovuta sia al fatto che mi piace il brano, sia al testo che tratta delle difficoltà e di come superarle. Mi ha fatto pensare a mia cugina che tre anni fa ha scoperto di avere la leucemia. E’ stata fortissima, si è impegnata in tutto. E’ guarita grazie al dono di midollo di suo fratello. Mi hanno colpito molto lei e la sua forza”. In questo modo C. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
Una canzone che adoro per restare in ambito musicale. Spazio ai Pink Floyd:

Gemme n° 297

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«E’ una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.» Ho deciso di portare queste frasi per augurare a tutti voi di trovare la forza di rialzarvi dopo un brutto periodo. Beh, le frasi si spiegano da sole. Magari può sembrarvi banale, potete pensare che sono le solite frasi di incoraggiamento, ma io ho deciso di presentarle ugualmente perché ogni tanto può essere utile sentirle nuovamente, soprattutto all’inizio dell’anno scolastico quando arrivano le prime insufficienze…”. Questa è stata la gemma di L. (classe quarta).
La cantante Alice in “Prospettiva Nevskij”, una canzone che adoro scritta da Franco Battiato, dice alla fine “Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Uno sforzo che penso valga la pena fare…

Gemme n° 289

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La mia gemma è una persona, una ex compagna di scuola. Siamo rimaste amiche, lei mi è sempre stata accanto. Ultimamente la vedo molto meno spesso perché ha una malattia molto rara per la quale sembra non ci siano cure. L’ultimo anno è sempre stata a casa da scuola ed è peggiorata molto, fino a perdere l’uso delle gambe. Ora è in ospedale a Trieste e la vado a trovare almeno una volta a settimana: è forte e non si arrende e sebbene abbia una vita difficile, lei ti fa pensare che non è un problema. L’ultima volta non ho potuto fare a meno di dirle che, anche se avevo il sorriso, non riuscivo a guardarla come prima, quando poteva camminare e lei mi ha detto: Essere sempre fieri di quel che si è. Delle proprie gambe per correre, camminare e saltare, della propria sedia per andare comunque lontano.. perché non importa dove stai, se stai in piedi, se corri o se non puoi nemmeno camminare: con la testa e con il cuore puoi sempre sognare e volare in alto!
E poi..è bello anche cambiare, altrimenti che noia!
Mi sono resa conto della fortuna che ho a camminare e a correre. Mi ha dato di nuovo un motivo in più per essere felice come ha sempre fatto.”
Ha fatto fatica a finire la sua gemma F. (classe quarta), la voce rotta dall’emozione. Non ho potuto fare a meno a una delle sequenze più belle di quasi amici:

Gemme n° 282

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Ho portato tre foto scattate in un giorno per me molto significativo: è stato sia il giorno del mio primo concerto che il giorno della fine di un percorso. Nella prima (non presente qui) ci siamo io e mia mamma in Austria, la foto l’ha fatta papà: ci sono affezionata anche perché lui ha detto che il panorama era bellissimo ma io ero più bella. Poi c’è la foto dei biglietti del concerto regalati dai dottori: sono stati fantastici e hanno voluto dimostrarmi che ce l’avrei fatta a vincere. Il concerto infine è stato la fine di un percorso bello ma brutto, che mi ha insegnato tante cose nonostante tutti gli aspetti negativi. Le foto mi ricordano che posso affrontare ogni cosa e che ce l’ho fatta”. Questa la toccante gemma di S. (classe seconda).
La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno della salute e in quello della malattie. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese” (Susan Sontag). Penso che una delle difficoltà maggiori sia quando diventiamo cittadini del regno delle malattie troppo presto. Questo ci mette in scacco, ci fa respirare male, ci fa angustiare. Grazie a S. e alle sue foto: regalano tutta la sua forza.

Gemme n° 248

Ho scelto una scena del film “Unbroken”, uscito a gennaio; mi è piaciuto, penso sia fatto molto bene. Ho optato per questa sequenza perché molto intensa ed emozionante, in cui il protagonista dimostra tutta la sua forza, fisica e di volontà”. Questa la gemma di M. (classe quinta).
Vista l’ambientazione del film, mi è venuta alla mente una citazione del fondatore di una delle più note correnti di pensiero filosofico-religioso dell’Oriente, Confucio: “Si può sconfiggere il generale che comanda tre armate, ma non si può smuovere la ferma volontà di un uomo semplice”.

Gemme n° 233

Buongiorno alle persone sensibili che sanno andare oltre le apparenze, alle persone che non sono mai banali o scontate, che danno sempre la priorità ai sentimenti, che hanno imparato a vivere serenamente apprezzando le piccole cose di ogni giorno; alle persone che sono capaci di darci grandi emozioni, a quelle che hanno cento difficoltà ma non smettono di affrontarle guardandole con gli occhi del cuore. Alle persone che hanno sempre un sorriso da regalare, a quelle che trovano il tempo per ascoltare nonostante i mille impegni. Ho portato un buongiorno trovato in hotel, scritto da Antonio Degas; l’ho scelto perché per la prima ora mi sembrava carino. Mi hanno colpito due frasi in particolare: quando fa riferimento alle persone che sanno andare oltre le apparenze, perché oggi si basa spesso la vita su di esse e non si coglie l’interiorità delle persone, e quando parla delle persone che apprezzano le piccole cose e affrontano le difficoltà, perché mi ricorda una persona molto importante per me, che riesce a essere felice e apprezza quello che ha mentre noi tendiamo spesso a lamentarci per sciocchezze”
Questa la gemma di S. (classe quinta).
C’è una canzone di Giuni Russo di una profondità incredibile e che ogni volta che ascolto mi fa pensare all’essenziale. E’ un brano che fa parte del lato più mistico e nascosto al grande pubblico della cantante, nota ai più per “Alghero” o “Un’estate al mare” o “Limonata cha cha cha”.
Primizia del mio tempo, orlo del velo che copre la presenza, dal vivo occhio mi penetra un raggio di pura luce. Fai cantare alla mia lingua melodie sconosciute dell’amore che buca l’opacità del mondo e crea. Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla. Sciamano pensieri di pura luce, la via dell’assoluto rischiara, primizia del mio tempo alla presenza. Io nulla, io nulla, io nulla, io nulla, io nulla. Oso fiorir… Alla tua presenza. Io nulla, io nulla, io nulla. Fai cantare alla mia lingua melodie sconosciute che nascono nel cuore. La notte se ne va primizia del mio tempo. Alla tua presenza. Io nulla, io nulla, io nulla. Davanti a te. Io nulla”.

In me

nel mezzo

«Nel bel mezzo dell’odio,
ho trovato che c’era, dentro di me, un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime,
ho trovato che c’era, dentro di me, un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos,
ho trovato che c’era, dentro di me, un’invincibile calma.
Nel bel mezzo dell’inverno,
ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa quanto duramente il mondo vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore che mi spinge subito indietro».
Albert Camus

Gemme n° 196

Ho portato questa canzone di Adele per parlare del periodo in cui ero in un’altra scuola, quando la ascoltavo sempre. Ho portato anche una foto e una lettera che mi è stata scritta. E’ molto importante e la leggo sempre”. Non è costata poca fatica a C. (classe terza) leggere quella lettera; non la riporto, ma posso dire che parlava di vicinanza, di fiducia in se stessi, di permettere agli altri di scoprire il tesoro che ciascuno di noi è, anche se a volte nascosto sotto uno strato di sofferenze.
Un breve racconto di Bruno Ferrero:
«“Disse un’ostrica a una vicina: “Ho veramente un gran dolore dentro di me. E’ qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata”.
Rispose l’altra con borioso compiacimento: “Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori”.
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: “Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza”.”
E’ la grazia più grande, quella dell’ostrica. Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.» (da Quaranta storie nel deserto).

Gemme n° 180

Ho portato come gemma il primo film di Batman; mi interessa una frase detta in una precisa sequenza. Mentre la casa cade, e Bruce si sente responsabile, ascolta il suo maggiordomo che spesso lo ha consigliato: «Perché cadiamo signore? Per imparare a rimetterci in piedi».” Questa la gemma di F. (classe quarta).
Nick Vujicic penso sia ormai una persona piuttosto nota, ma penso che valga la pena riascoltarne il messaggio, nonostante la cattiva qualità del video e i numerosi sottotitoli che occupano la visuale.