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La relazione dell’Osservatorio regionale antimafia

L’Osservatorio regionale antimafia del Friuli Venezia Giulia ha presentato ieri, 27 marzo, la relazione del 2018. In attesa di leggerla integralmente, pubblico l’articolo di Nicolò Giraldi per Trieste Prima:

Michele Penta, Coordinatore dell’Osservatorio regionale antimafia (fonte)

“L’infiltrazione mafiosa in Friuli Venezia Giulia è realtà, anche se a mancare ad oggi – perché non disponibile – è proprio il numero dei condannati, in regione, al regime di 416 bis, il carcere “riservato”ai colpevoli per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso. A dirlo è l’Osservatorio Regionale Antimafia che oggi 27 marzo presso la sede del Consiglio regionale a Trieste ha presentato la sua relazione del 2018. Alla conferenza stampa sono intervenuti il presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia, Pier Mauro Zanin, il presidente dell’ORA Michele Penta e il Governatore Massimiliano Fedriga.
“E’ indubbio che ci siano alcuni campanelli d’allarme – ha introdotto Zanin – rispetto alla situazione di un tempo in cui la nostra regione veniva considerata immune alle infiltrazioni mafiose. Oggi non è più così anche perché le mafie utilizzano risorse finanziarie, elusione e un sistema per poi poter avere una finalità precisa, vale a dire l’utilizzo di regioni lontane per fare la lavatrice delle risorse illecite”.
Riciclaggio, droga, armi e prostituzione
Le mafie riciclano al nord i soldi che arrivano dal traffico d’armi, dallo sfruttamento delle condizioni personali, dalla droga e da molte altre attività illegali. I meccanismi di inserimento della malavita nei processi che riguardano l’uso delle risorse pubbliche sono sottili e per questo le amministrazioni dovrebbero lavorare molto di più di ciò che viene fatto ad oggi, nella turnazione dei propri dipendenti.
Il lavoro basato sulle relazioni antimafia
Michele Penta ha poi illustrato i dati della relazione 2018. “Abbiamo letto centinaia di migliaia di pagine. Da quelle derivanti dalla Direzione Investigativa Antimafia fino a quelle delle commissioni parlamentari. Sembravamo immuni ma, come cambiano le società, cambiano i metodi mafiosi. Dal 2014 si è infatti scatenata un’escalation di notizie relative alle infiltrazioni mafiose”. Nato il 5 febbraio del 2017, il compito dell’Osservatorio è “fotografare la realtà della consistenza del fenomeno criminale di stampo mafioso, sia esso riconducibile ad ambienti di camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, più quello che localmente viene a determinarsi” ha continuato Penta. “Oggi sul panorama territoriale esiste una mafia locale e tante piccole mafie, che adottano il metodo mafioso“.
Il metodo mafioso: si corrompe e si minaccia
Il sistema utilizzato è è quello delle scatole cinesi e trova nel riciclaggio di denaro sporco la sua ragion d’essere. “Il riciclaggio – secondo l’Osservatorio – si fa anche con la Slovenia e la Croazia. La criminalità si arricchisce attraverso il traffico di droga e armi, un’enorme quantità di denaro che usa in attività lecite, in realtà ha una provenienza illegale”. “Prima si corrompe, si minaccia la persona in questione, poi la famiglia per poi arrivare, nel caso la mafia non raggiunga il suo scopo, a conseguenze anche molto pesanti. Quando la persona minacciata chiede il trasferimento e viene spostato, allora la criminalità organizzata ha raggiunto il suo scopo.
Nessun caso di usura e “pizzo”
La difficoltà più grande per gli investigatori è quella di arrivare a determinare l’esatto meccanismo delle attività criminali. I reati per riciclaggio sono in misura più alta rispetto agli altri. L’attenzione sugli appalti e sui sub-appalti è costante, come d’altronde anche quella sulle forme di contrattualistica, i grandi traffici, i trasporti, i porti e molto altro. “Non si sono verificati – non sono stati oggetto di indagine o di condanna – episodi di usura o pizzo” sempre secondo l’ORA.
Individuano le società e le acquisiscono
“Un efficace metodo di infiltrazione – secondo l’ORA – si basa sull’individuazione di società alle prese con problemi finanziari e vengono aggiunti capitali. Si crea debito e alla fine si acquisiscono”. Ciò che serve è “un programma di formazione anche per gli addetti degli uffici pubblici, dove deve essere sempre consentita una formazione più elevata. La turnazione del personale può essere facilmente gestita da comuni come Trieste o Udine, mentre per i medi o piccoli enti locali tutto ciò diventa molto difficile.
“Non possiamo dormire sonni tranquilli”
Il Governatore Fedriga è intervenuto nella conferenza stampa. “Motivo di soddisfazione è rappresentato dall’esserci mossi con anticipo rispetto ad una situazione preoccupante, sempre se paragonata ad altre regioni. L’Osservatorio è fondamentale come termine dissuasivo agli interessi della malavita sul territorio”. “Il successo – ha concluso Fedriga – è quello di andare a colpire chi commette i reati, ma anche e soprattutto che non si verifichino situazioni delittuose. Dobbiamo tutelare la nostra comunità”. Secondo l’Osservatorio Regionale Anitmafia tuttavia “non possiamo dormire sonni tranquilli”.

Il servizio di 7Gold

Così invece ne ha scritto la redazione del Diario di Trieste:

“TRIESTE – Non siamo una regione con presenza di criminalità organizzata e di stampo mafioso forte come quella che si registra in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, ma non possiamo dormire ‘sonni tranquilli’ neppure qua. Dal 2014, c’è stata una escalation di fenomeni legati alle associazioni criminali nazionali e non da meno locali. È come se quel sistema sociale chiuso che caratterizzava il Friuli Venezia Giulia fosse venuto meno nella sua funzione di isolamento, che in questo caso significava protezione.
La relazione
È quanto è stato evidenziato e che emerge dalla prima relazione annuale dell’Osservatorio regionale antimafia, istituito ai sensi della legge regionale 21/2017 ‘per il contrasto e la prevenzione dei fenomeni di criminalità organizzata e di stampo mafioso’. Il comitato è costituito da cinque componenti, nominati dal consiglio regionale il 22 novembre 2017 e prorogati sino ad aprile 2020. Si tratta di un organismo istituito in molte regioni d’Italia ma non in tutte, è stato fatto presente a sottolineare come il consiglio regionale del Fvg, a cui l’Osservatorio fa diretto riferimento, sia in prima linea in questo aspetto offrendo un deterrente all’insediamento delle organizzazioni malavitose nel nostro territorio. Diversi i settori in cui la criminalità organizzata si è infiltrata in Fvg, a cominciare da quello del riciclaggio del denaro sporco per passare agli appalti e soprattutto ai subappalti, ai grandi traffici e ai trasporti, attraverso soggetti locali compiacenti ma anche stranieri, in particolare dell’Est Europa.
Le indagini
Dall’Osservatorio è poi stato esposto un elenco delle evidenze investigative e giudiziarie più significative degli ultimi 20 anni: come i provvedimenti cautelari eseguiti nei confronti di alcuni componenti della famiglia Emmanuello di Gela, attivi nell’esecuzione di opere edili nel comune di Aviano; le indagini sull’insediamento di alcuni esponenti della camorra presso il mercato di Tarvisio; la confisca di beni a Pordenone, Aviano e Tavagnacco all’imprenditore edile palermitano Pecora e a componenti della famiglia Graziano; il sequestro della Sermac di Budoia, risultata di proprietà di un gruppo criminale comprendente esponenti della camorra, della ndrangheta e del clan Casamonica; l’indagine a Monfalcone sulla presenza di un clan della ndrangheta di origine crotonese con a capo Giuseppe Iona, attivo nel settore del traffico di stupefacenti e armi; l’indagine, avviata dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, sui tentativi di infiltrazione di un imprenditore palermitano legato a ‘Cosa nostra’ e operante a Monfalcone; l’indagine sulla presenza della camorra al Porto di Trieste, con l’arresto dei vertici della società ‘Depositi Costieri’ e molte altre ancora, che hanno coinvolto il territorio regionale sino ad oggi. Come si evince da tale sintetica panoramica – è riportato nella relazione – non si può più parlare di tentativi di infiltrazione, né di sporadiche incursioni criminali in alcuni settori economico-produttivi, bensì di un consolidamento strutturato e radicato in alcuni specifici ambiti, quali quello del riciclaggio, accresciutosi negli anni.
Come prevenire
Ma l’allarme che tale situazione oggi determina, peraltro ancora da taluni sottovalutato, non è certo di quest’ultimo periodo o di un passato recente, è un allarme lanciato ben trenta anni fa dell’allora procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. Due i livelli su cui intervenire – è stato spiegato -, creando una rete di relazioni: da una parte supportare gli enti locali, in particolare i piccoli Comuni, meno strutturati rispetto agli altri ma dove il sindaco svolge una funzione preminente di sentinella e osservatore privilegiato di ogni novità, dall’altra operare con le scuole attraverso l’informazione ma anche la formazione. Che questa sia la via è stato confermato dall’Associazione nazionale comuni italiani e dall’Ufficio scolastico regionale durante la presentazione della relazione annuale 2018-2019 dell’Osservatorio, che si è scelto di rendere pubblica ogni 21 marzo in occasione della ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Riciclaggio, dunque, con denaro proveniente da droga e armi che viene ‘ripulito’ con attività lecite, le quali però finanziano altre attività illegali, secondo un sistema che si rinnova ogni volta. E poi l’infiltrazione nelle società ‘decotte’, ovvero in difficoltà economica, che vengono fatte fallire e poi acquisite per finalità indebite. E ancora la corruzione, attraverso le minacce prima alla persona poi alla sua famiglia. Il colloquio con il territorio deve essere costante – avverte l’Osservatorio – per la capacità camaleontica che hanno le organizzazioni criminali di mutare una volta scoperte, e di re-infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico del luogo. Siamo i primi interessati a collaborare con l’Osservatorio antimafia – ha detto l’Anci – come amministratori ma anche come operatori e professionisti. La scuola già opera con le forze di polizia – ha aggiunto l’ufficio scolastico – con progetti per la legalità economica: l’auspicio è raccordare le azioni soprattutto per la prevenzione, che qui è strategica. Non si tratta solo di proteggerci da appalti truccati che creano riciclaggio – ha chiosato la giunta regionale -, ma tutelare la sicurezza dei nostri cittadini, perché un appalto truccato vuol dire anche utilizzo di materiali scadenti o contraffatti.”

Infine, questo è l’intervento del coordinatore Michele Penta ai microfoni del TG3 lo scorso 22 marzo.

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Un’arsura di senso

Riprendo la questione della manifestazione per il clima del 15 marzo, su cui avevo già detto brevemente la mia, attraverso due diversi pezzi: uno di riflessione e uno di inchiesta. Il primo è questo qui sotto di Alessandro D’Avenia. Il secondo, nel prossimo post…

Fonte dell’immagine

«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle operazioni mie, sempre ebbi e ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e mezzo, io non me n’avvedo, se non rarissime volte: se io vi diletto o vi benefico, non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle cose, o non fo quelle azioni, per dilettarvi o giovarvi. E se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei». Così la Natura risponde al protagonista del famoso dialogo leopardiano, l’Islandese che ha cercato in tutti i modi una felicità che sembra incompatibile con una vita ferita dalla fragilità, dagli altri e dalla realtà. Egli, scoperta la propria irrilevanza e l’indifferenza della Natura, sferra l’ultima domanda: «Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o giova questa vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e morte di tutte le cose che lo compongono?». La Natura tace e l’Islandese in attesa della risposta muore: o divorato da due leoni affamati che sopravvivono qualche ora grazie al misero pasto; o essiccato da un vento equatoriale, che lo ricopre di sabbia e lo trasforma in una mummia conservata in un museo europeo…
Per Leopardi la Natura è un fatale meccanismo indifferente e necessario di cui l’uomo è, suo malgrado, l’unico frammento consapevole e autocosciente. Sapendo di esistere egli va oltre la Natura, la trascende, la supera: è più che naturale, è sopra-naturale. Così diventa un ricercatore di senso ma, alla domanda: «Se tutto deve morire a che serve vivere?», la Natura non sa rispondere. Leopardi sa che l’uomo è vivo proprio se non rinuncia a questa domanda da cui ha origine la creatività umana: con la cultura infatti l’uomo cerca di affrancarsi dalla corsa dell’entropia verso l’abisso e di contrastare la fine di tutte le cose. Non a caso i gesti con cui è iniziata la novità umana sono stati scheggiare la pietra, seppellire i morti, dipingere le grotte: con la cultura l’uomo, faber e sapiens, realizza la vita autenticamente umana in dialogo con la Natura, che riceve come dono e come compito.
Sono migliaia gli adolescenti scesi in piazza in quello che è stato considerato uno dei più sorprendenti fenomeni di massa dal ‘68: il #fridayforfuture. Adolescenti di fatto perfettamente integrati nella fede del Progresso e nei ritmi di produzione di cui godono il benessere e gli strumenti, si sono riversati in tutte le città occidentali spinti dal richiamo di una sedicenne svedese: Greta Thunberg. Vogliono forse vivere in campagna o tornare al mondo senza cellulari, televisori, motorini, computer, frigoriferi, aerei? Dubito. Non rinunceranno ai trionfi della Tecnica, ma credo abbiano nostalgia dell’armonia perduta tra Natura e Uomo. Naturalmente il sogno della sedicenne è stato subito – come ormai capita sistematicamente – da un lato strumentalizzato, dall’altro reso oggetto di feroci critiche. C’è chi la santifica facendone la profetessa di una vecchia religione in cui la Natura è il Bene e l’uomo il Male, le offre pulpiti e premi impensabili per la sua età, e un libro in uscita in tante lingue; c’è chi la ritiene il fantoccio di un complotto globale o la «gallina dalle uova d’oro» di genitori avidi. Di fatto, è un iconico capro espiatorio delle ideologie degli adulti, abbattuta da alcuni e divinizzata da altri, per aggregare le loro forze esangui e disperse. Ma al di là delle strumentalizzazioni e dell’azione degli spin doctor dell’opinione pubblica, che cosa ha fatto sì che i giovani rispondessero? Che cosa rappresenta per loro «questa» ragazza? Questo mi interessa prima del suo messaggio climatico, sul merito del quale proprio la scienza è tutt’altro che unanime.
Greta, come l’Islandese, ha incontrato la Natura ma, questa volta, l’ha trovata in crisi. Il dialogo leopardiano si è ribaltato: l’uomo si è vendicato della divina indifferenza naturale e si è liberato dal suo giogo. Il divorzio tra Natura e Uomo è sancito in Occidente nel XVII secolo da Francesco Bacone, che si sbarazzò della tradizione secolare per cui la verità sulle cose e sull’uomo era un’armonia divina da indagare e rispettare. Il filosofo immaginò Nuova Atlantide, città-laboratorio governata da scienziati che a qualsiasi costo devono garantire il benessere ai cittadini, la loro scienza è finalizzata alla tecnica, che serve a incatenare la Natura: «sapere è potere». La cultura non serve più a curare e ampliare il Giardino, che nel racconto biblico Dio affida ad Adamo da «custodire e coltivare» (Gn 2,15), ma a costruire un giardino alternativo, artificiale: tutto fatto dall’uomo e finalmente libero dal male. Bacone inaugura la fede nel Progresso, religione che, rimosso Dio, l’uomo occidentale ha del tutto interiorizzato, diventando l’uomo-dio raccontato di recente da Harari in Sapiens e in Homo-Deus. Il XXI sarà il secolo della biologia-cibernetica, l’uomo diventerà totalmente padrone della vita e della morte, gli ultimi presidi che la Tecnica cerca di strappare alla Natura. La conseguenza, già in atto, è una cultura che ha disfatto qualsiasi verità non «costruita» da noi: non avendo su cosa radicare il proprio stare al mondo e il senso da dare al viaggio, l’io-soggetto, ciò che sta sotto (sub-iectum) e cresce affrontando i conflitti della vita, si è sbriciolato, lasciando l’io-individuo, un io senza fondamento e destino, che deve creare e procurasi con le sue forze (se le ha): «Puoi e devi diventare ciò che vuoi: sei onnipotente». Chi nasce non riceve più la patente dell’esistenza, se la deve conquistare, ma le tante verità contraddittorie a disposizione non gli permettono di farsi «soggetto»: è un oggetto in balia di correnti emotive e di potere, una pianta che comincia dallo stelo e deve poi procurarsi le radici. Non sa da dove viene e quindi chi è e dove va, e si oppone alla disintegrazione interiore con uno sforzo titanico della volontà ma, non cercando e non trovando dentro di sé quello che vuole diventare, fallisce e si sfinisce, come mostrano disagi psichici, dipendenze e suicidi. Non può trasformare il destino ricevuto, ciò che è, in destinazione: sospeso nel vuoto egli deve fabbricarsi da solo il pavimento su cui camminare, il terreno in cui mettere radici per slanciarsi nella vita. Che cosa sono i beat rabbiosi e tribali del rap, tanto amati dai ragazzi, se non il bisogno di ancorarsi a qualcosa di primordiale, proprio mentre si solleva il frastuono di una vita che va in pezzi? Ci stanno forse chiedendo una vita più «naturale»?
Gli adulti affondano e i ragazzi cercano in una coetanea l’indicazione di un fondamento. Un tragicomico ribaltamento delle parti, in cui i giovani provano a ri-fondarsi, e gli adulti, invece di consegnare loro una storia da cui partire, li inseguono, imitano o usano. I ragazzi, orfani di senso, intravedono una via d’uscita dal nichilismo adulto, in un nuovo eroismo: vorrebbero essere come Greta, avere una visione che li definisca, li unisca e dia senso alla vita. «La Natura è una struttura stupenda che possiamo capire solo in modo molto imperfetto e davanti alla quale una persona riflessiva deve sentirsi pervasa da un profondo senso di umiltà. La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri», scrive Einstein: o torniamo a indagare i pensieri di Dio come creature, parola latina che indica una vita ricevuta da custodire e portare a compimento con slancio e rispetto, o distruggeremo il creato. Siamo giardinieri non creatori: la Vita non l’abbiamo fatta noi e non è a nostra totale disposizione, non c’è bisogno di essere credenti per vederlo, basta osservare la realtà e conoscere un po’ di storia. La vita umana è una corrente tra i due poli di necessità e libertà, terra e cielo, natura e cultura: se non li teniamo uniti e distinti in una verità superiore, continueremo a inquinare la Vita, e di conseguenza la Terra. L’assenza di senso, alimentando individualismo, nichilismo e consumismo, porta a non avere niente e nessuno da rispettare, ma solo potere da affermare: questo è il clima in cui la Vita soffoca e muore.
Una sedicenne ha risvegliato nella sua generazione la nostalgia di una Vita «naturale». Ma credo che prima di «che mondo lascerete ai vostri figli?» ci stia chiedendo «a quali figli lo lascerete?». Lo sapranno curare e sviluppare solo quelli a cui avremo dato non solo la vita ma il senso della vita. E che senso ha? Lo sappiamo dire loro? La risposta non ce l’hanno né il Progresso né la Natura. Il letto da rifare è allora chiedere periodicamente a vostro figlio/a: «Che cosa fai oggi per rendere la Vita migliore di come l’hai trovata?». E se di rimando vi chiederà: «Tu cosa fai?». Che cosa risponderete (oltre a: «ho fatto te»)?”

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La domanda e la risposta

Scrivo sul blog, forse metterò qualcosa su Instagram e Twitter, di certo non su Facebook, social in cui resto solo per informarmi o mantenere relazioni altrimenti destinate a perdersi (non mi meraviglio che i ragazzi non lo frequentino: lo conoscono). Pubblicherò il solito “Nuovo post sul mio blog”…
Stamattina, insieme a delle colleghe, ero per strada e in piazza in mezzo a loro. Passo buona parte della mia giornata in mezzo a loro, in presenza fisica o mentale (anche se non li vedo, li penso, penso a quello che scrivono, raccontano, esprimono…). Li sento discutere, parlare, chiedere; li vedo ascoltare, appassionarsi, interrogarsi.
“Prof, cosa dovremmo fare domani?” mi hanno chiesto ieri in una classe prima. “Non vi dirò cosa dovete fare. Parlatene a casa, discutetene con i genitori, con fratelli, sorelle, conoscenti, fatevi un’opinione e la scelta arriverà”. Stamattina alcuni erano in piazza, alcuni erano in classe. Bravi! Bravi questi e bravi quelli se la scelta è ponderata, se si sono informati prima di scegliere e decidere: non siete rimasti a casa. In piazza c’era sicuramente chi rideva e chi era lì senza sapere perché; ma tanti, tantissimi, erano lì consapevolmente, consci della loro presenza, in ascolto di chi prendeva la parola (applaudivano, annuivano, negavano: ascoltavano). Non hanno bisogno del cinismo mascherato di realismo di adulti delusi. Se non ci credono loro, chi ci deve credere? Sono a chiedere a chi ha il potere di farlo di prendere delle decisioni! Sono a chiedere a chi ha paura di fare scelte impopolari perché corre il rischio di non essere rieletto, di fare scelte impopolari. E sono a chiedere a noi adulti di stare dalla loro parte perché ci conoscono troppo bene e sanno che li guarderemmo dalle finestre liquidandoli con un “eh, son ragazzi… anche io alla tua età…”. Invece no, noi adulti, sappiamo perfino sorprenderli! Già! Sappiamo fare di peggio: non li compatiamo con un benevolo sorriso, ma li attacchiamo! Scriviamo sui social che devono vergognarsi, che non sanno perché son lì, che vogliono solo fare vacanza, che non sono coerenti. Siamo adulti tristi. E’ lì che va cercata la risposta alla domanda “Perché non abbiamo fatto niente quando potevamo fare qualcosa?”.

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Custodita senza eccezioni

Come ogni anno, nelle classi terze, affrontiamo l’argomento della pena di morte. In una vi siamo dentro già da un po’, nelle altre stiamo per iniziare. Poco fa è stato rilanciato dai social un brevissimo video di papa Francesco sul tema. Così ne scrive Paolo Petrini su La Stampa:

“«Ogni vita è un bene e la sua dignità deve essere custodita senza eccezioni. La pena di morte è quindi una grave violazione del diritto alla vita di ogni persona». Lo afferma Papa Francesco nel videomessaggio inviato al VII Congresso mondiale contro la pena di morte, in corso al Parlamento europeo a Bruxelles fino al 1° marzo, promosso dalla Ong “Ecpm” (Together Against the Death Penalty – Insieme contro la pena di morte), in collaborazione con la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.
«Vi accompagno con la mia preghiera e incoraggio il vostro lavoro e quello dei governanti e di tutti coloro che hanno responsabilità nei loro Paesi a compiere i passi necessari verso l’abolizione totale della pena di morte», dice Francesco nel filmato. «È vero che le società e le comunità umane devono affrontare spesso problemi molto gravi che minacciano il bene comune e la sicurezza delle persone, ma oggi ci sono altri mezzi per espiare il danno causato, la detenzione è sempre più efficace nel proteggere la società».
«Non si può mai abbandonare la convinzione di offrire a chi si è macchiato di crimini la possibilità di pentirsi», insiste ancora il Pontefice, «nessuno può essere ucciso e privato dell’opportunità di abbracciare nuovamente la comunità che ha ferito e fatto soffrire». La pena di morte, infatti, è «una grave violazione del diritto alla vita di ogni persona». «L’obiettivo dell’abolizione della pena di morte in tutto il mondo rappresenta una coraggiosa difesa della dignità della persona e la convinzione che l’uomo può affrontare il crimine, così come respingere il male, offrendo al condannato il possibilità e il tempo per riparare il danno commesso, pensare alla sue azione e quindi essere in grado di cambiare la vita, almeno interiormente».
Nel video messaggio Francesco cita anche la recente modifica al testo del Catechismo della Chiesa cattolica relativo alla pena capitale. «La Chiesa insegna alla luce del Vangelo che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».
Per il Papa, è un fattore positivo «il fatto che sempre più Paesi scommettano sulla vita e non sulla pena di morte o addirittura l’abbiano completamente eliminata dalla loro legislazione penale». Per continuare a procedere in questa direzione, Papa Francesco esorta a «riconoscere la dignità di ogni persona» e a «lavorare in modo che non vengano eliminate altre vite, ma guadagnate per il bene della società nel suo complesso».

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Turoldo, poeta degli ultimi

Fonte

Il 6 febbraio 1992 si concludeva a Milano l’esperienza terrena di David Maria Turoldo, teologo, poeta, profeta friulano. La scorsa settimana, nel giorno dell’anniversario, l’Aula Magna del mio liceo ha ospitato l’Associazione culturale Padre David Maria Turoldo.

La Dirigente Gabriella Zanocco ha salutato così i presenti: “Come scuola ci sentiamo veramente e sinceramente onorati per aver potuto offrire a voi l’occasione di vivere questo incontro. Non siamo di fronte ad una conferenza tradizionale o a quelle a cui siamo tradizionalmente abituati, dove si dicono delle cose che hanno una ricaduta più o meno interessante, più o meno didattica. Il tema di questa conferenza che si incentra su un uomo particolare vuole portare tutti noi e tutti voi a una riflessione profonda, a ragionare cosa significhi l’umanità e vivere profondamente l’umanità. Sono parole che hanno un loro peso forte e io credo che oggi, in questo momento storico abbiano un peso maggiore che in altri momenti. Che cos’è l’umanità? Cosa significa? Quando andavo a scuola mi hanno insegnato che le parole accentate sono parole astratte. Umanità è una parola accentata, ma non c’è niente di più concreto, se noi guardiamo al significato di questo termine e lo rapportiamo alla storia in generale, non soltanto alla storia di oggi, ma a tutto l’arco storico dell’umanità stessa. Allora una riflessione su padre Turoldo fatta oggi, anniversario della sua morte, credo che debba essere fatta e debba essere fatta soprattutto con i ragazzi, con l’umanità del futuro, con l’umanità che viene chiamata a essere direttiva nel futuro. Dove ci portano certe scelte e quali valori devono essere per noi irrinunciabili? Grazie per le riflessioni che verranno fatte oggi ma soprattutto grazie per le riflessioni che dovremo noi tutti fare domani”.

La Direttrice del Comitato Scientifico dell’Associazione, Raffaella Beano, ha introdotto quindi la figura di padre Davide e la visione di un filmato. Ha quindi invitato a prendere la parola Ermes Ronchi, friulano, anche lui teologo dell’ordine dei Servi di Maria e amico di padre Davide.

“Sono molto emozionato di essere davanti a tanti bei volti, a tanti begli occhi perché è in questa bellezza che riposa la speranza di noi che abbiamo già navigato.
Quando padre David arrivava nella mia casa natia a Racchiuso di solito era sera e arrivava sempre con degli amici, mai da solo: aveva un bisogno fisico di avere degli amici attorno. Arrivava e iniziava dal fondo del lungo cortile che porta alla casa – era già sera, i contadini vanno a letto presto, le luci spente, ma a lui non importava: quando arrivava in un posto diceva “Adesso, chi andiamo a tirar giù dal letto?” – a dire “Mariute, atu alc di mangjâ?”. Scendevano il papà e la mamma; il papà scendeva in cantina a prendere un salame perché era quello che lui desiderava e poi lui lo preparava, preparava le fette, tagliava la cipolla, il salame con l’aceto, il salam cun l’asêt, il fast-food contadino, era il nostro McDonald’s. Quando c’era urgenza, fretta, fame e voglia di stare insieme con semplicità il papà correva con i boccali del merlot dalla cantina. Ogni incontro con lui era un evento, diventava un evento di cui poi si parlava a lungo perché uscivi arricchito da ogni incontro con lui…
E’ stato uno degli uomini dell’Italia di quegli anni che più è ricordato. Perché? Perché era un poeta ed un profeta, questa la sua forza: la poesia e la profezia. Apparteneva alla gente di questa nostra terra, ma aveva le finestre aperte ai grandi venti della storia. Ben radicato, amava il suo Friuli, ma aperto a tutti i movimenti. Nella sua chiesa di Fontanelle arrivava gente da tutta Europa ed era diventato il laboratorio liturgico più importante del mondo in quell’epoca del post Concilio. Non solo dall’Europa, ma da tutti i movimenti popolari, dall’America Latina, che allora gemeva sotto le dittature militari, arrivava gente perseguitata, arrivavano profughi e lui li accoglieva. La sua casa era un crogiolo di storia e di futuro.
A incontrarlo ti colpiva subito, da un lato la sua forza contadina, le grandi mani, la sua imponenza e irruenza da antico guerriero vichingo (Turoldo è un  nome vichingo, un nome normanno che dice e tradisce la sua origine e anche la sua fisicità), dall’altro i suoi occhi che si commuovevano, occhi infantili e chiari, contrasto tra quella voce profonda, da cattedrale o da deserto, e l’invincibile sorriso degli occhi azzurri. Figlio di questa nostra terra friulana, scriveva, “dove gli occhi di tutti diventano azzurri a forza di guardare”.
Il suo nome da ragazzo era Bepo, Bepo rôs, rosso, il soprannome che gli davano i compagni per i capelli rossi, che poi con l’età sono diventati di un biondo meno inquietante. Io conservo di lui trent’anni di amicizia, trent’anni in cui è stato il mio riferimento, l’amico. Ho subito da parte sua una seduzione di lungo corso e che continua dopo tanti anni dalla morte con la brezza dell’amicizia e il vento impetuoso che scuote ancora, brezza e uragano insieme; lui era così, era dolce e combattivo. Aveva un grandissimo amore per la vita che mi colpiva sempre, era amore per l’uomo, per gli amici, per la festa, l’incantamento che provava davanti alla natura, ad un fiore sul muro, la gioia concreta del buon vino bevuto con gli amici. Ricordo le partite a scopone scientifico la domenica sera a Fontanelle, finite tutte le celebrazioni, con gli amici; erano quattro amici, sempre coppie fisse, e le risate e i pugni battuti sul tavolo per una giocata sbagliata e poi le notti a ragionare insieme di poesia e di Dio. Mi ha insegnato ad amare con la stessa intensità il cielo e la terra, questa era la sua grande caratteristica. E, come diceva la Dirigente prima, la caratteristica di Turoldo si trova nelle sue parole: “Guardate che il criterio fondamentale per decidere le vostre scelte, è questo: scegliete sempre l’umano contro il disumano”. Questo è importantissimo soprattutto oggi, in cui viene avanti il disumano ragionevole: si ammantano scelte disumane di ragionevolezza, si truccano di bene comune o di difesa del bene comune scelte disumane. Su questo è necessario per tutti noi vegliare.
Che cosa lo fa essere così vivo? La poesia e la profezia, e poi questa insurrezione di libertà; ci ha contagiato di libertà, di sogni e della passione per Dio. Il mondo, per lui, si divideva non tanto fra poveri e ricchi, no, c’era qualcosa di più profondo… lui diceva “Il mondo si divide tra i sottomessi, i sotans, e i ribelli per amore”, così si chiamavano gli uomini della resistenza a Milano. Ecco, lui era, con tutto se stesso, un ribelle per amore. Aveva quella doppia beatitudine segreta, non scritta nel Vangelo, ma scritta dal dito di Dio nella vita di tanti… aveva due beatitudini: quella degli uomini liberi – beati gli uomini liberi e le donne libere, beato l’uomo e felice la donna che ha sentieri nel cuore, strade di libertà – e quella degli oppositori – beato chi sa opporsi al mare, beati coloro che hanno il coraggio dell’opposizione all’ingiustizia, all’indifferenza, allo spirito di sconfitta. Credo che questa opposizione all’ingiustizia sia estremamente importante; se vedi una situazione di ingiustizia e non ti schieri, allora tu ti metti dalla parte dell’oppressore, non ci sono alternative. Lui si opponeva per ubbidienza all’umano, e per ubbidienza alla parola di Dio. Si opponeva a tutto ciò che umilia, emargina, crocifigge, sottomette, ciò che chiude; si opponeva con la parola, con la radio, coi giornali, con i libri. In difesa dei poveri la sua voce diventava un ruggito, il ruggito di un leone. Sapendo che la caratteristica dei profeti, la garanzia della profezia è la persecuzione, lui è anche stato perseguitato.
In lui c’era una sorta di spiritualità friulana, se così si può dire che consisteva in questo:

  1. la terra: “la terra è l’immagine di mia madre” oppure “mia madre è l’immagine di questa mia terra”. “Guardavo da ragazzo il volto della Madonna addolorata e il volto di mia madre e non sapevo distinguere l’una dall’altra, si confondevano”. Tre unità fuse tra loro: la terra, la madre, la Madonna;
  2. la gente: la sua spiritualità era quella della gente lavoratrice, povera e di cuore, gente di emigrazioni, ma anche un popolo cantore. Davide amava le villotte, quest canti popolari teneri e forti che terminano però sempre in maggiore, in speranza;
  3. il paese: l’eredità friulana di Davide non è la città o la cittadine, ma sempre il paese, luogo di relazioni, di legami, di radici antiche. Coderno è stato l’elemento fondante della sua spiritualità friulana;
  4. l’essenzialità: poca polvere. Quando io dovevo cominciare a predicare mio papà mi diceva “Pocjis e che si tocjin”, poche parole e concrete. E lui era così: essenziale e concreto. Tutti i profeti hanno un linguaggio franco diretto, un linguaggio che non gira attorno alle cose, che tocca anche le parole degli argomenti più difficili;
  5. il senso di libertà: il senso di libertà e di autonomia che la nostra gente custodisce dai secoli del Patriarcato, senso di diffidenza istintiva davanti a ogni potente, davanti a ogni arroganza

Ecco, se noi potessimo cogliere ancora qualcosa di tutto questo penso che il vero conformarsi, il vero suffragio, lui scrive… “è conformare le nostre azioni ai forti esempi”. Lui è un forte esempio cui conformare le nostre azioni”.

A questo è seguita la visione di alcuni spezzoni del film “Gli ultimi” commentati da padre Ermes (sarà oggetto di un altro post…).

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Una mano che strozza in guanti bianchi

Fonte

Venerdì 1 febbraio, come ho già avuto modo di scrivere, ero a Trieste per partecipare a ControMafie, gli Stati generali di Libera. Durante la plenaria di apertura c’è stato l’intervento di don Luigi Ciotti, che ho registrato. Questo pomeriggio mi sono messo a riascoltarlo per farne un pezzo da mettere qui. Quanta fatica! E mi è tornato in mente che ho faticato molto anche mentre ero nell’Aula Magna dell’Università… Ecco, rettore Fermeglia, al giorno d’oggi, un’amplificazione migliore, l’Università giuliana la meriterebbe.
Per questo motivo non riesco a riportare per intero l’intervento di don Ciotti, ho cercato di fare del mio meglio…

“Io vorrei partire da una domanda cui tutti siamo chiamati a rispondere: come mai dopo 150 anni parliamo di mafia? …
I giornalisti hanno subito chiesto come mai a Trieste.

  1. Innanzitutto perché quando nasce Libera, il primo incontro pubblico è stato fatto a Trieste. Paolo Rumiz ha moderato l’incontro, c’era Caselli, c’ero io e soprattutto c’era una persona eccezionale per questa città, don Mario Vatta.
  2. Abbiamo un debito di riconoscenza, un atto di responsabilità con chi è stato assassinato, con chi non c’è più, con chi è rimasto solo, con le famiglie. Già allora eravamo arrivati per tuo zio (dice rivolto a Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina) e torniamo perché i nomi di chi non c’è più non basta dirli con la bocca, dobbiamo sentirli un pochettino qui dentro, altrimenti diventa la retorica della memoria. Noi non vogliamo la retorica della memoria, non possiamo permettercelo, non dobbiamo farlo. E non possiamo dimenticare a nordest un ragazzo di Trento, meraviglioso anche lui, Antonio Micalizzi, giovane giornalista che a Strasburgo ha perso la vita. Le speranze di chi non c’è più devono camminare sulle nostre gambe; noi dobbiamo impegnarci per fare in modo che la memoria sia viva. Noi dobbiamo esser vivi, più degni, più coraggiosi per costruire intorno a noi vita, perché vinca davvero la vita e la morte sia sconfitta.
  3. Ma mi piacerebbe che da questa sala ci si ponesse ancora dei dubbi, perché i dubbi sono più sani delle certezze: quando incontro qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, mi preoccupo. Anzi, se trovate qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, a nome mio e di Giancarlo Caselli, salutatecelo personalmente e cambiate strada. Siamo tutti piccoli. Abbiamo il dovere di continuare a leggere la realtà: l’Italia e la maggior parte degli italiani si sono fermati alle stragi di Capaci e di Via d’Amelio. Sono passati 26 anni! E voi (rivolto ai magistrati e alle forze dell’ordine) ci testimoniate come le mafie siano profondamente cambiate. Siamo venuti nel nordest per far emergere le cose belle e positive di questa terra, ricordando anche le parole del papa sull’ecologia integrale: disastri ambientali e disastri sociali non sono due crisi diverse, ma un’unica crisi socio-ambientale.

Allora, 5 anni del rapporto della direzione nazionale antimafia, le antenne dei nostri presidi sui territori, la società civile: quello che emerge impone a tutti noi, anche a chi è già impegnato il morso del più, uno scatto in più. Il problema non sono i migranti, il problema sono i mafiosi nel nostro paese! La commissione antimafia, con voto unanime, scrive che “le organizzazioni mafiose italiane hanno fatto registrare ampie trasformazioni assumendo forme organizzative nuove e modelli di azione sempre più multiformi e complessi”. Cito alcune caratteristiche:

  1. progressivo allargamento del raggio d’azione: non c’è regione d’Italia che possa dichiararsi esente
  2. profili organizzativi: presidi reticolari
  3. più accentuata vocazione imprenditoriale espressa nell’economia legale e nei mercati: lì è possibile situare il consolidamento del potere delle mafie
  4. promozione di relazioni con attori della cosiddetta area grigia (al confine tra sfera legale e illegale). Non è un’estensione dell’area illegale in quella legale, ma una commistione tra le due aree. Si tratta di confini mobili, opachi e porosi tra lecito e illecito.

Tocca a noi cogliere quello che ci viene consegnato dagli organi competenti, metterlo insieme alle nostre conoscenze e alle nostre forze per assumerci di più la nostra parte di responsabilità. Abbiamo il dovere di guardare alle cose positive, ma anche di prendere coscienza che le mafie si rigenerano.
Molta gente oggi ha scelto la neutralità: non è possibile scegliere la neutralità. Abbiamo il dovere umile, umile, umile di schierarci. Un abbraccio ai genitori dei ragazzi morti di droga in questa regione: l’onda lunga dell’assenza di futuro per molti giovani comincia a farsi sentire. L’eroina è tornata più di prima, più di vent’anni fa. La droga resta uno degli zoccoli delle organizzazioni criminali mafiose.
Abbiamo leggi che ci vengono invidiate, peccato che vi siano piccole virgole o singole parole in grado di stravolgerne l’efficacia. Abbiamo bisogno di chiarezza: azioni chiare, parole autentiche, misurate ma ferme e inequivocabili, capaci di esprimere a un tempo il dolore, la compassione, la condanna, ma sempre anche la speranza. Tutto ciò anche contro i mormoranti, coloro che mormorano per i corridoi…
Non dimentichiamoci che gli altri sono i termometri della nostra umanità, compresi quanti vengono da lontano. Non facciamo della legalità un mito: essa è il mezzo, la via per raggiungere quell’obiettivo che si chiama giustizia. La legalità non è il fine. Essa va saldata fortemente alla responsabilità. Leggere nel Rapporto Censis che l’Italia è il fanalino di coda nell’istruzione e nella formazione ci fa sobbalzare sulla sedia. La cultura deve svegliare le coscienze. La legalità senza civiltà, senza educazione, senza cultura, senza lavoro si svuota.
Le mafie sono parassiti e traggono forza dai vuoti sociali, dai vuoti culturali. La corruzione è una mano che strozza in guanti bianchi. Siamo chiamati a studiare, a documentarci per attuare un’etica incarnata che inizi dalle piccole cose della quotidianità: cittadini attenti al bene comune e alla responsabilità.
Un’ultima parola per la Chiesa. Papa Francesco ha voluto un gruppo di lavoro sulla corruzione e sulle mafie. La Chiesa deve parlare chiaro senza reticenze, non limitarsi a predicare il Vangelo, ma viverlo nella sua ricerca di verità e nel suo impegno contro le ingiustizie, le prepotenze, gli abusi di potere. In questi anni il papa, dopo aver incontrato un migliaio di parenti delle vittime, è andato sulla piana di Sibari e senza mezzi termini ha gridato che le mafie sono adorazione del male e disprezzo del bene comune e ha detto con forza che tutto questo va combattuto, allontanato, ma ha anche detto che gli ‘ndranghetisti, i mafiosi non sono in comunione con Dio e ha usato un termine molto chiaro: “sono scomunicati”.

La speranza per il domani poggia sulla resistenza dell’oggi. Le leggi devono tutelare i diritti, non i poteri; devono promuovere la giustizia sociale, non le disuguaglianze o le discriminazioni. La speranza è un diritto ma anche l’orizzonte di una politica seriamente impegnata nella promozione del bene comune; se la politica non fa questo tradisce la sua essenza, non è politica. La politica esca dai tatticismi e dalle spartizione del potere, riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone, perché è da 150 anni che noi continuiamo a parlare di mafie.”

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I giovani in piazza per difendere l’ambiente

Foto tratta da https://www.mapsimages.com/works/belgium-youth-for-climate/

Nelle classi quinte stiamo parlando di ecologia e di ambiente, di impronta ecologia e di consumi sostenibili. Pubblico un articolo su quanto sta succedendo, soprattutto tra i giovani, in diversi paesi del mondo. La fonte è l’attento collettivo di Valigia Blu.

Ieri (27 gennaio, ndr) a Bruxelles si è svolta un’altra manifestazione di protesta “Rise for Climate” a cui hanno partecipato almeno 70.000 persone che, sfidando freddo e pioggia, hanno chiesto al governo di aumentare gli sforzi per combattere il cambiamento climatico, con un uso maggiore delle energie rinnovabili e intraprendendo più azioni per migliorare la qualità dell’aria.

È la quinta volta in due mesi che, nella capitale belga, viene organizzata un’iniziativa contro il cambiamento climatico. Il mese scorso una marcia analoga aveva visto la partecipazione di più di 65.000 persone, mentre giovedì scorso circa 35.000 studenti hanno saltato le lezioni per protestare per l’ambiente. Nonostante l’impatto sulla politica belga sia limitato, perché il paese è attualmente guidato da un governo di transizione, le manifestazioni mantengono alta l’attenzione sulla questione che sta particolarmente a cuore ai più giovani e non soltanto in Belgio.

La generazione che scende in piazza per difendere l’ambiente

Sono giovani, giovanissimi, sempre più numerosi e determinati. Sono i ragazzi che scendono in piazza per manifestare contro le conseguenze del cambiamento climatico e l’assenza di politiche ambientali adeguate. Per molti di loro la protesta è diventata un appuntamento settimanale fisso. Ogni giovedì o venerdì studenti di vari paesi saltano la scuola per protestare a difesa del clima. Il messaggio che questa generazione di adolescenti vuole mandare agli adulti è sempre più chiaro: non state facendo abbastanza per salvare l’ambiente, state giocando con il nostro futuro.
Col passare delle settimane aumentano cortei, raduni, sit-in organizzati in un numero di città sempre maggiore e che vedono un incremento costante nella partecipazione. Belgio, Germania e Svizzera sono i paesi in cui l’adesione è più alta ma piccole o grandi mobilitazioni si sono tenute e ancora si tengono in Austria, Australia, Canada, Finlandia, Irlanda, Nuova Zelanda, Scozia, Svezia e anche in Italia con piccoli gruppi di manifestanti. Immagini e video degli eventi sono condivisi sui profili Twitter e Instagram di Greta Thunberg, la studentessa sedicenne svedese che ha ispirato il movimento internazionale dando vita per prima alla protesta settimanale per l’ambiente, tutti i venerdì, all’esterno del parlamento a Stoccolma e che lo scorso venerdì ha protestato a Davos dove ha partecipato al World Economic Forum.

I 35.000 in marcia a Bruxelles

Giovedì scorso 24 gennaio, per la terza settimana consecutiva, migliaia di studenti belgi hanno scioperato saltando le lezioni per manifestare a Bruxelles in quella che si è rivelata – per partecipazione di giovani – una protesta senza precedenti contro il riscaldamento globale e l’inquinamento.
La promessa che hanno fatto i ragazzi è proseguire l’iniziativa ogni settimana fino a quando il governo non metterà in campo azioni concrete. Come le precedenti manifestazioni anche questa è stata organizzata dal gruppo “Youth for Climate” fondato da due studenti della scuola secondaria di Anversa. «Per noi non esiste niente di più importante», ha detto uno dei manifestanti all’emittente radiofonica Bruzz. «È l’unico argomento di cui parliamo».

A suon di tamburi e agitando cartelli che recitavano “Stai dalla parte della soluzione, non dell’inquinamento” e “Anche i dinosauri credevano di avere più tempo a disposizione” i ragazzi si sono infine radunati all’esterno della sede del Parlamento europeo. «Se saltiamo la scuola ogni giovedì gli adulti, nel nostro paese e in tutto il mondo, capiranno che siamo di fronte a un problema», ha dichiarato a RTÉ Joppe Mathys, studente delle scuole superiori. Mentre alcuni alunni hanno il permesso dei rispettivi istituti di partecipare alle marce, altri rischiano di subire provvedimenti qualora continuino ad assentarsi in maniera fissa. Alcune scuole, sebbene consentano l’assenza qualche giovedì, non sono d’accordo con la proposta di saltare le lezioni tutti i giovedì fino alle elezioni parlamentari di maggio. La prima marcia “Youth for Climate”, organizzata il 10 gennaio scorso, aveva visto la partecipazione di 3.000 studenti. La seconda, il 17 gennaio, aveva riunito 12.000 persone. Secondo i dati forniti dalla polizia le persone che hanno partecipato a quest’ultima manifestazione erano circa 35.000. Una marcia organizzata dagli studenti degli istituti superiori aderenti al gruppo Students for Climate è prevista il 14 febbraio.

Il movimento verde dei giovani in Germania

Secondo il ricercatore Klaus Hurrelmann della Hertie School of Governance di Berlino attualmente gli adolescenti tedeschi sono interessati alla politica più di quanto non lo siano mai stati. Il tema della protezione dell’ambiente li coinvolge particolarmente. Gli interessi delle nuove generazioni si estendono a tutte le aree che riguardano l’ambiente, spiega Hurrelmann a Deutsche Welle. Sia che si tratti di inquinamento negli oceani a causa della plastica o della morte degli insetti per l’aumento dell’agricoltura industriale o del riscaldamento globale, “queste persone percepiscono intuitivamente che si tratta di elementi fondamentali che non vogliono vedere in pericolo”. Per Hurrelmann è in atto un cambiamento di atteggiamento per cui i minori di 20 anni sono più interessati alla politica di quelli che ne hanno più di 20. La ONG Friends of the Earth Germany (BUND) ha registrato ultimamente la più alta crescita associativa tra le persone di età inferiore a 27 anni. Circa 12.000 giovani sono membri attivi del World Wildlife Fund (WWF) a livello nazionale e molti altri sono attivi in rete. Per questo motivo ogni venerdì gli studenti tedeschi saltano le lezioni scolastiche e aderiscono alle manifestazioni per l’ambiente di “Fridays For Future”, il movimento di Greta Thunberg.
Venerdì scorso ci sono state marce e sit-in a Berlino, Biberach an der Riß, Brema, Colonia, Dortmund, Erlangen, Gießen, Halle, Husum, Karlsruhe, Kassel, Kiel, Lipsia, Luneburgo, Monaco, Munster, Osnabrück, Schwäbisch Hall, Sindelfingen, Stoccarda, Tubinga, Wesel, Wuppertal, Würzburg. La maggior parte dei giovani che partecipano a queste proteste cerca quotidianamente di migliorare l’ambiente trovando il sostegno delle loro famiglie. Alcuni genitori provano a consumare meno carne o lasciano l’auto a casa quando possono andare in bicicletta o utilizzare il trasporto pubblico. «La nostra generazione ha fallito e ora i nostri figli devono pagare il prezzo», ha detto a Deutsche Welle Andrew Murphy che ha recentemente partecipato a una manifestazione sul clima a Bonn con tre dei suoi quattro figli.

Da quando è diventata socia del WWF a 12 anni Jana, che oggi ne ha 16, si è interessata ai problemi ambientali. «Se penso al futuro non posso dire di essere spensierata», ha raccontato a Deutsche Welle. «La siccità estrema, le ondate di caldo in tutto il mondo, sono soltanto il preludio di ciò che sta per accadere e che mi spaventa». Ragazzi come Jana sono determinati a esercitare pressione sul governo affinché si metta fine in maniera definitiva all’uso del carbone. «Avremmo dovuto agire molto prima. Con il passare del tempo diventa molto più difficile, non ne rimane molto».
Intanto sabato scorso la Commissione tedesca per il carbone ha finalmente reso noto un rapporto di 336 pagine che raccomanda al paese di cessare la dipendenza da carbone e lignite entro il 2038. La Germania, infatti, è l’unico paese dell’Europa nord-occidentale a utilizzare ancora il più inquinante tra i combustibili fossili che fornisce quasi il 40% dell’energia, contro il 5% del Regno Unito che prevede di eliminarlo completamente entro il 2025. Per diventare effettiva la proposta dovrà essere approvata dal governo. Dopo lunghi colloqui e confronti la Commissione tedesca composta da 28 membri del mondo dell’industria, della politica e delle ONG – che ha lavorato dalla scorsa estate per elaborare un calendario per il progressivo abbandono del carbone – ha fissato come scadenza il 2038. Il termine potrà essere eventualmente anticipato al 2035 a seguito di una revisione che si terrà nel 2032.
“La Germania ha finalmente deciso di accelerare e di unirsi alla maggior parte degli Stati europei, stabilendo una data di uscita dal carbone, assicurando supporto ai lavoratori, e merita un plauso per questo. Ma aver previsto di raggiungere questo obiettivo nel 2038 non è sufficiente per consentire alla stessa Germania o ad altri Stati di mettersi al riparo dai pericolosi impatti del cambiamento climatico, né di rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Ogni settimana aumentano le prove del fatto che il cambiamento climatico sta accelerando, portando con sé incendi boschivi, tempeste violente e altri fenomeni meteorologici estremi. Questo dovrebbe spingere i paesi – e la Germania dovrebbe essere da esempio aumentando le loro ambizioni – a fare di più e a farlo in fretta” è stato il commento di Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International che vorrebbe che l’uscita dal carbone avvenisse entro il 2030.

La buona notizia, secondo gli ambientalisti tedeschi, è che il rapporto della Commissione sancirebbe la salvaguardia definitiva di ciò che resta della secolare foresta di Hambach che rischiava di essere distrutta dal colosso tedesco dell’energia RWE per l’ampliamento di una miniera di carbone e per la quale, lo scorso settembre, ci sono stati scontri tra manifestanti e la polizia nel tentativo di tutelarla.

Gli studenti di 15 città svizzere dicono no al cambiamento climatico

Lo scorso 18 gennaio è stata l’ultima volta che i giovani svizzeri hanno manifestato contro il cambiamento climatico. Più di 10.000 studenti hanno organizzato marce e sit-in in almeno 15 città tra cui Aarau, Baden, Basilea, Losanna, Lucerna, Soletta, Zugo e Zurigo. Solo a Losanna sono scesi in piazza oltre 8.000 studenti.
Il prossimo appuntamento per marciare tutti insieme nelle rispettive città è previsto il 2 febbraio.

Il Regno Unito si prepara per il primo sciopero degli studenti del 15 febbraio

Gli studenti del Regno Unito si stanno preparando per lo sciopero di venerdì 15 febbraio. Ad oggi sono previsti eventi a Brighton, Bristol, Cambridge, Cardiff, Exeter, Fort William, Glasgow, Leeds, Londra, Manchester, Oxford, Preston, Southampton ma l’elenco delle città dove si terranno iniziative è in costante aggiornamento.
Sulla pagina Facebook di Youth Strike 4 Climate, il movimento che sta organizzando la manifestazione, si legge: “Stanno accadendo cose incredibili! Continuiamo il 2019 così come lo abbiamo iniziato: pieno di determinazione nel fare tutto il possibile per far sentire le nostre voci e salvare il pianeta dall’estinzione di massa prima che sia troppo tardi”.

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Per non ridursi a formiche tecnologiche

«Che l’immagine dell’uomo non vacilli, si offuschi e sbiadisca, che gli uomini non si riducano a formiche tecnologiche o edonisti senza anima o marionette frastornate dal nostro furibondo potere». Ritengo queste parole decisamente interessanti e da esse si potrebbe partire per una discussione sui tempi attuali. Colpisce scoprire che siano state scritte nel 1955… Da almeno dieci anni nelle classi quinte faccio conoscere Hans Jonas e, in particolare, il suo scritto “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” per avviare una discussione e una riflessione sul tema del male. Un annetto fa ho messo da parte un articolo pubblicato da Avvenire che presentava il libro Sulle cause e gli usi della filosofia e altri scritti inediti dal quale sono tratte proprio le parole con cui ho aperto questo post. Ecco il pezzo per intero:

«Che l’immagine dell’uomo non vacilli, si offuschi e sbiadisca, che gli uomini non si riducano a formiche tecnologiche o edonisti senza anima o marionette frastornate dal nostro furibondo potere». A cosa attingere per evitare questa deriva? All’uso adeguato della filosofia che instrada verso la vita buona e all’esercizio della virtù? Sono dilemmi che hanno il sapore dell’attualità benché sollevate da Hans Jonas nel 1955. Potrebbe d’altro canto essere diversamente se «le questioni filosofiche – puntualizzava il pensatore sei anni prima – si ripropongono ad ogni nuova epoca tanto daccapo, quanto alla luce della loro intera vicenda storica antecedente?». Le citazioni provengono dalle annotazioni del filosofo appartenenti alla sua stagione canadese, dal 1949 al ’55.
A lungo conservate all’Hans Jonas Nachlass dell’università di Konstanz sono state ripescate e raccolte in anteprima mondiale da Fabio Fossa in questo libro (Sulle cause e gli usi della filosofia e altri scritti inediti, Ets, pp. 120, euro 10). Hans Jonas non è tra gli autori più conosciuti al grande pubblico eppure il suo curriculum scintilla. Dopo gli studi con Rudolf Bultmann e Martin Heidegger nella Germania degli anni Trenta, prende la via dell’esilio, lontano dall’Europa. La sua vita però non si riduce a studio e contemplazione. Anzi l’agire ne costituisce una cifra di rilievo. Lo prova, nel corso della Seconda guerra mondiale, la scelta di arruolarsi nella Jewish Brigade, inquadrata nell’esercito britannico e operativa sul suolo italiano. I rapporti con la penisola scandiscono la vita di Jonas. Sarà proprio al rientro dall’Italia, nel 1993, dopo avere ricevuto il Premio Nonino dedicato ai maestri del nostro tempo, che il filosofo tedesco naturalizzato americano si spegnerà a New York all’età di novant’anni.
Il nome di Jonas comincia a uscire dai cenacoli dotti appena pubblica Il principio responsabilità, dove traccia un’etica all’altezza della civiltà tecnologica. Siamo, con Jonas, lontani anni luce dalle prefiche apocalittiche. La Guerra fredda imperversa (è il 1979) e molti continuano a gridare al pericolo rosso, pronto a sbarcare in Afghanistan. Pochi invece si curano dei potenziali sviluppi distruttivi della civiltà a più alto tasso tecnologico mai esistita. Eppure la riflessione sul ‘Prometeo scatenato’ occhieggiava già da tempo tra le note di Jonas. Lo testimoniano gli scritti del soggiorno canadese che sono tutt’altro che una parentesi nel cammino di pensiero di Jonas. Già con il breve Introduzione alla filosofia e con Virtù e saggezza in Socrate preparati nell’inverno del 1949 per i corsi del Dawson College della McGill University, emerge la costante attenzione all’uomo e alla vita buona, medicina per non trasformarsi in «formiche tecnologiche».
«L’uomo è il risultato delle sue azioni passate – scrive nel 1949 in Introduzione alla filosofia-. Intendo il passato culturale della stirpe, custodito nella memoria storica; e solo fintantoché questo passato è realmente ricordato l’uomo è davvero consapevole del proprio esistere presente e, di conseguenza, dell’autentico significato attuale dei propri problemi esistenziali». È questa dimensione storica che gli consente di porsi di là del dualismo tra intelletto e vita, tipico della filosofia greca. Ma la sua storicità non garantisce nulla se non un punto di partenza. Occorre, all’uomo, inseguire la vita buona e praticare la virtù, rovello dello sforzo teoretico di Jonas. Agire eticamente nel mondo storico perseguendo la virtù consente di evitare le spirali dello gnosticismo o le storture del sogno scientista che «promuove la massima realizzazione di tutti i fini desiderabili attraverso la semplice messa a disposizione dei mezzi».
Occorre ricucire lo strappo tra intelletto e vita. «L’approccio dualistico alla costituzione sostanziale dell’uomo – scrive già nel 1950 – rende conto del fatto che tanto la comprensione quanto la realizzazione del fine dell’uomo non dipendono da un processo di sviluppo spontaneo, ma dall’esercizio della virtù etica». Virtù che non può rimanere chiusa nell’autosufficienza dell’intelletto e che nello Jonas maturo assume i tratti della responsabilità nei confronti delle generazioni a venire. Responsabilità che faticherebbe a farsi largo senza la «fatica della filosofia, che deve sempre ripartire da capo, fondata com’è sulla ragione; e la ragione non è il freddo, impersonale intelletto, ma è pervasa dalla passione dell’amore o dell’onestà».

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Atto d’amore, canto di grazie

Non so se avrò la fortuna e il privilegio di fare il mio lavoro per sempre. Essere un insegnante sì, su quello non ho dubbi e poi dipende solo da me… ma non è difficile essere quel che si è, quel che si sente di essere fino in fondo alle proprie ossa.
Esercitare però quella professione è altra cosa. Mi sono già capitate nella vita delle occasioni per cambiare la mia strada, in parte o completamente, ma avverto un’irresistibile forza che mi tiene avvinto al mio lavoro. E’ il contatto quotidiano con la speranza, con il futuro, con l’introspezione, con la meraviglia, con le emozioni, con le sorprese, con l’arte, con l’inatteso, con i pianti, con l’insperato, con i sorrisi, con le viscere, con i sentimenti, con le teste, con i ghigni, con le delusioni, con i sottintesi, con l’inespresso, con l’inatteso, con la spensieratezza, con le profondità, con le riflessioni, con gli sguardi, con le voci, con gli occhi, con i passi, con quei corpi in cambiamento, con le fedi, con le pagine, con le canzoni, con i film, con le delusioni, con le illusioni, con i sogni, con le battute, con i ragionamenti, con quei buongiorno ripetuti almeno 50 volte al giorno, con le reciproche occhiate, con le radici, con la memoria, con i vuoti e con i pieni, con tutti quei cuori pulsanti…
Tutto questo alberga ogni giorno nel mio lavoro. Ed è irrinunciabile. Anche perché è una delle spiagge su cui mi piace far riposare il corpo dopo che ha lottato in mezzo alla tempesta e si prepara a riprendere il largo. E allora questo atto d’amore per il mio lavoro diventa canto di ringraziamento per tutti quei cuori che ho incontrato, incontro e continuerò a incontrare ogni giorno.

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A.A.A.

Da un po’ di tempo seguo volentieri le attività del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia. Ho seguito alcuni Mooc da loro proposti e sono sempre stati corrispondenti alle mie alte aspettative. Due giorni fa Michele Marangi ha scritto un pezzo a proposito della rapida trasformazione che si sta verificando nel rapporto tra bambini e digitale. Penso che offra molti stimoli interessanti.

“… Anche alla luce delle ricerche e delle esperienze formative e didattiche svolte sul campo come CREMIT in questi ultimi anni, appare evidente che se da un lato le 3 A proposte da Tisseron – Accompagnamento, Alternanza, Autoregolazione – restino ancora dei riferimenti irrinunciabili, d’altro canto sembra sempre più  necessario considerare alcuni aspetti chiave per ripensare in modo non scontato il rapporto tra digitale e infanzia. Utilizziamo proprio le 3 A per identificarne tre principali, che vanno intrecciati tra loro.
Il tema dell’accompagnamento è spesso banalizzato in una prospettiva di pura presenza fisica dei genitori. In realtà ciò che manca è la capacità o la possibilità degli adulti di creare un confronto costante e condiviso con i figli sul senso e sui modi di utilizzo del digitale. Non si tratta solo di definire limiti orari e regole d’uso, ma di passare dal quantitativo al qualitativo, permettendo ai più piccoli di contestualizzare e situare le mille forme del digitale che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Non solo a parole ovviamente, ma nella prassi di ogni giorno. Ma quanto gli adulti si rendono conto e si interrogano sul loro utilizzo intensivo e pervasivo degli stessi device che vorrebbero far gestire ai propri figli?
Strettamente legato a questo aspetto c’è il tema del flusso continuo di stimoli, informazioni, occasioni e desideri che il digitale propone senza soluzione di continuità. L’alternanza appare sempre più difficile in un universo in cui il concetto stesso di alternativa sembra sempre incluso nei dispositivi e nelle strutture produttive che li definiscono. Negli ultimi cinque anni, per riprendere il lasso di tempo trascorso dall’uscita del libro di Tisseron, sono emblematiche le trasformazioni avvenute nel campo dello streaming e del gioco online. Il fenomeno dei contenuti sempre disponibili in buona qualità anche sul cellulare,da Netflix in giù, o le modalità di gioco in Battle Royale, per cui sono effettivamente online con persone vere che giocano contro di me, tendono a stimolare posture immersive da cui non è semplice “riemergere”. In questo caso, oltre al ruolo degli adulti, va considerata la praticabilità di spazi e di tempi alternativi che siano a misura dei bambini e che offrano stimoli e soddisfazioni paragonabili a quelle digitali. Ma quanti ce ne sono e che tipo di accessibilità hanno?
Infine il tema chiave che già per Tisseron era l’obiettivo più ambizioso, ovvero la capacità di autoregolarsi ,raggiungendo una piena consapevolezza sulle proprie esigenze e consumi digitali. In un mercato sempre più pervasivo che sta iniziando a mettere in produzione applicazioni domotiche ed esempi sparsi di intelligenza artificiale applicata alla quotidianità, il concetto stesso di regolazione sembra fuori luogo, se lo si declina ancora nella definizione di un semplice inizio e fine dell’utilizzo. Forse va ripensato agendo più sul concetto della capacità di previsione, che Rivoltella (2014) pone al centro dei processi di apprendimento all’interno di sistemi complessi. In questa prospettiva è giunta l’ora di non pensare più al digitale come una protesi, ma piuttosto come un elemento strutturale o addirittura una matrice di buona parte dei gesti che compiamo ogni giorno.
Probabilmente la prospettiva più strategica non sta tanto nella ricerca di regole da far rispettare (agli altri…), ma nella capacità di praticare strategie di adattamento continuo, in senso evolutivo. Possibilmente non a senso unico, ma cercando di fare in modo che i saperi pedagogici e le prassi educative trasformino le posture tecnologiche e il senso del digitale. Ogni giorno, senza fare troppo rumore.

Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia, Scuola, Società

Un anno col Mec

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Se sei tra i 18 e i 28 anni e vuoi dedicare un anno ad un’attività solidale e formativa, che ti farà conoscere nuove realtà insieme a persone che si danno da fare per costruire un mondo migliore, potresti essere il candidato ideale per svolgere il Servizio Civile con l’Associazione Mec. Stanno cercando quattro volontari da impiegare nel progetto “Cambia il vento”. Il progetto si pone l’obiettivo di supportare e sviluppare le attività dell’Associazione nell’ambito dell’educazione all’utilizzo corretto, efficace e positivo di Internet e dei dispositivi digitali, all’informazione e alla comunicazione, promuove l’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica, alla pace, ai diritti umani, alla legalità e alla giustizia attraverso l’educazione all’uso critico e consapevole dei media e delle nuove tecnologie.
I volontari potranno sviluppare e migliorare le proprie competenze multimediali, educative, e anche acquisire competenze nell’ambito organizzativo e di supporto al lavoro d’ufficio, inerente i progetti e le attività dell’Associazione.
Le attività si rivolgono alle scuole, alle associazioni del territorio e alla cittadinanza in genere.
Ho partecipato a numerosi incontri condotti dai formatori del Mec e sono sempre rimasto molto contento: per questo caldeggio l’iniziativa!
I volontari saranno impegnati per 12 mesi, da Novembre 2018 a Ottobre 2019, presso le sedi di Udine, Pordenone e Cordenons. Ai volontari in Servizio Civile nazionale spetta un assegno mensile di 433,80 euro netti.

Però attenzione!!! Le domande vanno presentate entro venerdì 28 settembre. Qui tutte le info.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Gemme, Letteratura, libri e fumetti, opinioni, Pensatoio, Religioni, Scuola, Società, Storia

Gemma di speranza

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Da due anni non pubblico più le gemme che studentesse e studenti portano in classe. Purtroppo non ho il tempo materiale per poterlo fare. Stamattina c’è stata la prima gemma di quest’anno, in una classe terza. Si è trattato di un testo che era stato portato anche tre anni fa da una ragazza di quinta. Erano le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie nell’attentato parigino del Bataclan e che si ritrovò da solo a crescere un bimbo di 17 mesi. Le riporto:

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Mi ha profondamente colpito che in un periodo storico in cui mondo reale e virtuale fanno fatica a contenere toni sopra le righe, a limitare linguaggi di odio, a controllare reazioni provocatorie che arrivano soprattutto dal mondo adulto, una sedicenne abbia voluto regalare ai compagni una gemma che parlasse di rifiuto dell’odio. Sono risuonate in me le parole di Etty Hillesum: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”.

Grazie B.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, Scuola

Cercare, trovare, non trovare

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Mesi fa mi ero appuntato questa frase di Miguel de Unamuno: “Che m’importa che tu non legga, lettore, quel che ho voluto metterci, se vi leggi quel che ti accende di vita?”. Proprio ieri scrivevo dell’inatteso e del sorprendente che incrocio ogni nuovo anno scolastico e credo che la citazione che ho riportato calzi a pennello.
Ma… c’è un ma… ed è il rovescio della medaglia: cosa succede quando io non riesco a comunicare quello che vorrei e il lettore non vi legge quel che lo accende di vita? Trovo pace e serenità in una delle pagine più belle di Matteo: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?”.
Mi metto il cuore in pace e interpreto le parole di de Unamuno in questo modo, dicendo a me stesso: fa’ il meglio che puoi, anche se il lettore potrebbe non trovare quel che cerca… Confida che lo trovi, magari altrove, ma che lo trovi.

Pubblicato in: Scuola

Nuovo anno, nuovi sentieri, nuovi orizzonti

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Stanno per riaprire le porte delle aule della scuola. Al lavoro siamo già da un po’, ma si sa che il clou sarà al suono della prima campanella, quando entrerete alla ricerca della dislocazione dell’aula per correre ad accaparrarvi il banco giusto. Le prime ore sono sempre un misto di nostalgia per i giorni di libertà totale dell’estate e di angoscia perché Natale è veramente molto lontano. Avrete nel cuore i ricordi di quello che avete vissuto, sulla pelle il colore bruno lasciato dal sole, negli occhi la sorpresa di qualche nuovo arrivato, nella bocca parole di gioia del ritrovarsi, nelle orecchie vociare di racconti, nella mente pensieri di prossimi impegni, nelle gambe chilometri di strade percorse. E non sarà che l’inizio. Ogni nuovo anno porta con sé il sorprendente e l’inatteso, non vi è mai nulla di scontato per quanto la routine tenda a fagocitarci tutti. Percorreremo dei sentieri nuovi anche in questi mesi, vedremo dove ci porteranno… sapendo anche che a contare non sarà per forza solo la meta ma anche il viaggio, i paesaggi attraversati, le valli solcate. Ogni giorno avrà il suo orizzonte davanti al quale ci metteremo a sera nella speranza che sia un panorama da ammirare. Male che andasse, ci risveglieremo l’indomani mattina con una nuova tela e una nuova tavolozza per provare a ridipingere le nostre vite.
Un caloroso benvenuto ai primini, un caloroso bentornato a secondini, terzini e quartini, un incoraggiamento particolare ai quintini e un nostalgico arrivederci ai maturi 2017-18!

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Scuola, Società, Testimoni

Uff… che noia!

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“Uff… che noia!”

“Mi date qualche suggerimento per questo pomeriggio? Non so che fare!”

Sono due frasi che frequentemente mi capita di leggere sui social network dal 15 luglio fino all’inizio della scuola. Molti studenti hanno un’estate decisamente programmata e organizzata, ma altri, dopo un periodo di riposo, leggerezza e giornate basate sull’improvvisazione esternano queste sensazioni.

Pubblico allora le iniziative del Movimento di Volontariato Italiano e che vanno sotto il titolo “PROVE TECNICHE DI VOLONTARIATO”. Le riporto suddivise per categorie:

DIVERSE ABILITA’:

  • ANFaMiV (Associazione Nazionale delle Famiglie dei Minori Visivi): accompagnamento in passeggiata, affiancamento laboratori al centro diurno.
    Giorni e orari da concordare.
    Udine, via Diaz 60
    Edda Calligaris 0432.582525 calligedda@gmail.com
  • Comunità Piergiorgio Onlus (per ragazzi maggiorenni): giochi vari di società, affiancamento degli operatori nell’attività con i ragazzi.
    Dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 16.30.
    Udine, piazza Libia 1 oppure via Derna 27
    Lucia Presacco 340.6442757 lucia.presacco@piergiorgio.org
  • Comitato genitori centro residenziale Gervasutta: animazione o passeggiate con ragazzi con disabilità
    Dal lunedì al sabato
    Udine, centro residenziale Gervasutta
    Ernestina Tam, 0432 26973, 338 6236636 comitatodisabiliud@gmail.com
  • Progettoautismo FVG: affiancamento degli operatori in attività ludiche, ricreative, culturali e sportive a favore di ragazzi con disturbi dello spettro autistico
    Dal 19 giugno al 21 luglio e dal 21 agosto all’8 settembre, dal lunedì al venerdì dalle 9:30 alle 16:00
    Feletto Umberto, centro diurno sperimentale Special Needs
    Alessia Domenighini, 339 1900609 consulenze@progettoautismofvg.it
  • Comunità di Volontariato “Dinsi Une Man”: soggiorno marino, affiancamento  degli operatori nell’attività con le persone disabili
    1° turno 25 luglio – 3 agosto
    2° turno 4 agosto – 16 agosto
    3° turno 17 agosto – 29 agosto
    Bibione, sede del CIF,  zona delle colonie
    Lunedì: 18.00 – 21.00  Elena 333 8255121
    Mercoledì: 17.00 – 20.00 Chiara 339 6188171

ANIMAZIONE BAMBINI E RAGAZZI

  • Get up, Punto Luce in Rete: laboratori creativi, giochi all’aperto, letture e riflessioni guidate
    Giovedì e venerdì dalle 16.00 alle 19.00
    Udine, via del Pioppo 55
    Marzia Riondato 340.4267647 getupstandup@gmail.com

LEGALITÀ

  • Libera: campo di volontariato in un bene confiscato alle mafie e “Giornata Libera Terra” per presentare i prodotti Libera nei rifugi alpini
    I campi (nei beni confiscati di tutta Italia) in una settimana a scelta durante tutta l’estate (libera.it) e “Giornata Libera Terra” il 22 luglio nei rifugi alpini
    Francesco Cautero 348.5445896 udine@libera.it
    Emma Mattiussi 345.4217600 presidio.cosimocristina@gmail.com

MERCATO EQUO

  • Bottega del Mondo: allestimento scaffale nel negozio e riordino magazzino
    Giorni ed orari da concordare
    Udine, via Treppo 10
    Francesco Zinzone, 329.0854966 francescozinzone@libero.it
  • CeVI – Centro di Volontariato Internazionale: eventi e banchetti per la raccolta fondi
    Due ore settimanali, giorni ed orari da concordare
    Paderno – Udine, via Torino 77
    Monica Cucchiaro 338.6511749 monica.cucchiaro@gmail.com

DISAGIO SOCIALE

  • Ospiti in arrivo: Refugees Public School, affiancamento all’insegnamento dell’italiano ai rifugiati politici e attività di magazzino e/o organizzazione eventi
    Lunedì, giovedì, venerdì, 16.00 -18.00
    Udine, Arci MissKappa via Bertaldia, 38
    Silva Ganzitti 392.3203190 silvaganzitti@yahoo.it
    Cecilia Barbon 346.2403124 eco@gmail.com
  • Missionari saveriani: campo di volontariato residenziale con i minori stranieri rifugiati
    Dal 25 luglio al 4 agosto
    Siracusa
    Alberto Panichella 338.8856374
  • Caritas Udine (proposta per ragazzi dai 16 anni in poi): mensa diocesana “LA GRACIE DI DIU”, distribuzione pasti, mansioni varie in cucina
    Almeno un giorno alla settimana per tutto il periodo estivo (9.00-14.00; 18.00-21.30)
    Udine, via Ronchi 2
    Alberto Barone, 346.7500148 abarone@diocesiudine.it

Per altre informazioni
Martina Tosoratti
Casa del Volontariato
San Daniele del Friuli
Via Garibaldi, 23
Tel.: 0432 943002 Fax: 0432 943911
Mail: segreteria@movi.fvg.it

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Ditemi che non avete dormito!

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Ditemi che non avete dormito! Mi rivolgo ai genitori delle ragazze e dei ragazzi che ieri sera sono saliti sul palco del Palamostre di Udine per la rappresentazione “Lo stato d’assedio” di Albert Camus. Sono tornato a casa con la gioia pura nel cuore. È vero, sono di parte perché molti di loro li conosco. Ho dormito poco e niente: ero travolto dall’emozione, dal fatto di vederli muovere sul palco, di guardarli trepidare, fremere, concentrarsi, esultare. Hanno imparato parti non da poco su di un testo di spessore altissimo, hanno lavorato tanto e si sono autogestiti. Li vedevo fermarsi a scuola per pranzare insieme e poi iniziare le prove guidati da Alessandra, Elisabetta e Valentina, tre studentesse dell’ultimo anno.
Stanotte, mentre ero a letto con gli occhi velati di emozionate lacrime e con cuore e cervello galoppanti, mi è venuto spontaneo pensare ai loro genitori: quanto orgoglio, quanta trepidazione, quanto trasporto dovete aver provato in quell’ora abbondante di intenso spettacolo? Se in noi insegnanti presenti c’era quel gran subbuglio, cosa mai poteva esserci in voi? Ditemi che avete condiviso la mia felice insonnia!

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Donne per

Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone pubblico un articolo a due mani comparso su Avvenire e che racconta la storia di due donne e del loro impegno contro la mafia. Questa l’introduzione: “Ventisei anni dopo i fatti di Capaci, il testimone delle battaglie di legalità è sempre di più nelle mani di persone che hanno saputo affrontare con responsabilità e coraggio la lotta alla criminalità. Due storie simbolo dell’impegno femminile per la giustizia, nate proprio nella stagione delle stragi compiute da Cosa nostra”.

Il primo ritratto è a firma di Alessandra Turrisi.
Il magistrato di Caltanissetta
In trincea dopo le stragi. La prima in Sicilia a capo di una Procura generale.
La scelta di lavorare a Palermo pochi anni dopo le stragi del ’92, le inchieste sul racket delle estorsioni, la cattura dei latitanti, la collaborazione di boss come Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, la ricerca delle verità su Capaci e Via D’Amelio. Vent’anni nella trincea della lotta a Cosa nostra sono il curriculum di Lia Sava, nuovo procuratore generale di Caltanissetta, la sede giudiziaria che sta provando a scoprire le vere responsabilità per saval’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, dopo avere provato il colossale depistaggio che finora ha negato al Paese di conoscere la verità, ma che sta togliendo il velo anche sulle presunte trame di corruzione nell’imprenditoria siciliana.
La prima donna in Sicilia al vertice di una procura generale ha 55 anni, due figli adolescenti, è pugliese ed è in magistratura dal 1992. Comincia come giudice civile a Roma. Proprio quell’anno, il 27 giugno, a Giovinazzo in Puglia, fa un incontro che le cambia la vita. Lo racconta lei stessa agli studenti dell’ente professionale Euroform: «Sono una persona molto ansiosa e quel giorno devo partecipare a un convegno per magistrati dove doveva parlare Paolo Borsellino. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, desidero conoscere questo magistrato così importante. L’incontro è alle 15, io arrivo prima, non c’è ancora nessuno nella sala, ma Borsellino è già lì. Ha uno sguardo che non avrei più dimenticato. Quando, dopo il convegno, tutti gli andiamo vicini per salutarlo e ringraziarlo, lui ci dice: “Non statemi vicino, perché mi ammazzeranno”».
A larghissima maggioranza il plenum del Csm ha assegnato a Lia Sava il posto lasciato da Sergio Lari, andato in pensione a gennaio. Lia Sava si insedierà intorno al 20 giugno e lascerà il posto di procuratore aggiunto a Caltanissetta, dove lavora dal 2013. La sua lunga carriera l’ha portata come sostituto procuratore a Brindisi, poi nel 1998 a Palermo, nella Direzione distrettuale antimafia guidata da Giancarlo Caselli. Sono gli anni dopo le stragi del ’92, il suo primo caso è il suicidio del giudice Luigi Lombardini. È in trincea. Il 16 aprile 2002 viene arrestato il boss di Caccamo, Antonino Giuffrè, braccio destro dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Due mesi dopo, questi decide di collaborare con la giustizia, riempie pagine e pagine di verbali, contribuisce a disegnare un identikit aggiornato del potente padrino corleonese, racconta il modo arcaico e sicuro di comunicare di Binnu, attraverso i “pizzini”.
Lia Sava è tra i sostituti procuratori che devono raccogliere queste dichiarazioni, ha un bambino di pochi mesi e un carico di lavoro enorme da portare avanti. Non ha mai fatto mistero della fatica di conciliare la vita familiare con una professione fagocitante, fatta di lunghe assenze, di scorta, di rischi da correre ogni giorno. Da pm di Caltanissetta si trova a raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso 25 anni fa. L’uomo della cosca di Brancaccio parla coi magistrati di Palermo e Caltanissetta. Si autoaccusa del furto della “126” utilizzata per l’attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e di avere ricevuto l’incarico dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Le sue parole trovano riscontri nel lavoro di indagine condotto da Sergio Lari e Stefano Luciani, un terremoto per i tre processi già conclusi in Cassazione, tutti fondati sulle dichiarazioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino. Vengono annullati gli ergastoli di nove persone ingiustamente condannate, si ricomincia a indagare, viene chiuso il processo di primo grado “Borsellino quater” e tra pochi mesi partirà quello in appello.
Lia Sava diffida degli eroi dell’antimafia patinata, cerca di illuminare tutto quello che fa con la luce della fede. Da lì viene lo slancio etico. Lo racconta anche a un gruppo di studenti, per i quali prepara una riflessione sulla corruzione, alla luce dei frequenti interventi di papa Francesco sull’argomento. «Il peccatore si pente e torna a Dio, il corrotto, avvolto dalla sua presunzione, non chiede misericordia, non ha il faro della coscienza a scuoterlo, pecca e finge di essere cristiano e, senza alcun senso di colpa, vive una doppia vita. Il corrotto si nutre del suo potere, si sente superiore a tutto e a tutti, non avverte il bisogno del perdono e chiude le porte alla Misericordia del Padre».

Il secondo ritratto è a firma di Antonio Maria Mira.
La vicepresidente di Libera
Da Niscemi all’Italia, il cammino di Enza a fianco delle vittime
Enza Rando ha cominciato a combattere le mafie nel suo paese, Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo ha fatto da vicesindaco e da assessore alla scuola. «Un’esperienza che mi insegnato a non essere mai indifferente», ricorda. Cultura e fatti concreti, scomodi. Parole che hanno caratterizzato la vita di questa “piccola” grande donna siciliana. Fin dalle lotte per riuscire finalmente a terminare le cinque scuole per i bambini del suo paese, costretti ai doppi turni perché i tanto attesi nuovi edifici erano da anni un cantiere, continuamente danneggiato. La mafia non le voleva. «Perché la scuola disturbarando-enza.jpg chi vuole controllare tutto il territorio con la paura e la sopraffazione. Così decidemmo di andare a dormire lì la notte, prima noi amministratori e poi tanti cittadini, le donne che cucinavano per tutti». Una sorveglianza civile. E le scuole furono finite. Era la fine degli anni ’90 e stava nascendo il movimento antimafia. A fianco di Enza, in quei giorni di presidio, arrivò anche don Luigi Ciotti che nel 1995 aveva fondato Libera: «Un incontro che è stato determinante nella mia vita», ricorda Enza, oggi vicepresidente dell’associazione.
Non a caso nel 1997 proprio a Niscemi si tiene la seconda edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafie, organizzata da Libera e da Avviso pubblico, l’associazione che raduna le amministrazioni locali per la promozione della cultura della legalità, della quale Rando diventa presidente nel 2000. Buona amministrazione, legalità, vittime innocenti, altre parole che caratterizzano la vita di Enza. Sempre a Niscemi, un altro incontro che le ha cambiato la vita. Quello con Ninetta Burgio, mamma di Pierantonio Sandri, 19 anni, scomparso il 3 settembre 1995. Ninetta partecipa alla Giornata della memoria proprio da quel 1997, lei piccolina, portando un’enorme foto di Pierantonio con la scritta «Vi prego ridatemi mio figlio».
Un appello che ripeterà fino al 2010 quando uno dei responsabili, un suo ex alunno, confesserà e permetterà di trovare i resti del corpo di Pierantonio. Enza prende a cuore questa storia, e non solo da avvocato. «Ninetta è stata una mia amica speciale». E come amica la segue nei processi. «Le ero accanto e ascoltavo il suo respiro lento, profondo, addolorato. Ho sentito l’odore del dolore e del perdono». Ma la sostiene anche per ottenere dal ministero dell’Interno il decreto che dichiara il figlio «vittima innocente di mafia», descrivendolo come «un bravo e onesto ragazzo», «proprio quello che Ninetta aveva detto per anni», ricorda ancora l’amica Enza.
Una vicenda che segna ancora una volta la sua vita. È l’impegno al fianco dei familiari delle vittime, per ottenere verità e giustizia, nei tribunali e fuori, da avvocato e da amica. Così diventa la responsabile dell’ufficio legale di Libera. Sempre in giro per il Paese, anche se ormai trapiantata a Modena. Dove prima di altri capisce come le mafie siano arrivate da tempo, ben presenti con affari e collusioni. «Le mafie vanno dove c’è il denaro, e in Emilia ce n’era tanto». Lei, siciliana, percepisce i segnali di questa presenza. Fatti che emergono con forza nell’inchiesta Aemilia, dove Libera si costituisce parte civile. Altro impegno di Enza, da Torino a Napoli, da Reggio Calabria a Trapani e Palermo. E a Bologna, dove la raggiungiamo mentre segue proprio il processo Aemilia. E proprio in Emilia arrivano le minacce, le intimidazioni, fino all’irruzione notturna un anno e mezzo fa nel suo studio a Modena. Non viene portato via nulla di valore, ma messi a soqquadro gli armadi dove sono custoditi i faldoni delle costituzioni di parte civile. «Minaccia grave», la definisce la procura.
Ma la piccola grande Enza non arretra e rilancia. Nella sua vita tornano le donne, non più le vittime o le mamme delle vittime, ma le donne di mafia, soprattutto di ’ndrangheta, anche loro mamme. Chiedono aiuto per salvare i propri figli, cercano un’altra vita. Come Lea Garofalo che per salvare la figlia Denise “tradisce” marito e clan. «Voleva costruirsi un futuro assieme alla figlia. Chiedeva solo di vivere», ricorda Enza. Lea, come è noto, non ce la fa, viene trovata e uccisa. Denise trova in Enza un’amica. Così come decine di altre donne, e i loro figli, che grazie al progetto “Liberi di scegliere”, nato dall’iniziativa del presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella col sostegno di Libera, ora cercano una nuova vita. Ed Enza è con loro, avvocato e “sorella”. «Quando nel lavoro si mette l’anima i fatti si leggono in modo diverso». In giro per l’Italia, nei luoghi protetti e nei tribunali, occupandosi di scuole e parrucchieri, di teatro e di abbigliamento, di documenti e di sport. Codice e cuore. «Ma non scrivere che questa è antimafia. Noi siamo “per”, per la vita, per un futuro».

Pubblicato in: opinioni, Pensatoio, Scuola, sfoghi, Società

Davanti ai nostri occhi

pexels-photo-459971.jpegPropongo un articolo piuttosto vivace e non molto lungo scritto da Vincenzo Brancatisano su Orizzonte Scuola. Ragiono su questi temi molto spesso e frequentemente mi confronto con colleghe e colleghi; poco più di un anno fa, mentre partecipavo ad un convegno sull’adolescenza a Rimini, mi ponevo proprio la questione della preparazione pedagogica e didattica del corpo docente italiano. Mi sentirei di fare solo una puntualizzazione in merito all’accenno che viene fatto all’alternanza scuola lavoro, ma la rimando ad un futuro post.
“Leggo i titoli di centinaia di corsi di formazione per docenti. La maggior parte dei medesimi riguarda la disabilità degli studenti, i loro disturbi specifici di apprendimento (dsa), che meritano la giusta attenzione, le nuove tecnologie da usare in classe, le classi rovesciate o da rovesciare al più presto, Google drive dove infilare alla rinfusa la didattica appena offerta in classe o magari mai proposta in aula e spedita a casa come un pacco di Amazon a beneficio di genitori imbestialiti.
E invece c’è una grande emergenza che meriterebbe la giusta attenzione e che non occupa né sembra preoccupare la categoria dei formatori e degli insegnanti, almeno non nei grandi numeri. E si tratta di un’emergenza forse proprio perché non attiva la giusta attenzione dei docenti.
Questa emergenza si chiama preadolescenza e adolescenza. Quanti sono i docenti che si son dotati della giusta formazione per essere in grado di interpretare le dinamiche psicologiche, psicosociali, neurologiche, affettive dello studente che vive questa epoca ispirata al massimo nichilismo, alla mancanza diffusa di scopo, al desiderio di automutilarsi pur di attirare l’attenzione dei pari, al disastro causato dai genitori che si propongono loro come amici invece che come nomos, alla dipendenza dalle tecnologie talmente devastante che vien voglia di pensare: ma perché non si drogano con le sostanze (è un’iperbole, ovvio, tesa a sottolineare la cifra del fenomeno) invece che con gli smartphone, con le attese ansiosissime e distruttive di una risposta a un messaggino, che dev’essere brevissima (“Perché non risponde? Avrà ricevuto? Sì, c’è la doppia sbarretta blu, forse non ha capito…”) con l’esercizio fisico compulsivo nelle mille palestre sempre più affollate di giovanissimi in cerca di identità (la nuova dipendenza di cui non si parla ancora), con i giochi d’azzardo online.
Tra le tante ricadute positive (si parla invece solo dei lati negativi) dell’alternanza scuola lavoro, una ricaduta apprezzabile emerge dai tanti recenti colloqui con i genitori. Tutti mettono in evidenza il sollievo momentaneo ma intenso indotto in loro dal vedere i propri figli staccati per ore e ore e per settimane dal telefonino e dalle cuffiette, una sorta di disintossicazione involontaria che fa il paio per fortuna con quella che si ripeterà più avanti, quando i nostri ragazzi saranno assunti in aziende per svolgere mansioni che non si conciliano con lo zombismo che abbiamo tutti davanti agli occhi. Ma intanto, questi zombie li abbiamo, appunto davanti agli occhi.
Tutti o quasi tutti ipnotizzati da un nulla cosmico talmente potente che si fa fatica, nei grandi numeri, a farlo sopravanzare dall’interesse per quello che viene proposto in classe da docenti che continuano a proporsi loro come avrebbero fatto vent’anni orsono, senza capire che la connessione di massa alla rete, avvenuta solo di recente, ha cambiato l’assetto sociale, quello antropologico e quello neuronale dei giovanissimi.
Basterebbero i dati sulle crisi d’ansia, sugli attacchi di panico che richiedono ogni giorno il soccorso delle ambulanze nelle nostre scuole, gli occhi assonnati di ragazzi e ragazze che si vede da lontano che hanno trascorso la notte davanti a un mini schermo luminoso, con tutti i danni cerebrali connessi alla privazione di sonno importante a quell’età.
Eppure si continua a minimizzare la dimensione del fenomeno. Continuiamo a preoccuparci, e giustamente, di handicap, di sostegno, di alunni diversamente abili, di alunni neoarrivati e di alunni con bisogni speciali. Ma non dimentichiamoci dell’adolescenza, cari formatori e organizzatori della formazione, né degli strumenti, e ce ne sono, capaci di rendere gli insegnanti capaci di affrontarla nel modo più appropriato e proficuo”.

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20 anni…

Simo
Visto dalla 5BL 2015 (mi pare)

9 febbraio 1998: la prima volta che ho messo piede in un’aula stando dall’altra parte della cattedra. Tutto preparato nei minimi dettagli, nulla lasciato al caso, tutto sotto controllo. Una mano alzata: panico! Una domanda!
“Prof…”
Oddio, a chi sta dicendo? Ah sì, sono io il prof…
“… posso andare in bagno?”
Tiro un sospiro di sollievo.

Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Lo faccio oggi, a 20 anni di distanza. Non ho voglia di fare bilanci. Condivido solo un breve dialogo dell’altro ieri con mia moglie Sara:
– A 44 anni sono praticamente a metà del percorso lavorativo. Approssimativamente mi manca altrettanta strada di quella che ho percorso fino ad ora. Non mi piace la cosa.
– Sei stufo?
– No. Al contrario. Non mi va di smettere tra così poco tempo.
Solo questo mi sento ora di scrivere. Intuisco già chi è pronto a rispondermi “vedrai… tra qualche anno non la penserai in questo modo”. Va bene, vedrò…
Per ora brindo a questo e a chi ho incrociato lungo i tanti corridoi percorsi, alle cose belle e ai molti giorni ricchi di doni. Prosit!