Il selfie di Narciso

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Narciso, Caravaggio, 1594-1596

In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale.
Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro.
Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive.
La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé.
La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati.
Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile.
Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi).
Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé.
Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione».
Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo.
Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”

Chi sei, che fai?

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Sto pian piano conoscendo alunne e alunni di prima. Stiamo lavorando sull’identità, su chi siamo e sul fatto di chiederselo. Chi sono io? Chi sei tu?
Poco fa mi sono imbattuto in un passo di Esiodo e mi è venuto in mente che troppe volte la risposta a quelle domande si riduce al cosa faccio o cosa ho fatto, solitamente utilizzata per farmi apprezzare dagli altri. Ti sciorino i successi, così da mostrarti che valgo, anche senza dire chi sono. Siamo forse un po’ figli del tristissimo titolo della trasmissione tv “Tù sì que vales!” e facciamo fatica a scavare in profondità la nostra essenza, fermandoci così alla superficie, destinata alla caducità. Il passo di Esiodo? E’ tratto dal Libro XV delle Metamorfosi: “Finirà il giorno e Febo immergerà nelle profondità del mare i suoi cavalli stanchi, prima ch’io possa elencare con la parola tutto ciò che assume un nuovo aspetto. Mutano i tempi, lo vediamo: così in un luogo popoli diventano potenti, in un altro decadono. Così Troia fu grande per ricchezze e uomini, e per un decennio poté versare un fiume di sangue: ora, rasa al suolo, non mostra che antiche rovine e, come uniche ricchezze, le tombe degli avi. Famosa fu Sparta, potente la grande Micene, e così la rocca di Cecrope e quella di Anfione. Sparta è terra desolata, l’altera Micene è caduta; Tebe, la città di Edipo, al di fuori del mito, che cos’è? E di Atene, la città di Pandione, al di fuori del nome, cosa resta?”.

Gemme n° 490

Il video che propongo è sul bullismo, ma chi parla tocca molti temi, e mi ha colpito la sua carica espressiva. Penso che possa insegnare molto anche a chi non è toccato direttamente dal problema. L’ultimo pezzo con la musica è parte di una sua poesia”. Con queste parole E. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Consiglio a chi non conoscesse l’inglese di attivare i sottotitoli: non sono quelli automatici, per cui permettono di capire bene il video. Mi piace riportare una frase della parte iniziale del video in cui si fa riferimento all’identità: “Ci dicevano che in qualche modo dobbiamo diventare quello che non siamo, sacrificando ciò che siamo per ereditare la maschera di ciò che saremo”.

Gemme n° 484

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Questa foto è stata scattata la scorsa estate al campo scout durante un’uscita con i più grandi: abbiamo camminato tantissimo, ci lamentavamo di continuo, morendo male, ma alla fine siamo arrivati in cima; è stata un ‘esperienza in cui ci siamo mostrati per quello che siamo. Inoltre, in questa foto, sono con amici che conosco da quando ho 8 anni. Qui sono rappresentati la nostra amicizia, lo scoutismo e il suo spirito”. Queste sono le parole con cui A. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Amo la montagna e il camminare in montagna. Da adolescente ho letto diversi racconti delle ascese di Walter Bonatti; da adulto ho letto vari testi di Mauro Corona. Riporto una delle frasi che mi hanno dato un grande insegnamento: “La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un po’ tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere”.

Gemme n° 428

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Questa poesia l’ho scritta non molto tempo fa: descrive la mia situazione esistenziale da un annetto a questa parte, dopo aver finito una relazione che per me è stata molto importante. Ero molto triste e ho affrontato questo stato d’animo nel modo che ho scritto. Si intitola “Commedia d’inverno”.

Non aveva mai fatto così tanto freddo a gennaio
e mai febbraio era sembrato tanto lungo
e distante guardava Marzo
consapevole che la sua ora non era ancora giunta,
temendo che l’ora non arrivasse mai.

Ma per la strana magia
del dolore che piuttosto che abbattere,
edifica,
un ragazzo solo al mondo
sopravvisse al freddo inverno
redivivo
Proprio quello che tutti credevano spacciato,
dall’Inverno fu riscaldato, confortato,
accudito da ciò che credeva essere il suo nemico e l’ostacolo della sua esistenza:
se stesso.

Quello che affrontò le intemperie col cuore in pezzi
di cristallo,
ora è qui che vi parla in questi versi
righe di parole confuse che più sensate non potrebbero essere
ed egli vi confida: rallegratevi
e non pensate
che la vostra felicità si sia esaurita nel dolore del primo amore,
perché è sulla terra battuta che germoglieranno
le nostre grandi
ma insignificanti
morte
tragedie.”

Questa è stata la gemma di R. (classe quinta).
Sul tempio dell’Oracolo di Delfi c’è un’iscrizione: “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.” Guardarsi dentro, leggersi, conoscersi: l’introspezione sincera, una grande dote.

Gemme n° 367

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La mia gemma è una frase tratta dal libro “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker: “E mi ero detto che una stella cadente era una stella che poteva essere bella ma per paura di brillare scappava il più lontano possibile. Un po’ come me.” Questa frase mi ha colpito molto: alcune persone possono avere un talento ma per paura di essere giudicate come persone che si credono importanti decidono di rimanere nel loro angolino. Non so se sono così, e chiedo aiuto per capire se sono anch’io una stella cadente distaccata dagli altri, se devo integrarmi un po’ di più”. Questa la gemma di I. (classe seconda).
Nella classe di I. stiamo trattando l’argomento del sacro nel cinema. Poco dopo la sua gemma abbiamo visto un breve pezzettino di “Una settimana da Dio”. Non so se I. ha fatto lo stesso collegamento che è venuto in mente a me, ma quando ho sentito le parole di Morgan Freeman attorno ai secondi 40-45, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua gemma e alla risposta al suo dubbio.

Gemme n° 366

Ho pensato di portare due canzoni, ma essendo troppo lunghe ne ascoltiamo solo una

L’altra sarebbe stata Imagine. Penso che le due canzoni parlino da sole senza aggiungere altro. Volevo dare un po’ di speranza e ritengo sia il caso di ascoltarle più spesso”. Così S. (classe quinta) ha presentato la propria gemma.
Michael Jackson invita a curare il mondo e a renderlo un posto migliore. Mi viene naturale citare le parole che Tiziano Terzani rivolge a dei giovani, messaggio che è posto all’inizio del dvd che stiamo guardando proprio con le classi quinte: “Voi che siete una nuova generazione guardate ai fatti, leggete, informatevi, non prendete per garantito niente, non credete a niente di quel che vi viene raccontato. Fatevi la vostra verità, una in cui potete credere e a cui potrete dedicare la vostra vita. Gandhi disse una volta «la verità è il mio Dio» due anni dopo scrisse «no! II mio Dio è la verità». La verità è una grande cosa, forse irraggiungibile ma fatene la vostra meta nella vita, cercatela la verità, cercate anche quella dentro di voi, chi siete, che cosa volete fare qui, che cosa ci siete a fare al mondo. Ponetevi questi problemi e la vita diventerà meravigliosa!”.

Gemme n° 356

Questa canzone l’ho scelta perché mi rappresenta, esprime quello che provo e che non riesco a dire a parole, come spesso sa fare la musica”. Questa la gemma di R. (classe seconda).
E’ un vero e proprio sfogo quello dei Simple Plan: “Ti sei mai sentito come se stessi crollando? Ti sei mai sentito fuori posto? Come se in qualche modo non fossi adatto e nessuno ti capisse. Vuoi mai scappare via? Ti rinchiudi nella tua stanza? Con il volume della radio cosi’ alto che nessuno ti sente urlare. No non sai com’è quando niente ti sembra a posto. No non sai com’è essere come me. Essere ferito, sentirsi perso. Essere lasciato fuori al buio, essere colpito quando sei giù. Sentirti come preso in giro, essere sul punto di crollare e non c’è nessuno lì a salvarti…”. Mi sento di citare Murakami, da Norvegian wood: “Smettila di tormentarti tanto. Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. È la vita. Faccio un po’ il grillo parlante ma è ora che tu cominci a imparare certi meccanismi della vita. A volte tu ti sforzi troppo di adattare la vita ai tuoi meccanismi. Se non vuoi finire anche tu in una clinica psichiatrica cerca di essere un po’ più aperto e di abbandonarti di più alla vita così come viene. Anche una donna debole e imperfetta come me ogni tanto arriva a rendersi conto di quanto meravigliosa sia la vita.”

Gemme n° 336

microfono

Ho portato come gemma un microfono: rappresenta me ed è una delle cose più importanti che ho. Quando sono dietro ad un microfono sono tranquilla perché riesco a esprimermi e mi sento libera, mi viene più facile dire certe cose cantando. E’ importante per me come oggetto: ascolto musica sempre, sia quando sono contenta che quando sono triste. E’ un punto fisso anche se tutto il resto cambia. Tuttavia non metto in mostra il fatto che canto: cerco di tenerlo per me, infatti non tutti sanno che lo faccio. Penso che ormai, in quinta, sia il momento di tirar fuori questa cosa perché potrebbe far bene anche a chi ascolta”. Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
Durante la mia adolescenza ho letto molto spesso le pagine di Kahlil Gibran e una delle sue frasi che amo di più è senza dubbio questa: “Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta.” Si crea un’alchimia tra noi e la musica che ascoltiamo che ci porta ai brividi, al battito del cuore. E’ un gran bel dono riuscire a creare tale alchimia. E C. lo sa che ora ce lo deve regalare… 😀

Gemme n° 332

Ascoltavo questo rapper prima che andasse a xfactor, poi è stato bello vederlo mettersi in gioco con quel genere di talent. Questa canzone è stata pubblicata una settimana fa sul prima e dopo la sua esperienza in tv. Lo ammiro.” Questa è stata la gemma di A. (classe terza).
Un grido di ribellione, di voglia di non mollare, di desiderio di volare nonostante il petrolio che appesantisce le ali. Magari anche di essere riconosciuti per quello che si è: “Non giudicare gli uomini dalla loro pura apparenza; perché la risata leggera che spumeggia sulle labbra spesso ammanta le profondità della tristezza, e lo sguardo serio può essere il sobrio velo che copre una pace divina e la gioia.” Harry Forster Chapin

Gemme n° 331

confine

La mia gemma è il libro Il confine di un attimo: è la storia di due ragazzi che si incontrano su di un bus, lei scappa da una vita di obblighi, lui è in viaggio verso un incontro che vorrebbe rimandare. Imparano a conoscersi, capirsi e amarsi. Ho scelto l’opera per i valori che vuole trasmettere: è un invito a non lasciare perdere sogni e desideri anche quando sembra non ci sia una via d’uscita, ma prendere sempre il meglio dalle situazioni. E’ un invito all’unicità: non dobbiamo far di tutto per essere come gli altri ma dobbiamo capire che siamo belli per quello che siamo. La diversità ci rende uomini anche in un mondo in cui sembra che non ci sia spazio per il diverso: perché omologarci? La felicità deriva dall’essere sereni con se stessi senza tentare di essere come gli altri. Non si deve temere il giudizio degli altri. Una frase dal libro: “Perché la gente è sempre pronta a obbedire? Io non sono così. Io voglio una cosa sola nella vita. E non sono i soldi, né la fama, né un’istruzione universitaria che forse – ma forse anche no – potrebbe essermi utile in futuro. Non so bene che cos’è che voglio, ma lo sento in fondo alla pancia. Per ora se ne sta lì, dormiente. Lo capirò quando lo vedrò”. Non aver paura di essere se stessi: sembra paradossale lottare per esserlo!”. Questa la gemma di A. (classe seconda).
Scrive Alessandro D’Avenia: “Viene il giorno che ti guardi allo specchio e sei diverso da come ti aspettavi. Sì, perché lo specchio è la forma più crudele di verità. Non appari come sei veramente. Vorresti che la tua immagine corrispondesse a chi sei dentro e gli altri, vedendoti, potessero riconoscere subito se sei uno sincero, generoso, simpatico… invece ci vogliono sempre le parole o i fatti. È necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello doversi limitare a mostrarlo. Sarebbe tutto più semplice.”
Dal film Fame:

Gemme n° 296

gruppo

Ho portato la foto del gruppo animatori del centro estivo. I primi due anni di superiori ero una persona molto chiusa e avevo paura di qualsiasi cosa. Mi escludevo dagli altri, solo in classe avevo qualche relazione. Mi isolavo per paura degli altri. Poi un’amica mi ha portata in questo centro aggregazione con ragazzi più grandi e più piccoli, ma nessuno della mia età. Conoscendomi avevo timore, però ho continuato a frequentare il gruppo. Ho fatto molte attività e grazie a loro sono quella che sono ora: siamo un gruppo d 45 ragazzi. Se potessi cancellerei quei due anni della vita, ma ormai sono parte del passato…”. Questa la gemma di A. (classe quinta).
Pam Brown scrive “Tutti abbiamo incontrato lo sguardo di qualcuno e sentito una specie di “riconoscimento” che avrebbe potuto essere l’inizio di un’amicizia. Ma poi le luci cambiano, il treno parte, la folla fa ressa tutto intorno… e non sapremo mai”. Volgendola al positivo penso sia bello invece sapere, sapere e riconoscere il momento in cui siamo stati riconosciuti o abbiamo riconosciuto l’altro come presenza amica.

Gemme n° 294

diario

L’agenda che ho portato ho iniziato a scriverla un paio di anni fa, quando ho cambiato scuola. Mi è stato consigliato di farlo come sfogo, ma all’inizio non scrivevo molto. Poi ho effettuato un viaggio a Londra e la scrittura si è fatta più frequente: da diario di viaggio è diventato diario di vita. Scrivo circa due volte al mese per rilassarmi un po’ e devo dire che funziona.” Così A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Conservo ancora i miei diari delle superiori; confesso che non li amo leggere, perché vi sono delle cose che non desidero rivivere, ma ammetto che mi hanno aiutato molto. “Scrivere su un diario è come prendere fotografie con la matita” (Wim Kan).

Gemme n° 289

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La mia gemma è una persona, una ex compagna di scuola. Siamo rimaste amiche, lei mi è sempre stata accanto. Ultimamente la vedo molto meno spesso perché ha una malattia molto rara per la quale sembra non ci siano cure. L’ultimo anno è sempre stata a casa da scuola ed è peggiorata molto, fino a perdere l’uso delle gambe. Ora è in ospedale a Trieste e la vado a trovare almeno una volta a settimana: è forte e non si arrende e sebbene abbia una vita difficile, lei ti fa pensare che non è un problema. L’ultima volta non ho potuto fare a meno di dirle che, anche se avevo il sorriso, non riuscivo a guardarla come prima, quando poteva camminare e lei mi ha detto: Essere sempre fieri di quel che si è. Delle proprie gambe per correre, camminare e saltare, della propria sedia per andare comunque lontano.. perché non importa dove stai, se stai in piedi, se corri o se non puoi nemmeno camminare: con la testa e con il cuore puoi sempre sognare e volare in alto!
E poi..è bello anche cambiare, altrimenti che noia!
Mi sono resa conto della fortuna che ho a camminare e a correre. Mi ha dato di nuovo un motivo in più per essere felice come ha sempre fatto.”
Ha fatto fatica a finire la sua gemma F. (classe quarta), la voce rotta dall’emozione. Non ho potuto fare a meno a una delle sequenze più belle di quasi amici:

Gemme n° 277

La canzone è tratta da un dvd sugli Eagles. Hanno attribuito molti significati e soprattutto molti secondi significati a Hotel California (satanici, subliminali…). Per me avrà sempre due significati. Il primo è che evoca il viaggio in California coi miei, il tepore sulla pelle e le stelle. Sembrava di stare in mezzo all’universo. Il secondo significato, più importante, è che si tratta della canzone preferita mia e di mio padre; quando la sentiamo insieme lui si trasforma, la canticchia e mi ha chiesto di tradurla. Mi fa vedere un lato di lui che di solito è nascosto.” Così A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Penso che i lati nascosti siano alcune delle cose che ci rendono unici; poche persone hanno il privilegio di conoscerli e sono coloro che rispondo al nome di amanti, amici, famigliari…

Gemme n° 267

Mi è stato difficile scegliere cosa portare, perché volevo trattare di qualcosa che mi stesse veramente a cuore e non sono poche le cose in questo senso. Questo però è uno dei temi a cui tengo maggiormente.


Ero indecisa perché trovo la fine un po’ forzata (ma è un corto). Per me è ottimo modo per far capire situazione di queste persone. Di solito non si rispetta o si tende a non rispettarle per l’evidenza del genere sessuale. Ma non è giusto nei loro confronti. Ho conosciuto persone come Emile ed è dura, difficile mettersi nei loro panni. Ci vuole sensibilità e rispetto nel rapportarsi con loro. Non è un genitale a rendere il sesso di una persona. Sentirsi nati nel corpo sbagliato deve essere durissima; è un percorso lungo da affrontare quello di chi vuole cambiare sesso. Servono rispetto e comprensione”.
George Bernard Shaw affermava: “L’unico uomo che conosco che si comporta sensibilmente è il mio sarto; ogni volta che mi vede prende di nuovo le mie misure. Gli altri invece vanno avanti con le loro vecchie misure e si aspettano che io faccia altrettanto”. Penso che sensibilità, rispetto e delicatezza invocate da A. (classe quinta) siano alcuni dei vestiti necessari che dobbiamo ricordarci di indossare quando ci approcciamo alle altre persone per far sì che il nostro cuore diventi per loro luogo di calore accogliente e non freddo antro respingente.

Gemme n° 265

Sono in panico. Non so se sia una gemma quella che presenterò. Ma è una cosa importante e non voglio nascondermi. In 3-4 elementare avevo un diario e vi avevo appuntato uno stralcio di dialogo con la suora che mi faceva catechismo. Lei aveva detto che ognuno merita di essere se stesso perché Dio ci ha fatti giusti. Al che le avevo chiesto se esistono persone sbagliate e nella mia mente avevo pensato ai ladri o ad un killer. Lei mi aveva risposto che esistono persone che sono se stesse nel modo sbagliato. La mia domanda era stata: in quale modo? La risposta era stata: fanno finta di essere quello che non sono per attirare vantaggi e attirare l’attenzione come gli omosessuali o i bambini che dicono le parolacce per sembrare più grandi. Adesso, dopo anni mi accorgo che non ci sono modi sbagliati per essere se stessi ma solo persone che non lo accettano. Quando una persona decide di essere sè e di mostrarsi per quello che è (e magari non come vorrebbe la società), c’è chi reagisce bene e chi reagisce male. Guardandomi ora intorno, ho paura che qualcuno di voi reagisca male e non mi accetti, perché, è vero, si può essere orgogliosi di quello che si è, ma si ha anche bisogno dell’accettazione degli altri. E a proposito di reazioni, vorrei mostrare questo video che può far capire come si sentano le persone che si devono farsi largo tra i giudizi di chi gli sta attorno.

Oggi vorrei provare la stessa sensazione di libertà e liberazione. Voglio fare un po’ come i bambini che dicono le cose e lasciano gli altri ad arrangiarsi, a decidere se accettare o meno, perché tanto quello che volevano dire, l’hanno detto. Quindi oggi voglio fare il mio coming out, che non è nulla di speciale, ma per me è davvero importante. Io sono _____ , lo sono sempre stata e sempre lo sarò, e sono pansessuale.” Questa è stata la gemma di (classe seconda).
Sant’Agostino affermava: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”. Ed Henry Miller “Siamo tutti parte della creazione. Siamo tutti dei re, dei poeti, dei musicisti; e non resta che aprirsi come un loto per scoprire cosa si nasconde dentro di noi.” Guardarsi dentro non è sempre facile, così come decidere di mostrarne una parte agli altri perché si sente che anche quello fa parte della costruzione della propria identità; può essere una tappa nel percorso dal conoscere se stessi all’essere se stessi.

Gemme n° 264

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Questa è una maschera che ho fatto io in II elementare durante una gita quando vivevo in Spagna. E’ stata l’ultima gita con quella classe e mi sono divertita molto. Mi ricorda un sacco di cose e anche che i compagni di classe avevano fatto cose elaborate e carine a differenza della mia. Mi ricordo anche che eravamo a coppie distesi su un prato. Ho anche altre cose manuali di quel periodo, ma questa è quella che mi piace di più”. Questa la gemma di E. (classe seconda).
Riporto dal sito unaparolaalgiorno questa curiosità in riferimento al vocabolo “persona”: “per-só-na dal latino: per attraverso, sonar risuonare. Così era chiamata in antichità la maschera indossata dagli attori, che oltre a coprire il volto funzionava da amplificatore per la voce. Dalla maschera si passa al personaggio. Dal personaggio si passa alla persona – uscendo dalla scena. Questa testimonianza storica è tanto eloquente. Rappresenta bene il filo di Arianna che l’uomo si porta dietro uscendo dal teatro, il debito immenso che ha nei confronti di quest’arte per quanto riguarda la conoscenza di sé. Sembra quasi che la persona si veda veramente bene solo da una platea. Che il personaggio si comprenda sinceramente solo quando indossa una maschera – che paradossalmente lo purifica dall’esagerazione controllata e finta del volto, restituendoci quello stesso personaggio ma tanto più vivo, tanto più adamantino e tanto più vero”.