
“La ginnastica ritmica non è lo sport che pratico ora, ma è lo sport che mi ha accompagnata per gran parte della mia vita. Quando ho iniziato avevo solo sei anni compiuti da poco, in un gruppo di piccole bambine, solo per divertimento. Un anno dopo vengo selezionata assieme ad altre tre bambine per andare a fare ginnastica ritmica a livello agonistico, facendo gare regionali e nazionali. Per me la ginnastica era tutto: passavo giornate ad allenarmi, a casa mi inventavo le coreografie da sola per esercitarmi e diventare più brava, durante il covid passavo pomeriggi a fare allenamenti da sola e a guardare video di campionesse mondiali, ammirandole e aspirando ad arrivare dove erano loro. Passano gli anni e vengo spostata nel gruppo delle più grandi: le prime gare vanno bene, in pedana mi diverto e sono me stessa mentre mi esibisco. Avevo ansia, ma era solo ansia positiva, che mi spronava a fare sempre meglio e a migliorarmi in ogni piccola cosa.
Nella squadra di livello ancora più alto una ginnasta si fece male al ginocchio e tra le altre ginnaste scelsero me come sostituta. Mi trovavo in una squadra composta da ragazze tutte più grandi di me di cinque anni; è lì che iniziano le prime paranoie serie, le prime volte dove mi sento giudicata e mi sento in difetto in pedana, una sensazione che non avevo provato fino a quel momento. Iniziai a provare un’ansia e una paranoia troppo forti prima di ogni gara, con la nuova allenatrice non mi trovavo bene e mi sentivo come un personaggio secondario in quella squadra, sentivo di non essere nel posto giusto. Continuai, ma senza la voglia e senza il piacere che avevo prima. Arrivò aprile del 2025 e le mie amiche più strette di ginnastica dissero che l’anno dopo avrebbero mollato. A me cadde un po’ tutto addosso, perché la voglia di continuare non ce l’avevo, ma neanche la forza di lasciare lo sport che pensavo che avrei praticato per tutta la mia vita; continuai lo stesso ad allenarmi con la squadra. Il 29 aprile del 2025 durante una gara di scuola di atletica sento come se mi fosse uscito il ginocchio e fosse rientrato da solo, per ben tre volte. Mi si era sfilacciato il crociato già alla prima volta, ma io avevo continuato a provare, peggiorando la situazione. Il pomeriggio dello stesso giorno non riesco a camminare, vado in ospedale e mi dicono quello che mi ero fatta: tutore per più di un mese, niente gare, né saggi di fine anno.
È da questo episodio che ho smesso ginnastica ritmica. Un po’ perché sapevo che non sarei mai riuscita a tornare come prima, un po’ perché la passione non ce l’avevo più da tempo. La ginnastica ritmica è, e sarà per sempre però, il mio più grande rimpianto. Vorrei aver saputo gestire quelle emozioni e aver saputo andare avanti, portando con me il “sogno” della me bambina. Spesso penso anche se il fatto di essermi quasi rotta il crociato sia stato ciò che mi ha dato la conferma di smettere, o se sia stata solo una scusa, perché così, mollare, avrebbe fatto meno male. Mi piacerebbe poter tornare a quando era la mia più grande passione, ma allo stesso tempo cerco di essere fiera di esser riuscita a lasciare quel qualcosa che non mi faceva più stare bene da tempo”.
(C. classe seconda).


















