“Come gemma quest’anno ho scelto di portare la serie Una mamma per amica. Sono molto legata a questa serie perché è la mia preferita e ogni volta che la guardo mi mette di buon umore. Un altro motivo per cui sono molto legata a questa serie è che era anche la serie preferita di mia mamma quando era giovane e in qualche modo questo mi fa sentire più vicina a lei, infatti ogni volta che la troviamo in tv la guardiamo insieme. La serie parla di una mamma e sua figlia e del loro rapporto, come fossero migliori amiche ed è anche per quello che mi unisce molto a mia mamma, perché lei è sempre stata la mia prima e, in un certo senso, unica migliore amica ed è sempre stata la prima persona a cui io potessi chiedere consigli o aiuto ogni volta che ne avessi bisogno” (N. classe quinta).
Riceviamo un messaggio. Una chiamata che non vorremmo mai ricevere. All’improvviso, il mondo si ferma. Restiamo lì, senza parole, con quel vuoto nello stomaco che non avevamo previsto. È quello schiaffo gelato della realtà che fa irruzione nella nostra giornata senza chiedere il permesso. Di solito, siamo abituati a pensare alla morte come a un “problema” da gestire. Un lutto da superare, una paura da razionalizzare, un evento per cui, in qualche modo, dobbiamo farci trovare pronti. Ma c’è qualcuno che ha completamente capovolto questo approccio. Il filosofo Emmanuel Levinas ha ribaltato secoli di pensiero suggerendo una verità scomoda quanto potente: la morte non riguarda il nostro “Io”, ma è il momento in cui scopriamo che senza gli altri non siamo nulla.
La morte non è un esame: Il potere della passività Viviamo nell’era della performance totale. Se vogliamo i muscoli, andiamo in palestra. Se vogliamo il voto, ci chiudiamo in camera a studiare. Siamo drogati di controllo: pensiamo che con l’impegno e il “mindset” giusto si possa hackerare ogni sfida. Ma la morte rompe il gioco. Levinas è categorico: la morte è l’unica cosa per cui non esiste un tutorial su YouTube o un allenamento intensivo. Non è una partita che possiamo vincere e non è un esame per cui possiamo fare notte fonda sui libri. Semplicemente perché, quando la morte arriva, noi non ci siamo più per “viverla”. Di fronte ad essa, la nostra condizione è di passività assoluta. Siamo totalmente indifesi. Questa idea di essere “indifesi”, che per la cultura dei “vincenti” suona come una condanna, per Levinas è una liberazione radicale. Se non possiamo prepararci, significa che finalmente ci è concesso di essere imperfetti. Ci toglie di dosso l’ansia di dover essere sempre all’altezza. La morte ci restituisce la nostra verità più profonda: siamo fragili. E va bene così.
Oltre l’eroe solitario: Perché Heidegger aveva torto Prima di Levinas, il filosofo Martin Heidegger aveva costruito una teoria affascinante: la morte è come un timer. Se sappiamo di avere solo un’ora per finire un compito, ci concentriamo, eliminiamo le distrazioni e diamo il massimo. Per Heidegger, pensare alla propria fine ci rende “autentici”. Levinas, però, sente puzza di bruciato. Secondo lui, questa visione trasforma la morte in uno strumento per migliorare noi stessi, rendendoci degli “atleti del proprio Io”. Se usiamo la prospettiva della morte solo per dare un senso alla nostra vita, stiamo ancora pensando solo a noi stessi. Gli altri, in questa visione, diventano solo distrazioni che ci allontanano dal nostro compito individuale. Per Levinas, invece, la crisi — quella vera — ci insegna che non siamo eroi solitari. Quando stiamo male davvero, non cerchiamo la nostra “autenticità”, cerchiamo una mano da stringere. Cercare aiuto non è debolezza: è la prova che esistiamo solo in relazione a qualcuno.
Archetipo
Morte per Me (Heidegger)
Morte per l’Altro (Levinas)
Il Protagonista
L’Atleta del proprio Io
Il Custode dell’Altro
L’Immagine Chiave
Il timer che scorre
La mano tesa nel buio
L’Obiettivo
Autenticità personale
Responsabilità e cura
Il Senso è…
Una sfida individuale
Una questione di legami
Il segreto è nel “Volto”: La chiamata all’azione più profonda Se la morte non è uno specchio per guardare noi stessi, a cosa serve? Serve a sintonizzarci su una frequenza diversa: quella del “Volto dell’Altro”. Attenzione: per Levinas il “Volto” non sono gli occhi azzurri o la forma del naso. È la vulnerabilità pura che emana da un’altra persona. Pensiamo a un compagno di classe seduto da solo in corridoio, con lo sguardo fisso nel vuoto o le lacrime agli occhi. In quel momento, il suo volto ci lancia un segnale che non ha bisogno di parole. È un appello che precede i nostri desideri, i nostri piani, persino le leggi dello Stato. “Non abbandonarmi. Non farmi del male.” Questo grido silenzioso è la base della morale. Non abbiamo bisogno di un contratto per sapere che dobbiamo fermarci. Quando vediamo la fragilità di un altro, sentiamo una spinta interna che ci dice che la nostra vita è legata a doppio filo alla sua.
La responsabilità non è un contratto: la regola della non-reciprocità Qui arriviamo al punto più difficile da digerire per noi, figli della “Generazione Like”. Viviamo in un mondo basato sullo scambio: “Ti seguo se mi segui”, “Ti aiuto se poi mi passi i compiti”. È la logica del do ut des. Levinas spacca questo meccanismo con il concetto di responsabilità asimmetrica. Per lui, la responsabilità verso l’altro non aspetta il contraccambio. Non c’è una ricevuta, non c’è il “cash back”. Siamo responsabili dell’altro anche se lui non ci ringrazia, anche se non ci ricambia il favore, anche se non farà mai lo stesso per noi. È un superpotere etico: la capacità di prendersi cura di qualcuno senza aspettarsi nulla, semplicemente perché quel “Volto” ce lo ha chiesto con la sua sola esistenza.
Conclusione: un nuovo modo di guardare chi ci sta accanto Il messaggio di Levinas è una rivoluzione dello sguardo. La morte non è lo specchio in cui ammirare quanto siamo stati bravi ad affrontare il destino, ma una finestra spalancata sulla fragilità di chi ci circonda. Siamo creature che non bastano a se stesse, e questa è la nostra bellezza. Come cambierebbe la nostra giornata se, in ogni persona che incontriamo — dal professore che sembra avere tutto sotto controllo al compagno di banco più silenzioso — vedessimo quel volto che ci supplica di non essere lasciato solo? La prossima volta che sentiamo quel vuoto di fronte alla sofferenza di qualcuno, non scappiamo. Quel silenzio non è assenza di parole: è l’inizio della nostra responsabilità. Siamo tutti fragili, e proprio per questo, siamo tutti infinitamente preziosi.
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare una tra le mie persone preferite: mia sorella. Io e lei abbiamo solamente due anni di differenza ed è come se per me ci fosse sempre stata. Non ho mai notato più di tanto questa differenza d’età, anche perché lei è sempre stata molto matura ma allo stesso spensierata e solare ed è proprio per questo motivo che mi trovo molto bene quando sono con lei, e, soprattutto, non ho ricordi di una vita senza di lei. Siamo cresciute insieme tra una litigata e l’altra, mi ha fatto comprendere cosa significa volere veramente bene a qualcuno e trovare la felicità nelle cose più semplici, come quando da piccole amavamo giocare alla “bicicletta” stese sul divano oppure quando cercavamo di replicare scene dei nostri film e cartoni animati preferiti sopra le sedie. Erano momenti nostri, semplici ma allo stesso tempo veri, e sono tra i ricordi più belli della mia infanzia. C. non è solo una sorella ma un pezzo del mio cuore che cammina accanto a me ogni giorno e probabilmente anzi, certamente, l’unica che mai mi tradirà. Mi ha sempre sostenuto nei momenti belli ma soprattutto in quelli brutti e so, da sempre, che posso e potrò contare su di lei per la vita. É lei stessa che crescendo, ha fatto crescere un po’ anche me, che le sono stata sempre accanto. Con lei ho imparato cosa significa l’espressione ‘amore fraterno’, che seppur complicata, C. l’ha resa la più bella che io abbia mai sentito. E forse è proprio da lì che viene tutto quello che siamo oggi, un legame indissolubile e infinito che ci terrà unite per sempre”. (S. classe terza).
“Quest’anno ho riflettuto a lungo su quale gemma portare: ero molto indecisa, ma alla fine ho scelto una canzone… anzi, LA canzone. Come mai degli 883 è diventata la colonna sonora dell’amicizia tra me e A., la mia amica più stretta. Sinceramente non so quando, come e neanche perché abbia assunto un significato così importante per noi, ma ogni volta che la ascoltiamo pensiamo subito l’una all’altra. Nei momenti difficili, mi capita di ritrovarla tra le canzoni senza nemmeno cercarla, come se volesse ricordarmi che ho sempre qualcuno pronto ad ascoltarmi: e quella persona è A. La nostra amicizia è nata esattamente tre anni fa, a marzo, durante la gita di terza media. Devo ammettere che all’inizio non mi convinceva: eravamo completamente diverse. Lei molto tranquilla, io decisamente più casinista. Con il tempo, però, abbiamo iniziato a conoscerci meglio e ci siamo accorte di avere molte più cose in comune di quanto immaginassimo. Siamo cresciute insieme, abbiamo condiviso momenti bellissimi e ci siamo sempre sostenute a vicenda. A. è l’unica persona con cui riesco a essere me stessa al cento per cento; l’unica con cui posso piangere senza sentirmi in difetto o un peso. È la prima a sapere cosa mi passa per la testa. Ogni volta che perdo la calma o sto per fare qualcosa di impulsivo, lei riesce a farmi fermare e riflettere. Non siamo il tipo di amiche che si abbracciano continuamente: credo che l’ultima volta sia stata un anno fa, al suo compleanno. Ma questo non significa che non le voglia un bene immenso. Certo, a volte mi verrebbe anche da prenderla per i capelli… ma penso che sia normale in ogni amicizia autentica. Sarò sempre infinitamente grata per il legame che abbiamo costruito e per tutto quello che abbiamo vissuto insieme. So che, qualunque cosa succeda, ci sarà sempre una canzone pronta a ricordarci chi siamo l’una per l’altra, perché in fondo le canzoni custodiscono sempre i ricordi e i momenti più belli”. (G. classe terza).
“Come gemma ho scelto di portare due braccialetti per me molto importanti. Mi sono stati regalati 4 anni fa e da quel giorno per ogni ricorrenza compro un nuovo ciondolo. Il valore per me non è quello dell’oggetto, ma dei ricordi che ho e che sono legati a ogni ciondolo e alla storia che c’è dietro” (S. classe seconda).
“Parigi per me non è stata solo una città, è stata un’emozione continua. Doveva essere il regalo dei miei 18 anni da parte del mio fidanzato, ma alla fine è diventato il regalo più bello anche per me, qualcosa di nostro che porteremo sempre dentro. Siamo partiti senza sapere davvero cosa aspettarci, ma con una voglia incredibile di vivere tutto. In quei 4/5 giorni abbiamo fatto più di 35 mila passi al giorno, sempre in movimento, sempre con gli occhi pieni di meraviglia. Eppure non ci pesava mai: eravamo sempre in giro, con la voglia di vedere tutto, di non perdere neanche un attimo. E la cosa più bella non erano nemmeno i posti, ma come ci sentivamo mentre li scoprivamo insieme. Di giorno inseguivamo ogni cosa da vedere, senza volerci perdere nulla. Ci siamo anche persi tra le strade, improvvisando, ridendo per niente, lasciandoci guidare dal momento. E proprio quella spontaneità ha reso tutto ancora più speciale. Ricordo una sera, eravamo stanchi morti e ci siamo seduti vicino alla Senna, con le luci della Torre Eiffel che si riflettevano sull’acqua. Non stavamo facendo nulla di particolare, ma ridevamo senza motivo. Era uno di quei momenti in cui non serve dire niente, perché senti che è tutto perfetto così. Parigi ci ha regalato emozioni vere: la spensieratezza, la complicità, la sensazione di essere esattamente nel posto giusto al momento giusto. Ogni giorno era diverso, ma tutti avevano qualcosa di speciale. È stato il viaggio più bello che io abbia mai fatto, perché non è stato solo visitare una città, ma viverla insieme. E tornando a casa mi sono sentita diversa, più leggera, con la consapevolezza che certi momenti non passano mai davvero. Rimangono lì, dentro di te, come Parigi”. (N. classe quarta).
“Per la gemma di quest’anno dovrei ringraziare l’appendicite, visto che mi ha dato tempo per pensare a che argomento portare. Questa volta non ho portato niente di concreto, bensì delle riflessioni sulla mia vita in generale. È da diversi anni che continuo ad avere la sensazione di non essere abbastanza e di essere in competizione con tutte le persone che mi circondano. Vedevo gente brava in molti ambiti e mi sembrava sempre di essere un passo indietro. A causa di ciò ho iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e di ciò che mi circondava, portandomi a pensare sempre di più al fatto di avere poco tempo e possibilità per superare le altre persone e vivere la vita che volevo vivere. Guardando sempre al futuro mi chiedevo se esisteva davvero la bella vita e se l’avrei mai raggiunta. Col passare del tempo ho capito che non esiste, ci sarà sempre la guerra, ci sarà sempre la paura e ci saranno sempre le perdite di persone care. Ciò non significa però che la vita non abbia un senso e che non si possa riempire di momenti felici per colmare quelli tristi. A essere sincero, quando mi hanno ricoverato in ospedale, la mia unica preoccupazione era quella del cibo, visto che sarei stato a digiuno e io sono un grande amante del cibo, ma una volta raggiunta la sala operatoria qualche giorno dopo ho iniziato ad avere un po’ di paura. Sapevo che era un’operazione semplice, ma non si è mai sicuri al 100% che le cose vadano bene. È stato penso a quel punto che ho davvero realizzato quanto sia inutile pensare al futuro. Non saprò mai quando chiuderò definitivamente gli occhi fino a quando non accadrà, perciò il presente esiste, per essere vissuto e per diventare passato. Piano piano sto cercando di abituarmi a questa idea di pensiero e di abbandonare quella di prima, che penso sia comunque più difficile che riprendermi dall’operazione”. (L. classe quarta).
“La gemma che ho scelto per quest’ultimo anno è il progetto teatrale scolastico che mi ha accompagnato per questi ultimi tre anni. Questa foto ritrae le prove tecniche che ogni anno siamo obbligati a fare; un lungo processo che richiede diverse ore il che può far pensare ad una lunga e penosa attesa, al contrario l’attesa è la parte più divertente: si provano i costumi, si sistemano le luci e si aggiustano le parti di audio. Questo permette di vivere lo spettacolo in ogni sua parte. Inoltre si ha la possibilità di scambiare due chiacchiere e conoscersi meglio come gruppo permettendo così di stringere un forte legame tra tutti. Con una buona intesa anche lo spettacolo diventa un vero e proprio divertimento non solo per il pubblico ma anche per gli attori stessi. Questa esperienza rimarrà parte di me per sempre; mi ha lasciato un bagaglio infinito di conoscenze e un album di stupendi ricordi”. (S. classe quinta).
“Spesso ho pensato a quando avrei portato in classe la mia ultima gemma, a cosa avrei scritto per chiudere in bellezza i cinque anni passati in questo liceo. Non avrei mai creduto però che la mia ultima gemma l’avrei scritta solo in seconda. Mi piace convivere con l’idea che la vita sia proprio ciò che ci succede quando meno ce l’aspettiamo, ogni imprevisto bello e brutto, ogni scelta fatta con coraggio e con paura. Da poco mi è stata data la possibilità di inseguire la mia più grande passione, la danza, studiando in una scuola di avviamento professionale. A settembre prenderò quella strada, contenta di poter lavorare sul mio sogno, ma mi porterà a cambiare città e scuola, compagni di danza e di scuola. Dietro la felicità c’è sempre un lato triste. Lasciare casa, lasciare la scuola di danza che mi ha cresciuta per 13 anni e mai vorrei separarmi dalla famiglia che siamo. Ma la cosa più difficile è cambiare liceo e lasciare i miei compagni di classe che hanno reso questi due anni leggeri nonostante il peso dello studio. Con loro sono sempre stata me stessa, nel bene e nel male della mia personalità, fin dal primo giorno. Mi hanno fatta ridere e in soli due anni mi hanno regalato bellissimi momenti. Vorrei sapessero quanta importanza ognuno di loro ha avuto per me e soprattutto continuerà ad avere. Per me sarete sempre un bel ricordo” (M. classe seconda).
“Come gemma ho deciso di portare la fede di matrimonio della mia bisnonna, persona alla quale ero tanto legata. È morta pochi anni fa e prima di morire ha chiesto a mia nonna di lasciare a me la sua fede come ricordo per far sì che lei fosse sempre con me anche se non fisicamente, come suo ricordo. Ha aspettato che crescessi abbastanza per darmela e adesso la porto sempre con me” (V. classe seconda).
“La gemma che ho deciso di portare quest’anno è un’amicizia che per me in poco tempo è diventata importantissima. Si tratta di quella con I., una ragazza che conosciamo tutti perché l’anno scorso frequentava questa classe con noi. Non abbiamo cominciato a parlare subito, all’inizio non mi ricordavo nemmeno il suo nome, ma poi è diventata per me una presenza fondamentale, senza la quale non potrei essere felice come lo sono ora. Scegliere di portare lei come gemma è un’idea nata quasi per scherzo, mentre in chiamata le dicevo che non sapevo cosa portare. Scherzando mi ha detto di portare la nostra amicizia, e a me è sembrata un’idea così semplice che mi sono sentita stupida per non averci pensato prima. Lei è riuscita per davvero a migliorare le mie giornate e con il suo sorriso e le sue parole gentili riesce sempre a confortarmi e a darmi il giusto consiglio. Può sembrare una cosa detta quasi per dire, ma senza di lei sarebbe molto più difficile, e chi ha un’amicizia così importante può capire davvero cosa intendo. Quest’anno, intorno a novembre, ho passato un periodo abbastanza complicato in termini di amicizia, ma lei mi è sempre stata accanto e quando sono arrivata da lei piangendo per quello che era successo mi ha subito abbracciata, non mi ha chiesto nulla ma ha capito quello che mi era successo ed è riuscita a dirmi il conforto di cui avevo bisogno. Da quella esperienza ne siamo uscite ancora più vicine, perché ho capito che con lei posso sentirmi libera di essere davvero me stessa, senza filtri, struccata, in pigiama, nei momenti bui e in quelli più felici. Per me è una persona davvero importante, non so come potrei fare senza di lei. Insieme parliamo di tutto, possiamo fare discorsi seri e il minuto dopo ridere della prima cavolata che ci viene in mente. Non ci vediamo spesso anche a causa della distanza, ma ci chiamiamo quasi ogni giorno, e se non ci chiamiamo ci scriviamo. In questo periodo, a causa del fatto che vengo a scuola in macchina con mio padre, non ci vediamo più ogni mattina come facevamo prima. Ma nonostante prima avrei avuto paura di perderla per il semplice fatto che non ci vedevamo più, con lei sono sicura che la nostra amicizia resta, anche se ci vediamo solo una mattina a settimana e per pochi minuti. Salutarci in autobus dopo essersi viste per poco fa sempre male, perché dovrà passare un’intera settimana prima di rivederla e di poter parlare con qualcuno in modo aperto e sincero. So che se avrò un problema potrò sempre parlare con lei, senza paura. Riusciamo spesso a capirci senza bisogno di parlare. Per me lei è importantissima, fondamentale e spero che rimanga a fianco a me per sempre. Non glielo dico spesso, ma per me lei si merita il meglio, le voglio un universo di bene e senza di lei non riuscirei ad andare avanti spedita come stiamo facendo ora insieme” (M. classe seconda).
“Come gemma ho portato un recap dell’ultimo anno, che è stato uno dei più belli ma al contempo anche malinconico. Malinconico perché per me è l’ultimo anno da adolescente, l’ultimo di superiori ed è l’anno in cui la mia vita cambierà e prenderà una strada diversa. È stato un anno particolarmente bello perché sono stata non una ma ben due volte a vedere il mio cantante preferito, più altri concerti di artisti che mi piacciono molto e desideravo di vedere da anni. È stato l’anno della patente, l’anno in cui sono diventata un po’ più indipendente, l’anno in cui ho lasciato vecchie amicizie e riaperto altre che in precedenza si erano chiuse. Ho aggiunto anche una foto con il mio moroso perché, potrà far ridere sentirlo dire da un’adolescente, però lui è la mia costante. Stiamo insieme da più di 4 anni e in tutti questi lui è stato l’unico a non essersene mai andato. Si dice tanto che i ragazzi vanno e vengono ma gli amici rimangono, beh per me è il contrario. Ho scelto anche la foto di casa mia perché è ormai qualche anno che lavoro e do una mano lì, ma nell’ultimo sono veramente entrata dentro questo mondo; nonostante sia un lavoro pesante, trovo sia uno dei più gratificanti anche dal punto di vista umano. Stando dietro il banco, vedendo ogni giorno le stesse persone, poi queste pian piano ti raccontano sempre qualche dettaglio diverso della loro vita e finisci inevitabilmente per affezionarti, che può essere un lato positivo come negativo. Però trovo che in pochi altri lavori si possa instaurare un certo rapporto con i propri clienti e questa cosa non è da sottovalutare . Inoltre, essendo casa mia sono ovviamente molto legata a tutto ciò, ancora di più perché è una cosa che parte da molto molto prima: il mio bisnonno era andato in Argentina a lavorare per guadagnare un po’ di più e quando è tornato ha deciso di comprare il casale, che oggi è quello della foto. Poi, mio padre mi ha raccontato che già mio nonno voleva aprire un’osteria, ma per una cosa o per l’altra non è riuscito a farlo e quindi lui ha in un certo senso esaudito il suo desiderio. Le radici che mi legano a questo posto sono molto profonde e solamente nell’ultimo anno sono riuscita a capire veramente quanto per me sia importante. Inoltre, mi sembra scontato dirlo, ma mi renderebbe orgogliosa un domani prendere in mano l’attività e portarla avanti, e spero di riuscire a farlo” (K. classe quinta).
“Ho cercato di riflettere molto a lungo sulla gemma che avrei potuto portare quest’anno. A dire il vero non è mai stato facile per me trovare un qualcosa che spiccasse e che sentissi di dover categoricamente e inconfondibilmente portare come gemma, soprattutto da quando cominciai a notare una strana e ricorrente concatenazione di eventi negativi associati alle gemme che decidevo di portare l’anno prima. Quest’anno è l’ultimo anno di liceo, quest’anno è l’ultimo anno in cui mi ritroverò a dover compiere questa scelta, e la verità è, semplicemente, che pensavo di aver più tempo. Pensavo davvero di avere più tempo, ma so che anche se avessi altri cinque anni, quelli non mi basterebbero. Ci sarebbero così tante cose che vorrei portare come gemma: poesie, film, canzoni, foto, ricordi. Mi sono trovata così angosciata dall’idea di dover compiere una scelta, soprattutto quella della mia ultima gemma, che pensavo di portare l’ultima canzone che mi partiva in riproduzione casuale su Spotify, delegando completamente il caso e affidandomi alle mie capacità interpretative! Tuttavia ho pensato dopo una lunga, lunghissima riflessione, di portare qualcosa che parlasse di me, qualcosa che mi definisse sia direttamente che indirettamente e che possibilmente non fosse soggetto alla “maledizione della gemma” e perciò ho deciso di portare il mio frigorifero! Ho deciso in particolare di portare come gemma le calamite del mio frigo, perché sono una cosa che ho sempre collezionato e che trovo siano una parte molto importante di casa mia, nonché un ricordo dei miei viaggi e della mia infanzia e un pensiero, un regalo, da parte delle persone che tengono a me e che pensano a me anche se distanti centinaia di chilometri, così come una delle forme più alte ma allo stesso tempo democratiche di regalo che possa fare in vacanza anche a persone conosciute da poco. Credo si possa facilmente intuire che sia una persona estremamente sentimentale, lievemente influenzabile dalla fomo e dal capitalismo e che apprezza le piccole cose e penso che il mio esser così legata alle calamite sia una cosa che mi riassuma a pieno” (R. classe quinta).
“Come ultima gemma ho scelto di portare quella più importante di tutti questi anni: il mio cane Whisky. Lo abbiamo adottato nel 2020 ed è arrivato dalla Calabria tramite una staffetta, è stato molto difficile convincere i miei genitori perchè all’inizio non volevano prendere un cane, ma dopo un po’ di mesi ce l’ho fatta. Whisky ha vissuto con me tutti questi 5 anni di superiori e mi è sempre stato vicino, come una persona vera e propria. Ma questa è una cosa che, penso, riescano a capire solo le persone che hanno un animale domestico, perchè la loro presenza è molto più significativa di quanto sembri” (S. classe quinta).
“La gemma che ho deciso di portare è Shanti, il mio gatto. Il suo nome è un termine sanscrito che significa “pace”, ed è effettivamente lo è, un gatto pacifico. Per descriverlo meglio diró che è un peloso siberiano dagli occhi color resina, di temperamento tranquillo, molto curioso e ghiotto di patè al fegato. La scelta è ricaduta su di lui dopo un episodio di qualche giorno fa, quando gli abbiamo trovato una zecca. Era la prima volta che accadeva, e non sapendo come comportarmi, mi sono spaventata molto; ho persino temuto che fosse troppo tardi per lui. Avendo avuto così tanta paura di perderlo, mi sono resa conto di quanto ci tengo. Infatti, con le nostre passeggiate pomeridiane mi ha insegnato molto: innanzitutto la forza dell’empatia, senza la quale non avrei deciso di iniziare a portarlo a spasso con il guinzaglio in strada, per permettergli di vivere un po’ all’esterno. Per di piú, con il suo passo incostante che lo porta a spostarsi di un metro ogni mezz’ora, ho esercitato molto la mia pazienza. Cosí mi ha anche aiutata a riscoprire i momenti sospesi, quando posso veramente godermi il fatto di essere lí con lui, mentre mordicchia l’erba, e non ho fretta nè preoccupazioni. Diciamo che mi tira fuori dalla routine quotidiana, frenetica e mi porta nel suo mondo, insegnandomi anche a cambiare prospettiva e guardare la vita con i suoi occhi mielati. La sera, invece, rivendica il suo momento di gioco. Miagolando a piú non posso mi svincola dal torpore serale, vittima dei dispositivi elettronici da cui non riesco a staccare gli occhi. Lui mi ricorda dove sono, e per un po’ torno bambina, giocando insieme a rincorrerci e farci gli agguati. Mi sembra meraviglioso come la sua presenza confortante che mi accompagna durante la giornata possa insegnarmi cosí tanto, silenziosamente (o quasi)”. (M. classe terza).
“Questo è il mio blocco schermo e significa molto per me: sono con mio fratello, gli voglio bene più di quanto riesca a dire a parole, anche quando litighiamo. Il bene che provo per te non cambia mai. Anche se non te lo dico spesso sei la persona più importante per me. Ci sarò sempre per te, e spero che un legame come il nostro non si rompa mai” (W. classe terza).
“Chi ti ama ti sbuccia la frutta, chi ti ama ti porta il tè in un pomeriggio freddo di dicembre mentre studi chi ti ama gioisce per i tuoi successi più di quanto lo fai tu chi ti ama ti prepara il tuo piatto preferito dopo una brutta giornata solo per vedere il tuo sorriso, chi ti ama mette la sveglia 10 minuti prima solo per prepararti la colazione, chi ti ama racconta di te come se fossi la sua più grande vittoria, chi ti ama risparmia e si sacrifica per la certezza del tuo futuro al quale forse non parteciperà. Chi ti ama lo dimostra nei più piccoli e silenziosi dettagli, non lo fa in un video, in una foto o con mille parole elaborate ma nella semplice, e forse un po’ banale, quotidianità; è un sentimento che profuma di bucato steso al sole e che si riflette negli occhi, che non riescono a non vedere la versione migliore di te. Quando alle elementari mi hanno chiesto di scrivere un tema sulle mie persone preferite il mio pensiero è subito ricaduto sui miei nonni, delle vere forze della natura. Quella forza che solo crescendo, ho capito che non risiede solo nei muscoli ma nella capacità di restare in piedi nonostante tutto. A voi nonni, che mi avete sostenuto e cresciuto come un figlia, quando dopo intere giornate insieme il papà mi veniva a prendere e io cercavo di nascondermi per rimanere con voi perché anche tutto il tempo del mondo con voi non mi basterà mai. Tutte le estati, le vacanze di natale e di pasqua trascorse nella vostra casa che diventa sempre un hotel per tutta la famiglia, “serviti e riveriti” come dice nonna. È in quel “serviti e riveriti” che nascondete la vostra missione più grande: farci stare bene e al sicuro sempre. In ogni angolo della casa sento l’eco delle risate ma soprattutto delle litigate e il rumore della tavola apparecchiata per tutti. Il mio studio e il mio impegno sono un atto di gratitudine verso di te, nonna. Tu, che hai dovuto rinunciare ai libri, sei diventata la mia lezione di vita più grande. Ogni pagina che sfoglio è un modo per onorare la tua curiosità e la tua intelligenza. Con la tua cucina “a occhio”, i tuoi gelati segreti e la tua pazienza infinita, sai sempre come rimettere insieme i miei pezzi e ricordarmi chi sono. E a te, nonno, devo la strada che oggi posso percorrere. La tua schiena piegata dal lavoro e i tuoi silenzi generosi sono stati il sacrificio necessario per permettermi di sognare. Anche se la tecnologia ti sembra un mondo lontano, insegnarti a usare un telefono è il mio piccolo modo per restituirti un po’ della tua pazienza. Mi resterà sempre nel cuore la tua immagine fissa sul divano alle prese con i cruciverba e quel tuo modo pudico, ma protettivo, di stringermi la mano. Siete il mio tesoro più prezioso: la dimostrazione che l’impegno è un privilegio e che l’amore si manifesta nei piccoli gesti quotidiani, fatti di complicità, fiducia e infinita dolcezza. Ovunque io vada, porterò con me il sapore di quei dolci fatti a caso, il rumore delle penne sui giornali e il calore di quel divano. Spero che un giorno, guardandomi, possiate dire che ne è valsa la pena. Tutto ciò che faccio, lo faccio per voi. Studio, fatico e guardo al futuro con determinazione perché voglio che i vostri sacrifici abbiano il finale che meritano. Perché alla fine, la verità è una sola: chi ti ama come mi amate voi, non ha bisogno di grandi gesti per cambiare il mondo, gli basta restare sulla porta a guardarti partire, sapendo di averti dato le ali per volare più in alto di quanto loro abbiano mai potuto fare”. (V. classe terza).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare il ciondolo di Wall-e. Questo robottino per me non rappresenta soltanto il mio film preferito di quando ero piccola, ma dentro di sé racchiude un duplice significato. Da una parte infatti l’ho sempre associato alla mia famiglia. Mi ricordo che quando ero piccola, guardavamo spessissimo questo film tutti insieme sul divano e, ogni singola volta, si creava un’atmosfera di tranquillità e spensieratezza che mi faceva sentire al sicuro. Quelle due ore, solo due, in cui sentivo la mia famiglia ancora più unita. La cosa che rendeva quei momenti ancora più nostalgici è sicuramente il fatto che l’abbiamo sempre guardato in inglese, che soprattutto io non l’abbia mai voluto vedere in italiano, anche dopo essere arrivati in Italia, perché per qualche strano motivo pensavo che avrebbe perso la sua magia. Dall’altro lato, però, questo ciondolo ha un significato ancora più profondo perché a volte mi sono rivista in lui. Mi sono rivista in Wall-e, che era stato abbandonato sulla terra e dimenticato da tutti; non uno si ricordava di lui e i pochi che erano a conoscenza della sua presenza sul pianeta, davano per scontato il suo lavoro. Ma il robottino non ci dava molto peso, anzi, ha continuato costantemente a fare quello che ha sempre fatto dall’inizio, mettendo da parte il senso di solitudine e consolandosi, insieme alla piccola blatta, guardando spezzoni di film romantici che aveva trovato in giro. Nessuno ha mai riconosciuto veramente lo sforzo di Wall-e il quale, nonostante non ci fossero persone che continuassero ad imporglielo, ha continuato a pulire la Terra spronato dal pensiero che un giorno, tutto il lavoro che in mezzo a quel mondo abbandonato poteva sembrare superfluo e inutile, sarebbe servito a qualcosa, oppure soltanto a qualcuno” (C. classe terza).
“Ci sono alcune canzoni che non restano solo canzoni. A volte diventano ricordi, persone, oppure momenti della nostra vita. Per me è così con Diversi di Shiva. È una canzone che avevo smesso di sentire e solo negli ultimi mesi ho ripreso ad ascoltare ma ogni volta mi fa pensare a qualcosa di diverso. Parla del sentirsi diversi dagli altri, del crescere con certe mancanze e del cercare di capire chi si è davvero. C’è una frase che mi ha colpito più di tutte: “Ogni figlio a cui manca il padre lo odia, ma poi è tale e quale.” È una frase impattante , perché fa capire quanto alcune assenze possano segnare una persona anche senza che si dica troppo. Ci sono cose che restano dentro e che in qualche modo ti cambiano, anche se da fuori magari non si vedono. Questa canzone però per me non parla solo di questo. Mi fa pensare anche a una persona molto importante per me, il mio migliore amico. Ci sono persone che diventano un punto fermo nella tua vita, quelle che riescono a capirti anche quando non spieghi tutto. E poi è una canzone che mi riporta a un periodo della mia vita, a momenti e ricordi che mi sono rimasti dentro. Per questo ogni volta che la sento non è solo musica: è qualcosa che mi fa pensare a chi sono e a quello che ho vissuto. Per questo per me questa frase è importante: perché mi ricorda che anche quando ci sentiamo diversi o un po’ persi, ci sono sempre persone e momenti che ci aiutano ad andare avanti” (N. classe terza).
“Quest’anno ho deciso di portare come gemma questa foto che ho scattato quando sono andata in Grecia per la gita di quinta. Ho deciso di portare questa foto perché è stata un’esperienza indimenticabile. Da quando mi sono appassionata alla civiltà greca e alla mitologia ho sempre sognato di andare in Grecia e visitare luoghi come Atene e Delfi. Quest’esperienza mi ha permesso di vedere luoghi che non avrei mai pensato di riuscire a visitare” (E. classe quinta).