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Amu, mare

La settimana scorsa ho scattato questa foto a Mariasole. Stava correndo in leggera salita. Ieri, guardando la foto, la nonna le ha chiesto “Cosa c’è laggiù?” indicando l’orizzonte, e lei ha risposto “Amu”, il suo modo di dire “Mare”. Ma quando correva Mariasole non lo sapeva, non sapeva che dopo la salita e oltre la balaustra ci sarebbe stato qualcosa di bellissimo e che lei ama tanto. E lo sguardo meravigliato di un bimbo quando viene sorpreso dall’inaspettato, dall’inatteso, dal sorprendente, dal bello, è qualcosa di unico perché è senza filtri, senza finzioni, senza freni: è gioia pura. Ed è contagioso! Perché ne vieni colpito anche tu che hai la fortuna di incrociare quello sguardo. A volte capita di vederlo anche a scuola, anche se molto più raramente. E’ l’espressione che ha in faccia chi dopo la salita, dopo aver superato le varie balaustre, ha colto con lo sguardo il mare, l’orizzonte. Compito mio da insegnante è mostrare le strade, accompagnare, motivare, dare l’idea, smuovere al movimento, far intuire una goccia del mare e poi, perché no?, fare come Sara in questa seconda foto: correre dietro a Mariasole perché non si fiondi in mari troppo pericolosi per lei 😉

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Un occhio generativo

Mi sto dedicando alla lettura notturna di L’appello di Alessandro D’Avenia. Ho l’abitudine di prendere nota dei passi che mi colpiscono e di riportarli poi su dei quadernetti (anche se è un po’ che non faccio quest’ultima operazione e mi manca farlo). Come si vede nella foto sono arrivato a pagina 50 e le citazioni sono già tante (come sempre mi capita con i libri del prof siciliano). Oggi mi voglio soffermare su alcuni di quei passi per restare sul tema dell’ultimo post: i buoni propositi per il nuovo anno.

E’ il prof. Romeo a parlare, il docente non vedente di un liceo scientifico: “Dare un nome proprio e dare alla luce sono la stessa cosa. Da quando sono cieco ho capito che la luce non è semplicemente quella che si riflette sulle cose, ma quella che ne esce quando le chiami per nome. […] Per riuscire a insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei ragazzi e non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare…” (pag. 37). L’anno scorso sono riuscito a farlo in alcune classi e da loro sono uscite cose meravigliose che mi hanno emozionato e meravigliato. Le ore emozionanti e che generano meraviglia e stupore sono quelle che rimangono più impresse, quelle generative: lo sono per me, penso lo siano anche per loro. E con questo mi lego alla seconda citazione, è una studentessa a parlare, Elisa, anzi Virginia: “Soffoco tra queste mura così strette e mi chiedo che ci facciamo qui, tutti i giorni, a morire di noia. Perché volete costringere la vita nella taglia XXS dell’abitudine? Spero che lei possa raccontarci qualcosa che non abbiamo mai visto… Altrimenti la mia anima sarà costretta ad andarsene anche durante queste ore, pur di respirare. Non ho mai sentito una nota di meraviglia nelle parole della nostra professoressa di scienze.[…] Così è la mia vita, professore, fuggo sempre da dove ci si annoia e mi abbandono a lunghi sogni di trasformazione. Viaggio con l’anima e divento tutto ciò che mi stupisce. E devo farlo per forza, se non voglio morire di realtà.” (pag. 48).

Ecco quindi, dopo l’orecchio bambino del precedente post, altri due propositi: far venire alla luce e generare meraviglia (che mi suonano decisamente affini). C’è di che rimboccarsi le maniche.

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Un orecchio bambino

Mariasole ha poco più di 19 mesi: è una spugna in grado di assorbire qualsiasi cosa, dai gesti alle parole, dalla musica ai silenzi. Sara ed io a volte dobbiamo usare giri di parole o sinimi perché appena capta qualche nostra intenzione la tramuta subito in azione: “andiamo a fare un giro in bici?” diventa “ti va di fare una pedalata?”, “andiamo al mare?” diventa “capatina al piccolo oceano?” (Lignano, Grado, spiaggia, sabbia, ruote, raggi, sellino, seggiolino… sono tutti termini che fan già parte del suo vocabolario, per cui inutilizzabili in questi casi). Sfogliando uno dei suoi libri mi sono imbattuto in una filastrocca di Gianni Rodari che avevo letto tanti anni fa e che purtroppo avevo dimenticato. Eccola, si intitola “Un signore maturo con un orecchio acerbo”:

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.

Non era tanto giovane, anzi, era maturato
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.

Cambiai subito posto per essergli vicino
e potermi studiare il fenomeno per benino.

Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?

Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio,
di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.

È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire:

ascolto quello che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,

capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose…

Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.

Ho trovato così il proposito per questo nuovo anno scolastico che si avvicina a passo sostenuto: avere un orecchio bambino, “per capire le voci che i grandi non stanno mai a sentire” e “ i bambini quando dicono cose che a un orecchio maturo sembrano misteriose”. Per farlo penso sia necessaria una cosa che avevo scritto tempo fa come commento alla foto che c’è in apertura di questo post. L’avevo scritta in friulano, la lingua che parla il mio cuore quando scende a fondo a dialogare con la mente. La riporto qui con la traduzione. “La cjalade smaraveade di un frutin cuant che un grant lu cjape tal braç: un gnûf mont gi si mostre, une gnove prospetive, un gnûf pont di viste, lis stessis robis somein diviersis… Par provâ chestis sensazions il grant al à di fâsi piçul, frutin; il cjâf al à di tornâ plui dongje de tiere”. “Lo sguardo stupito di un bimbo quando un adulto lo prende in braccio: un nuovo mondo gli appare, nuove prospettive, nuovi punti di vista, le stesse cose paiono diverse. Per vivere queste sensazioni il grande deve farsi piccolo, bimbo; la testa deve tornare più vicina alla terra”.

Voglia di semplicità, di essenzialità…

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Cattivi custodi

Due notizie che riguardano la terza compagnia estrattiva al mondo, l’anglo-australiana Rio Tinto Group (ricerca, estrae e lavora vari materiali, dalla bauxite al rame, dall’oro ai diamanti, dal carbone all’uranio…). Entrambe sono tratte dal numero di agosto di Rocca.

Fonte immagine: Wikimedia

La prima riguarda gli Stati Uniti e in particolare l’Arizona: qui, nella parte centrale dello Stato, c’è Oak Flat, terra sacra agli Apache. Oak Flat ha la sfortuna di trovarsi “sopra uno dei più grandi giacimenti di rame al mondo. L’area rischia di essere venduta a una compagnia legata alla multinazionale estrattiva Rio Tinto. A fronte di questa notizia è sorto un movimento di protesta, per affermare il diritto del popolo apache alla difesa della terra e del suo patrimonio culturale e religioso.”

Fonte immagine: The Guardian

La seconda notizia ci porta invece in Australia: qui “durante i lavori di ampliamento della miniera di ferro di Marandoo, di proprietà della Rio Tinto Group, è stato distrutto un sito che gli aborigeni considerano sacro, le grotte nella gola di Juukan. In queste grotte diversi scavi hanno rinvenuto manufatti risalenti a 28.000 anni fa, tra cui strumenti, oggetti sacri e una ciocca di capelli umani intrecciati di 4.000 anni fa, dimostrando l’esistenza degli antenati diretti degli attuali custodi della zona, il popolo Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (Pkkp). Per capire la dimensione del danno culturale, basta riferirsi alla dichiarazione dell’Unesco, secondo cui «la distruzione archeologica nella gola di Juukan è paragonabile alle statue dei Buddha Bamiyan buttate giù dai talebani in Afghanistan o all’annientamento della città siriana di Palmira voluto dall’Isis».”

Non mi è difficile accostare a queste notizie le parole poste all’inizio di Querida Amazonia, l’esortazione apostolica dell’attuale papa: “Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste”. Che bello se Jakob Stausholm, CEO della Rio Tinto Group, facesse sue queste parole (e tanti altri con lui…)

Pubblicato in: Diritti umani, Storia

Giù

Sto leggendo, ascoltando e guardando notizie, immagini, video cha arrivano dall’Afghanistan. Fa male e per questo ho deciso di non mettere nulla qui sul blog di quanto visto: ho preferito un quadro nero. Lascio spazio alle parole che il giornalista Toni Capuozzo ha scritto sul suo profilo fb: “Prima accompagnano l’aereo , un corteo disperato e festoso. Qualcuno riesce ad aggrapparvisi. Ci sono delle immagini che non se ne vanno più. Dell’11 settembre, visto e rivisto, non sono, nel mio album, quelle degli aerei che si conficcano nelle torri. Ho comprato, a New York, il libro che raccoglie le storie di ogni vittima. Ma non è quello che si apre, nei miei ricordi. E’ un libro di letteratura, un romanzo. “Molto forte, incredibilmente vicino”. E’ la storia di Oskar, orfano di un padre ucciso nel crollo delle torri gemelle. Nel libro ci sono le fotografie delle persone che si lanciarono dagli ultimi piani. Il bambino le scorre all’indietro – come facevamo noi da bambini con certi libriccini – come se fosse possibile tornare indietro nella storia, far risalire agli ultimi piani quelle silhouette nere, che scivolano per sempre lontano. E’ quella l’immagine che non cancellerò mai: il tempo di caduta, la scelta di morire per mano propria, piuttosto che soffocare nel buio…… oggi a Kabul altre figurine…. si erano aggrappati ai portelloni di un aereo in decollo. Quando i portelloni si sono chiusi, sono precipitati. Il tempo di caduta, l’ignoranza del volo aereo, la scelta di morire così, non lo so. Ma nella grande mappa delle vittorie e delle sconfitte, nel mappamondo della geopolitica, resteranno queste piccole tracce nere.”

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La fede di Alice

La mia adolescenza ha avuto spesso come colonna sonora il metal, sparato al massimo del volume attraverso gli auricolari di un walkman della Sony che dovrei avere ancora in qualche cassetto dei ricordi.

Oltre alle due parti di Keeper of the seven keys dei tedeschi Helloween di Michael Kiske, uno degli album che ho ascoltato maggiormente è sicuramente Trash di Alice Cooper. Era sicuramente un altro modo di ascoltare musica: niente Spotify o Deezer o Amazon, niente streaming. L’unica possibilità di “piratare” qualcosa era l’amico che ti prestava un cd o un vinile o una cassetta e tu li masterizzavi o li riversavi restituendogli poi l’originale. Insomma, non grandissime sperimentazioni. Soprattutto, quando trovavi qualcosa che ti piaceva, chi viveva con te benediceva l’esistenza di cuffie e auricolari perché la ripetizione si faceva continua. 

Ma torniamo ad Alice Cooper. Ogni anno propongo alle classi seconde un lavoro: portare una canzone sul tema del sacro, della fede, di Dio. Può essere anche di critica o di dubbio o di negazione, l’importante è che vengano toccati quei temi. Studentesse e studenti devono preparare una presentazione in cui introducono artista e canzone e spiegano il motivo della scelta. Quest’anno una studentessa ha proposto I am made of you. Penso che per comprendere il reale significato di questa canzone sia utile inquadrare brevissimamente il personaggio e dare un’occhiata ad alcune dichiarazioni di Alice Cooper, rilasciate in varie interviste.

Tratta da Radiorock.it

Alice Cooper oggi ha 73 anni e il suo vero nome è Vincent Damon Furnier. Nel corso della sua lunga carriera è spesso stato protagonista di scene che hanno colpito gli spettatori dei suoi concerti: camicie insanguinate, pupazzi ghigliottinati, serpenti al collo, simboli fallici, immagini horror, mostri, seghe elettriche… Gli eccessi si sono poi spostati dal palcoscenico alla vita privata, con l’abuso di alcol e droga, al punto che la moglie lo abbandona: “Sheryl se n’era andata – era andata a Chicago e aveva detto ‘Non posso vederti così’. Ma la cocaina parlava molto più forte di lei. Alla fine, mi sono guardato allo specchio e sembrava il mio trucco, ma era il sangue che scendeva [dai miei occhi]. Forse avevo delle allucinazioni, non lo so. Ho buttato la droga nel water. L’ho chiamata e le ho detto: “È fatta, basta”. E lei dice: “Bene. Ma devi provarlo.” Uno degli accordi era che iniziassimo ad andare in chiesa. Sapevo chi era Gesù Cristo ma lo respingevo. Sapevo che dovevo arrivare ad un punto in cui avrei accettato Cristo e iniziato a vivere quella vita, o sarei morto. Ed è quello che mi ha davvero motivato. Sono arrivato al punto di dire: “Sono stanco di questa vita”. E alla fine capisci che è la scelta giusta quando il Signore ti apre gli occhi e improvvisamente ti rendi conto chi sei e chi è Lui” (fonte Metalitalia). Afferma ancora: “Amo considerarmi il vero figliol prodigo. Dio ha permesso che io facessi qualsiasi cosa per poi richiamarmi a sé. È come se mi avesse detto ‘Hai visto abbastanza, è ora di tornare a casa’. Ero un alcolista malato, autodistruttivo. Bevevo in continuazione, vomitavo sangue tutti i giorni. Poi ho ricominciato ad andare in chiesa. Le case, le macchine, le cose materiali non sono la risposta, c’è solo un grande nulla al di là di queste cose. Si dice che nel cuore c’è un buco a forma di Dio. Solo quando lo riempi sei soddisfatto ed è dove sono io adesso. Ed è per questo che io adesso sto bene” (fonte Il Manifesto).
Sui primi anni della carriera dice: “Mi sono risparmiato una targa nel club dei 27 [artisti morti a 27 anni, vedi wikipedia] e di finire come gli amici con i quali negli anni ’70 a Los Angeles formavamo il nucleo originale degli Hollywood Vampires. Ci incontravamo in una sala del Rainbow Bar and Grill ed era puro spasso. C’erano John Lennon, John Belushi, Keith Moon, il più grande batterista della storia, che ogni sera veniva vestito diverso, una volta da Regina d’Inghilterra, un’altra da Hitler. Bevevo con Jim Morrison e Jimi Hendrix, tutti finiti tragicamente […] Non so fino a che punto sia stata una scelta. La verità è che non conoscevamo il limite fra libertà e autodistruzione. Passammo tutti dal guadagnare pochi dollari a sera a contratti milionari e nessuno di noi aveva un manuale di istruzione per gestire il ruolo di rockstar, la fama e i soldi. Era molto facile esagerare con alcol, droghe, donne, e in tanti si sono consumati. La generazione successiva ha imparato da loro a non morire. Steven Tyler, Mick Jagger, Rod Stewart, Iggy Pop e io abbiamo attraversato la giungla di eccessi e siamo sopravvissuti. La nostra sì, è stata una scelta […] Mi sono salvato con la fede e la spiritualità. Sono diventato discepolo di Cristo e ho cambiato stile di vita. Se c’è una cosa che Dio non ha detto è che io non potevo essere una rockstar. Mi ha creato rockstar e, visto che ci vuole eccellenti e non mediocri, lo faccio al meglio. Avere fede non significa mica stare tutto il giorno inginocchiati a pregare” (fonte Il Messaggero).

Fatto questo inquadramento, ecco che le parole della canzone non hanno bisogno di molti commenti. Riecheggiano immagini e parole dell’inizio della Bibbia, della Genesi, della creazione:
“In principio ero solo un’ombra, in principio ero solo, in principio ero cieco, stavo vivendo in un mondo privo di luce. In principio c’era solo la notte. Ero distrutto, a pezzi e mi sentivo così freddo dentro. Poi ti ho chiamato dalle tenebre dove mi nascondo. Io sono creato da te…
All’inizio eri una rivelazione, un fiume di salvezza e ora credo. Tutto ciò che volevo, tutto ciò che mi serviva era che qualcuno mi salvasse: stavo annegando, stavo morendo, ora sono libero. Io sono creato da te…
Eccomi qui ora, adesso posso restare perché il tuo amore mi ha reso forte e per sempre tu sarai il cantante ed io sarò la canzone. Io sono creato da te…”

E questo essere la canzone di Dio si traduce anche nel suo impegno nei confronti di altri musicisti con problemi di dipendenze, un vivere la fede in modo attivo e concreto: “Studio molto la Bibbia, penso che la gente abbia un’idea sbagliata dei cristiani. Anche noi amiamo il rock. Oggi continuo a suonare dal vivo, sicuramente ho un altro sguardo su quello che ho fatto. Molte delle mie vecchie canzoni erano sicuramente eccessive, ma le mie hit, anche se erano provocatorie, sono del tutto accettabili. È facile bere birra, distruggere le camere d’albergo. Ma essere cristiano è una scelta dura. È questa la vera ribellione” (fonte Il Manifesto).

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L’occhio che batte

A volte capita di imbattermi in citazioni di libri che poi sento l’esigenza di fare miei. E’ il caso di Danny l’eletto di Chaim Potok del 1967. Il passo che mi ha conquistato è questo:

“Gli esseri umani non vivono in perpetuo, Reuven. Viviamo meno di quanto dura un batter d’occhio, se si commisurano le nostre vite all’eternità. Può esser lecito chiedere qual è il valore della vita umana. C’è tanta sofferenza, in questo mondo. Che significa dover tanto soffrire se le nostre vite non sono nient’altro che un batter d’occhio?”
S’interruppe di nuovo, e aveva lo sguardo velato, adesso, poi riprese: “Reuven, ho imparato molto tempo fa che un batter d’occhio è nulla, di per se stesso. Ma l’occhio che batte, quello sì che è qualcosa. Lo spazio di una vita è nulla. Ma l’uomo che la vive, lui sì che è qualcosa. Lui può colmare di significato questo spazio minuscolo, cosicché la sua qualità sia incommensurabile, sebbene la quantità possa essere irrilevante. Comprendi quel che dico? L’uomo deve colmare la sua vita di significato, il significato non viene attribuito automaticamente alla vita. E’ un compito duro, bada, e questo non credo che tu lo comprenda, per ora. Una vita colma di significato è degna di riposo”.

Mi ha fatto venire in mente la differenza tra il sapere oggettivo e il sapere soggettivo: prendiamo ad esempio il morire. Sappiamo che la morte c’è, ce ne accorgiamo continuamente, basta ascoltare o leggere le notizie di ogni giorno. Ma saperlo soggettivamente, ossia farne esperienza quando ci tocca da vicino è tutt’altra cosa. Ecco allora un’altra citazione che utilizzo nelle classi quarte. E’ di Lev Tolstoj, da La morte di Ivan Il’ic:

“Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale”. Per tutta la vita gli era sembrato sempre giusto ma solo in relazione a Caio, non in relazione a se stesso. Un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era né Caio né l’uomo in generale, ma un essere particolarissimo completamente diverso da tutti gli altri esseri: era stato il piccolo Vanja, con la mamma e il papà, Mitja e Volodja, i giocattoli, il cocchiere, la governante, e poi Katen’ka, e tutte le gioie, le amarezze, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza.
Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che il piccolo Vanja amava tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e aveva mai sentito frusciare le pieghe della seta del vestito della mamma, Caio? E Caio aveva mai strepitato tanto per avere i pasticcini quando andava a scuola? E Caio era mai stato innamorato? E Caio sapeva forse presiedere un’udienza in tribunale? Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me, piccolo Vanja, per me, Ivan Il’ic, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, per me è tutta un’altra cosa. Non può essere che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.”

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Medaglie

Tratta da Il Friuli

Sono giorni di Olimpiadi, di sportivi conosciuti ai più che vincono o no e di sportivi sconosciuti ai più che fanno lo stesso. Dei primi si continuerà a parlare e scrivere comunque e anche le persone non vicine al mondo dello sport riconosceranno il loro nome; il nome dei secondi finirà in un cassetto polveroso per tre anni, quando riemergerà per una passata di straccio per la prossima Olimpiade. E nel caso di una vittoria nipponica quest’anno e di una malaugurata sconfitta parigina futura, dovranno prepararsi a essere definiti “una delusione”. 

Il 12 novembre 2016 se n’è andato a soli 22 anni Vittorio Andrei, rapper conosciuto come Cranio Randagio; nella canzone Petrolio racconta della madre che l’ha spinto a partecipare a X Factor, ma soprattutto parla delle cose importanti, di ciò che conta, di quanto possa essere difficile vivere in un contesto che tarpa le ali al volo, che smorza gli entusiasmo con le continue critiche. “Io volerò, io volerò via ,ome un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul dorso smorzando la scia. Io volerò via, volerò via perché nel cielo c’è molto di più che in questa terra sbranata da gru, che in quest’oceano sempre meno blu. Dammi un motivo per restare, per mollare l’ancora, qui dove è tutto un detestare cio che l’altro fa. Ci hanno oppressi per testare quanto è forte l’anima, per quanto a pezzi possa amare un giorno spirerà.” E ancora “Ma non sarà certo X Factor a dirvi quanto valgo. La gente si dimentica, si scorda in un secondo anche soltanto che tu possa stare al mondo. Ma come disse un sommo dall’alto del suo intelletto: non puoi fermare il vento, solo fargli perder tempo.”

E conclude: “Io ho qualcosa di importante da dovervi raccontare: nessun “Non ce la farai” vale quanto un “Non mollare””.

Penso sia bene pensarci bene prima di usare “delusione, scontentezza, disillusione, amarezza, insoddisfazione” come parole che descrivono lo stato d’animo del tifoso davanti alle prestazioni di sportivi che hanno fatto mille sacrifici per essere lì. Le medaglie sono tre: non è pensabile che tutto il resto sia delusione (e a volte persino il bronzo o l’argento). E tutto questo portiamolo nella nostra vita: fare tutto il possibile non è detto che ci porti alla medaglia d’oro assoluta perché può esserci chi ci sopravanza. Ma fare tutto il possibile è la nostra medaglia d’oro.

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Tornare o non tornare?

Sono praticamente due anni che non scrivo sul blog. Devo decidere che fare: riprendere a scrivere oppure lasciarlo congelato per qualche mese ancora e quando scade l’abbonamento già pagato chiudere tutto. In questi due anni ci sono stati due eventi su tutto: un evento comune che ha cambiato la vita di tutti (il Covid) e un evento personale che ha cambiato la mia vita (la nascita di mia figlia). Agosto porterà consiglio?

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Ulisse in primo banco con Dante

Mi ha intrigato il titolo del nuovo spazio che il professor Alessandro D’Avenia occupa sulle pagine del Corriere il lunedì. Dopo i “Letti da rifare”, arriva “Ultimo banco”. Queste le sue parole di lunedì 9 settembre, con le quali spiega la scelta del nome:

Anonimo fiorentino, Il naufragio della nave di Ulisse (1390-1400)

“Ogni vita che incontro in classe potrebbe essere descritta con il posto che decide di occupare in aula. Quelli dell’ultimo banco, per esempio, amano vedere senza esser visti, celati nella loro piccola trincea fatta di timidezze e rinunce o di clandestinità e spavalderia. Alle elementari mi nascondevo nelle retrovie per dedicarmi a ciò che più amavo: parlare e giocare. Così venivo regolarmente «punito» con le prime file. Oggi, all’ultimo banco ci siamo un po’ tutti: perennemente distratti, l’ultimo banco è diventato una condizione interiore. Ma la vita, prima o poi, fa l’appello, e ci chiama, con nome e cognome, a giustificare la rinuncia a venire alla luce o la mancanza di felicità. Vivere non è girare a vuoto, ma tendere a un fine: c’è vita se la vita ha un senso, attendiamo (verbo composto da tendere e ad) ciò che può rispondere alla nostra incompiutezza, che è la spinta senza cui il presente non diventa mai futuro, e che chiamiamo desiderio. Però l’attesa comporta attenzione (hanno la stessa radice di tendere), grazie alla quale si alimenta il desiderio, fonte di coraggio e iniziativa, e si soffoca la paura, che produce ansia e dipendenze (dal cellulare alle droghe). Dipendere è infatti l’opposto di tendere: chi dipende (pende da) s’aggrappa a qualcosa per paura e non cresce, chi tende, invece, nella vita si lancia intensamente, costi quel che costi. Ma tendere a cosa? A ciò che è intenso (altra parola che viene da tendere): la vita si «intensifica» dove trova ricchezza di senso, cioè dove non solo è custodita, ma si compie un po’ di più e quindi cresce.
Prendiamo l’esempio dei cellulari. Hanno colonizzato i nostri sensi, ipnotizzato l’attenzione, spento l’intensità del presente, relegandoci all’ultimo banco: è kriptonite (il misterioso minerale che priva Superman dei poteri) del desiderio. L’ho capito meglio quest’estate facendo un trekking di due settimane sulle Alpi con un gruppo di 15enni. La montagna spesso «scampa» dal segnale e invita a fare, di sé, degli altri e delle cose del mondo, il «campo» dell’attenzione. Il presente così offre la sua intensità e risveglia la tensione alla vita che in noi vuole crescere. Abbiamo anche proposto loro di liberarsi dei telefoni per 48 ore, e alla fine erano entusiasti, ringraziandoci per aver liberato energie in loro addormentate: «Mi sono sentito più vivo! Ho fatto e visto molte più cose! Mi sono divertito di più con gli altri!». Chi di noi riesce a stare senza la propria kriptonite per 48 ore? Il multitasking è in realtà uno degli inganni peggiori del nostro tempo. Provate a uscire a cena, a passeggiare, leggere… senza portare il cellulare: vi sorprenderà quante volte lo cercherete (dipendenza) e quanto sia intenso il segnale emesso da ciò che abbiamo sotto gli occhi. Per questo dopo i Letti da rifare voglio esplorare l’Ultimo banco: non un nostalgico ricordo del passato, ma un banco di prova per l’arte di vivere felici. Disattenti, ci auto-esiliamo in fondo all’aula: nelle relazioni e negli affetti, nella comprensione di noi stessi, degli altri e del mondo. Ma dove il desiderio retrocede, paura, noia e rinuncia hanno la meglio: non attendiamo più nulla, anzi, come nella Storia infinita di Michael Ende, aspettiamo, senza più speranza e immaginazione, che proprio il nulla ci divori. L’attenzione, che è l’unica possibile «presenza del presente», invece, distrugge un po’ di nulla (il vivere senza senso, cioè male) in noi e attorno a noi: la vita diventa «intensa» solo se siamo «attenti» a viverla.
Ogni lunedì sarà una pagina o un personaggio ad «alta tensione» a illuminare un ultimo banco dell’esistenza, per restituire luce al «qui e ora», e futuro al presente perduto. Oggi scelgo l’Ulisse di Dante: il suo «ardore» di «divenir del mondo esperto» ci strappa dalla paralisi del desiderio e spinge a mettersi in «mare aperto» per cercare, con i nostri amici, il compimento del desiderio ultimo di felicità. Così mentre l’Ulisse omerico torna e si ferma a Itaca, quello dantesco (alter ego del poeta) la lascia, non gli basta: il primo è un cerchio, il secondo una freccia del desiderio tesa al bersaglio della vita totale e piena. La vita terrena è una «breve vigilia dei sensi» da non sprecare, veglia di chi riceve l’alba, l’amore, la festa… proprio perché, vigile, li attende: noi diventiamo ciò a cui tendiamo. Il discorso pieno di eros dell’eroe risveglia nei compagni un desiderio tanto «acuto» da indurli a partire verso l’ignoto. Vivrebbero da «bruti», animali senz’anima, desideranti senza desiderio, se rinunciassero a «virtute e canoscenza», cioè il bersaglio della vita. E se Ulisse naufraga nell’abisso del desiderio, mostrando dove l’uomo arriva con le sue forze, Dante parte da quell’abisso, in cui scopre che il desiderio infinito di essere amato non è altro che il desiderio infinito di Dio di amarlo. E noi, come Ulisse e Dante, non siamo fatti per l’ultimo banco del desiderio, ma per il primo.”

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Società

10. Non perderti nel mondo virtuale

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il decimo è esplicato da Giulio Giorello, professore ordinario di Filosofia della Scienza all’Università di Milano. Lo si può trovare a questo link.

Fonte immagine

“La rivoluzione informatica ha profondamente mutato, e continua a cambiare, la nostra vita. Due fattori rilevanti: le modalità di elaborazione dell’informazione e le vie rapide ed efficaci con cui comunicarla. Per dirla con una battuta: prima avevamo potentissime automobili (i computer), ma poi sono venute anche le comode strade su cui farle viaggiare. C’è da stupirsi o da scandalizzarsi che soprattutto le nuove generazioni ne siano affascinate? Sarebbe come se, in passato dopo aver scoperto la stampa, si fosse deplorata la diffusione dei libretti a basso costo, che nel giro di pochi decenni avrebbero rimpiazzato gli eleganti manoscritti illustrati da incantevoli miniature. Lo aveva ben capito Martin Lutero, che pensava che il rinnovamento della comunicazione avrebbe giovato immensamente alla Riforma; lo avrebbe ripetuto circa un secolo dopo Galileo Galilei, alludendo allo sviluppo della scienza della natura.
Fin qui dunque nulla da eccepire: la rete ci riserverà nel prossimo futuro altre sorprese. Ma questo non vuol dire che si debba incoraggiare un tipo di immersione che rappresenta (almeno ai miei occhi) una nuova forma di totalitarismo. La Rete ci apre al mondo in maniere che ci sarebbero parse impossibili quando noi si era ragazzi, ma questo non significa che la rete sia il mondo! Troppo spesso ci sentiamo ripetere giudizi del tipo: se non sei su internet, non esisti. Ma le cose e le persone del mondo non sono mai su internet, dove ci sono invece le loro rappresentazioni che gli utenti prediligono.
In un sistema che è dominato molto più di quanto ingenuamente si sia portati a credere, tali informazioni possono venire «manipolate» senza che magari ce ne accorgiamo. È già successo, e con tutta probabilità si ripeterà, magari in forma più subdola. Ma è possibile trovare qualche rimedio, senza limitarsi a una denuncia moralistica?
Spesso chi va in rete cerca le facili rassicurazioni di coloro che la pensano come lui, e tutto questo favorisce il conformismo, ancor prima della diffusione di notizie «false e tendenziose». Sarebbe meglio prendere esempio dalla scienza (che sa utilizzare la rete con intelligenza): vagliare attentamente le «notizie» che si ritengono interessanti, valorizzando soprattutto chi la pensa diversamente. È poco? Ma forse è un inizio, perché così ci ricordiamo – per rovesciare la battuta di Martin Heidegger – che alla domanda: «Cosa c’è fuori (della Rete)?», dovremmo rispondere non «fuori c’è il nulla», bensì «fuori c’è l’universo».”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, opinioni, Pensatoio, Società

9. Non tradire il patto fiscale

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il nono è esplicato da Maurizio Ferrera, professore di Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano. Lo si può trovare a questo link.

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“Quando il pastore americano Jonathan Mayhevv, in un sermone del 1750, pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava d’aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo Stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello Stato italiano sono più che raddoppiate in percentuale sul Pil (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.
Questa «alienazione» fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo Stato non può rinunciare al «bastone» per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.
Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti i sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le «etiche dei doveri». Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei Paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei Paesi latini il termine imposta (impôt, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. È proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.
La tassazione (livelli, modalità, equità) è destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.”

Pubblicato in: arte e fotografia, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Società

8. Non deturpare la bellezza

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. L’ottavo è esplicato da Eike Dieter Schmidt, storico dell’arte tedesco, direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Lo si può trovare a questo link.

“Difendere la bellezza: un compito facile e chiaro nel periodo di Kant e Canova, quando l’umanità era convinta dell’unità ideale di Bello e di Bene. A livello teorico, questa armonica convergenza si disintegra poco dopo, già con la «scoperta» ottocentesca – intesa come liberatorio sovvertimento dell’ordine – dei Fiori del Male. A seguire, gli esempi si moltiplicano, e basta additarne un paio: da parte dei nazisti, la stigmatizzazione come «degenerata» di tutta l’arte non devota ai canoni tradizionali; e le celebrazioni grottesche, neroniane degli attentati dell’11 settembre quali spettacoli di suprema bellezza da parte di Karlheinz Stockhausen e Damien Hirst.
Allora ci si deve porre la questione preliminare di quale sia la bellezza da difendere, e come si possa evitarne la deturpazione. Certo è che al giorno d’oggi la teoria estetica e la prassi della critica e storia dell’arte evitano accuratamente di affrontare la categoria del Bello. Tuttavia, questo progressivo spegnimento dei richiami estetici nel campo dell’arte è stato controbilanciato da una fioritura nell’altro campo in cui essi sono tradizionalmente radicati, ovvero la matematica. Specialmente dopo l’applicazione della geometria frattale sviluppata da Benoît Mandelbrot nel 1979 sull’insieme di Gaston Julia, la bellezza matematica, fatto puramente teorico e intellettuale, si è amalgamata con quella estetica, percepibile con i sensi.
A questo possiamo aggrapparci, perché il concetto matematico di Bellezza, già applicato in altri campi del pensiero astratto attraverso la logica, ci fornisce uno strumento potentissimo per capire meglio e agire di conseguenza.
La rivoluzione digitale degli ultimi decenni, un fiume in piena, ci ha travolti tutti portando Turpitudine insieme alla Bellezza 4.0, la volgarità social insieme all’informazione capillare, il falso e il brutale confusi con il vero. È questo il punto: cosa c’è di buono, di utile, o anche di «diversamente bello» in un’edilizia sfrenata e mercantile – pensiamo alle monotone fungaie di brutti grattacieli costruiti davanti a splendide spiagge.
Ma la turpitudine di certi fenomeni consiste anche nel fatto che danneggiano e distruggono sistemi complessi e stringenti, che appiattiscono e abbassano trovate geniali dell’uomo e della Natura; che sono mutili, illogici, falsi. Ecco il dovere morale che nasce dalla falsità del brutto. Con la rivoluzione digitale in pieno corso, il comandamento di non deturpare la bellezza non può limitarsi soltanto alla realtà concreta, on site, ma deve allargarsi anche a quella virtuale, on line.”

Pubblicato in: Etica, opinioni, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Società

7. Non abusare del tuo corpo

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il settimo è esplicato da Sergio Harari, direttore del Dipartimento di Scienze mediche all’ospedale San Giuseppe di Milano. Lo si può trovare a questo link.

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“L’eterna giovinezza non esiste, difficile di questi tempi trovare diavoli seri con i quali stringere patti, ma investire sulla propria salute si può e si deve fare. Senza eccessi: niente ossessioni, la salute è fatta di buon senso e piccole attenzioni. Ne è una prova la dieta mediterranea: bilanciata e varia è forse la migliore al mondo.
Gli estremismi in medicina non pagano, non esistono un cibo perfetto o una dieta magica valida per tutti, ognuno deve trovare il proprio equilibrio, sulla base delle proprie necessità e del proprio profilo di salute (si soffre di sovrappeso, pressione alta, colesterolo elevato, diabete ecc.?). Ascoltare il proprio corpo diventa quindi cruciale, è inutile affidarsi ciecamente a impossibili ricette magiche. Un’alimentazione sana, completa e varia ci eviterà inoltre l’assunzione di superflui e costosi integratori, dei quali molto spesso non vi è alcun bisogno, così come è fondamentale avere un corretto stile di vita, che comprenda attività fisica e movimento.
La chiave di un buon rapporto con il nostro corpo passa però anche e soprattutto da una buona relazione con il nostro medico curante. Solo un dialogo costante può consentire di affrontare con buon senso dubbi, paure anche irrazionali, chiarimenti. Il web infatti rischia troppo spesso di somigliare a un moderno oracolo: può condurre a conclusioni tragiche o eccessivamente rassicuranti, a seconda del sentimento di chi lo interroga. Anche nell’informazione niente può surrogare la relazione con il curante. Prevenire si può: se oggi ci sono genitori che possono permettersi il lusso di non vaccinare i propri figli è perché la stragrande maggioranza degli altri li ha invece vaccinati e anche i loro beneficiano dell’immunità di gregge (quel fenomeno per il quale, quando il tasso di vaccinazioni è molto alto nella popolazione, anche i non vaccinati sono protetti). Vaccinare e lavarsi spesso le mani sono due atti semplici e fondamentali. La salute è certamente un diritto ma è anche un dovere, se tutti lo osserviamo e rispettiamo allora il nostro Servizio sanitario diventerà più sostenibile, per il bene di tutti. Abusare del proprio corpo con vizi e stravizi è un buon modo per buttarci via: droghe, sostanze dopanti, alcol, fumo e stress sono tutti pericolosi nemici da tenere ben lontano e combattere. Investiamo bene oggi perché, se immaginiamo la salute come un capitale che ci viene affidato, nel corso del tempo potrà fruttarci anni di vita in più in benessere. Altro che Dorian Gray.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Società

6. Non maltrattare gli animali

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il sesto è esplicato da Telmo Pievani, professore ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche. Lo si può trovare a questo link.

"... dipendiamo dalla stessa rete di relazioni ecologiche, non abbiamo alcun diritto di devastare ciò che non è nostro e condividiamo lo stesso fragile destino su questo pianeta"
(fonte foto)

“Gli scienziati la chiamano «defaunazione»: un mix letale di attività umane ha già spazzato via circa un terzo di tutta la vita animale sulla Terra. Non è un’ipotesi, è un fatto, irreparabile, causato dalla distruzione degli ecosistemi, dagli inquinamenti, da caccia e pesca indiscriminate. Questo maltrattamento su larga scala è, oltre che ingiusto, autolesionista, perché la biodiversità animale è alla base di servizi ecosistemici fondamentali per la nostra salute e le nostre economie. Siamo una specie decisamente sleale. Organizziamo battute di «caccia sportiva» al leone per il solo gusto di farci fotografare con il felino sotto i piedi. Mutiliamo orrendamente i rinoceronti a causa di stupide e irrazionali superstizioni. Ci portiamo per sfizio animali esotici a casa, facendoli vivere in ambienti a loro estranei, con il rischio di diffondere specie invasive. Guardiamo in tv la pubblicità di scatolette extralusso per gatti, messa in onda subito dopo un appello per salvare i bambini denutriti. Vediamo animali dopati per competizioni e scommesse, sfiancati dal lavoro forzato, usati per testare cosmetici, o rinchiusi a milioni in brutali allevamenti intensivi che soddisfano i nostri mercati al prezzo di un consumo assurdo di risorse. Di fronte a questa trave, litighiamo sulla pagliuzza. Un’infima parte degli animali allevati dall’uomo è utilizzata per la ricerca scientifica, una pratica ancora indispensabile, che ha un altissimo valore morale di per sé per le sue ricadute terapeutiche e che cerca di diventare sempre più etica, non solo vietando qualsiasi maltrattamento in laboratorio, ma garantendo anche tutele crescenti di benessere animale che si ispirino ai principi di sostituzione, raffinamento e riduzione dell’uso di animali nella ricerca e nei test tossicologici. Perché fare tutto ciò? Non perché gli animali sono buoni e noi cattivi, categorie morali che poco si addicono all’evoluzione naturale. E nemmeno perché dovremmo rinunciare ai nostri interessi di specie, compito impossibile. La ragione è più semplice: perché siamo anche noi animali, ominidi per la precisione, dipendiamo dalla stessa rete di relazioni ecologiche, non abbiamo alcun diritto di devastare ciò che non è nostro e condividiamo lo stesso fragile destino su questo pianeta. Non servono ideologie estremiste né lambiccarsi per capire fin dove gli altri animali abbiano coscienza. Noi di sicuro abbiamo la coscienza, e anche la scienza che ci fornisce i dati di cui sopra. Dunque è giusto e razionale smetterla di maltrattare gli animali.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Società

5. Non sprecare le risorse

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale
Immagine tratta dal Corriere

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quinto è esplicato da Antonio Massarutto, docente di Economia pubblica presso l’Università di Udine e direttore di ricerca presso lo Iefe – Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente dell’Università Bocconi di Milano. Lo si può trovare a questo link.

“Evitare gli sprechi, per le generazioni passate, non era un comandamento, ma una necessità. Non discendeva dall’etica, ma dalla penuria. Le cose erano scarse e andavano tenute da conto. Oggi ci siamo affrancati dalla penuria. Di cose, semmai, ne abbiamo troppe, tante da non sapere che farcene. Non per questo lo spreco è diventato virtù. Il problema, semmai, è capire che cosa significhi spreco. Spesso il senso comune ci svia, mettendo in cortocircuito i precetti dei nonni con le necessità di oggi.
«Non una goccia d’acqua scenda al mare senza aver fecondato la terra e mosso una turbina», si diceva un tempo. Sprecare voleva dire non valorizzare. Oggi il guaio è la dissipazione dei valori ecologici dei fiumi, causata dall’uso intensivo. Riciclare i rifiuti, recuperarli, produrne di meno sono gli imperativi dell’economia circolare: ma non per risparmiare materiali (che sovrabbondano). Non si riciclano carta e legno per salvare alberi, ma una foresta ben coltivata assorbe Co2 e mitiga il cambiamento climatico. Né si ricicla il vetro per risparmiare sabbia.
’A munnezza è oro, ma non perché contiene cose preziose, semmai perché gestirla correttamente costa sempre più, specie se teniamo conto delle «esternalità»: inquinamento, consumo di suolo. Riciclare costa, ma costa meno: quindi, non riciclare è uno spreco. Risparmiare energia non serve perché c’è poco petrolio, ma perché bruciare idrocarburi avvelena la Terra e la surriscalda. Chi segue una dieta non lo fa per risparmiare cibo, ma per risparmiarsi l’adipe in eccesso, per essere in forma, per la salute.
L’etica della parsimonia ci serve come una dieta: per non finire come gli ex-umani di Wall-E, obesi di consumi, drogati dalla comodità, fino a dover abbandonare la Terra, ridotta a una discarica. Guai anche a confondere lo spreco con l’ingiustizia distributiva. Il consumo non è un gioco a somma zero, chi spreca non sottrae nulla a chi non ha (semmai, dà opportunità di lavoro in più). Rinunciare a lavarsi non salva nessuno dalla sete.
Le «guerre per l’acqua» sono grandi tragedie della povertà. Sono i tubi, i depuratori, ad essere scarsi: non l’acqua. La gente non ha fame e sete perché mancano cibo e acqua, ma perché è troppo povera per sostenerne il costo. Vero è, tuttavia, che il nostro stile di vita non può essere esteso a 7 miliardi di persone, e non possiamo certo pretendere che siano i popoli recentemente affacciatisi al benessere a farsi da parte. Il pianeta è stretto, e per condividerlo dobbiamo usare le sue risorse in modo più efficiente. Imparando a fare di più con meno.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Religioni, Società

4. Proteggi i bambini e gli anziani

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quarto è esplicato da Francesca Balocco, docente di teologia sistematica a Forlì, appartenente alla Congregazione delle suore Dorotee. Lo si può trovare a questo link.

“Ricordo un proverbio: il vino buono sta nella botte piccola. Un proverbio usato, a volte, non per esaltare il vino ma per giustificare la piccolezza, come se non fosse abbastanza degna di essere vissuta o abbastanza bella per essere guardata e avessimo bisogno di riempirla con qualcosa di molto buono, per superare il disagio che il piccolo porta in sé. Dovrebbe essere naturale custodire il bambino, così come naturale dovrebbe essere la premura nei confronti dell’anziano, fasi della vita che sono la manifestazione di ciò che è piccolo, precario, debole, vulnerabile…, ma forse non è più così naturale se abbiamo bisogno di un «comandamento» per tutelare l’essere umano nel suo affacciarsi alla vita e nel suo congedarsi da essa. L’inizio e la fine della vita sono l’esposizione, senza filtri, dell’estrema debolezza che caratterizza la nostra umanità. Si nasce e si muore nel segno della fragilità del limite, in quegli istanti indisponibili della nostra vita che ne delimitano il corso nel tempo. Ecco perché i bambini così come gli anziani mettono alla prova la nostra com-passione, la nostra capacità di accogliere ed entrare in un mondo che lascia con forza emergere i bisogni. Il piccolo – di qualunque età – chiede e ci interpella ponendoci davanti al dramma di una decisione: rispondere o ignorare la sua voce. I piccoli dicono, a noi e a loro stessi, la loro esistenza attraverso la fame, la sete, il pianto… restando poi in attesa di qualcuno capace di rispondere a questo grido che in alcuni casi tradisce l’aridità degli affetti.
La custodia dell’indisponibile passa anche dalla capacità di cura di ciò che è piccolo in noi nella nostra vita, in ciò che appartiene alla nostra storia, in ciò che ha una prospettiva di crescita o in ciò che a poco a poco stiamo perdendo. Ma la custodia nei confronti di coloro che necessitano di tutela non può essere semplicemente imposta: è necessario riscoprire la possibilità di chinarci sul loro mondo e guardare la realtà dal loro punto di vista, liberandoci dall’inganno che ci porta a credere che il limite non appartenga alla nostra esperienza di pienezza di umanità. L’infanzia negata o la tarda età denigrata esprimono la violenza che si genera dall’incapacità di riconoscere la dignità del limite e della debolezza. Custodire l’indisponibile significa proteggere la vulnerabilità tanto del bambino quanto dell’anziano,  riappropriarci della possibilità di essere traccia luminosa capace di custodire affettuosamente ed efficacemente la fragilità degli estremi della vita umana.” 

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Società

3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il terzo è esplicato da Giuseppe Remuzzi, nefrologo e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Lo si può trovare a questo link.

Fonte dell’immagine

“«Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento. […]
e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.»

e ancora 

«Perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura?»

si chiede il pastore errante in una delle poesie più belle. Cosa rispondere a lui e a Giacomo Leopardi? Con un comandamento, questo: «Dedicare una attenzione speciale ai primi momenti della vita dell’uomo ma anche agli ultimi».
Perché siamo quello che siamo? Perché siamo ansiosi? O depressi qualche volta? Perché qualcuno di noi è in sovrappeso o alla pressione alta o si ammala di cuore? Dipende – almeno un po’ – da quello che è successo nell’utero che condiziona anche la nostra vita da adulti. Ciò che nostra madre mangiamo in gravidanza, quantità e qualità dei nutrienti (molte mamme dei Paesi poveri per esempio non hanno abbastanza cibo e il feto ne soffre) poi inquinanti, farmaci, infezioni, tutto questo compromette lo sviluppo del feto ma anche il nostro benessere da adulti. E non basta. Stress, tensione, stato mentale della madre – e naturalmente fumo e alcol – riguardano anche la nostra vita da adulti. Persino lo sviluppo del cervello – e quindi intelligenza, temperamento ed emozioni – dipende dall’esperienza dell’utero che coinvolge anche molte delle funzioni dei nostri organi, fegato, pancreas e soprattutto rene. Bambini che nascono sottopeso hanno reni più piccoli e meno glomeruli – le unità funzionali del rene – e da grandi avranno pressione alta, malattie del cuore e diabete.
Ma dedicare un’attenzione speciale ai primi mesi – dentro e fuori dall’utero – non basta, ci vuole un grande riguardo anche per gli ultimi momenti di vita dell’uomo, quelli a cui nessuno di noi di solito pensa mai. Ci si vorrebbe arrivare con un po’ di autonomia, con i minori disagi possibili, con qualcuno che ti spieghi cosa succederà e perché. Non è così quasi mai e allora i giorni o i mesi che precedono la morte saranno un calvario che spesso vanifica tutto quello di buono che c’è stato prima. Le cure intensive degli ultimi giorni, le macchine che respirano per te, il foro nello stomaco per alimentarti e tanto d’altro, ti privano di tutto (inclusi relazioni e affetti che hai passato una vita a costruire) senza che nessuno ti chiede nemmeno se lo vuoi davvero. 
Dall’oggi al domani non decidi più niente, nemmeno delle tue cose più intime, sei vulnerabile come non lo sei mai stato prima. Alla fine muori lo stesso, ma muori disperato.”