Gemma n° 2981

“Se mi avessero chiesto cosa avrei portato come gemma, avrei risposto con un film o con una serie.
Ma nell’ultima settimana ho pensato molto a cosa portare e mi è venuta un’idea: parlare di una persona davvero importante per me cioè la mia migliore amica. Si chiama S., un nome che hanno molte persone ma la differenza è che nessuno è come lei. Ci siamo conosciute in prima media, inizialmente neanche ci parlavamo, poichè lei mi riteneva “antipatica” per le persone che frequentavo e io non l’avevo neanche notata. Col tempo, grazie a delle amicizie in comune ci siamo iniziate a parlare e siamo diventate sempre più amiche. Se ho detto che è molto importante per me è perchè c’è stata in molti periodi della mia vita; se avevo bisogno di qualcuno, lei c’era sempre per me, mi ha visto cambiare molto. Quando le chiedo qualcosa in prestito, non ci pensa neanche due volte a prestarmelo, magari sembrano piccole cose ma per me sono grandissimi atti di gentilezza. Anche se a volte lei si sente inadeguata, per me è sempre la più brava e la più bella. Spero che lei sappia quanto valgono tutti i momenti passati insieme e se oggi sono quella che sono è anche grazie a lei. Per questo, se mi chiedessero di nuovo quale sia la mia gemma, non avrei dubbi: sceglierei sempre la nostra amicizia”.

Gemma n° 2980

“Io volevo portare il mio artista preferito, Eminem, perché è come una roccia per me e con la sua musica mi ha aiutata nei miei momenti più bui. Quando ascolto le sue canzoni mi sento bene, a mio agio. Per me Eminem non è solo un rapper, per me è come un padre, un migliore amico e un fratello. Mi ha salvato da molte situazioni sgradevoli e mi tira sempre su il morale” (S. classe prima).

Gemma n° 2979

Immagine creata con @ChatGPT

“Come gemma ho deciso di portare la mia famiglia. Ho due fratelli e una sorella e sono la più piccola: mi ritengo molto fortunata perché ho una famiglia che mi vuole bene. Uno dei miei sogni è rendendere i miei genitori fieri di me per rigranziarli per tutti i sacrifici che hanno fatto per me” (M. classe prima).

Gemma n° 2978

“Kobe Bryant è un grande esempio per me perchè, anche essendo solo un giocatore di basket, mi ha insegnato a credere in quello che si vuol fare anche se sembra impossibile da raggiungere.
Inoltre ho imparato che credere in se stessi è molto importante anche se si pensa di non potercela fare perchè aumenta la fiducia e aiuta a migliorare.
Lui purtroppo è morto un po’ di anni fa in un incidente aereo, però la sua storia mi ha lasciato molti insegnamenti importanti” (G. classe prima).

Gemma n° 2977

“La mia gemma è Leon, il mio cane, che fin da piccola mi ha accompagnato e a cui ero molto legata.
Ogni volta che i miei genitori litigavano, o avevo bisogno di conforto, mi chiudevo in camera e giocavo spensierata con lui coccolandolo. Era come il mio rifugio e un fratello non di sangue. Nonostante sia stato sfortunatamente ucciso, è stato un animale con un grande cuore e un’enorme pazienza. Rimarrà sempre nel mio cuore e sarà per sempre il mio primo migliore amico” (M. classe prima).

Gemma n° 2976

“Ho portato la canzone Amelie perché mi sento rappresentato da lei, sia dal significato che dalle parole dell’artista, che è uno dei miei preferiti, e ho deciso di riportare qui un’intervista di Kid Yugi (il cantante), dove spiega il significato della sua canzone e la storia che c’è dietro Il significato.
Chi è Amelie? “Amelie nasce da questo flirt che ho avuto con questa ragazza e dal fatto che, questa ragazza se n’è dovuta andare la mattina dopo che noi ci siamo aperti. Questa ragazza è dovuta partire, tornare a Parigi e io la pensavo spesso, l’ho pensata spesso nelle ore successive, nei giorni successivi.  Chissà quante storie bellissime esistono così, nella vita di tutti, cioè quante volte ognuno di noi conosce una persona che finisce poi per idealizzare per tutta la vita o almeno per un lungo periodo”. Kid Yugi prosegue poi spiegando perché la fine immediata di un rapporto possa essere un “dono” per l’immaginazione, proteggendo il ricordo dalla realtà: “Grazie a Dio esistono queste storie, perché non vengono sporcate, contaminate dalla realtà, che alla fine è quello che rende tutto umano e che rende tutto insipido. Magari ti innamori di una ragazza, che per un motivo o per un altro, non vedi mai più perché si trasferisce in un altro paese e tu, continui a pensare a questa ragazza perché non te ne sei fatto in poco tempo un’idea precisa, ne hai appena abbozzato i contorni nella tua mente e quindi sei tu a riempirla, con te stesso, con i tuoi sogni, con le tue inclinazioni, con i tuoi desideri”.
(C. classe quarta).

Gemma n° 2975

“Quest’anno come gemma ho scelto di portare mia madre. Questo per me è strano perché mia mamma non è la mamma con cui mi confido quando ho un problema, non è quella con cui parlo delle cose che mi succedono tutti i giorni, non è quella che mi accompagna a fare shopping, mia madre è più quella con cui troppo spesso non riesco a parlare, quella con cui litigo troppo spesso, con cui alzo la voce, che mi dà consigli che non voglio seguire.
Nonostante tutto questo però non la vorrei diversa anzi, penso che sia quella perfetta per me, quella che mette alla prova tutti i miei difetti e mi aiuta a crescere tutti i giorni, e sono grata a lei per tutte le cose che fa perché, nonostante non mi piacciano, attraverso di esse mi dimostra quanto mi vuole bene. Insomma, lei non è la mamma dei sogni ma è quella di cui ho bisogno” (B. classe quarta).

Gemma n° 2974

“Come gemma ho deciso di portare l’equitazione, lo sport che ho praticato fino a qualche mese fa.
Era una delle poche cose che mi rendevano felice e spensierata.
Anche se purtroppo ho dovuto lasciare questo sport sarà sempre parte della mia infanzia e della mia felicità” (N. classe prima).

Gemma n° 2973

“Come gemma per questo quarto anno ho scelto G. Se guardo indietro, vedo i volti di tutti gli amici che non mi hanno mai fatto mancare il loro supporto nei momenti no, ma G. è il primo a cui penso: la sua presenza è stata, ed è tuttora, il mio aiuto più grande.
Non so come o quando sia successo, ma un po’ alla volta mi sto rendendo conto di aver trovato una persona meravigliosa.
Il mio modo di voler bene non conosce vie di mezzo: o amo con tutta me stessa o non mi interessa affatto. Con G. è stato così; sono stata travolta dal suo lato dinamico, dalla sua capacità di trovare la parte divertente in ogni situazione e da quella sua imprevedibilità che non smette mai di sorprendermi.
Questa sua vitalità contagiosa mi ha aiutato infatti a ritrovare quella parte di me che credevo ormai persa, quella parte che si stava affievolendo ogni giorno di più, rendendo le giornate sempre tutte uguali e noiose.
Grazie a lui sto riscoprendo piano piano la gioia e la bellezza delle cose di ogni giorno, imparando a guardare il bicchiere mezzo pieno invece di quello vuoto.
G. non è solo qualcuno che mi fa stare bene, ma una persona che ammiro per la leggerezza, la vivacità e la sicurezza con cui affronta la vita.
Sicuramente lui non se ne rende conto, ma soprattutto in questo periodo è stata la cosa più bella che mi potesse capitare”.
(I. classe quarta).

Gemma n° 2972

“Pratico danza da quando avevo tre anni. Ho iniziato principalmente perché era un desiderio di mia madre, dato che anche lei aveva praticato danza per tantissimo tempo, così un giorno decise di iscrivermi e da lì è partito tutto. Mi sono appassionata subito, volevo sempre andare a lezione e soprattutto divertirmi, stando con le mie amiche e imparando passi e movimenti nuovi. Solo che con l’andare del tempo le cose si stavano complicando e non sentivo la danza fare parte di me, per varie motivazioni, specialmente dall’anno scorso. Perciò con molta fatica ho deciso di mollarla e continuare con un altro sport. Lasciare la danza è stata una delle scelte più difficili perché ha fatto parte di me per 11 anni e a volte tuttora ripenso al fatto che sarei potuta andare avanti, ma forse è stato meglio così.
Ho deciso di portare la danza perché è stata una delle fasi più belle della mia vita che ricorderò per sempre” (E. classe prima).

Gemma n° 2971

“Come gemma quest’anno ho scelto di portare la serie Una mamma per amica.
Sono molto legata a questa serie perché è la mia preferita e ogni volta che la guardo mi mette di buon umore.
Un altro motivo per cui sono molto legata a questa serie è che era anche la serie preferita di mia mamma quando era giovane e in qualche modo questo mi fa sentire più vicina a lei, infatti ogni volta che la troviamo in tv la guardiamo insieme.
La serie parla di una mamma e sua figlia e del loro rapporto, come fossero migliori amiche ed è anche per quello che mi unisce molto a mia mamma, perché lei è sempre stata la mia prima e, in un certo senso, unica migliore amica ed è sempre stata la prima persona a cui io potessi chiedere consigli o aiuto ogni volta che ne avessi bisogno” (N. classe quinta).

Il volto dell’altro mi interpella: la rivoluzione di Emmanuel Levinas

Riceviamo un messaggio. Una chiamata che non vorremmo mai ricevere. All’improvviso, il mondo si ferma. Restiamo lì, senza parole, con quel vuoto nello stomaco che non avevamo previsto. È quello schiaffo gelato della realtà che fa irruzione nella nostra giornata senza chiedere il permesso.
Di solito, siamo abituati a pensare alla morte come a un “problema” da gestire. Un lutto da superare, una paura da razionalizzare, un evento per cui, in qualche modo, dobbiamo farci trovare pronti. Ma c’è qualcuno che ha completamente capovolto questo approccio. Il filosofo Emmanuel Levinas ha ribaltato secoli di pensiero suggerendo una verità scomoda quanto potente: la morte non riguarda il nostro “Io”, ma è il momento in cui scopriamo che senza gli altri non siamo nulla.

La morte non è un esame: Il potere della passività
Viviamo nell’era della performance totale. Se vogliamo i muscoli, andiamo in palestra. Se vogliamo il voto, ci chiudiamo in camera a studiare. Siamo drogati di controllo: pensiamo che con l’impegno e il “mindset” giusto si possa hackerare ogni sfida. Ma la morte rompe il gioco.
Levinas è categorico: la morte è l’unica cosa per cui non esiste un tutorial su YouTube o un allenamento intensivo. Non è una partita che possiamo vincere e non è un esame per cui possiamo fare notte fonda sui libri. Semplicemente perché, quando la morte arriva, noi non ci siamo più per “viverla”. Di fronte ad essa, la nostra condizione è di passività assoluta. Siamo totalmente indifesi.
Questa idea di essere “indifesi”, che per la cultura dei “vincenti” suona come una condanna, per Levinas è una liberazione radicale. Se non possiamo prepararci, significa che finalmente ci è concesso di essere imperfetti. Ci toglie di dosso l’ansia di dover essere sempre all’altezza. La morte ci restituisce la nostra verità più profonda: siamo fragili. E va bene così.

Oltre l’eroe solitario: Perché Heidegger aveva torto
Prima di Levinas, il filosofo Martin Heidegger aveva costruito una teoria affascinante: la morte è come un timer. Se sappiamo di avere solo un’ora per finire un compito, ci concentriamo, eliminiamo le distrazioni e diamo il massimo. Per Heidegger, pensare alla propria fine ci rende “autentici”.
Levinas, però, sente puzza di bruciato. Secondo lui, questa visione trasforma la morte in uno strumento per migliorare noi stessi, rendendoci degli “atleti del proprio Io”. Se usiamo la prospettiva della morte solo per dare un senso alla nostra vita, stiamo ancora pensando solo a noi stessi. Gli altri, in questa visione, diventano solo distrazioni che ci allontanano dal nostro compito individuale.
Per Levinas, invece, la crisi — quella vera — ci insegna che non siamo eroi solitari. Quando stiamo male davvero, non cerchiamo la nostra “autenticità”, cerchiamo una mano da stringere. Cercare aiuto non è debolezza: è la prova che esistiamo solo in relazione a qualcuno.

ArchetipoMorte per Me (Heidegger)Morte per l’Altro (Levinas)
Il ProtagonistaL’Atleta del proprio IoIl Custode dell’Altro
L’Immagine ChiaveIl timer che scorreLa mano tesa nel buio
L’ObiettivoAutenticità personaleResponsabilità e cura
Il Senso è…Una sfida individualeUna questione di legami

Il segreto è nel “Volto”: La chiamata all’azione più profonda
Se la morte non è uno specchio per guardare noi stessi, a cosa serve? Serve a sintonizzarci su una frequenza diversa: quella del “Volto dell’Altro”.
Attenzione: per Levinas il “Volto” non sono gli occhi azzurri o la forma del naso. È la vulnerabilità pura che emana da un’altra persona. Pensiamo a un compagno di classe seduto da solo in corridoio, con lo sguardo fisso nel vuoto o le lacrime agli occhi. In quel momento, il suo volto ci lancia un segnale che non ha bisogno di parole. È un appello che precede i nostri desideri, i nostri piani, persino le leggi dello Stato. “Non abbandonarmi. Non farmi del male.”
Questo grido silenzioso è la base della morale. Non abbiamo bisogno di un contratto per sapere che dobbiamo fermarci. Quando vediamo la fragilità di un altro, sentiamo una spinta interna che ci dice che la nostra vita è legata a doppio filo alla sua.

La responsabilità non è un contratto: la regola della non-reciprocità
Qui arriviamo al punto più difficile da digerire per noi, figli della “Generazione Like”. Viviamo in un mondo basato sullo scambio: “Ti seguo se mi segui”, “Ti aiuto se poi mi passi i compiti”. È la logica del do ut des.
Levinas spacca questo meccanismo con il concetto di responsabilità asimmetrica. Per lui, la responsabilità verso l’altro non aspetta il contraccambio. Non c’è una ricevuta, non c’è il “cash back”. Siamo responsabili dell’altro anche se lui non ci ringrazia, anche se non ci ricambia il favore, anche se non farà mai lo stesso per noi. È un superpotere etico: la capacità di prendersi cura di qualcuno senza aspettarsi nulla, semplicemente perché quel “Volto” ce lo ha chiesto con la sua sola esistenza.

Conclusione: un nuovo modo di guardare chi ci sta accanto
Il messaggio di Levinas è una rivoluzione dello sguardo. La morte non è lo specchio in cui ammirare quanto siamo stati bravi ad affrontare il destino, ma una finestra spalancata sulla fragilità di chi ci circonda.
Siamo creature che non bastano a se stesse, e questa è la nostra bellezza. Come cambierebbe la nostra giornata se, in ogni persona che incontriamo — dal professore che sembra avere tutto sotto controllo al compagno di banco più silenzioso — vedessimo quel volto che ci supplica di non essere lasciato solo?
La prossima volta che sentiamo quel vuoto di fronte alla sofferenza di qualcuno, non scappiamo. Quel silenzio non è assenza di parole: è l’inizio della nostra responsabilità. Siamo tutti fragili, e proprio per questo, siamo tutti infinitamente preziosi.

Gemma n° 2970

“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare una tra le mie persone preferite: mia sorella. Io e lei abbiamo solamente due anni di differenza ed è come se per me ci fosse sempre stata.  Non ho mai notato più di tanto questa differenza d’età, anche perché lei è sempre stata molto matura ma allo stesso spensierata e solare ed è proprio per questo motivo che mi trovo molto bene quando sono con lei, e, soprattutto, non ho ricordi di una vita senza di lei.
Siamo cresciute insieme tra una litigata e l’altra, mi ha fatto comprendere cosa significa volere veramente bene a qualcuno e trovare la felicità nelle cose più semplici, come quando da piccole amavamo giocare alla “bicicletta” stese sul divano oppure quando cercavamo di replicare scene dei nostri film e cartoni animati preferiti sopra le sedie. Erano momenti nostri, semplici ma allo stesso tempo veri, e sono tra i ricordi più belli della mia infanzia.
C. non è solo una sorella ma un pezzo del mio cuore che cammina accanto a me ogni giorno e probabilmente anzi, certamente, l’unica che mai mi tradirà. Mi ha sempre sostenuto nei momenti belli ma soprattutto in quelli brutti e so, da sempre, che posso e potrò contare su di lei per la vita.
É lei stessa che crescendo, ha fatto crescere un po’ anche me, che le sono stata sempre  accanto.
Con lei ho imparato cosa significa l’espressione  ‘amore fraterno’, che seppur complicata, C. l’ha resa la più bella che io abbia mai sentito.
E forse è proprio da lì che viene tutto quello che siamo oggi, un legame indissolubile e infinito che ci terrà unite per sempre”.
(S. classe terza).

Gemma n° 2969

“Quest’anno ho riflettuto a lungo su quale gemma portare: ero molto indecisa, ma alla fine ho scelto una canzone… anzi, LA canzone. Come mai degli 883 è diventata la colonna sonora dell’amicizia tra me e A., la mia amica più stretta. Sinceramente non so quando, come e neanche perché abbia assunto un significato così importante per noi, ma ogni volta che la ascoltiamo pensiamo subito l’una all’altra. Nei momenti difficili, mi capita di ritrovarla tra le canzoni senza nemmeno cercarla, come se volesse ricordarmi che ho sempre qualcuno pronto ad ascoltarmi: e quella persona è A.
La nostra amicizia è nata esattamente tre anni fa, a marzo, durante la gita di terza media. Devo ammettere che all’inizio non mi convinceva: eravamo completamente diverse. Lei molto tranquilla, io decisamente più casinista. Con il tempo, però, abbiamo iniziato a conoscerci meglio e ci siamo accorte di avere molte più cose in comune di quanto immaginassimo.
Siamo cresciute insieme, abbiamo condiviso momenti bellissimi e ci siamo sempre sostenute a vicenda. A. è l’unica persona con cui riesco a essere me stessa al cento per cento; l’unica con cui posso piangere senza sentirmi in difetto o un peso. È la prima a sapere cosa mi passa per la testa. Ogni volta che perdo la calma o sto per fare qualcosa di impulsivo, lei riesce a farmi fermare e riflettere.
Non siamo il tipo di amiche che si abbracciano continuamente: credo che l’ultima volta sia stata un anno fa, al suo compleanno. Ma questo non significa che non le voglia un bene immenso. Certo, a volte mi verrebbe anche da prenderla per i capelli… ma penso che sia normale in ogni amicizia autentica.
Sarò sempre infinitamente grata per il legame che abbiamo costruito e per tutto quello che abbiamo vissuto insieme. So che, qualunque cosa succeda, ci sarà sempre una canzone pronta a ricordarci chi siamo l’una per l’altra, perché in fondo le canzoni custodiscono sempre i ricordi e i momenti più belli”.
(G. classe terza).

Gemma n° 2968

“Come gemma ho scelto di portare due braccialetti per me molto importanti. Mi sono stati regalati 4 anni fa e da quel giorno per ogni ricorrenza compro un nuovo ciondolo. Il valore per me non è quello dell’oggetto, ma dei ricordi che ho e che sono legati a ogni ciondolo e alla storia che c’è dietro” (S. classe seconda).

Gemma n° 2967

“Parigi per me non è stata solo una città, è stata un’emozione continua. Doveva essere il regalo dei miei 18 anni da parte del mio fidanzato, ma alla fine è diventato il regalo più bello anche per me, qualcosa di nostro che porteremo sempre dentro.
Siamo partiti senza sapere davvero cosa aspettarci, ma con una voglia incredibile di vivere tutto. In quei 4/5 giorni abbiamo fatto più di 35 mila passi al giorno, sempre in movimento, sempre con gli occhi pieni di meraviglia. Eppure non ci pesava mai: eravamo sempre in giro, con la voglia di vedere tutto, di non perdere neanche un attimo. E la cosa più bella non erano nemmeno i posti, ma come ci sentivamo mentre li scoprivamo insieme.
Di giorno inseguivamo ogni cosa da vedere, senza volerci perdere nulla. Ci siamo anche persi tra le strade, improvvisando, ridendo per niente, lasciandoci guidare dal momento. E proprio quella spontaneità ha reso tutto ancora più speciale.
Ricordo una sera, eravamo stanchi morti e ci siamo seduti vicino alla Senna, con le luci della Torre Eiffel che si riflettevano sull’acqua. Non stavamo facendo nulla di particolare, ma ridevamo senza motivo. Era uno di quei momenti in cui non serve dire niente, perché senti che è tutto perfetto così.
Parigi ci ha regalato emozioni vere: la spensieratezza, la complicità, la sensazione di essere esattamente nel posto giusto al momento giusto. Ogni giorno era diverso, ma tutti avevano qualcosa di speciale.
È stato il viaggio più bello che io abbia mai fatto, perché non è stato solo visitare una città, ma viverla insieme. E tornando a casa mi sono sentita diversa, più leggera, con la consapevolezza che certi momenti non passano mai davvero. Rimangono lì, dentro di te, come Parigi”.
(N. classe quarta).

Gemma n° 2966

“Per la gemma di quest’anno dovrei ringraziare l’appendicite, visto che mi ha dato tempo per pensare a che argomento portare. Questa volta non ho portato niente di concreto, bensì delle riflessioni sulla mia vita in generale.
È da diversi anni che continuo ad avere la sensazione di non essere abbastanza e di essere in competizione con tutte le persone che mi circondano. Vedevo gente brava in molti ambiti e mi sembrava sempre di essere un passo indietro. A causa di ciò ho iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e di ciò che mi circondava, portandomi a pensare sempre di più al fatto di avere poco tempo e possibilità per superare le altre persone e vivere la vita che volevo vivere.
Guardando sempre al futuro mi chiedevo se esisteva davvero la bella vita e se l’avrei mai raggiunta. Col passare del tempo ho capito che non esiste, ci sarà sempre la guerra, ci sarà sempre la paura e ci saranno sempre le perdite di persone care. Ciò non significa però che la vita non abbia un senso e che non si possa riempire di momenti felici per colmare quelli tristi.
A essere sincero, quando mi hanno ricoverato in ospedale, la mia unica preoccupazione era quella del cibo, visto che sarei stato a digiuno e io sono un grande amante del cibo, ma una volta raggiunta la sala operatoria qualche giorno dopo ho iniziato ad avere un po’ di paura. Sapevo che era un’operazione semplice, ma non si è mai sicuri al 100% che le cose vadano bene. È stato penso a quel punto che ho davvero realizzato quanto sia inutile pensare al futuro. Non saprò mai quando chiuderò definitivamente gli occhi fino a quando non accadrà, perciò il presente esiste, per essere vissuto e per diventare passato.
Piano piano sto cercando di abituarmi a questa idea di pensiero e di abbandonare quella di prima, che penso sia comunque più difficile che riprendermi dall’operazione”.
(L. classe quarta).

Gemma n° 2965

“La gemma che ho scelto per quest’ultimo anno è il progetto teatrale scolastico che mi ha accompagnato per questi ultimi tre anni. Questa foto ritrae le prove tecniche che ogni anno siamo obbligati a fare; un lungo processo che richiede diverse ore il che può far pensare ad una lunga e penosa attesa, al contrario l’attesa è la parte più divertente: si provano i costumi, si sistemano le luci e si aggiustano le parti di audio. Questo permette di vivere lo spettacolo in ogni sua parte. Inoltre si ha la possibilità di scambiare due chiacchiere e conoscersi meglio come gruppo permettendo così di stringere un forte legame tra tutti. Con una buona intesa anche lo spettacolo diventa un vero e proprio divertimento non solo per il pubblico ma anche per gli attori stessi.
Questa esperienza rimarrà parte di me per sempre; mi ha lasciato un bagaglio infinito di conoscenze e un album di stupendi ricordi”.
(S. classe quinta).

Gemma n° 2964

“Spesso ho pensato a quando avrei portato in classe la mia ultima gemma, a cosa avrei scritto per chiudere in bellezza i cinque anni passati in questo liceo. Non avrei mai creduto però che la mia ultima gemma l’avrei scritta solo in seconda. Mi piace convivere con l’idea che la vita sia proprio ciò che ci succede quando meno ce l’aspettiamo, ogni imprevisto bello e brutto, ogni scelta fatta con coraggio e con paura.
Da poco mi è stata data la possibilità di inseguire la mia più grande passione, la danza, studiando in una scuola di avviamento professionale. A settembre prenderò quella strada, contenta di poter lavorare sul mio sogno, ma mi porterà a cambiare città e scuola, compagni di danza e di scuola. Dietro la felicità c’è sempre un lato triste. Lasciare casa, lasciare la scuola di danza che mi ha cresciuta per 13 anni e mai vorrei separarmi dalla famiglia che siamo. Ma la cosa più difficile è cambiare liceo e lasciare i miei compagni di classe che hanno reso questi due anni leggeri nonostante il peso dello studio. Con loro sono sempre stata me stessa, nel bene e nel male della mia personalità, fin dal primo giorno. Mi hanno fatta ridere e in soli due anni mi hanno regalato bellissimi momenti. Vorrei sapessero quanta importanza ognuno di loro ha avuto per me e soprattutto continuerà ad avere. Per me sarete sempre un bel ricordo” (M. classe seconda).

Gemma n° 2963

“Come gemma ho deciso di portare la fede di matrimonio della mia bisnonna, persona alla quale ero tanto legata. È morta pochi anni fa e prima di morire ha chiesto a mia nonna di lasciare a me la sua fede come ricordo per far sì che lei fosse sempre con me anche se non fisicamente, come suo ricordo. Ha aspettato che crescessi abbastanza per darmela e adesso la porto sempre con me” (V. classe seconda).