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Gemma di speranza

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Da due anni non pubblico più le gemme che studentesse e studenti portano in classe. Purtroppo non ho il tempo materiale per poterlo fare. Stamattina c’è stata la prima gemma di quest’anno, in una classe terza. Si è trattato di un testo che era stato portato anche tre anni fa da una ragazza di quinta. Erano le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie nell’attentato parigino del Bataclan e che si ritrovò da solo a crescere un bimbo di 17 mesi. Le riporto:

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Mi ha profondamente colpito che in un periodo storico in cui mondo reale e virtuale fanno fatica a contenere toni sopra le righe, a limitare linguaggi di odio, a controllare reazioni provocatorie che arrivano soprattutto dal mondo adulto, una sedicenne abbia voluto regalare ai compagni una gemma che parlasse di rifiuto dell’odio. Sono risuonate in me le parole di Etty Hillesum: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”.

Grazie B.

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Il presente contro l’illusione di essere eterni

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Spagna, guerra civile. Pablo è stato imprigionato e sa di essere condannato a morte; sa che anche lui verrà portato al muro davanti al plotone d’esecuzione; sa che è inevitabile. Si rende conto che la morte è inevitabile per qualsiasi uomo, che essa è l’approdo comune a tutti. La vicinanza di questa inesorabilità lo mette a confronto con l’esperienza che ha fatto fino quel momento: vivere come se fosse eterno, come se non ci fosse una fine. Ciò lo getta nella disperazione: “Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni”. È il protagonista del racconto Il muro di Jean-Paul Sartre.
Differente è l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono. Sentirmi fragile e vulnerabile mi porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma anche le ore, i minuti e i secondi. Un po’ come questa storiellina di origini orientali:
“C’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. L’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
Giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
Tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. Tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. D’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
L’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. Mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: Com’era dolce!”
Collocati tra i fantasmi del passato (la prima tigre) e i timori sul futuro (la tigre in fondo al burrone), talvolta corriamo il rischio di farci paralizzare dallo scorrere del tempo (i due topi, il giorno e la notte) e restiamo aggrappati alle nostre esistenze (la vite) senza cogliere l’importanza del tempo presente (la fragola).

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Nuovo anno, nuovi sentieri, nuovi orizzonti

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Stanno per riaprire le porte delle aule della scuola. Al lavoro siamo già da un po’, ma si sa che il clou sarà al suono della prima campanella, quando entrerete alla ricerca della dislocazione dell’aula per correre ad accaparrarvi il banco giusto. Le prime ore sono sempre un misto di nostalgia per i giorni di libertà totale dell’estate e di angoscia perché Natale è veramente molto lontano. Avrete nel cuore i ricordi di quello che avete vissuto, sulla pelle il colore bruno lasciato dal sole, negli occhi la sorpresa di qualche nuovo arrivato, nella bocca parole di gioia del ritrovarsi, nelle orecchie vociare di racconti, nella mente pensieri di prossimi impegni, nelle gambe chilometri di strade percorse. E non sarà che l’inizio. Ogni nuovo anno porta con sé il sorprendente e l’inatteso, non vi è mai nulla di scontato per quanto la routine tenda a fagocitarci tutti. Percorreremo dei sentieri nuovi anche in questi mesi, vedremo dove ci porteranno… sapendo anche che a contare non sarà per forza solo la meta ma anche il viaggio, i paesaggi attraversati, le valli solcate. Ogni giorno avrà il suo orizzonte davanti al quale ci metteremo a sera nella speranza che sia un panorama da ammirare. Male che andasse, ci risveglieremo l’indomani mattina con una nuova tela e una nuova tavolozza per provare a ridipingere le nostre vite.
Un caloroso benvenuto ai primini, un caloroso bentornato a secondini, terzini e quartini, un incoraggiamento particolare ai quintini e un nostalgico arrivederci ai maturi 2017-18!

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Ditemi che non avete dormito!

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Ditemi che non avete dormito! Mi rivolgo ai genitori delle ragazze e dei ragazzi che ieri sera sono saliti sul palco del Palamostre di Udine per la rappresentazione “Lo stato d’assedio” di Albert Camus. Sono tornato a casa con la gioia pura nel cuore. È vero, sono di parte perché molti di loro li conosco. Ho dormito poco e niente: ero travolto dall’emozione, dal fatto di vederli muovere sul palco, di guardarli trepidare, fremere, concentrarsi, esultare. Hanno imparato parti non da poco su di un testo di spessore altissimo, hanno lavorato tanto e si sono autogestiti. Li vedevo fermarsi a scuola per pranzare insieme e poi iniziare le prove guidati da Alessandra, Elisabetta e Valentina, tre studentesse dell’ultimo anno.
Stanotte, mentre ero a letto con gli occhi velati di emozionate lacrime e con cuore e cervello galoppanti, mi è venuto spontaneo pensare ai loro genitori: quanto orgoglio, quanta trepidazione, quanto trasporto dovete aver provato in quell’ora abbondante di intenso spettacolo? Se in noi insegnanti presenti c’era quel gran subbuglio, cosa mai poteva esserci in voi? Ditemi che avete condiviso la mia felice insonnia!

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Donne per

Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone pubblico un articolo a due mani comparso su Avvenire e che racconta la storia di due donne e del loro impegno contro la mafia. Questa l’introduzione: “Ventisei anni dopo i fatti di Capaci, il testimone delle battaglie di legalità è sempre di più nelle mani di persone che hanno saputo affrontare con responsabilità e coraggio la lotta alla criminalità. Due storie simbolo dell’impegno femminile per la giustizia, nate proprio nella stagione delle stragi compiute da Cosa nostra”.

Il primo ritratto è a firma di Alessandra Turrisi.
Il magistrato di Caltanissetta
In trincea dopo le stragi. La prima in Sicilia a capo di una Procura generale.
La scelta di lavorare a Palermo pochi anni dopo le stragi del ’92, le inchieste sul racket delle estorsioni, la cattura dei latitanti, la collaborazione di boss come Antonino Giuffrè e Gaspare Spatuzza, la ricerca delle verità su Capaci e Via D’Amelio. Vent’anni nella trincea della lotta a Cosa nostra sono il curriculum di Lia Sava, nuovo procuratore generale di Caltanissetta, la sede giudiziaria che sta provando a scoprire le vere responsabilità per saval’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, dopo avere provato il colossale depistaggio che finora ha negato al Paese di conoscere la verità, ma che sta togliendo il velo anche sulle presunte trame di corruzione nell’imprenditoria siciliana.
La prima donna in Sicilia al vertice di una procura generale ha 55 anni, due figli adolescenti, è pugliese ed è in magistratura dal 1992. Comincia come giudice civile a Roma. Proprio quell’anno, il 27 giugno, a Giovinazzo in Puglia, fa un incontro che le cambia la vita. Lo racconta lei stessa agli studenti dell’ente professionale Euroform: «Sono una persona molto ansiosa e quel giorno devo partecipare a un convegno per magistrati dove doveva parlare Paolo Borsellino. Giovanni Falcone è stato ucciso da poco più di un mese, desidero conoscere questo magistrato così importante. L’incontro è alle 15, io arrivo prima, non c’è ancora nessuno nella sala, ma Borsellino è già lì. Ha uno sguardo che non avrei più dimenticato. Quando, dopo il convegno, tutti gli andiamo vicini per salutarlo e ringraziarlo, lui ci dice: “Non statemi vicino, perché mi ammazzeranno”».
A larghissima maggioranza il plenum del Csm ha assegnato a Lia Sava il posto lasciato da Sergio Lari, andato in pensione a gennaio. Lia Sava si insedierà intorno al 20 giugno e lascerà il posto di procuratore aggiunto a Caltanissetta, dove lavora dal 2013. La sua lunga carriera l’ha portata come sostituto procuratore a Brindisi, poi nel 1998 a Palermo, nella Direzione distrettuale antimafia guidata da Giancarlo Caselli. Sono gli anni dopo le stragi del ’92, il suo primo caso è il suicidio del giudice Luigi Lombardini. È in trincea. Il 16 aprile 2002 viene arrestato il boss di Caccamo, Antonino Giuffrè, braccio destro dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Due mesi dopo, questi decide di collaborare con la giustizia, riempie pagine e pagine di verbali, contribuisce a disegnare un identikit aggiornato del potente padrino corleonese, racconta il modo arcaico e sicuro di comunicare di Binnu, attraverso i “pizzini”.
Lia Sava è tra i sostituti procuratori che devono raccogliere queste dichiarazioni, ha un bambino di pochi mesi e un carico di lavoro enorme da portare avanti. Non ha mai fatto mistero della fatica di conciliare la vita familiare con una professione fagocitante, fatta di lunghe assenze, di scorta, di rischi da correre ogni giorno. Da pm di Caltanissetta si trova a raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso 25 anni fa. L’uomo della cosca di Brancaccio parla coi magistrati di Palermo e Caltanissetta. Si autoaccusa del furto della “126” utilizzata per l’attentato del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e di avere ricevuto l’incarico dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Le sue parole trovano riscontri nel lavoro di indagine condotto da Sergio Lari e Stefano Luciani, un terremoto per i tre processi già conclusi in Cassazione, tutti fondati sulle dichiarazioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino. Vengono annullati gli ergastoli di nove persone ingiustamente condannate, si ricomincia a indagare, viene chiuso il processo di primo grado “Borsellino quater” e tra pochi mesi partirà quello in appello.
Lia Sava diffida degli eroi dell’antimafia patinata, cerca di illuminare tutto quello che fa con la luce della fede. Da lì viene lo slancio etico. Lo racconta anche a un gruppo di studenti, per i quali prepara una riflessione sulla corruzione, alla luce dei frequenti interventi di papa Francesco sull’argomento. «Il peccatore si pente e torna a Dio, il corrotto, avvolto dalla sua presunzione, non chiede misericordia, non ha il faro della coscienza a scuoterlo, pecca e finge di essere cristiano e, senza alcun senso di colpa, vive una doppia vita. Il corrotto si nutre del suo potere, si sente superiore a tutto e a tutti, non avverte il bisogno del perdono e chiude le porte alla Misericordia del Padre».

Il secondo ritratto è a firma di Antonio Maria Mira.
La vicepresidente di Libera
Da Niscemi all’Italia, il cammino di Enza a fianco delle vittime
Enza Rando ha cominciato a combattere le mafie nel suo paese, Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Lo ha fatto da vicesindaco e da assessore alla scuola. «Un’esperienza che mi insegnato a non essere mai indifferente», ricorda. Cultura e fatti concreti, scomodi. Parole che hanno caratterizzato la vita di questa “piccola” grande donna siciliana. Fin dalle lotte per riuscire finalmente a terminare le cinque scuole per i bambini del suo paese, costretti ai doppi turni perché i tanto attesi nuovi edifici erano da anni un cantiere, continuamente danneggiato. La mafia non le voleva. «Perché la scuola disturbarando-enza.jpg chi vuole controllare tutto il territorio con la paura e la sopraffazione. Così decidemmo di andare a dormire lì la notte, prima noi amministratori e poi tanti cittadini, le donne che cucinavano per tutti». Una sorveglianza civile. E le scuole furono finite. Era la fine degli anni ’90 e stava nascendo il movimento antimafia. A fianco di Enza, in quei giorni di presidio, arrivò anche don Luigi Ciotti che nel 1995 aveva fondato Libera: «Un incontro che è stato determinante nella mia vita», ricorda Enza, oggi vicepresidente dell’associazione.
Non a caso nel 1997 proprio a Niscemi si tiene la seconda edizione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafie, organizzata da Libera e da Avviso pubblico, l’associazione che raduna le amministrazioni locali per la promozione della cultura della legalità, della quale Rando diventa presidente nel 2000. Buona amministrazione, legalità, vittime innocenti, altre parole che caratterizzano la vita di Enza. Sempre a Niscemi, un altro incontro che le ha cambiato la vita. Quello con Ninetta Burgio, mamma di Pierantonio Sandri, 19 anni, scomparso il 3 settembre 1995. Ninetta partecipa alla Giornata della memoria proprio da quel 1997, lei piccolina, portando un’enorme foto di Pierantonio con la scritta «Vi prego ridatemi mio figlio».
Un appello che ripeterà fino al 2010 quando uno dei responsabili, un suo ex alunno, confesserà e permetterà di trovare i resti del corpo di Pierantonio. Enza prende a cuore questa storia, e non solo da avvocato. «Ninetta è stata una mia amica speciale». E come amica la segue nei processi. «Le ero accanto e ascoltavo il suo respiro lento, profondo, addolorato. Ho sentito l’odore del dolore e del perdono». Ma la sostiene anche per ottenere dal ministero dell’Interno il decreto che dichiara il figlio «vittima innocente di mafia», descrivendolo come «un bravo e onesto ragazzo», «proprio quello che Ninetta aveva detto per anni», ricorda ancora l’amica Enza.
Una vicenda che segna ancora una volta la sua vita. È l’impegno al fianco dei familiari delle vittime, per ottenere verità e giustizia, nei tribunali e fuori, da avvocato e da amica. Così diventa la responsabile dell’ufficio legale di Libera. Sempre in giro per il Paese, anche se ormai trapiantata a Modena. Dove prima di altri capisce come le mafie siano arrivate da tempo, ben presenti con affari e collusioni. «Le mafie vanno dove c’è il denaro, e in Emilia ce n’era tanto». Lei, siciliana, percepisce i segnali di questa presenza. Fatti che emergono con forza nell’inchiesta Aemilia, dove Libera si costituisce parte civile. Altro impegno di Enza, da Torino a Napoli, da Reggio Calabria a Trapani e Palermo. E a Bologna, dove la raggiungiamo mentre segue proprio il processo Aemilia. E proprio in Emilia arrivano le minacce, le intimidazioni, fino all’irruzione notturna un anno e mezzo fa nel suo studio a Modena. Non viene portato via nulla di valore, ma messi a soqquadro gli armadi dove sono custoditi i faldoni delle costituzioni di parte civile. «Minaccia grave», la definisce la procura.
Ma la piccola grande Enza non arretra e rilancia. Nella sua vita tornano le donne, non più le vittime o le mamme delle vittime, ma le donne di mafia, soprattutto di ’ndrangheta, anche loro mamme. Chiedono aiuto per salvare i propri figli, cercano un’altra vita. Come Lea Garofalo che per salvare la figlia Denise “tradisce” marito e clan. «Voleva costruirsi un futuro assieme alla figlia. Chiedeva solo di vivere», ricorda Enza. Lea, come è noto, non ce la fa, viene trovata e uccisa. Denise trova in Enza un’amica. Così come decine di altre donne, e i loro figli, che grazie al progetto “Liberi di scegliere”, nato dall’iniziativa del presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella col sostegno di Libera, ora cercano una nuova vita. Ed Enza è con loro, avvocato e “sorella”. «Quando nel lavoro si mette l’anima i fatti si leggono in modo diverso». In giro per l’Italia, nei luoghi protetti e nei tribunali, occupandosi di scuole e parrucchieri, di teatro e di abbigliamento, di documenti e di sport. Codice e cuore. «Ma non scrivere che questa è antimafia. Noi siamo “per”, per la vita, per un futuro».

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Tra futuri possibili e probabili, tra utopie e distopie

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Qualche settimana avevo letto un articolo molto interessante di Giovanni Bitetto su L’Indiscreto. Oggi l’ho ripreso in mano e ho deciso di pubblicarlo sul blog. Vi si tratta di tecnologia, di presente e futuro, di utopie e distopie, di visioni e decisioni politiche, di aziende e stato, di economia e open source. L’ultima frase del pezzo desidero inserirla qui, in modo da fornire un’idea concisa ed efficace dei temi toccati: “Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.
“Quando usiamo lo smartphone accediamo a un universo più ampio, che travalica il semplice utilizzo di una tecnologia. Nel perimetro del touchscreen si succedono diversi spazi virtuali, e noi possiamo accedere in contesti differenti: dai social network come Facebook, Instagram o Twitter, alle dating app quali Tinder o Happn, agli shop online di Amazon e Apple. Attraverso l’artefatto dello smartphone – che in poco più di dieci anni è diventato il simbolo della nostra epoca – ci connettiamo a un cosmo esteso di saperi, che potenzia le nostre possibilità di agire nel quotidiano e allo stesso tempo ci condiziona sottilmente. Il flusso dell’informazione digitale ci investe e occupa uno porzione sempre più cospicua della nostra quotidianità, modifica le categorie cognitive dell’uomo, espandendo e frammentando la nozione di spazio, usurando e disgregando i concetti di vecchio e nuovo. Se Georg Simmel parlava di «intensificazione della vita nervosa» agli albori della modernità metropolitana, ora che l’uomo vive in uno spazio virtuale – e che le stesse città, seguendo la retorica capitalista delle “smart city”, si stanno attrezzando per diventare nient’altro che hub per l’accesso al mondo digitale – la quotidianità si sintetizza in una sequela frenetica di stimoli. L’uomo contemporaneo deve controllare molteplici saperi, è spinto a stare al passo con un ciclo di obsolescenza e aggiornamento tecnologico in cui le nozioni di passato e futuro si assottigliano fino a svanire in un eterno e nebuloso presente.
Lo studioso di media Henry Jenkins parla di “cultura convergente”, ovvero un cambiamento del paradigma culturale in cui i consumatori sono stimolati a ricercare nuove informazioni e ad attivare connessioni tra contenuti mediatici differenti. La convergenza avviene nel cervello dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una personale visione del mondo dai frammenti di informazione estratti dal flusso mediatico, che sono poi reinterpretati nell’orizzonte di senso della vita di ciascuno. Visto che abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare, siamo maggiormente incentivati a parlare di ciò che fruiamo.
Eppure, a ben guardare, la convergenza non è solo una dinamica cognitiva propiziata dalle nuove tecnologie, bensì una meccanica concreta che dà modo alle stesse tecnologie di interagire fra loro, di strutturarsi in un nuovo sistema coeso e indeterminato, in sostanza di creare dei vettori che si intersecano e si configurano come una rete onnipresente. Tale processo di unificazione viene indicato come “internet delle cose”. Il modello dell’internet delle cose riassume in sé una molteplicità di protocolli, piattaforme, capacità tecnologiche, spazi reali e virtuali. Tutto ciò che collega i diversi dispositivi, i servizi, i fornitori e le performance implicate in tale assemblaggio è il tentativo di rendere sensibili, e disponibili per l’analisi e l’elaborazione, le situazioni della vita quotidiana.
Quando compriamo qualcosa su Amazon la nostra scelta è registrata e immagazzinata assieme a miliardi di altre, la grande mole di dati è ridotta a modelli e tendenze che vengono usati per strutturare la nostra esperienza digitale futura. Così Amazon ci consiglia cosa potrebbe suscitare la nostra attenzione, cosa interesserebbe al “tipo”che incarniamo (un tipo le cui scelte, per la macchina, non sono altro che una sequenza di dati). Allo stesso modo su Facebook sono indicizzate le nostre interazioni, strutturate secondo un paradigma che va a rafforzare i feedback positivi di utenti coevi al nostro sentire, e dunque mira a consolidare idee e consumi, in modo da renderci più riconoscibili e incasellabili in una determinata categoria. L’internet delle cose estende l’influenza immateriale delle informazioni al mondo dei dispositivi fisici, a essere indicizzati sono i percorsi che facciamo e che registriamo grazie alla nostra app contapassi, oppure le strade che percorriamo con le auto a tecnologia “driveless” prossime venture.
Il paradosso di uno sviluppo tecnologico così repentino appare chiaro: da una parte la possibilità di allargare la nostra area di influenza a campi materiali e del sapere che nemmeno avremmo immaginato di prendere in considerazione, dall’altra la sconfortante sensazione di essere ridotti a dati, scomposti in una serie di parametri che riducono la sfera umana alla mera intersezione di svariati fattori catalogabili. E la catalogazione va di pari passo con la commercializzazione, le componenti dell’umano si uniformano al discorso della merce in maniera sempre più mimetica, una delle cause è da ricercare nello sviluppo tecnologico. Proprio la tecnologia non è un fattore neutro, come vuole la vulgata comune, non dipende “da che utilizzo se ne fa” o “ per quali scopi la si usa”. Occorre piuttosto chiedersi chi eroga i servizi di cui usufruiamo, chi disegna il campo di possibilità dello spazio digitale, quali sono i confini e le interazioni ipotizzabili nell’internet delle cose, come si configurano allo stato dell’arte attuale; e soprattutto che visione del mondo ha chi eroga questi servizi, chi commercializza tali dispositivi, chi ci spinge a propendere per un determinato assetto dei rapporti umani, economici e sociali.
I progetti e le credenze di chi presiede le principali aziende della Silicon Valley – i cosiddetti GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) – non sono facilmente decifrabili, eppure gli sforzi di queste multinazionali sembrano orientati a estendere la propria sfera di influenza in più settori possibili, e con gradi di penetrazione sempre maggiori. Quando ci occupiamo di tecnologia dimentichiamo di prendere in considerazione i modi di produzione e l’ideologia che ne sostiene l’utilizzo e i criteri di applicabilità. L’orizzonte in cui le tecnologie si sviluppano – almeno nell’occidente contemporaneo – è quello del capitalismo di matrice neoliberista. Come vuole un vecchio adagio di stampo modernista, la tecnologia dovrebbe emancipare l’uomo dalla sua condizione di natura, cosa che forse sta effettivamente accadendo. Le protesi tecnologiche stanno espandendo le capacità dell’umano, ma nella nostra esperienza quotidiana l’effetto più lampante è l’aumento della competitività, il radicarsi del dogma della performatività, l’ansia crescente della prestazione. Le tecnologie odierne, iscritte in questo sistema di valori e in questi modi di produzione, sono elementi che rafforzano la grammatica del neoliberismo. Non muta la scala di valori su cui si applicano i nuovi ritrovati della tecnica, ma si rende più evidente lo scarto fra le performance dell’uomo e quelle della macchina; non è la macchina ad adeguarsi all’uomo, ma è l’uomo che si deve sforzare di tenere il ritmo della macchina.
Come ricorda Adam Greenfield in “Tecnologie radicali”: «Ogni volta che ci viene propinata una qualche aspirazione al post-umano, dobbiamo riconoscere gli impulsi prevedibilmente dozzinali e fin troppo umani che vi sono alla base, tra i quali la brama di guadagnare dallo sfruttamento degli altri e la mera volontà di potere e controllo». Dietro la retorica della presunta emancipazione si nasconde l’ennesima mutazione del discorso neoliberista, Greenfield continua: «L’aspetto più fuorviante di questo corpus retorico risiede nel divario continuamente esistente tra le affermazioni tecno utopiche riguardo cosa “può” o “potrebbe” produrre una qualche innovazione emergente, da un lato, e tutto quello che in realtà riscontriamo che ha fatto dall’altro. Molto spesso i presunti vantaggi non si concretizzano affatto, mentre le conseguenze negative, facilmente prevedibili (e di fatto esplicitamente previste), spuntano invariabilmente fuori, e deve occuparsene qualcun altro». Lo sfruttamento delle risorse tecnologiche a favore dell’ordine di cose esistente è una dinamica che favorisce ciò che Mark Fisher chiama “realismo capitalista”, ovvero l’incapacità dell’individuo contemporaneo di immaginare un sistema economico diverso da quello vigente. Per Fisher – lo spiega proprio nel libro omonimo del 2009, di recente pubblicato in Italia da Nero Editions – l’ideologia ci pervade a un livello di penetrazione tale da intaccare le nostre categorie cognitive, e rendere vera quella massima di Fredric Jameson per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
L’analisi del capitalismo in Fisher è impietosa e si concentra principalmente sul rapporto fra individuo e percezione del reale: «Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine».
Per Fisher, il discorso neoliberista “annichilisce” ogni idea di futuro, le nuove tecnologie sono utilizzate come mera appendice di un capitalismo disumano. È davvero impossibile – alla luce dei recenti sviluppi e di quelli prossimi – ripensare il mondo che verrà in un’ottica antagonista, più aderente agli ideali di liberazione ed emancipazione dell’uomo? Per Nick Srnicek e Alex Williams mettere la tecnologia al centro del dibattito politico è un passo indispensabile per la costruzione di una nuova sinistra vincente. I due – già autori del Manifesto per una politica accelerazionista – tentano di iscrivere i saperi e le tecnologie legate all’automazione in un discorso che vede nella società del post-lavoro il raggiungimento dell’ideale di emancipazione dell’uomo. Lo scopo è tornare a padroneggiare il potenziale utopico insito nel discorso tecnologico, epurandolo tanto dalla retorica neoliberista, quanto dalla reazione della retorica antimoderna. In “Inventare il futuro” – anch’esso a breve pubblicato da Nero (editato il 14 febbraio, ndr) – i due studiosi affermano senza mezzi termini: «Questo libro vuole proporre un’alternativa: una politica che provi a riconquistare il controllo del nostro futuro, che nutra l’ambizione di immaginare un mondo ben più moderno di quello che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Le potenzialità utopiche latenti nelle tecnologie del XXI secolo non possono rimanere schiave della ristretta mentalità capitalista, ma vanno liberate in direzione di un’ambiziosa alternativa di sinistra».
In questa sede non voglio discutere le proposte concrete degli accelerazionisti (che pure ci sono, come la piena automazione dei modi di produzione, la riduzione della settimana lavorativa, il reddito di base universale, e il rifiuto dell’etica del lavoro come principio regolatore della società capitalista), né tantomeno verificarne i criteri di applicabilità. Eppure dovrebbe essere un elemento cardine del discorso umanista tentare di uscire dall’ordine di idee per cui il futuro che immaginiamo è solo un’intensificazione distopica del nostro presente. D’altronde risulta essere una tendenza ben visibile nei prodotti di fantascienza pop che tentano di immaginare il futuro prossimo. Black Mirror al momento è forse il più famoso, la scrittura di ogni puntata si basa su dinamiche abbastanza semplici: vengono portate alle estreme conseguenze negative le specificità di una tecnologia già presente al giorno d’oggi. Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.

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Partire dalle persone

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Nel mese di luglio avevo letto un articolo di Alberto Maestri e me l’ero appuntato. Mi aveva colpito una frase: “Sapere riconoscere le opportunità digitali significa prima di tutto partire dalle persone”. Alberto Maestri è diplomato in Marketing e Strategia all’Università di Modena e Reggio Emilia e in Digital Marketing all’Institute of Direct and Digital Marketing (IDM) di Londra. Responsabile della sezione Tech di Ninja Marketing, lavora come Senior Consultant in OpenKnowledge dedicandosi a progetti nazionali e internazionali legati a marketing digitale e pratiche di open innovation.
L’articolo è tratto da Ninjamarketing e porta il titolo “La Trasformazione Digitale riguarda anche te”.

Lo ammetto, ho sbagliato. Quando mi trovo a scrivere qualcosa, raccomando sempre a me stesso di non dire “tutto subito”, ma di lasciare piuttosto la curiosità al lettore almeno fino a metà pezzo. Invece, questa volta, ho anticipato il finale già dal titolo.
Il dato di fatto è semplice: viviamo nel pieno dell’era digitale. Un’era mediata (gli studi del sociologo italiano Giovanni Boccia Artieri sono illuminati e illuminanti in tal senso), filtrata (“The Filter Bubble” è un’opera di qualche anno fa ma sempre interessante, la conosci?), fluida (Zygmunt Bauman docet). Proprio la parola “digitale” fa spesso rima con termini come “innovazione” e porta conseguentemente con sé una percezione, comune alla maggior parte delle persone – indipendentemente dal livello di alfabetizzazione digitale (e, da una prospettiva complementare, di digital divide) – e trasversale ai settori industriali: ovvero, che l’innovazione (quindi, la trasformazione) digitale sia prima di tutto un fattore tecnologico.
Paradigmi come la Virtual Reality, l’Augmented Reality, l’Internet delle Cose, la Blockchain, soluzioni come Oculus e i Bitcoin, modelli di business nativi digitali e fondati sull’ottimizzazione dei big data come Uber, AirBnB e TripAdvisor portano spesso a pensare che la trasformazione digitale di organizzazioni, territori, aziende, amministrazioni pubbliche sia primariamente una questione di innovazione tech.
Basta un poco di zucchero e la pillola, va giù. Ricordi la celebre cantilena di Mary Poppins? Oggi, potrebbe essere riletta con efficacia per delineare tale prospettiva. La tecnologia sarebbe la reale variabile determinante di un presente e – soprattutto – di un futuro sempre più digitale.
La potenza è nulla, senza controllo
Il rischio di tale approccio è multi-layer – ovvero, composto da diversi pericoli posizionati e collegati a puzzle. Ti elenco due esempi di layer a cui fare attenzione.
1. Il primo è ben riassunto nel termine mediumism, indice della tendenza pericolosa ad essere continuamente alla cerca frenetica dell’adozione dell’ennesima piattaforma digitale senza prima essersi chiesti e avere attentamente valutato se è davvero ciò che l’audience vuole, e/o di cui ha bisogno.
2. Un secondo pericolo sta nella mancata correlazione stretta e diretta tra tecnologia, cultura e competenze: ovvero, il fatto di avere anche la migliore innovazione tecnologica non garantisce proprio nulla. Gli utenti destinati a utilizzarla e a “calarla a terra” potrebbero infatti non avere le giuste competenze, né tantomeno e soprattutto la cultura – un fattore più sottile e strategico ma che permette di indirizzare al meglio le azioni – per farlo.
Accelerare con le persone
Un secondo approccio alla trasformazione digitale è invece people-centric: ovvero, vede nelle persone i principali elementi abilitatori del cambiamento. E per “cambiamento” intendo qualcosa di profondo, ampio, di ampio respiro, non relegato solo a temi di dialettica politica o politiche aziendali. Personalmente aderisco in toto a questa seconda visione neutrale al fattore tecnologico, e porto anche qui due temi a supporto.
1. Il primo è quello del Digital Darwinism, concetto suggerito dalle ricerche di Brian Solis a partire dal 2010 circa. Il futurologo e analista americano intende con tale termine la capacità e rapidità evolutiva delle persone, di gran lunga maggiore della stessa capacità di cambiamento e innovazione di aziende, organizzazioni e sistemi. In effetti, questi ultimi sono organismi complessi, strutturati, dove le decisioni vengono prese attraverso percorsi non banali né rapidi. Al contrario le persone, in quanto esseri sociali e atomi singoli, sono sempre più interessate e disposte a mettersi in gioco (rischiare!) per il gusto di testare le innovazioni tecnologiche. Volendo rileggere la tradizionale curva di Rogers utilizzata in economia per spiegare il modo in cui le innovazioni di prodotto si diffondono nel tempo, potremmo sostenere che il digitale amplia la percentuale di innovatori ed early adopters, limitando allo stesso tempo la “pancia” maggioritaria e la “coda” ritardataria.

curva
2. Il secondo tema sta nel concetto di mobile mind shift, introdotto da alcune analisi della società di consulenza internazionale Forrester Research. Con questo termine si intende il cambiamento psicologico – o meglio il circolo vizioso – abilitato dal digitale. Siamo sempre meno disposti ad aspettare, a dovere fermare lo svolgimento di ciò che stiamo facendo per potere fruire di una informazione, ad “accontentarci” di ricevere comunicazioni irrilevanti per il nostro vissuto. Al contrario, attraverso i media digitali mobile: “La mobile mind shift è la consapevolezza di potere essere connessi in qualunque momento e la conseguente aspettativa di ottenere quanto necessario subito e in modo contestualizzato, senza necessità di ulteriori spostamenti fisici o “mentali”.”
Social technology: una lente per leggere il futuro che ci attende
A mio avviso, dunque, la trasformazione digitale non è una semplice questione tecnologica, ma è un “affare” people-first. Come sarà il futuro? Difficile, impossibile saperlo.
Più semplice diventa estrarre una lente, un modus operandi per leggere ciò che ci aspetta. Ovvero, partire dalle persone in quanto esseri sociali. Non è un caso che piattaforme tecnologiche come YouTube, Facebook e altri social network abbiano avuto il successo che tutti conosciamo: si tratta di innovazioni che sono state capaci nel tempo di rispondere in pieno alle esigenze sociali degli individui di parlare, connettersi, interagire. In esse, la tecnologia ha avuto un semplice ruolo di adattatore e abilitatore delle necessità sociali delle persone.
Tale approccio, che definisco di social technology, è fondamentale non solo per comprendere ciò che accadrà, ma anche per anticipare il successo (o l’insuccesso) delle nuove trasformazioni digitali.
Siamo pronti a prevedere il futuro?

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Riorganizzare la speranza

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Ho letto su La Stampa l’articolo di Niccolò Zancan su Ernesto Grasso, ventunenne torinese la cui esperienza viene brevemente raccontata come emblema dei Neet, acronimo inglese inventato nel 1999 che sta per Not in employement, education or training. Fa parte di quei “giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non stanno facendo percorsi di formazione”: in Italia sono il 19%. Alcune delle sue parole mi hanno colpito “I pomeriggi sono la cosa più difficile. Gioco alla PlayStation. Vado a camminare. Ma non passano mai” […] “Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin. L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio”…

Nei mesi di maggio e giugno ho letto vari libri di psicologi, psichiatri, antropologi su adolescenti e giovani e ho partecipato a convegni e incontri. In Abbiamo bisogno di genitori autorevoli lo psicoterapeuta Matteo Lancini scrive: “Sostenere la speranza di un futuro possibile è il compito fondamentale di ogni genitore e di qualsiasi figura adulta significativa, impegnata in un ruolo affettivo o professionale con gli adolescenti. Il futuro rappresenta infatti lo spazio e il tempo della realizzazione di sé dell’adolescente, l’ambito dove potranno affermarsi il suo talento e la sua originalità. Se manca questa prospettiva, se l’adolescente si rappresenta senza futuro, in assenza di avvenire, c’è la crisi adolescenziale. Il disagio dell’adolescente dipende soprattutto da questo.” E ancora “gli adolescenti necessitano di un adulto non troppo angosciato, sufficientemente preoccupato e autorevole da restituire loro uno sguardo di ritorno pieno di fiducia e capace di avvicinare le risorse necessarie alla realizzazione di sé in una società davvero complessa. Tutto ciò richiede agli adulti più creatività di quanto ne fosse necessaria in un passato neanche troppo lontano”.

L’articolo citato in apertura di questo post portava questo sottotitolo: “Un giorno con un Neet: gioco alla playstation perché ho smesso di guardare al futuro”. Penso che per dare concretezza al futuro di Ernesto, o di un qualsiasi adolescente la cui visione sul domani sbatte contro un muro, sia necessario lavorare sul presente, sull’oggi (che poi è la stessa cosa che scrive Lancini). E’ proprio la preoccupazione per un domani impossibile da immaginare che impedisce di vivere, apprezzare e abbracciare il presente che diventa quindi a sua volta tempo di frustrazione.
Mi vengono in mente le preoccupazioni e le angosce dei discepoli di Gesù, sempre in ansia. Vedono Gesù placare la tempesta e camminare sull’acqua, ne fanno diretta esperienza (Pietro), vengono sfamati quando pare loro impossibile… Si stupiscono di tutto questo, eppure le preoccupazioni restano. I discepoli temono, Pietro inizia ad affondare, dopo la moltiplicazione e la mangiata a sazietà sono preoccupati per non aver preso i pani… E l’accusa che muove loro Gesù è sempre la stessa: “uomini di poca fede”. La paura blocca la fede, quella che nasce dall’esperienza di un Dio vicino, buono e amorevole, che sa le necessità dell’uomo prima ancora che queste vengano esplicitate (Mt 6,7-8: Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate). Ancora Lancini: “Se si vuole aiutare l’adolescente in crisi bisogna essere in grado di «raggiungere» il ragazzo o la ragazza là dove sono. La clinica dell’adolescente richiede di arrivare alla mente del paziente là dove è, là dove si trova adesso, con un profondo rispetto per come il soggetto prova a gestire l’insopportabile crisi evolutiva, il fatto di vivere in una quotidianità senza prospettive visibili dal suo punto di vista. Su queste basi è possibile costruire un’alleanza con l’adolescente che consenta a noi, e ai suoi adulti di riferimento, di avvicinargli le risorse utili alla ripresa evolutiva, alla scoperta del proprio vero Sé, del proprio talento, come unica possibilità per riorganizzare la speranza e investire in un futuro possibile”.

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Tra passo indietro e passo avanti: la creatura

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La tentazione e la caduta di Eva, William Blake

Ho da poco partecipato ad un corso d’aggiornamento per insegnanti di religione nella mia diocesi dal titolo “Riscoprire l’umano: scienza e cultura in dialogo per comprendere l’uomo di oggi”.
Il primo giorno il neurologo Franco Fabbro ha tenuto una conferenza dal titolo “Le neuroscienze svelano la mente umana”: un viaggio a partire dalla medicina e dalla fisiologia per arrivare a spunti di riflessione filosofici.
Il secondo giorno è stata la volta del prof. Filippo Ceretti su “Umanità mediale. Età digitale e sfide educative”: da un’educazione con, a, ne e attraverso i media, è possibile educare i media?
Infine, ieri, il teologo Riccardo Battocchio ha trattato il tema “La teologia interpreta l’uomo moderno: sfide e prospettive”: fra la spinta di fare un passo indietro e quella di fare un passo avanti, riscoprendo l’origine e la chiamata dell’uomo, fra postumanesimo e transumanesimo, c’è spazio per la creatura?
Mentre mi ronzano per la testa numerose domande, tentativi di risposta e riflessioni, leggo proprio oggi su L’Indiscreto questo articolo di Andrea Daniele Signorelli. Lo pubblico anche come appunto per idee per il prossimo anno scolastico…

“Per la prima volta nella storia si muore più per colpa degli eccessi alimentari che per la mancanza di cibo; la morte ci coglie più spesso in tarda età, per vecchiaia, che in gioventù, per malattie infettive; si cessa di vivere più facilmente per mano propria, con il suicidio, che a causa dei rischi connessi alla presenza di soldati, terroristi e criminali messi insieme”. L’umanità è giunta a un momento di svolta – sostiene Yuval Noah Harari in “Homo Deus, breve storia del futuro” (Bompiani) – a un bivio tra incredibili opportunità e tremendi pericoli.
Ora che siamo riusciti a limitare drasticamente l’impatto dei tre nemici storici dell’umanità (carestia, malattia e guerra), l’homo sapiens può infatti concentrarsi sulle conquiste da portare a compimento nel terzo millennio: la perenne felicità (per via chimica) e l’immortalità (per via medica o tecnologica). Non solo: grazie all’editing genetico, o magari alla fusione con macchine super-intelligenti, l’uomo diventerà sempre più simile un dio, trasformandosi in quell’Homo Deus che dà il titolo al saggio.
“L’ingegnerizzazione degli uomini al rango divino può avvenire seguendo indifferentemente tre strade: le biotecnologie, l’ingegneria biomedica e l’ingegnerizzazione di esseri non organici. L’ingegnerizzazione biologica permessa dalle biotecnologie parte dal presupposto che siamo molto lontani dal dispiegare l’intero potenziale dei corpi organici. Per quattro miliardi di anni la selezione naturale ha aggiustato e ricomposto questi corpi, con il risultato che siamo passati dall’ameba ai rettili, ai mammiferi e agli uomini Sapiens. Tuttavia non c’è motivo per pensare che i Sapiens siano l’ultima stazione. Alcune mutazioni, relativamente piccole, nei geni, negli ormoni e a livello neuronale sono state sufficienti per trasformare Homo erectus – che non era in grado di produrre nulla di più impressionante di coltelli di selce – in Homo Sapiens, che costruisce navette spaziali e computer. Chissà dove ci potrebbe condurre un drappello di cambiamenti nel nostro DNA, nel sistema ormonale o nella struttura cerebrale?
Potrebbe sembrare una prospettiva allettante, se non fosse che solo una piccola élite di miliardari illuminati potrà approfittare delle fantascientifiche opportunità offerte dalla scienza e dalla tecnologia, mentre tutto il resto dell’umanità dovrà accontentarsi di giocare con la realtà virtuale e i social network, limitandosi a fornire i dati necessari all’avanzamento di algoritmi in grado di trasformare la medicina, la politica, l’amore e tutta la nostra società; algoritmi talmente potenti da dare vita a una nuova religione: il datismo.
Se Google sa che cosa vogliamo, Facebook sa invece alla perfezione chi siamo. Una volta ulteriormente perfezionati i meccanismi, l’uomo (nella visione di Harari) arriverà inevitabilmente a cedere tutto il suo potere decisionale, lasciando che siano algoritmi che ci conoscono molto meglio di noi stessi a decidere il da farsi.
“Che senso ha indire elezioni democratiche quando gli algoritmi sanno non solo come ogni persona voterà, ma anche le sottostanti ragioni neurologiche secondo cui una persona vota per i democratici mentre un’altra vota per i repubblicani? Laddove l’umanesimo ordinava: “Ascoltate i vostri sentimenti!” ora il datismo ordina: “Ascoltate gli algoritmi!”.
Fin qui, niente di particolarmente nuovo: una visione del futuro – contemporaneamente utopistica e distopica – che viene analiticamente e gelidamente tratteggiata da Harari con un fare speculativo che, in qualche occasione, ricorda più un TED Talk che un libro di divulgazione scientifica e che, nonostante questo, ha la pretesa di costruire una sorta di “teoria del tutto” dell’umanità, in grado di riunire sotto un unico tetto religione, scienza e politica.
Sono però il percorso e le dinamiche storiche inquadrate dall’accademico israeliano a rendere le sue conclusioni (spesso imposte al lettore come fossero verità assodate nonostante un elevato grado di azzardo) affascinanti e non di rado illuminanti. Un percorso che attraversa millenni di religione, politica e società per mostrare come l’uomo sia sempre stato vittima di illusioni elaborate ai piani alti (sia detto senza scadere nel complottismo) affinché i network sociali – che rappresentano la vera forza che ha consentito all’homo sapiens di conquistare il mondo ed ergersi sulle altre creature terrestri – restassero in piedi e prosperassero (da questo punto di vista, è incisivo il parallelismo tra divinità e brand o tra faraoni e popstar).
Per la maggior parte del tempo, queste illusioni sono state rappresentate dalla religione e dalle divinità. Quando però la scienza, almeno in alcune aree del mondo, ha relegato la religione nelle retrovie, il vuoto lasciato è stato colmato da una nuova forma spirituale: l’umanesimo, in cui lo spirito santo viene sostituito dalla coscienza e la ricerca di una verità esterna all’uomo si trasforma nella centralità dell’uomo, vero deus ex machina di se stesso.
“Qual è, allora, il senso della vita? Il liberalismo sostiene che non dovremmo aspettarci che un’entità esterna di qualche tipo ci fornisca una risposta preconfezionata. Piuttosto, ciascun individuo, elettore, consumatore e spettatore dovrebbe fare uso del suo libero arbitrio per dare un senso non solo alla propria vita ma all’intero universo. Le scienze biologiche, però, destabilizzano le fondamenta del liberalismo, perché sostengono che l’individuo libero è soltanto una favola generata da un insieme di algoritmi biochimici. In ogni istante, i processi biochimici del cervello creano un lampo di esperienza che spariscono un attimo dopo. (…) Il sé narrante cerca di imporre un ordine a questo caos intessendo una storia infinita nella quale ogni esperienza trova il suo posto, e dunque un senso duraturo. Tuttavia, per quanto possa essere convincente e affascinante, questa storia è pura finzione. I crociati medievali erano convinti che Dio e il paradiso riempissero la loro vita di senso; i liberali moderni sono convinti che le libere scelte dell’individuo riempiano la vita di senso. Tutti quanti si illudono alla stessa maniera”.
Come affrontare, allora, la recente scoperta (che Harari considera definitiva nonostante sia ancora ampiamente dibattuta) che non esiste il libero arbitrio? Una scoperta che, una volta diffusasi nella società, avrà come logica conseguenza il crollo delle liberal-democrazie riemerse già una volta, quasi per miracolo, dalle tempeste geopolitiche del ventesimo secolo. A colmare il vuoto, ma non senza rovesci della medaglia, ci penserà il già citato datismo, che costringerà l’uomo ad accettare la sua obsolescenza o ad abbracciare un futuro di “umanità aumentata”, che permetterà alla specie (o almeno ad alcuni suoi rappresentanti) di progredire verso la prossima evoluzione.

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Tema

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Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

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Gemme n° 497

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La mia gemma consiste in due esperienze fatte la prima volta che sono stato in Canada. La prima è legata al fatto di essere da solo in una città di cui non conoscevo niente: essere riuscito ad arrivare a casa, per uno disorganizzatissimo come me, è stato notevole. La seconda, invece, è legata ad un giro in bici che stavo facendo su sentieri non segnati per arrivare ad uno zoo che mi sembrava più vicino di quanto non fosse in realtà. Mi ero perso. Ho incontrato un uomo e gli ho chiesto qualche informazione; dopo un po’ di domande da parte mia, lui mi ha guardato, ha guardato l’orologio e ha deciso di accompagnarmi. Mi ha stupito la sua gentilezza.” Questo racconto è stata la gemma di A. (classe quinta).
Camus scrive che “La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente.” Penso sia quello che è successo ad A. In fin dei conti la persona che ha incontrato gli ha regalato tempo, un pezzettino del suo futuro che ha deciso di fare presente in questo modo.

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Gemme n° 491

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”.
C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.

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Gemme n° 482

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La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.

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Gemme n° 479

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Ho portato alcune foto della mia infanzia insieme alla mia famiglia. Ce ne sono molte con mio fratello: mi ha sempre accompagnato nei momenti della vita, e anche se a volte siamo come cane e gatto, devo ammettere che tutte le esperienze sono state condivise con lui. Anche quella con i miei è una relazione importante, mi hanno sempre sostenuta e mi sosterranno anche in futuro quando magari sarò lontana da loro per motivi di studio”. Questa è stata la gemma di E. (classe quarta).
Buona parte di frasi e aforismi presenti in rete sull’infanzia risultano essere o nostalgici o paurosi, a seconda del vissuto degli autori. Ne ho però trovato uno di Alden Albert Nowlan proiettato sul futuro: “Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente; il giorno in cui li perdona, diventa un adulto; il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.”

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Gemme n° 478

Fin dalla prima volta che l’ho ascoltata, il testo di questa canzone mi ha colpito: «fabbricare quello che verrà con materiali fragili e preziosi senza sapere come si fa». A volte penso al futuro e non riesco a immaginarlo, ma penso che siamo noi a costruirlo, abbiamo in mano il materiale per farlo, possiamo deciderlo noi, è una nostra scelta. Poi penso anche che le due ragazze che si amano sia un messaggio di uguaglianza: «il loro non era un amore poi tanto diverso».” Così E. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
E’ una canzone che mi piace molto, questa delle Luci. Penso sia venata di una malinconia aperta comunque alla speranza, al futuro e al domani. «Forse si trattava di accettare la vita come una festa, come ha visto in certi posti dell’Africa. Forse si tratta di affrontare quello che verrà come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà. Forse si trattava di dimenticare tutto come in un dopo guerra e di mettersi a ballare fuori dai bar come ha visto in certi posti della Ex-Jugoslavia».

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Gemme n° 465

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«Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un opera di teatro, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca senza applausi…». Ho letto questa frase di Charlie Chaplin qualche tempo fa, quando lo abbiamo affrontato in francese. Penso siano delle belle parole sul futuro e su come affrontare la vita. Le trovo adatte a noi ragazzi dell’ultimo anno e le utilizzo per augurare a ognuno di trovare la propria strada e di fare le scelte più giuste”. Questa è stata la gemma di N. (classe quinta).
Trovo queste parole molto in sintonia con quelle, molto famose, di madre Teresa:
Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati, di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno. Ricordati che la pelle avvizzisce, i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni. Ma l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela. Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.”

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Gemme n° 422

A volte mi riconosco in Novecento e credo che l’età in cui siamo sia critica, non siamo né bambini né adulti. Penso che quella scaletta di Novecento, per noi, possa fungere da slancio: il mondo avanti è infinito con miliardi di scelte, sotto c’è l’oceano in cui rischiamo di affondare, dietro c’è la nave, il nostro guscio in cui abbiamo vissuto a lungo. Guardando avanti abbiamo paura per quello che potrebbe esserci e temiamo di essere l’ultima ruota del carro. Queste sensazioni ed emozioni le provo, anche se cerco di soffocarle perché magari non è ancora il momento di preoccuparsi; tuttavia le scelte che devo fare mi fanno già pensare, mi fanno paura”. Questa è stata la gemma di C. (classe seconda).
Nella canzone “E’ necessario” i Tiromancino cantano: “Io so che non è facile riuscire a proiettarsi nel futuro immaginando come sarà la vita andando avanti; le scelte che farò saranno sempre più importanti dei dubbi che ho che oggi sono ancora tanti”. Da un lato ci sono sicuramente la paura e il timore, ma dall’altra c’è anche la possibilità di mettersi in gioco, di sentirsi padroni della nostra vita, registi e non attori o spettatori dell’esistenza.

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Gemme n° 415

Ho ascoltato la prima volta questa canzone qualche anno fa, dopo di che è finita nel dimenticatoio. Due mesi fa l’ho risentita durante un periodo complicato e mi sono soffermata sul suo messaggio, sulla pioggia in un giorno di sole. Le tempeste arrivano quando meno te l’aspetti e ti trovi impreparato e sembra andare tutto male. Penso però che le tempeste alla fine possano servire a insegnarti qualcosa e soprattutto ad apprezzare la calma dopo la tempesta: è bello tenere in considerazione quello che prima, magari, si dava per scontato.” Queste le parole di J. (classe quarta).
Fornisco uno spunto alternativo di un autore secondo me sottovalutato, Pacifico: “Pioggia che mi balli intorno, pioggia cadi su di me sui posti che ho vissuto, che ho visitato, copri le mie tracce il mio passato, il tempo scritto dietro, il mio alfabeto”.

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Gemme n° 414

B. (classe quinta) ha commentato con queste parole la sua gemma: “Si tratta di una pubblicità per sensibilizzare le persone; la prima volta che l’ho vista al cinema mi stavo per mettere a piangere. Condivido quello che viene detto; molte volte sfruttiamo gli animali come se fossero degli oggetti, eppure loro non ci appartengono, non possiamo usarli. Loro ci hanno sempre dato fiducia nonostante quello che abbiamo fatto noi. Loro ci sono sempre.”
Mi è venuto naturale pensare al film “Into the wild” mentre scorrevano le immagini del cortometraggio di Gabriele Salvatores: “C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più”.

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Gemme n° 388

Ho deciso di portarvi “Sempre e per sempre” come gemma non perché sia una persona sdolcinata ma perché ritengo che in quest’ultimo periodo, citando i Bluvertigo, “il mondo è così privo di amore, che disimparo ad odiare”. Viviamo in un mondo sempre più cupo, materialista, convenzionale che ci induce ad essere vittime dell’odio, dell’indifferenza e delle nostre stesse paure, un mondo privo di sogni per cui lottare, privo di speranze e di qualsiasi cosa in cui credere. “Sempre e per sempre” è una canzone di De Gregori (una delle mie preferite in assoluto), è una poesia o meglio un inno all’amore, quello vero che non muore mai, quell’amore vero che sopravvive a tutto, che non si arrende di fronte alle difficoltà, alla distanza, ai bivi che la vita ci fa incontrare… Un amore che non cambia mai che non fa cambiare mai… e non importa cosa sia successo o dove ci si trovi… Chiunque sia disposto ad amare, ad aspettare e a lottare riuscirà a conoscere questo sentimento, questo grande amore, il più grande di tutti. E’ un sentimento prezioso, puro, che fa comprendere l’importanza della vita. Martin Luther King sostiene che l’amore sia l’unica forza in grado di sconfiggere l’odio. Sarò un po’ ingenua a considerare l’amore quasi come l’ossigeno, eppure da esso nascono le cose migliori, i sogni che colorano la nostra vita, aiutano a non farci arrendere, ci danno la forza necessaria per rialzarci ed essere più sicuri, più forti, più maturi. Impegno, passione, coraggio di ascoltare i proprio cuore, elementi che contribuiscono a migliorare la propria vita e talvolta il mondo intero, e per concludere, cito una frase del film Moulin Rouge: “La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare”.” Questa la gemma di C. (classe quinta).
Nel 1990 Lucio Dalla scrive uno dei suoi capolavori, la canzone Le rondini (che è stata poi letta al suo funerale). Canta così nella seconda parte:
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos’è che lo muove,
da dove viene ogni tanto questo strano dolore
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore
dov’è che si prende, dov’è che si dà…”
L’amore alla radice dell’essenza della vita.