“Aho musa, cantame di J. L. Il condottiero della lupa Prigioniero del percoto Nel core porta il giallorosso Egli cerca la gloria Nella città più sublime al mondo La sua amata….
Col velocipede traina il vascello, Vi arriva il condottiero, Mestre, città della gloria Tempio del ferro e del vapore Baluardo del tempismo ferroviario Contento va tra clochard e visionari Ma al fischio del treno alza lo sguardo Nota una fitta nebbia, e si domanda Cosa ci sia oltre
Mentre la domanda lo assale Una carta in faccia j’appare Un rotolo romanico, “mappe AR” Quelle del pirata dei 7 saperi? Certo non i 7 saperi di Morin, “Che c’è sta oltre Mestre?” Niente, risponde la nebbia, Sempre più fitta Ma la spes non eclissa
Lo spirito d’ulisside l’assale Prende il fiero destriero Il vascello E affronta l’onda Lascia l’amato ferro La sicurezza dell’orario Del treno che avrebbe perso La nebbia lo assale E scompare, mesto finale Fu n’allegro naufragio”
Questa storia sembra casualmente legata ad una mia scoperta, infatti penso di aver scoperto che ci sia qualcosa oltre Mestre, a quanto pare quel pontos sulla laguna non finisce nel vuoto, ma porta per un posto con un nome strano: Venezia. Lì addirittura ho trovato una cosa che mi ha scosso: gli spritz a 10€ serviti dai bangla (molto più scioccanti delle case sull’acqua a mia vista). Devo dire bella, a parte che non ho visto molte delle cose iconiche perché ho fatto un giro strano perdendomi…. ma questo non sarà un problema infatti vivrò questa città (mediocre e ingegneristicamente banale) tutti i giorni perché frequenterò la facoltà di Urbanistica allo IUAV (purtroppo la sede non è nella mia amata Mestre delle siringhe ma nella, cosiddetta dai più, bella Venezia). Ovviamente non potevo fare una scelta peggiore perché onestamente mi pare proprio brutta Venezia rispetto alla mia bella Mestre, però tocca adattarsi”. (G. classe quinta).
“Come gemma quest’anno ho deciso di portare una città dove ho lasciato il mio cuore: Londra. Penso sia la città dove mi sono trovata meglio, dove ho costruito tantissimi ricordi e dove ogni volta non vedo l’ora di tornare. Ma più in generale vorrei parlare del mio periodo di quattro mesi in Inghilterra perché è stato fondamentale per me, non tanto dal punto di vista scolastico o della lingua, ma soprattutto perché mi ha consentito di conoscermi a fondo. Vivevo praticamente da sola e ciò mi ha permesso di stare a stretto contatto, forse per la prima volta, con i miei pensieri, le mie paure e le mie ansie. Per quanto mi mancassero i miei amici e la mia famiglia, penso che in Inghilterra ci sia una versione di me che può esistere solo là. È una parte della mia anima, a mio parere la migliore e la più autentica, che ho lasciato per sempre in quella stanza, in quel paese e che un giorno spero di poter ritrovare” (M. classe quinta).
“Mi spaventano le cose che finiscono e forse, proprio per questo, ho sempre immaginato lontano questo momento. Devo ammettere che ho rimandato più e più volte la scrittura di questa “gemma”, nella speranza di creare qualcosa di unico. Alla fine, però, ho capito che ogni volta che ne scrivo una mi basta riflettere su me stessa. Mi sono sentita di intitolare questo documento, “L’ultima gemma della mia vita”, può sembrare drammatico, lo so, eppure l’ho scelto con cura. L’ho chiamato così perché, anche se so che non è davvero un finale definitivo, rappresenta la chiusura di un capitolo importante della mia vita. È “l’ultima” non perché dopo non ci sarà altro, ma semplicemente perché segna la fine di un percorso che mi ha cresciuta, cambiata e definita. È una gemma perché racchiude tutto ciò che sono stata fino ad oggi: pensieri, paure, conquiste e consapevolezze. Anche se mi è stato detto che non esistono mai finali definitivi, soprattutto perché dopo il liceo inizia la vera e propria storia della propria vita, ho voluto portare come gemma di quest’anno, una riflessione che custodisco da tempo: il fatto di essere cresciuta e di come la consapevolezza di questo mi renda felice e, allo stesso tempo, mi stringa lo stomaco in un modo che non so spiegare. Quando mi guardo allo specchio, non vedo più la me di cinque anni fa, ma una ragazza grande, pronta a prendere in mano tutto ciò che la vita ha da offrire. Eppure vedo anche una ragazza che ha estremamente paura del futuro che incombe. Poi però ripenso agli anni scorsi, a quanti progressi personali ho fatto e a tutte le persone che mi hanno accompagnata durante questo percorso, e capisco quanto io sia profondamente grata a ciascuna di loro. Ripensandoci davvero, questi anni di liceo sono stati un continuo intreccio di emozioni contrastanti. Quante volte li ho maledetti: per le interrogazioni, per le ansie, per le giornate infinite, per la sensazione di non farcela. Quante volte ho desiderato che finissero il prima possibile. Eppure, adesso che sono davvero alla fine, mi accorgo che qualcosa dentro di me già ne sente la mancanza. Mi manca persino ciò che prima mi pesava, perché in fondo è stato proprio quello a costruirmi. È strano rendersi conto che anche le difficoltà, col tempo, assumono un significato diverso e diventano parte del percorso che ti ha fatto crescere. Ammetto di non sapere bene cosa scrivere in questa gemma, ma sicuramente voglio far trasparire la mia gratitudine attraverso queste parole. Quest’anno ho realizzato tante cose: il modo in cui sono cambiata, maturata, e come abbia lavorato su me stessa, forse anche inconsciamente. Quest’anno è iniziato all’insegna del cambiamento. Ho capito che, talvolta, l’assenza di una persona può insegnare molto più della sua stessa presenza. Ho capito su cosa concentrarmi e chi sono davvero le persone che mi vogliono bene. Ho compreso che aprirsi a nuove conoscenze non è la fine del mondo, anzi. Ho scoperto come fare nuove esperienze ti faccia sentire estremamente viva. Ho imparato a trovare un mio equilibrio e a non farmi sopraffare dalle mie ansie e paure le quali, ammetto, a volte ritornano. Ma forse è anche bello così: mi rendono quella che sono, e ho capito che conviverci non è la fine del mondo. Ho imparato a fregarmene, a dire addio, a essere grata alle piccole cose della vita. E di questo devo ringraziare anche le mie più care amiche, A. e F.: senza di loro probabilmente non saprei come avrei affrontato questi anni. Sono una boccata d’aria fresca nei momenti in cui manca il respiro. Ho imparato a godermi le cose, o forse ci sto ancora provando. Ho imparato a lasciarmi andare e quanto questo mi abbia fatto bene. Ho imparato che non sono un voto o una brutta giornata di scuola. Ho imparato a non fasciarmi la testa prima di rompermela e anche a non piangere disperatamente subito dopo essermi fatta male, ma piuttosto a cercare una soluzione davanti a un problema, indipendentemente da quanto esso mi possa sembrare enorme. Di recente ho letto un detto che diceva: “Se sei sicuro, brucia la nave.” Questo detto nasce da una storia vera. Nel 1519 Hernán Cortés arrivò in Messico con i suoi uomini. La terra era sconosciuta, il rischio enorme, la paura reale. Molti volevano tornare indietro: il mare era lì, le navi pronte, la via di fuga aperta. Cortés fece una scelta estrema: ordinò di distruggere le navi. Niente ritorno, nessuna alternativa rassicurante. Da quel momento c’era solo una direzione: avanti. E proprio perché si tolsero il peso del dubbio riuscirono a conquistare. “Bruciare le navi” significa questo: tagliare le vie di fuga, smettere di ancorarsi al passato e decidere, una volta per tutte, dove si vuole arrivare. Per me è anche un monito ad andare sempre avanti, senza restare bloccati a guardarsi indietro. Questo non significa dimenticare ciò che è stato, ma essere consapevoli che ogni esperienza vissuta, bella o brutta, mi ha resa la persona che sono oggi. Questa idea di distinguere tra ciò che davvero conta e ciò che è solo momentaneo mi riporta a una frase che mio nonno mi ha sempre detto. Non la ricordo spesso, ma ogni volta che riaffiora riesce a fermarmi e a farmi riflettere: quando è brutto tempo è sbagliato dire che è una brutta giornata; è meglio dire che il tempo è semplicemente brutto, perché le brutte giornate sono tutt’altra cosa. Ho imparato a non avere paura del futuro… scherzo, quello mi spaventa ancora e parecchio; ma in fondo la vita non va solo pensata: va vissuta. Forse i diciotto anni mi hanno fatto capire quanto le cose che prima davo per scontate siano in realtà meravigliose: le amiche, un abbraccio, un bacio, amare, piangere dalle risate o piangere e basta. Perché, in fondo, sono queste le cose che ci fanno davvero sentire qualcosa e che vanno affrontate, nel bene e nel male, sempre a testa alta. Oggi sono sicura di poche cose, ma una la so: voglio vivere e respirare davvero. Negli ultimi anni ho imparato tantissimo e ringrazio infinitamente i momenti che mi hanno fatta cadere con le ginocchia a terra, perché, anche se può sembrare assurdo, sono proprio quelli che ti fanno aprire gli occhi e capire quanto, in realtà, si è fortunati. Auguro quindi a tutti di avere voglia di crescere, ma senza fretta. Cadete, ma rialzatevi e guardate a testa alta la strada che avete davanti. Chissà, forse questa gemma potrà servire a qualcuno che la leggerà, o anche semplicemente a me, per ricordarmi chi sono sempre stata, senza però aver mai avuto davvero l’accortezza di vedermi con i miei stessi occhi”. (A. classe quinta).
“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto. Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi. Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte. Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti. Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”. (E. classe quinta).
“Per la gemma di quest’anno dovrei ringraziare l’appendicite, visto che mi ha dato tempo per pensare a che argomento portare. Questa volta non ho portato niente di concreto, bensì delle riflessioni sulla mia vita in generale. È da diversi anni che continuo ad avere la sensazione di non essere abbastanza e di essere in competizione con tutte le persone che mi circondano. Vedevo gente brava in molti ambiti e mi sembrava sempre di essere un passo indietro. A causa di ciò ho iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e di ciò che mi circondava, portandomi a pensare sempre di più al fatto di avere poco tempo e possibilità per superare le altre persone e vivere la vita che volevo vivere. Guardando sempre al futuro mi chiedevo se esisteva davvero la bella vita e se l’avrei mai raggiunta. Col passare del tempo ho capito che non esiste, ci sarà sempre la guerra, ci sarà sempre la paura e ci saranno sempre le perdite di persone care. Ciò non significa però che la vita non abbia un senso e che non si possa riempire di momenti felici per colmare quelli tristi. A essere sincero, quando mi hanno ricoverato in ospedale, la mia unica preoccupazione era quella del cibo, visto che sarei stato a digiuno e io sono un grande amante del cibo, ma una volta raggiunta la sala operatoria qualche giorno dopo ho iniziato ad avere un po’ di paura. Sapevo che era un’operazione semplice, ma non si è mai sicuri al 100% che le cose vadano bene. È stato penso a quel punto che ho davvero realizzato quanto sia inutile pensare al futuro. Non saprò mai quando chiuderò definitivamente gli occhi fino a quando non accadrà, perciò il presente esiste, per essere vissuto e per diventare passato. Piano piano sto cercando di abituarmi a questa idea di pensiero e di abbandonare quella di prima, che penso sia comunque più difficile che riprendermi dall’operazione”. (L. classe quarta).
“Spesso ho pensato a quando avrei portato in classe la mia ultima gemma, a cosa avrei scritto per chiudere in bellezza i cinque anni passati in questo liceo. Non avrei mai creduto però che la mia ultima gemma l’avrei scritta solo in seconda. Mi piace convivere con l’idea che la vita sia proprio ciò che ci succede quando meno ce l’aspettiamo, ogni imprevisto bello e brutto, ogni scelta fatta con coraggio e con paura. Da poco mi è stata data la possibilità di inseguire la mia più grande passione, la danza, studiando in una scuola di avviamento professionale. A settembre prenderò quella strada, contenta di poter lavorare sul mio sogno, ma mi porterà a cambiare città e scuola, compagni di danza e di scuola. Dietro la felicità c’è sempre un lato triste. Lasciare casa, lasciare la scuola di danza che mi ha cresciuta per 13 anni e mai vorrei separarmi dalla famiglia che siamo. Ma la cosa più difficile è cambiare liceo e lasciare i miei compagni di classe che hanno reso questi due anni leggeri nonostante il peso dello studio. Con loro sono sempre stata me stessa, nel bene e nel male della mia personalità, fin dal primo giorno. Mi hanno fatta ridere e in soli due anni mi hanno regalato bellissimi momenti. Vorrei sapessero quanta importanza ognuno di loro ha avuto per me e soprattutto continuerà ad avere. Per me sarete sempre un bel ricordo” (M. classe seconda).
“Come gemma ho portato un recap dell’ultimo anno, che è stato uno dei più belli ma al contempo anche malinconico. Malinconico perché per me è l’ultimo anno da adolescente, l’ultimo di superiori ed è l’anno in cui la mia vita cambierà e prenderà una strada diversa. È stato un anno particolarmente bello perché sono stata non una ma ben due volte a vedere il mio cantante preferito, più altri concerti di artisti che mi piacciono molto e desideravo di vedere da anni. È stato l’anno della patente, l’anno in cui sono diventata un po’ più indipendente, l’anno in cui ho lasciato vecchie amicizie e riaperto altre che in precedenza si erano chiuse. Ho aggiunto anche una foto con il mio moroso perché, potrà far ridere sentirlo dire da un’adolescente, però lui è la mia costante. Stiamo insieme da più di 4 anni e in tutti questi lui è stato l’unico a non essersene mai andato. Si dice tanto che i ragazzi vanno e vengono ma gli amici rimangono, beh per me è il contrario. Ho scelto anche la foto di casa mia perché è ormai qualche anno che lavoro e do una mano lì, ma nell’ultimo sono veramente entrata dentro questo mondo; nonostante sia un lavoro pesante, trovo sia uno dei più gratificanti anche dal punto di vista umano. Stando dietro il banco, vedendo ogni giorno le stesse persone, poi queste pian piano ti raccontano sempre qualche dettaglio diverso della loro vita e finisci inevitabilmente per affezionarti, che può essere un lato positivo come negativo. Però trovo che in pochi altri lavori si possa instaurare un certo rapporto con i propri clienti e questa cosa non è da sottovalutare . Inoltre, essendo casa mia sono ovviamente molto legata a tutto ciò, ancora di più perché è una cosa che parte da molto molto prima: il mio bisnonno era andato in Argentina a lavorare per guadagnare un po’ di più e quando è tornato ha deciso di comprare il casale, che oggi è quello della foto. Poi, mio padre mi ha raccontato che già mio nonno voleva aprire un’osteria, ma per una cosa o per l’altra non è riuscito a farlo e quindi lui ha in un certo senso esaudito il suo desiderio. Le radici che mi legano a questo posto sono molto profonde e solamente nell’ultimo anno sono riuscita a capire veramente quanto per me sia importante. Inoltre, mi sembra scontato dirlo, ma mi renderebbe orgogliosa un domani prendere in mano l’attività e portarla avanti, e spero di riuscire a farlo” (K. classe quinta).
“Quest’anno ho deciso di portare come “gemma” un album fotografico che ho realizzato durante l’estate sul viaggio che ho fatto ad aprile a New York. Ho stampato tutte le foto e ho creato l’album completamente da zero, scegliendo e organizzando ogni pagina. L’ho costruito nei momenti di noia dell’estate e, mentre riguardavo le foto e mettevo insieme i ricordi, mi è venuta un po’ di nostalgia. Allo stesso tempo però mi ha resa molto felice, perché mi sono resa conto di aver vissuto un’esperienza davvero speciale. Questo viaggio è stato uno dei più belli della mia vita. Ho avuto la possibilità di visitare posti che fino all’anno prima mi sembravano lontanissimi da me, quasi irraggiungibili. Inoltre l’ho fatto insieme alle mie amiche: proprio durante quel viaggio abbiamo legato ancora di più. Riguardare queste foto mi ha fatto capire quanto quell’esperienza mi abbia fatto crescere. Mi ha resa più indipendente e anche più sicura di quello che voglio fare in futuro. Per questo ho scelto questo album come mia gemma: perché non è solo una raccolta di foto, ma un modo per custodire ricordi, emozioni e un momento della mia vita che porterò sempre con me” (M. classe quinta).
“Come ultima gemma di quest’anno ho deciso di portare la lettera che mi è stata data da una delle mie maestre delle elementari alla fine della quinta, in maniera che lei potesse augurarci un buon futuro e in modo che noi potessimo avere sempre un ricordo di lei. Questa gemma contenuta in poche parole è per me speciale e più che mai quest’anno la riguardo con nostalgia, rendendomi conto di come sono e non sono cambiata nel tempo. Così come la quinta elementare è un periodo di cambiamento nella vita di un bambino, anche la quinta superiore è un momento di crescita che conclude un lungo percorso scolastico: portare questa lettera proprio l’ultimo anno rappresenta per me quindi un cerchio che si chiude e un nuovo impulso per poter affrontare tutto ciò che mi aspetta, buttando via “ansia e paura” e “affrontando la vita dall’alto”.” (A. classe quinta).
“Ho pensato a lungo cosa portare come gemma quest’anno. Poi ho sentito una frase che mi ha fatto riflettere. “Immagina di leggere un libro dove non ci sia la possibilità di ritornare alla pagina precedente. Con quanta attenzione leggeresti il libro? Ecco questa è la vita!” Ogni volta che ascolto o leggo questa frase, mi viene la pelle d’oca. Rileggo questa frase ogni volta che sento di correre troppo, per ricordarmi di rallentare e godermi davvero ogni singolo minuto. Ridere, piangere, giocare, tornare bambina anche solo per un secondo, abbracciare e stare vicino alle persone che mi fanno stare bene. Ogni giorno scriviamo la nostra storia, e la storia di ciascuno di noi è unica. Ci saranno capitoli bellissimi e frasi che non avremmo mai voluto scrivere; personaggi che saranno nella nostra storia per molti capitoli e altri che se ne andranno, ma lasceranno un segno indelebile. Con questa gemma volevo dire che non importa quante pagine abbiamo già scritto, ma la cura con cui sceglieremo le parole per i prossimi capitoli. Anche se non possiamo tornare indietro, la penna è ancora nelle nostre mani: possiamo decidere noi di rendere la nostra storia una storia che valga la pena di essere letta, fino all’ultima riga”. (S. classe seconda).
“Come rondine che migra lontano con la sua fantasia non trovo più un filo su cui appoggiare i miei piedi. Chissà se il giorno di Pasqua io e te eterni bambini riusciremo a rompere il guscio. Ma abbiamo paura della guerra come tutti non vogliamo portarci dietro un amico che è nero, come l’odio e intanto andiamo nei cinema di periferia a vedere un vecchio film dove si parla d’amore. Alda Merini
Questa poesia è un elogio all’incertezza che tanto temo quanto è presente nella mia vita. La poesia, come la lettura della Bibbia, mi ha aiutato ad abbracciare la confusione di questi mesi. Solo senza più fili su cui poggiarsi possiamo essere veramente liberi, per quanto privi di sicurezza”. (A. classe quinta).
“Le prime tre persone di cui vorrei parlare in questa mia terza gemma si chiamano S. V. e G. Con S. e V. ero in classe insieme l’anno scorso, ma non subito siamo diventati amici tutti e tre. Con V., la conoscenza è stata nettamente più veloce, dato che al secondo giorno di scuola lei mi si avvicina e da subito andiamo d’accordo. Con S. invece non so quando precisamente siamo diventati amici stretti, ma nonostante ciò, la considero lo stesso una delle persone a cui voglio più bene. Con G. è stato tutto molto casuale, e ci siamo conosciuti al Bearzi due anni fa, perché abbiamo fatto gli animatori insieme. Io e G. abbiamo stretto molto di più questa estate, dato che ho passato quasi tutti i giorni a casa sua. Devo dire che questo è stato un periodo magnifico, abbiamo condiviso intere giornate insieme passando dal parlare di cose fondamentalmente stupide alle cose più importanti. Loro tre sono le persone che mi conoscono meglio, a cui devo moltissimo, dato che quando sto con loro, il tempo vola e mi distraggo da tutti i problemi della mia vita, pensando solamente a divertirmi.
Il 4 Dicembre 2025 mio padre ci dà l’orrenda notizia del suo tumore al polmone, e da quel giorno ho capito che dovevamo combattere tutti insieme una guerra molto difficile e lunga. Per i successivi 2 giorni l’illusione di un leggero miglioramento in mio padre mi stava risollevando le giornate, dato che prima passava le intere giornate vicino all’ossigeno, che è ‘’ritornato’’ nelle nostre vite dopo che la nonna è andata via. Ma la mattina del 7 Dicembre, precisamente alle 6:30, mi sono svegliato a un ‘bip’ continuo e una voce femminile che conversava con mamma. Sul momento non ho capito cosa stesse succedendo, dato che mi ero svegliato bruscamente, ma nel momento in cui sono sceso in salotto ho capito tutto: mio padre stava tornando in ospedale. Quel giorno sono iniziati i 10 giorni peggiori che mai vivrò nella mia intera vita. La situazione era degenerata, mio padre aveva il liquido nel polmone, e prima di iniziare la chemioterapia questo liquido doveva essere tirato via. Per tutta la giornata ho combattuto la mia “paura” per gli ospedali e per i macchinari dell’ospedale, e quel pomeriggio, con una forza di volontà che non saprò mai da dove mi è venuta, sono andato a visitarlo. Nel momento in cui sono entrato nella stanza, l’intero mondo mi è crollato sulle spalle, mi sono seduto accanto a lui e mi ha detto una frase che mi porterò dietro per tutta la vita “vedervi crescere è stato il film più bello che io abbia mai visto, e voglio continuare a vedervi crescere, io non mollo”. Questa frase detta da mio padre con una voce flebile e affannata che non sembrava la sua, una voce sempre molto alta di volume e profonda. Per i dieci giorni successivi, andare in ospedale il pomeriggio per fargli compagnia, era parte della mia routine giornaliera. Mercoledì 17 è un giorno che sicuramente non potrò mai dimenticare. Torno a casa, pronto a raccontare la mia giornata a mamma, ma a casa c’era solo l’acqua sui fornelli ma nessuno in casa. Dopo una decina di minuti mamma torna, poi tornano i miei fratelli e mamma ci dà l’orrenda notizia: mio padre non ce l’ha fatta, un’insufficienza respiratoria lo ha portato via da noi. Quel giorno ho perso tutto, mi sentivo povero, senza un arto, senza un appoggio sul quale potessi contare, un appoggio, che quando ero più piccolo, era l’unica persona che poteva consolarmi. Da quel giorno ho imparato tanto, ho imparato che amare è lasciare andare, ma ho imparato moltissimo anche su chi mi circonda: c’è chi parla con frasi fatte, e chi se dice qualcosa lo intende veramente. Ho ricevuto tanti messaggi dicendo “se vuoi parlare ci sono” ma in realtà sono poche le persone che attualmente vogliono sapere come sto, anche meno chi mi propone di uscire. Ho imparato che la virtù più importante tra tutte è l’intelligenza, che va contro l’ignavia, che sia nella vita quotidiana oppure come spessissimo accade nella politica, di non avere un pensiero politico, perché “la politica non è per me”. Ho mille domande a cui mai avrò risposta da fare a F. e a Buba, ci conoscevamo da troppo poco e chissà quante avventure ci avrebbero aspettato, come quando in Senegal ti ho rotto gli occhiali da sole solamente perché mi stavo dimenando troppo perché stavamo ridendo insieme. Ma ora chi mi darà nozioni di pura sapienza? chi abbraccerò quando sarò triste e voglio solo essere consolato? chi suonerà quel pianoforte che hai tanto desiderato? Chi suonerà ‘’Spain’’ di Chick Corea a ripetizione? e chi mi racconterà storie della sua gioventù, dei suoi viaggi per il mondo e delle sue esperienze passate? chi verrà a vedere ogni mia partita? con chi farò le parole crociate? nessuno prenderà mai il tuo posto, un vuoto nel petto che non verrà mai ricolmato. Al suo funerale era presente tantissima gente, tra colleghi, amici miei e dei miei fratelli, tutta gente che mi ha fatto capire una cosa: che l’obiettivo di mio padre è stato compiuto. Lui ci ha fatto venire qui nella speranza di crearci una nuova vita e più opportunità, e quel giorno ho capito che siamo riusciti a crearci una nuova vita, ci siamo fatti nuovi amici, e a lui stava svanendo lo stress che il lavoro gli portava, dato che qua aveva dei colleghi che gli volevano del bene puro. Forse può sembrare una frase da megalomane, ma so che da quel giorno nessuno potrà mai farmi del male, perché vedere un genitore freddo, asettico, e privo di qualsiasi emozione, è un dolore che nessuno potrà mai farmi provare. Poco prima che andasse via ho preso una felpa con una frase della canzone Il filmografo di Kid Yugi che dice “perché l’amore è come andare in tandem, uno guarda già al futuro e l’altro gli guarda le spalle”: questa canzone tratta l’amore principalmente di una relazione, ma io quando sento quella canzone sull’amore penso che l’amore a cui mi riferisco è proprio quello per mio padre. Molte frasi posso ricollegarle soprattutto al nostro ultimo incontro”. (D. classe terza).
“Cara E. del passato, carissima versione passata di me. Sei la mia gemma, l’unica persona che per me c’è sempre stata. Come stai? Non c’è nemmeno bisogno che tu risponda: so già che sei felice. E non parlo di te di cinque anni fa, ma di te di dieci anni fa o più, con quell’aria spensierata e quel sorriso genuino e infantile che regalavi a tutti. Tu, che il mondo lo vedi come il più semplice dei giochi. Tu, che parli senza pensare alle conseguenze. Tu, che riesci a vedere oltre le etichette. Tu, che trovi il bello in qualsiasi cosa fai. Mi manchi. Dove sei finita? Spero che tu possa sentire queste parole, perché provo esattamente tutto quello che sto scrivendo. Sono successe così tante cose in questi anni che non puoi nemmeno immaginare… Non ho ancora trovato la risposta a tutte le tue domande, ma ad alcune sì: Sì, mamma e papà ci portano ancora in viaggio, sia me che Lucy. No, le medie non sono assolutamente come nei film americani. Sì, sei ancora in contatto con alcuni di loro. No, non sei sola. Si, hai ancora una vena creativa. No, non sei un’incapace E sì, la vita non va sempre come dovrebbe andare — e va bene così. Con il tempo riuscirai più o meno a capirlo. Se devo essere sincera però adesso probabilmente non mi riconosceresti… anche se la frangia ce l’ho ancora: dopotutto siamo nate con la frangia. Gioco ancora con la nostra cara Wii, e ogni tanto mi stupisco che funzioni ancora. Amo ancora vedere le persone sorridere e farle sorridere. Amo ancora ridere per le cavolate più assurde e insensate. Amo riguardare un programma o un video svariate volte senza mai stancarmi. Ho ancora paura dell’andare al piano di sopra o in cantina da sola. Suono ancora il pianoforte, e sì, sei finalmente riuscita a farti regalare la chitarra dello zio. Guardo ancora il cielo quando assume colorazioni particolari. Racconto ancora storie e ne invento altrettante. E purtroppo però, proprio come te, forse non mi sono ancora del tutto accettata. La vita è dura, E., non posso negarlo. E se penso a tutto quello che dovrai affrontare, mi si stringe il cuore. Ma allo stesso tempo mi rassicura sapere che riuscirai a superarlo e ad arrivare dove Io oggi sono. Non ho ancora raggiunto tutto ciò che vorrei, ma se guardo la te di cinque anni fa, mi sento già meglio… infatti ultimamente mi sono fatta l’idea che Sì… potremmo avere di più ma potremmo anche avere di meno. Dunque il mio suggerimento è: Non smettere mai di sorridere. Non avere paura: se deve succedere, fregatene…che succeda. Non cercare di combatterlo a tutti i costi. Nonostante ciò lo ammetto: Se potessi tornare indietro, cancellerei tante cose… ma non voglio spaventarti: è solo un periodo. Non preoccuparti dei voti a scuola. Non preoccuparti di quei buffoni. Non sei sbagliata. Non sei ciò che vogliono farti credere. Non devi chiedere scusa a nessuno per essere come sei. Siamo così diverse, e allo stesso tempo incredibilmente simili. Perché dico che siamo diverse? Io dico le parolacce; tu invece ti copri le orecchie e ti offendi appena ne senti una. A volte resto in silenzio; tu non fai altro che chiacchierare con tutti, senza barriere e senza paura del giudizio. Ogni tanto sento la tua presenza, il tuo ritorno. Lo percepisco chiaramente quando accade. E, in effetti, se ci penso, è sbagliato dire che siamo diverse. Entrambe ridiamo quando qualcuno ci guarda in modo insolito o comico. Entrambe cantiamo parole di canzoni straniere in una lingua che sembra aliena. Entrambe ci imbarazziamo quando qualcuno ci fa un complimento o ci dimostra affetto. Entrambe cerchiamo di essere gentili, indipendentemente dalla persona che abbiamo davanti. No, noi non siamo diverse. Noi siamo la stessa persona. E chissà se tu sei fiera di me… tanto quanto io lo sono di te”. (E. classe quarta).
“Oggi ho deciso di portare un libro che, a prima vista, potrebbe sembrare insolito. In realtà, dietro quella copertina semplice si nasconde una storia straordinariamente profonda e tenera, e non potevo non sceglierlo. Me lo ha regalato un’amica di mia nonna: si chiamava A. Quando penso a lei, mi torna alla mente il suo viso pulito, le guance paffute e rosate, e quello sguardo limpido e innocente di un’anziana che viveva ogni giorno con gratitudine, cercando di rendere più bella anche la vita degli altri. A. era esattamente così. Mi ricorderò per sempre che, quando andavo a trovare mia nonna, incrociavo spesso gli occhi di A.: per strada mentre passeggiava con il suo cagnolino, oppure quando andava a dare da mangiare alle sue amate pecore. La sua casa era splendida, un po’ nascosta nel bosco, proprio come piace a me. Quando decidevo di andarla a trovare , provavo un piacere sincero nel sedermi su quella sua panchina e ammirare il panorama che da lì si apriva. Lei mi aspettava sempre con gioia. Parlavamo di tantissime cose: mi raccontava una quantità infinita di aneddoti curiosi della sua vita, riuscendo ogni volta a coinvolgermi. È vero, a volte era stancante starle dietro, perché parlava così tanto che rischiavi di perderti qualche pezzo; ma in fondo adoravo quei momenti. Era come se mi prendesse per mano e mi portasse indietro nel tempo: quando ricordava suo marito, suo figlio, quando raccontava di quando da giovane insegnava ai bambini i nomi dei fiori e delle foglie…era stata un’insegnante d’asilo. La cosa che amavo più di tutto, però, era sentirla parlare di libri: il suo argomento preferito. Qualsiasi discorso, prima o poi, finiva sempre lì. Ed era meraviglioso, mi perdevo sempre nelle sue parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi ha portata a vedere lo studio di suo marito mancato da alcuni anni, ma sempre vivo nei suoi pensieri: due poltrone molto antiche, coperte da un velo di polvere e appoggiate al muro con incredibile delicatezza; e poi libri, ovunque. Ogni volta che la salutavo tornavo a casa con una pila di volumi che,ad annusarli, avevano quell’odore di antico, di vissuto, di memoria. Così era lei: gentile con tutti, sempre pronta ad aiutare, sempre capace di farti sentire accolta. Ho scelto di portare questo libro in suo onore, per mantenere vivo il suo ricordo nell’animo di tutti voi. È venuta a mancare pochi giorni fa, mercoledì 26 novembre, e da quel momento ho sentito un vuoto improvviso farsi largo nel mio cuore. Per me lei era come una seconda nonna, una compagna di vita, di avventure, un’amica sulla quale potevi contare in ogni situazione, una persona che sapeva ascoltarti, darti consigli preziosi e dimostrarti tutto l’affetto che poteva darti attraverso i suoi libri. Questo libro parla di pedagogia e racconta il percorso che porta a diventare un buon insegnante: proprio il lavoro che sogno di fare. Lei lo sapeva e mi ha sempre sostenuta in questa scelta. Quando le raccontavo che aiutavo tutti a scuola, mi diceva sempre: «Che bella questa cosa, tesoro. Sono molto grata di aver fatto l’insegnante, e sono felice che anche tu voglia seguire questa strada». Questo libro sarà sempre con me, con la speranza che il suo ricordo continui a vivere non solo dentro di me, ma anche in chi ascolterà questa storia. Perché le persone come A. non se ne vanno davvero: restano negli sguardi, nelle parole, nei gesti gentili che ci hanno insegnato. E questo è il mio modo di dirle grazie: per le sue parole, per la sua gentilezza, per tutto ciò che, senza saperlo, mi ha lasciato dentro. Oggi lei è qui con me ❤️.” (M. classe quarta).
Su Rocca ho trovato un curioso articolo di Rosella De Leonibus: si tratta di una lettera alla propria ansia e si apre con una citazione. “L’ansietà è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati” (Robert Albert Bloch). Ma ecco il testo.
“Ansia: travaglio d’animo, tormento, tribolazione (dal latino: anxietas, anxietudo). La psicologia ti definisce come un senso di incertezza relativo al futuro, con sentimenti spiacevoli di timore, in genere vaghi e non proiettati su oggetti o eventi riconoscibili. Nel senso comune, ti si descrive come viva preoccupazione, attesa inquietante e angosciosa. Bene, ora che so come ti definiscono, ho intenzione di scriverti una lettera. Non perché io ti voglia bene, per favore no, direi invece che, se devo dire la verità, ti odio, con tutto il mio cuore, sì, quel cuore che tu mandi in affanno quando meno me lo aspetto. Ti voglio scrivere perché voglio che tu mi stia a sentire, sì, proprio tu che mi blocchi la parola in gola quando ti pare, senza alcun riguardo per le pessime figure che mi fai fare… E quindi, a noi due. Mi leggerai fino in fondo, lo pretendo, perché io ti sto a sentire anche in piena notte, quando mi svegli all’improvviso con un bagno di sudore, il fiato mozzo, gli occhi sbarrati nel buio.
C’E’ POSTA PER TE Cara la mia ansia, cara nel senso che mi costi davvero cara. Ecco, cominciamo con questo. Le occasioni mancate a causa tua, che ti infili in mezzo tra me e la persona che vorrei sedurre, ti metti tra i piedi quando sono in un posto nuovo e mi impedisci di godermi l’avventura per le paranoie che mi sventoli davanti al naso. Per non parlare degli esami e dei colloqui di lavoro in cui mi hai sabotato, svuotandomi il cervello davanti a domande banali per cui mi mordevo la lingua solo pochi minuti dopo, una volta fuori dalla stanza dell’incontro. Perché tu, vile e traditrice come sei, appena fuori da quella stanza sei balzata giù dal mio cervello e la lucidità di colpo è tornata. Quindi, cara mi costi e mi sei costata, il giorno in cui ti addebito tutti i fallimenti, le mancate azioni, le figuracce, ti mando in rovina. “L’ansia in bancarotta… Costretta a risarcire i danni!”, quanto vorrei questi titoli su tutti i social… Già, perché, tanto per non abbonarti alcun addebito, mi torturi anche lì, che dovrebbe essere il mio spazio di decompressione. Perché mi sento male se non vedo il “mi piace”, e vado in apprensione per i discorsi di odio che mi becco ogni volta che esprimo pubblicamente una posizione. E poi quella tremenda sensazione di essere tagliati fuori dai circuiti comunicativi, Fomo, la chiamano, fear of missing out, e io soltanto so com’è collegata al mio grande assente, il sentimento di autostima, e alla paura ancestrale di dover subire un’esclusione… Quindi, odiata ansia, farò di tutto per cancellarti dalla mia vita. Se fossi un partner, ti avrei già mandato al tuo paese, ma tu saresti ritornata mille volte, più possessiva e invadente che mai a grattare alla mia porta, a infilarti nelle fessure delle imposte, a sgusciare furtiva dentro l’uscio quando esco, così nel frattempo ti saresti impossessata della casa e non avrei avuto pace neppure al mio ritorno. Che vuoi da me? Tu sei muta, ma io lo posso dedurre facilmente dai risultati che ottieni. Mi tieni alla larga dalle novità, mi precludi ogni prospettiva che non sia già praticata, ogni slancio un po’ più ampio, e finisci per oscurare l’orizzonte delle mie speranze occupandolo con le tue nuvole nere e i tuoi annunci di tempesta.
E IL PERFEZIONSIMO? COLPA TUA. “È detto che la nostra ansietà non svuota il domani dei suoi dispiaceri, ma soltanto svuota l’oggi della sua forza” (Charles Haddon Spurgeon). Ti ho sfidato, qualche volta, ho voluto buttare il cuore oltre l’ostacolo, ho fatto l’esatto contrario di quel ritiro dal campo che tu mi gridavi nelle orecchie, e il risultato è stato solo che l’energia non mi è bastata per arrivare in fondo. Per cui hai vinto anche allora, lasciandomi solo la corda più lunga e giocando con me come fa il gatto col topo, sapendo bene fin dall’inizio che saresti stata tu ad assestare la zampata finale. Ecco, vedi, ho una rabbia enorme nei tuoi confronti, e ora che l’ho messa per iscritto mi accorgo che dietro c’è tanta tristezza. Perché, per quanto io continui a guardarti come una nemica, come un parassita, un’ospite indesiderabile, sei dentro di me, sorgi dal mio interno, da una parte antica del mio cervello, quella più direttamente connessa alle funzioni vitali del mio corpo. Che dolore riconoscere che vivi dentro di me… che dolore riconoscere che sei nata per proteggermi da pericoli futuri, e anche se non ci sono guai in vista, comunque mi ordini di stare in guardia, non si sa mai… Tu lo sai bene, anche se io non lo posso ricordare, quanto fosse difficile per me nell’infanzia aver fiducia nel mondo… il mondo allora per me erano i genitori, il loro modo di amarmi, fatto di insicurezze e ambivalenze, il loro modo di scoraggiare le mie prime esplorazioni, e quella reazione aggressiva che avevano nei miei confronti quando mi capitava qualcosa di spiacevole, come se, invece di consolarmi e rassicurarmi, si arrabbiassero per via dello spavento che avevo procurato loro… Ho imparato là a non osare più di tanto, è là che ti sei manifestata dentro di me, perché non dovevo sbagliare, non dovevo incappare mai in alcun problema, altrimenti non ci sarebbe stato nessuno a venire a prendermi. La tua funzione era di proteggermi, visto che nessun altro lo avrebbe fatto, evitando ogni rischio, e così ho imparato a camminare sulle uova, testa china e spalle chiuse, passo incerto e voce spenta. Meglio meno, meglio non chiedere, vietato sbagliare. E poi è scattata la trappola: forse se faccio le cose al meglio, forse se imparo a dare il massimo qualcuno mi amerà di più, mi amerà meglio, mi offrirà finalmente un riparo? Se offro solo il profilo migliore, piacerò di più? Se mi occupo degli altri e dimentico me, sarò una creatura finalmente indispensabile e quindi visibile? La risposta è negativa, purtroppo, con l’aggravante che con questa ricerca dell’eccellenza ho accumulato tensioni intollerabili, sforzi inumani, che mi hanno lasciato la mandibola sempre bloccata, le spalle doloranti, l’intestino in fiamme, il bacino rigido, i piedi contratti… Mi hanno plasmato a poco a poco come una figura pietrificata, efficiente ed efficace agli occhi del mondo, ma sola, irraggiungibile dietro la mia corazza.
E SE CI ALLEASSIMO? La sento incrinarsi, da un po’, la corazza, e tu, ansia, che ti eri trasformata in tensione e spasmi, torni a manifestarti nel tuo regno preferito, quello delle emozioni. Credevo di averti domato con l’autodisciplina, con il senso del dovere, ma eccoti, non ammetti briglie, vuoi dirmi qualcosa finalmente? Vuoi dirmi che tu sei l’energia vitale che non ho potuto ancora vivere? Che sei la mia difficoltà a stare nel presente perché il presente che mi si offriva non era vivace, attraente, sereno? Vuoi raccontarmi oggi che tu sei la mia energia? Che hai sofferto accanto a me e con me per tutte le volte in cui non ho potuto lasciarmi andare, per tutte le volte in cui l’ambiente è stato poco accogliente, per ogni errore che non è stato aiutato a diventare apprendimento, per ogni modello mancato, per ogni sostegno non ricevuto? Vuoi dirmi che hai dovuto farmi tu da scudo, poiché non potevo contare su una forza interiore che non aveva avuto le condizioni per consolidarsi? Vuoi dirmi che ognuno di quei sintomi che tanto mi spaventavano, ognuno dei cento malesseri psicosomatici di cui ho ricevuto la visita devastante, ognuno di loro era un grido di libertà soffocato? E mi vieni a raccontare che questa energia può ancora essere ravvivata e può trovare una forma adattiva per manifestarsi? Vuol dire che quel grido muto dei sintomi può diventare man mano slancio vitale, curiosità nuova, e può avere presa sul mondo invece che avvilupparsi alla mia gola? Vuoi farmi vedere quanto hai condensato, in forma di malessere, i “no” che non potevo dire, i “sì” che mi erano stati strappati per compiacenza, vuoi stare qui a narrarmi di come hai mantenuto accesa la mia vitalità nonostante tu ne abbia limitato a tua volta, con la tua presenza, le possibilità di espressione? Vuoi che facciamo un patto? Che io non cerchi più di annullarti, che io riconosca che mi hai salvato e protetto quando ero troppo fragile, che io accolga il tuo messaggio di alleanza? Perché sei una forma elementare di energia per sopravvivere, ma se ti tengo accanto e ti do respiro puoi evolvere e diventare la mia migliore body guard. E io saprò che mi metterai in allerta solo quando servirà, e che non mi giudicherai per una svista, un tentativo fallito. Saprò che è mio compito assicurarti pause di benessere, di natura, di gioco, di leggerezza. E che l’amore in tutte le sue forme è il tuo migliore nutrimento trasformativo. E allora, dai, vecchia mia, ho fatto bene a scriverti questa lettera, ti ho visto da vicino e tu lo stesso, abitiamo lo stesso corpo, abbiamo tutt’e due bisogno di esperienze creative, e vive, e libere. Ti puoi sciogliere, ora, puoi allargarti, diluirti, oppure sprizzare con forza come le bollicine frizzanti che escono dalla bottiglia appena stappata, ci possiamo concedere quel brivido di eccitazione, quello scintillio di vita che ci radica nel presente e ci spinge verso il futuro con occhi desideranti. Alleate. Ciao cara, senza paura. Ciao cara, con un pizzico di brio. Ciao cara, con leggerezza.
“La tua ansietà è direttamente proporzionale alla tua dimenticanza della natura, perché tu porti in te stesso paure e desideri illimitati” (Epicuro)”
Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE
I colloqui con i genitori di allieve e allievi di quinta si concentrano spesso sul dopo-liceo, sulle prospettive future: frequentemente raccolgo la preoccupazione di chi non ha ancora deciso, di chi è perplesso, di chi teme la scelta di una strada “sbagliata”. Allora mi capita di raccontare il mio anno e mezzo di scienze geologiche prima di comprendere quale fosse il mio cammino; racconto anche quanto in realtà la strada “giusta” fosse ben delineata dentro di me, nascosta però da mille rovi e arbusti che, nel tempo, l’avevano coperta. Forse sarebbe stato comodo incontrare quel personaggio di cui Alessandro D’Avenia parla spesso quando affronta l’Odissea: un Mentore che mi sapesse consigliare, che mi aiutasse a leggere meglio dentro di me quella risposta di cui andavo cercando. D’altra parte riconosco che quello che talvolta io stesso ho considerato un anno e mezzo buttato via, è stato forse uno dei periodi più fecondi della mia esistenza, perché mi ha aiutato a vedere tutto ciò che non volevo diventare. Intuire chi si vuole diventare, ascoltare una vocazione, accogliere la risposta che noi stessi ci diamo, dare una direzione all’imprevedibile che si palesa: sono tutti verbi declinati all’infinito che richiedono però un risposta che trovi una concretezza finita nell’esistenza.
Lascio allora spazio a un articolo della pedagogista Paola Bignardi, scritto la scorsa settimana su Avvenire.
“Una riflessione dedicata al rapporto dei giovani con il tempo potrebbe avere per titolo semplicemente “I giovani e il futuro”; questa è infatti l’unica dimensione temporale che essi percepiscono: il tempo che hanno davanti a sé. D’altra parte, quello che hanno alle loro spalle è troppo breve per poter costituire una memoria significativa. E il presente? In esso sono immersi, e lo vivono – forse al pari di molti adulti – come una realtà così scontata da non rendersi conto di essa. Se ne rendono conto quando è troppo disordinato, arruffato; in quelle situazioni allora appare che la libertà di occupare il tempo secondo il desiderio del momento o i propri capricci non è per niente appagante. Anche l’istante nel quale sono immersi ha bisogno di ordine, di ritmo, per diventare veramente esperienza di serenità e di crescita. La necessità di una disciplina per la propria vita è difficile da proporre alle nuove generazioni, al di fuori di un contesto che mostri di essa l’utilità e il valore come stile di vita che può restituire tranquillità e armonia alle proprie giornate. Il tempo verso cui la tensione dei giovani è protesa è il futuro; questa è la dimensione attesa, desiderata. Il futuro è la vita in cui ha inizio l’autonomia, la realizzazione dei propri progetti, dei propri desideri. Non ci sono ancora delusioni e quindi ci si può orientare verso il domani caricandolo di aspettative e di idealità. Anche i ragazzi e le ragazze di oggi guardano al futuro con il desiderio di realizzazione personale e aspirano a una vita piena, serena, in cui poter concretizzare i propri sogni: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni autentiche e durature, e “diventare qualcuno” senza perdere la propria autenticità. Per alcuni, l’università rappresenta un passaggio decisivo, ma è anche fonte di incertezza: non sempre le idee sul percorso da intraprendere sono chiare, e prevalgono talvolta la confusione o la paura di sbagliare; ne è riprova il numero di ragazzi e ragazze che dopo il primo anno di università si accorgono di aver intrapreso una strada che non fa per loro e cambiano facoltà, oppure si trascinano lentamente in un percorso culturale che non li soddisfa. Accanto a questo slancio positivo vi è nei giovani uno sguardo preoccupato. Il tema del futuro è più facilmente comprensibile alla luce delle considerazioni svolte qualche settimana fa in queste pagine sul dolore dei giovani. In una ricerca realizzata dall’Osservatorio dell’Istituto Toniolo nel 2013 risultava un dato inquietante: il 67% dei giovani interpellati nell’ambito dell’indagine dichiarava di pensare il proprio futuro come pieno di rischi e di minacce. Si tratta di una percentuale che si è mantenuta stabile nel corso degli anni, con un peggioramento nel periodo della pandemia, quando la fiducia nel futuro si è abbassata significativamente, mostrando nella popolazione femminile la componente più fragile e più sensibile alle ragioni della paura. In una ricerca attualmente in corso sul territorio delle diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto la situazione sembra essere ancor più severa. I giovani che hanno dichiarato di guardare al futuro con preoccupazione e incertezza sono il 71%, cioè quasi tre quarti degli interpellati. La pandemia, le crisi economiche, le guerre e il cambiamento climatico incidono profondamente sulle nuove generazioni. «Ho ansia e paura per il futuro – dice un giovane diciottenne –, il mondo è a rotoli». La sottile sfiducia verso gli adulti e soprattutto verso le istituzioni accentua il senso di precarietà e l’incertezza della realizzazione dei propri progetti e obiettivi. Le cause sociali e strutturali si riflettono sul piano individuale e danno forma a un interrogativo sulla propria persona, sulla propria identità. Dice un giovane ventiduenne: «Che futuro avrò? Che persona sarò? Chi sarò tra 5-10 anni, domani? Troverò una svolta nella mia vita?». Al tempo stesso vi è nelle ragazze e nei ragazzi di oggi la consapevolezza del delicato valore della loro età e della loro condizione. Dice una giovane: «Attraverso l’adolescenza so che da una bozza di ciò che sono ora può uscire un capolavoro». È come sentirsi un prezioso vaso di cristallo che prende forma a poco a poco nelle mani di un artigiano che, per quanto esperto, corre sempre il rischio di spezzarlo. Ragioni esterne e interiori si intrecciano; per qualcuno troppo fragile questa situazione diventa una sfida insostenibile; per molti, motivo per approfondire le proprie ragioni, il proprio atteggiamento di fronte alla vita, per rendere più mature le proprie scelte. Dietro la paura del futuro c’è spesso una domanda spirituale implicita: «Perché vale la pena vivere, impegnarsi, sperare?». Anche nell’inquietudine rispetto al futuro molti giovani esprimono la loro domanda di senso, la loro inquietudine spirituale, che spesso non approda alle forme religiose tradizionali ma che rivela tratti di una nuova ricerca: di relazioni autentiche, di cura del sé, di connessione con la natura, di armonia interiore, di giustizia sociale. Pensare a un futuro pieno di rischi e di incognite non significa restare di fronte a esso passivi e rassegnati, ma piuttosto consapevoli. I giovani oggi sanno che il futuro non verrà loro incontro in maniera scontata, ma richiederà loro impegno, intelligenza, determinazione. La complessità del futuro spaventa meno quei giovani che possono far conto su una famiglia accogliente, presente, capace di dialogo; questi si sentono meno soli davanti all’ignoto e alla loro paura di fallimento. In contesti familiari fragili, soprattutto dal punto di vista relazionale, l’incertezza del futuro rischia di essere vissuta come minaccia concreta, più che come sfida potenziale. Accanto alla famiglia, il sostegno per guardare al futuro con fiducia sono gli amici. Nella ricerca citata, che riguarda un migliaio di adolescenti, gli amici vengono continuamente riferiti come la principale fonte di sostegno emotivo, più della famiglia e spesso più delle istituzioni scolastiche o religiose. Il futuro smette di essere un nemico quando lo si affronta “insieme”. I rapporti amicali 1possono aiutare perché costituiscono la grande risorsa del mondo giovanile. L’amicizia è una delle forme principali di spiritualità vissuta: è un luogo di fiducia, di presenza, di dono reciproco. Molti giovani che si dichiarano “non religiosi” trovano proprio nell’amicizia quell’esperienza del bene gratuito che un tempo veniva mediata da contesti religiosi o comunitari. L’amicizia diventa così un luogo del bene gratuito, una via relazionale alla fiducia, in cui il futuro non appare più come una minaccia ma come un cammino condiviso. Anche attraverso l’amicizia l’inquietudine verso il domani rappresenta la porta che apre a un’esperienza spirituale. «La serenità in famiglia e il sostegno dei miei amici – dice un ragazzo – costituiscono l’aiuto più concreto per affrontare il futuro». In una società dove le istituzioni tradizionali – famiglia, scuola, religione – faticano a offrire orizzonti stabili, gli amici diventano il luogo in cui si impara che il futuro non si affronta da soli, ma si può affrontare insieme. L’orizzonte di senso dei giovani non è individualista ma relazionale. L’incertezza del futuro non è eliminabile, ma è abitabile se è possibile viverla nel sostegno reciproco. In questa prospettiva, ciò che potrebbe aiutare i giovani ad affrontare il futuro in modo più positivo non è tanto una – improbabile – promessa di stabilità, quanto la possibilità di radicarsi in legami significativi e in una visione di sé che dia direzione e valore all’imprevedibile e ne trasformi il potenziale distruttivo in una risorsa per crescere.”
Ieri siamo andati con i bimbi a vedere uno dei tanti villaggi della zucca che stanno fiorendo in questo periodo. C’era anche un piccolo labirinto fatto con dei pallet messi in verticale. Mariasole vi si è infilata immediatamente seguita da Fra: ovviamente mi sono accodato per procedere alle spalle del piccolo che ben presto ha perso le orme della veloce sorella. Ma non ha perso la speranza: ha iniziato a sbirciare tra le assi dei pallet e a chiamare “Tata” ad alta voce, senza fermarsi, continuando a procedere, come se un invisibile filo lo legasse a Mariasole. E in poco tempo è uscito dal labirinto anche lui. Mi è tornato in mente tutto questo leggendo un articolo di suor Maria Gloria Riva su Avvenire.
“Non tutti ricordano che l’unico Giubileo del XIX secolo fu quello del 1825, celebrato – esattamente 200 anni fa – da un Papa di nome Leone, però XII. I giubilei successivi, indetti da Pio IX nel 1850 e nel 1875, non ebbero luogo a causa dei disordini politici che accompagnarono l’unità d’Italia, ma anche per il serpeggiare di guerre e depressioni economiche in tutta Europa. Non è difficile comprendere come la parola speranza in tali contesti culturali fosse ritenuta vacua e prima di fondamento. Il filosofo Nietzsche riteneva la speranza non una virtù, ma un sentimento negativo che spinge ad impegnare le proprie energie entro inutili sforzi. I pittori, in quel periodo, presero a dipingere la speranza separata dalle altre due virtù, fede e carità, attingendo volentieri all’immagine biblica suggerita dal Salmo 137 (1-3): Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: «Cantateci i canti di Sion!». L’umanità, prigioniera delle Babilonie di ogni tempo, è incapace di salmodiare i canti della speranza. Così il clima culturale di quegli anni non fu tanto diverso dal nostro, dove guerre e depressione economica, miraggi espansionistici e giochi di potere, minano la fiducia assottigliando sempre più il filo della speranza.
A questo filo si aggrappò l’artista inglese George Frederic Watts quando nel 1886 dipinse la sua Hope. Il soggetto, cui l’artista dedicò varie versioni, conobbe una grande popolarità e, nella sua forza simbolica, parla ancora a noi oggi. L’espressione filo della speranza è collegata al mito di Arianna che consegnò all’amato Teseo, avventuratosi nel labirinto per uccidere il Minotauro, un gomitolo, il cui filo lo avrebbe ricondotto all’uscita. In realtà anche il termine biblico speranza, in ebraico Hatiqvà, contiene l’immagine di una corda (qav) tesa fra due poli. Ed è proprio entro questi due universi culturali, l’ambiente biblico e quello greco, cui Watts attinge per dipingere la speranza. La donna, nella posa della notte michelangiolesca, è bendata. La cetra con la quale cantare i canti di speranza è rimasta con una sola corda. Tutto appare perduto, oscuro difficile. Acque e nubi minacciose minano il globo terrestre e ogni pronostico positivo appare futile. La corda tesa però, l’ultimo filo della speranza, ben si accorda con una piccola stella che brilla in alto, appena visibile, attestando agli scoraggiati di ogni tempo e latitudine, che sorge sempre, oltre le nostre cecità, la stella della speranza.
A questo filo si aggrappa anche un artista contemporaneo, Viviani Vanni, che in una litografia dedicata al mito di Arianna, lega la corda tesa non ai canti di Sion, ma ad una mela. Il filo attraversa un’altra mela che, significativamente, rappresenta il grande labirinto del mondo internettiano. La mela, lo sappiamo, ci riporta a quella nostalgia delle origini, a quella sapienza capace di penetrare la realtà regalata ai due progenitori e irrimediabilmente persa dopo il peccato. Così per Vanni questa sapienza si riannoda grazie al mondo del Web, tuttavia la grossolana fattura della corda e il verismo della mela ci ricordano che anche nell’era dell’intelligenza artificiale è sempre necessario l’uomo, l’uomo con i suoi interrogativi ancestrali e con il suo percorso umano. Insomma, contrariamente alle filosofie nietzschane, la speranza è l’insopprimibile nostalgia dell’uomo che, senza dimenticare l’immanenza della storia, tende all’infinito. Cosa dice dunque a noi un Giubileo, come quello del primo quarto del XXI secolo, dedicato alla speranza? Cosa può fare l’uomo, sempre più piccolo in un mondo globalizzato, ad affrontare sfide che appaiono ben più grandi di Babilonia e dell’antico Minotauro? La Chiesa, i Papi ci vengono incontro con la loro risposta semplice e super partes. Dal 2000 ad oggi la bambina da nulla della speranza, come la definisce Peguy, possiede un tesoro dentro un fazzoletto. Se Peguy si riferiva alla Veronica del Calvario, che ben prima delle tecniche fotografiche fissa nel tempo il volto del Cristo Eterno, il suo fazzoletto ci porta anche a realtà più quotidiane.
Seicento anni fa, nel 1425, Tommaso di Ser Giovanni di Mòne, detto Masaccio, dipinse nella Cappella Brancacci una stupenda, quanto drammatica, fuga dei progenitori dall’Eden. Qui viene immortalata la porta chiusa del Paradiso e non certo a caso: fu proprio nel 1425 che papa Martino V aprì, per la prima volta, la Porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano. Così Masaccio pone i progenitori, scacciati dal paradiso, tra una porta chiusa e una scena di speranza. La scena è nota come il tributo e ritrae il Salvatore al centro della scena mentre, davanti all’esattore delle tasse, indica a Pietro il vicino mar di Tiberiade. Pietro, su comando di Gesù, apre la bocca a un pesce e vi trova la moneta da consegnare al Tribuno. Così, anche il fazzoletto da nulla di Pietro custodisce una grande speranza. Il pesce che reca a Pietro l’importo delle tasse è simbolo di Cristo che ha già pagato per la liberazione dell’uomo. «Chi è sottoposto a tassazione: i figli o gli schiavi?» chiese Gesù. Poiché i figli ne sono esenti ecco – dice Cristo – io ho già pagato per tutti. Questo è il senso del Giubileo e la grande speranza anche per l’uomo contemporaneo. C’è uno che ci considera figli e ha già pagato il prezzo del nostro riscatto. Non c’è disperazione per chi entra nella Chiesa dove la porta del Paradiso è stata riaperta, la tassa della colpa pagata e le braccia della misericordia allargate per l’eternità.
In tal senso è efficacissimo il confronto, nell’arte di Giotto, fra speranza e disperazione. Nell’impianto iconografico della Cappella degli Scrovegni, Giotto pone la personificazione della Speranza, di fronte a quella della Disperazione. La Speranza, ritratta in uno slancio leggero ed elegante, possiede ali candide e, per quanto i piedi poggino a terra, è colta in volo. Il volto, rivolto in alto, è orientato verso un punto che va oltre il visibile. Le mani protese, infatti stanno ricevendo da Dio una corona di gloria. Non così invece la Disperazione. Il peso del suo pessimismo e dei pensieri cupi sembra trascinarla sempre più in basso. Mentre i suoi piedi poggiano a terra, il suo collo è stretto nella morsa di una corda degli impiccati. Un demonio le ha rubato il cuore e le mani sono chiuse a pugni stretti. L’orizzonte di chi dispera è quello della mediocrità e del proprio io. In un tale orizzonte ogni visione profetica è impensabile. Al contrario, l’orizzonte dello speranzoso è sempre fuori di sé, tiene conto di un più in là e le sue mani aperte sono pronte non solo a dare, ma anche a ricevere la novità di una salvezza che può venire solo dall’alto. L’arte, in pieno accordo con i Giubilei di ogni tempo, ci racconta così la speranza: uno sprone ad andare oltre sé stessi, un invito a confidare: c’è sempre un filo che resta teso nella vita e una stella che brilla oltre le nostre oscurità quotidiane.”
Sono su Facebook dal 2008, su Twitter dal 2010 (ora non più, preferisco bluesky o threads) e su Instagram dal 2014 (da un po’ con un secondo account specificatamente dedicato al lavoro), su Flickr dal 2009, su Whatsapp e Telegram con un canale Oradireli, sono anobiano dal 2013 e goodreader dal 2014 (Ask, GuruShots, 500px, Snapchat, Pinterest, LinkedIn, Tiktok e altri li ho usati per capire come funzionano). Youtube lo utilizzo senza interagire con gli altri utenti. Non amo il gioco online, non ho conoscenze dirette del settore. Da anni utilizzo Netflix, Prime e Infinity. Utilizzo Spotify da tempo. In casa c’è quell’antipatica di Alexa. Scrivo un blog dal 2007, ho prodotto podcast e video, condiviso un hard disk virtuale che però non aggiorno più. Non riporto piattaforme e strumenti tipici della didattica. Ho sperimentato vari chatbot e, per il concorso che ho recentemente affrontato, ho fatto presentare una piccola parte di esposizione da un mio avatar. Ho voluto scrivere questa sottospecie di curriculum per vari motivi:
mi piacciono queste cose e capire come funzionano
queste cose appaiono e spariscono in un amen o possono persistere a lungo, di sicuro cambiano molto frequentemente
la grande maggioranza di studentesse e studenti vi sono immerse/i, e stanno arrivando in classe coloro che sono nati già in quel mondo e tristemente utilizzano queste cose fin dalla più tenera età
queste cose influenzano la nostra vita, il nostro modo di esprimerci e di relazionarci, il nostro stesso modo di pensare
se desideriamo capire il perché di certi meccanismi abbiamo due possibilità: entrare in quel mondo o farci raccontare quel mondo da chi vi è dentro o l’ha abitato per un certo periodo.
Quello che mi sembra poco utile è lo scontro tra due opposte fazioni che Matteo Lancini in “Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa” (2019, Raffaello Cortina Editore) definisce così:
I tecno-ottimisti: gli studiosi che “spingono verso un’accelerazione della diffusione dei dispositivi tecnologici, fino ad arrivare a promuovere persino la loro integrazione nel corpo umano, come protesi in grado di potenziare la dotazione biologica naturale, ritenendo che la tecnologia possa prima o poi riuscire nella promessa di eliminare limiti e sofferenze umane” (pag. 21)
I tecno-pessimisti: sono coloro che sottolineano i “rischi legati alla tentazione di cedere alla promessa dello strapotere tecnologico, generatore di un uomo diminuito, anziché potenziato di capacità e dotazioni. Rischi ancora da studiare sui cambiamenti del sistema nervoso, ma che, sommandosi ai pericoli di un utilizzo poco responsabile dei mezzi informatici, alimentano un clima di aspra condanna e timore nei confronti di Internet. Il mondo adulto sembra spaventato dall’ipotesi che i più giovani possano trovarsi intrappolati tra le maglie della rete, incapaci di gestire il tempo della connessione e di difendersi da truffe, ricatti e situazioni pericolose” (pag.21)
Mi ritrovo nelle parole immediatamente successive di Lancini: “Prendere posizione nella disputa tra sostenitori e avversari della tecnologia è un’operazione poco utile per aiutare gli adolescenti a farsi strada nell’intricato mondo in cui vivono fuori e dentro la rete” (posto che esista un fuori e dentro la rete, aggiungerei) (pagg. 21-22). Ultimamente, soprattutto davanti agli strumenti dell’AI, faccio più fatica. Sento che mi manca un aspetto che prima comunque caratterizzava il mio lavoro e l’accompagnamento all’utilizzo degli strumenti tecnologici da parte di allieve e allievi: il dominio di quello strumento. Forse perché non è solo uno strumento. E’ un po’ come se fossi sempre andato per mare, abituato al mare calmo o anche tempestoso, ma fiducioso delle possibilità della barca su cui navigavo; in questo momento però ho la sensazione di essere nell’oceano e le onde mi incutono timore. Mi preoccupa la rotta che può prendere lo sviluppo dell’AI, mi preoccupa il dispendio di energie che richiede, mi preoccupa il modo in cui è stato costruita e si sta costruendo, mi preoccupa l’opacità e la mancanza di trasparenza del processo. Si tratta di dubbi che riguardano l’etica, la coscienza: di solito, quando li incrocio nella mia vita, ho l’abitudine, per capire meglio la situazione, di prendere le distanze, perché da lontano si ha uno sguardo d’insieme (come quegli allenatori che talvolta scelgono di guardare una partita della loro squadra dalla tribuna). Questa volta però sono molto indeciso, restando nella metafora dell’oceano, tra una modifica dell’equipaggiamento o dell’intera imbarcazione (fare corsi, sperimentare, modificare la didattica, cambiare il setting delle lezioni) e la ricerca di un orizzonte diverso (prendere le distanze, appunto): ma quale orizzonte? Uno più stabile, come la terra? O uno più imprevedibile, come l’aria? Andare alla ricerca di sicurezze? Adoro viaggiare in treno, ma riconosco che il binario è una strada tracciata, posso solo scendere e prendere altri treni, non posso fare andare il treno dove binario non c’è. O andare alla ricerca di cose mai sperimentate? Provare l’ebrezza del volo, la sensazione di essere sostenuto dall’aria senza una base sotto i piedi, mi attira. Quale mi piacerebbe che fosse l’orizzonte del mio lavoro educativo? Penso che intanto mi convenga equipaggiare la mia imbarcazione, dotarla di tutto ciò che serve per affrontare l’oceano. Nel frattempo, mentre sono a terra, mi tolgo lo sfizio di qualche viaggio in treno e di qualche prova di volo (delle prese di distanza provvisorie, insomma). Chissà se alla fine canterò insieme a Jovanotti la parte finale de La linea d’ombra: “Mi offrono un incarico di responsabilità Non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto Se scegliere la fuga o affrontare questa realtà difficile da interpretare Ma bella da esplorare Provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare Portato questo carico importante a destinazione Dove sarò al riparo dal prossimo monsone Mi offrono un incarico di responsabilità Domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto per partire Getterò i bagagli in mare studierò le carte E aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte E quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora Diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione Questa è la decisione”.”
Il 23 settembre di 40 anni fa la camorra metteva fine alla vita del giornalista Giancarlo Siani. La vicenda viene raccontata da un film molto ben riuscito: Fortapàsc. Guardarlo gratuitamente su Raiplay potrebbe essere un bel modo per onorarne la memoria. Dal sito LiberaInformazione recupero un articolo con le parole di Paolo Siani, fratello di Giancarlo.
“Era il 1985, avevo da poco terminato il mio turno in ospedale, faceva caldo, era stato un pomeriggio faticoso, ma alle 21,43 del 23 settembre del 1985 all’improvviso la mia vita cambia radicalmente. Non sento più la fatica, nè il caldo, la mia vita si ferma bruscamente, accanto alla Mehari di mio fratello, Giancarlo, colpito a morte dalla mafia. Da quel preciso momento inizia la mia nuova vita, difficile, dura, faticosa. Ho imparato a convivere con il dolore, perché nulla guarisce una tale ferita, una ferita che non cicatrizza mai, resta sempre un pò sanguinante, e basta poco per farla riprendere a sanguinare copiosamente, una foto, un album di famiglia, un libro, una canzone che mi riportano indietro nei miei primi 30 anni, felici, con mio fratello e la mia famiglia. Niente è stato più come prima. Mai avrei immaginato quella sera che dopo 40 anni Giancarlo e i suoi articoli sarebbero stati ricordati in tante città, e in tanti modi, con docufilm, spettacoli teatrali, canzoni, libri, dibattiti. Siamo riusciti attraverso una memoria attiva, fatta di ricordo e di impegno a costruire un ponte tra passato e futuro. Ascoltare le voci dei bambini di una scuola elementare di Oliveto Citra cantare un rap ispirato al libro di Lorenzo Marone, “un ragazzo normale”, e sentirli urlare con forza “Perché, perché, perché, era solo un ragazzo normale”, mi commuove ma nello stesso tempo mi fa comprendere che la storia di Giancarlo è viva e semina del bene. È vero che da un’indagine di alcuni anni fa condotta nelle scuole della Campania i ragazzi mostravano di conoscere i nomi di tutti i personaggi delle fiction sulla camorra, e non quelli delle vittime. Competere con le fiction di maggior successo di questi anni è un’impresa difficile. Ma il lavoro dei familiari delle vittime innocenti, fatto di tanti interventi nelle scuole, nelle piccole comunità darà i suoi frutti. E infatti dopo 40 anni Giancarlo sarà ricordato nei prossimi giorni a Napoli, a Roma, a San Giorgio a Cremano, a Torre Annunziata, a Quarto, a Pomigliano d’Arco, a Castellamare, a San Giuseppe Vesuviano, a Milano, Torino, Ravenna, Latina e a Bruxelles al parlamento europeo. Ma sono certo che tanti insegnanti in tante parti d’Italia il 23 settembre parleranno di lui ai loro alunni. Un ponte tra passato, fatto di morte e sofferenza e futuro che ci auguriamo felice e libero dalle mafie. In fondo dipende solo da noi, dalle nostre scelte, dai nostri comportamenti. Grazie a tutti coloro che con noi hanno seminato ogni giorno in questi lunghi quaranta anni, e a tutti coloro, donne e uomini di buona volontà, che continueranno a farlo. Siete la nostra speranza. E vedrete che prima o poi cadranno nell’oblio i nomi dei mafiosi ma non quelli delle nostre vittime. Siamo certi che i semi di speranza sparsi in questi anni in tanti luoghi, continueranno a germogliare e lo faranno ogni volta che qualcuno sceglierà di ribellarsi al silenzio, di denunciare, di raccontare ciò che vede senza piegarsi al ricatto o alla violenza, che resterà con la schiena dritta e scriverà una notizia pericolosa, ma vera. Accadrà, dovrà accadere, dobbiamo farcela. Chi pensa ancora oggi di far tacere un giornalista che racconta la verità non sa che quella voce continuerà a essere viva attraverso le nostre voci e non si spegnerà. Giancarlo diventi sempre di più il seme che genera un futuro migliore, più giusto, più umano, più felice. È il 2025, settembre, fa caldo, ho terminato il mio turno in ospedale, e mi preparo a parlare ancora di Giancarlo.” Fonte: La Repubblica/Napoli, 16/09/2025
Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE
Sulle pagine di Avvenire, senza dichiararlo esplicitamente, la prof.ssa Paola Muller ritorna su alcuni concetti che sono stati al centro delle risposte di Leone XIV ai giovani nella veglia di sabato 2 agosto a Tor Vergata: Agostino, l’utilizzo del tempo, le scelte, il bene, il futuro.“
«Che cos’è dunque il tempo?». È una delle domande più celebri – e più disarmanti – della storia del pensiero. Agostino la pone all’inizio dell’undicesimo libro delle Confessioni, dopo aver raccontato la propria conversione e aver meditato sulla creazione del mondo: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ma che cosa significa “principio”? Si tratta di un istante? Di un inizio cronologico? Oppure di qualcosa che sfugge alla nostra immaginazione? Nel riflettere sul tempo, Agostino non costruisce una teoria astratta. Parte piuttosto da un’esperienza che tocca ogni essere umano: il tempo ci accompagna in ogni istante, ma sfugge appena tentiamo di definirlo. “Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so” (Confessioni XI, 14.17). Per Agostino, il tempo è un paradosso vissuto. Parliamo continuamente di passato, presente e futuro, eppure – se ci pensiamo bene – il passato non è più, il futuro non è ancora, e il presente, se lo si prova a misurare, non ha estensione. Appena lo afferriamo, è già trascorso. Eppure, ricordiamo, attendiamo, calcoliamo durate. Com’è possibile? Dove si dà il tempo, se non ha consistenza né stabilità? Agostino propone una risposta radicale: il tempo non è qualcosa di esterno, ma è nell’anima. Non è una cosa, né un flusso oggettivo di eventi: è una modalità del vivere, una tensione interiore. Il tempo – per l’uomo – è vissuto prima che misurato. La chiave per capire questa visione è un’espressione centrale nella riflessione agostiniana: distensio animi (Confessioni XI, 26.33). L’anima, dice Agostino, è “distesa” tra ciò che ricorda e ciò che attende. Non vive in un eterno presente puntiforme, ma in una continua tensione tra passato e futuro, raccolta nell’attenzione al presente. Questa idea ha un’enorme forza antropologica. Per Agostino, l’uomo non è semplicemente un essere che “passa nel tempo”, ma una creatura capace di tenere insieme ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. La memoria, l’attenzione e l’attesa sono le tre forme con cui l’anima si misura col tempo. Non misuriamo il tempo perché lo possediamo fuori di noi, ma perché lo custodiamo in noi. Esso è un tratto costitutivo della nostra coscienza. Agostino ricorre a un’immagine musicale per descrivere questa esperienza: l’anima è come un cantore che conosce il brano che sta per eseguire (Confessioni, XI, 28.38). All’inizio, tutto è attesa. Mentre canta, una parte del canto è passata, un’altra è ancora da eseguire. Solo nel presente l’anima tiene insieme ciò che ha già cantato e ciò che deve ancora cantare. Così avviene anche nella vita: la nostra coscienza non è mai pura immediatezza, ma è sempre memoria di ciò che è stato, attenzione a ciò che accade e anticipazione di ciò che verrà. In ogni istante, l’uomo è un essere narrativo, che tiene unito il proprio passato e il proprio futuro. La memoria è una delle grandi scoperte agostiniane. Non è un deposito passivo di ricordi, ma un atto vitale dell’anima, capace di dare senso al tempo vissuto. Nel De Trinitate (XV, 21.40), Agostino paragona la memoria al grembo in cui viene concepita la coscienza. Senza memoria, il tempo sarebbe un susseguirsi indistinto di frammenti. È la memoria che ci dà identità, che rende possibile la continuità del sé. Questa riflessione è quanto mai attuale. In un’epoca che tende a vivere nel presente perenne dell’istante, nella dispersione delle notifiche, nel consumo compulsivo di stimoli, nella rincorsa al “prossimo evento”. Ma se il tempo è una distensione dell’anima, come suggerisce Agostino, allora ogni accelerazione impone una domanda: dove sono io, in questo tempo che corre? Il tempo autentico non è solo quello che scorre, ma quello che raccoglie, che trasforma, che custodisce il senso. Agostino ci ricorda che la profondità della vita dipende dalla nostra capacità di fare memoria. Una società che dimentica non solo la storia, ma il proprio vissuto interiore, è una società che si disgrega nel tempo. Il cuore teologico della riflessione agostiniana sul tempo si gioca nel confronto con l’eternità. Dio non è nel tempo: è il Creatore del tempo. In Lui non c’è successione, ma solo presenza piena, totale, senza mutamento. L’eternità, scrive Agostino, è il “sempre ora”: non una durata infinita, ma una totalità senza inizio né fine. Questa differenza è decisiva: mentre l’uomo vive nella distensione, Dio vive nella pienezza. Mentre il tempo umano è instabile e fragile, Dio è stabile e immutabile. Ma proprio questa distanza non allontana, bensì chiama. Il tempo è la forma del nostro desiderio: viviamo nel tempo perché siamo fatti per l’eternità. Questa tensione si rivela nel cuore stesso della fede: se Dio ha creato il tempo, è perché vi vuole abitare. Se il Verbo si è fatto carne, è perché l’eternità ha voluto entrare nella storia. Il tempo, allora, non è un carcere da cui fuggire, ma il luogo in cui si compie il cammino della redenzione. Agostino sa che il tempo può disperdere, ma anche redimere. Il passato non è solo nostalgia, ma memoria trasfigurata; il futuro non è solo incognita, ma promessa. Il presente – spesso vissuto come un attimo fugace – diventa il luogo della decisione: è nel presente che si gioca la conversione, cioè il ritorno a Dio. Il passato può essere redento, il futuro può essere affidato, il presente può essere abitato. La conversione – nel linguaggio di Agostino – è un atto del presente, ma nasce dalla memoria e guarda alla speranza. È il momento in cui l’anima si riallinea alla verità, ritrova il ritmo dell’eterno. Per questo, nel pensiero agostiniano, il tempo ha anche un valore spirituale. Non è solo ciò che passa, ma ciò che può cambiare. È lo spazio della libertà, in cui l’uomo può voltarsi indietro per rileggere la propria vita e alzare lo sguardo per rivolgersi a un bene più alto. La preghiera, ad esempio, è un atto profondamente temporale: è memoria della promessa di Dio, attenzione alla sua presenza, attesa del compimento. Pregare è vivere il tempo non come qualcosa da subire, ma da offrire. Nei Salmi, che Agostino commenta a lungo, il tempo è spesso protagonista. Il tempo del lamento, del silenzio, della supplica, ma anche quello della lode. Il tempo della prova non è mai tempo perso, se diventa invocazione. E il presente – fragile e fugace – diventa il luogo dove la grazia può visitare l’anima. La distensio animi, allora, non è solo una struttura psicologica, ma una disposizione morale. È la condizione per vivere il tempo non come condanna, ma come occasione. Viviamo in un tempo inquieto, frammentato, contraddittorio. Siamo bombardati da stimoli, compressi tra nostalgia e ansia. Ma se, come dice Agostino, il tempo è nell’anima, allora l’unico tempo che ci salva è quello che ci riconduce a noi stessi. Il tempo abitato, pensato, offerto. Il tempo che diventa sapienza. Agostino non offre una soluzione tecnica, né una ricetta psicologica. Prospetta un cammino. Un cammino fatto di memoria, di presenza, di attesa. Ci offre una direzione: imparare a vivere il tempo come apertura all’eterno. Non si tratta di misurare meglio il tempo, ma di misurarlo su ciò che conta. E ciò che conta – per Agostino come per noi – è imparare a riconoscere la presenza del bene anche nel tempo che fugge. È lì che inizia la sapienza. Un tempo umano, perché fatto di desiderio. Un tempo cristiano, perché attraversato da una promessa”.