D’amore, di morte, di potere, ma soprattutto d’amore

Pubblico un altro editoriale di Fabio Cantelli Anibaldi scritto su Lavialibera. Parte da una considerazione della saggista Anne Applebaum (di cui ho apprezzato il libro Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici) su Vladimir Putin per poi considerare una paura che accomuna tutti gli uomini ma che viene affrontata in modi molto diversi: la paura della morte. Riflette su come il potere e il suo esercizio possano regalare l’illusione di dominare il tempo e, di conseguenza, sottomettere la morte. Solo facendo pace con il proprio limite, con le proprie paure, con il proprio bisogno d’amore, si può arrivare ad amare sorella morte e apprezzare la vita come “un’avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza”. Ritengo che gli spunti di riflessione siano veramente molti.

Sembra ossessionato e pieno d’odio. Sembra entrato in una fase nuova. Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere. Di certo è vissuto isolato per due anni, a causa della pandemia. Mi chiedo cos’abbia fatto, cos’abbia letto e guardato, per tutto quel tempo, da solo. Oggi sembra un uomo malato, disturbato. Così parla di Vladimir Putin la saggista americana Anne Applebaum, vincitrice nel 2004 del Pulitzer con un monumentale studio sui Gulag sovietici, intervistata dal Corriere della Sera.
Parole che dicono l’incapacità e insieme il timore dell’Occidente a indagare le radici della guerra, limitandosi a una scontata condanna morale corroborata da manifestazioni in cui urlare la propria indignazione. Non metto in dubbio la buona fede di chi è “sceso in piazza” né la buona volontà del Papa che invita anche i non cristiani a digiunare il primo giorno di Quaresima. Penso solo che non serva a nulla, che la guerra non si ferma denunciandone l’orrore – quante migliaia di volte è stato fatto? – e che chi la fa troverà sempre una buona ragione o almeno un alibi per continuare a farla, tanto più se i suoi accusatori lo definiscono un criminale: cosa che, lungi dal ferirli, esalta i criminali.
Le parole di Applebaum sono in tal senso emblematiche. La studiosa si avvicina al nocciolo della questione quando osserva che, dopo la pandemia, Putin pare entrato in una fase nuova: ossessiva, disturbata, malata. Ma subito se ne allontana quando commenta: “non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere”.

È proprio questa presunta alternativa a impedirle di capire che le due paure sono, in realtà, una: paura della morte e di perdere il potere sono facce di una stessa medaglia quando l’esercizio del potere assume forme patologiche, ossia quando diventa, come perlopiù accade, una droga.  In tal senso per Putin – come per tutti i potenti della Terra – la lunga stagione del covid dev’essere stata un incubo. Non tanto o non solo perché ha sentito la propria incolumità in pericolo, ma perché il covid ha dimostrato un potere sulle vite degli altri infinitamente maggiore del suo. Per un uomo di potere – politico o economico che sia – la morte è pietra d’inciampo, smacco, scandalo perché è l’unica cosa sulla quale il suo potere non può nulla. La morte rivela la natura fittizia, teatrale del delirio di onnipotenza degli esseri umani quando non sono educati a riconoscere il loro limite costitutivo, il loro essere irrimediabilmente mortali. Delirio che però non riguarda solo gli uomini che concentrano su di sé enormi quantità di potere. Troppo bello se il problema fosse riducibile ai Putin, ai Bolsonaro e alle loro imitazioni in salsa pseudodemocratica tipo Johnson. O ancora, spostandosi in ambito economico-finanziario, ai vari Bezos, Musk, Zuckerberg… Il problema si estende agli innumerevoli che, se fossero al posto dei succitati, si comporterebbero allo stesso modo se non peggio. Se concentrato nelle mani di un autocrate vero o potenziale – cioè di qualunque persona si identifichi con un “io” non avendo scoperto come Rimbaud che «io è un altro» – il potere è droga che fa sentire onnipotenti perché decide sulla vita e la morte degli altri, considerati alla stregua di sudditi, soldati o impiegati di quel potere. 
Lo stesso vale per il denaro. Il time is money di Rockfeller e dei primi miliardari moderni si è capovolto in money is time: possedere denaro dà l’illusione di vivere più a lungo, accumularlo quella di vivere per sempre. Il predominio del capitale poggia su una garanzia di durata: se sono ricco potrò fronteggiare gli imprevisti della vita, se ho miliardi di euro o dollari ne uscirò indenne da quasi tutti. Quel “quasi” allude all’incontro con la morte, eventualità che i super-ricchi e gli autocrati rimuovono costantemente dal loro orizzonte psichico e esistenziale proprio perché la temono come nulla al mondo. La morte: screanzata guastafeste che osa presentarsi nella sala dove il potente e la sua cricca stanno ridendo, ballando, gozzovigliando, fornicando per ricordare a tutti che la festa un giorno finirà. Magnati e dittatori sono accomunati dalla stessa priorità: rimuovere il pensiero della morte per abbandonarsi spensierati all’ebbrezza che procura l’eccesso di soldi e di potere.
Chissà cos’ha fatto, si chiede Applebaum, Putin durante l’epidemia? Cosa avrà pensato nei momenti infinitamente lunghi in cui il suo potere non valeva quasi più nulla? In cui non poteva più addobbarsi di costumi magniloquenti o intimidatori, in cui era stato sottratto alla sua scena?  Se non fosse l’omuncolo tronfio e anche pavido che è, si sarebbe sentito mancare il terreno da sotto i piedi e, abbandonandosi al vuoto, avrebbe fatto pace con il suo limite, con le sue paure, con il suo bisogno d’amore, il bisogno d’amore che segna il soggiorno degli umani su questa Terra perché nasce dalla consapevolezza di esserne ospiti contingenti, viandanti mortali.  Ma è come togliere a un tossicomane l’eroina: superata la crisi d’astinenza si pone per lui il vero problema, cioè avere il coraggio di cambiare davvero, di andare al fondo delle sue paure – in primis quella di morire – e scoprire cosa c’è alla radice della dipendenza, il bisogno di amare e di essere amato, di sentirsi nutrito e protetto come nel grembo materno. Se questo coraggio non c’è e se non c’è nemmeno l’umiltà di chiedere sostegno affinché maturi in lui, il canto delle sirene della droga diventa richiamo ammaliante e irresistibile. Putin questo coraggio non ce l’ha avuto, come miliardi di uomini su questa Terra, ed ecco allora che il mondo dopo la pandemia si prospetta minacciosamente simile se non uguale al precedente, come se la lezione della pandemia – siete tutti interdipendenti, siete tutti vulnerabili – non fosse servita a nulla. Uscire da una crisi ma uscirne uguali è il peggio che ci si possa augurare: una crisi è, sempre, un’occasione di cambiamento cioè di vita, perché la vita è nella sua essenza divenire. La vita gira al largo dalle anime cristallizzate, si ritira dagli uomini che non mollano la presa da sé stessi, gli uomini che si preoccupano soltanto  di affermarsi e durare.
Tornando alla guerra, è la rimozione della mortalità a rendere crudele il potere e intrinsecamente violento il sistema che gli fa capo. Chi detiene il potere ma disconosce la sua mortalità per ciò stesso si costruisce un’immunità psicologica dalla morte uccidendo o facendo uccidere. La logica che, a loro insaputa – ne sono vittime ma non lo sanno – guida tutti i Putin di questa Terra può essere espressa così: ti faccio uccidere quindi prendo il posto della morte impersonale che colpisce a caso, la morte che accade a tutti e per tutti meno che a me, che la eguaglio per onnipotenza. Una civiltà che non riconosce la morte la infligge, e quel che resta dell’Occidente è un infliggere la morte per sentirsi onnipotenti e, finché si può, immortali.
Poi c’è modo e modo d’infliggere la morte e in tal senso mi pare che si debba almeno riconoscere a Putin il merito di giocare a carte scoperte, usando gli eserciti e le armi. C’è un modo più subdolo e vigliacco di uccidere con l’economia. Si parla in questi giorni di “sanzioni” contro la Russia come se il sistema economico neoliberista non fosse di per sé sanzionatorio, mosso da una logica selettiva che prevede diritti ridotti a privilegi, appannaggi riservati a chi se li può permettere, cioè a chi ha i soldi per acquisirli. Il “mercato” è una prosecuzione su vasta scala della logica dei lager o dei gulag, dove, tolti i comandanti dei campi e le loro cricche – i Rudolf Höss, gli Franz Stangl, i Naftaly Frenkel – non veniva subito ucciso solo chi era in grado di lavorare, venendo ucciso poi dal carico di lavoro, dalla fame, dalle malattie. 
In conclusione, come uscire da questo circolo vizioso che riguarda non solo autocrati e magnati ma la natura umana in generale, come ci racconta da sempre la grande arte e letteratura, affascinata di come basti un po’ di potere per corrompere l’animo dell’uomo, essere in gran parte codardo, incapace di guardare in faccia la sua fragilità?È evidente che non se ne esce senza una nuova cultura ed educazione che, a differenza di quelle tecnologiche/tecnocratiche, tutte volte a formare impiegati del “sistema mercato”, insegni a riconoscere e a rispettare la morte, a tenerne conto. E infine a volerle bene, perché è per lei, grazie a lei, che sentiamo il bisogno di amare e di essere amati, è solo per lei che la vita può essere una meravigliosa avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza.”

Dare la vita

Fonte Pangea

Lunedì 14 marzo, nella sua rubrica settimanale sul Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia, partendo da alcuni scritti dello scrittore ucraino Vasilij Semënovič Grossman conduce una riflessione che parla sì di guerra, in particolare della II guerra mondiale (e col pensiero ovviamente all’attuale conflitto), ma soprattutto di vita e dell’importanza di generare vita.

«Lavorando al libro negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani».
Queste parole dello scrittore ucraino Vasilij Grossman, in cui si riferisce al suo capolavoro «Vita e destino», sono tratte da una lettera scritta alla madre nel 1961, benché fosse morta vent’anni prima. Le scrisse infatti due lettere, una a 10 e una a 20 anni dalla morte, cercando di elaborare un lutto impossibile: di lei non era rimasto nulla, neanche la tomba.
Le sue parole mi sono tornate in mente vedendo l’immagine di una madre con in braccio un bambino in fuga da Kiev o quella della madre incinta, ferita e scampata al bombardamento dell’ospedale di Mariupol in cui era ricoverata per l’imminente parto.
In sua madre Grossman vede l’umanità intera. Il suo non è un ricordo sentimentale: cronista dell’assedio di Stalingrado e delle imprese dell’Armata rossa contro Hitler, aderì con convinzione al progetto imperialistico sovietico di Stalin, lo stesso rievocato da Putin. Ma quando, nel 1944, tornò nella sua città natale, Berdicev, in Ucraina, scoprì che la madre era stata uccisa dai nazisti insieme ad altri trentamila ebrei, con la collaborazione di molti ucraini in cui covava la stessa violenza.
L’evento e poi l’orrore che vide nella Russia stalinista incrinarono la sua fede politica: aveva capito che nazismo e comunismo erano figli della stessa volontà di potenza e ciò che salva l’umanità non sono le «ideologie del bene» ma «i buoni». Lo narra in ogni pagina di Vita e destino, il capolavoro dedicato proprio alla madre che, sequestrato dalla polizia sovietica, fu preservato dall’amico fisico Andrej Sacharov nei microfilm dei suoi esperimenti di laboratorio e portato fuori dai confini sovietici: uscì in Svizzera nel 1980, in Italia nel 1984, quando l’autore era morto in disgrazia ormai da vent’anni.
Nella prima delle due lettere alla madre Grossman scrive: «Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdicev, sono entrato nella casa dove avevi vissuto e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata. Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta. Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941. Ho provato a immaginare il tuo assassinio centinaia di volte e il modo in cui sei andata incontro alla tua fine. Ho provato a immaginare l’uomo che ti ha uccisa. E stata l’ultima persona che ti ha vista viva. So che hai pensato a me per tutto il tempo… Oggi ti penso proprio come se fossi viva, come quando ci siamo visti per l’ultima volta e come quando da piccolo ti ascoltavo mentre leggevi ad alta voce. E sento che il mio amore per te e questa terribile agonia sono ancora oggi uguali e rimarranno con me fino alla fine dei miei giorni».
Le due lettere sono state trovate dai biografi di Grossman (John e Carol Garrard, Le ossa di Berdicev) nel fascicolo a lui dedicato negli archivi del KGB, con la foto di corpi gettati in una fossa comune scattata dopo la fucilazione. Vita e destino è un tributo alla madre. Indimenticabile il capitolo in cui immagina che il suo alter ego narrativo, Viktor Strum, riceva l’ultima lettera proprio da sua madre, non a caso ebrea mandata nel ghetto di Berdicev come quella di Grossman e consapevole della fine ormai vicina: «Sento piangere delle donne, per strada, sento i poliziotti che imprecano; guardo queste pagine e mi sento in salvo da questo mondo tremendo e pieno di dolore. Come posso finire questa lettera? Dove troverò le forze, figlio mio? Ci sono forse parole d’uomo in grado di esprimere il mio amore per te? Ti bacio, bacio i tuoi occhi, la tua fronte, i capelli. Ricordati che l’amore di tua madre è sempre con te, nella gioia e nel dolore, e che nessuno potrà mai portartelo via. Viktor, mio caro… È l’ultima riga dell’ultima lettera che ti scrive tua madre. Vivi, vivi per sempre».
L’amore della madre fu per Grossman la salvezza nell’orrore e il cuore del suo capolavoro: che cosa salva l’uomo? Che cosa gli consente di avere vita e non soccombere al destino? Non trovò la risposta in nessuna filosofia, religione, morale o fede politica, ma nell’esempio materno, a lei infatti Grossman scrive così nella seconda lettera-anniversario: «Piango sulle tue lettere perché in esse vedo la tua bontà, la purezza del tuo cuore, il tuo destino terribile e amaro, la tua onestà e generosità, il tuo amore per me, la tua attenzione nei confronti del prossimo e la tua stupenda intelligenza. Non ho timore di nulla, perché il tuo amore è con me e perché il mio amore rimarrà con te per sempre». La parola «per sempre» chiude sia la lettera immaginaria della madre a lui nel romanzo sia la lettera vera di lui alla madre nell’anniversario della morte. Un per sempre reso possibile solo dall’indistruttibile amore materno, come Grossman, benché non credente, scrisse nel 1955 nel suo racconto più bello, La Madonna Sistina (consiglio di leggerlo in queste ore), in cui, guardando il famoso quadro di Raffaello della Madonna con in braccio il bambino, custodito a Dresda, ricorda le donne che ha visto proteggere i figli nell’orrore della guerra, madri che restarono madri, pronte a «ri-dare» la vita, e così scopre ciò che salva l’uomo e preserva la vita dal destino: «La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta… E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».
L’umano nell’uomo, per Grossman, è la Madre con il Bambino in braccio. Quando noi maschi riusciamo a guarire dall’oscuro fascino della guerra, maschera ultima del potere con cui cerchiamo un po’ di consistenza per il nostro piccolo io che cerca di esistere un po’ di più? Quando scopriamo che a dare consistenza all’io non è il potere ma l’amore, che amore è privarsi volontariamente del potere senza rinunciare per questo alla forza, una forza che serve a difendere e confortare e non a sottomettere, e questo lo possiamo imparare dalle madri che sanno «dare la vita», «mettere al mondo», «dare alla luce», ma non usano questa possibilità per affermare se stesse attraverso l’altro ma per affermare nell’altro l’unicità che hanno trovato in se stesse, come Grossman scrive in righe di Vita e destino che non dimenticherò mai: «La vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come un mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo. Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà».
Dare la vita è il compito a cui siamo chiamati tutti, indipendentemente dal generare biologicamente: questo è ciò che Grossman mi ha insegnato e questo è ciò che lui aveva imparato da sua madre.

Russia loves Africa

Fonte: profilo Instagram dell’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

A inizio marzo, il voto all’undicesima sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) sulla risoluzione sull’aggressione russa dell’Ucraina ha registrato che solo 5 paesi – Siria, Eritrea, Bielorussia e Corea del Nord oltre ovviamente alla Russia – si sono schierati apertamente con Mosca votando contro la risoluzione. 141 sono stati i favorevoli e 35 gli astenuti. Oltre a Cina e India, sono stati numerosi gli stati africani ad astenersi: perché? Mi soffermo su due di essi attraverso due articoli, uno sul Mali (a firma di Enzo Nucci, corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana e curatore di una rubrica su Confronti) e uno sul Sudan (a firma di Marco Cochi per il mensile Nigrizia). Inoltre torno su Kirill I, patriarca di Mosca molto legato a Putin, e sul suo ruolo proprio in Africa (articolo di Rocco Bellantone, sempre su Nigrizia).

VIA I FRANCESI, AVANTI I RUSSI

2 Febbraio 2022
di Enzo Nucci.
In Mali il 2022 si è aperto con il dispiegamento di 450 soldati di ventura legati al governo di Mosca. Ufficialmente i mercenari proteggono le attività di estrazione mineraria ma gli interessi del Cremlino sono innanzitutto economici: sfruttamento delle risorse e vendita di armi.
Via l’esercito francese, avanti i mercenari russi della compagnia privata Wagner. Benvenuti in Mali. Il 2022 si è aperto con il dispiegamento di 450 soldati di ventura (ma legati a triplo filo al governo di Mosca) nel Paese africano, considerato strategico per fermare alla fonte una parte importante dei flussi migratori clandestini diretti verso l’Europa. Duecento di loro sono accampati a Segou, 200 chilometri a nord est della capitale Bamako, sul fiume Niger.
Il governo maliano a dicembre si è limitato a spiegare la presenza degli addestratori russi come un contributo al rafforzamento delle capacità operative delle Forze di difesa e sicurezza. E a gennaio l’esecutivo ha chiesto a Parigi di rivedere gli accordi militari firmati nel 2013 quando la Francia (guidata allora dal socialista François Hollande) lanciò l’operazione di contrasto al terrorismo islamista, estesa successivamente agli altri Paesi del Sahel (Ciad, Niger, Burkina Faso, Mauritania). Da allora molte cose sono cambiate.
L’intervento armato si è dimostrato fallimentare e oneroso dal punto di vista economico, di costi umani e ricavi politici. Tanto che si parla apertamente di un “nuovo Afghanistan” per il presidente Emmanuel Macron che si accinge a sottoporsi al test delle imminenti elezioni presidenziali. Ma il Mali resta una ferita purulenta anche per il suo eventuale successore.
Il Mali (in 9 anni di presenza militare) si è rivelato lo Stato africano con l’opinione pubblica più antifrancese tra i Paesi francofoni, tanto che un colpo di Stato militare (forse ispirato da Mosca) ha sparigliato le carte. I gruppi terroristici islamisti non hanno preso il potere ma hanno allargato la loro influenza tra la gente, rendendo instabili istituzioni già profondamente fragili. Non è certo un grande risultato.
Sul Mali (guidato dalla giunta golpista) si sono anche abbattute le sanzioni economiche della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) perché il governo di transizione ha deciso di rimandare le elezioni per un periodo variabile dai sei mesi ai cinque anni. Il dato politico è il ritorno in grande stile della Russia sulla scena africana. Gli interessi del Cremlino sono innanzitutto economici: sfruttamento delle risorse (estrazioni di minerali) e vendita di armi sono gli obiettivi principali.
La strategia fu spiegata da Putin nel summit russo-africano tenutosi a Sochi (sul Mar Nero) nell’ottobre 2019. Il presidente ribadì la sua volontà di offrire aiuti e contratti commerciali “senza condizioni politiche o di altro genere”, al contrario di quanto fanno i Paesi occidentali. E anzi affermò che la Russia sarebbe stata la migliore soluzione a cui far ricorso per resistere alle indebite intromissioni nella sovranità nazionale esercitate da europei, statunitensi e cinesi.
La presenza dei paramilitari della Wagner (fondata da un veterano delle forze speciali dell’esercito russo e da un ricco uomo d’affari legato a Putin) si conta già in 23 nazioni africane. Ufficialmente i mercenari proteggono le attività di estrazione mineraria ma in realtà svolgono training agli eserciti, forniscono scorte armate agli uomini di governo, conducono guerre informatiche, svolgono operazioni contro i ribelli nelle zone minerarie per facilitare contratti con compagnie russe, spesso connesse proprio agli azionisti della Wagner.
I mercenari sbarcarono per la prima volta in Africa nel 2013 quando in Sudan (guidato allora dal dittatore islamista Omar al-Bashir) furono utilizzati per reprimere manifestazioni di piazza. Da allora è stata una escalation in tutto il continente, ultimamente anche nella ricca regione mineraria di Cabo Delgado (Mozambico) dove operano terroristi islamisti, autori di numerosi attacchi. Mentre in Libia sostengono Khalifa Haftar con grande preoccupazione degli Stati Uniti.
I mercenari esordirono nel 2014 in Crimea a fianco dell’esercito russo che aveva occupato la penisola. Oggi conterebbero su almeno diecimila uomini contrattualizzati. Un escamotage che consente a Putin di avere le mani libere, non dover rendere conto a nessuno delle operazioni di questi “privati” che sono responsabili di abusi e crimini contro prigionieri e civili inermi. Ma Mosca ufficialmente ignora tutto questo.

RUSSIA IN AFRICA. IL SUDAN È UNA MINIERA D’ORO

09 Marzo 2022
di Marco Cochi.
La recente visita a Mosca di “Hemetti”, vicepresidente del Consiglio sovrano sudanese, ha allarmato molti paesi, tra cui Stati Uniti ed Egitto. Spaventa il progetto di una base navale del Cremlino sul Mar Rosso. E si vuole porre un freno al contrabbando di centinaia di tonnellate di oro illegale che dal Sudan finiscono nei forzieri russi.
Molti paesi africani stanno mostrando una buona dose di cautela nel rivedere le loro relazioni con la Russia per proteggere i loro interessi nazionali. Lo dimostra l’astensione di ben 17 nazioni del continente, oltre al veto dell’Eritrea, nell’approvazione della risoluzione votata, lo scorso 2 marzo, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.
Una cautela che trae origine dal fatto che negli ultimi anni il Cremlino ha esteso notevolmente la sua influenza in Africa, sviluppando legami economici e di carattere militare con il continente. Un chiaro esempio è l’invio, a partire dal 2018, dei mercenari russi del Gruppo Wagner, oltre che in Libia, per aiutare i leader locali di Centrafrica, Mozambico e Sudan a mantenere saldo il loro potere e silenziare la dissidenza interna. E non a caso i tre paesi figurano tra gli stati africani astenuti.
A partire dallo scorso 6 gennaio, l’impegno militare della compagnia privata russa sta interessando anche il Mali, dove i paramilitari sono stati dispiegati nella città di Timbuctu. Ufficialmente, le unità della Wagner sono impegnate nell’addestramento delle Forze armate maliane e nel contrasto delle milizie jihadiste legate ad al-Qaida e al gruppo Stato islamico.
Altro aspetto saliente è da ricercare nei dati del SIPRI, che indicano Mosca come il principale fornitore di armi all’Africa, dove tra il 2015 e il 2019 ha esportato il 49% dell’equipaggiamento militare del continente, più del doppio di Cina e Stati Uniti. Per questo, è improbabile che molti leader africani aderiscano al moltiplicarsi degli appelli in corso per condannare l’aggressione della Russia in Ucraina.
Tra i paesi africani che non nascondono il loro sostegno a Mosca c’è il Sudan. Con il Cremlino, il terzo più grande paese dell’Africa intrattiene una partnership così consolidata che il 23 febbraio il vicepresidente del Consiglio sovrano di Khartoum, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemetti ha iniziato una visita a Mosca, durante la quale, poi, l’armata russa ha invaso l’Ucraina.
Dagalo è anche a capo delle Rapid support forces (Forze di supporto rapido – Rsf), un’unità irregolare al soldo di Khartoum, che durante la guerra in Darfur si rese responsabile di indicibili violenze e crimini di guerra contro gli appartenenti alle etnie non arabe fur, maasalit e zaghawa. Violenze che continuano ancora oggi.
Di recente, è emerso che le Rsf hanno avuto legami con la Wagner e anche se non ci sono statistiche ufficiali sul numero e sul luogo in cui si trovano i contractor russi in Sudan, alcune stime indicano la presenza di 300 effettivi, impegnati in attività congiunte e programmi di addestramento con la milizia di Dagalo. Nel paese, si è diffuso il sospetto che alcuni oppositori politici favorevoli a un ritorno del governo civile siano recentemente scomparsi per mano dei mercenari russi.
Nel 2017, l’interesse iniziale della Wagner nei confronti del Sudan è stato cercare i giacimenti di oro presenti nelle aree remote del paese, così cospicui che potrebbero rendere Khartoum in pochi anni il terzo produttore dell’Africa.
Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano britannico Telegraph, negli ultimi anni la Russia ha contrabbandato centinaia di tonnellate di oro illegale dal Sudan, nell’ambito del piano di costruire la “fortezza Russia” e difendersi dalle previste sanzioni legate all’invasione in Ucraina.
Il Cremlino ha più che quadruplicato la quantità di oro detenuto nella banca centrale dal 2010, creando un “forziere di guerra” attraverso un mix di importazioni estere e vaste riserve auree nazionali, diventando il terzo produttore mondiale del prezioso metallo e arrivando, nel giugno 2020, a detenere più oro che dollari.
Mentre le statistiche ufficiali suggeriscono che il Sudan esporta scarsissime quantità di oro in Russia, un dirigente di una delle più grandi società aurifere sudanesi ha dichiarato al Telegraph che il Cremlino è il più grande attore straniero nell’enorme settore minerario del paese. Secondo la fonte, rimasta anonima, ogni anno circa 30 tonnellate d’oro vengono trasportate dal Sudan in Russia, sebbene sia impossibile valutare la reale portata dell’operazione.
Secondo Sim Tack, cofondatore di Force Analysis, una società di consulenza con sede in Belgio specializzata nella mappatura dei conflitti, alcune società russe come M-Invest, che ha una filiale locale chiamata Meroe Gold, hanno iniziato a operare in Sudan dopo che l’ex dittatore Omar El-Bashir ha incontrato Vladmir Putin nel 2017, offrendogli concessioni minerarie e permettendogli di costruire una base navale nei pressi di Port Sudan, sul Mar Rosso. 
Una struttura in grado di ospitare fino a 300 persone, civili e militari, e 4 navi da guerra. Secondo il progetto, Mosca avrà il diritto di trasportare, attraverso porti e aeroporti sudanesi, armi, munizioni e attrezzature destinate al funzionamento della sua base. Questo sito sarà il primo del suo genere per Mosca in Africa, e il secondo al mondo, dopo quello di Tartus, in Siria.
La base servirà a coprire due dei grandi interessi russi nella regione africana. Il primo è l’export bellico, per creare dipendenza e influenza attraverso questo mercato nei paesi del continente. Il secondo è che Mosca potrà avere un peso sull’asse Mar Rosso, Suez, Corno d’Africa che connette Mediterraneo e Oceano Indiano, considerato strategico per il commercio internazionale.
Una promessa che nella sua recente visita a Mosca, il generale Dagalo ha rinnovato proprio mentre le truppe dell’Armata russa si preparavano a invadere l’Ucraina. Secondo Hemetti, la proposta russa per lo sviluppo della base navale in Sudan sarebbe all’attenzione del ministro della difesa di Khartoum, di conseguenza non direttamente sotto la sua capacità decisionale.
Secondo gli Stati Uniti, invece, l’approvazione sarebbe imminente perché la missione del generale Dagalo a Mosca avrebbe avuto come principale oggetto proprio la discussione in merito alla definizione dell’accordo per la base navale.
L’assenso di Hemetti alla costruzione della base russa ha provocato la dura reazione delle autorità egiziane, che hanno chiesto al potente generale sudanese di fornire chiarimenti sulle dichiarazioni riguardanti la base. I funzionari del Cairo hanno affermato «di opporsi alla creazione di qualsiasi base straniera vicino ai confini e alle aree di influenza del paese».
Sarà però difficile che Khartoum receda dai suoi propositi, mentre cerca aiuti economici, dopo che gli Stati Uniti hanno sospeso per intero un pacchetto di aiuti da 700 milioni di dollari, in seguito al colpo di stato del 25 ottobre.

UN CONFLITTO POCO “ORTODOSSO”

11 Marzo 2022
di Rocco Bellantone.
A fine 2021, oltre cento sacerdoti in servizio nel continente hanno lasciato il patriarcato di Alessandria (Egitto) per passare a quello di Mosca. Artefice della manovra il patriarca russo Kirill I, fedelissimo di Putin, in rotta con Tawadros II di Alessandria
Centodue sacerdoti in servizio in 8 paesi africani passati dal patriarcato greco-ortodosso di Alessandria a quello russo. Con questo cambio di casacca di massa, annunciato a Mosca nel Sinodo di fine 2021 e di cui ha dato notizia Asia News, agenzia di informazione dei missionari del Pontificio istituto missioni estere (Pime), il patriarcato russo ha creato ufficialmente un proprio esarcato in Africa. Dodici in totale le bandierine fissate nelle due diocesi dell’Africa settentrionale e meridionale: Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Ciad, Camerun, Nigeria, Libia, Centrafrica e Seicelle. Incarico di guida assegnato al vescovo russo di Erevan in Armenia, Leonid (Gorbačev).
Con una sola mossa, l’artefice di questa manovra, il patriarca di Mosca Kirill I, ha centrato due obiettivi: ha scippato sostegno internazionale alla Chiesa autocefala di Ucraina, frutto dello scisma ortodosso del 2018 (innescato nel 2014 dall’occupazione russa della Crimea) e riconosciuta dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartomoleo I; e ha assestato un duro colpo all’autorevolezza in Africa del patriarca di Alessandria, Tawadros II, che nell’agosto scorso, sull’isola turca d’Imbros, aveva teso la mano al metropolita autocefalo di Kiev Epiphany, segnando il definitivo punto di rottura con la Chiesa russa, già maturato nel 2019.
In passato compagni di studi all’università sovietica di Odessa, Kirill I e Tawadros II sono dunque ormai ai ferri corti. Nella sua campagna di conversione in Africa, il patriarca di Mosca sa di poter contare sull’appoggio incondizionato del Cremlino. Kirill I fa parte, infatti, della cerchia dei fedelissimi del presidente russo Vladimir Putin. Ha rapporti molto stretti con oligarchi e manager delle più influenti aziende del paese, compreso il gigante petrolifero Gazprom. Una fedeltà riconosciutagli dal governo, che nel 2019 ha sborsato circa 43 milioni di dollari per ristrutturare la sua residenza nell’ex palazzo imperiale di San Pietroburgo.
Da anni la Chiesa di Mosca coltiva contatti in Africa. Ultime terre di conquista, come segnalato in un report di Africa Intelligence, sono stati Tanzania, Kenya, Uganda, Zambia e Sudafrica. Tra le parrocchie sfilate ad Alessandria c’è quella di Sergio di Radonež a Johannesburg (Sudafrica), guidata dall’arciprete Daniel Lugovoy. Altro fronte caldo è il Madagascar, dove l’ambasciatore russo Andrey Andreev sta raccogliendo fondi per affidare una nuova chiesa a sacerdoti legati a Mosca.
I centodue transfughi di fine anno sono il risultato di un pressing diplomatico istruito in occasione di un precedente sinodo che si era tenuto a Mosca il 23 e 24 settembre. Da allora l’uomo di Kirill I in Africa, il vescovo Leonid – scelto non a caso per questo ruolo dopo aver rappresentato il patriarcato russo ad Alessandria tra il 2004 e il 2013 – non si è mai fermato. A metà novembre è stato a Dar es Salaam, dove ha incontrato i metropoliti Dimitrios di Irinoupolis, referente per la Tanzania orientale, e Jeronymos di Mwanza, per la Tanzania occidentale. Nella sua visita è stato accompagnato dall’ambasciatore russo in Tanzania, Yuri Popov, che in questo paese cura in particolare gli interessi della compagnia di stato Rosatom nei locali giacimenti di uranio.
Il blitz di Leonid era stato anticipato, qualche settimana prima, da un tour di visite di Tawadros II, volato prima a Kampala (Uganda) per un incontro con il presidente Yoweri Museveni, poi in Tanzania insieme all’ambasciatore egiziano Mohamed Gaber Abulwafa e al console onorario greco William Ferentinos – dove a capo di un codazzo di imprenditori greci ha incontrato anche il vicepresidente Filippo Mpango –, infine a Johannesburg per un colloquio con il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
La regione dei Grandi Laghi è lo scacchiere in cui la posta in palio tra le due Chiese è la più alta. Tra fine luglio e inizio settembre le morti prima del metropolita Nikoforos di Kinshasa, poi del suo omologo di Kampala Jonah Lwanga, hanno aperto una delicata partita per la loro successione. Chi riuscirà ad accaparrarsi quelle poltrone, infatti, avrà accesso a uno dei più ampi bacini di fedeli ortodossi di tutto il continente.
Mosca ci tiene moltissimo. I governi di Rwanda e Uganda sono tra i principali acquirenti africani di armi di fabbricazione russa, mentre in Rd Congo è sempre più attivo il gruppo Alrosa, specializzato in estrazione di diamanti. Sono business in forte crescita, che il Cremlino vuole tutelare garantendosi una leadership religiosa nella regione. Se in Africa meridionale Zimbabwe, Angola e Mozambico restano sotto il controllo del patriarcato di Alessandria, che in quest’area conta sull’arcivescovo cipriota Seraphim, la sfida è aperta in Repubblica Centrafricana. La piccola comunità ortodossa del paese è passata recentemente sotto la sfera d’influenza russa. E nella capitale Bangui è in fase di costruzione il settimo centro russo per la scienza e la cultura, sotto lo sguardo vigile della compagnia di sicurezza privata Wagner. Segno, anche questo, che quella in corso non è solo una campagna religiosa.

Un vicino passato per leggere il presente

Monastero dorato di San Michele a Kiev (fonte)

Se cerchiamo “Chiesa ortodossa dell’Ucraina” su Wikipedia troviamo :

“La Chiesa ortodossa dell’Ucraina (in ucraino: Православна церква України, Pravoslavna cerkva Ukraïny) è una Chiesa ortodossa nazionale ucraina. È stata fondata il 15 dicembre 2018 con un “concilio di riunificazione” tra la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, con l’autorizzazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha riconosciuto alla nuova Chiesa l’autocefalia.
Tale decisione è stata però fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa russa, che riconosce invece una differente Chiesa ortodossa ucraina, e che ha quindi denunciato lo “sconfinamento” del Patriarcato di Costantinopoli, rompendo le relazioni con esso e dichiarando il concilio “illegale” e la nuova Chiesa “scismatica”. Questa crisi religiosa, chiamata “scisma ortodosso del 2018”, è iniziata nel 2014 con l’occupazione russa della Crimea e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa. L’autocefalia della Chiesa ucraina è infatti stata fortemente voluta e supportata dal presidente ucraino Petro Porošenko, collocato su posizioni filo-atlantiste e filo-europeiste.
Il primate della Chiesa ha il titolo di metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina ed è, dal 15 dicembre 2018, Epifanij.”

La vicenda non è di facile comprensione per chi non conosce il mondo delle Chiese ortodosse, i suoi termini, le sue parole, il suo linguaggio (e non posso mettermi a spiegare qui tante cose). Però conoscere questi fatti, anche in generale, è utile per comprendere alcuni vissuti di ieri e di oggi. Per questo, essendo abbonato da anni alla rivista Confronti, ho recuperato alcuni articoli del 2018 e del 2019. Prima li elenco e poi li pubblico integralmente. Sarà un post lungo, IL PIÙ LUNGO DI QUESTO BLOG, ma per approfondire e comprendere ci vuole tempo. Specifico anche che le elezioni in Ucraina si sono tenute il 21 aprile 2019 (secondo turno): prima di quella data il presidente era, come letto sopra, Petro Porošenko.

2018.10.04: Scisma tra Mosca e Costantinopoli? qui

2018.11.02: La questione ucraina innesca uno scisma qui

2019.02.07: Dopo la scelta di Kiev un futuro inquietante qui

2019.04.05: Si acuisce lo scisma tra Mosca e il Fanar qui

2019.07.15: Morire per Kiev? Un tragico duello ecclesiale qui

2019.10.03: L’autocefalia ucraina secondo Costantinopoli qui

2019.10.31: Il patriarcato russo contro gli “scismatici” ucraini qui

SCISMA TRA MOSCA E COSTANTINOPOLI?

4 Ottobre 2018

di Luigi Sandri.

L’aereo, destinazione Kiev, è già pronto all’aeroporto di Istanbul per portare il tomos (decreto sinodale) con cui il patriarcato ecumenico di Costantinopoli concederebbe la “autocefalia” alla Chiesa ortodossa ucraina, con ciò avviando una rottura che, dopo quella tra Oriente ed Occidente del 1054, innescherebbe un nuovo e più aspro scisma, stavolta intra-ortodosso, con la nuova Roma (l’ex Bisanzio) e la terza (Mosca) irriducibilmente contrapposte.

Le parole rassicuranti – «Abbiamo parlato cuore a cuore» – pronunciate il 31 agosto dai protagonisti al Fanar (il quartiere dell’antica capitale bizantina dove sorge il palazzo del patriarcato), al termine del vertice tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, e quello di Mosca, Kirill, giunto apposta nella metropoli turca “per discutere temi di comune interesse”, sul problema decisivo – la “indipendenza canonica” ucraina pur mai citata nei comunicati – hanno pietosamente nascosto un fallimento, esploso poi alla luce del sole nelle settimane seguenti.

KIEV, MADRE SPIRITUALE DI MOSCA

Già da tempo conosciuto attraverso mercanti e missionari che, provenienti da Costantinopoli, attraversato il Mar Nero risalivano il fiume Dniepr, a Kiev il Cristianesimo nella Rus’ divenne religione ufficiale dopo che nel 988 il principe Vladimir si fece battezzare: il che comportò la “conversione” di tutti i sudditi alla nuova religione. La reciproca scomunica del 1054 tra l’antica e la nuova Roma non scompose Kiev, che salomonicamente cercò di mantenere buoni rapporti con ambedue.

Dopo l’invasione mongola del 1240 che devastò Kiev, i metropoliti della città trovarono rifugio in varie città russe, finché non fissarono la residenza a Mosca, fondata pochi decenni prima, nel 1147. Vi erano, allora, città russe più importanti di essa: Novgorod, Iaroslavl, Vladimir; Mosca, però, s’impose, e il suo Gran Principe divenne la guida del paese, in prima fila per scuotere il giogo tartaro.

Il 29 maggio 1453 i turchi ottomani prendono Costantinopoli, ponendo fine al millenario impero romano d’Oriente. Un decennio dopo, papa Paolo II si adopera per far sposare la nipote dell’imperatore, Zoe, con il Gran Principe di Mosca: il sogno è che la principessa convinca il marito, Ivan III, a farsi cattolico e ad attaccare i turchi, mentre una crociata occidentale sarebbe accorsa per sconfiggere gli “invasori” musulmani. Il progetto, però, abortisce: la Russia, in ciò spronata da Zoe (diventata Sofia) che porta in dono allo sposo le insegne imperiali bizantine, rimane ortodossa e in comunione con il patriarcato di Costantinopoli che, tramontato il rapporto “sinfonico” Chiesa-Stato, deve muoversi sotto il potere del sultano. Nel paese, intanto, cresce il mito di Mosca “terza Roma” (“l’antica, quella del Tevere, è caduta nell’eresia del papismo; la nuova in mano ai turchi; la terza, colonna dell’Ortodossia, non cadrà mai!”).

A metà del Cinquecento Ivan il Terribile debella i tartari, e si fa “zar”. Nel 1589, ottenendo poi il consenso dei quattro patriarcali orientali (Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme), Mosca diventa patriarcato che, nel 1686, incorporerà la sostanza dell’eredità di Kiev. E – secoli dopo! – stante l’Urss l’Ucraina, dal punto di vista ecclesiastico, rimane un esarcato legato a Mosca. Ma nel 1991 – proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina e, poi, collasso dell’Urss – la Chiesa ortodossa là si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (la più numerosa), legata a Mosca, e oggi guidata dal metropolita Onufry; l’autonominatosi Patriarcato di Kiev, guidato dal metropolita Filaret, scomunicato dal patriarcato russo; la piccola Chiesa autocefala. Queste ultime due non riconosciute da nessuna Chiesa ortodossa.

Con la “nuova” Ucraina riprendono vigore i greco-cattolici (dagli ortodossi polemicamente chiamati “uniati”, perché considerati uniti con la forza al papato). Nati nel 1595-96 con l’approvazione di molti vescovi ortodossi, accolti allora da Clemente VIII, sotto l’Urss subiranno poi persecuzione. Essi ritengono di aver compiuto, a fine Cinquecento, una libera scelta ecclesiale (e senza prima mai aver rotto ufficialmente con Roma); il patriarcato russo, invece, li considera “traditori” sorti per le pressioni dei re polacco-lituani che volevano usarli come “cavallo di Troia” per distruggere dall’interno l’Ortodossia.

CHIESA AUTOCEFALA UCRAINA: LA MOSSA DEL PRESIDENTE POROSHENKO

Tra XX e XXI secolo. Bartolomeo – regna dal 1991 –, rifacendosi agli antichi Concili ecumenici, che diedero alla “nuova Roma” privilegi simili alla antica, rivendica il suo ruolo di primus inter pares tra i primati ortodossi; i patriarchi russi (Aleksij II e, poi, dal 2009, Kirill) lo accusano però di voler strafare, quasi fosse “il papa degli ortodossi”. Aspro è il loro dissenso sulla “giurisdizione” di alcuni paesi: l’Estonia, ad esempio, deve dipendere da Mosca, come questa sostiene, o da Costantinopoli, come affermano i greci? E l’Ucraina? Sullo sfondo un dato, pur non teologico, che pesa: Bartolomeo sovraintende a circa cinquemila ortodossi in Turchia (erano milioni, stante l’impero ottomano, in Anatolia) e a tre milioni tra Europa occidentale e due Americhe; il patriarcato di Mosca, invece, ha sotto di sé circa il 65-70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo, e un centinaio di milioni in patria. Una sproporzione invalicabile.

La questione religiosa ucraina viene poi avvelenata, e appesantita, dal contrasto politico-militare tra Mosca e Kiev, che ha portato, ancor oggi accesa, a una guerra “a bassa intensità” (ma ha fatto diecimila vittime!), nella zona del Donbass e, nel marzo 2014, alla occupazione della Crimea da parte russa. “Aggressione” la definiscono il governo di Kiev, il “patriarca” Filaret e Sviatoslav Shevciuk, arcivescovo maggiore dei greco-cattolici; “liberazione e ritorno alla patria”, secondo il Cremlino – e, implicitamente, per Kirill – perché la Crimea, russa dal 1783, era stata sbrigativamente “regalata” all’Ucraina sovietica da Kruscëv nel 1954.

Su questo sfondo si pongono gli eventi susseguitisi nei due ultimi anni. Kirill, pur dopo aver annunciato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta, che si sarebbe celebrato nell’isola greca nel giugno 2016, pochissimi giorni prima che esso iniziasse informò che lui e la sua delegazione avrebbero disertato l’appuntamento. “Un sabotaggio”, sentimmo dire, là, da molti padri “conciliari”. E, di fatto, quell’assenza amputò l’autorevolezza ecclesiale di quella pur importante Assemblea. Calò il gelo tra Costantinopoli e Mosca.

Il 9 aprile 2018 il presidente ucraino Petro Poroshenko si è recato al Fanar per chiedere il riconoscimento di una Chiesa autocefala ucraina, che raccoglierebbe le tre Chiese ortodosse del paese; il 19 aprile il parlamento di Kiev ha appoggiato la richiesta. Bartolomeo ha assicurato che lui con il suo Sinodo avrebbero studiato a fondo la questione. Allora il metropolita Hilarion di Volokolamsk, “ministro degli esteri” del patriarcato russo, ha replicato: la “pretesa” ucraina non ha fondamento canonico; e, se accolta da Costantinopoli, drammatiche sarebbero state le conseguenze per l’intera Ortodossia.

D’altra parte, un’”autocefalia” di Kiev farebbe perdere a Mosca, in prospettiva, molto suo clero, che è di origine ucraina. Kirill ritiene che l’analogia con altre Chiese autocefale – la romena, la bulgara, la greca, la serba… – che nel loro paese sono la Chiesa ortodossa nazionale, non possa valere per il caso ucraino, perché la Chiesa russa è sovranazionale, e al suo patriarcato appartengono metropoliti che guidano sue Chiese in Ucraina, Estonia, Lettonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Azerbaigian, Bielorussia, Moldova…

LO SCENARIO DI UN EVENTUALE SCISMA TRA LA NUOVA E LA TERZA ROMA

Kirill, insieme con Hilarion, per due ore e mezza il 31 agosto scorso ha incontrato al Fanar il patriarca che era accompagnato dal metropolita Emmanuel di Francia. La delegazione, poi, non si è fermata per il pranzo, dove era attesa, ed è ripartita subito per Mosca. Le due Parti, senza entrare nei dettagli, hanno detto di aver discusso in spirito fraterno; lasciava tuttavia meravigliati che, nella sua dichiarazione prima di tornare in patria, Kirill non avesse mai pronunciato la parola “Ucraina”, come tema affrontato; mentre quel nome lo ha fatto Emmanuel, facendo intendere che la procedura per l’attesa “autocefalia” non si si sarebbe fermata.

Se, in teoria, sul “vertice” erano possibili valutazioni attendiste, a darne l’aspra interpretazione autentica ci hanno pensato i protagonisti. L’8 settembre, dopo una riunione di urgenza, il Santo Sinodo di Mosca, in una dichiarazione proclamava la “decisa protesta e profonda indignazione” per la decisione “anti-canonica” con la quale il giorno prima Costantinopoli, senza consultarsi con la Chiesa russa, nominava due suoi vescovi del Nord America – Daniil (Usa) e Hilarion (Canada) – come “esarchi” in Ucraina, cioè aventi, là, il compito di “preparare la concessione dell’autocefalia”. «Bartolomeo – chiosava il “ministro degli esteri” del patriarcato russo – risponderà della sua azione di fronte al giudizio di Dio e a quello della storia».

Poi, il 14 settembre, in una sua riunione straordinaria lo stesso Santo Sinodo – che, insieme al patriarca, ha raccolto una quindicina di metropoliti e di alti dirigenti della Chiesa russa – lanciava un solenne ultimatum a Costantinopoli. Il testo fa un’ampia ricostruzione della storia del Cristianesimo da Kiev a Mosca, e dei rapporti di questa con Costantinopoli. È vero – afferma – che la fede cristiana arrivò prima a Kiev, e poi a Mosca, rimanendo Costantinopoli il punto di riferimento ecclesiale; ma, a partire dal XV secolo Mosca si regolò da sola, fino a diventare, nel Cinquecento, patriarcato, del quale è diventata parte l‘Ucraina: questa, perciò, si trova nel “territorio canonico” del patriarcato russo; e Bartolomeo, volendo legiferare in essa, o inviandovi “esarchi”, si immischia negli “affari” interni di un’altra Chiesa ortodossa, il che – concludeva la dichiarazione – è vietato dai canoni degli antichi Concili.

Poi, venendo all’attualità, afferma:

«Nel gennaio 2016 all’incontro dei primati delle Chiese locali [presente Kirill] a Chambésy, Ginevra, Bartolomeo pubblicamente indicò il metropolita Onufryi come “il solo primate canonico della Chiesa ortodossa in Ucraina”. E allora il patriarca promise che né durante il Concilio di Creta, né dopo, avrebbe legittimato lo scisma [di Filaret e degli “autocefali”] o garantito, unilateralmente, l’autocefalia a quella Chiesa. Prendiamo atto con grande rincrescimento che quella promessa è stata violata… con una decisione anti-canonica che costituisce un diretto appoggio allo scisma ucraino».

Conclusione: «Il patriarcato di Mosca è costretto a sospendere la commemorazione liturgica del patriarca Bartolomeo. Inoltre, con grande dispiacere, sospendiamo la concelebrazione con autorità del patriarcato di Costantinopoli, e così pure la partecipazione della Chiesa ortodossa russa in Assemblee episcopali, in dialoghi teologici, in commissioni multilaterali e simili strutture presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli. Se questo prosegue le sue attività anti-canoniche nel territorio della Chiesa ortodossa ucraina [quella guidata da Onufry], saremo costretti a interrompere totalmente la comunione eucaristica con esso. La piena responsabilità di queste tragiche conseguenze e di questa divisione incombe personalmente su Bartolomeo e su quanti stanno con lui. Chiediamo alle Chiese autocefale sostegno in questo momento difficile. Facciamo appello ai primati di tutte le Chiese perché ben comprendano la nostra responsabilità condivisa per il destino del mondo ortodosso».

La Chiesa sotto accusa, però, contesta questa ricostruzione. Un autorevole rappresentante del patriarcato, l’arcivescovo Job di Telmessos, in un’intervista del 15 settembre ad una agenzia ucraina ha affermato: «Costantinopoli si è sempre considerata – canonicamente – la “Chiesa-madre” dell’Ucraina; non fu legittima la presa ecclesiale russa del paese; il Fanar, e solo lui, ha il diritto di proclamare la “autocefalia” della Chiesa ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria; anche la Chiesa ucraina legata a Mosca, nel 1991, voleva l’autocefalia! Il patriarcato ecumenico – ha sottolineato – non propone l’autocefalia in Ucraina come arma di guerra, ma come medicina per sanare uno scisma ecclesiale che dura da trent’anni». Ed ha concluso rilevando che sarebbe increscioso che Mosca facesse uno scisma per ragioni canoniche, quando non è in questione nessun dogma di fede.

A questo punto manca un solo passo perché Mosca proclami lo scisma, cioè la cancellazione nei dittici – l’elenco, nella divina liturgia, dei capi delle Chiese sorelle con le quali si è in comunione – del nome di Bartolomeo. Sarebbe uno scisma eucaristico, dunque lacerante. Le altre dodici Chiese ortodosse dovrebbero, poi, scegliere da che parte stare. Finora, solo l’arcivescovo Hieronymos di Atene si è schierato con Costantinopoli; quasi tutti i patriarchi, invece, con Mosca: Theophilos III, di Gerusalemme; Theodoros II di Alessandria (Filaret è “scismatico”); Ilia II della Georgia; Johannes X di Antiochia; Irenej di Serbia («quanto sta succedendo in Ucraina è molto pericoloso o addirittura catastrofico, probabilmente fatale per l’unità della Santa Ortodossia»). Non si sa, per ora, la reazione del patriarca rumeno Daniel.

Gran parte dell’Ortodossia mette dunque in dubbio il ruolo di Bartolomeo come primus inter pares. E il papa di Roma? Imbarazzatissimo, e attento a non schierarsi; prudentissimi anche la Curia romana e la diplomazia pontificia. Ma se i contendenti si appellassero a lui per un arbitrato? Egli farebbe quello che, talora, il papato romano fece nel primo millennio… Se però fallisse? Intanto – primo “effetto collaterale” dello scisma, che poi lambirà anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – va in crisi la commissione mista cattolico-ortodossa, istituita nel 1980 per affrontare i problemi teologici pendenti (primo fra tutti il ruolo del vescovo di Roma nell’ecumene); infatti, essa, con un cardinale romano, è co-presieduta da un metropolita di Costantinopoli… dunque out per Mosca.

Un terremoto ecclesiale, dalle conseguenze devastanti, incombe sull’Ekklesìa, e per ragioni estranee all’Evangelo. Ma se, stante il muro tra Mosca e Costantinopoli, il “popolo ortodosso” ucraino, il quale – lo abbiamo constatato in loco – fatica a sentirsi rappresentato da diatribe come queste, e superando le sue stesse lacerazioni interne, in ciò sollecitato da     gruppi più arditi della diaspora ortodossa in Occidente, con una pacifica e dolente insurgenza obligasse i “vertici” a un soprassalto di audacia ecclesiale, e di fantasia creativa per immaginare soluzioni canoniche mai esperimentate, pur di impedire l’irreparabile? Intanto, all’aeroporto di Istanbul l’aereo per Kiev è sulla pista, in attesa del tomos. Qualcuno lo fermerà?

LA QUESTIONE UCRAINA INNESCA UNO SCISMA

2 Novembre 2018

di Luigi Sandri.

Dopo le “sciabolate” estive, in ottobre hanno fatto un passo avanti verso lo scisma ufficiale i patriarcati di Mosca e Costantinopoli irriducibilmente divisi sulla questione della “autocefalia” della Chiesa ortodossa ucraina.

A settembre, in seguito al problematico incontro del 31 agosto, a Istanbul, tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e quello di Mosca, Kirill, il primo aveva proseguito con iniziative che andavano nel senso opposto ai desiderata dei russi, che reagirono perciò con durezza [vedi Confronti 10/18].

LA STRADA DI BARTOLOMEO

Ma, convinti di fare la cosa giusta, Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre hanno infine deciso di: 1) “procedere” alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich (della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina) e Filaret Denisenko, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686, che dava al patriarca di Mosca il diritto di ordinare il metropolita di Kiev; 4) lanciare un appello «a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’indebita appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, e qualsiasi altro atto di violenza».

LA RISPOSTA DEL SINODO DI MOSCA

Fermissima, il 15 ottobre, la risposta del Santo Sinodo di Mosca, riunitosi a Minsk, in Bielorussia: 1) interruzione della comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma), e proibizione agli ortodossi russi di partecipare alle liturgie di quella Chiesa; 2) accuse a quel Sinodo di aver violato i canoni stabiliti dai Concili ecumenici; 3) rivendicazione dell’Ucraina come proprio territorio canonico; 4) inammissibilità della revoca della lettera del 1686 (che, secondo Mosca, affidava “per sempre” a essa la metropolia di Kiev, mentre ora Costantinopoli sostiene essersi trattato di una decisione “temporanea”, e “revocabile” anche dopo secoli); 5) scandalo per la riabilitazione dello “scismatico” Filaret.

Perché la decisione “politica” del Sinodo costantinopolitano diventi concreta, occorre però che esso appronti un tomos ad hoc, cioè un documento ufficiale che stabilisce esattamente i termini dell’autocefalia. Allora sarà il momento della verità: si vedrà la “composizione” della futura Chiesa autocefala. Per ora, in Ucraina l’Ortodossia è spezzata in tre: una, legata a Mosca (un terzo delle circa trentamila parrocchie dell’intera Chiesa russa stanno in quel paese!); il “patriarcato” di Kiev; la Chiesa autocefala (del tutto distinta da quella di cui si discute). Queste due – finora non riconosciute da nessuno nell’Ortodossia – formeranno la nascente Chiesa autocefala; ma, da sole, esse rappresentano solo un terzo degli ortodossi ucraini, perché i due terzi (alcuni dicono: la metà) appartengono alla Chiesa legata a Mosca.

Quanti di questi ucraini-russi rimarranno con la Chiesa oggi guidata dal metropolita Onufry, e quanti passeranno alla neonata “autocefala”? Se i “trasmigratori” saranno davvero molti, e magari la maggioranza, avranno vinto Bartolomeo e il presidente ucraino Petro Poroshenko che il 9 aprile scorso si era recato apposta da quel patriarca, per chiedere il tomos dell’autocefalia (un auspicato traguardo che, a suo parere, rappresenterà «la caduta della Terza Roma [Mosca]); se, invece, la Chiesa ucraino-russa manterrà sostanzialmente i suoi fedeli, avrà vinto Kirill. Per chi perderà la “scommessa”, il fallimento sarà rovinoso. Al di là dei numeri, è comunque assai probabile che sorgano contrasti, per non dire atti di violenza – magari per il possesso dell’unica chiesa del villaggio – tra ortodossi “ucraini” (considerati patrioti) e “filo-moscoviti” (considerati “traditori” dal governo di Kiev). E chi dovrebbe difendere questi ultimi, se le cose prendessero una brutta piega?

LA RISPOSTA DI PUTIN

Meraviglia assai che in Occidente non si sia dato rilievo a un dettaglio: Vladimir Putin, subito dopo la decisione dell’11 ottobre, ha riunito il Consiglio russo per la sicurezza, per discutere della Ortodossia in Ucraina. Lo “zar” voleva predisporre le sue mosse nel caso in cui Poroshenko, che ha legato le sue fortune politiche alla “autocefalia”, favorisse misure repressive contro gli ortodossi ucraino-russi. E il ministro degli esteri del Cremlino, Serghiei Lavrov, ha definito quella organizzata da Bartolomeo «una provocazione con il diretto sostegno pubblico di Washington»!

Quali che siano ragioni e torti nel Da (sì) o Niet (no) all’autocefalia, su essa pesano questioni geopolitiche e nazionaliste, con risvolti militari – perché nell’Ucraina orientale continuano gli scontri tra ucraini e filo-russi (sostenuti dal Cremlino), mentre Poroshenko esige la restituzione della Crimea “brutalmente occupata”, che Putin, con la sua annessione, approvata da un referendum nel 2014 ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, ormai ritiene “per sempre” russa.

Dal punto di vista canonico, il cuore della discordia è la questione del “territorio canonico”: per il patriarcato russo l’Ucraina fa parte del “suo” territorio e, dunque, ritiene intollerabile che Costantinopoli abbia osato intervenire in esso. Analoga contesa tra i due patriarcati per la giurisdizione sull’Estonia, nel 1996 portò Mosca a proclamare uno scisma, chiuso però dopo sei mesi con un  compromesso: la compresenza, a Tallinn, di due vescovi ortodossi, l’uno legato alla Chiesa russa, l’altro a quella di Bartolomeo. Insopportabile, per Kirill, e “inaudita interferenza politica”, è poi che la richiesta ufficiale dell’autocefalia sia stata presentata dal presidente ucraino, e confermata dal parlamento di Kiev. A tali obiezioni il Sinodo di Bartolomeo replica, apportando ampia documentazione storica: l’Ucraina è parte del “suo” territorio canonico, anche perché Bisanzio è stata la Chiesa-Madre che inviò missionari a Kiev dove infine, nel 988, portarono il principe Vladimir a farsi battezzare. Del resto, secondo il patto del 1686 il metropolita di Kiev doveva porre al primo posto, nella liturgia, il patriarca di Costantinopoli.

Catastrofica, comunque, sul fronte intra-ortodosso, è la deflagrazione della questione ucraina: le quattordici Chiese autocefale ora dovranno schierarsi. Dopo l’11 ottobre, il patriarca di Antiochia, Johannes X, ha dato torto a Bartolomeo; e così Ireneo di Serbia; pure un metropolita bulgaro si è schierato con Mosca. Qualche rara voce sostiene che dovrebbe essere un Concilio panortodosso a dirimere la vertenza: epperò Mosca non lo vuole; del resto, pur dopo aver assicurato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta del 2016, lo aveva poi disertato. Esso, comunque, non avrebbe potuto, per l’opposizione previa di Kirill, mettere in agenda i criteri per concedere l’autocefalia, sui quali russi e greci divergono. Osserva Bartolomeo: nell’Ottocento e Novecento è stato il patriarca di Costantinopoli – primus inter pares – a dare il tomos dell’autocefalia alle Chiese di Romania, Serbia e Bulgaria.

BUIO SULL’ECUMENISMO

Anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – del quale sono membri le due Chiese in dissidio – è in enorme imbarazzo. E ancora più lo è papa Francesco (che il 19 ottobre ha ricevuto in udienza privata il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro degli esteri della Chiesa russa”): ormai la commissione mista cattolico-ortodossa, attiva dal 1980, viene depotenziata, perché Mosca – che rappresenta quasi i tre quarti dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – ha annunciato che non prenderà più parte a organismi co-presieduti da un rappresentante di Costantinopoli. Come, appunto, quella commissione.

Il buio scende sul cammino ecumenico di tanti anni. Forse ai semplici fedeli ortodossi dei paesi coinvolti nulla interesserà delle beghe dei loro capi; e nelle liturgie continueranno a pregare con devozione, senza preoccuparsi a quale Chiesa appartengano. Forse. Perché lo scisma in atto è potenzialmente lacerante. Infatti, le due Parti in contrasto citano, sì, canoni e eventi storici per sostenere le proprie tesi; mai, però, l’Evangelo. Che, infatti, non potrebbe essere addotto per questioni di potere ecclesiastico.

DOPO LA SCELTA DI KIEV UN FUTURO INQUIETANTE

7 Febbraio 2019

di Luigi Sandri.

Il 5 gennaio a Istanbul il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, presente il presidente ucraino Poroshenko, ha firmato il “tomos” – decreto sinodale – che concede l’autocefalia alla neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina; e l’indomani l’ha consegnato al neo-primate Epifanyi. Che il patriarcato di Mosca, furente, considera “scismatico”.

Ora che lo “scisma” tra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli – irrimediabilmente divisi sulla questione dell’autocefalia (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina – è stato consumato, ci pare utile qualche considerazione sulle ragioni apportate dai protagonisti della vicenda, e su «che cosa», ora, prevedibilmente accadrà. Lasciando sullo sfondo quanto già raccontato [vedi Confronti 10 e 11/18, 1/19], rivisitiamo i tre fronti della “battaglia”: ucraino, moscovita, costantinopolitano.

Il 5 gennaio, nella cattedrale di san Giorgio al Fanar (antico quartiere di Istanbul, residenza dei patriarchi di Costantinopoli) Bartolomeo I ha firmato il tomos – decreto sinodale – con il quale, come Chiesa-madre a una Chiesa-figlia, concedeva la “autocefalia” alla neonata Chiesa ortodossa in Ucraina.

Alla solenne cerimonia erano presenti il presidente ucraino Petro Poroshenko, e il metropolita di Kiev e primate della nuova Chiesa, Epifanyi, eletto a quella carica il 15 dicembre, da un Concilio per la riunificazione – “Conciliabolo”, secondo il patriarcato russo – formato da delegati del “Patriarcato di Kiev” e della piccola e preesistente Chiesa autocefala ucraina. Presenti anche due (due, su novanta) vescovi della Chiesa ortodossa ucraina legata a Mosca, che gode di amplissima autonomia, e fino al momento la più numerosa nel paese. Essa è guidata dal metropolita Onufryi. Il 6 gennaio Bartolomeo ha consegnato a Epifanyi il tomos che poi già l’indomani era esposto nella cattedrale di Santa Sofia, a Kiev, a perenne memoria dell’evento.

Sul lato ucraino, il protagonista principale – ci pare – è stato colui che fino al 15 dicembre 2018 era il “patriarca” di Kiev (“cosiddetto”, secondo Mosca), Filaret. Nato in Ucraina nel gennaio 1929, Mykhailo Antonovych Denysenko, diventato monaco – con il nome di Filaret – e poi prete, fece tutti i suoi studi in Russia e rappresentò poi il patriarcato di Mosca in varie missioni all’estero. Infine, fu scelto come metropolita di Kiev e, come tale, per anni fu membro permanente del Santo Sinodo di Mosca. Quando, nel maggio 1990, morì il patriarca russo Pimen, Filaret fu locum tenens del patriarcato. Egli sperava di diventare il successore del defunto, ma fu invece eletto Aleksij II, già metropolita di Leningrado. Pieno di rancore – questa l’accusa dei moscoviti – per la mancata nomina, nel ’92 (l’anno prima era collassata l’Urss e nata l’Ucraina indipendente) Filaret favorì la nascita del “patriarcato di Kiev”, al quale aderì una parte minoritaria degli ortodossi ucraini: il Concilio episcopale russo lo ridusse, allora, allo stato laicale. Ma egli nel ’95 accettò l’elezione a “patriarca” di Kiev: e perciò, nel ’97, lo stesso Concilio lo scomunicò. Bartolomeo riconobbe legittime le due punizioni.

Filaret, sdegnato, rifiutò quei provvedimenti, e continuò a ordinare preti e vescovi. Si adoperò perché Costantinopoli riconoscesse il “patriarcato” di Kiev; infine è stato il massimo sostenitore del “Concilio” del 15 dicembre. Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre ‘18 gli avevano tolto le censure comminategli dall’episcoparo russo; una provocazione intollerabile, per quest’ultimo. I critici di Filaret sostengono che, stante l’Urss, egli fosse legato al Kgb: accusa, a dire il vero, rivolta a tutto l’establishment della Chiesa russa del tempo sovietico; e quindi da valutare criticamente e imparzialmente (tutti gli ecclesiastici di alto rango che viaggiassero all’estero, rientrati in patria dovevano in qualche modo riferire ai servizi di sicurezza russi). Gli ucraini fautori della nuova (quindicesima) Chiesa autocefala, considerano Filaret un padre della patria e della Chiesa. I suoi avversari, invece, ritengono che egli abbia agito per orgoglio. Il “Concilio” gli ha attribuito il titolo di “patriarca emerito di Kiev”. Il quale conta ancora molto perché l’ora quarantenne Epifanyi è una sua creatura, quasi un alter ego.

Sul fonte politico, è Poroshenko il grande vincente per la nascita della Chiesa indipendente.

Egli, in opposizione a Mosca (suo lo slogan: «Via da Putin, via da Kirill»), si è battuto con energico e pubblico impegno per la “autocefalia” ucraina, e vorrebbe che la Chiesa filorussa esprimesse anche nel nome… che dipende da una autorità straniera, il patriarcato russo. Ma la sua trasbordante presenza – al “Concilio” e alle cerimonie del Fanar – hanno impresso un tale sigillo politico e nazionalista alla vicenda da esacerbare i russi e, forse, infastidire i gerarchi di varie Chiese ortodosse. Però – salvo possibili differimenti – il 31 marzo si vota in Ucraina, per l’elezione presidenziale. A dicembre i sondaggi davano appena il 10% dei voti a Poroshenko: a questi, eletto nel giugno 2014, si rimprovera di non aver recuperato la Crimea, occupata e poi annessa dai russi nel marzo di quell’anno; di non aver sconfitto la Russia nel Donbass (dove la guerra “a bassa intensità” in cinque anni ha fatto diecimila vittime); di non aver tratto l’Ucraina fuori dalla sua grave crisi economica. Lui, però, è convinto che la sua battaglia per la “autocefalia” convincerà il popolo a rieleggerlo presidente. Le urne, tra poche settimane, diranno…!

Sul fronte russo, la vicenda ucraina ha visto la costante presenza del patriarca di Mosca, Kirill; e poi un convitato di pietra, il presidente Vladimir Putin. Dopo vari altri interventi, il 31 dicembre il capo della Chiesa russa ha scritto una lettera, dai toni drammatici, a Bartolomeo, ritenuto reo, con la sua iniziativa “scismatica”, per: 1) aver interferito nel “territorio canonico” della Chiesa russa, dato che proprio un suo predecessore, Dionigi IV, nel 1686 aveva affidato a Mosca la metropolia di Kiev; 2) aver restituito dignità ecclesiale a Filaret, pur scomunicato dal Concilio episcopale russo, come se questo nulla contasse; 3) aver sostenuto il “Conciliabolo” del 15 dicembre 2018. Conclusione: Kirill scongiurava Bartolomeo di annullare il programma annunciato per il 5 e 6 gennaio a Istanbul: «Non è troppo tardi per fermarlo». Al di là di queste motivazioni, ve ne è una, inespressa, che molto preoccupa Kirill: se la Chiesa ucraina guidata da Onufryi iniziasse a sgretolarsi, con intere parrocchie e diocesi che passassero alla neonata Chiesa autocefala, gravissime sarebbero, per i filorussi, le perdite di edifici, personale, strutture.

E se un domani – questa la domanda cruciale – facessero lo stesso le Chiese, oggi legate al patriarcato di Mosca, di Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Moldova? La rivendicata “sovra-nazionalità” del patriarcato russo andrebbe in frantumi. È vero che i legami storici ed ecclesiali tra Mosca e Kiev non hanno paragoni, per la loro unicità; e, tuttavia, guardando in lunga prospettiva, la frana avviata con l’Ucraina potrebbe riproporsi in altri casi.

Versante politico: a differenza dell’“onnipresente” Poroshenko, Putin formalmente ha mantenuto un low profile. Ma già da ottobre aveva fatto sapere che non avrebbe tollerato violenze contro ucraini filo-moscoviti. I quali, se considerati in patria “traditori”, potrebbero ora trovarsi in situazioni spiacevolissime. In effetti, è sul filo del rasoio, a Kiev, la distinzione tra amore per la patria, scelta della propria Chiesa, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato. In ogni caso, il capo del Cremlino conta che gli ortodossi filorussi non mettano in discussione quella che lo “zar” considera “liberazione della Crimea” mentre per gli ucraini filo-Kiev si tratta di brutale “occupazione e annessione illegale”, da rovesciare. Ad aggrovigliare l’aspetto politico vi è Donald Trump, favorevolissimo alla Chiesa di Epifanyi, un tassello in più – egli pensa – per dare comunque addosso alla Russia.

Saranno i fatti, adesso, a premiare speranze o a stroncarle. Se la Chiesa ucraina filorussa rimarrà sostanzialmente compatta, l’intero disegno Filaret-Pososhenko-Bartolomeo andrà in fumo. Se invece essa iniziasse a sgretolarsi, esso sarebbe premiato. Ma, intanto, come si porranno – tolte la russa, la costantinopolitana e la neonata ucraina – le rimanenti dodici Chiese ortodosse autocefale?

Al momento il panorama è nebbioso: a favore di Kirill si è schierato il metropolita di Varsavia, Sawa, primate della Chiesa ortodossa di Polonia. Da parte sua, il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, il “ministro degli esteri” del patriarcato di Mosca, il 10 gennaio a Gerusalemme ha incontrato il patriarca greco di quella città, Theophilos III, per convincerlo a porsi pro-Kirill: ci è riuscito? Non si sa. Chrysostomos II, capo della Chiesa autocefala di Cipro, pare aver scelto Mosca; così, anche l’arcivescovo di Tirana, Anastasios. Filo-Kirill il patriarca serbo Irenei, e quello di Antiochia, Johannes X: questi ha poi proposto che sia un Concilio panortodosso a dirimere la questione ucraina (ma chi potrebbe convocarlo, e su quale ordine del giorno, stante il dissidio in atto, e dato che la Chiesa russa rifiuta assolutamente un Bartolomeo che faccia “il papa degli ortodossi”?). Anche Bartolomeo dunque, rischia credibilità e autorità. Ma, il suo, era un rischio obbligato. Umiliato da Kirill che, nel giugno 2016, all’ultimo momento aveva disdetto la partecipazione della Chiesa russa al Concilio di Creta, con la vicenda ucraina ha cercato di rientrare in scena.

Infatti una forte Chiesa ucraina autocefala sarebbe un contraltare alla straripante Chiesa russa che, da sola, conta il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo; infatti, se essa raccogliesse tutti gli ortodossi ucraini, sarebbe la seconda Chiesa ortodossa al mondo, per numero di fedeli, e dunque capace di aprire un’efficace dialettica con Mosca.

In Turchia il patriarcato ecumenico – primus inter pares nell’Ortodossia – ha meno di cinquemila fedeli: una piccolezza numerica che rischia di diventare irrilevanza ecclesiopolitica.

Se l’operazione ucraina si imporrà, si rafforza il ruolo di Costantinopoli, e gli ucraini – che aspettano Bartolomeo a Kiev per accoglierlo trionfalmente – saranno riconoscenti in eterno alla “Chiesa-madre” che li ha liberati dal “giogo” di Mosca; altrimenti, dolorosa sarebbe la sconfitta.

La lite tra la “seconda” Roma, Costantinopoli, e la “terza”, Mosca, pone in estremo imbarazzo la “prima” Roma, cioè il papato (non a caso Francesco, finora, non ha mai parlato!). Ma, in realtà, il Vaticano si esprime. Infatti, monsignor Andrea Palmieri, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, su L’Osservatore romano del 19 gennaio, in un articolo dedicato al dialogo teologico tra le Chiese cattolica e ortodossa – dal 1980 in mano ad una commissione mista – scrive:

«Nonostante la posizione di assoluta neutralità della Chiesa cattolica sulla questione dell’autocefalia ucraina, è gravida di conseguenze potenzialmente negative la decisione del Santo Sinodo del patriarcato di Mosca, del 14 settembre».

Il quale, quel giorno, ha stabilito: la Chiesa russa diserterà ogni commissione (come la citata!) che preveda la co-presidenza di un delegato del patriarcato di Costantinopoli. E lo scisma – forse più aspro di quello del 1054, che separò le due Rome di allora – taglia come una spada l’intera oikoumene, che inevitabilmente dovrà schierarsi per l’una o l’altra parte.

Saprà, l’Ortodossia, superare la sua crisi? Oppure Mosca non citerà più Bartolomeo nei dittici, le preghiere della divina liturgia in cui si ribadisce la comunione con i singoli capi delle Chiese sorelle autocefale, rimanendo dunque in stato di scisma con lui? O, invece, esso sarà ricucito? Lo chiederebbero la ragionevolezza e, anche, molti semplici fedeli sconcertati da un tale asperrimo contrasto; e l’Evangelo, questo sconosciuto nella disputa ucraina.

SI ACUISCE LO SCISMA TRA MOSCA E IL FANAR

5 Aprile 2019

di Luigi Sandri.

Piervy sriedì ravnikh oppure Piervy biez ravnykh? Questi, in russo, i lemmi giuridici latini Primus inter pares (primo tra pari) o Primus sine paribus (primo senza pari, cioè senza uguali)? La divergente risposta che danno all’interrogativo il Patriarcato di Mosca, oggi guidato da Kirill, e quello di Costantinopoli, retto da Bartolomeo I, fonda il loro irriducibile contrasto sulla autocefalia (indipendenza) della Chiesa ucraina. Una drammatica disfida che ha spinto i vertici della Chiesa russa a proclamare l’interruzione della comunione eucaristica – cioè lo scisma in senso stretto – per le scelte della consorella che ha la sua base a Istanbul, nel quartiere del Fanar.

Riassumiamo una vicenda tormentata, di cui abbiamo scritto più volte su Confronti. Il 19 aprile 2018 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) aveva fatta sua la richiesta del presidente Petro Poroshenko al Fanar di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina. Bartolomeo, senza rispondere con un rotondo “sì”, lo lasciava balenare, allarmando così Mosca. In settembre, poi, accettava la proposta, per finalmente – sosteneva – riunire le tre Chiese ortodosse del paese:

  1. Chiesa ortodossa, legata a Mosca, e guidata dal metropolita di Kiev, Onufry;
  2. Patriarcato di Kiev, in mano a Filaret;
  3. Chiesa autocefala ucraina, una modesta comunità.

La prima è la più numerosa; le altre due, sorte nel 1992 dopo il collasso dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente, sono considerate scismatiche da Mosca (che già nel 1995 aveva ridotto allo stato laicale, e nel ’97 scomunicato Filaret, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev). Kirill, il 31 agosto ‘18 si recava da Bartolomeo, per fermarlo: ma questi con il suo Sinodo procedeva, infine “benedicendo” un “Concilio per la riunificazione” – considerato illegale da Mosca – che il 15 dicembre ha poi dato vita, a Kiev, alla Chiesa ortodossa d’Ucraina, formata dal Patriarcato di Kiev e dalla Chiesa autocefala ucraina, e eletto come primate Epifany. Poroshenko si è speso moltissimo per l’intera operazione: una pressione politica assai indigesta per i russi. Poi il 5 gennaio Bartolomeo ha firmato il tomos (decreto sinodale) dell’autocefalia e l’indomani lo ha consegnato al nuovo primate.

Ai russi che contestavano la legittimità canonica della decisione, il patriarcato ecumenico replicava invocando il suo diritto di concedere l’autocefalia agli ucraini: come dimostrerebbe la storia ecclesiale dei Balcani – della quale qui diamo una nostra sintesi.

Quando la Bulgaria, nel 1393, cadde in mano turca, perse la sua autocefalia. Cinque secoli dopo, nel 1870 il governo ottomano permise la ricostituzione di una Chiesa nazionale bulgara; ma il Fanar la dichiarò scismatica, e solo nel 1945 esso riconobbe l’autocefalia della Chiesa bulgara, e pose fine allo scisma. Altro caso: nel 1922 la Chiesa ortodossa albanese si proclamò autocefala, decisione non riconosciuta da Costantinopoli e da gran parte dell’episcopato greco (irritati che a Tirana si usasse l’albanese, invece del greco, come lingua liturgica). Ma, infine, nel 1937 il patriarcato ecumenico concesse l’autocefalia agli albanesi.

Ancora: dopo la fusione dei principati di Valacchia e Moldavia, la Romania divenne indipendente nel 1878. Il Fanar, sotto la cui giurisdizione stavano quando facevano parte dell’impero ottomano, riconobbe l’autocefalia della Chiesa romena nel 1885. Esso già nel 1879 aveva riconosciuto l’autocefalia della Chiesa serba. Invece contrasto vi fu, dopo il 1945, tra il Fanar e Mosca, per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa cecoslovacca e, con la divisione nel 1993 di quel paese, a quella che è diventata la Chiesa delle terre céche e della Slovacchia il cui primate dal 2014 è Rostislav. L’autocefalia delle Chiese balcaniche iniziò, a quanto pare, senza obiezioni da parte di Mosca. Va però ricordato che dal 1721 al 1917 la Chiesa russa – per decisione di Pietro il grande, e poi dei successivi zar – rimase senza patriarca; e di nuovo senza, per volontà dei sovietici, dal 1925 al ’43. In ogni modo, rifacendosi a questi precedenti, ora Bartolomeo ribadisce di avere solo lui, e non altri, il diritto di concedere l’autocefalia. A Kiev, intanto, nella neonata Chiesa è stato istituito il Sinodo, di cui fa parte il “patriarca d’onore Filaret”. Il quale, novantenne, l’indomani del “Concilio” ha precisato che lui «rimane patriarca, perché questi è a vita e, insieme col primate, governa la Chiesa ortodossa d’Ucraina». Non solo: il 5 febbraio il Sinodo lo ha nominato vescovo della diocesi di Kiev (escluso il monastero di san Michele). Rimane però un mistero che cosa ciò significhi, dato che Epifany è metropolita di Kiev.

Affermando che Bartolomeo è “primo” sriedì ma non biez ravnykh, il santo Sinodo russo gli nega il diritto di prendere, da solo, decisioni riguardanti l’intera Ortodossia: egli può coordinare il lavoro degli “uguali a lui”, mai però interferendo negli affari interni delle altre Chiese sorelle, o addirittura ignorando il loro parere. Perciò, ribadisce Kirill: solo la Sinassi (riunione) dei capi delle Chiese autocefale – oggi quattordici, perché la quindicesima, l’ucraina nata il 15 dicembre 2018, non è riconosciuta da Mosca – potrebbe concedere a una Chiesa l’autocefalia.

Per i russi, il “come” siano nate le Chiese autocefale balcaniche non prova nulla; d’altronde nessuna di esse è paragonabile alla situazione ucraina, dove la maggior parte degli ortodossi, per ora, si riconosce nella Chiesa filo-russa che considera anti-canonico e scismatico il “Concilio” del 2018. Il 31 gennaio scorso a Mosca è stato solennemente celebrato il decimo anniversario dell’elezione di Kirill a patriarca. In un discorso ai rappresentanti di Chiese autocefale presenti (mancava Costantinopoli!) egli ha ironizzato sul “nuovo” principio del piervy biez ravnykh: per i russi – sottinteso – non può esistere un “papa” degli ortodossi.

Serbia. Come si è posizionata l’Ortodossia di fronte alla lacerazione in atto? Vediamo, per ora, la risposta di alcune Chiese europee. Il patriarca serbo, Irenej – che era stato a Mosca per il decennio di Kirill – e il suo Sinodo a fine febbraio hanno emesso una dichiarazione ufficiale. Premesso che lo stesso Irenej si era recato a Salonicco, per invitare il primus inter pares a tornare sui suoi passi, vista l’inutilità di questi sforzi «la Chiesa ortodossa serba:

  1. Non riconosce l’anti-canonica “invasione” del patriarcato di Costantinopoli nel territorio canonico della santa Chiesa russa, dato che la metropolia di Kiev, che include dozzine di diocesi, nel 1686, sulla base di decisioni del patriarca di Costantinopoli, Dionigi IV, fu posta sotto quello di Mosca.
  2. Non riconosce la “Chiesa autocefala d’Ucraina” che, dal punto di vista canonico, non esiste. Gli scismatici rimangono scismatici, a meno che, con una sincera confessione, non si pentano.
  3. Non riconosce il “Concilio” di Kiev. Esso è erroneamente chiamato di “riunificazione” e ha disintegrato ancor più l’infelice Ucraina.
  4. Non riconosce un episcopato scismatico, che appartiene all’ala di Denishenko [Filaret, ndr], ridotto [da Mosca, ndr] allo stato laicale e scomunicato.
  5. Raccomanda ai gerarchi e al clero di astenersi da ogni comunione liturgica e canonica non solo con il Signor Epifany e con altri come lui, ma anche dai vescovi e chierici che concelebrano con loro… La Chiesa serba implora sua Santità il patriarca ecumenico di riconsiderare la decisione presa».

Romania. Più sfumata la posizione del Sinodo romeno, riunitosi il 21 febbraio:

  1. Per circa trent’anni il problema della divisione [della Chiesa ortodossa, ndr] in Ucraina non è stato risolto.
  2. Il patriarcato ecumenico ha deciso di uscire dall’impasse e ha concesso il tomos dell’autocefalia. Ma esso è stato accolto solo dall’Ortodossia ucraina non in comunione con Mosca; e così la questione dell’unità della Chiesa in Ucraina rimane non del tutto risolta.
  3. Si raccomanda al patriarcato ecumenico e a quello di Mosca di trovare le vie per risolvere il contenzioso, per preservare l’unità nella fede, rispettare la libertà pastorale e amministrativa di clero e fedeli di quel paese (compreso il diritto all’autocefalia) e di ristabilire la comunione eucaristica.
  4. Nel caso fallisca il dialogo bilaterale, è necessario riunire la Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse per risolvere il problema pendente».

Il Sinodo insiste poi perché alle 127 parrocchie rumeno-ortodosse in Ucraina, soprattutto in Bukovyna (regione già della Romania, durante la Seconda guerra mondiale passata all’Ucraina sovietica) sia garantita piena libertà, e l’uso del rumeno nella liturgia. Proposte che Epifany – in procinto di recarsi a Bucarest – ha assicurato di accogliere (del resto nel paese opera un Vicariato ucraino ortodosso libero di organizzarsi).

Albania. Già il 4 gennaio il Sinodo della Chiesa albanese aveva invocato la Sinassi: una proposta che l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, aveva comunicata a Bartolomeo, dieci giorni dopo, con una lettera resa nota solo il 7 marzo e, tradotta in russo, a Mosca pubblicata tre giorni dopo.

Il primate albanese deplora che la Chiesa russa abbia disertato il Concilio di Creta; e che abbia rotto la comunione eucaristica con il Fanar. Ma, insieme, critica a fondo Filaret (uno scomunicato che – ricorda – ha consacrato perfino vescovi, che perciò tali non sono!); e rifiuta di riconoscere la canonicità della Chiesa ucraina nata dal Concilio di dicembre.

E allora? Bartolomeo, che ha questo “privilegio esclusivo”, convochi una Sinassi, o un Concilio, «per scongiurare l’evidente pericolo dell’avvio di un doloroso scisma, che minaccia la solidità dell’Ortodossia e la sua persuasiva testimonianza al mondo d’oggi». Bartolomeo, ha risposto ad Anastasios il 20 febbraio (ma la lettera è stata pubblicata settimane dopo), ribadendo le proprie tesi (in particolare, la validità dell’ordinazione dei vescovi della nuova Chiesa d’Ucraina). Ma ignora del tutto l’auspicata riunione della Sinassi. In merito, dato che le decisioni di questa vanno prese all’unanimità, e siccome Mosca e Costantinopoli divergono sui criteri per concedere l’autocefalia, in passato si era stabilito di sottrarre la questione all’esame del Concilio ortodosso (poi celebrato nel 2016 a Creta: ma, all’ultimo momento, la Chiesa russa – che pur rappresenta circa il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – rifiutò di partecipare).

Domanda: ciò che fu improponibile tre anni fa, sarà possibile adesso? Intanto, hanno condiviso le tesi russe Rostislav («Filaret è un impostore»), e Sava, primate degli ortodossi polacchi. Da altre Chiese autocefale vi sono state dichiarazioni di singoli gerarchi, spesso nebulose – come quelle di Theophilos III, patriarca greco di Gerusalemme. Si attendono impegnative parole dei vari Sinodi: saranno filo-russe le Chiese slave, e filo-Fanar quelle greche? Non è detto. Intanto si fa più profonda la faglia aperta nell’Ortodossia dal terremoto ecclesiale ucraino. 

MORIRE PER KIEV? UN TRAGICO DUELLO ECCLESIALE

15 Luglio 2019

di Luigi Sandri (Redazione Confronti) e Paolo Emilio Landi (Regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo Rai 2).

[da Kiev, Ucraina]

Irrisolvibile. Questa, per ora, la nostra “diagnosi” – dopo aver ascoltato in loco le Parti contrapposte – del puzzle delle Chiese ortodosse ucraine, dove la maggioritaria [Cou], legata al patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considera “scismatica” la neonata e autocefala Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], benedetta dal patriarcato di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo, ma già insidiata dell’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, Filaret, pur sponsor, con il presidente Petro Poroshenko, della “indipendenza” ecclesiale ucraina.

LE TAPPE DELLO SCISMA

Con una troupe di Protestantesimo (Raidue), guidata dal regista Paolo Emilio Landi, dal 22 al 25 giugno siamo stati a Kiev per meglio capire l’intricata vicenda: di essa molto ha già scritto Confronti, e qui riepiloghiamo per flash.

09/04/2018: Poroshenko si reca al Fanar, la residenza a Istanbul dei patriarchi di Costantinopoli, per chiedere la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ucraina. Il 19 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) appoggia la proposta.

31/08: Kirill, accompagnato dal metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro” degli esteri del patriarcato russo, raggiunge il Fanar per ribadire il secco “no” della Chiesa russa all’ipotetica “autocefalia”. Bartolomeo rimane vago.

07/09: Il Fanar annuncia l’invio di due suoi vescovi a Kiev per preparare la concessione dell’autocefalia.

14/09: il Santo Sinodo di Mosca riconosce che quella di Kiev è anche la Chiesa-madre della Chiesa russa, ma ricorda che nel 1686 Costantinopoli affidò a lui la metropolia di Kiev; dunque il Fanar non può interferire nei suoi affari interni. Se Bartolomeo procederà con la “indipendenza” ucraina, Mosca sospenderà la sua partecipazione in Assemblee e commissioni presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli; e interromperà totalmente la comunione eucaristica con esso. E precisa: nel paese è canonica solo la Chiesa ortodossa ucraina [Cou], guidata dal metropolita Onufriy di Kiev, legata a Mosca.

15/09: l’arcivescovo Job di Telmessos (Fanar), ribadisce: Costantinopoli ha il diritto di proclamare la “autocefalia” dell’Ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria.

11/10: Bartolomeo e il suo Sinodo decidono di: 1) “procedere” verso la “indipendenza” ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich [della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina] e Filaret Denisenko [l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1992 ridotto allo stato laicale e nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni]; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686.

15/10: il Santo Sinodo di Mosca: 1) interrompe la comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma); 2) rivendica l’Ucraina come proprio territorio canonico; 3) rifiuta la revoca della lettera del 1686; 4) esprime sconcerto per la riabilitazione dello “scismatico” signor Filaret.

15/12: a Kiev Concilio della riunificazione tra la Chiesa di Makariy e quella di Filaret. Creata la Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], autocefala, e di essa è eletto primate Epifaniy. Dei 90 vescovi della Cou, solo due vi entrano. L’ambasciatore Usa a Kiev plaude alla nuova Chiesa. Il Cremlino tace.

05/01/2019: Bartolomeo, presente Poroshenko, firma il tomos – decreto sinodale – dell’autocefalia alla Codu. E il 6 lo consegna a Epifaniy. Per Mosca lo scisma è consumato.

LA PAROLA ALLA CHIESA UCRAINA FILORUSSA

In una piccola cappella alla periferia di Kiev incontriamo l’arciprete Nikolay Danilevich, portavoce della Cou. Parla un po’ italiano e un po’ russo: «Fino al 1992 in questo paese vi era, in pratica, una sola Chiesa Ortodossa, inserita in un esarcato del patriarcato di Mosca. Metropolita di Kiev era Filaret: questi, e altri, dopo il collasso dell’Urss, volevano assolutamente la “autocefalia”». La Chiesa russa non era, di per sé, contraria all’ipotesi; ma rilevava: «La situazione ora è molto confusa, occorre aspettare».

Ma lui ha proceduto, appoggiando l’autoproclamato Patriarcato di Kiev di cui nel ’95 sarà eletto titolare. Una realtà non canonica, come lo era la piccola Chiesa di Makariy… Con il cosiddetto Concilio della riunificazione, benedetto dal Fanar, queste due Chiese si sono sciolte, formando la Codu. A essa il 5 gennaio Bartolomeo ha dato l’indipendenza canonica. Ma la Cou non è entrata in questa nuova Chiesa, per noi scismatica. E finora nessuna delle quattordici Chiese ortodosse autocefale l’hanno riconosciuta come la quindicesima autocefala. Essa ha circa 4mila parrocchie; la nostra, 12.500.

Non si mescolano troppo, nella vicenda, questioni religiose e politiche?

Certo che sì. Poroshenko è stato presente a tutte le tappe che hanno portato alla “autocefalia”. È stato al Fanar a perorarla. Gestiva il “Concilio” di dicembre. Sperava forse che questo suo impegno, più la retorica nazionalista antirussa, lo portasse a vincere le elezioni presidenziali di due mesi fa; ma le ha perse, e ha vinto Volodymyr Zelenskij. Insomma, la strumentalizzazione politica della religione non ha funzionato. D’altronde, la Chiesa non è un dipartimento dello Stato e non è legata alle sue ideologie. Noi non siamo né contro l’Est né contro l’Ovest.

Perché rifiutate il metodo del Fanar per la concessione della “autocefalia”?

Perché esso porta allo scisma, come dimostra quanto accaduto, il 20 giugno. Filaret, malgrado le vibranti proteste della Codu, quel giorno ha convocato un suo proprio Concilio locale per proclamare che il “patriarcato di Kiev”, di cui si proclama titolare, continua a esistere: siamo a uno scisma nello scisma della Chiesa “autocefala”! Comunque, noi non riconosciamo validi i sacramenti della Codu: se una persona là battezzata viene da noi, la ribattezziamo.

Padre Nikolay, come si esce da questo groviglio?

Non sono un profeta, e non so come finirà. Molte Chiese ortodosse locali (=autocefale) propongono di celebrare una sinassi – vertice dei vari primati – , oppure un Concilio ortodosso per risolvere una questione che interpella l’intera Ortodossia. I responsabili della “indipendenza” ucraina debbono venire al Concilio, e pentirsi di quello che hanno fatto. Li aspettiamo a braccia aperte. Dimentichiamo le loro male parole contro di noi.

LA PAROLA ALLA NUOVA CHIESA AUTOCEFALA

Brillano al sole del tramonto le cupole dorate della Lavra di san Michele, dove incontriamo l’arcivescovo Yevstratiy, portavoce della Codu:

Cosa è successo in Ucraina negli ultimi trent’anni?

Abbiamo una ferita, e occorre tempo per guarire.

Prima del Concilio di riunificazione di dicembre qui v’erano tre Chiese ortodosse; poi due si sono unite, mentre la Chiesa filorussa è rimasta fuori. Nel ’91 era stata proclamata l’indipendenza dell’Ucraina. Ma il patriarcato di Mosca crede ancora che l’Ucraina non sia uno Stato reale ma solo una parte della Grande Russia. Ha una mentalità imperiale… Da noi il sentimento religioso e quello nazionale sono molto intrecciati: come vi è una Chiesa autocefala in Romania, Serbia, Bulgaria… perché Mosca non vuole una Chiesa autocefala ucraina?

Per ora, tuttavia, nessuna Chiesa ortodossa riconosce la Codu.

Abbiamo avviato un processo; occorre pazienza e fiducia. Il consenso arriverà. Prima o poi le circostanze politiche più complicate cambieranno, come avvenne nel ’91 con la fine dell’Unione sovietica. Quando il regime del Cremlino crollerà, anche la posizione del patriarcato di Mosca cambierà. In ogni caso, è innegabile che, dal punto di vista religioso, quella ucraina è una “figlia” – nata nel 988 – della Chiesa-madre di Costantinopoli. Perciò a essa abbiamo chiesto l’autocefalia. Aggiungo che la Chiesa di Mosca non ha mai condannato l’aggressione russa contro la Crimea e le interferenze russe nel nostro paese. Per Kirill quella in atto dal 2014 in Ucraina orientale [ha provocato, finora, oltre 13mila vittime eingentissimi danni anche ecologici] è una “guerra civile” intra-ucraina!

E il recentissimo (20 giugno) miniscisma di Filaret?

È una vicenda personale.

Ma non così piccola – rileviamo – se il 24 giugno il Sinodo della Codu si è riunito, sotto la guida di Epifanyi, per precisare quanto già detto in un comunicato del 20 giugno: 1) il Concilio convocato da Filaret è illegale; 2) non si può parlare di “scisma” (perché – sottinteso – non ha avuto un seguito significativo); 3) le parrocchie già legate al “patriarcato di Kiev” passano tutte alla Codu; 4) nel Concilio di riunificazione il “patriarcato” di Kiev aveva accettato di confluire nella neonata Chiesa autocefala; 5) «Riconoscendo i suoi speciali meriti, nel passato, verso la Chiesa ortodossa ucraina, il Sinodo ha deciso che il patriarca Filaret rimane parte del suo episcopato». Rileviamo, infine: fonti della Codu ci hanno detto di non vedere possibile un Concilio che smentisse l’operato di Bartolomeo.

Poi, sia p. Nikolay che il vescovo hanno ammesso che la gente ortodossa ucraina poco sa di queste diatribe; spesso frequenta la chiesa più vicina senza domandarsi a che giurisdizione appartenga (ma i filorussi rischiano di passare per “traditori della patria!”). E, ancora, i due ci hanno confermato che, a parte contributi per mantenere o restaurare opere d’arte preziose – chiese, monasteri – non ricevono aiuti dallo Stato.

PUTIN DAL PAPA: IRRISOLTO IL NODO UCRAINO

Il 4 luglio il presidente russo Vladimir Putin è stato ricevuto in udienza (era la terza volta) dal papa. Espressa soddisfazione per lo sviluppo delle relazioni bilaterali – ha affermato poi un comunicato – «sono state affrontate alcune questioni di rilievo per la vita della Chiesa cattolica in Russia.

Ci si è poi soffermati sulla questione ecologica e su alcune tematiche dell’attualità internazionale, con particolare riferimento alla Siria, all’Ucraina e al Venezuela».

Sul Medio Oriente, i due – si è appreso – concordano nell’urgenza di difendere laggiù le minoranze cristiane, messe in pericolo da conflitti e persecuzioni da parte di gruppi estremisti islamici. Ma sull’Ucraina? Il comunicato non specifica: forse Putin e Francesco non concordano. Infatti, per la Santa Sede, la questione della Crimea, e dell’Ucraina orientale, va risolta in base al diritto internazionale; per il capo del Cremlino un ritorno della penisola all’Ucraina non è più pensabile.

E l’ipotesi di un viaggio del papa in Russia? Il Santo Sinodo russo, oggi, è contrario all’idea; e Putin, per ora (per ora!), non vuole imporsi. Il 12 febbraio 2016 si ebbe, all’Avana, il primo incontro di un papa con un patriarca di Mosca: incontro malvisto da settori importanti – come il mondo monacale – della ortodossia russa. D’altronde, alla vigilia dell’evento del 4 luglio, un portavoce del patriarcato, Vladimir Legoyda, precisava: «la Chiesa russa non ha commenti da fare sull’incontro tra i due capi di Stato». Tuttavia, aggiungeva, esso è «importante e utile dato che il Vaticano e la Russia sostengono il matrimonio tradizionale e la famiglia, e proteggono i diritti dei cristiani in regioni dove sono perseguitati».

Comunque, Francesco, sulla questione dell’ipotetico viaggio in Russia non vuole forzature, come invece fece Giovanni Paolo II. Questi, malgrado l’esplicito “no” di Aleksij II, allora patriarca di Mosca, nel giugno del 2001 visitò l’Ucraina; e, nell’incontro ecumenico con lui, chi lo salutò a nome di tutti? Il “patriarca” Filaret: uno schiaffo per i russi. Due anni dopo Wojtyla aveva progettato di andare, in agosto, a Ulan Bator, in Mongolia e, per l’occasione, contava di fare uno scalo a Kazan, nel Tatarstan – 800 km a est di Mosca – per consegnare nelle mani di Aleksij una preziosa icona, in Vaticano ritenuta l’originale scomparso da Kazan all’inizio del Novecento e, dopo varie peripezie, giunto da New York come regalo al papa polacco. Al netto rifiuto del patriarca, quel pontefice annullò l’intero viaggio.

IL CONTROCANTO DEI GRECO-CATTOLICI UCRAINI

Dopo la ouverture del vertice papa-Putin, i due giorni successivi ve ne è stato un altro in Vaticano, già preannunciato da due mesi: Francesco, con tre cardinali di Curia (Parolin, tra essi), insieme a Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, e i membri permanenti del suo Sinodo, più i metropoliti. Scopo della riunione quello di «individuare i modi con cui la Chiesa cattolica in Ucraina, e in particolare la Chiesa greco-cattolica, sempre più efficacemente può dedicarsi alla predicazione del Vangelo, contribuire al sostegno di quanti soffrono e promuovere la pace, d’intesa, per quanto è possibile, con la Chiesa cattolica di rito latino e con le altre Chiese e comunità cristiane».

A proposito di aiuti unitari verso Kiev, va ricordato che con il progetto Il Papa per l’Ucraina, avviato nel 2016, Francesco e organismi vaticani hanno inviato là sedici milioni di euro in viveri, materiali, soccorsi vari.

A incontro avvenuto, la sera del 6 luglio, un comunicato vaticano ne riassumeva i risultati. Dopo aver detto che il papa ha molto apprezzato la fedeltà dei greco-cattolici «alla comunione con il Successore di Pietro, confermata e sigillata con il sangue dei martiri», precisava: «Particolare attenzione è stata dedicata al lavoro pastorale, all’evangelizzazione, all’ecumenismo, alla vocazione specifica della Chiesa greco-cattolica nel contesto delle sfide odierne della situazione socio-politica, in particolare della guerra e della crisi umanitaria in Ucraina».

La “guerra” in Ucraina è, dunque, nominata: ma chi l’ha provocata? Il testo non lo dice. Invece, alla vigilia dell’incontro, Shevchuk aveva dichiarato: «La guerra non può terminare con una pace a tutti i costi; sarebbe una capitolazione. È impossibile la pace senza giustizia». E il 28 gennaio 2018, al papa in visita alla basilica di Santa Sofia – a Roma il centro dei greco cattolici ucraini – aveva ricordato la “aggressione” russa contro la Crimea.

FRA RELIGIONE E POLITICA

Qualche flash storico, per capire tale atteggiamento. Alla fine del Cinquecento l’Ucraina centro-occidentale era in mano ai re polacco-lituani, cattolici, mentre la parte orientale del paese era legata agli zar, ortodossi. Nel 1595 due vescovi ucraini a Roma riconobbero l’autorità di papa Clemente VIII, e l’anno dopo al Sinodo di Brest Litovsk la maggioranza dei vescovi confermò questa scelta degli “uniati” (così gli ortodossi chiamano i greci riuniti a Roma). Nel 1946 uno pseudo-Sinodo a Leopoli, imposto da Stalin, dichiarò “nulla” l’unione del 1596: dunque i grecocattolici tornavano, per legge, ortodossi: chi non accettò, iniziando da vescovi e preti, subì persecuzione e carcere. Poi, nell’Ucraina indipendente essi furono e sono la punta di lancia per distanziare il paese dalla Russia. Shevciuk si considera di fatto “patriarca” greco-cattolico (e ha diocesi non sono solo in patria, ma anche all’estero, in particolare nelle Americhe. Nell’insieme 5 milioni di fedeli), il che indispettisce Mosca e dispiace anche a Roma.

Avrà soluzione il conflitto ecclesiale ucraino? Intanto, esso si mescola con la politica. Se l’Ucraina vuole diventare l’avamposto dell’Occidente, e la sentinella della Casa Bianca e della Nato per tenere sulla corda la Russia, tutto peggiorerà; solo un nuovo corso tra Kiev e Cremlino, e viceversa, potrebbe avviare una schiarita. E sul fronte religioso? Hilarion, in questi mesi, a Damasco, Gerusalemme e Atene ha perorato, con i rispettivi patriarchi e primati, la causa russa.

Ma l’arcivescovo ortodosso di Cipro, Chrysostomos, si dà da fare per riconciliare Kirill e Bartolomeo: impresa forse possibile, in futuro, ma non oggi: insieme a ragioni storiche e canoniche, a minare il terreno ora gravano rivalità personali e istituzionali che complicano il tutto. Kirill non accetterà mai che uno scomunicato dal Santo Sinodo sia stato da Bartolomeo riabilitato.

Fino a che un personaggio oscuro e inquietante come Filaret continua a tessere le sue trame, la soluzione del tragico conflitto intra-ortodosso sarà impossibile. Poi, per la gioia della Prima Roma, la Seconda (Costantinopoli) e la Terza (Mosca) forse – nulla, però, è scontato – troveranno pace.

L’AUTOCEFALIA UCRAINA SECONDO COSTANTINOPOLI

3 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

Bartolomeo, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, rivendica le radici antiche del suo patriarcato per sostenere il diritto a concedere l’autocefalia alle Chiesa Ucraina – che il patriarcato di Mosca considera, invece, scismatica. Solo la Chiesa greca, per ora, appoggia questa decisione. Il Fanar rifiuta l’ipotesi della “sinassi”, o di un Concilio, per risolvere il caso.

Portata da missionari e marinai bizantini, la religione cristiana nel 988 fu accolta dal principe Volodymyr (Vladimir in russo) che si fece battezzare e, di conseguenza, dalla popolazione della Rus’. Passati i secoli, con le loro mille turbinose vicende, oggi la Chiesa “figlia” della “nuova Roma” è al centro di un’asperrima disputa tra il patriarcato di Costantinopoli e quello di Mosca a causa della “autocefalia” (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina. Per cercare di meglio capire l’intricata questione, il 7 settembre siamo andati pellegrini al Fanar – l’attuale residenza, a Istanbul, dei patriarchi ecumenici – per intervistare il suo titolare, Bartolomeo. La chiesa di san Giorgio, al Fanar, non ha certo la solennità di Santa Sofia; eppure è là che il patriarca celebra l’Eucaristia, e dove la domenica convengono alcuni greco-ortodossi di Istanbul (sono, nell’insieme, circa duemila; altri due/tremila nell’intera Turchia); e dove, in una situazione geopolitica pur diversissima dal lontano e glorioso passato, egli rivendica il suo permanente ruolo di primus inter pares (primo tra eguali) tra i gerarchi dell’Ortodossia.

BIZANTINI. OTTOMANI. IMPERO. REPUBBLICA

Verso il 330 Costantino aveva deciso di trasformare l’antica Bisanzio in Costantinopoli; perciò anche l’importanza del vescovo della “nuova Roma” crebbe in modo esponenziale, divenendo il primo, nell’ordine onorifico, tra i patriarcati orientali: Alessandria, Antiochia, e poi Gerusalemme. Proclamerà, nel 381, il Concilio di Costantinopoli I, secondo ecumenico (il primo fu a Nicea nel 325): «Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d’onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma»

[can. III]. E il Concilio di Calcedonia, del 451, nel canone XXVIII – non accolto dai papi – preciserà: «Giustamente i padri [nel 381] concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché questa città era imperiale. I padri hanno accordato uguali privilegi alla santissima sede della nuova Roma, la città onorata dalla presenza dell’imperatore e del senato». Inoltre, «i vescovi delle parti delle diocesi del Ponto, dell’Asia [in Anatolia] e della Tracia poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla Chiesa di Costantinopoli».

Costantino costruì la prima basilica di Santa Sofia; essa rovinò, come un’altra, costruita un secolo dopo. L’imperatore Giustiniano, negli anni 532-37, ne fece costruire una terza: una grandiosità senza pari, cuore religioso dei cristiani greci (là, nel luglio 1054, ci fu lo scambio di scomuniche tra il cardinale Umberto di Silva Candida, e il patriarca Michele Cerulario: l’avvio del reciproco scisma tra la Chiesa latina e quella greca) ma, anche, potente simbolo politico perché in essa venivano incoronati gli imperatori bizantini. La “sinfonia” – lo stretto intreccio tra trono e altare, non raramente in claudicante simbiosi – terminò, dopo mille anni di vita, quando il 29 maggio 1453 il capo degli ottomani Mehmet II conquistò Costantinopoli: la croce che spuntava sull’ardita cupola di Santa Sofia fu sostituita da una mezzaluna, e la basilica divenne moschea. Crollato, dopo la prima guerra mondiale, l’impero ottomano, e finito il sultanato, sulle sue ceneri nascerà la moderna Turchia, portata all’indipendenza da Mustafa Kemal, Atatürk. Il quale nel 1935 trasformò Santa Sofia in museo: da allora è rimasta così. Rispetto ai tempi ottomani, lo status giuridico del patriarcato è mutato: per molte questioni deve regolarsi come ente di diritto turco. Ma, dal punto di vista ecclesiale, il suo titolare si considera sempre primus inter pares tra i gerarchi ortodossi. Quello attuale, Bartolomeo, nato come Demetrios Archondonis nel 1940 a Imbro, un’isoletta turca del Mar Egeo, dopo i normali studi liceali entrò nella Facoltà teologica ortodossa di Halki (nel Mar di Marmara) e quindi prestò servizio militare, per due anni, nell’esercito turco. Ripresi gli studi – specializzazioni a Monaco di Baviera e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, con laurea all’università Gregoriana – tornò a Istanbul, dove divenne prete, e poi vescovo. Nel ’91, alla morte del patriarca Demetrios, fu eletto suo successore. Ha dato molto impulso ai rapporti ecumenici e inter-religiosi; e invitato tutti a una nuova consapevolezza sulla necessità di salvaguardare la creazione.

AUTOCEFALIA UCRAINA: IL RUOLO DI BARTOLOMEO

Bartolomeo è stato più volte a Roma, incontrando i successivi papi. Conversando con noi, ha sottolineato con gioia particolare il fatto di essere stato, nella storia, l’unico patriarca di Costantinopoli presente alla “incoronazione” di un papa, quella di Francesco, il 19 marzo 2013. Poi il nostro dialogo si è addentrato nel nodo cruciale dell’Ucraina. Sul quale, per “situare” alcuni riferimenti, ricordiamo qui alcuni fatti essenziali (per approfondire, cfr.: Confronti, 7-8/19).

Con il crollo dell’Urss, la Chiesa ortodossa in Ucraina, prima esarcato del patriarcato russo, si spaccò in tre parti: Chiesa ortodossa ucraina [Cou], legata a Mosca, la maggioritaria; l’autoproclamato patriarcato di Kiev, dal 1995 guidato poi da Filaret, già membro del Santo Sinodo di Mosca, e da questo prima ridotto allo stato laicale, e poi scomunicato; la piccola Chiesa autocefala ucraina: due comunità, per il patriarcato russo, “scismatiche”.

Nel settembre 2018 Bartolomeo e il suo Sinodo, richiesti dal presidente e dal Parlamento ucraino, avviarono le procedure per concedere la “autocefalia” alle Chiese ucraine riunite: iniziativa che il patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considerò “anti-canonica”. Ma il 15 dicembre, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in un Concilio per la riunificazione (un “Conciliabolo”, per i russi) le due citate Chiese non moscovite hanno formato la Chiesa ortodossa d’Ucraina (Codu), autocefala, avente come primate Epifany. Il 5 gennaio 2019, al Fanar, alla presenza dell’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, e di Epifany, il patriarca ha firmato il tomos, documento che attesta l’ autocefalia; e l’indomani l’ha consegnato ai due. In giugno Filaret ha tentato di ricostituire il “patriarcato di Kiev”: ipotesi stroncata dal Sinodo della Codu. Bartolomeo, da parte sua, ha anche respinto l’idea di una “sinassi” (riunione dei capi delle Chiese autocefale).

GLI SCHIERAMENTI DELLE CHIESE ORTODOSSE

Dovendo, il titolare del Fanar, essere cittadino turco, ma essendo pochissimi gli ecclesiastici grecoortodossi nati in Turchia, sarebbe arduo avere un adeguato “corpo” elettorale per scegliere il capo della Chiesa di Costantinopoli. Ma, ci dice Bartolomeo (cfr. intervista a pag. 19), «il presidente Recep Tayyip Erdogan ci ha fatto un regalo, dando la cittadinanza turca a una trentina di nostri vescovi e metropoliti nati in Europa occidentale o nelle Americhe, e che là vivono. Alla loro cittadinanza originaria è stata, dunque, aggiunta quella turca: così l’assemblea che eleggerà il mio successore è formata, ora, da una cinquantina di persone».

E veniamo a un tema spinoso: la “sinassi”. Se si computa anche Epifany (tesi del Fanar), i primati delle Chiese autocefale sono quindici; ma se lo si rifiuta (Mosca), sono quattordici. Il patriarca romeno, Daniel, e l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, hanno proposto una “sinassi” (o – il primate albanese – un Concilio), per affrontare la questione di Kiev. Anche altri capi hanno visto con favore l’ipotesi, che però Bartolomeo rifiuta. A proposito poi del riconoscimento, da parte del Sinodo della Chiesa ellenica, guidato dall’arcivescovo di Atene, Hieronymos II, del diritto del Fanar di concedere l’autocefalia ucraiina, esso è venuto il 28 agosto; ma non è stato – per così dire – sbandierato. Forse perché in Grecia, accanto a canonisti e teologi e concordi con tale posizione, ve ne sono di contrari. A metà settembre, infatti, è stata diffusa una lettera aperta, firmata da centosettantanove archimandriti, sacerdoti, monaci e laici, i quali ritengono del tutto illegale l’iniziativa del Fanar. E – altro quadro – in settembre anche la diaspora ortodossa russa in Francia, finora legata a Costantinopoli, è passata a Mosca.

GEOPOLITICA DELL’ORTODOSSIA

Ma – non c’entra con la “autocefalia”, però arricchisce lo scenario – il 28 giugno scorso il papa aveva consegnato, a una delegazione del Fanar, delle reliquie ritenute ossa dell’apostolo Pietro rinvenute nelle grotte vaticane. Gesto che Francesco ha spiegato in una lettera a Bartolomeo del 30 agosto; e che il patriarca ha salutato con gioiosa gratitudine. Sempre a Roma, il 16 settembre Bartolomeo si è incontrato con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc dei greco-cattolici ucraini. Secondo agenzie di stampa, il prelato ha riconosciuto che il patriarca aveva il pieno diritto di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina; e ha auspicato il rafforzamento del dialogo tra la sua Chiesa, la Codu e quella di Costantinopoli.

Infine: sulle schermaglie ecclesiali tra Costantinopoli e Mosca, gravano pesanti questioni geopolitiche di un paese – l’Ucraina – schiacciato tra l’Occidente (e la Nato) che vorrebbe inglobarlo nella sua area, e il Cremlino contrarissimo all’ipotesi. E in Ucraina orientale continua la guerra “a bassa intensità” tra le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk, sostenute dai russi, e l’esercito di Kiev: il conflitto, dal 2014 a oggi, ha fatto più di tredicimila vittime, e ingentissimi danni materiali.

Poi c’è la questione della Crimea, annessa dei russi nel 2014. Il neopresidente ucraino Volodymyr Zelenski e Vladimir Putin hanno – finalmente! – raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri: riusciranno ora a stipulare la pace? Non sarà facile. Le Chiese ucraine, nel frattempo, sono dilaniate e divise dal “con chi” stare, e “come”, perdurando la guerra. E così Bartolomeo; e così Kirill.

LE DUE SANTA SOFIA

E torniamo al Fanar, il 7 settembre. Dopo l’intervista Bartolomeo ci ha affidati al suo autista che, in macchina, e avendo come cicerone uno studente statunitense di origine greca, ci ha fatto attraversare ripide stradine, arroccate attorno al patriarcato, che sarebbe stato impervio percorrere da soli. Siamo entrati nel liceo greco di Istanbul: dal suo cortile si gode uno spettacolare panorama, che spazia sull’intero Corno d’oro e sul quartiere di Galata. Poi abbiamo visitato tre “perle” straordinarie che documentano lo splendore dei mosaici bizantini, e la pietà popolare dei greci: la chiesa della Madonna Mouchliotissa (dei Mongoli), della Vergine Vlachernitissa (dei Valacchi), e di San Salvatore in Chora.

Domenica 8 abbiamo assistito a una divina liturgia celebrata in una chiesetta nel centro di Istanbul: difficile da raggiungere, perché dalla strada non si vede. Si entra in un portone – come quello di un qualsiasi condominio – e ci si trova in un giardino. Era stato Atatürk a volere che, nella “laica” Turchia, possibilmente i luoghi di culto non fossero visibili. Bartolomeo ha assistito alla liturgia da un tronetto. Poi, con la cinquantina dei presenti, nel giardino vi è stato un simpatico aperitivo. Quindi, per noi, velocissima partenza verso l’aeroporto, destinazione Roma. Dal taxi, scorgiamo un’ultima volta la cupola e i minareti del museo di Santa Sofia risplendere al sole; e il pensiero va alla decisione che, benedette da Bartolomeo, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev due Chiese ucraine hanno preso nel dicembre scorso. Malgrado il no di Kirill.

IL PATRIARCATO RUSSO CONTRO GLI “SCISMATICI” UCRAINI

31 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

In un’intervista a Confronti, in settembre, il metropolita Hilarion, “ministro degli esteri” della Chiesa russa, ha ribadito che quella “autocefala” ucraina è “scismatica”. Ma, in ottobre, questa è stata riconosciuta dal primate greco; il patriarca russo Kirill, allora, ha tagliato la comunione eucaristica anche con lui.

Gospodi pomilui (Signore, pietà) canta il coro, ripetendo l’invocazione decine di volte, andando dal fortissimo al pianissimo, mentre il metropolita Hilarion di Volokolamsk innalza verso ogni punto cardinale una croce, circondata da una ghirlanda di fiori; poi si abbassa fino a prostrarsi, mentre i molti fedeli convenuti anch’essi si inginocchiano. Siamo a Mosca, nella chiesa della Madonna “consolatrice di tutti gli afflitti”, che è come la parrocchia del metropolita. È la festa dell’esaltazione della Santa Croce, che nell’Ortodossia, legata al calendario giuliano, si celebra il 26 settembre (il 14 del mese di quello gregoriano). Terminata l’affascinante cerimonia, negli uffici “parrocchiali” incontriamo il metropolita, dal 2009 presidente del Dipartimento degli affari ecclesiastici esterni del patriarcato di Mosca: il numero due di una Chiesa al cui vertice vi è il patriarca Kirill (era, a fine settembre, in visita pastorale a Samara, città sul Volga). Per situare alcuni cenni del “ministro degli esteri” del patriarcato russo, scattiamo qualche flash: per approfondimenti, si vedano recenti servizi su Confronti [7-8, e 10/19].

MOSCA, LA “TERZA ROMA”

Il Cristianesimo nella Rus’ di Kiev era entrato ufficialmente nel 988 con il battesimo del principe Vladimir; a quel tempo Mosca non esisteva – sarà fondata nel 1147. Dopo che nel 1240 i tartari assaltano la Rus’, il metropolita di Kiev troverà riparo in Russia, a Vladimir e, dal 1325, a Mosca. Dunque, la Chiesa russa è “figlia” di Kiev. Nel 1380, battendo i tartari nella piana di Kulikovo, sul Don, il principe Dmitri avvia il declino degli invasori che, infine, saranno debellati a metà Cinquecento da Ivan IV il Terribile che ormai è zar, imperatore. Su questo sfondo cresce il mito di Mosca “terza Roma”, “colonna dell’Ortodossia, che non cadrà mai” (la prima, quella sul Tevere, è caduta – questa l’accusa – nell’eresia del papismo; la seconda, Costantinopoli, è in mano turca).

Nel 1589 la Chiesa russa – con il consenso (obtorto collo?) di Costantinopoli, dal 1453 conquistata dagli ottomani – diventa patriarcato. Nel 1686 il patriarca ecumenico Dionigi IV affida a Mosca la metropolia di Kiev – “temporaneamente”, sostiene oggi il Fanar (il quartiere di Istanbul ove risiedono i suoi successori); “per sempre”, affermano invece i russi. E… saltiamo tre secoli: dopo che, nel 1991, crolla l’Urss e l’Ucraina diventa indipendente, la Chiesa ortodossa del paese, fino ad allora esarcato del patriarcato russo, si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (Cou), legata a Mosca; “Patriarcato di Kiev”, la cui anima sarà Filaret – dalla Chiesa russa nel ‘92 ridotto allo stato laicale, e nel ‘97 scomunicato; piccola Chiesa autocefala. Nel 2018 il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, favorisce la nascita della Chiesa autocefala d’Ucraina (Codu), in realtà formata solamente dalle ultime due appena nominate, e creata il 15 dicembre di quell’anno dal Concilio di Kiev (“Conciliabolo”, secondo Mosca, che considera “scismatica” la nuova Chiesa, e che taglia la comunione eucaristica con il Fanar). Il 5 gennaio ’19 Bartolomeo firma il tomos, il documento ufficiale con il quale lui e il suo Sinodo concedono la “autocefalia” alla neonata Chiesa; su novanta vescovi della Cou, solo due vi aderiscono. In giugno, a Kiev, avevamo ascoltato il punto di vista della Chiesa autocefala e di quella moscovita; il 7 settembre, a Istanbul, Bartolomeo; e, il 26 del mese, il metropolita Hilarion, a Mosca, dove ci siamo documentati sulla “rinascita” della Chiesa russa: devastata, ma non cancellata, sotto il potere sovietico, essa ora è punto di riferimento per i due terzi dei centocinquanta milioni di russi; il patriarcato di Mosca considera suo “territorio canonico”, oltre la Russia, anche le altre ex repubbliche sovietiche. Il presidente Vladimir Putin è ortodosso, e nelle feste importanti si fa vedere in chiesa; forte è l’alleanza tra lui e Kirill. Ma la secolarizzazione percorre anche la Russia: grande sfida per la sua Chiesa ortodossa è saldare l’ancoraggio al passato con la modernità che pone domande inedite e difficili.

Due settimane dopo che siamo tornati dalla Russia, a metà ottobre il primate greco Hieronymos – smentendo le speranze di Hilarion – ha riconosciuto la Codu [vedi scheda pag. 22]. Ma che ci aveva detto, in settembre, il metropolita di Volokolamsk?

HILARION: «L’EVIDENTE ERRORE DI BARTOLOMEO»

La contestazione dell’“autocefalia” non esaurisce, infatti, però, i problemi della Chiesa russa, stretta tra tradizioni del passato, modernità e incombente secolarizzazione della società. Il “ministro degli esteri” della Chiesa russa denuncia nell’intervista gli “errori” del patriarca di Costantinopoli. E affronta poi il desiderato ruolo del Cristianesimo in un’Europa che “dimentica” le sue radici e che su alcuni temi (difesa della sua eredità di fronte all’islam che avanza, famiglia, aborto), lui sottolinea, è del tutto secolarizzata.

Vostra eminenza, noi ci incontrammo per la prima volta a Harare (Zimbabwe), alla VIII Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che molto ribadì l’impegno per l’unità visibile tra i cristiani. Come vede lei, oggi, l’ecumenismo?

Ritengo che dobbiamo essere realisti e non vivere di sogni, immaginando che si possano fare, presto, grandi passi, e soprattutto che si possa presto raggiungere l’unità eucaristica. Purtroppo, oggi siamo molto lontani da questa meta. Dobbiamo dunque misurarci serenamente con queste difficoltà e vivere in modo consapevole tale situazione. Tuttavia, esistono non pochi àmbiti dove cattolici e ortodossi, o ortodossi, cattolici e altri cristiani, possiamo collaborare: ad esempio, nel settore degli aiuti umanitari, in quelli dell’istruzione, nella difesa dei diritti dell’uomo e, ovviamente, e nella protezione di quei cristiani che in Medio Oriente, in Africa e in altre regioni del mondo subiscono emarginazione, persecuzione, o addirittura genocidio.

Tra gli eventi positivi di questi ultimi anni si potrebbe ricordare quello tra il papa e Kirill all’Avana. Lei ritiene che sia possibile un altro incontro analogo?

Non penso che il primo incontro tra Francesco e il patriarca Kirill [a Cuba, il 12 febbraio 2016] debba essere anche l’ultimo! Dunque, essi potranno ancora incontrarsi: quando le due Parti riterranno che sia arrivato il tempo e ci siano le condizioni adatte, noi lo prepareremo.

In merito alla dolorosa divisione nell’Ortodossia, a causa del contrasto in atto tra il patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, per quali motivi voi considerate “scismatica” la neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina?

Riassumo in due parole la storia dello scisma ucraino. Nel 1991, all’allora metropolita di Kiev, Filaret [da anni membro del Santo Sinodo di Mosca, e capo dell’esarcato ucraino legato alla Chiesa russa], fu tolta quella carica: lui però ignorò la decisione, e collaborò per la formazione di una Chiesa parallela e contrapposta a quella canonica, il cosiddetto Patriarcato di Kiev, indipendente, del quale poi divenne “patriarca”, e dunque capo degli scismatici. Egli sostenne, cioè, in senso proprio, uno scisma. Nessuna Chiesa ortodossa ha mai riconosciuto quella Chiesa come legittima. La Chiesa russa, che già nel ’92 aveva ridotto Filaret Denisenko allo stato laicale, nel ’97 lo scomunicò: decisioni riconosciute canoniche da tutte le Chiese ortodosse, inclusa la costantinopolitana. Nel 2016 si è svolto il Concilio di Creta [Confronti 7-8/16], organizzato dal patriarca Bartolomeo: a esso la Chiesa russa non partecipò, perché anche diverse altre Chiese ortodosse [antiochena, bulgara e georgiana] avevano deciso di non andare. E le decisioni riguardanti l’intera Ortodossia debbono essere prese con il consenso di tutte le sue Chiese, non solo quelle presenti in un Concilio. Dopo che la Chiesa russa fece quella scelta, il patriarca Bartolomeo ha cambiato radicalmente la sua precedente posizione sulla questione ucraina, riconoscendo la legittimità delle Chiese ucraine scismatiche. Ma l’unica Chiesa canonica a Kiev è quella ortodossa ucraina, legata al patriarcato di Mosca, ma autonoma e indipendente nelle sue decisioni; a essa appartiene l’assoluta maggioranza degli ortodossi ucraini. E né i vescovi né i semplici fedeli di questa Chiesa – l’avevamo detto a Bartolomeo! – sarebbero stati disposti a confluire nella Chiesa scismatica.

Quindi, non ci sarebbe bisogno di una Chiesa nazionale in Ucraina, perché là quella ortodossa è già tale?

La Chiesa ortodossa ucraina è una chiesa nazionale della quale fa parte il popolo ucraino e, quando l’ex presidente Poroshenko disse che si doveva formare una Chiesa nazionale ucraina, gli abbiamo risposto che già esisteva.

Questo conflitto ecclesiale è inserito in un conflitto più grande, politico, tra due parti dell’Ucraina, che storicamente appartengono a due parti dell’Europa e, per così dire a due parti del mondo. Lei che ne pensa?

La divisione ecclesiale avviata dall’ex metropolita Filaret, e poi dal potere politico ucraino, ha portato alla divisione del popolo ucraino e a una polarizzazione tra la parte orientale e quella occidentale del Paese. Non a caso la maggioranza degli scismatici si trova nella parte occidentale. Ma invece la Chiesa canonica dell’Ucraina è diffusa in tutto il Paese, soprattutto a Oriente.

Vostra eminenza, vi è un’uscita da questa situazione?

Dobbiamo avere pazienza. La soluzione non arriverà presto. L’errore compiuto da Bartolomeo è ora davanti a tutti. Del resto finora nessuna delle Chiese ortodosse ha riconosciuto la “autocefala” e, invece, riconoscono il metropolita Onufry come capo della Chiesa ortodossa ucraina – fino al 2017 riconosciutala come legittima dallo stesso patriarca di Costantinopoli.

Qual è la sua risposta all’affermazione che Bartolomeo ci fece: «Mosca può contare su potere, denaro, mentre la Chiesa di Costantinopoli può contare su un potere diverso, ecclesiale»?

Quello che Lui ha fatto in Ucraina lo ha compiuto seguendo i consigli dell’ex presidente Poroshenko, il quale pensava che ottenendo il tomos dell’autocefalia sarebbe rimasto al potere a Kiev. Ma si è sbagliato: infatti, nelle elezioni [dell’aprile 2019, vinte da Volodymyr Zelensky] ha ottenuto una percentuale molto bassa: e questo non a caso. Lui voleva una Chiesa tutta sua, che avrebbe potuto manipolare. Una Chiesa tascabile. Bartolomeo, d’altronde, si era affrettato a concedere l’autocefalia, temendo che, se Poroshenko non avesse vinto, sarebbe stato per lui molto più difficile realizzarla. E questo ha provocato un serio problema ecclesiale.

Vostra eminenza, sta forse mettendo in discussione lo status del patriarca ecumenico come primus inter pares, e quindi il suo ruolo nella creazione di Chiese nazionali ortodosse?

Noi non abbiamo mai rifiutato il ruolo del patriarca ecumenico come primus inter pares; quello che ha fatto Bartolomeo negli ultimi mesi esce, però, da questo quadro, perché ha agito da primus sine paribus (primo senza pari). Egli ha assunto quasi un ruolo di papa della Chiesa orientale: ora vogliamo ricordare che questa non ha mai avuto papa. Per i cattolici va bene avere un papa; ma non certo per noi. Il sistema papale che in Occidente ha quasi duemila anni, in questi ultimi anni si vorrebbe forse crearlo in Oriente!?

Ha parlato della delicata relazione del patriarca di Costantinopoli con Poroshenko e il suo uso della religione per avere potere politico. Qual è la sua risposta alle persone che in Ucraina dicono – cito – «la Chiesa russa sta dalla parte di Putin, quindi in un certo senso sta dalla parte della Federazione russa e non della Chiesa»?

La questione ecclesiale ucraina non ha nessun rapporto con il problema tra lo Stato della Federazione russa e quello dell’Ucraina: sono due problemi distinti. Per capire perché i credenti e i vescovi ortodossi ucraini desiderano rimanere con la Chiesa russa, bisogna chiedere a loro e non a noi. Il patriarca Bartolomeo ha sempre detto che era il patriarca Kirill che non voleva dare l’autocefalia; dunque pensò: «Preparate il documento e vedrete che tutti aderiranno alla nuova Chiesa». Ciò, però, non è avvenuto; sono rimasti solo gli scismatici con le loro strutture.

Parliamo di Europa. Qual è la sua maggiore preoccupazione per essa? Che cosa dovrebbero fare le chiese per creare un continente migliore?

Intanto, voglio fare riferimento alla dichiarazione comune del papa e del patriarca Kirill a Cuba, che ci offre una base comune per valutare il rapporto Cristianesimo- Europa. Molti paesi del continente cercano di emarginare il Cristianesimo; noi non siamo assolutamente d’accordo. Infatti, essendo l’Europa la casa di diverse Confessioni cristiane, le basi della sua identità sono cristiane. Andate in qualsiasi città europea, guardate la sua architettura, i suoi monumenti, e vedrete l’influenza cristiana.

Quando parla di Stati cristiani, sembra che Le dispiaccia che non esistano più questi Paesi in cui la religione e lo Stato erano dalla stessa parte e uniti nel potere. Forse bisognerebbe tornare indietro: Italia cattolica, Russia ortodossa, Germania protestante?

Noi diciamo che i paesi d’Europa dovrebbero custodire la loro eredità cristiana. La religione cristiana ha fondato l’identità dell’Europa. Ovviamente non richiediamo privilegi ma quando accade che, invece del Christmas si celebra il Xmas, e invece di augurarsi «Buon Natale», si dice «Buone feste» [in sostanza si usano forme più generiche che vanno bene per tutti, cristiani e non], allora non siamo d’accordo. Queste abitudini provano la marginalizzazione del Cristianesimo.

Veniamo all’etica. Ci sono valutazioni comuni tra Chiesa cattolica e Ortodossia su problemi come l’aborto, il divorzio e altri. La Chiesa dovrebbe avere un’influenza sulle leggi dello Stato circa tali questioni critiche?

Vorremmo, prima di tutto, che la voce delle Chiese fosse ascoltata quando si tratta di leggi riguardanti la vita. Noi diciamo: ogni persona ha diritto a nascere e a vivere. Siamo in linea di principio contro l’aborto, tanto più se la sua pratica è pagata dallo Stato, con i soldi di tutti. Anche in Russia esiste l’aborto legale. Io sono disposto a pagare per guarire le persone, ma no a pagare per ucciderle. L’aborto è la diretta conseguenza di una ideologia secolarizzata che ha distrutto la vera idea di famiglia. Certo, sappiamo che non sarebbe realistico pensare che tutti i paesi d’Europa siano contro l’aborto (come è accaduto in Polonia). Ma speriamo che le voci dei credenti e le posizioni delle Chiese siano ascoltate.

L’islam è il pericolo più grande per l’Europa? Magari un giorno, Notre Dame a Parigi sarà trasformata in moschea, come è successo sei secoli fa a Costantinopoli con la chiesa di Santa Sofia?

Non si può escludere l’ipotesi…, se le cose continueranno come vanno adesso! Intanto, i musulmani non vogliono in alcun modo perdere la loro religione. Guardate negli aeroporti: quando è l’ora della preghiera, essi tirano fuori il loro tappeto e pregano, pubblicamente. Ho parlato di queste cose con il cardinale Koch [presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani] quando lui non aveva ancora la porpora. Diceva: «Non dobbiamo temere un islam forte ma un cristianesimo debole».

Quali sono i punti fondamentali di cui dovrebbe occuparsi la Chiesa in Europa?

La cosa più importante è darsi da fare perché l’Europa si ricordi di chi l’ha nutrita nella sua crescita. È vero che la situazione economica in Europa è migliore di quella dell’Africa, dell’America Latina e dell’India, ma qui in Europa l’ideologia laica distrugge la comprensione della famiglia. Dicono, infatti, che la famiglia non è l’unione di un uomo e di una donna, ma può essere anche l’unione di persone dello stesso sesso. Da queste premesse deriva una crisi demografica.

Prof, ma dove si informa?

Inizio pubblicando un post di Francesco Costa su Instagram, giornalista che seguo.

Quindi Instagram non può certamente essere l’unica fonte. Ad ogni modo lì seguo IlPost (cui sono anche abbonato, il che mi dà modo di ascoltare ogni giorno il podcast Morning di Francesco Costa, riservato appunto agli abbonati; loro è anche il podcast Politics, generalmente di politica italiana ma la cui ultima puntata è sulla crisi russo-ucraina), Will (seguo anche i loro podcast Globally e Actually, il primo sulla geopolitica e il secondo sui grandi cambiamenti e le innovazioni; loro è anche Tiranny, podcast satirico e pungente sui moderni tiranni), Parliamodimafia (che ovviamente parla di mafia ma che in questi giorni sta dando molte informazioni sull’Ucraina), Cecilia Sala (giornalista de Il Foglio, tra l’altro arrivata venerdì 25 in Ucraina) che cura anche il podcast Stories (appuntamento giornaliero sugli esteri), il che mi introduce alla galassia di Choramedia (hanno tante produzioni di podcast su tantissimi temi, dalla politica italiana all’Europa, dal Libano alle voci della Costa Concordia, dall’anoressia alla speranza), Daniele Raineri (giornalista de Il Foglio).

Uscendo da Instagram e dai Podcast e tralasciando sia i siti dei quotidiani e degli altri giornali online (troppi con il paywall che ti blocca dopo 3-5 articoli) sia twitter (sarebbero troppi da citare, ho una lista con 50 giornalisti circa di qualsiasi collocazione politica), visito:

ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

Insideover (temi esteri)

Formiche (temi vari)

Atlante (sezione di Treccani dedicata alla geopolitica, ma consiglio la visita anche alle altre sezioni)

Limes (geopolitica, molti articoli riservati agli abbonati come me eheheh)

Ilcaffegeopolitico (direi che il nome parli da sé)

Asianews (agenzia di informazione missionaria)

Osservatorio Balcani e Caucaso e Transeuropa (si occupa di sud-est Europa, Turchia e Caucaso)

AGI (agenzia di stampa)

Linkiesta (temi vari)

Lavialibera (rivista e sito dell’associazione Libera su temi delle mafie ma non solo: anche qui diversi articoli riservati agli abbonati come me eheheh)

Confronti (rivista che tratta temi di religioni, politica e società: anche qui diversi articoli riservati agli abbonati come me eheheh)

Nigrizia (rivista di notizie e approfondimenti che arrivano dall’Africa tramite i missionari comboniani: vale la pena se ci si abbona come me eheheh)

Rocca (rivista della Pro Civitate Christiana impegnata per la pace, i diritti umani, la democrazia, la nonviolenza, la giustizia. Anche qui però vale la pena se ci si abbona come me eheheh)

La rivista de Il Mulino (approfondimenti su vari temi).

Sono anche abbonato a La civiltà cattolica ma sono pochi gli articoli gratuiti on line.Infine Valigiablu (punta a spiegare e contestualizzare i temi critici al centro del dibattito pubblico); da loro prendo questa immagine con cui chiudo, dei consigli per seguire le notizie in modo responsabile. Avrò sicuramente dimenticato qualcosa, pazienza…

Ma quante guerre ci sono?

Nell’ultimo post ho toccato il tema dell’Afghanistan. Sono abbonato da anni a Nigrizia, rivista che si occupa di Africa, e mi capita spesso di leggere notizie di conflitti. Sono abbonato anche a Lavialibera, mensile dell’associazione Libera, che ha anche un sito interessante da cui ho preso l’articolo che pubblico qui sotto e che risponde alla domanda del titolo: ma quante guerre ci sono nel mondo? A scriverlo è Alice Pistolesi, giornalista e redattrice del volume Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (uscito nella sua X edizione proprio il 4 novembre) e del sito atlanteguerre.it, dove pubblica ogni settimana dossier tematici di approfondimento su temi globali, reportage e cronaca.

Clicca qui per l’immagine ingrandita

“Trentaquattro guerre e quindici situazioni di crisi scuotono un pianeta senza pace. Oltre a quello in Afghanistan, che dopo quasi venti anni di intervento occidentale ha visto i talebani prendere il potere, il mondo continua a essere luogo di sanguinosi conflitti. L’Africa è il continente dove se ne contano di più, ma teatri di scontro sono presenti anche in Asia, Europa e America.
La quantità di guerre in corso nel mondo, per lo più ignorate dai media, resta negli anni stazionaria. Le guerre resistono e lasciano immutata nel tempo la situazione per i civili, che continuano a essere le vittime preferite dei conflitti moderni: circa il 90 per cento delle morti totali. Ci sono generazioni intere, come in Afghanistan, che non hanno mai conosciuto la pace e sono passate negli anni da una situazione di violenza all’altra. Ci sono conflitti, come quello tra Israele e Palestina o quello in Myanmar, che risalgono alla fine degli anni Quaranta, altri esplosi di recente, come quello in Mozambico, cominciato nel 2019.
Le motivazioni che portano alla guerra sono complesse ma si possono ricondurre ad alcuni macro fattori: ci sono quelle innescate dalla rivendicazione di diritti (che può essere allo stesso tempo causa e conseguenza del conflitto), o quelle provocate dal cambiamento climatico e dalle devastazioni ambientali, in qualche modo collegate a un’altra causa, cioè lo sfruttamento e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, minerali, terra, legname, ad esempio). Rientrano tra le motivazioni anche gli interessi economici in senso lato, che si legano spesso alla pessima o inesistente redistribuzione della ricchezza. Gli interessi sulle risorse e geostrategici muovono i giochi di molte potenze: Cina, Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Iran, tanto per citarne alcune. Ci sono poi guerre che hanno come obiettivo principale la conquista di autonomia e indipendenza. Tutte ragioni che spesso si intersecano tra loro e insieme alle differenze culturali, religiose e di comunità, alimentano e prolungano la situazione di conflitto. Differenze che, da sole, raramente portano alla guerra nei contesti in cui i diritti sono rispettati e dove non influiscono altre motivazioni.
Di questi conflitti, i civili restano le vittime per eccellenza: nel 2021, il numero di persone bisognose di aiuti umanitari è il più alto mai registrato: 235 milioni, (secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti in emergenza).
A complicare i già fragili equilibri internazionali ha contribuito la pandemia da Covid-19, che nemmeno nel momento di maggior picco e nonostante gli appelli internazionali di Papa Francesco e del segretario Onu Antonio Guterres è riuscita nell’intento di placare le guerre. Anzi. Nel 2020 si sono riaccesi conflitti sopiti da anni e la spesa militare è aumentata. Lo Stockholm international peace research institute (Sipri) calcola che nel corso dell’anno l’investimento in armi sia cresciuto del 2,6 per cento, arrivando a 1.981 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto registrato dall’ente di ricerca dal 1988.
Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento del 4 per cento rispetto il 2019, si legge nell’ultimo rapporto annuale Global Trends dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblicato a giugno. Tolti i 48 milioni di persone sfollate all’interno dei loro paesi, più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all’estero provengono da soli cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Quasi nove rifugiati su dieci (86%) sono ospitati da paesi vicini alle aree di crisi e da paesi a basso e medio reddito. La Turchia ne ospita il maggior numero, seguita da Colombia, Pakistan e Uganda e Germania.
Alcune delle motivazioni che portano sempre più persone alla fuga sono il clima, il deteriorarsi del luogo in cui si abita, la sua desertificazione: secondo il rapporto Climate Change and Land pubblicato dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) a fine 2019, circa tre miliardi di persone vivono in zone aride, che sono arrivate a coprire il 46,2 per cento della superficie terrestre e le inondazioni e i disastri naturali si fanno sempre più frequenti”.

L’Afghanistan tra Isis e talebani

Prendo dal Post un articolo molto interessante di Elena Zacchetti sullo scontro che si sta sviluppando in Afghanistan tra talebani e Isis e sui possibili (nefasti) esiti.

“Negli ultimi due mesi e mezzo, da quando Kabul è stata conquistata dai talebani, in Afghanistan si è intensificata una rivalità pericolosa e a tratti poco comprensibile, vista da qui: quella tra i talebani e l’ISIS, due gruppi sunniti estremisti, considerati terroristici da molti paesi occidentali, che condividono l’obiettivo di costruire un qualche tipo di stato islamico basato su un’interpretazione molto rigida della sharia (la legge islamica). È una rivalità che arriva da lontano e che si sta mostrando in tutta la sua violenza tramite attentati – come quello di martedì a un ospedale di Kabul –, esibizione di cadaveri per le strade e uccisioni “extra-giudiziali”, cioè omicidi compiuti o autorizzati da un’autorità statale senza essere preceduti da un procedimento giudiziario.

I rapporti tra i due gruppi sono entrati in «una nuova fase», ha scritto il sito specializzato War on the Rocks, iniziata dopo il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan e che «sarà quasi certamente sanguinosa e violenta».

Si parla di «nuova fase» perché questa inimicizia in Afghanistan non è una cosa nuova. Iniziò a svilupparsi nel 2015, cioè fin dalla nascita dell’ISIS-K (o Provincia del Khorasan dello Stato Islamico), che in maniera un po’ approssimativa si può definire la divisione afghana dello Stato Islamico.

Già allora (ma anche oggi) i talebani erano alleati con al Qaida, grande organizzazione sunnita che si contendeva con l’ISIS la supremazia del mondo jihadista globale, e già allora ISIS e talebani avevano differenze ideologiche significative. Mentre l’ISIS-K, così come il nucleo principale dell’organizzazione (poi sconfitto in Iraq e in Siria), auspicava la creazione di un Califfato islamico esteso oltre i confini di un unico stato, i talebani avevano obiettivi più locali: volevano riconquistare il potere in Afghanistan e imporre un’interpretazione radicale della sharia dentro i confini nazionali. L’ISIS accusava inoltre i talebani di essere «apostati» per adottare posizioni troppo morbide nell’applicare le norme dell’Islam; i talebani sostenevano che l’ISIS fosse un gruppo estremista eretico.

Con il ritiro dei soldati americani, e con il rapido sgretolamento delle forze di sicurezza afghane, lo scorso agosto i talebani sono riusciti a riconquistare l’Afghanistan e allo stesso tempo si sono aperti nuovi spazi d’azione per l’ISIS-K, che ha approfittato fin da subito della nuova instabilità, oltre che delle evasioni di massa dalle carceri afghane che si sono verificate durante la presa di Kabul. In quei giorni confusi di metà agosto erano stati infatti liberati migliaia di detenuti, tra cui molte persone accusate di terrorismo e di essere affiliate all’ISIS.

L’inizio di una «nuova fase» si era già visto già lo scorso 26 agosto, quando l’ISIS-K aveva ucciso quasi 200 civili afghani radunati fuori dall’aeroporto di Kabul nel tentativo di salire a bordo di uno degli aerei impegnati nelle operazioni di evacuazione di stranieri e afghani da Kabul.

Nelle settimane successive l’ISIS-K ha compiuto numerosi attacchi sia nelle zone del paese dove la sua presenza è considerata più solida, come la città di Jalalabad (nell’est), sia in aree che fino a quel momento erano state abbastanza fuori dal suo raggio d’azione, come le città di Kandahar e Kunduz.

Fonte immagine

Le maggiori violenze si stanno verificando proprio nella provincia di Nangarhar (in rosso nella mappa), dove si trova Jalalabad e dove da settimane sembra essere in corso una specie di guerra segreta ed estremamente cruenta.

Secunder Kermani, inviato di BBC a Jalalabad, ha raccontato quello che sta succedendo in città e le estese violenze di cui sono testimoni gli abitanti locali. Kermani ha scritto che quasi ogni giorno corpi di persone uccise vengono trovati ai lati delle strade, «alcuni colpiti da spari o impiccati, alcuni decapitati. Molti hanno biglietti scritti a mano nelle tasche che li accusano di essere membri della divisione afghana dello Stato Islamico». Nessuno sta rivendicando gli omicidi e molti ritengono che si tratti di uccisioni extra-giudiziali compiute dai talebani contro persone sospettate di far parte dell’ISIS-K: «I due gruppi hanno iniziato una guerra sporca e sanguinosa. Jalalabad è il fronte di questa guerra», ha scritto Kermani.

Il sospetto deriva anche dal fatto che a capo dei servizi di intelligence della provincia di Nangarhar c’è un uomo conosciuto con il nome di Dr Bashir, che già in passato aveva combattuto e sconfitto l’ISIS e che si era fatto una reputazione di grande ferocia e violenza. Dr Bashir ha negato di essere coinvolto nelle molte uccisioni delle ultime settimane e ha sostenuto che i talebani non abbiano motivo di preoccuparsi per la presenza dell’ISIS in Afghanistan.

Nonostante le affermazione di Dr Bashir, sembra che l’ISIS stia riuscendo a ottenere qualche successo e a mettere in difficoltà il nuovo governo talebano, per esempio attaccando la minoranza degli Hazara, di orientamento sciita, a lungo perseguitata in Afghanistan ma con cui ora i talebani stanno cercando di costruire rapporti pacifici. Avinash Paliwal, vicedirettore del SOAS South Asia Institute dell’Università di Londra ed esperto di Afghanistan, ha detto al Financial Times che questi attacchi compiuti dall’ISIS-K «esacerberanno una faglia settaria che non è nell’interesse dei talebani che si infiammi davvero», e ha aggiunto che «la violenza aumenterà e sarà un “tutti contro tutti”».

Con i suoi attentati, l’ISIS sta provocando anche un’erosione di fiducia della popolazione afghana nei confronti dei talebani e della loro capacità di riportare la pace e la sicurezza nel paese. Per anni, infatti, i talebani avevano sostenuto di essere l’unico gruppo in grado di stabilizzare l’Afghanistan. Le cose però si stanno dimostrando più complicate di quanto avessero previsto i leader del gruppo, anche perché i comandanti talebani locali stanno avendo parecchie difficoltà a contrastare le tattiche terroristiche e di guerriglia adottate dall’ISIS.

È difficile prevedere come si svilupperà la rivalità tra i due gruppi, e con che livello di violenza.Il timore, ha scritto War on the Rocks, è che la divisione afghana dell’ISIS provi a diventare ancora più attiva ed efficace reclutando combattenti talebani delusi dal nuovo regime, che in un certo senso sta cercando di ottenere legittimità a livello internazionale collaborando con diversi paesi e diventando allo stesso tempo più attaccabile dalle frange più radicali ed estremiste. Con il ritiro degli americani e delle forze della NATO, inoltre, l’ISIS-K è ora in grado di concentrare tutte le sue forze direttamente contro i talebani, compiendo attacchi ancora più frequenti e violenti rispetto al passato”.

Spinte radicali in Pakistan

Alla fine ho deciso di abbonarmi a Il Post, un progetto editoriale che seguo da un po’. L’ho fatto sia per continuare ad ascoltare due podcast, Morning e Tienimi bordone, sia perché apprezzo l’accuratezza con cui vengono scritti gli articoli. Inoltre, dopo un po’, hai la sensazione di far parte di un gruppo, di stare effettivamente contribuendo alla realizzazione di un bel lavoro. Infine non nascondo che abbia inciso anche il costo abbordabile per le mie tasche. Mi capiterà, quindi, di pubblicare un po’ più frequentemente dei loro pezzi rispetto a quelli di altre fonti, anche perché non hanno alcuna forma di paywall.
Oggi pubblico un articolo sulla situazione che si sta delineando in Pakistan, in particolare sulle pressioni che un gruppo radicale sta esercitando sul governo di Islamabad. L’articolo lo potete trovare qui.

“Dalla fine di ottobre in alcune regioni del Pakistan, a sud della capitale Islamabad, migliaia di persone appartenenti a gruppi islamici fondamentalisti hanno bloccato un’importante autostrada e ricattato il governo, chiedendo diverse concessioni e protestando contro alcuni atti che considerano blasfemi. Il più importante di questi gruppi si chiama Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) ed è diventato una forza importante e pericolosa nelle dinamiche sociali del paese.
Il 1° novembre, dopo giorni di scontri in cui sono morti quattro poliziotti e durante i quali sono state bloccate alcune tra le più importanti vie commerciali del paese, il governo ha infine ceduto ai manifestanti, raggiungendo un accordo i cui termini sono segreti ma che, a detta dei giornali locali, garantisce molte concessioni ai fondamentalisti. Il TLP è da tempo una presenza influente nella vita politica e sociale del Pakistan e, come avvenuto più volte negli anni scorsi, ha mostrato di essere in grado di ricattare il governo nazionale con manifestazioni e azioni violente per ottenere i suoi obiettivi.

Ad aprile il governo pakistano, per cercare di fermare il TLP, aveva perfino designato il gruppo come organizzazione terroristica e ne aveva arrestato il leader, Saad Hussain Rizvi (nella foto). Dopo l’arresto c’erano state rivolte di piazza, con un numero imprecisato di morti e centinaia di feriti. Il governo allora era riuscito a placare le manifestazioni facendo delle concessioni, ma gli estremisti del TLP sono tornati a protestare lo scorso 21 ottobre. A migliaia, spesso armati, hanno cominciato una marcia da Islamabad, la capitale, alla grande città di Lahore, con l’obiettivo di occupare la Grand Trunk Road, un’autostrada che collega le due città e che è una delle principali vie di trasporto di tutto il paese.
Le richieste dei manifestanti erano numerose e confuse, ma le principali erano tre: il rilascio di Saad Hussain Rizvi, il ritiro delle accuse di terrorismo avanzate dai tribunali pachistani contro centinaia di affiliati al gruppo, e l’espulsione dell’ambasciatore francese. Quest’ultima richiesta era una ritorsione per il fatto che un anno fa il presidente francese Emmanuel Macron aveva difeso la pubblicazione di vignette satiriche che raffiguravano il profeta Maometto: è una vecchia battaglia del TLP, che aveva portato a scontri tra i manifestanti e la polizia pachistana già nei mesi scorsi.
Secondo alcuni giornali pachistani citati dal New York Times, i termini dell’accordo che ha risolto la crisi degli ultimi giorni prevedono il rilascio di vari membri del gruppo in prigione, la promessa che non ci saranno più accuse contro rappresentanti del TLP e la rinuncia alla designazione di gruppo terroristico. Il TLP avrebbe rinunciato invece a chiedere al Pakistan di tagliare i rapporti diplomatici con la Francia.
Il TLP, che oltre a essere un movimento sociale estremista e un gruppo di pressione è anche un partito politico (con poco successo elettorale, finora), fu fondato nel 2015 con lo scopo di difendere la rigida e controversa legge sulla blasfemia del paese, che prevede pene durissime, compresa la pena di morte, per chiunque offenda una qualunque religione. In Pakistan, dove il 96 per cento della popolazione si professa musulmano, quasi sempre la religione offesa è l’islam.
Il gruppo divenne un movimento di massa durante i vari sviluppi della vicenda di Asia Bibi, una donna cristiana accusata ingiustamente di blasfemia, la cui vicenda divenne un caso internazionale. Tra le altre cose, il TLP organizzò grandi rivolte di piazza in difesa di Mumtaz Qadri, una guardia del corpo che nel 2011 aveva ucciso il governatore della provincia del Punjab dopo che questi aveva difeso Asia Bibi e chiesto una riforma della legge sulla blasfemia. Nel 2017, il TLP organizzò altre rivolte dopo che il governo aveva proposto di modificare lievemente il testo del giuramento dei parlamentari che faceva riferimento al profeta Maometto: negli scontri morirono sei persone, e centinaia furono ferite.
Nel corso degli anni, il governo del Pakistan non è stato in grado di gestire organizzazioni come il TLP: ha consentito che diventasse «uno dei gruppi di pressione più importanti» del paese e di fatto ne è diventato «ostaggio», come ha scritto l’Economist. Il governo tuttavia non è soltanto una vittima. Nel corso degli anni, la politica e l’esercito pachistani hanno alimentato sentimenti fondamentalisti nella popolazione, servendosi di gruppi come il TLP per polarizzare l’opinione pubblica e ottenere vantaggi elettorali. Come ha scritto sempre l’Economist, i legami tra l’élite pachistana e il TLP sono noti: per esempio, durante le proteste del 2017, un alto ufficiale dell’esercito fu filmato mentre consegnava somme di denaro ai leader del gruppo”.

Gemma n° 1755

“Ho deciso di portare il Diario di Anna Frank perché l’ho letto in terza media e sono rimasta molto colpita dal modo in cui scriveva: aveva la mia età ed ha espresso cose molto profonde e piene di significato. L’ho letto durante la quarantena e mi ha molto aiutato quand’ero triste. L’ho portato anche per un altro motivo: alcune persone dicono che quei momenti siano da dimenticare, oppure vadano tolti dalla storia o addirittura non siano mai esistiti. Penso ciò sia molto brutto e non vorrei proprio che potesse accadere di nuovo il verificarsi di tali eventi. Ricordare questa ragazza che ha passato due anni in un rifugio senza poter uscire e soltanto guardando il cielo da uno spiraglio della sua finestra penso sia importante. Il libro mi è piaciuto molto e mi ha colpito profondamente”.

I. (classe seconda) ha illustrato così la sua gemma. Mi piace stendere qui uno dei passaggi secondo me più belli e “difficili” da mettere in pratica: “Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità”.

Giù

Sto leggendo, ascoltando e guardando notizie, immagini, video cha arrivano dall’Afghanistan. Fa male e per questo ho deciso di non mettere nulla qui sul blog di quanto visto: ho preferito un quadro nero. Lascio spazio alle parole che il giornalista Toni Capuozzo ha scritto sul suo profilo fb: “Prima accompagnano l’aereo , un corteo disperato e festoso. Qualcuno riesce ad aggrapparvisi. Ci sono delle immagini che non se ne vanno più. Dell’11 settembre, visto e rivisto, non sono, nel mio album, quelle degli aerei che si conficcano nelle torri. Ho comprato, a New York, il libro che raccoglie le storie di ogni vittima. Ma non è quello che si apre, nei miei ricordi. E’ un libro di letteratura, un romanzo. “Molto forte, incredibilmente vicino”. E’ la storia di Oskar, orfano di un padre ucciso nel crollo delle torri gemelle. Nel libro ci sono le fotografie delle persone che si lanciarono dagli ultimi piani. Il bambino le scorre all’indietro – come facevamo noi da bambini con certi libriccini – come se fosse possibile tornare indietro nella storia, far risalire agli ultimi piani quelle silhouette nere, che scivolano per sempre lontano. E’ quella l’immagine che non cancellerò mai: il tempo di caduta, la scelta di morire per mano propria, piuttosto che soffocare nel buio…… oggi a Kabul altre figurine…. si erano aggrappati ai portelloni di un aereo in decollo. Quando i portelloni si sono chiusi, sono precipitati. Il tempo di caduta, l’ignoranza del volo aereo, la scelta di morire così, non lo so. Ma nella grande mappa delle vittorie e delle sconfitte, nel mappamondo della geopolitica, resteranno queste piccole tracce nere.”

Elogio dell’egregio

Nel mio lavoro estivo di eliminazione di vecchi ritagli di giornale, mi sono imbattuto in un articolo che inizia così:

Immagine tratta da Passeggeri attenti

“In Germania, allora, i disoccupati non erano più di un milione. Un piccolo imbianchino di origine austriaca, Hitler Adolf, lanciò tuttavia un semplice slogan: ≪Un milione di ebrei da una parte, un milione di disoccupati dall’altra. Cacciamo gli ebrei e non ci saranno più disoccupati≫.
All’inizio l’impatto di questo discorso fu trascurabile. In 6 anni, l’aggravarsi della crisi economica lo rese prima accettabile, poi seducente e, infine, realmente praticabile.
Oggi il mondo, è particolarmente l’Europa, sono di nuovo in una fase burrascosa. La crisi che ha colpito duramente i paesi industrializzati non è congiunturale, e cioè occasionale: evidenzia, come negli anni 30, un profondo disagio strutturale. […] Il terreno è arato, fin troppo fertilizzato dal concime della corruzione rampante, e quindi pronto alla semina dei demagoghi. L’Europa è percorsa da cortei di neonazisti e neofascisti in guanti bianchi che ripetono slogan antichi e, piano piano, le loro file si ingrossano. […] Il vento del nazionalismo più gretto fa garrire al vento le bandiere… Alla testa di ogni movimento c’è sempre un aspirante Duce-Führer-Caudillo-Conducatore. Pallida controfigura (per fortuna) di quelli che portavano al macello i loro popoli, sostenendo di averne sposato i sogni, le passioni e le speranze”.

L’articolo ha 27 anni! È del 1992!!! Non so bene il mese perché non è riportato sulle pagine strappate dal mensile “Dimensioni Nuove”. Trovo però interessante il focus successivo sulla demagogia. Lo riporto integralmente (la firma è Effebi) invitando a leggere le parole pensando al mondo contemporaneo dei social e dei tweet.

Nicolò Machiavelli

“Da più di duemila anni (già nel 427 avanti Cristo, un certo Cleone faceva un po’ il Lenin e un po’ il Bossi ad Atene), la demagogia si è dotata di regole, tecniche, parole, temi, metodi che sembrano costanti.
Prima di tutto, il demagogo “parla”. Molto, a lungo e forte. Denuncia, provoca, urla, demonizza e animalizza l’avversario, lo schiaccia sotto il peso di parole ripugnanti, gli ritorce contro i suoi stessi argomenti, usa immagini catturanti e forti, pepate con allusioni volgari e spesso sessuali. Si esprime con slogan che eccitano la folla.
La tecnica è stata teorizzata da Machiavelli e Gustavo Le Bon. Due autori che piacevano moltissimo a Hitler e Mussolini. Dopo aver letto il Principe, Hitler si vantava di essere il miglior il discepolo di Machiavelli. Naturalmente leggeva il libro in modo molto “personale”. In ogni caso, Machiavelli potrebbe essere considerato il primo teorico della demagogia, per alcuni consigli “concreti”:

  1. ≪È meglio provocare timore che amore≫. L’uomo della strada, pensa un buon demagogo, rispetta la forza e la ≪mascolinità≫.
  2. ≪È meglio far colare il sangue dei propri soggetti che toccare i loro beni≫. ≪Gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio≫.
  3. ≪Sembrare sempre onesti anche quando si agisce perversamente≫.
  4. ≪La fortuna sorride all’opportunista≫. Un buon demagogo è soprattutto istintivo, ma disposto a spettacolari retromarce.
  5. ≪Tutti i profeti armati trionfano e i disarmati crollano… Bisogna organizzare le cose in modo che, qualora i popoli non credessero più, si possa farli credere per forza≫.
Gustave Le Bon

Gustave Le Bon (1841-1931) ebbe nel suo tempo un’immensa popolarità. Il suo libro Psicologia delle folle, pubblicato nel 1895, fu un best-seller, tradotto in 16 lingue. Le Bon, medico e fisico (Einstein gli scrisse una lettera di congratulazioni per le sue scoperte in fisica nucleare), voleva essere il nuovo Machiavelli. Profetizzava l’emergenza di una nuova potenza politica, sconosciuta e temibile insieme: la folla. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫. Le sue teorie furono studiate, annotate, saccheggiate e messe in pratica da due dei più pericolosi demagoghi del secolo, Mussolini e Hitler. Mussolini ne aveva sempre un esemplare sulla scrivania. Hitler lo ha ricalcato spesso nel suo Mein Kampf. Quali sono le proposizioni di Le Bon (valide ancora oggi) che hanno tanto sedotto i demagoghi?

  1. ≪La folla è dotata di una psicologia sua propria≫. È una affermazione molto pesante, afferma che, assorbiti nella massa, gli individui perdono la loro personalità. ≪Comunque siano gli individui che la compongono≫, scrive Le Bon, ≪simili o dissimili che possono sembrare i loro stili di vita, le loro occupazioni, il loro carattere o la loro intelligenza, il solo fatto che siano trasformati in folla li dota di un’anima collettiva. Sentono, pensano, agiscono in un modo del tutto differente da quello che sentirebbero, penserebbero, agirebbero se fossero isolati≫. 
  2. ≪In una folla, l’individuo regredisce≫. ≪L’individuo inghiottito dalla folla piomba ben presto in uno stato particolare, che si avvicina molto allo stato dell’ipnotizzato nelle mani del suo ipnotizzatore… Nella folla, l’uomo discende parecchi gradini nella scala della civiltà. Isolato, è forse un individuo colto; nella folla, è un istintivo, di conseguenza un barbaro≫. Nella folla emergono i residui ancestrali che formano l’anima della razza. La folla ridiventa una tribù che smania di dissotterrare l’ascia di guerra.
  3. ≪La folla è estremista≫. Le folle conoscono solo sentimenti semplici ed estremi. Il loro modo di vedere è determinato dalla suggestione, non dal ragionamento: lo accettano o lo rifiutano in blocco, lo considerano verità assoluta o errore non meno assoluto. La folla è arbitraria e intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, la folla non li sopporta mai. Qui Le Bon enuncia quattro principi che saranno ripresi, dopo di lui, dai demagoghi, ma anche dalla pubblicità commerciale (e dalla propaganda politica). Per sedurre la folla bisogna:
    – prima esagerare
    – poi affermare
    – quindi ripetere
    – infine ≪mai tentare di dimostrare qualcosa con un ragionamento≫.
  4. ≪La folla pensa per immagini≫. Le folle sono come dei primitivi, come dei bambini. Sono colpite dalle leggende, dal lato meraviglioso degli avvenimenti. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫.
  5. ≪La folla vuole dei sogni≫. ≪le folle non hanno mai sete di verità≫: chi le sa illudere le può manovrare.
  6. ≪La folla reclama un padrone≫. È il principio che più ha impressionato Hitler e Mussolini. ≪Appena alcuni esseri viventi sono riuniti, si pongono istintivamente sotto l’autorità del capo, cioè di un conduttore. La folla è un gregge che non sa stare senza un padrone. Le simpatie delle folle non sono mai andate ai capi bonari, ma ai tiranni che le hanno vigorosamente dominate≫.

In questo mare aperto, i demagoghi sguazzano senza ritegno, puntando al massimo effetto. Denunciano la decadenza (sempre), la corruzione (degli altri), la presenza del diavolo, l’infiltrazione straniera, brandiscono le folgori dell’Apocalisse e annunciano la fine del mondo. Vedono scandali e complotti dappertutto. Spiegano in modo semplice tutto l’universo. Nel 1910, in Francia Drumont spiegava che gli ebrei erano responsabili della crescita della Senna. Recentemente (siamo nel 1992, ndr), L’Humanité, giornale del Partito Comunista francese, ha affermato che, se i francesi avessero approvato il Trattato di Maastricht, i bambini di 13 anni sarebbero tornati nelle miniere e gli anziani sarebbero stati deportati in Portogallo.
I demagoghi semplificano tutto: ≪Un milione d’immigrati significa un milione in più di disoccupati≫, ≪Se eliminiamo tutti i ricchi non ci saranno più poveri≫, ≪Pagano sempre gli stessi≫.
Fanno credere di avere la bacchetta magica per risolvere in un colpo tutti i problemi (basterebbe rileggere le promesse di Collor De Mello ai brasiliani, di Menem agli argentini o anche i discorsi di Perot nella recente campagna presidenziale americana). I demagoghi si dichiarano sempre solidali con la gente, raccolgono così tutti gli scontenti, ai quali indicano di solito il nemico da combattere. E, oggi, hanno uno strumento formidabile in più: la televisione. Attraverso la telecamera possono “ipnotizzare” le folle anche con minor impiego di fiato e meno spostamenti. Una difesa contro la demagogia non è sempre facile; spesso la gente si fa trovare con le difese abbassate. Primo Levi ha scritto: ≪Una grande lezione di vita è che gli imbecilli qualche volta hanno ragione. Ma non bisogna abusarne. Si chiama demagogia l’arte di abusarne≫. Forse dobbiamo riconquistarci l’attributo di egregio. Significa “fuori dal gregge”. Appunto.” 

Mio nonno Giovanni Papini

Meno di un mese fa, il 20 luglio, si è spenta, a 85 anni, l’attrice Ilaria Occhini. La scorsa settimana, facendo un po’ di ordine tra tagli e ritagli di vecchi giornali che avevo messo da parte, ho scovato un’intervista fattale da Gabriella Mecucci per Fondazione Liberal in cui parla del nonno Giovanni Papini, di cui proprio quest’estate mi sono ripromesso di leggere qualcosa. Mi piace proporla qui.

“«Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato»: così scriveva il grande Borges nell’ormai lontano 1975. E aveva ragione da vendere se persino oggi nel cinquantenario della morte (l’intervista è del 2006, Papini muore l’8 luglio 1956) non è stato fatto quasi nulla per ricordarlo. I suoi libri sono scomparsi dagli scaffali delle librerie. Eppure di questo intellettuale si può dire tutto tranne che non abbia segnato con la sua presenza la vita culturale italiana. Intendiamoci, il suo nome ancora circola fra gli addetti ai lavori: qualche convegno affronta la sua robusta personalità e qualche giovane critico medita di sottrarlo alla damnatio memoriae, ma è poco. Troppo poco. Ilaria Occhini, grande attrice e moglie di Raffaele La Capria, è stata la sua nipotina preferita. Il nonno l’ha amata teneramente e lei ha conservato tutto intero il calore di quel rapporto. E lo racconta, intrecciandolo qua e là con la vita importante e difficile di Giovanni Papini, con le sue avventure culturali e letterarie.

            Perché signora Occhini suo nonno è stato dimenticato?
Dimenticato? Io direi epurato. Nonostante però che non si studi più nelle scuole e nelle università, nonostante il tentativo vergognoso di farlo sparire, la sua figura è così gigantesca che l’operazione è destinata a fallire. Papini ha un ruolo troppo importante nel Novecento italiano, nella rivoluzione del Novecento per ridurlo al silenzio. Può essere amato o detestato, si può considerare o no un grande scrittore, ma non si può cancellare. È stato il fondatore di tre riviste che hanno profondamente segnato la vita intellettuale italiana: Leonardo, Lacerba e La Voce. Non si può negare che attraverso questi canali è entrata nel nostro Paese la cultura europea. Mio nonno è stato certamente un grande sprovincializzatore. C’è poco da fare, alla fine lo dovranno riscoprire. Non si può parlare di Prezzolini e Soffici saltando Papini.

Da “Il Mattino” del 15 aprile 2016

            E perché allora questa damnatio memoriae?
La prima ragione è Gramsci che espresse su di lui e sulla sua opera giudizi sferzanti. Non le ho mai lette ma so che quelle parole molto dure hanno pesato parecchio in un Paese come il nostro a egemonia culturale comunista. Probabilmente questa è la causa principale. Mio nonno è stato molto importante nella vita culturale italiana, una stroncatura di Papino poteva far male. Lui, dal canto suo, aveva una penna facile, era spregiudicato, non gradava in faccia a nessuno e non risparmiò nessuno. Voglio dire che fu irriverente anche verso gli accademici di prima fila. Insomma, di nemici se ne fece parecchi. Nessuno osò attaccarlo in vita, anzi la sua lunga e terribile malattia fu seguita dalla stampa con attenzione, con affetto. Subito dopo la morte però si scatenarono.

            Basta questo per spiegare il tentativo di rimozione?
Questo conta parecchio, ma probabilmente c’è anche dell’altro. Certamente lo ha danneggiato il suo essere catalogato come fascista. Anche se mio nonno non fu mai organico al regime. Non adulò mai – come tanti altri intellettuali – Mussolini e i gerarchi che pure conosceva. Non chiese loro alcun favore. Scrisse al duce una sola volta per chiedergli di fare una strada a Bucciano, altrimenti i contadini potevano salire solo con la mula. La lettera è molto bella ed è conservata nell’Archivio di Stato. Certo, del fascismo condivideva alcuni valori di fondo, ma fu l’ultimo a essere nominato accademico d’Italia. Quando la Repubblica di Salò gli offrì il posto di Gentile, dopo l’uccisione del filosofo, disse di no. Né fece mai parte di coloro che lodavano il nazismo. Andò a Weimar, dopo aver detto ben tre no ai tedeschi che continuavano a invitarlo, e fece un discorso tutto letterario. Non una parola di politica.

            Tanti intellettuali sono stati fascisti, ma non per questo hanno subito l’epurazione?
Lo so. Erano molti quelli che osannavano le gesta del duce. Che sostenevano cose da vergognarsi. Mio nonno non si comportò mai così. Il peccato che ha determinato quella che ho chiamato epurazione non è stato il filofascismo, ma il non essere diventato, a regime caduto, un fervente antifascista. Non aver imboccato – come hanno fatto in tanti – la strada dell’intellettuale organico al Pci. Se avesse fatto questa scelta avrebbe partecipato alla schiera dei redenti. Ecco, mio nonno non è un redento.

            Quanto pesò la malattia nella vita e nella produzione culturale di suo nonno?
Un morbo, allora non diagnosticato, lo privò prima dell’uso della mano destra, condannandolo a non poter scrivere, poi della mano sinistra, poi delle due gambe e infine della parola. Questo calvario, durato cinque anni e sopportato con spirito profondamente cristiano, non lo fece smettere mai di lavorare. Anche quando non parlava più, trovò un modo per dettare. Mia cugina Anna Paszkowski si sedeva accanto a lui e snocciolava l’alfabeto, quando arrivava alla lettera giusta, mio nonno faceva un segno col capo ed emetteva un suono gutturale. E così, faticosamente, consonante dopo vocale, veniva composta la parola. Anna col passare del tempo era diventata molto brava: le bastavano una o due sillabe per intuire quale fosse l’intera parola. Con questo metodo il nonno riuscì a scrivere La spia del mondo che è un volume di Schegge. Secondo me una delle cose più belle di Papini. In quei lunghissimi anni, tormentati dal dolore, non ha mai smesso di pensare, dettare, sperare. Non si è mai lamentato.

            Lei ha parlato di spirito profondamente cristiano, che importanza ha avuto nella vita di suo nonno la conversione?
Ilaria Occhini si alza e mi porta un brevissimo, folgorante scritto di Giovanni Papini. Nessuno meglio di Papini stesso ha raccontato il suo rapporto con la malattia e con Dio. Sotto il titolo Morte quotidiana, poche righe:
Sempre più cieco, sempre più immoto, sempre più silenzioso. La morte non è che immobilità taciturna nelle tenebre. Io muoio dunque un po’ per giorno, a piccole dosi, secondo il modulo omeopatico. Ma io spero che Dio mi concederà la grazia, nonostante tutti i miei errori, di giungere all’ultima giornata con l’anima intera.

            Da questo scritto e dai suoi racconti, nonostante una malattia terribile, Giovanni Papini aveva una intensa vita intellettuale e spirituale…
Sì, e anche se piò apparire incredibile, era allegro. Ricordo che insieme abbiamo fatto qualche grande risata. Era ironico e autoironico. Da buon toscano amava la battuta. Gliene venivano di buone. Dello scrittore e critico Carlo Bo disse che aveva l’ingegno più corto del nome. E la frase arrivò alle orecchie anche del destinatario che per la verità non se la prese più di tanto. Anzi, reagì bene.

            Torniamo al Papini irriverente, che con le sue stroncature o magari con le sue battute si fece parecchi nemici. Persone che fin quando era in vita preferirono tacere, ma che – come lei raccontava poc’anzi – in morte si scatenarono. Cosa successe dunque dopo la sua scomparsa?
Le racconto un fatto preciso. Mio nonno scriveva sul Corriere della Sera, ne era un collaboratore. Quando era ancora in vita quel quotidiano aveva raccontato la sua malattia con rispetto e affetto. Il giorno dopo la morte, fu il primo giornale che andai a leggere. Il necrologio del Corriere era un articolo pieno di critiche acide e di cattiverie. Una vera e propria stroncatura di Papini. Ci rimasi malissimo. Non potevo credere che si potesse pensare tanto male di mio nonno anche perché in passato era stato molto omaggiato. Come immaginare che avesse critici così feroci? E come accettare che si appalesassero solo dopo la sua scomparsa? Mi sembrò terribile.

            Lei era la nipote prediletta di Giovanni Papini. Che rapporto aveva con suo nonno?
Io sono nata in casa sua. Lui appuntò sulla sua agenda il giorno e l’ora della mia nascita e scrisse su quelle pagine della sua grande gioia. Quando ero piccola fu il mio compagno di giochi, il mio asilo. Se avevo bisogno di qualcosa, correvo da lui. Se ne combinavo qualcuna delle mie, la punizione che mio padre mi infliggeva consisteva nel non poter stare con lui. Una volta detti una rispostaccia e mi venne vietato di uscire con il nonno. Papini era solito prendere una volta alla settimana la carrozza per andare a fare una passeggiata. Spesso mi portava con sé. Il giorno che scattò la punizione saremmo dovuti andare insieme al ristorante Le Logge. Mia nonna telefonò a mia madre e le disse: «Così non mettete in castigo l’Ilaria, ma mettete in castigo Papini».

            Un grande legame…
Non c’è dubbio. Ricordo che si scappava insieme in campagna e ci buttavamo giù per la Ripaccia, una stradina molto scoscesa, pericolosa per una bambina ancora piccola e per un anziano signore quasi cieco e pieno di acciacchi. Eppure andavamo all’avventura e ci divertivamo un mondo. Un giorno non riuscivamo più a tornare a casa e, quando dopo parecchie ore rientrammo, la nonna ci mise in punizione a tutti e due.

            Quando lei è cresciuta, questo tenero rapporto è diventato anche uno scambio intellettuale?
Ne La mia Ilaria scrive che per fortuna io non lo conosco per il suo graffiare sui fogli, ma per altro. Seguiva da vicino i miei studi. Veniva a sapere che a scuola facevamo Leopardi? Subito si preoccupava di farmi trovare i libri più interessanti sull’argomento. Aveva una gigantesca biblioteca con oltre ventimila volumi ben ordinati. Ricordava a memoria la collocazione di tutti. Capitava quando lo andavo a trovare che mi portasse in quella grande stanza. Appena entrati mi dava indicazioni precise su dove era collocato un certo libro che pensava mi interessasse o di cui mi voleva parlare. Io lo prendevo, lo aprivo e trovavo alcune righe sottolineate da lui perché le leggessi. Era il suo modo di aiutarmi a conoscere. Senza pedanterie, senza atteggiamenti professorali. Così, quasi giocando.

            Lei è diventata un’attrice molto brava e apprezzata, Papini come ha vissuto la sua scelta?
Quando mio nonno è morto, ero ancora una ragazza, alle prime armi come attrice. Mio padre non voleva che intraprendessi questa carriera, ma mi disse che, se davvero lo desideravo, mi avrebbe lasciata libera di iscrivermi all’accademia. A una condizione, però: avrei dovuto trovare i soldi per mantenermi. Non potevo aggiudicarmi una borsa di studio, perché per concorrere bisognava essere nullatenenti. E io non lo ero. Mio nonno non condivideva la mia scelta, ma alla fine fu lui a mettermi a disposizione le 25 mila lire al mese che mi servivano per vivere e studiare a Roma. Insomma, non gli piaceva che facessi l’attrice ma non cercò di impedirmelo. Non si oppose, anzi mi aiutò.

            Papini ha mai potuto vedere una sua esibizione?
No. Solo una volta, quando era già molto malato, gli capitò di sentirmi recitare per radio. Ero alle prime armi e non ero un granché. Non era soddisfatto di quella mia esibizione. Lui del resto era abituato a ben altro. Aveva conosciuto Eleonora Duse e con lei aveva avuto un fitto scambio epistolare. Era poi un grande esperto di teatro mentre io avevo ancora molto da imparare. E me lo disse. Mi raccontò che un soffio, un sospiro della Duse si sentiva fino in fondo al teatro. Mi raccomandò di non strillare perché non serviva a nulla. Tutte queste osservazioni lì per lì mi dispiacquero, ma poi me le sono ricordate. Mi sono tornate alla mente tante volte e probabilmente mi hanno aiutata a crescere, a migliorare come attrice.

            Suo nonno a un certo momento della sua vita si convertì. Da anarchico senza Dio si trasformò in un convinto cattolico. Vi è mai capitato di parlarne?
La nostra era una famiglia cattolica, ma non parlavamo molto del nostro rapporto con la religione. Per mio nonno la conversione fu un passo importantissimo, una scelta profondamente vissuta. Qualcuno è riuscito persino a sostenere che la fede di Papini non fosse vera, che fosse un gesto di opportunismo venuto a seguito del grande successo internazionale della Storia di Cristo. Una sorta di invenzione per amplificare l’impatto già straordinario di quel libro. Niente di più falso. Mio nonno ha testimoniato con la sua vita, con il suo dolore vissuto cristianamente la propria fede. Poco prima di morire, quando quasi non riusciva più a respirare chiese che gli venisse letto Sant’Agostino. Era un grande credente. La verità è che la sua conversione fu così autentica da risultare ad alcuni insopportabile. Anche questo probabilmente fu una delle cause dell’epurazione di cui parlavo prima.

            All’inizio di questa conversazione lei ha accennato al ruolo di sprovincializzatore della cultura italiana che ebbe Papini, aveva una fitta rete di rapporti italiani e internazionali?
Sì. Dialogava con i più grandi intellettuali francesi e anglosassoni: da André Gide a Henry James. Nel suo archivio c’è un importante epistolario dal quale si ricava la rete dei rapporti che intratteneva. Ci sono, ad esempio, dieci cartoline postali attraverso le quali Ungaretti inviava a Papini le poesie scritte dal fronte. Si tratta dei versi poi raccolti e pubblicati in Porto sepolto.

            Qual è l’opera di suo nonno che preferisce?
L’uomo finito mi sembra un grande libro. Mi piace molto anche La seconda nascita, dove racconta la sua conversione.

            Quale rapporto aveva suo nonno con la campagna dove viveva, con i contadini? E quale con la sua città, Firenze?
Con i contadini aveva un rapporto molto stretto. Viveva con loro. La porta di casa era sempre aperta e loro la sera venivano dal nonno per giocare a briscola. Le mogli aiutavano la nonna nei lavori di casa. Tra l’ambiente fiorentino e Papini c’era una grande differenza. Lui, che pure sui fatti letterari non risparmiava critiche a nessuno, non parlava mai male degli altri dietro le spalle, che fossero amici o semplici conoscenti. Non gli ho mai sentito fare un pettegolezzo né dire una cattiveria. A Firenze invece era tutto uno sparlare l’uno contro l’altro. Un modo di fare persino imbarazzante.

            Chi è stato l’uomo di lettere più legato a suo nonno?
Certamente Soffici. Dal periodo del futurismo antimarinettiano sino alla fine della vita hanno sempre continuato a parlarsi, a incontrarsi. È stato lui il grande amico.

            Suo nonno che rapporto ha avuto con Gentile?
Che io sappia nessuno o giù di lì. Papini il rapporto vero lo ha avuto con Benedetto Croce. Il filosofo lo ha stimato e ammirato per tutta una fase, come dimostra il carteggio. Poi fra i due ci fu una brutta rottura. Perché accadde non glielo saprei dire. So solo che non si videro né sentirono mai più.

            Quanto ha pesato nella sua vita l’essere la nipote di Papini?
In alcune occasioni mi ha favorito. Qualche volta forse può avermi danneggiato. In realtà però io ho sempre potuto scegliere liberamente. Dietro di me c’erano un nonno e un padre importanti, ma non mi hanno mai schiacciata. Ho trovato la mia strada: sono diventata Ilaria Occhini. Il teatro mi ha dato molto. L’ho molto amato e mi sono anche molto divertita. E la televisione mi ha fatto percepire l’affetto della gente. Un tempo, tanti fra attori e registi definivamo la tv un elettrodomestico, ne parlavamo con un po’ di puzza sotto il naso. Snobismo. Adesso è cambiato tutto: c’è la ressa per recitare in una fiction, anche se spesso di artistico non hanno nulla.”

Francesca

È più di un mese e mezzo che non aggiorno il blog. Mi sono preso una pausa in occasione della settimana santa e del periodo pasquale, mi sono tuffato in impegni di lavoro e in relazioni amicali e famigliari, sono stato a Rimini a un convegno della Erickson sugli adolescenti, ho concluso un corso di friulano (volevo imparare a scriverlo correttamente), sono stato a Roma per una formazione di due giorni organizzata da Libera sulla violenza di genere, e tante altre cose che non sto qui a scrivere.

Ma oggi, anche se adesso la mezzanotte è passata, ci tenevo a scrivere qualcosa. Quest’anno nelle classi quarte abbiamo lavorato sul tema della Mafia e sull’importanza di fare memoria, di condividere memorie. Studentesse e studenti hanno “adottato” una vittima innocente di mafia e hanno provato a raccontarne la storia in prima persona. E poi l’hanno letta in classe. Storie di donne, di bambini, di ragazze, di poliziotti, di giornalisti, di passanti, di carabinieri, di famigliari, di testimoni… Ci siamo emozionati.

Per non far torto a nessuno, però, qui voglio pubblicare parte del lavoro di una scuola lontana dalla nostra realtà, ma molto vicina a quella dei fatti del 23 maggio 1992: il lavoro della Classe III B dell”Istituto Comprensivo “G. Marconi” di Palermo, che ho letto qui. Con la storia di una donna desidero fare memoria anche di Antonio, Giovanni, Rocco e Vito.

Francesca Morvillo. 17:58
Francesca Morvillo; abbiamo parlato di questa donna a scuola oggi. Era la moglie di Giovanni Falcone, l’hanno descritta come una donna coraggiosa, intelligente, insomma una donna che ha lasciato il segno. Ma io fino a ora non ne avevo mai sentito parlare. Sapevo che Falcone aveva una moglie, ma non sapevo chi fosse, come si chiamasse, che aspetto avesse. Finalmente la campanella suonò, e noi ritornammo a casa. Il pranzo fu silenzioso come non mai. Mia madre non mi chiese niente su com’era andata la scuola e nessuno parlava. O forse ero io che non ascoltavo. I miei pensieri erano rivolti solo a Francesca.  Finito di pranzare, decisi di fare subito il compito che ci avevano assegnato su di lei. Presi un foglio dal quaderno e cercai di buttare giù qualche idea, ma niente! Passai una mezz’ora davanti a quel foglio bianco a girarmi la penna tra le mani. Niente. La mia mente era vuota. 
-Intanto quando è nata? – mi chiesi.
-14 dicembre 1945. – mi rispose una voce. Mi girai verso la porta, credendo fosse mia madre. Non c’era nessuno. Feci spallucce e riportai lo sguardo al foglio. 
-E poi è morta nel? – mi chiesi di nuovo ad alta voce.
-23 maggio 1992. – Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. C’ero solo io.
-D’accordo deliro. È quello che succede quando vai troppo a scuola. – cercai di sdrammatizzare per poi rimettermi a scrivere. Poi riguardai il testo, leggendolo ad alta voce.
-“Francesca Morvillo, nata il 14 dicembre 1945 e morta il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, era la moglie di Giovanni Falcone.” E adesso… credo basti. – mi dissi fra me e me, così feci per posare la penna, ma sentii la stessa voce di prima ridere.
-Lo sai che Francesca Morvillo non era solo “la moglie di Falcone”? – mi disse. Rimasi pietrificata.
-Troppo studio, sto impazzendo. – la voce rise di nuovo. Era una risata dolce, cristallina.
-Tu sai chi è Francesca Morvillo? – mi chiese. Annuii.
-La moglie di Falcone? – risposi.
-E poi? – il silenzio. La voce rise di nuovo.
-Beh, intanto era una donna, un magistrato, una moglie, una vittima della mafia ed ero io.- ero nel bel mezzo di una crisi di nervi. Mi girai di nuovo verso la porta, ma non trovai nessuno. Guardando verso il letto invece trovai una donna, una meravigliosa donna dai capelli biondi e corti, vestita con una giacca color avorio e dei pantaloni larghi dello stesso colore, seduta comodamente sul mio letto. 
-Vedo cose. Magari dormire quattro ore stanotte non è stata una buona idea… – la donna rise di nuovo. Cercai di non dare troppo peso a quella strana presenza e decisi di fare qualche ricerca fotografica su internet. Guardai un pò di foto di Francesca e poi mi venne un flash. Guardai la foto, poi la donna seduta sul mio letto, poi di nuovo la foto, poi ancora la donna. Continuai così finché non m iniziò a girare la testa.
-Sono confusa. –  la donna, dopo un istante di silenzio mi sorrise.
-E comunque la mia tesina si chiamava “Stato di diritto e misure di sicurezza”. – mi disse, come se mi avesse letto nel pensiero. 
-Si grazie. Era proprio quello che mi serviva. –  dissi, scrivendo la nuova informazione sul foglio davanti a me, le quali righe stavano iniziando a riempirsi. 
-Francesca Morvillo che lavori ha fatto? – mi chiesi in mente per non farmi sentire da quella donna.
-Sono stata Giudice del Tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale per minorenni di Palermo, Consigliere di Corte d’Appello di Palermo e parte della Commissione per il concorso d’accesso alla Magistratura. – mi rispose la donna, o meglio Francesca, sorridendo.
-… Non ho capito niente ma ok, ha fatto tanti lavori. – mi stupii di me stessa per aver parlato con una figura creata dalla mia testa.
-Ma non sei – cioè non è stata anche insegnante? – lei ci pensò un attimo.
-Si, facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo palermitano. Ero insegnante di legislativa nella scuola di specializzazione in Pediatria. E ti prego dammi del “tu” non sopporto più il “lei”. – rispose. 
-In quanto a Falcone, vi sposaste nel? – non ci pensò un attimo che subito mi rispose.
-Maggio 1986, ci sposammo in privato. C’erano solo i testimoni e il sindaco. Mi ricordo ancora tutto in ogni minimo dettaglio.- le si illuminarono gli occhi mentre parlava di tutto quello che era accaduto al matrimonio. Mi raccontò anche del sindaco Orlando, che aveva celebrato le nozze. La pagina piano piano si riempiva sempre di più.
-Tu avresti voluto avere un bambino? – le chiesi. Lei abbassò lo sguardo.
-Io avrei voluto, ma sapevo che non potevamo. Eravamo troppo impegnati nel nostro lavoro. E poi Giovanni lo diceva “non voglio orfani” perché lui lo sapeva che alla fine si sarebbero liberati di lui. Anzi, di noi. – mi spiegò. Era un tasto dolente, lo capivo.
-Com’era la vita sotto scorta? – le chiesi. Si fermò un attimo per pensare.
-Orribile. L’unica parola che mi viene in mente, ma era necessario per la nostra sicurezza. Ci siamo persi tante cose della vita, la nostra non era mica una vita come quella di tutti gli altri. Non potevamo andare in luoghi pubblici, tranne il posto di lavoro. Dovevamo sempre spostarci in auto blindate e a prova di proiettile, non potevamo andare al ristorante o a fare una passeggiata sulla spiaggia di Mondello, in piazza, o semplicemente per le vie delle strade per incontrare amici. Non posso dire di avere avuto altri amici oltre la mia famiglia, ma Giovanni… lui aveva Paolo. – sembrava volesse dire altro, ma era come se le parole le rimanessero intrappolate in gola. Rimasi in silenzio per un pò, poi presi fiato.
-Francesca, perché non sei scappata? Intendo, sapevi che era molto pericoloso continuare a stare con Giovanni, ma non sei andata via. Eppure lui te lo diceva “vai via, scappa, salvati” ma tu non l’hai ascoltato e a Capaci… – mi fermai. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, il sorriso che aveva tenuto per tutta la conversazione era svanito, lasciando il posto a un flebile e malinconico sorrisetto.
-Io ero consapevole dei gravissimi pericoli a cui Giovanni andava incontro, a cui entrambi andavamo incontro, ma non l’avrei lasciato mai da solo. Ho scelto di stare con lui, di sposarlo, di aiutarlo e incoraggiarlo sempre perché lo amavo e sapevo che ne aveva bisogno. E ho deciso io che se fosse morto, sarei morta con lui. In fondo “finché morte non vi separi” giusto? – annuii. Le parole di Francesca erano molto profonde, mi sentii quasi bloccata. 
-Francesca… cosa è successo esattamente nel ritorno da Roma a Capaci. Era la A29 Palermo – Trapani giusto? E su questo sito dice che “alle ore 17:58, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada” è così che è successo? E dice anche che “la prima auto, la Croma marrone, fu investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.” E senti questo “Francesca Morvillo, ancora viva dopo l’esplosione, viene trasportata prima all’ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però muore intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne riportate.” Quindi è questo che è successo? – 
Quando incontrai il suo sguardo, mi resi conto di quello che avevo detto e me ne pentii. La sua espressione era seria, o per meglio dire vuota. Feci per scusarmi ma lei mi precedette.
-Si è successo proprio quello. Non mi ricordo molto del momento in cui la strada saltò in aria, i miei ricordi sono sfocati. Ricordo solo di avere avuto Giovanni accanto, poi un leggero sibilo e all’improvviso un potente tuono e un forte mal di testa. Dopo di quello non ho più sentito niente. Girava tutto, mi fischiavano le orecchie e vedevo sfocato… poi non sentii più niente. Era come fossi…morta. Ma non fu così; dopo non so neanche io quanto iniziai a sentire delle voci, c’erano persone accanto a me, ne sentivo la presenza. Parlavano di Capaci e di Giovanni. “è morto il Giudice” dicevano. Era morto. Giovanni era morto. Erano morti tutti, li avevano uccisi tutti. Ce l’avevano fatta. Ci avevano eliminati. Quella stessa notte alle 23. – il silenzio. Scrissi le ultime parole.
-E poi? Alle 23 sei… hai capito no? Francesca? –
nessuna risposta. Forse avevo detto troppo. Mi girai verso il letto. Vuoto. Non c’era nessuno, era come sparita nel nulla così com’era arrivata. Guardai l’orologio; 17:58. Sospirai, un pò delusa, ma contenta di avere almeno potuto parlare con una donna come lei. Me ne sentivo quasi orgogliosa, anche se sapevo non avrei potuto parlarne con nessuno, o mi avrebbero preso per pazza.  
-Merenda! – chiamò mia madre dalla cucina. Mi alzai posando la penna sulla scrivania e mettendo il foglio ormai pieno al sicuro in un raccoglitore.
-Grazie Francesca. – mormorai. Francesca Morvillo. Una donna con i fiocchi e i controfiocchi.

Da “La Stampa

Autorità religiosa nell’Islam

Non è un tema sul quale è facile approfondire le cose in classe, un po’ perché piuttosto specifico, un po’ perché c’è un po’ di confusione anche tra gli studiosi. Ho trovato un articolo di due anni fa, ma aggiornato di recente (ieri!), sulla questione delle voci autorevoli all’interno del mondo islamico. La fonte è il sito Oasis e l’autore è Michele Brignone.

“Si afferma spesso che nell’Islam non esiste un’autorità religiosa. In realtà, le figure che svolgono questo ruolo sono numerose, ma sono scarsamente istituzionalizzate e soprattutto non sono organizzate gerarchicamente. Lo dimostrano anche i molti termini che sono usati per definire gli specialisti di religione (ulema, imam, shaykh…). Questa guida prova a fare un po’ di chiarezza.

Fonte immagine

Imām

Imām letteralmente “guida”, è il capo della comunità islamica. Storicamente è il termine più antico impiegato dai musulmani per designare i primi successori di Muhammad, insieme ad amīr al-mu’minīn (“comandante dei credenti”), titolo di cui si fregia ancor oggi il re del Marocco. In ambito sunnita questo termine è diventato sinonimo di califfo, che ha finito per prevalere nell’uso. Secondo la definizione classica del giurista Abū l-Hasan al-Māwardī (m. 1058) “l’imamato è istituito per supplire alla profezia nella salvaguardia della religione e nella gestione degli affari terreni”. L’imām deve dunque preservare il messaggio religioso rivelato a Muhammad e sovrintendere all’amministrazione della comunità. Tra i compiti che i giuristi sunniti gli assegnano vi sono l’amministrazione della giustizia, la fortificazione dei confini, la conduzione del jihad contro gli oppositori dell’Islam, la raccolta del bottino e la designazione di governatori per le province. In teoria, per assumere legittimamente la funzione di imām occorre essere investiti dalla comunità tramite i suoi rappresentanti, poiché nessuno può vantare un diritto intrinseco all’imamato. Il candidato inoltre non può avere difetti fisici, deve essere giusto, possedere le competenze necessarie all’interpretazione della legge, avere capacità di governo, essere dotato di forza e coraggio per condurre il jihad, nonché appartenere tribù dei Quraysh, dalla quale proveniva anche Muhammad. In realtà molto spesso i giuristi hanno dovuto derogare a uno o più di questi criteri. Per questo i musulmani considerano che dopo l’epoca dei primi quattro califfi, detti “ben guidati”, e con poche altre eccezioni, l’imamato abbia finito per degenerare, trasformandosi in un mero potere monarchico (mulk). Inoltre, a partire dal X secolo il potere effettivo non è stato più esercitato dall’imām, ma da sultani ed emiri (comandanti militari). Anche per questo l’autorità, nel mondo sunnita, finisce per trasferirsi dalla figura del califfo/imām alla comunità nel suo insieme, e in particolare ai detentori del sapere religioso, gli ‘ulamā’. Peraltro, è probabile che i primi imām/califfi avessero prerogative più ampie e religiosamente connotate rispetto alla teorizzazione degli ‘ulamā’, che ragionano sul modello del califfato abbaside (VIII-XIII secolo).
In senso più generale, imām è per i sunniti anche chiunque guidi la preghiera. Il termine è inoltre utilizzato come titolo onorifico per alcuni ‘ulamā’ particolarmente autorevoli, per esempio i fondatori delle quattro scuole giuridiche riconosciute. Diversa la situazione tra gli sciiti, per i quali l’imām non è soltanto la guida temporale della comunità, ma detiene anche un carisma religioso, che ne fa l’interprete vivente e infallibile della rivelazione, assumendo spesso una dimensione metafisica (“Imām di luce”). Secondo gli sciiti inoltre l’imamato non viene conferito per nomina, ma è una prerogativa dei discendenti di Muhammad, a partire dal cugino e genero ‘Alī. A sua volta lo sciismo è suddiviso in diverse correnti, ciascuna con una propria catena di imām. Secondo gli sciiti duodecimani (Iran, Iraq, Libano, Bahrein, Arabia Saudita), che rappresentano la corrente maggioritaria, a Muhammad succedono dodici imām. L’ultimo di essi si sarebbe occultato nell’874 d.C. e tornerà alla fine della storia per ristabilire la giustizia. Secondo gli sciiti ismailiti, il settimo imam, da loro identificato in Ismā‘īl Ibn Ja‘far, inaugura un nuovo ciclo profetico che trascende le religioni storiche. Secondo gli zayditi, oggi diffusi soprattutto in Yemen, l’imām non è infallibile e può essere scelto tra qualsiasi discendente di ‘Alī tramite i suoi due figli Hasan o Husayn.

Califfo

Califfo letteralmente “successore, vicario”, è sinonimo di imām come capo della comunità in ambito sunnita. Nei versetti coranici in cui ricorre il termine (2,20 e 38,26), califfo (in arabo khalīfa) è riferito ad Adamo e a David, in entrambi i casi come vicari di Dio sulla terra. Alcuni tra i primi califfi intesero in questo senso la loro funzione. Tuttavia secondo gli ‘ulamā’ il termine è da intendere esclusivamente nel senso di khalīfat rasūl Allāh, “vicario dell’inviato di Dio” (e non “vicario di Dio”), cioè come guida temporale della comunità, senza particolare carisma religioso. In epoca moderna il califfato ha finito per designare il progetto politico di uno Stato islamico universale, fondato sull’applicazione della sharī‘a.

‘Ālim

‘Ālim (pl. ‘Ulamā’) letteralmente “colui che sa”, dotto. Il termine indica gli studiosi e gli esperti delle scienze religiose: teologia, esegesi coranica, hadīth (detti profetici) e soprattutto diritto (fiqh). È questo sapere, unito alla pietà personale, a conferire agli ‘ulamā’ una particolare autorevolezza come guardiani e interpreti della tradizione religiosa. Un detto di Muhammad ne fa gli “eredi dei profeti”. Non sono però un corpo istituzionalizzato, benché storicamente mostrino una forte identità di gruppo. Nei primi secoli dell’Islam si organizzarono indipendentemente dal potere politico, anche se molti di essi assunsero incarichi ufficiali a corte o nell’amministrazione. Tuttavia il loro prestigio dipendeva anche dalla distanza critica che riuscivano a mantenere rispetto ai governanti. Nell’Impero ottomano furono integrati all’interno dell’amministrazione e dotati di una struttura gerarchica, al vertice della quale si trovava lo Shaykh al-Islam (in turco Şeyhülislam), che aveva il compito di presiedere all’amministrazione religiosa dell’Impero. L’incorporazione degli ‘ulamā’ e la loro organizzazione amministrativa all’interno delle strutture statali permane anche in molti Stati musulmani moderni e contemporanei. Sempre in epoca moderna l’autorità degli ‘ulamā’ è stata messa in discussione dalla presenza di nuovi intellettuali musulmani, sia di orientamento islamista che modernista, che ai dotti hanno spesso rimproverato l’eccessiva vicinanza al potere politico e l’incapacità rinnovare il sapere tradizionale per adattarlo alle esigenze della vita moderna. Tuttavia, per quanto trasformato, il ruolo degli ‘ulamā’ non è venuto meno. Negli ultimi decenni molti di loro hanno dato vita a nuove associazioni e istituzioni, spesso di carattere transnazionale, come l’Unione mondiali degli Ulema musulmani (fondata e presieduta dallo shaykh Yousef al-Qaradawi), o il Consiglio dei saggi musulmani (presieduto dallo shaykh Ahmad al-Tayyeb, grande imam di al-Azhar).

Shaykh

Shaykh letteralmente significa “vecchio”, “anziano” ed è il titolo con cui nel mondo arabo si designano le autorità tribali. Nell’ambito della spiritualità sufi, lo shaykh è il maestro di una via mistica. Chi svolge questo ruolo è talvolta chiamato anche murshid (guida). Storicamente, molti ‘ulamā’ erano anche shaykh sufi, ciò che contribuiva ad accrescere il loro prestigio religioso e sociale. Nell’Islam di lingua persiana, l’equivalente dello shaykh è il pīr. Più in generale shaykh è anche il titolo con cui ci si rivolge a uno ‘ālim, in particolare se esso ricopre un ruolo istituzionale, come lo Shaykh al-Azhar, guida dell’importante centro d’insegnamento del Cairo, o, nell’Impero ottomano lo Şeyhülislam (si veda sopra la voce ‘ālim).

Faqīh

Faqīh è un ‘ālim esperto di fiqh, cioè di diritto. Il faqīh particolarmente versato nella sua scienza può essere mujtahid, cioè praticare l’ijtihād, lo sforzo interpretativo basato sul ragionamento personale con cui, in assenza in una norma esplicita contenuta nel Corano o nella tradizione profetica, il giurista esprime un parere o emette un giudizio. Il giurista che invece si attiene al parere di un altro dotto senza ricorrere al ragionamento personale è un muqallid, cioè uno che pratica il taqlīd, l’imitazione.

Qādī

Qādī è il giudice. In epoca premoderna, il qādī era colui che applicava la legge religiosa e doveva perciò essere un ‘ālim. In quanto funzionario ufficiale, il qādī era in teoria un delegato del califfo, detentore originario di tutti i poteri della comunità musulmana. Al vertice della struttura giurisdizionale dello Stato si trovava il Qādī al-qudāt (“il giudice dei giudici”), che presiedeva all’amministrazione della giustizia. Con la fine del califfato abbaside e la frammentazione politica della comunità musulmana, ogni regno o sultanato si dotò del suo Qādī al-qudāt, istituzione che fu ripresa anche dall’Impero ottomano. In epoca moderna, con il ridimensionamento della giurisdizione religiosa a vantaggio di tribunali civili, anche le funzioni dei qādī religiosi si sono molto ridotte.

Muftī

Muftī è un ‘ālim abilitato e emettere fatwe, cioè pareri giuridici su particolari punti di diritto. I muftī più autorevoli hanno avuto un ruolo importante nella formazione del diritto islamico, perché le raccolte delle loro fatwe sono state utilizzate come manuali di diritto. Secondo la dottrina classica, per poter esercitare la funzione di muftī occorre essere dotati di integrità personale e della scienza necessaria a praticare l’ijtihād, cioè la capacità di raggiungere una soluzione a un particolare problema giuridico esercitando il ragionamento personale. Già a partire dal settimo secolo i muftī sono stati integrati nella struttura dello Stato, che provvedeva a designare i giuristi abilitati a svolgere tale compito. Anche nell’Impero ottomano, la funzione di muftī fu istituzionalizzata e attribuita alle più alte cariche della struttura religiosa. In epoca moderna e contemporanea, molti Stati dispongono di un muftī ufficiale. In questi casi molto spesso il muftī non si limita a fornire pareri giuridici, ma è il più alto dignitario religioso dello Stato. Un fenomeno recente è quello dell’emissione di fatwe da parte di istituzioni indipendenti dagli Stati, come il Consiglio Europeo per la Fatwa, o da parte di siti internet specializzati.

Ministro degli Awqāf

Ministro degli Awqāf si tratta di una figura nata in epoca moderna, quando gli Awqāf, cioè le fondazioni pie, sono stati incamerati dagli Stati, che hanno così assunto l’amministrazione di una vasta rete di moschee e centri di insegnamento precedente autonomi. Il Ministro degli Awqāf funge perciò da Ministro degli Affari Religiosi. Più che di un’autorità vera e propria, è un alto funzionario, che tuttavia presiede al funzionamento di una consistente struttura di enti e personale religioso.

Khatīb

Khatīb nell’Arabia pre-islamica era colui che nella tribù parlava con autorità. Con l’avvento dell’Islam è rimasta una figura che si rivolge autorevolmente ai musulmani. È infatti colui che pronuncia la khutba (sermone), durante la preghiera comunitaria del venerdì e in altre occasioni particolari, per esempio durante il mese di Ramadan.

Dāʿī

Dāʿī letteralmente è “colui che invita” (alla fede), il predicatore. Storicamente è riferito ai maggiori propagandisti di gruppi musulmani dissidenti, in particolare in ambito sciita. Tra gli ismailiti, i Dāʿī erano i rappresentanti dell’imām e formavano una vera e propria gerarchia religiosa. È dalla predicazione di alcuni di loro che sono nati diversi movimenti e sette, come, in Medio Oriente, i drusi e gli alawiti (anticamente noti come nusayrī). In tempi più recenti il termine dā‘ī (o l’equivalente dā‘iyya) è utilizzato in senso più generale, anche in ambito sunnita, per indicare i predicatori che, attraverso televisioni satellitari e nuovi media, stanno dando vita a un nuovo internazionalismo islamico. Alcuni di questi predicatori sono anche ‘ulamā’, ma spesso le due figure non coincidono, segno che il sapere religioso tradizionale non è più l’unica fonte di autorità. Tra i primi e più noti protagonisti di questa nuova forma di comunicazione religiosa c’è lo shaykh Yousef al-Qaradawi. Oggi questi predicatori si sono moltiplicati e sono diventati estremamente popolari.

Mullah

Mullah termine derivato dall’arabo mawlā (“signore, tutore”), nel mondo turco-iraniano è l’equivalente dello ‘ālim, ma può avere un senso anche più generale e indicare qualsiasi figura detentrice di un sapere o di un carisma religioso (per esempio il famoso mistico Rūmī è noto come Mawlā-nā, “nostro mawlā”). Nella gerarchia religiosa sciita indica un dotto di basso rango, privo cioè della qualifica di mujtahid (interprete).

Marjaʿ al-taqlīd

Marjaʿ al-taqlīd (“fonte dell’imitazione”): in ambito sciita duodecimano è un dotto che per, virtù e sapienza rappresenta un modello da emulare. La figura del Marjaʿ al-taqlīd si è affermata in epoca relativamente recente (metà del XIX secolo), ma affonda le sue radici nella disputa sulla pratica dell’ijtihād (lo sforzo interpretativo) e sul ruolo del mujtahid (il giurista abilitato a praticare l’ijtihād). Tale disputa ha origine al momento dell’occultamento del dodicesimo imām, nel IX secolo, quando per i fedeli si pose il problema di come praticare la fede in assenza della guida suprema, che era anche l’interprete vivente della rivelazione. Secondo alcuni i contenuti della sharī‘a sono definiti dalle tradizioni degli imām. Secondo altri invece le norme della sharī‘a possono essere ricavate anche attraverso sforzo interpretativo di alcuni ‘ulamā’ particolarmente qualificati, i quali vanno così a colmare almeno parzialmente il vuoto lasciato dall’imām. Nell’Ottocento l’istituzionalizzazione della Marja‘iyya inaugura l’obbligo, per i comuni fedeli, di seguire gli insegnamenti di un mujtahid, imitandone la condotta. I mujtahid ricevono il titolo di Āyatollāh (letteralmente “segno di Dio”). Per circa un secolo, la dignità del Marjaʿal-taqlīd si concentra in un’unica persona, il più eminente dei mujtahid. Alla morte dell’Ayatollah Burūjirdī nel 1961 la Marja‘iyya si frammenta in diverse personalità, legate ognuna a un particolare centro di insegnamento (Qom, Najaf, Mashhad, Teheran), mentre anche mujtahid minori vengono riconosciuti come marja‘. Inoltre, con l’ascesa di Khomeini e la rivoluzione iraniana, la marja’iyya assume una chiara dimensione politica, tanto che nella Repubblica Islamica d’Iran viene creata la figura della Guida Suprema. Da questo momento i vari marja‘ di distinguono anche per la posizione che assumono rispetto alla svolta khomeinista e alla dottrina della wilāyat al-faqīh, secondo la quale, in assenza dell’imām, il giurista (faqīh) avoca a sé le prerogative politiche della guida, anticipando così il tempo escatologico.”

Pena di morte in calo

Riprendo la notizia con cui Amnesty presenta il rapporto sulla pena di morte nel mondo per il 2018.

“Nel nostro rapporto globale sulla pena di morte registriamo, per il 2018, un dato positivo: l’anno appena passato è stato quello con il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l’eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato.
“La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

PENA DI MORTE 2018: UNA BUONA NOTIZIA
Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.
Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.
A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati.
“Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita”, ha sottolineato Naidoo
“Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere”, ha commentato Naidoo.

PENA DI MORTE 2018: GLI STATI DOVE SONO AUMENTATE LE ESECUZIONI
Nel nostro rapporto, però, non vi sono solo buone notizie.
Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l’assunzione dei boia.
“Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente”, ha sottolineato Naidoo.
“Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e poniate fine a questa abominevole sanzione”, ha proseguito Naidoo.

PENA DI MORTE 2018: IL CASO NOURA HUSSEIN
Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche a una nostra campagna, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere.
“Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d’ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu ‘Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?’. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola”, ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International.

PENA DI MORTE 2018: LA VERGOGNA DI IRAQ ED EGITTO
Siamo preoccupati per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.
In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell’attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su “confessioni” estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari.

Cliccare qui per scaricare il rapporto.

L’eredità di Annalisa

Sono passati esattamente quindici anni da quando, in una sparatoria tra clan a Forcella, veniva uccisa per errore una ragazzina di 14 anni, Annalisa Durante. Il suo nome è stato dato ad una biblioteca in uno dei rioni di Napoli. Ne scrive su L’Espresso Anna Dichiarante.

“Quindici anni fa, a Forcella, certe cose erano impensabili. Un pianoforte lasciato a disposizione dei passanti, la biblioteca, il murales di Jorit con il ritratto di un san Gennaro che santo non è, perché quel volto è di un giovane operaio e non del patrono della città. La sintesi di Napoli: mistica, viscerale, popolare. Quindici anni fa, in questo rione nel centro storico del capoluogo campano, i proiettili della camorra uccidevano Annalisa Durante.

Era la sera del 27 marzo 2004, quando, in via Vicaria vecchia, Annalisa, 14 anni, si ritrovò in mezzo a una sparatoria tra i clan rivali dei Giuliano e dei Mazzarella. Era scesa sotto casa per chiacchierare con le amiche e fu colpita per errore. Anche se coprirsi la fuga sparando per strada, tra la gente, non può essere considerato un errore. Annalisa divenne “scudo” di Salvatore Giuliano, rampollo della dinastia criminale che a Forcella ha dominato a lungo: il boss, all’epoca diciannovenne, impugnò le armi per difendersi da un agguato tesogli dal gruppo di fuoco di Vincenzo Mazzarella e centrò lei. La ragazza morì in ospedale nei giorni successivi.
Per l’omicidio, Giuliano è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Vittima e assassino si conoscevano, perché in quell’intrico di vicoli tutti si conoscono. E lì, per rabbia e per amore, la famiglia di Annalisa è rimasta. Nonostante le minacce ricevute per aver esortato gli abitanti del rione a testimoniare contro i boss, suo padre Giovanni ha iniziato a darsi da fare per rendere Forcella un posto migliore. Una sfida per resistere al dolore, per dare un senso alla propria esistenza e per realizzare il desiderio della figlia di vedere un giorno Forcella «bella come gli altri quartieri».
«Questi anni sono stati una battaglia. Allora, più della metà del quartiere stava con i camorristi, ma adesso il settanta per cento sta dalla mia parte. Chi avrebbe mai pensato che grazie ad Annalisa si sarebbe riusciti a fare tanto?», dice Giovanni, indicando intorno a sé gli scaffali con i libri della biblioteca che porta il nome di sua figlia.
Nell’angolo c’è uno scatolone con gli ultimi cento donati da una scuola di Brescia. Sono molte, infatti, le classi che vengono in visita. Fuori qualcuno suona il pianoforte regalato da una storica azienda napoletana: serve per i concerti e i laboratori musicali, poi viene lasciato sotto il portico e chi passa può usarlo. Vicino al piano, c’è una casetta di legno con i libri che possono essere presi liberamente. Ovunque ci sono foto con luoghi e personaggi della tradizione napoletana. Poi, una parete con l’elenco, interminabile, delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Campania. Giovanni trova sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare; i suoi occhi inseguono continuamente nuove idee. Al suo fianco c’è Pino Perna, presidente dell’associazione fondata nel 2005 in memoria di Annalisa. Pino cerca di attuare tutti i progetti del signor Durante, perché «dirgli di no è impossibile».

Fonte immagine

Questa biblioteca, aperta nel 2015 e ospitata in uno spazio comunale a pochi passi dal punto in cui la quattordicenne fu uccisa, è il loro orgoglio. Ci sono quasi seimila volumi di vario genere, catalogati e inseriti nel circuito del sistema bibliotecario nazionale. «Ogni libro ci è stato regalato. Hanno cominciato ad arrivarcene da tutta Italia dopo l’omicidio di Annalisa. E qui la ricordiamo nel giorno del quindicesimo anniversario dalla sua morte», spiega Perna. Giovanni racconta che a dargli l’idea della biblioteca fu un napoletano emigrato in Australia: «Lo incontrai per caso, mi lasciò un libro e mi spronò a intraprendere quest’impresa».
In realtà, il signor Durante aveva da sempre chiaro che la rinascita di Forcella, e delle altre aree soffocate dal controllo criminale, sarebbe dovuta passare dalla cultura. È quella, dice lui, che «salva le anime». Così, dopo la morte della figlia, iniziò a pungolare le istituzioni perché dessero un segnale, cominciando da uno dei posti più brutti del rione: un ex cinema di proprietà privata, ormai abbandonato e ridotto a discarica, proprio in via Vicaria vecchia. La Regione acquistò il palazzo, lo riqualificò e lo assegnò al Comune.
Piano piano, grazie al lavoro dell’associazione “Annalisa Durante” e di altre realtà locali del terzo settore, sono partite le attività culturali e ricreative per bambini e ragazzi. Poi i libri, le mille iniziative per incentivare la lettura, il giornalino scritto dai giovani del quartiere, lo studio per scoprire le origini storiche di Napoli condotto insieme a un liceo del Torinese, l’allestimento di mostre e spettacoli teatrali. Nel 2006, all’interno della scuola comunale che si trova vicino alla biblioteca e che è stata a sua volta intitolata ad Annalisa, l’associazione ha aperto una ludoteca. «Nel 2011, però, abbiamo dovuto chiuderla – dice Pino – senza finanziamenti pubblici, non potevamo più pagare gli operatori». Grazie a una raccolta solidale di fondi e ai volontari del servizio civile, nel 2016 c’è stata la riapertura. A fare da custode alla sala con i giochi, tutti regalati, è il nonno materno di Annalisa.
«All’inizio, alle nostre attività non veniva nessuno – continua Pino – la gente non si fidava o temeva di inimicarsi il clan frequentandole. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili, di offrire servizi alla comunità. Perciò abbiamo puntato sui bimbi. Le mamme li lasciavano qui senza entrare, imparando che su di noi potevano contare».
Una fiducia guadagnata a fatica, cercando di attirare le persone, una a una, in un quartiere martoriato dal degrado sociale ed economico. «Adesso del centro di Napoli si parla per le scorribande delle “baby paranze”. Sono proprio questi giovani “malamente” che vado a cercare, sono loro che hanno bisogno di essere strappati alla camorra e alla miseria. La mia sfida è portarli qui. Il coraggio per entrare, qualcuno lo sta trovando», s’infervora Giovanni, mischiando italiano e dialetto. Poi guarda Pino per un cenno di conferma: sì, ora a Forcella il coraggio per denunciare le intimidazioni e le estorsioni dei clan qualcuno inizia ad averlo. Il prossimo passo è portare le iniziative all’esterno, in mezzo alla gente. Come con la sfilata di carnevale del Comune, con la ciclo-officina gratuita, con il book crossing. E la partecipazione cresce. Agli incontri in biblioteca, Giovanni sistema le sedie in cerchio, ma lascia sempre un punto vuoto per poter aggiungere una sedia. «Il problema è che le istituzioni, invece di aiutarci, si dimenticano di noi, ci stritolano con la burocrazia – lamenta – l’ho detto pure al premier Giuseppe Conte, quand’è venuto qui. E gli ho chiesto perché Forcella non può essere ogni giorno come l’hanno fatta trovare a lui, pulita, senza cataste di motorini sui marciapiedi, senza bancarelle abusive dappertutto».
L’obiettivo è sfruttare ogni moto delle coscienze e anche il boom turistico che Napoli sta vivendo. «Ci sono problemi eterni in questo rione – dice Perna – il contrabbando di sigarette come negli anni Settanta, gli edifici puntellati dal terremoto del 1980… Servono politiche integrate e continuative di sviluppo, non spot o interventi una tantum. Serve sinergia tra le organizzazioni di volontariato del territorio, soprattutto adesso che nuove idee stanno prendendo forma. E occorre portare i turisti anche qui. Finora si sono fermati a via Duomo, la strada che conduce alla cattedrale di Napoli e che segna il limite tra il centro storico, pieno di attrazioni famose nel mondo, e questo quartiere disgraziato, su cui sono fioriti pregiudizi». Per questo, Perna collabora anche con Legambiente e Slow Food: «Abbiamo poi creato “Zona Ntl – Napoli turismo e legalità”, una mappa dei siti di interesse storico-archeologico di Forcella collegata a un’app per raggiungere ovunque i potenziali turisti. Il rione è pieno di tesori, ma alcuni sono inaccessibili e trascurati, vanno recuperati. Sulla nostra cartina, inoltre, sono indicati bar e ristoranti dove trovare le eccellenze locali. Bisogna sostenere gli sforzi di chi vuole trasformare Forcella in un polo turistico di qualità».
Giovanni, intanto, pensa già ai progetti futuri. Vuole aprire una piccola sezione della biblioteca all’interno del carcere di Poggioreale. «Ci vorrebbe una stanza, magari un po’ colorata, dove i detenuti possano trovare libri selezionati per loro, letture che possano farli riflettere e indurli a cambiare», spiega. Ma il sogno del signor Durante è di incontrare papa Francesco. Pino si sta facendo in quattro per riuscire ad accontentarlo. «Sai cosa vorrei chiedergli? – dice Giovanni, stringendo il braccio dell’amico – di lanciare un appello per aiutarmi a trovare le cinque persone che hanno ricevuto gli organi di mia figlia».
Quando Annalisa morì, infatti, i suoi genitori autorizzarono la donazione, ma la legge non consente di conoscere l’identità dei destinatari del trapianto. «Il mio ultimo desiderio – conclude Giovanni – è poterli abbracciare. Nient’altro. Ma mi basterebbe anche solo un biglietto anonimo, per sapere se stanno bene. Per sapere che sono vivi e che Annalisa lo è insieme a loro».

Per amore del mio popolo non tacerò

Fonte immagine

25 anni fa la Camorra uccise don Peppe Diana .
“Nel 1991, il giorno di Natale, don Peppe Diana aveva diffuso uno scritto, letto in tutte le chiese della zona, intitolato “Per amore del mio popolo”. Era un manifesto che annunciava, a voce alta, l’impegno contro la criminalità  organizzata, definita una forma di terrorismo che provava a diventare componente endemica della società. Parole ed impegno che gli sono costati cari. Il 19 marzo del 1994, giorno anche suo onomastico, Don Peppe Diana venne freddato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre stava per celebrare la messa. Il parroco morì  all’istante, colpito da cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo” (da Rainews24).

Con queste parole lo ricorda don Luigi Ciotti:
“25 anni. Non c’è stato un giorno, in questo quarto di secolo, in cui non abbiamo sentito la presenza di don Peppe Diana attraverso l’impegno di chi, con tenacia e spesso coraggio – essendo un impegno, ahinoi, ancora troppo controcorrente – cerca non solo di “seguire” il Vangelo ma di viverlo, di tradurlo in scelte, atti e comportamenti, dentro e fuori dalla Chiesa. Ma se c’è stato un giorno in cui don Diana lo abbiamo sentito non solo presente, ma vivo, è stato il 21 marzo del 2014 nella Chiesa di San Gregorio a Roma, alla vigilia della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che si svolse quell’anno a Latina. Quel giorno, a San Gregorio, Papa Francesco incontrò un migliaio di famigliari delle vittime, tra cui quelli di don Diana e don Pino Puglisi. E al momento della benedizione, appoggiai con commozione sulle spalle del Papa la stola di don Peppe. Francesco parlò ai famigliari con grande trasporto, ringraziandoli per la loro quotidiana testimonianza, per la scelta difficile di non chiudersi ma di trasformare vuoti tanto strazianti in impegno per la giustizia. E poi si rivolse a quelli che definì i “grandi assenti”, gli uomini e le donne della mafia, esortandoli “in ginocchio”, a una conversione: il potere e il denaro che accumulate è sporco di sangue, sottolineò, e non potrete portarlo nell’altra vita. Don Peppe quel giorno era vivo nelle parole e nello slancio di un Papa che incarnava la Chiesa che Peppe aveva sognato e per la quale aveva messo in gioco la sua vita, una Chiesa che non si limita appunto a predicare il Vangelo ma lo vive, facendone un concreto strumento di liberazione e di giustizia a partire da questa Terra. Ecco perché oggi, a 25 anni dal suo assassinio, è essenziale non limitarsi a ricordare: bisogna fare del ricordo un pungolo di coscienza, una memoria viva. E un grande stimolo ci viene, in questo frangente in cui la sacra parola “popolo” rischia di diventare un concetto ambiguo, strumentale, una foglia di fico alla sete di potere dei “populisti”, proprio il documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, che don Peppe scrisse e pubblicò insieme ai sacerdoti della Foranìa di Casal di Principe nel Natale del 1991, pochi mesi prima delle stragi di mafia, di quella storia di immane violenza che la mattina del 19 marzo 1994 uccise il corpo ma non lo spirito di quel giovane, scomodo prete che si apprestava a celebrare la Messa. Colpisce, di quel testo, la profezia e la profondità di sguardo. Don Peppe non si limita a denunciare il male, ma ne mette in luce il legame con un più generale vuoto di coscienza e di civiltà. C’è la descrizione puntuale della mafia camorristica, il suo evolversi già come mafia imprenditoriale, mafia non solo delle armi, ma della tangente e dell’appalto. Ci sono le responsabilità politiche, i vuoti amministrativi e istituzionali, la burocrazia, il clientelismo, il dilagare della corruzione. C’è l’invito alla Chiesa a “farsi più tagliente e meno neutrale”, più coerente con “la prima beatitudine del Vangelo che è la povertà”, in quanto “distacco dal superfluo, da ogni ambiguo compromesso e privilegio”. Ci sono insomma le indicazioni essenziali per costruire comunità in cui tutti contribuiscano alla libertà e dignità di ciascuno.
Per ricordare don Diana è allora importante meditare sulle sue parole, ma occorre anche trasformare la meditazione in azione, occorre fare del suo messaggio il nostro impegno, la nostra credibile testimonianza di vita.” (Famiglia Cristiana 17/03/2019, reperito su Libera).

Siamo fatti così. Ma così come?

Ricordo un vecchio cartone animato dal titolo “Siamo fatti così”. Sostanzialmente spiegava com’è fatto il corpo umano. Mi è tornato in mente dopo aver ascoltato Arianna Zottarel, ricercatrice universitaria e autrice del libro “La mafia del Brenta. La storia di Felice Maniero e del Veneto che si credeva innocente”. Nel suo intervento del 2 febbraio scorso a Trieste ha parlato della mafia del Brenta e soprattutto della considerazione sociale intorno a tale vicenda. Trovo utili le sue parole in preparazione all’incontro di domani mattina tra gli studenti delle scuole di Udine e don Luigi Ciotti di Libera.

“Il punto da cui sono partita è stato quello di vedere la mafia del Brenta come un fenomeno che porta con sé tutta una storia di negazionismo, minimizzazione e sottovalutazione del fenomeno mafioso in Veneto. Questi processi su più fronti in realtà hanno sempre interessato il Veneto, così come altre regioni del nord-Italia, non sempre per complicità ma anche per problemi dovuti alla scarsa conoscenza del fenomeno o per le poche grandi operazioni della Magistratura che non hanno scosso il territorio veneto come hanno fatto in altre realtà. E quando pure lo hanno fatto, l’atteggiamento spontaneo è stato quello, un po’, di un’autocensura sociale e spesso anche giornalistica, di una minimizzazione da parte delle Istituzioni proprio perché c’era questo atteggiamento di voler tutelare l’immagine del territorio: un Veneto del turismo, un Veneto dell’impresa, un Veneto che sicuramente non si voleva associare alla parola mafia. Invece, nonostante risulti quasi sempre fanalino di coda in tema di criminalità organizzata, in realtà il Veneto è stato una regione a non tradizionale presenza mafiosa in cui è cresciuta e si è sviluppata una mafia autoctona. Questa storia si è anche andata velocemente dimenticando e non si è costruita molta teoria come è stato per le altre organizzazioni.
La mafia del Brenta ha operato soprattutto a Padova, nelle provincie di Padova e di Venezia, dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘90, ed è un’organizzazione che ha dei connotati molto diversi da quelli che conosciamo delle altre organizzazioni tradizionali, proprio perché è stata influenzata dagli aspetti politici, economici, sociali, culturali e criminali di quegli anni. Parliamo pertanto di un nuovo insediamento mafioso: non è il risultato di un processo di esportazione o di colonizzazione. Le caratteristiche sono diverse, a partire dalla sua struttura organizzativa: mentre Cosa Nostra e ‘Ndrangheta hanno struttura unitaria, verticistica e gerarchizzata e la Camorra tende ad avere una struttura più ad arcipelago e polverizzata, la mafia del Brenta non ha dei modelli da tramandare, non ha un’eredità né una storia. Nasce per delinquere e ha assunto la forma organizzativa più congeniale ai suoi scopi: un network, una rete, egocentrata sulla figura di Felice Maniero, leader del gruppo. Ciò le permetteva di essere molto flessibile, molto veloce e di far entrare nella rete diverse abilità criminali che consentivano di mantenere l’autonomia, fondamentale in una realtà che vedeva presenti più cellule criminali sul territorio. Beneficiando del capitale sociale prodotto da questa rete, si è creata una grande zona grigia ed è emerso il grande potere corruttivo di questa organizzazione: medici, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine si sono messi a servizio dell’organizzazione permettendole di godere di ottima salute e di proseguire nei propri progetti criminali. Penso che senza questa forza corruttiva, senza questa fitta rete di corruzione, l’organizzazione sarebbe rimasta in uno stato embrionale: dei rapinatori organizzati aspiranti mafiosi, più che mafiosi in senso stretto.
E’ poi sicuramente importante valutare il contesto per capire l’organizzazione. Nei 15 anni di vita si sono passate 3 pagine fondamentali:

  • da metà a fine anni ‘70: criminalità minore con ristretto gruppo di aderenti dediti soprattutto alla rapina e all’organizzazione del gioco d’azzardo clandestino. Va considerata più come una pagina di banditismo
  • 1980-1984: criminalità emergente, aumento della quantità, formazione di un capitale economico molto importante proveniente da varie attività illecite
  • 1984-1994: criminalità consolidata e solida, riconosciuta, aumentata nel suo network sia a livello quantitativo ma anche qualitativo; diversificazione delle attività (dal traffico di stupefacenti al traffico d’armi)

La storia della mafia del Brenta ci mostra anche la storia del successo della Magistratura proprio perché non è facile imputare un’organizzazione di 416 bis in una regione di non tradizionale presenza mafiosa, a maggior ragione quando si tratta poi di una mafia autoctona. Per i giudici questa era sicuramente un’organizzazione mafiosa, autoctona e autonoma nei suoi comportamenti, nella sua vocazione criminale e anche nella sua composizione. “Mafiosi dell’ultima ora” così si definiva Felice Maniero parlando di se stesso e della sua organizzazione: mafioso perché sicuramente capace di avvalersi della forza di intimidazione e di assoggettamento, di omertà, e di un capillare controllo del territorio; mafioso perché capace di instaurare rapporti di dipendenza personale, di usare la violenza come suprema regolazione dei conflitti, di stringere alcuni legami con la politica (meno in Italia e più all’estero). Eppure, spesso, quando si parla di mafia del Brenta, la si chiama “mala”; spesso si pensa che sia un’opinione pensare che questa sia mafia, invece c’è una sentenza di cassazione che determina questo. E’ molto importante porre questo accento perché per molto tempo, negando l’esistenza di una mafia, si è negato tutto un apparato che esisteva e che non si è andati a guardare, così come si sono negate anche le vittime innocenti, a partire da Cristina Pavesi, studentessa universitaria di 22 anni uccisa durante una rapina. Per molto tempo, non riconoscendo questa organizzazione come mafiosa, non si sono riconosciute neanche le vittime. E’ pertanto importante sottolineare questo aspetto per fare memoria, ma anche per altri due motivi:
1. l’organizzazione si è posta come agente di trasformazione sociale nella sua regione, cambiando le dinamiche, modificando gli assetti e aprendo una stagione di interessi importanti mafiosi verso il nord-est (si sono verificati dei vuoti e quando c’è un vuoto nel mondo del crimine viene immediatamente riempito);
2. nonostante l’organizzazione sia finita da tanti anni, esiste ancora un forte conflitto culturale che emerge proprio dalla percezione del fenomeno. Nei luoghi più significativi della mafia del Brenta emerge una stanchezza di voler sentire sempre il nome del luogo affiancato alla parola mafia (ad esempio Campolongo Maggiore); si cerca un po’ di dimenticare anche se sono state fatte moltissime attività. Nel resto d’Italia c’è una percezione completamente diversa, una narrazione costruita sul carisma di Felice Maniero, su molti luoghi comuni che hanno creato un cono d’ombra sulla vera organizzazione: non si parla di omicidi, non si parla di sequestri, non si parla di traffico di stupefacenti, ma delle grandi evasioni o delle grandi rapine. Ad esempio, l’anno scorso, ad Ercolano, in provincia di Napoli, il volto di Maniero è diventato il logo per un ostello, chiamato Hostello Felice. Fa capire quanto nel resto d’Italia non si abbia idea di quanto stiamo parlando.
Ritengo pertanto fondamentale continuare a parlarne, non tanto concentrandoci sul carisma di Felice Maniero o sui lati folcloristici, ma cercando di capire quali sono state le variabili che hanno potuto far nascere e crescere così velocemente un’organizzazione tale nel Veneto che si credeva innocente. E ci può aiutare a capire come anche altre mafie autoctone si sviluppano e si sono sviluppate in Italia.”

Radici cristiane, ma le foglie?

Un post piuttosto lungo e che affronta temi stimolanti che portano ad approfondite riflessioni. La fonte originale è Le Figaro, ripreso in Italia da Il Foglio. L’ho scovato grazie a una segnalazione di Oasis Center.

“Intellettuale di primo piano, il filosofo Pierre Manent rivendica le radici cristiane delle nazioni europee. Una riflessione che l’autore aveva esposto in Situation de la France (2015). Da parte sua, nel suo nuovo saggio L’Europe est-elle chrétienne? Olivier Roy esamina la questione dei rapporti tra cristianesimo, cultura e identità. La giornalista del Figaro Eugenie Bastié li ha fatti sedere per una discussione.
Bastié: Siete entrambi concordi nel parlare di “radici cristiane” dell’Europa?
Olivier Roy: Sono assolutamente d’accordo nel dire che l’Europa, e in particolare il progetto di costruzione europeo così come l’hanno pensato i padri fondatori, si riferisce a un’eredità cristiana. L’Europa occidentale è lo spazio del cristianesimo latino, della chiesa cattolica della riforma gregoriana dall’XI secolo fino alla frattura della Riforma. Quel che mi trova freddo quando si parla di “radici” è che non si parli di foglie. Si parla del passato, ma non si sa cosa fare di questo passato, che si traduce nel presente sotto il termine “identità”. Ora, io penso che il progetto cristiano non sia mai stato un progetto identitario. Perché tutt’a un tratto nel 2004 ci si riferisce alle “radici cristiane”, che negli anni 1950 andavano da sé? A causa della presenza dell’islam, dall’interno con l’immigrazione lavorativa degli anni 60 e 70 che si è trasformata in presenza permanente di una popolazione musulmana in Europa, e dall’esterno con la candidatura della Turchia a entrare nell’Unione europea. Quel che si voleva era dire che l’Europa non era musulmana. Il problema è che questa è un’identità negativa. Che cosa s’intende per identità cristiana? A quale sistema di valori ci si riferisce? E parlando di “radici” si schiva questo dibattito.
Pierre Manent: Parlare di “radici cristiane” mi va decisamente a genio, ma questo non ci dice alcunché di preciso né sul passato né sull’avvenire della nostra relazione col cristianesimo. “Radici” non dice niente sul contenuto della proposta cristiana né sulla maniera in cui essa ha contribuito a dare all’Europa la propria forma. Questa proposta giunge a toccare ciascuno a una profondità a cui non arriva la polis, anche se la stessa lascia gli associati liberi di organizzarsi politicamente secondo la ragione naturale. Essa suscita un approfondimento interiore, ma anche un approfondimento della cosa pubblica che ha condizionato la formazione dello Stato-nazione europeo.

Olivier Roy, lei fa risalire la grande rottura fra cultura dominante e cultura cristiana agli anni 60. Perché?
O. R. Fino agli anni 50, i valori della società sono dei valori cristiani secolarizzati. Lo si vede nel diritto con la concezione di famiglia. Anche la legalizzazione del divorzio si fa in nome della colpa e non del mutuo consenso. Negli anni 60 si cambia registro antropologico. L’individuo che desidera diventa fondamento del vincolo sociale. Il Maggio ’68 non è stato un fuoco di paglia: vediamo a poco a poco il diritto che vi si adatta e che rompe col sostrato comune della legge naturale, dalla legge Neuwirth al matrimonio omosessuale. La comunità di fede si ritrova fuori dalla cultura dominante. La prima constatazione fu fatta da Paolo VI con l’Humanae  vitae, che scoppia come un fulmine a ciel sereno anche per i cattolici freschi di concilio Vaticano II. Mentre tutti parlavano di liberazione, di giustizia sociale, tutt’a un tratto il Papa pubblica un’enciclica sulla normatività sessuale. Aveva ben compreso che stava lì il falso contatto antropologico con la cultura secolare, che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero qualificato come “pagana”.
P. M. E’ vero che il riferimento a una “legge naturale”, anche presa nel senso più lato, è scomparso. E’ qualcosa di inedito. Va pure detto che la chiesa, essendo in guerra contro il “mondo”, è sempre stata in lotta contro la cultura dominante, un tempo militare e aristocratica, oggi individualistica.
O. R. Certamente la chiesa s’era sempre richiamata a un ordine che non era mondano. Ma il cavaliere dei duelli e l’aristocratico fornicatore domandavano l’estrema unzione e andavano a confessarsi. C’erano due ordini, ma un’unica cultura. Oggi la chiesa dice “la cultura dominante non è più cristiana”. A fronte di ciò, si presentano tre opzioni. O essa cerca di intervenire politicamente per cambiare le norme sui “princìpi non negoziabili” che ha definito Benedetto XVI; o essa sceglie ciò che Rod Dreher ha chiamato l’“opzione Benedetto”, vale a dire la ritirata – si vive ad intra, nella comunità di fede, fuori “dal mondo”; o la terza possibilità è la predicazione – considerare l’Europa come una terra di missione.

Voi pensate che il Vaticano II, aprendo la chiesa al mondo, abbia precipitato la sua secolarizzazione?
P. M. Col concilio, la chiesa prende l’iniziativa di un radicale cambiamento d’attitudine. Senza toccare il proprio fondamento dogmatico, essa dichiara la propria “apertura al mondo”. Col Vaticano II l’istituzione madre dell’occidente dà il segnale del movimento che successivamente avrebbe coinvolto tutte le istituzioni del mondo occidentale, comprese quelle profane che ormai vanno a cercare nel “mondo” le regole della loro azione. E’ questo in particolare il caso dello stato-nazione europeo, che sostituisce alla sua legittimità interiore l’autorità dei “movimenti del mondo” ai quali si tratta di aprirsi e conformarsi. La questione urgente per noi oggi è quella di sapere se le associazioni di cui facciamo parte saranno capaci di produrre di nuovo la regola a partire da loro stesse o se sono condannate all’estinzione.
O. R. Non è soltanto una questione di secolarizzazione, ma anche di deculturazione, dovuta alla mondializzazione che porta con sé una relativizzazione delle culture locali. Quel che constato è la scomparsa del ponte e l’incomprensione tra “quelli che credono al cielo” e quelli che non ci credono. Non condividono più la medesima cultura. L’incultura religiosa dei non credenti è abissale e inedita. Nel mio libro cito il caso di quel parroco in Aubagne che ha dovuto interrompere una cerimonia di matrimonio perché gli invitati si distribuivano delle lattine di birra in chiesa.

Fonte immagine

La strumentalizzazione di un cristianesimo identitario da parte dei partiti populisti vi inquieta?
P. M. Francamente, almeno nel nostro paese, i segni di una siffatta “strumentalizzazione” mi sembrano rari e deboli. Esiste in ogni caso un pericolo simmetrico, quello della dissoluzione del proprium del cristianesimo nei “valori cristiani” o nell’“apertura all’altro”. Il principio del cristianesimo è la presa di coscienza di ciascuno della propria ingiustizia – come avrebbe detto Pascal – ingiustizia dalla quale non si può uscire con le proprie forze. La carità non ha molto a che vedere con la compassione, la quale nasce dalla similitudine umana e nulla ha di specificamente cristiano. I comandamenti cristiani danno forma alla vita del cristiano, certamente, ma non si può dedurre da questi comandamenti una linea di condotta politica.  Il cristianesimo in quanto tale non comanda una politica migratoria aperta piuttosto che restrittiva. Questo dipende da una decisione prudenziale da parte della comunità dei cittadini. Mi incorre l’obbligo di prendermi cura di colui che sono in situazione di aiutare, ma non m’incorre quello di “promuovere una generosa politica migratoria”. Non esiste una “teologia politica” cristiana, né identitaria né multiculturalista. La difficoltà del cristianesimo è precisamente che propone ai cristiani una regola di vita straordinariamente esigente, pur lasciando una considerevole latitudine alla valutazione prudenziale del politico.
O. R. Sono d’accordo nel dire che esiste un’irriducibilità metafisica del cristianesimo, dalla quale non si saprebbe dedurre una politica. Parto dalla “minorizzazione” della comunità di fede. Penso che la parola dei cattolici nello spazio pubblico appaia come essenzialmente normativa oppure “da assedio”: o la predica o la cittadella assediata. Capisco molto bene che i credenti domandino l’autonomia dello spazio della credenza. Io penso che questo spazio religioso sia in pericolo, perché siamo nell’estensione del dominio della secolarizzazione, sotto la forma di una laicità normativa. Ma credo che l’identitarismo sia anch’esso una forma di secolarizzazione del religioso. L’alleanza con i populisti è perdente per i cristiani, perché la locomotiva populista è secolare.

Secondo voi bisogna riformare la legge del 1905? [La legge di separazione tra Stato e Chiese, ndr]
P. M. Cambiare la regola dà l’illusione che si stia agendo. Io penso che sia meglio non toccare la legge del 1905, ma bisogna guardarsi dal credere che quella, da sola, permetterà di gestire la situazione. Essa non risponde all’installazione durevole dei costumi islamici in Francia. La legge ha poca presa sui costumi. La chiesa cattolica poneva un problema di potere, ma i cattolici non avevano costumi visibilmente distinti e separati. Ma che fare in quei quartieri in cui lo spazio pubblico appartiene esclusivamente agli uomini? Molti musulmani sono tranquillamente “integrati”, ma il numero di quelli che vivono separati è sufficientemente considerevole perché formino degli isolati definiti religiosamente, dove la vita sociale segue delle regole che cozzano coi nostri princìpi, in particolare con l’uguaglianza fra i sessi. Il minimo che si possa fare è tener conto di queste cose quando si decide una politica migratoria.
O. R. L’islam è oggi, in Francia, in una posizione post-migratoria. Se anche si arrestasse completamente l’immigrazione, l’islam resterebbe una questione importante. Che cos’è che chiamiamo “costumi islamici”? Il burqa non riguarda che qualche migliaio di donne, tra cui una forte proporzione di convertite che se ne appropriano con l’argomento sessantottino “è mio diritto”. Per costumi islamici s’intende sia una cultura – in generale magrebina – sia un salafismo mondializzato che è una forma patologica di deculturazione. In entrambi i casi sono forme di transizione.  La cultura magrebina sta scomparendo e il salafismo è una forma instabile alla cui perennità io non credo, a meno che non si rifugi in “modalità lubavitch”, vale a dire nell’auto-ghettizzazione volontaria. Il fondo del problema è il rapporto tra cultura e religione.

Si può davvero dire che credenti cristiani e musulmani hanno i medesimi valori? La cosa è tutt’altro che evidente…
O. R. I musulmani non sono multiculturalisti. I multiculturalisti (tipo indigeno della  République) sono tutti secolarizzati. Non sono i musulmani che chiedono di togliere i presepi dai municipi. Essi riconoscono l’esistenza di una cultura dominante, non chiedono la soppressione delle feste religiose. Ci si fissa sui quartieri difficili, ma non si vede l’ascesa della classe media musulmana, che sta per riformulare l’islam.
P. M. Forse cristiani e musulmani condividono una certa mancanza di entusiasmo davanti alle attuali evoluzioni della società. Le loro prospettive sulla famiglia, però, sono assai differenti. Il matrimonio cristiano è la prima istituzione nella storia umana che deriva dal consenso uguale dei due partner. Il sacramento stesso consiste nel consenso libero e uguale dell’uomo e della donna. Il punto decisivo per la nostra vita comune: due movimenti potenti oggi smuovono – e sconvolgono, perfino – la società francese. Da una parte l’islam, dall’altra la rivendicazione sempre più virulenta dei diritti soggettivi. Da un lato tende a imporsi una legge senza molta libertà, e dall’altro una libertà senza uno straccio di legge. I cristiani – in linea di principio – si sanno e si vogliono liberati sotto la legge. Sempre più respinti ai margini, essi sono purtuttavia i custodi di quel punto d’equilibrio che permetterebbe alla vita comune di conservare il proprio baricentro.”

Studiare Maniero per capire l’oggi

Continuo il mio reportage degli Stati Generali di Libera, svoltisi ai primi di febbraio a Trieste. Penso che possano anche essere utili come preparazione alla giornata del 21 marzo, la XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda di tutte le vittime innocenti delle mafie: si terrà a Padova. Oggi riporto l’intervento di Maurizio Dianese, giornalista e autore del libro “Doppio gioco criminale. La vera storia del bandito Felice Maniero”, da pochi mesi nelle librerie. Un intervento di 10 minuti, molto chiaro e diretto, per certi versi scomodo, e che ha anche dato il là a una risposta piccata, di cui darò resoconto in un prossimo post.

“La banda di Felice Maniero va studiata per due motivi: il principale è che c’è stata una sottovalutazione della banda stessa, la più numerosa (oltre quattrocento fedelissimi, in tutto un migliaio di persone), la più ricca e la più feroce. Una sottovalutazione che è durata dal 1986 al 1995; c’è stato un unico magistrato, Francesco Saverio Pavone, che ha perseguito la mala del Brenta ed è spesso stato sbeffeggiato dai suoi colleghi. Ora sta succedendo la stessa identica cosa con la criminalità proveniente dal sud, con il radicamento di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Faccio solo un esempio: la Procura di Venezia ha chiuso un’inchiesta molto importante sul Veneto orientale 7 anni fa, ha passato le carte al Gip, che per motivi suoi, che io non discuto, lavora un giorno alla settimana; l’inchiesta è ferma. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale, molto importante, che si è insediata al punto di far parte integrante della vita dei cittadini. E’ vent’anni che solo i giornali scrivono che qui ci sono infiltrazioni mafiose ed è vent’anni che i magistrati fanno finta di niente, quando addirittura non negano questa evidenza. Il mio amico ed ex procuratore capo, Vittorio Borraccetti, quando è andato in pensione, mi ha detto “Avevi ragione tu” in merito a quando ci siamo scontrati pubblicamente sul Veneto orientale e io dicevo “ minimo dagli anni ‘80 c’è presenza di camorra”. Siamo nel 2000 e passa e ancora pensate che questo non lavorino? Faccio un esempio: Eraclea Mare è stata costruita completamente dai Casalesi di Eraclea. Vuol dire che tutte le imprese che hanno lavorato alla costruzione delle seconde case a Eraclea Mare sono dei casalesi. Sempre a Eraclea hanno addirittura una ditta che, in qualche modo, centralizza gli acquisti…
Tornando a Felice Maniero: lui ha inventato tutto quello che c’era da inventare per la criminalità organizzata. Per esempio, ha inventato il meccanismo del franchising: non andava a fare rapine ogni giorno, aveva 400 uomini che facevano rapine, divisi in batterie di 4-5 persone e lui era la centrale operativa. Tutti dovevano avvertirlo e lui smistava. Ha inventato la centrale operativa delle rapine. Ha inventato anche il monopolio dello spaccio della droga: nel Veneto non era mai successo. Si è dimostrato geniale anche quando ha aperto la strada verso il Friuli e la ex-Yugoslavia: importava ed esportava armi e droga. A Portogruaro c’erano due personaggi del clan Ricciardi perché terra di frontiera; nel 1989, al crollo del muro di Berlino, hanno scoperto che in Russia c’era grande richiesta di beni di lusso e quindi loro vi portavano Ferrari, capi firmati attraverso la frontiera… Ma lo potevano fare grazie alla strada aperta da Felice Maniero.
La storia di Felice Maniero va studiata nei dettagli, altrimenti non si capisce quello che sta succedendo adesso. Semplificando e sbagliando, noi diciamo che senza Felice Maniero la mafia avrebbe avuto qualche difficoltà a insediarsi in questo modo, mentre lui ha aperto l’autostrada… Invece, c’è stato uno scambio quasi alla pari: lui ha imparato un sacco di cose dalla mafia siciliana, ma le ha messe a frutto del Veneto.
Studiare quello che è successo dall’80 al ‘95 è importante per poi aprire la strada allo studio di quel che succede adesso; la banda è stata smantellata grazie alle rivelazioni di Felice Maniero (a parte il fatto nel ‘94 Pavone e il sottoscritto avevamo scritto tutto: lui non fa altro che confermare nei verbali quello che era già stato scritto). Dal ‘95 in poi c’è un vuoto che viene riempito in vari modi (bande dei nigeriani, degli albanesi) e in alcuni casi troviamo una commistione tra vecchia mala del Brenta e nuova criminalità organizzata proveniente dal sud, nel Veneto orientale in particolare. Il plenipotenziario di Maniero, Silvano Maritan, aveva un contatto con la camorra e andava a Napoli a comprare la cocaina. Quindi Maniero fa sì che il Veneto diventi uno dei punti principali di reinvestimento dei proventi della malavita organizzata proveniente dal sud. Dal lago di Garda fino a Chioggia, passando per Jesolo fino a Caorle e passando poi in Friuli Venezia Giulia, noi abbiamo insediamenti camorristi e della ‘ndrangheta praticamente ovunque.
Io avrei bisogno di una mano da Libera perché da un anno sto cercando di mettere in piedi nella ex villa di Felice Maniero un Centro Studi e Documentazione sulla malavita organizzata del passato e su quella del futuro ed è un anno che aspetto un sì o un no dal sindaco di Campolongo Maggiore. Il fatto che non si studino queste cose determina dei guasti incredibili. Faccio un ultimo esempio: il turismo organizzato a Venezia, quello che arriva in pullman e che arriva al Tronchetto, è dal 1980 nelle mani della malavita organizzata che fa riferimento a Felice Maniero. E lo è dal 1980 a stamattina: sono lì, ogni giorno, sono lì che lavorano, del tutto indisturbati. Nessuno è mai andato a tentare di rompere il meccanismo. C’è stata una bella inchiesta di 7-8 anni fa di Stefano Cellotto, conclusasi con condanne e sequestri. In appello la condanna si è polverizzata perché la magistratura non solo sottovaluta, ma non riesce a capire quello che sta succedendo da noi.”

Per chi volesse approfondire la vicenda del Tronchetto suggerisco questo articolo di Stefano Ciancio, con un’intervista proprio a Maurizio Dianese.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: