Gemma n° 3008

“Oggi come gemma ho voluto portare un gruppo K-pop, ovvero gli Stray Kids.
Ho scelto di portare loro perché, anche se può sembrare strano, mi stanno aiutando indirettamente, tramite le loro canzoni e anche il solo fatto di riuscire a vedere una loro live mi cambia la giornata, mi basta ascoltarli per potermi sentire meglio.
Ho conosciuto questo gruppo circa 2 anni fa e da allora non ho mai smesso di ascoltarli, poi ho conosciuto anche altri gruppi, ma loro saranno sempre al 1° posto.
Molto spesso, purtroppo, si pensa che le persone che seguono gli idol ne siano attratte solo esteticamente, beh per me è diverso; io li seguo perché nonostante tutte le critiche e gli scandali che hanno subito sono sempre andati avanti insieme e anche per il loro cuore d’oro, infatti hanno dimostrato più volte il loro amore verso noi stay e il loro volere nel cercare di proteggerci.
Può sembrare molto strano ma la maggior parte delle mie amicizie sono dovute al fatto che ascoltassimo gli stessi artisti.
Sono molto contenta di averli conosciuti e sono anche molto grata per l’aiuto immenso che danno ogni giorno a migliaia di Stay anche solo con un saluto, una live ogni tanto, un concerto, andare a un met gala o anche solo salutare gli stay durante i concerti 🙂 💙”

Dietro la maschera

C’è una parola italiana che usiamo ogni giorno senza pensarci: Persona. Viene dal latino, che la prese dal greco prosopon: la maschera dell’attore teatrale.
Etimologicamente, dunque, ogni volta che diciamo “persona” stiamo dicendo “maschera”. Non è una curiosità da dizionario: è una domanda aperta su chi siamo, nascosta dentro una parola che pronunciamo mille volte al giorno senza accorgercene.
Il quinto personaggio presentato da Jovanotti nella canzone Buon Sangue è una donna di Bretagna che faceva l’attrice. O meglio: che faceva l’attore, perché solo i maschi potevano salire sul palco. Così si travestiva da uomo, e da lì dentro interpretava tutto — il cardinale, la puttana, il mendicante, la musa. Maschere sopra una maschera. Un corpo già negato dalla norma sociale che diventava il luogo di una libertà clandestina e straordinaria.
E da lei, Jovanotti dice di aver imparato che l’identità ha una maschera, e che la maschera dà libertà.
È un paradosso, e il video qui sopra vi entra lentamente. Prima o dopo averlo visto ecco alcune domande che il testo mi ha lasciato in mano.
Indossate maschere diverse a seconda dei contesti? Con i genitori, con gli amici, con i professori, sui social — siete la stessa persona? Se no, quale di questi “voi” è quello vero? O sono tutti ugualmente autentici, e la domanda stessa è mal posta?
Vi è mai capitato di sentirvi più liberi recitando una parte? In uno spettacolo scolastico, in un gioco di ruolo, in un profilo anonimo online — c’è stato un momento in cui la finzione vi ha permesso di dire una verità che da “voi stessi” non riuscivate a dire? Come funziona questo meccanismo?
Esiste un volto definitivo sotto tutte le maschere, oppure siamo fatti solo di strati? La visione tradizionale dice che c’è un nucleo stabile da scoprire, togliendo via le sovrastrutture. Quella contemporanea dice che l’identità non si scopre ma si costruisce, ogni giorno, attraverso le scelte e i ruoli che si assumono. Dove vi collocate? E soprattutto — la risposta cambia a seconda del giorno?Camminare di fianco a se stessi: liberazione o alienazione? Jovanotti usa questa immagine con leggerezza, ma è un’immagine inquieta. Jekyll e Hyde, Dorian Gray, il sosia di Dostoevskij: la letteratura è piena di personaggi che si separano da se stessi e non riescono più a tornare. Cosa fa la differenza tra l’esplorazione e la perdita?
Siete cambiati, negli ultimi anni? Siete diventati più voi stessi o qualcuno di diverso? E cosa rimane stabile, attraverso tutto il cambiamento? C’è qualcosa che non si è mai spostato, anche quando tutto il resto si muoveva?
L’attrice bretone interpreta il cardinale e la puttana con la stessa intensità. Non giudica dall’esterno: li abita dall’interno, ne sente il peso e le ragioni. È forse la risposta più antica al problema di Babele — non imparare le parole dell’altro, ma imparare a essere l’altro, almeno per il tempo di una rappresentazione.
Jovanotti non dice che bisogna trovare in fretta un’identità stabile e smettere di cambiare. Dice che cambiare è un’arte. Che la maschera può essere uno strumento, non una prigione. Con una sola avvertenza implicita, nascosta nell’ultimo verso: anche mentre si cammina di fianco, bisogna sapere di chi si è il fianco.

Gemma n° 2995

“Come gemma ho deciso di portare Kurt Cobain. Era il cantante dei Nirvana, uno dei miei gruppi preferiti. Era un ragazzo normale, molto intelligente ma che aveva anche dei problemi. La prima volta che l’ho ascoltato cantare, ho pensato che non lo facesse solo per farsi dire che era bravo, ma che lo facesse perché ne aveva bisogno e amava farlo. Non voleva solo che la sua voce fosse intonata, voleva che fosse vera.
Ciò che mi colpisce di Kurt, è che non era come una divinità irraggiungibile, era una persona come un’altra. Diceva che amava essere diverso e distinguersi dagli altri, ma nel profondo era insicuro, proprio quanto lo siamo tutti noi.
Kurt si definiva femminista e supportava qualsiasi minoranza, e non per farsi amare, ma perché era una persona molto empatica. Nei testi delle sue canzoni, raccontava spesso di persone “ai margini della società”, perché in fondo anche lui si riteneva ai margini.
Kurt non ci insegna ad essere perfetti, ma a restare umani sia con le cose buone che quelle cattive che abbiamo dentro di noi. Quindi, ho scelto lui come gemma perché Kurt Cobain non è solo un poster sul muro, ma è anche un pensiero che mi dice “Va bene non essere ok” e penso che questa sia una cosa che tutti dovremmo sentirci dire”.
(A. classe prima).

Gemma n° 2990

“Ho deciso di portare come gemma la canzone Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari dato che è la mia band italiana preferita e questa canzone l’ho riascoltata dopo un periodo difficile in cui le canzoni del cantante mi hanno sempre accompagnato. Questa canzone mi ha fatto capire che la musica custodisce un po’ la storia di ognuno e anche se si possano evocare non sempre ricordi piacevoli, la musica può sempre essere un conforto” (G. classe quinta).

Gemma n° 2985

“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto.
Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi.
Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte.
Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti.
Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”.
(E. classe quinta).

Gemma n° 2984

“Quest’anno scegliere la gemma è stato molto complicato, non riuscivo a trovare nulla che valesse la pena di essere portato come gemma. Alla fine ho deciso di dedicarla al concerto dei Guns N’ Roses che ho visto l’anno scorso a Firenze. Le canzoni dei Guns sono state la colonna sonora di gran parte della mia vita, perché mio padre me li ha fatti conoscere quando ero molto piccola. La loro musica è sempre con me, qualsiasi sia il mio stato d’animo. Una canzone in particolare è molto importante per me, ed è November Rain.
Ci sono certe canzoni che sembrano parlare per te, i cui testi dicono esattamente ciò che vorresti dire tu; ricordo che quando ero bambina e i miei genitori si arrabbiavano con me, io per tranquillizzarmi pensavo “stai tranquilla, non durerà per sempre”. Quando ho letto per la prima volta il testo di November Rain, ho scoperto che a una certa il testo dice “nothing lasts forever, even cold November Rain”. La prima cosa che ho pensato è stata “ma tu guarda, dice proprio quello che mi dico io”. Da quel momento November Rain è diventato il mio safe place musicale, ho cominciato a lasciarmi curare dalle sue note e a farmi distrarre dal suo assolo e non ho mai smesso. Il mio sogno più grande era, un giorno, di poterla ascoltare dal vivo e sono estremamente felice che questo sogno si sia realizzato. Ogni momento è impresso nella mia memoria secondo per secondo: le luci blu che sostituiscono quelle rosse, lo zoom sulle mani di Axl Rose che suonano l’intro della canzone al pianoforte, le parole “nothing lasts forever, even cold November Rain” che mi accompagnano dall’infanzia cantate proprio sotto i miei occhi proprio da Axl Rose. Io non credo di essermi mai sentita così a casa come quella sera, è stata un’emozione unica e indimenticabile. Credo che questo sia stato il mio primo e ultimo concerto dei Guns n Roses, loro stanno invecchiando e io, essendo ancora troppo giovane, non posso sperare di avere qualcuno che mi accompagni di nuovo a un loro concerto, però sono comunque molto grata di averli potuti vedere dal vivo almeno una volta. Quando loro non ci saranno più, ripenserò a questo concerto e sarò felice di aver avuto questa opportunità. Niente dura per sempre, neanche i Guns n Roses, ma almeno avrò per tutta la vita il ricordo di questo concerto” (M. classe terza).

Gemma n° 2982

“Ho scelto la canzone A modo tuo di Elisa per la mia gemma  perché per me rappresenta un legame molto importante: quello con mia nonna. Questa canzone parla dell’amore di chi ti cresce e ti accompagna nella vita, lasciandoti libero di essere te stesso, “a modo tuo”. Ed è proprio questo che rappresentava per me mia nonna. Mia nonna è venuta a mancare il 13 gennaio di quest’anno, e questa era una delle sue canzoni preferite. Io sono cresciuta con lei dal giorno della mia nascita fino ai miei  18 anni, e per me non era solo una nonna, ma una presenza fondamentale nella mia vita. Ogni volta che ascolto questa canzone penso a lei, a tutto l’amore che mi ha dato, ai momenti passati insieme e a tutto quello che mi ha insegnato. Adesso mi ritrovo ad affrontare la vita senza di lei, ed è difficile. Però questa canzone mi aiuta, perché mi ricorda che anche se lei non c’è più fisicamente, tutto quello che mi ha lasciato dentro continua a vivere in me. A modo tuo per me è importante perché mi fa sentire ancora vicina a lei. È come se, ogni volta che la ascolto, mi accompagnasse ancora e mi dicesse di andare avanti, vivendo la mia vita proprio a modo mio. Per questo ho scelto questa canzone: perché rappresenta un amore che non finisce mai” (A. classe quinta).

Il cuoco di Ulisse

La canzone Buon sangue di Jovanotti comincia con una frase apparentemente assurda: “Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse.”
Non Ulisse. Non Circe. Nemmeno uno dei marinai che legarono il capitano all’albero maestro per resistere alle Sirene. Il cuoco. Quello che preparava pranzi e cene, invisibile com’è invisibile chi nutre gli eroi senza diventarlo mai.
Eppure è proprio lui — addormentatosi di guardia, senza cera nelle orecchie, per puro caso — ad ascoltare quel canto misterioso. E a dimenticarlo. E a portarselo dentro per sempre senza saperlo.

Nel video qui sopra ho cercato di attraversare insieme il paradosso meraviglioso che Jovanotti costruisce: un antieroe che entra nell’epica dalla porta di servizio e ci insegna qualcosa che Ulisse, con tutto il suo ingegno, non avrebbe potuto insegnarci.
Il testo mi ha lasciato in mano una serie di domande scomode. Del tipo che non si chiudono facilmente. Del tipo che tornano.

Siamo troppo bravi a mettere la cera nelle orecchie? Filtri, notifiche disattivate, bolle algoritmiche: ci proteggiamo dall’ignoto con una precisione che i marinai di Omero si sognerebbero. Ma cosa stiamo perdendo, mentre siamo così occupati a non disturbarci?
Chi è il cuoco nella nostra storia? A scuola, in famiglia, nella squadra in cui giochiamo o lavoriamo — c’è sempre qualcuno che non finisce nelle foto di gruppo ma senza cui tutto si fermerebbe. Lo riconosciamo? L’abbiamo mai ringraziato?
Vivere come in un sogno: liberazione o fuga? Jovanotti dice di aver imparato dal cuoco a trattare la realtà come un sogno. È un invito alla leggerezza o un rischio di perdere il contatto con ciò che fa male e che va cambiato?
Abbiamo un ricordo dimenticato che ci ha cambiato? Un concerto, un viaggio, un incontro: magari non ne ricordiamo quasi nulla, eppure sentiamo che dopo non eravamo più le stesse persone. Com’è possibile essere stati trasformati da qualcosa che non sappiamo nemmeno di ricordare?
Perché “parente”? Jovanotti poteva dire “ho sentito la storia”, “mi hanno raccontato”. Invece dice parente. Scegliere come antenato qualcuno che non ha fatto grandi imprese, ma ha semplicemente saputo restare aperto all’assoluto — non è forse il gesto più radicale del pezzo?

Queste sono le domande che il video prova ad aprire, senza la pretesa di chiuderle. Perché certe cose, come il canto delle Sirene, non si spiegano: si ascoltano, si dimenticano, e restano.

Chi sei tu?

“Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder: Chi sei tu?”. Iniziava così un post di 13 anni fa su questo blog (il prossimo anno oradireli festeggerà i 20 anni di esistenza…)!
Il mondo di Sofia è uno di quei libri che certi lettori portano con sé per anni, non sugli scaffali ma addosso, letteralmente. E quella domanda, semplice e impossibile insieme, è il punto da cui parte il nuovo ciclo di video di cui trovate il primo qui sopra e che rimette abbondantemente mano a quei pezzi di parecchi anni fa. Il testo è molto rimaneggiato e ampliato.

Gaarder pone quella domanda a una ragazzina davanti a uno specchio. Sofia Amundsen fissa il proprio riflesso, dice “tu sei me”, capovolge la frase — “io sono te” — e non riceve risposta. Si rende conto di non aver scelto nulla di essenziale: non il nome, non il naso troppo piccolo, non i capelli neri che pendono diritti come spaghetti e su cui la lacca non attacca. Non ha scelto nemmeno di essere umana. Eppure è lei. Inequivocabilmente, irriducibilmente lei.
È uno dei momenti più onesti che la letteratura abbia dedicato alla domanda sull’identità: niente risposte solenni, solo una bambina sconcertata che alla fine decide di andare in giardino.

Quel brano ho deciso di collegarlo a una canzone che sembrava aspettare esattamente quella domanda per avere senso. Si tratta di Buon Sangue di Jovanotti, dall’album omonimo del 2005.
Il concetto di fondo, a prima vista, è quasi disarmante nella sua semplicità: siamo tutti poco originali. Abbiamo preso un po’ da tutti — dai parenti vicini, da quelli lontani, da quelli così lontani nel tempo di cui non sappiamo nemmeno i nomi. Siamo un impasto di voci, di facce, di gesti ereditati. Un archivio ambulante di chi ci ha preceduto.
Eppure — ed è qui che la canzone si complica nel senso migliore — c’è qualcosa che non si ripete. “Niente accade due volte”, canta Jovanotti verso la fine. Quella combinazione specifica di eredità, quel particolare incrocio di storie, non è mai esistita prima e non esisterà mai più.

Visto da questa angolazione, Buon Sangue suona come una lunga risposta alla domanda che Sofia non riesce a chiudere davanti allo specchio. Chi sei tu? Sei il risultato di tutto ciò che ti ha preceduto — e insieme qualcosa che accade una volta sola.

Nelle prossime puntate il testo verrà affrontato per piccoli pezzi, con calma, come merita. Ogni frammento nasconde più di quanto sembri a una prima lettura.

Gemma n° 2980

“Io volevo portare il mio artista preferito, Eminem, perché è come una roccia per me e con la sua musica mi ha aiutata nei miei momenti più bui. Quando ascolto le sue canzoni mi sento bene, a mio agio. Per me Eminem non è solo un rapper, per me è come un padre, un migliore amico e un fratello. Mi ha salvato da molte situazioni sgradevoli e mi tira sempre su il morale” (S. classe prima).

Gemma n° 2976

“Ho portato la canzone Amelie perché mi sento rappresentato da lei, sia dal significato che dalle parole dell’artista, che è uno dei miei preferiti, e ho deciso di riportare qui un’intervista di Kid Yugi (il cantante), dove spiega il significato della sua canzone e la storia che c’è dietro Il significato.
Chi è Amelie? “Amelie nasce da questo flirt che ho avuto con questa ragazza e dal fatto che, questa ragazza se n’è dovuta andare la mattina dopo che noi ci siamo aperti. Questa ragazza è dovuta partire, tornare a Parigi e io la pensavo spesso, l’ho pensata spesso nelle ore successive, nei giorni successivi.  Chissà quante storie bellissime esistono così, nella vita di tutti, cioè quante volte ognuno di noi conosce una persona che finisce poi per idealizzare per tutta la vita o almeno per un lungo periodo”. Kid Yugi prosegue poi spiegando perché la fine immediata di un rapporto possa essere un “dono” per l’immaginazione, proteggendo il ricordo dalla realtà: “Grazie a Dio esistono queste storie, perché non vengono sporcate, contaminate dalla realtà, che alla fine è quello che rende tutto umano e che rende tutto insipido. Magari ti innamori di una ragazza, che per un motivo o per un altro, non vedi mai più perché si trasferisce in un altro paese e tu, continui a pensare a questa ragazza perché non te ne sei fatto in poco tempo un’idea precisa, ne hai appena abbozzato i contorni nella tua mente e quindi sei tu a riempirla, con te stesso, con i tuoi sogni, con le tue inclinazioni, con i tuoi desideri”.
(C. classe quarta).

Gemma n° 2969

“Quest’anno ho riflettuto a lungo su quale gemma portare: ero molto indecisa, ma alla fine ho scelto una canzone… anzi, LA canzone. Come mai degli 883 è diventata la colonna sonora dell’amicizia tra me e A., la mia amica più stretta. Sinceramente non so quando, come e neanche perché abbia assunto un significato così importante per noi, ma ogni volta che la ascoltiamo pensiamo subito l’una all’altra. Nei momenti difficili, mi capita di ritrovarla tra le canzoni senza nemmeno cercarla, come se volesse ricordarmi che ho sempre qualcuno pronto ad ascoltarmi: e quella persona è A.
La nostra amicizia è nata esattamente tre anni fa, a marzo, durante la gita di terza media. Devo ammettere che all’inizio non mi convinceva: eravamo completamente diverse. Lei molto tranquilla, io decisamente più casinista. Con il tempo, però, abbiamo iniziato a conoscerci meglio e ci siamo accorte di avere molte più cose in comune di quanto immaginassimo.
Siamo cresciute insieme, abbiamo condiviso momenti bellissimi e ci siamo sempre sostenute a vicenda. A. è l’unica persona con cui riesco a essere me stessa al cento per cento; l’unica con cui posso piangere senza sentirmi in difetto o un peso. È la prima a sapere cosa mi passa per la testa. Ogni volta che perdo la calma o sto per fare qualcosa di impulsivo, lei riesce a farmi fermare e riflettere.
Non siamo il tipo di amiche che si abbracciano continuamente: credo che l’ultima volta sia stata un anno fa, al suo compleanno. Ma questo non significa che non le voglia un bene immenso. Certo, a volte mi verrebbe anche da prenderla per i capelli… ma penso che sia normale in ogni amicizia autentica.
Sarò sempre infinitamente grata per il legame che abbiamo costruito e per tutto quello che abbiamo vissuto insieme. So che, qualunque cosa succeda, ci sarà sempre una canzone pronta a ricordarci chi siamo l’una per l’altra, perché in fondo le canzoni custodiscono sempre i ricordi e i momenti più belli”.
(G. classe terza).

Gemma n° 2954

“Ci sono alcune canzoni che non restano solo canzoni. A volte diventano ricordi, persone, oppure momenti della nostra vita. Per me è così con Diversi di Shiva. È una canzone che avevo smesso di sentire e solo negli ultimi mesi ho ripreso ad ascoltare ma ogni volta mi fa pensare a qualcosa di diverso. Parla del sentirsi diversi dagli altri, del crescere con certe mancanze e del cercare di capire chi si è davvero. C’è una frase che mi ha colpito più di tutte: “Ogni figlio a cui manca il padre lo odia, ma poi è tale e quale.” È una frase impattante , perché fa capire quanto alcune assenze possano segnare una persona anche senza che si dica troppo. Ci sono cose che restano dentro e che in qualche modo ti cambiano, anche se da fuori magari non si vedono. Questa canzone però per me non parla solo di questo. Mi fa pensare anche a una persona molto importante per me, il mio migliore amico. Ci sono persone che diventano un punto fermo nella tua vita, quelle che riescono a capirti anche quando non spieghi tutto. E poi è una canzone che mi riporta a un periodo della mia vita, a momenti e ricordi che mi sono rimasti dentro. Per questo ogni volta che la sento non è solo musica: è qualcosa che mi fa pensare a chi sono e a quello che ho vissuto. Per questo per me questa frase è importante: perché mi ricorda che anche quando ci sentiamo diversi o un po’ persi, ci sono sempre persone e momenti che ci aiutano ad andare avanti” (N. classe terza).

Gemma n° 2951

“La canzone Afraid of the dark è stata scritta dalla band americana Motionless In White ed è stata pubblicata il 28 gennaio 2026. Il tema centrale di questa canzone è la paura del buio. In questo caso il buio è la metafora delle paure interiori, dell’ansia e delle difficoltà (anche emotive) che una persona affronta. Questo buio non è solo fisico, ma rappresenta anche traumi, insicurezze, depressione e pensieri negativi che possono perseguitare una persona quando si sente sola. Questo brano punta su come sia possibile affrontare i propri demoni interiori con la luce dei propri sogni e delle proprie speranze e che soprattutto non si è soli e che l’oscurità dentro di sé può essere affrontata assieme alle persone che ti stanno vicino e che ti vogliono bene. Inoltre il brano dice come siano normali le cicatrici subite in questa battaglia perché rappresentano lezioni imparate che ci migliorano come persone” (F. classe quinta).

Gemma n° 2950

“Fin da piccola ho coltivato la passione per cantare: mi sentivo sempre rilassata e in pace, quand’ero arrabiata, triste, felice io cantavo, ovunque. La prima volta che mia mamma mi ha sentita era molto contenta per questo mio “talento”. A scuola avevano fatto un concorso in cui tutte le classi dovevano sciegliere una ragazza; il bello è che io non sapevo che avevano messo me per partecipare. Nel momento in cui hanno detto la vincitrice del concorso mi è venuta l’ansia: avevano detto il mio nome, non avevo mai cantato davanti a tanta gente. Dopo essermi rifiutata molte volte, sono stata costretta ad andare sul palco: non mi uscivano le parole ma ho pensato che niente potesse andare così male e ho cominciato a cantare, prima con molta vergogna, poi ho cominciato a sciogliermi e ad avere piu fiducia in me” (C. classe prima).

Gemma n° 2932

“Quest’anno, come gemma, ho deciso di portare qualcosa che per me non è solo un oggetto o un’esperienza, ma un ricordo diventato simbolo di crescita, amicizia e promesse mantenute. Il 22 agosto 2025 ho assistito al concerto degli Psicologi all’Arena Alpe Adria, a Lignano Sabbiadoro, insieme a una delle mie più care amiche. Ma questa storia inizia molto prima. Tutto risale all’estate della seconda media, quando eravamo ancora due ragazzine entusiaste, fan accanite che sognavano di vedere dal vivo il loro gruppo preferito. Per noi gli Psicologi non erano solo musica: erano parole in cui ci riconoscevamo, emozioni che finalmente qualcuno riusciva a dire ad alta voce. Quando si presentò l’occasione di andare a un loro concerto, ci sembrava un sogno che stava per realizzarsi. Purtroppo, per una serie di inconvenienti, non riuscimmo a prendere i biglietti. Ricordo ancora la delusione, quella sensazione di occasione persa che a quell’età sembra enorme. Ma proprio in quel momento facemmo una promessa: se fossero tornati vicino a casa nostra, non importa quanti anni sarebbero passati, noi ci saremmo andate. Lo avremmo fatto per mantenere la parola data e per rendere felici le “noi” bambine che ci avevano creduto così tanto. Quel momento arrivò a gennaio 2025, quando il duo annunciò le date del nuovo tour. Appena vedemmo che ci sarebbe stata una data vicina, non esitammo un secondo: questa volta non ce lo saremmo lasciato scappare. E così, a luglio, eravamo lì. Non più le ragazzine della seconda media, ma nemmeno così diverse da allora. Cantavamo le stesse canzoni, con qualche esperienza in più sulle spalle e forse una consapevolezza diversa. In mezzo alla folla, tra le luci e la musica, ho capito che non stavamo solo assistendo a un concerto: stavamo mantenendo una promessa, celebrando un’amicizia che è cresciuta insieme a noi. Questa è la mia gemma: il ricordo di un sogno rimandato ma non dimenticato, la prova che alcune promesse meritano di essere custodite nel tempo, e la certezza che, a volte, rendere felici le versioni più piccole di noi è il regalo più grande che possiamo farci”.
(G. classe quarta).

Gemma n° 2923

Immagine creata con Gemini®

“Per la mia prima gemma ho deciso di portare la musica, perché la musica riesce a dire quello che a parole spesso non si sa come spiegare. È un modo di comunicare che arriva a tutti, anche quando non si trovano le parole giuste. Tramite lei si possono anche fare amicizie e, cosa molto importante, si impara a migliorare, capendo che non si deve essere perfetti quando ci si esibisce.
Non importa quanti errori fai, l’importante è vivere quel momento. Una sensazione bellissima è quando sali sul palco e cominci a suonare: è un’emozione che non scomparirà mai. Non importa quante volte lo fai, non ti ci abitui mai. E secondo me è proprio questo il bello: se diventasse un’abitudine, perderebbe tutto il suo significato. La cosa bella della musica è che una performance o un concerto non saranno mai uguali a un altro: dipende sempre da chi si esibisce, dalla circostanza, dall’emozione e anche un po’ dalla fortuna. Questo mostra la bellezza della diversità, una cosa che purtroppo non tutti riescono ancora ad apprezzare. Spesso, infatti, chi è ‘diverso’ viene giudicato, mentre la musica ci insegna che è proprio quella differenza a rendere unico e prezioso ogni essere umano” (S. classe prima).

Gemma n° 2919

“È da quando son piccola che io sono l’amica pianista.
Quella che alle feste doveva sempre “suonare qualcosa”.
Quella che iniziava a suonare e sentiva gli sguardi addosso.
Quella che suonava anche quando avrebbe preferito restare tra il pubblico.
Quella che, in fondo, non sapeva mai se stava suonando per sé o per gli altri.
Un giorno mi chiesi: “ma chi sono io senza il pianoforte?”. Non avevo una risposta a quella domanda. Suonare uno strumento è sempre il primo pensiero che mi viene in mente quando qualcuno mi chiede “cosa ti piace fare”, come nei testi in tedesco che cominciano con “Mein Hobby ist…”. Crescendo, il pianoforte ha sempre avuto un qualche impatto su di me.
La frustrazione durante lo studio di un nuovo brano, la soddisfazione dopo averlo imparato. L’ansia prima di una lezione dopo non aver studiato abbastanza, il sollievo dopo essere riuscita a cavarmela lo stesso. Tutte queste emozioni, negative e positive, mi hanno avvicinato a questo strumento, rendendolo parte di me. L’ho amato, odiato, ignorato, e ritrovato. Ma alla fine il pianoforte è stato la mia voce quando le parole mancavano, il mio rifugio quando il mondo era troppo rumoroso.
Grazie alla musica ho incontrato delle splendide persone ognuna con le sue passioni. Ho incontrato amici, amori, dolori. Flautisti, pianisti, violinisti. E allora penso che forse la domanda “chi sono senza il pianoforte” non ha bisogno di una risposta chiara. Forse la risposta è che sono sempre stata io, anche nei momenti in cui non suonavo, perché ogni nota che ho suonato ha lasciato un’impronta dentro di me, e quella impronta sono io. Quando sono riuscita a capire che il pianoforte non è solo uno strumento che fa musica, ma una passione, un altro linguaggio, un altro mondo, non mi sono più interessata a cosa pensano gli altri. Perchè suonare non è più solo esibirsi davanti a un pubblico, ma riconoscere che dentro ogni pausa, ogni accordo, ogni melodia c’è un pezzo di me che finalmente si sente libera”.
(V. classe terza).

Gemma n° 2901

“Ho portato come mia ultima gemma una canzone, proprio come avevo fatto durante il mio primo anno qua al Percoto.
In prima ho portato una canzone di Lucio Dalla del ‘71; quest’anno ho deciso di portare qualcosa di più recente, presentando una canzone dei The Strokes.
L’album in cui è racchiusa la canzone mi ha accompagnato durante questi lunghi 5 anni, fungendo quasi da colonna sonora per i miei anni di adolescenza. Ode To The Mets parla della costante delusione da parte di qualcosa o qualcuno che si ama, e la contraddizione nel continuare ad amarlo profondamente. L’autore la scrisse dopo che i New York Mets, la sua squadra del cuore, perse una partita. Trovo questo significato veramente profondo, tuttavia io non riesco ad interpretarla così.
Questa canzone è speciale perché ormai la associo ad una persona fondamentale nella mia vita: alcuni dei ricordi migliori che ho sono proprio con questa persona, mentre urliamo questa canzone in macchina. Ormai mi sento legata emotivamente a questi 6 minuti di musica; amo il fatto di poter associare una canzone ad una persona: trovo che si possa creare un legame al di sopra dell’amore, molto più intimo e personale” (E. classe quinta).