“Come gemma di quest’ultimo anno ho deciso di portare una canzone: Denia di Manu Chao.
È stata la colonna sonora della mia estate. Mi ha accompagnata ovunque: nei pomeriggi al Tagliamento con il sole addosso, nelle belle pre-serate prima di andare a una festa, e anche nelle cose più semplici come andare a fare la spesa, solo io e le mie cuffiette dove suonava sempre lei. La amo perché non è solo una canzone allegra, ha un significato fortissimo per me. Denia vuol dire “la vita”, e parla della povera Algeria. Dice che la vita abita nei tuoi occhi, ma abita anche nella bugia, nella notte, e sta tutta lì la verità di questa canzone. Per me è un inno di libertà. Sentirla dal vivo quest’anno è stata una delle esperienze più belle della mia vita, mi ha davvero riempito il cuore. In quel momento ho capito perché non mi stancherò mai di ascoltarla.
Se penso a quest’ultimo anno, se chiudo gli occhi, di sottofondo c’è lei”.
(V. classe quinta).
Gemma n° 3031

“La mia gemma è Lana Del Rey. Nasce nel 21 giugno del 1985 a New York. Il suo nome vero è Elizabeth Woolridge Grant. Ha iniziato a cantare a soli 18 anni. Nel 2012 pubblica l’album: “Born to die”, contenente le sue canzoni più famose, nel 2013 compone “Young and beautiful” e in seguito compone anche diversi album e canzoni tra cui “Ultraviolence”. Lo stile è dream pop, sadcore. I suoi temi fissi sono romantici e nostalgici, dal tocco di una leggera tristezza e malinconia. Le canzoni che preferisco sono “Brooklyn baby”, “Young and beautiful”, “Summertime sadness”. A Lana Del Rey mi lega anche la persona che me l’ha fatta conoscere” (B. classe seconda).
Gemma n° 3019

“Oggi come gemma vorrei portare degli oggetti a me molto cari ovvero i miei 22 vinili.
È una passione che è cominciata non molto tempo fa, circa due anni; il primo che trovai fu quello di Ariana Grande, il suo ultimo album a quel tempo. Quando lo portai a casa però mi resi conto di non avere il giradischi, però poi mi fu regalato al mio compleanno. Qualche giorno dopo le voci nella mia testa mi dissero che dovevo per forza avere TUTTI i suoi vinili, quindi con il tempo e con i vari compleanni, Natali ecc in poco tempo avevo nelle mie mani tutti i suoi vinili.
Dopo un po’ avevo scoperto tutti i siti che vendono vinili e quindi per colpa(o merito) di questi con il tempo la mia collezione è cresciuta molto.
Ne ho di vari tipi di diversi cantanti, alcuni che hanno addirittura 4 dischi all’interno che pesano quasi 1kg (e quindi i più costosi che ho).
Alcuni sono anche un ricordo speciale, come per esempio quello di Annalisa che ho comprato al suo concerto l’anno scorso ed è pure firmato da lei, altri li ho comprati direttamente dagli Stati Uniti perché in Italia ci sono poche cose esclusive purtroppo e quest’anno ho anche comprato il mio primo vinile da 45 giri (7”), quello piccolino in fondo alla foto.
Se non avessi frugato quel giorno e trovato quell’esatto vinile probabilmente avrei un po’ più soldi sul conto e non parlerei solo di questo con i miei amici🙃 però alla fine sono molto contento e soddisfatto della mia collezione.”
(A. classe seconda).
Gemma n° 3018

“Per la presentazione di quest’anno ho deciso di parlare del mio cantante preferito in assoluto, ovvero Ultimo. È stato il primissimo artista che ho iniziato ad ascoltare ed è stato fondamentale per me: è proprio grazie alle sue parole e alle sue melodie se mi sono appassionata davvero alla musica. Se mi chiedessero qual è la mia canzone preferita di Ultimo, mi troverei davvero in difficoltà, perché non ne ho una sola: mi piacciono tutte a prescindere, ognuna mi trasmette un’emozione diversa e fa da colonna sonora a momenti differenti della mia giornata. Il legame che ho con la sua musica è unico, ed è per questo che l’anno prossimo realizzerò un piccolo sogno andando finalmente a un suo concerto, un’esperienza che non vedo l’ora di vivere dal vivo.
Anche se Ultimo occupa un posto speciale nel mio cuore, la musica per me è un mondo aperto e ascolto volentieri anche altri generi, in particolare il rap, dove ci sono alcuni artisti che seguo con grandissima passione.

Il primo è Kid Yugi. Di lui mi piace particolarmente il suo ultimo album, un lavoro che trovo capace di trasmettere un’intensità emotiva forte a cui mi sento molto legata. Ogni traccia riesce a raccontare qualcosa di autentico. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo al suo concerto questo luglio: stare sotto il palco e cantare i suoi pezzi dal vivo è stata un’esperienza incredibile.

Un altro artista che ascolto tantissimo è thasup: la sua musica mi piace davvero molto, ma mi dispiace un sacco che purtroppo non potrò mai vederlo dal vivo in un suo concerto, dato che non ne fa.
Seguo poi anche Nayt, che ho scoperto circa due anni fa; con il tempo mi sta facendo appassionare sempre di più alle sue canzoni, in particolare a quelle con i ritmi più veloci.

Oltre al rap, mi piace spaziare e ascolto molto anche Irama. Mi piacerebbe tantissimo vederlo dal vivo, infatti sto cercando in tutti i modi di andare a un suo concerto, anche se purtroppo per un motivo o per l’altro non riesco mai a prendere i biglietti.”
(V. classe seconda).
Gemma n° 3008

“Oggi come gemma ho voluto portare un gruppo K-pop, ovvero gli Stray Kids.
Ho scelto di portare loro perché, anche se può sembrare strano, mi stanno aiutando indirettamente, tramite le loro canzoni e anche il solo fatto di riuscire a vedere una loro live mi cambia la giornata, mi basta ascoltarli per potermi sentire meglio.
Ho conosciuto questo gruppo circa 2 anni fa e da allora non ho mai smesso di ascoltarli, poi ho conosciuto anche altri gruppi, ma loro saranno sempre al 1° posto.
Molto spesso, purtroppo, si pensa che le persone che seguono gli idol ne siano attratte solo esteticamente, beh per me è diverso; io li seguo perché nonostante tutte le critiche e gli scandali che hanno subito sono sempre andati avanti insieme e anche per il loro cuore d’oro, infatti hanno dimostrato più volte il loro amore verso noi stay e il loro volere nel cercare di proteggerci.
Può sembrare molto strano ma la maggior parte delle mie amicizie sono dovute al fatto che ascoltassimo gli stessi artisti.
Sono molto contenta di averli conosciuti e sono anche molto grata per l’aiuto immenso che danno ogni giorno a migliaia di Stay anche solo con un saluto, una live ogni tanto, un concerto, andare a un met gala o anche solo salutare gli stay durante i concerti 🙂 💙”
Dietro la maschera
C’è una parola italiana che usiamo ogni giorno senza pensarci: Persona. Viene dal latino, che la prese dal greco prosopon: la maschera dell’attore teatrale.
Etimologicamente, dunque, ogni volta che diciamo “persona” stiamo dicendo “maschera”. Non è una curiosità da dizionario: è una domanda aperta su chi siamo, nascosta dentro una parola che pronunciamo mille volte al giorno senza accorgercene.
Il quinto personaggio presentato da Jovanotti nella canzone Buon Sangue è una donna di Bretagna che faceva l’attrice. O meglio: che faceva l’attore, perché solo i maschi potevano salire sul palco. Così si travestiva da uomo, e da lì dentro interpretava tutto — il cardinale, la puttana, il mendicante, la musa. Maschere sopra una maschera. Un corpo già negato dalla norma sociale che diventava il luogo di una libertà clandestina e straordinaria.
E da lei, Jovanotti dice di aver imparato che l’identità ha una maschera, e che la maschera dà libertà.
È un paradosso, e il video qui sopra vi entra lentamente. Prima o dopo averlo visto ecco alcune domande che il testo mi ha lasciato in mano.
Indossate maschere diverse a seconda dei contesti? Con i genitori, con gli amici, con i professori, sui social — siete la stessa persona? Se no, quale di questi “voi” è quello vero? O sono tutti ugualmente autentici, e la domanda stessa è mal posta?
Vi è mai capitato di sentirvi più liberi recitando una parte? In uno spettacolo scolastico, in un gioco di ruolo, in un profilo anonimo online — c’è stato un momento in cui la finzione vi ha permesso di dire una verità che da “voi stessi” non riuscivate a dire? Come funziona questo meccanismo?
Esiste un volto definitivo sotto tutte le maschere, oppure siamo fatti solo di strati? La visione tradizionale dice che c’è un nucleo stabile da scoprire, togliendo via le sovrastrutture. Quella contemporanea dice che l’identità non si scopre ma si costruisce, ogni giorno, attraverso le scelte e i ruoli che si assumono. Dove vi collocate? E soprattutto — la risposta cambia a seconda del giorno?Camminare di fianco a se stessi: liberazione o alienazione? Jovanotti usa questa immagine con leggerezza, ma è un’immagine inquieta. Jekyll e Hyde, Dorian Gray, il sosia di Dostoevskij: la letteratura è piena di personaggi che si separano da se stessi e non riescono più a tornare. Cosa fa la differenza tra l’esplorazione e la perdita?
Siete cambiati, negli ultimi anni? Siete diventati più voi stessi o qualcuno di diverso? E cosa rimane stabile, attraverso tutto il cambiamento? C’è qualcosa che non si è mai spostato, anche quando tutto il resto si muoveva?
L’attrice bretone interpreta il cardinale e la puttana con la stessa intensità. Non giudica dall’esterno: li abita dall’interno, ne sente il peso e le ragioni. È forse la risposta più antica al problema di Babele — non imparare le parole dell’altro, ma imparare a essere l’altro, almeno per il tempo di una rappresentazione.
Jovanotti non dice che bisogna trovare in fretta un’identità stabile e smettere di cambiare. Dice che cambiare è un’arte. Che la maschera può essere uno strumento, non una prigione. Con una sola avvertenza implicita, nascosta nell’ultimo verso: anche mentre si cammina di fianco, bisogna sapere di chi si è il fianco.
Gemma n° 2995

“Come gemma ho deciso di portare Kurt Cobain. Era il cantante dei Nirvana, uno dei miei gruppi preferiti. Era un ragazzo normale, molto intelligente ma che aveva anche dei problemi. La prima volta che l’ho ascoltato cantare, ho pensato che non lo facesse solo per farsi dire che era bravo, ma che lo facesse perché ne aveva bisogno e amava farlo. Non voleva solo che la sua voce fosse intonata, voleva che fosse vera.
Ciò che mi colpisce di Kurt, è che non era come una divinità irraggiungibile, era una persona come un’altra. Diceva che amava essere diverso e distinguersi dagli altri, ma nel profondo era insicuro, proprio quanto lo siamo tutti noi.
Kurt si definiva femminista e supportava qualsiasi minoranza, e non per farsi amare, ma perché era una persona molto empatica. Nei testi delle sue canzoni, raccontava spesso di persone “ai margini della società”, perché in fondo anche lui si riteneva ai margini.
Kurt non ci insegna ad essere perfetti, ma a restare umani sia con le cose buone che quelle cattive che abbiamo dentro di noi. Quindi, ho scelto lui come gemma perché Kurt Cobain non è solo un poster sul muro, ma è anche un pensiero che mi dice “Va bene non essere ok” e penso che questa sia una cosa che tutti dovremmo sentirci dire”.
(A. classe prima).
Gemma n° 2990
“Ho deciso di portare come gemma la canzone Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari dato che è la mia band italiana preferita e questa canzone l’ho riascoltata dopo un periodo difficile in cui le canzoni del cantante mi hanno sempre accompagnato. Questa canzone mi ha fatto capire che la musica custodisce un po’ la storia di ognuno e anche se si possano evocare non sempre ricordi piacevoli, la musica può sempre essere un conforto” (G. classe quinta).
Un vocabolario per esseri umani
Un operaio. Un cantiere enorme, rumoroso, confuso. Le lingue che si moltiplicano intorno a lui finché non riesce più a capire nessuno. E lui — invece di arrendersi, invece di andarsene, invece di imprecare — prende i soldi del salario e compra un vocabolario. È un manovale che posa mattoni senza conoscere il progetto complessivo, e che davanti all’incomprensione reagisce con il gesto più umile e più ostinato che esista: decide di studiare.
Jovanotti, nella terza figura della canzone Buon Sangue, entra nel racconto della Torre di Babele — undici versetti scarsi nel libro della Genesi, densissimi di cose non dette — e fa la stessa operazione che aveva fatto con Caino: si ferma davanti a ciò che il testo non spiega.
Perché Dio confonde le lingue? Il testo non dice che gli uomini erano superbi, né che il progetto fosse sbagliato. Dice solo, con una franchezza quasi inquietante, che se li avesse lasciati fare “non sarebbe stato loro impossibile nulla”. Come se la diversità non fosse una punizione, ma una condizione necessaria. Come se capirsi del tutto, da sempre, non fosse il destino degli esseri umani.
E il manovale lo sa. Lo sa mattone su mattone, lo sa nel silenzio del cantiere che si è fatto straniero. Eppure compra il vocabolario.
Il video di questa settimana entra lentamente in questo spazio — tra la torre incompiuta e il dizionario aperto — e porta con sé alcune domande che vale la pena tenere in mente anche prima di guardarlo.
Quando qualcuno non ci capisce, qual è il nostro primo istinto? Ci allontaniamo, o cerhiamo un altro modo per farci comprendere? E quante volte, in una discussione, il problema non era la cattiveria ma semplicemente il fatto che la stessa parola significava cose diverse per due persone diverse?
Conoscere le parole di qualcuno significa capirlo? Un vocabolario cataloga termini, non persone. Le persone mentono, cambiano umore, si contraddicono, crescono. C’è sempre uno scarto tra la definizione e l’incontro reale. Quando abbiamo scoperto che qualcuno che pensavamo di conoscere era molto diverso da come lo immaginavamo, cosa è cambiato?
È necessario vedere il grande progetto per dare un contributo? Il manovale non sa dove arriverà la torre. Posa mattoni. A volte la visione d’insieme paralizza, mentre la concretezza del passo successivo permette di andare avanti. Nella nostra esperienza — a scuola, in squadra, in famiglia — abbiamo mai lavorato bene a qualcosa senza capirne fino in fondo il senso complessivo?
I social network ci hanno avvicinati o allontanati? Abbiamo più strumenti che mai per comunicare. Parliamo di più, scriviamo di più, mandiamo emoji per colmare i silenzi. Eppure. Eppure capire gli altri sembra ancora, stranamente, complicato. Cosa manca?
E infine, la domanda che il video lascia aperta senza risponderci: è possibile conoscere davvero una persona? O c’è sempre una parte — anche in chi amiamo da anni — che resta inaccessibile, misteriosa, irriducibile a qualsiasi parola?
Il rabbino della storiella che cito nel video dice che la vera alba non è quando si distingue un albero da un altro, ma quando si guarda il volto di una persona qualunque e si riconosce un fratello o una sorella. Fino a quel momento, dice, è ancora notte nel tuo cuore.
Il manovale di Babele ha comprato il vocabolario. Il dizionario è passato di mano in mano fino a oggi.
È ancora notte, o stiamo imparando ad albeggiare?
Gemma n° 2985

“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto.
Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi.
Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte.
Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti.
Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”.
(E. classe quinta).
Gemma n° 2984
“Quest’anno scegliere la gemma è stato molto complicato, non riuscivo a trovare nulla che valesse la pena di essere portato come gemma. Alla fine ho deciso di dedicarla al concerto dei Guns N’ Roses che ho visto l’anno scorso a Firenze. Le canzoni dei Guns sono state la colonna sonora di gran parte della mia vita, perché mio padre me li ha fatti conoscere quando ero molto piccola. La loro musica è sempre con me, qualsiasi sia il mio stato d’animo. Una canzone in particolare è molto importante per me, ed è November Rain.
Ci sono certe canzoni che sembrano parlare per te, i cui testi dicono esattamente ciò che vorresti dire tu; ricordo che quando ero bambina e i miei genitori si arrabbiavano con me, io per tranquillizzarmi pensavo “stai tranquilla, non durerà per sempre”. Quando ho letto per la prima volta il testo di November Rain, ho scoperto che a una certa il testo dice “nothing lasts forever, even cold November Rain”. La prima cosa che ho pensato è stata “ma tu guarda, dice proprio quello che mi dico io”. Da quel momento November Rain è diventato il mio safe place musicale, ho cominciato a lasciarmi curare dalle sue note e a farmi distrarre dal suo assolo e non ho mai smesso. Il mio sogno più grande era, un giorno, di poterla ascoltare dal vivo e sono estremamente felice che questo sogno si sia realizzato. Ogni momento è impresso nella mia memoria secondo per secondo: le luci blu che sostituiscono quelle rosse, lo zoom sulle mani di Axl Rose che suonano l’intro della canzone al pianoforte, le parole “nothing lasts forever, even cold November Rain” che mi accompagnano dall’infanzia cantate proprio sotto i miei occhi proprio da Axl Rose. Io non credo di essermi mai sentita così a casa come quella sera, è stata un’emozione unica e indimenticabile. Credo che questo sia stato il mio primo e ultimo concerto dei Guns n Roses, loro stanno invecchiando e io, essendo ancora troppo giovane, non posso sperare di avere qualcuno che mi accompagni di nuovo a un loro concerto, però sono comunque molto grata di averli potuti vedere dal vivo almeno una volta. Quando loro non ci saranno più, ripenserò a questo concerto e sarò felice di aver avuto questa opportunità. Niente dura per sempre, neanche i Guns n Roses, ma almeno avrò per tutta la vita il ricordo di questo concerto” (M. classe terza).
Gemma n° 2982
“Ho scelto la canzone A modo tuo di Elisa per la mia gemma perché per me rappresenta un legame molto importante: quello con mia nonna. Questa canzone parla dell’amore di chi ti cresce e ti accompagna nella vita, lasciandoti libero di essere te stesso, “a modo tuo”. Ed è proprio questo che rappresentava per me mia nonna. Mia nonna è venuta a mancare il 13 gennaio di quest’anno, e questa era una delle sue canzoni preferite. Io sono cresciuta con lei dal giorno della mia nascita fino ai miei 18 anni, e per me non era solo una nonna, ma una presenza fondamentale nella mia vita. Ogni volta che ascolto questa canzone penso a lei, a tutto l’amore che mi ha dato, ai momenti passati insieme e a tutto quello che mi ha insegnato. Adesso mi ritrovo ad affrontare la vita senza di lei, ed è difficile. Però questa canzone mi aiuta, perché mi ricorda che anche se lei non c’è più fisicamente, tutto quello che mi ha lasciato dentro continua a vivere in me. A modo tuo per me è importante perché mi fa sentire ancora vicina a lei. È come se, ogni volta che la ascolto, mi accompagnasse ancora e mi dicesse di andare avanti, vivendo la mia vita proprio a modo mio. Per questo ho scelto questa canzone: perché rappresenta un amore che non finisce mai” (A. classe quinta).
Il cuoco di Ulisse
La canzone Buon sangue di Jovanotti comincia con una frase apparentemente assurda: “Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse.”
Non Ulisse. Non Circe. Nemmeno uno dei marinai che legarono il capitano all’albero maestro per resistere alle Sirene. Il cuoco. Quello che preparava pranzi e cene, invisibile com’è invisibile chi nutre gli eroi senza diventarlo mai.
Eppure è proprio lui — addormentatosi di guardia, senza cera nelle orecchie, per puro caso — ad ascoltare quel canto misterioso. E a dimenticarlo. E a portarselo dentro per sempre senza saperlo.
Nel video qui sopra ho cercato di attraversare insieme il paradosso meraviglioso che Jovanotti costruisce: un antieroe che entra nell’epica dalla porta di servizio e ci insegna qualcosa che Ulisse, con tutto il suo ingegno, non avrebbe potuto insegnarci.
Il testo mi ha lasciato in mano una serie di domande scomode. Del tipo che non si chiudono facilmente. Del tipo che tornano.
Siamo troppo bravi a mettere la cera nelle orecchie? Filtri, notifiche disattivate, bolle algoritmiche: ci proteggiamo dall’ignoto con una precisione che i marinai di Omero si sognerebbero. Ma cosa stiamo perdendo, mentre siamo così occupati a non disturbarci?
Chi è il cuoco nella nostra storia? A scuola, in famiglia, nella squadra in cui giochiamo o lavoriamo — c’è sempre qualcuno che non finisce nelle foto di gruppo ma senza cui tutto si fermerebbe. Lo riconosciamo? L’abbiamo mai ringraziato?
Vivere come in un sogno: liberazione o fuga? Jovanotti dice di aver imparato dal cuoco a trattare la realtà come un sogno. È un invito alla leggerezza o un rischio di perdere il contatto con ciò che fa male e che va cambiato?
Abbiamo un ricordo dimenticato che ci ha cambiato? Un concerto, un viaggio, un incontro: magari non ne ricordiamo quasi nulla, eppure sentiamo che dopo non eravamo più le stesse persone. Com’è possibile essere stati trasformati da qualcosa che non sappiamo nemmeno di ricordare?
Perché “parente”? Jovanotti poteva dire “ho sentito la storia”, “mi hanno raccontato”. Invece dice parente. Scegliere come antenato qualcuno che non ha fatto grandi imprese, ma ha semplicemente saputo restare aperto all’assoluto — non è forse il gesto più radicale del pezzo?
Queste sono le domande che il video prova ad aprire, senza la pretesa di chiuderle. Perché certe cose, come il canto delle Sirene, non si spiegano: si ascoltano, si dimenticano, e restano.
Chi sei tu?
“Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder: Chi sei tu?”. Iniziava così un post di 13 anni fa su questo blog (il prossimo anno oradireli festeggerà i 20 anni di esistenza…)!
Il mondo di Sofia è uno di quei libri che certi lettori portano con sé per anni, non sugli scaffali ma addosso, letteralmente. E quella domanda, semplice e impossibile insieme, è il punto da cui parte il nuovo ciclo di video di cui trovate il primo qui sopra e che rimette abbondantemente mano a quei pezzi di parecchi anni fa. Il testo è molto rimaneggiato e ampliato.
Gaarder pone quella domanda a una ragazzina davanti a uno specchio. Sofia Amundsen fissa il proprio riflesso, dice “tu sei me”, capovolge la frase — “io sono te” — e non riceve risposta. Si rende conto di non aver scelto nulla di essenziale: non il nome, non il naso troppo piccolo, non i capelli neri che pendono diritti come spaghetti e su cui la lacca non attacca. Non ha scelto nemmeno di essere umana. Eppure è lei. Inequivocabilmente, irriducibilmente lei.
È uno dei momenti più onesti che la letteratura abbia dedicato alla domanda sull’identità: niente risposte solenni, solo una bambina sconcertata che alla fine decide di andare in giardino.
Quel brano ho deciso di collegarlo a una canzone che sembrava aspettare esattamente quella domanda per avere senso. Si tratta di Buon Sangue di Jovanotti, dall’album omonimo del 2005.
Il concetto di fondo, a prima vista, è quasi disarmante nella sua semplicità: siamo tutti poco originali. Abbiamo preso un po’ da tutti — dai parenti vicini, da quelli lontani, da quelli così lontani nel tempo di cui non sappiamo nemmeno i nomi. Siamo un impasto di voci, di facce, di gesti ereditati. Un archivio ambulante di chi ci ha preceduto.
Eppure — ed è qui che la canzone si complica nel senso migliore — c’è qualcosa che non si ripete. “Niente accade due volte”, canta Jovanotti verso la fine. Quella combinazione specifica di eredità, quel particolare incrocio di storie, non è mai esistita prima e non esisterà mai più.
Visto da questa angolazione, Buon Sangue suona come una lunga risposta alla domanda che Sofia non riesce a chiudere davanti allo specchio. Chi sei tu? Sei il risultato di tutto ciò che ti ha preceduto — e insieme qualcosa che accade una volta sola.
Nelle prossime puntate il testo verrà affrontato per piccoli pezzi, con calma, come merita. Ogni frammento nasconde più di quanto sembri a una prima lettura.
Gemma n° 2980

“Io volevo portare il mio artista preferito, Eminem, perché è come una roccia per me e con la sua musica mi ha aiutata nei miei momenti più bui. Quando ascolto le sue canzoni mi sento bene, a mio agio. Per me Eminem non è solo un rapper, per me è come un padre, un migliore amico e un fratello. Mi ha salvato da molte situazioni sgradevoli e mi tira sempre su il morale” (S. classe prima).
Gemma n° 2976
“Ho portato la canzone Amelie perché mi sento rappresentato da lei, sia dal significato che dalle parole dell’artista, che è uno dei miei preferiti, e ho deciso di riportare qui un’intervista di Kid Yugi (il cantante), dove spiega il significato della sua canzone e la storia che c’è dietro Il significato.
Chi è Amelie? “Amelie nasce da questo flirt che ho avuto con questa ragazza e dal fatto che, questa ragazza se n’è dovuta andare la mattina dopo che noi ci siamo aperti. Questa ragazza è dovuta partire, tornare a Parigi e io la pensavo spesso, l’ho pensata spesso nelle ore successive, nei giorni successivi. Chissà quante storie bellissime esistono così, nella vita di tutti, cioè quante volte ognuno di noi conosce una persona che finisce poi per idealizzare per tutta la vita o almeno per un lungo periodo”. Kid Yugi prosegue poi spiegando perché la fine immediata di un rapporto possa essere un “dono” per l’immaginazione, proteggendo il ricordo dalla realtà: “Grazie a Dio esistono queste storie, perché non vengono sporcate, contaminate dalla realtà, che alla fine è quello che rende tutto umano e che rende tutto insipido. Magari ti innamori di una ragazza, che per un motivo o per un altro, non vedi mai più perché si trasferisce in un altro paese e tu, continui a pensare a questa ragazza perché non te ne sei fatto in poco tempo un’idea precisa, ne hai appena abbozzato i contorni nella tua mente e quindi sei tu a riempirla, con te stesso, con i tuoi sogni, con le tue inclinazioni, con i tuoi desideri”.
(C. classe quarta).
Gemma n° 2969

“Quest’anno ho riflettuto a lungo su quale gemma portare: ero molto indecisa, ma alla fine ho scelto una canzone… anzi, LA canzone. Come mai degli 883 è diventata la colonna sonora dell’amicizia tra me e A., la mia amica più stretta. Sinceramente non so quando, come e neanche perché abbia assunto un significato così importante per noi, ma ogni volta che la ascoltiamo pensiamo subito l’una all’altra. Nei momenti difficili, mi capita di ritrovarla tra le canzoni senza nemmeno cercarla, come se volesse ricordarmi che ho sempre qualcuno pronto ad ascoltarmi: e quella persona è A.
La nostra amicizia è nata esattamente tre anni fa, a marzo, durante la gita di terza media. Devo ammettere che all’inizio non mi convinceva: eravamo completamente diverse. Lei molto tranquilla, io decisamente più casinista. Con il tempo, però, abbiamo iniziato a conoscerci meglio e ci siamo accorte di avere molte più cose in comune di quanto immaginassimo.
Siamo cresciute insieme, abbiamo condiviso momenti bellissimi e ci siamo sempre sostenute a vicenda. A. è l’unica persona con cui riesco a essere me stessa al cento per cento; l’unica con cui posso piangere senza sentirmi in difetto o un peso. È la prima a sapere cosa mi passa per la testa. Ogni volta che perdo la calma o sto per fare qualcosa di impulsivo, lei riesce a farmi fermare e riflettere.
Non siamo il tipo di amiche che si abbracciano continuamente: credo che l’ultima volta sia stata un anno fa, al suo compleanno. Ma questo non significa che non le voglia un bene immenso. Certo, a volte mi verrebbe anche da prenderla per i capelli… ma penso che sia normale in ogni amicizia autentica.
Sarò sempre infinitamente grata per il legame che abbiamo costruito e per tutto quello che abbiamo vissuto insieme. So che, qualunque cosa succeda, ci sarà sempre una canzone pronta a ricordarci chi siamo l’una per l’altra, perché in fondo le canzoni custodiscono sempre i ricordi e i momenti più belli”.
(G. classe terza).
Gemma n° 2954

“Ci sono alcune canzoni che non restano solo canzoni. A volte diventano ricordi, persone, oppure momenti della nostra vita. Per me è così con Diversi di Shiva. È una canzone che avevo smesso di sentire e solo negli ultimi mesi ho ripreso ad ascoltare ma ogni volta mi fa pensare a qualcosa di diverso. Parla del sentirsi diversi dagli altri, del crescere con certe mancanze e del cercare di capire chi si è davvero. C’è una frase che mi ha colpito più di tutte: “Ogni figlio a cui manca il padre lo odia, ma poi è tale e quale.” È una frase impattante , perché fa capire quanto alcune assenze possano segnare una persona anche senza che si dica troppo. Ci sono cose che restano dentro e che in qualche modo ti cambiano, anche se da fuori magari non si vedono. Questa canzone però per me non parla solo di questo. Mi fa pensare anche a una persona molto importante per me, il mio migliore amico. Ci sono persone che diventano un punto fermo nella tua vita, quelle che riescono a capirti anche quando non spieghi tutto. E poi è una canzone che mi riporta a un periodo della mia vita, a momenti e ricordi che mi sono rimasti dentro. Per questo ogni volta che la sento non è solo musica: è qualcosa che mi fa pensare a chi sono e a quello che ho vissuto. Per questo per me questa frase è importante: perché mi ricorda che anche quando ci sentiamo diversi o un po’ persi, ci sono sempre persone e momenti che ci aiutano ad andare avanti” (N. classe terza).
Gemma n° 2951
“La canzone Afraid of the dark è stata scritta dalla band americana Motionless In White ed è stata pubblicata il 28 gennaio 2026. Il tema centrale di questa canzone è la paura del buio. In questo caso il buio è la metafora delle paure interiori, dell’ansia e delle difficoltà (anche emotive) che una persona affronta. Questo buio non è solo fisico, ma rappresenta anche traumi, insicurezze, depressione e pensieri negativi che possono perseguitare una persona quando si sente sola. Questo brano punta su come sia possibile affrontare i propri demoni interiori con la luce dei propri sogni e delle proprie speranze e che soprattutto non si è soli e che l’oscurità dentro di sé può essere affrontata assieme alle persone che ti stanno vicino e che ti vogliono bene. Inoltre il brano dice come siano normali le cicatrici subite in questa battaglia perché rappresentano lezioni imparate che ci migliorano come persone” (F. classe quinta).
Gemma n° 2950

“Fin da piccola ho coltivato la passione per cantare: mi sentivo sempre rilassata e in pace, quand’ero arrabiata, triste, felice io cantavo, ovunque. La prima volta che mia mamma mi ha sentita era molto contenta per questo mio “talento”. A scuola avevano fatto un concorso in cui tutte le classi dovevano sciegliere una ragazza; il bello è che io non sapevo che avevano messo me per partecipare. Nel momento in cui hanno detto la vincitrice del concorso mi è venuta l’ansia: avevano detto il mio nome, non avevo mai cantato davanti a tanta gente. Dopo essermi rifiutata molte volte, sono stata costretta ad andare sul palco: non mi uscivano le parole ma ho pensato che niente potesse andare così male e ho cominciato a cantare, prima con molta vergogna, poi ho cominciato a sciogliermi e ad avere piu fiducia in me” (C. classe prima).
