Cinque spunti biblici per Bob Dylan

Bob_Dylan_-_Azkena_Rock_Festival_2010_1.jpgUn articolo di Gelsomino Del Guercio pubblicato su Aleteia.

Un artista controverso dal punto di vista di religioso. Ma allo stesso tempo uno studioso delle Sacre Scritture le cui radici affiorano nei brani più celebri.

Nel 1978 Bob Dylan annunciò la sua conversione al cristianesimo con il movimento dei “cristiani rinati”. Dal gennaio all’aprile del 1979 Dylan frequentò una classe di biblistica alla “Vineyard School of Discipleship” a Reseda, nel sud della California. In seguito le sue posizioni religiose sono oscillate verso l’ebraismo, mentre in un’intervista al New York Times nel 1997 ha affermato di non appartenere ad alcuna religione.

Il rapporto ondivago con la fede non gli ha vietato di ricorrere spesso alla Bibbia come fonte di ispirazione per i suoi brani, come scrive Renato Giovannoli in “La Bibbia di Bob Dylan” (Ancora editrice). Già alla fine degli anni Sessanta, quindi dieci anni prima della conversione, con l’album “John Wesley Harding”, Dylan “mostrava”  versetti nelle canzoni.

I Dreamed I Saw St. Augustine è la prima canzone di Dylan in cui soffi uno spirito autenticamente religioso. Il testo è ispirato a Agostino di Canterbury (534-604), inviato come missionario in Inghilterra dal papa Gregorio Magno. In particolare gli ultimi due versi presuppongono una serie di testi biblici dai quali si evince che la liberazione portata dal santo non è materiale ma spirituale. Il primo, citato quasi alla lettera, è Is 50, 1: «Così dice il Signore: […] quale dei miei creditori è quello a cui vi ho venduti [whom I have sold you]? Ecco, per le vostre iniquità siete stati venduti [have ye sold yousselves]». Gli altri sono Rm 7, 14: «Sono […] venduto schiavo del peccato [I am […] sold under sin]», che riassume il passo appena citato di Isaia, e 1 Cor 6, 20, identico a 7, 23: «siete stati [ri]comprati a [caro] prezzo», che si riferisce al sacrificio di Cristo (cfr. 2 Pt 2, 1: «il Signore […] li ha comprati»). Sant’Agostino cerca insomma di ricomprare le anime vendute a Satana.

All Along the Watchtower è forse la più esoterica tra le canzoni di Dylan. «All Along the Watchtower […] è stata composta con il libro di Isaia sottomano», scrive l’autore Alessandro Carrera, «e non c’è quasi parola della canzone che non abbia la sua controparte nel testo profetico», di cui «è il capitolo 21 [5-9] a fornirci la maggior evidenza testuale». Già il termine «confusion», nel secondo verso, è un indizio che ci conduce a Isaia. Secondo il profeta, infatti, la confusione è uno degli attributi della città di Babilonia, la quale, come risulterà chiaro tra poco, nel suo senso allegorico è forse l’America e in quello mistico è il mondo destinato alla distruzione apocalittica. «La città della confusione [The city of confusion] è crollata», leggiamo probabilmente a proposito di Babilonia in Is 24, 10.
Per quanto riguarda invece l’espressione «bere il mio vino» nel terzo verso: “[…] tutti gli uomini della ferrovia ti bevono il sangue proprio come vino [[…] all the railroad men Just drink up your blood like wine],” l’equivalenza simbolica di sangue e vino è stabilita già a partire da Gen 49, 11, dove di Giuda è detto nel contesto di una profezia messianica che «ha lavato i suoi abiti nel vino, e i suo vestiti nel sangue della vite [blood of grapes]».
L’evidenza con Isaia è ancora in questi versi: “Sulla torre di guardia, i principi continuavano a scrutare mentre tutte le donne andavano e venivano, come i servi scalzi [All along the watchtower, princes kept the view. While all the women came and went, barefoot servants, too].” Il primo verso è una chiara ripresa di Is 21, 5-6: «Preparate la tavola, guardate dalla torre di guardia [whatch in the watchtower], mangiate, bevete: alzatevi, voi principi [arise, ye princes]. Perché così mi ha detto il Signore: Va’, metti una sentinella [watchman], e dichiari ciò che vede».

The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest, è un’altra canzone che sottende al testo biblico. Racconta una storia di ambientazione western di cui sono protagonisti i due personaggi del titolo. Judas Priest offre all’amico Frankie Lee, che ha bisogno di denaro, un «rotolo di deca [roll of tens]», dicendogli di prelevarne quanti ne vuole. Frankie Lee è tentato e imbarazzato dall’offerta e chiede di essere lasciato solo con il denaro.
I nomi con cui Judas Priest chiama la casa in cui attira Frankie: «Eternità» e «Paradiso». Il secondo è un termine biblico che troviamo solo nel Nuovo Testamento e solo per tre volte, in Lc 23, 43; 2 Cor 12, 4 e Ap 2, 7, dove è scritto: «A colui che vincerà darò da mangiare dell’albero della vita, che è in mezzo al Paradiso di Dio [in the midst of the Paradise of God]». «L’albero della vita» appare ancora in Ap 22, 2 (e anche in Ap 22, 14 e 19), collocato «nel mezzo della strada [in the midst of the street]» della Nuova Gerusalemme, che in effetti è il Paradiso tornato sulla Terra da cui era stato assente dai tempi del peccato di Adamo.
Ora, se confrontiamo la descrizione della casa della canzone di Dylan con quella della Nuova Gerusalemme, ci rendiamo conto che quest’ultima ne è il palinsesto.
Ancora più puntuale è la concordanza tra i versi successivi di The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest e un altro passo dell’Apocalisse. La casa di Dylan ha […] venti e quattro finestre e un viso di donna in ciascuna, così come la Nuova Gerusalemme, secondo Ap 21, 12 e 14, «ha dodici porte e alle porte dodici angeli, e nomi scritti sopra, che sono i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele […]. E il muro della città ha dodici fondamenti, e in essi i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello».

Drifter’s Escape, ovvero «La fuga del vagabondo», è la canzone che ha come palinsesto i racconti evangelici del processo a Gesù davanti a Pilato. Nella prima strofa comincia a emergere il palinsesto, e in particolare Lc 23, 26 dove il racconto della via crucis, che segue immediatamente il processo a Gesù tenuto da Pilato, inizia con le parole: «E mentre lo conducevano via [And as they led him away]». (In Mt 27, 31 leggiamo: «e lo condussero via per crocifiggerlo [and led him away to crucify him]». Si potrebbero inoltre confrontare i due versi con 2 Re 24, 14-15, dove troviamo lo stesso verbo: «portò via tutta Gerusalemme […]. E portò via Ioiakìm a Babilonia [he carried away all Jerusalem […]. And he carried away Jehoiachin to Babylon]».)
Ed ecco la seconda strofa: “Be’, il giudice gettò la toga da parte, una lacrima gli apparve in un occhio. «Non riesci a capire», disse. «Perché devi anche mettermi alla prova?» Fuori, la folla [crowd] si agitava, potevi sentirla da dietro la porta. Dentro, il giudice scese [dal seggio], mentre la giuria gridava di più [cried for more].”
La lacrima corrisponde ai dubbi di Pilato nel condannare Gesù, attestati in tutti e quattro i Vangeli; il rimprovero di essere messo alla prova, al silenzio di Gesù e alle parole di Pilato in Gv 19, 10: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di crocifiggerti e il potere di rilasciarti?» «La folla [che] si agitava […] dietro la porta», nel quinto e sesto verso, è l’analogo della folla che richiede la condanna di Gesù.

Neppure I Pity the Poor Immigrant è, come potrebbe far pensare il titolo («Ho pietà del povero immigrante»), una canzone a sfondo sociale. Oltretutto la «pietà» che qui Dylan prova per l’emigrante non è disgiunta da un atteggiamento fortemente accusatorio, per cui se ci fosse nel titolo di questa lyric una reminiscenza di Ger 33, 26: «Li farò tornare dalla prigionia [captivity], e avrò misericordia [I will […] have mercy] di loro», essa non avrebbe conservato il sentimento di vera pietà espresso dall’oracolo divino trascritto nella sua fonte. Come in Geremia, «colui che dice “io” nella canzone», scrive Carrera, «potrebbe essere Dio stesso». Inoltre in Geremia la prigionia è l’esilio babilonese, e la canzone di Dylan va considerata nel contesto dei numerosi passaggi biblici sull’esilio come punizione divina, in particolare quello incluso nella maledizione di Lv 26.

Tra il cielo di Yuri e la nostra terra

Con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas”… Sono parole che mi sono tornate alla mente stamattina mentre ascoltavo le notizie di cronaca che rimbalzavano tra l’attacco chimico in Siria e la risposta statunitense. Quelle parole sono tratte, guarda il caso, da una canzone, intensa ed emozionante, che celebra uno dei grandi eroi russi, Yuri Gagarin. L’ha composta, ormai quarant’anni fa (1977), Claudio Baglioni, ispirato da un testo di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Tra l’altro era aprile anche il giorno in cui Gagarin spiccò il suo volo. Leggo il testo e mi chiedo: è necessario allontanarsi dalla terra, dai suoi eventi, dagli uomini che ne sono gli autori, per cogliere la bellezza? E’ necessario immergersi in quello squarcio nel cielo per vedere le lentiggini di Dio? Non è possibile sposare l’eternità anche qui, magari coi piedi piantati nella terra e il volto alzato a quel volo nell’infinito?

Quell’aprile s’incendiò, al cielo mi donai, Gagarin, figlio dell’umanità. E la terra restò giù, più piccola che mai, io la guardai – non me lo perdonò. E l’azzurro si squarciò e stelle trovai, lentiggini di Dio, col mio viso sull’oblò io forse sognai e ancora adesso io volo. E lasciavo casa mia, la vodka ed i lillà e il lago che bagnò il bambino Yuri, con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas. Come un falco m’innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità, anche l’ombra mi rubò e solo restai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.
Sotto un timbro nero ormai io vi sorrido ma il mio sorriso se n’è andato via, io, vestito da robot per primo volai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, e ancora adesso io, e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.”

Il superpotere di essere vulnerabili

Necessito di un passo intermedio per tornare a una “dimensione normale” nella pubblicazione dei post sul blog dopo quanto successo. Lo faccio attraverso la musica, una canzone dell’ultimo album de “Le luci della centrale elettrica”. Il brano si intitola “Qui”. A colpirmi al primo ascolto è stato il ritornello “è un superpotere essere vulnerabili”. Nell’era dell’esasperata perfezione, della massima efficienza, dell’essere vincenti a tutti i costi, questo inno alla vulnerabilità, alla vincibilità, all’assecondare il ritmo delle onde che possono travolgerci, al farsi cullare dal vento che ci investe mi regala il passaggio dal dolore alla malinconia e quello dalla malinconia alla celebrazione della vita.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili.
Sono negli eventi catastrofici, in quelli magnifici, dentro i fili elettrici. Sono nelle nuove idee in supermercati più grandi delle più grandi moschee. Sono stato avvistato, identificato, sono il cielo dopo che è diluviato. Sono alla deriva nelle correnti, tra pensieri, passaporti e vite precedenti. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Sono le tracce sparite nel vento, un combattimento, un karma irrisolto. Sono in uno spazio sacro, sono all’aperto con il coprifuoco. Sono cotto come un cielo stellato. Vedi qui era buio, e ora è illuminato. Sono al di là della paura, in quella prateria infinita, piena di pericoli, strapiena di vita, piena di pericoli, strapiena di vita.
E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili, e adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui”

 

Andirivieni tra bellezze

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Faticosetta la mattina di oggi: prima ora in succursale, seconda in centrale, terza in succursale, quarta in centrale, quinta in succursale. Potrei anche evitare l’amichevole di stasera, per oggi mi sono allenato…
Poi ripenso un attimo: una studentessa racconta la sua passione per un cantante che non ti aspetti, Mario Tessuto; un’altra dopo un’unica visione ti riporta per filo e per segno il videoclip “Jesus walks” di Kanye West; altri si meravigliano davanti al genio di Jesus Christ Superstar; una classe quinta segue con attenzione la quarta delle sette brevi lezioni di fisica di Rovelli e riflette sull’importanza della ricerca della verità anche quando significa riconoscere di aver buttato 40 anni di ricerca; poco dopo si emoziona davanti alla storia di una bimba affetta da hiv raccontata da Spike Lee; con una prima emerge il tema dell’identità e dell’importanza delle relazioni, con tutte le conseguneti contraddizioni; un’altra seconda, dopo che una studentessa ha raccontato l’emozione di “Collateral Beauty”, si cimenta con la lentezza cinematografica di Decalogo 1 di Kieslowski e si interroga sulla frase “Dio esiste, è molto semplice, se ci si crede”. Infine una quarta si appassiona ai riti quotidiani dell’induismo e ammira la bellezza e la colorata precisione di alcuni mandala, dopo che uno studente ha proposto una riflessione sulla possibilità di cercare la fortuna anche là dove sembra che non ci sia.
Ecco allora che quell’andirivieni tra succursale e centrale acquisisce un senso e mi fa capire che senza di esso mi sarei perso tutta questa bellezza. Un po’ di meraviglia in meno sarebbe entrata nella mia vita.

La musica del bosone

Guido Emilio Tonelli è professore ordinario di Fisica Generale presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa. Domenica 22 gennaio ha scritto su LaLettura del Corriere della Sera questo interessante articolo che ho trovato qui.
Quella specie di cinguettio l’hanno sentito tutti: qualcuno ha avuto l’idea di trasformare in suono il segnale registrato dai due interferometri di Ligo e l’impatto mediatico è stato enorme. Il 14 settembre 2015 la grande infrastruttura di ricerca statunitense ha rivelato una minuscola, ma inequivocabile, variazione di distanza nel sistema di specchi illuminati da fasci laser di potenza. Era il segnale che i ricercatori sognavano di vedere da vent’anni: un fremito sottile dello spazio-tempo, una leggerissima perturbazione dovuta al passaggio di un’onda gravitazionale. Einstein l’aveva ipotizzato nel 1916 ma c’era voluto quasi un secolo di sviluppo della tecnologia per verificare le sue previsioni.
Il segnale ha avuto una durata di 0,2 secondi e la forma caratteristica di un’oscillazione che aumenta di frequenza e di ampiezza in circa otto cicli. Si passa dai 35Hz dei primi cicli ai 250Hz degli ultimi. È la sequenza tipica di onde gravitazionali emesse da un sistema binario: i due corpi ruotano su orbite sempre più piccole e veloci fino al collasso in un unico corpo celeste. Le frequenze del segnale si trovavano nella banda dell’udibile ed è stato naturale trasformarle in suono. Ne è uscito qualcosa che assomiglia al cinguettio di un uccellino, un trillo che diventa sempre più acuto.
Quella sequenza di suoni così delicati racconta in realtà un’immane catastrofe cosmica: uno sconquasso di 1,4 miliardi di anni fa, quando, in una lontanissima galassia, due enormi buchi neri sono entrati in collisione. I due corpi, ciascuno pesante più di trenta Soli, hanno dapprima spiraleggiato, vorticosamente, e alla fine della folle danza, si sono fusi viaggiando l’uno nella braccia dell’altro, alla velocità spaventosa di 180.000 km/s. Nella pazzesca accelerazione degli ultimi istanti il sistema ha irraggiato un’immane quantità di energia, l’equivalente di tre masse solari, sotto forma di onde gravitazionali che hanno perturbato il cosmo intero per giungere fino a noi.
Il cinguettio dello spazio-tempo percosso dalla fusione di due buchi neri è l’ultimo esempio, in ordine di tempo, della trasformazione in suono di fenomeni fisici o di dati di vario tipo. Una pratica che si va estendendo nei campi più variegati della ricerca. È basata sulla cosiddetta sonificazione, cioè l’utilizzo di algoritmi che associano dati numerici a note e strumenti musicali appropriati. Il primo esempio di sonificazione di successo si deve forse al professor Hans Geiger e al suo studente Walther Müller, inventori del più popolare rivelatore di particelle ionizzanti che da loro prese il nome. L’interazione di una particella col contatore, segnalata dal caratteristico clic, rendeva lo strumento di immediata comprensione anche per i non specialisti e giocò un ruolo importante nel determinarne la diffusione.
La trasformazione in suoni di fenomeni fisici o di dati ad esso correlati non è un semplice divertimento, o un pretesto per costruire lavori musicali piacevoli e intriganti. In realtà l’orecchio umano ha potenzialità discriminatorie enormi. Ci bastano poche parole al cellulare per riconoscere la voce di un amico e distinguerla da altre col timbro quasi identico. Tutti noi siamo in grado di trovare regolarità e strutture nei suoni o di percepire anomalie semplici. Chi ha orecchio educato, come i direttori d’orchestra, è in grado di percepire distintamente la più piccola delle incertezze su centinaia di suoni che evolvono in tempi, ampiezze e frequenze diverse.
Ecco che la trasformazione in suoni di dati scientifici potrebbe aprire la strada non solo a una fruibilità più diretta degli stessi, ma anche alla scoperta di ulteriori informazioni, talvolta imprevedibili o inaspettate. È questo il lavoro che sta a cuore a giovani ricercatori come Domenico Vicinanza, musicista e compositore italiano, con dottorato in fisica delle particelle, che lavora in Inghilterra al Geant, una rete europea dedicata alla ricerca e alla formazione. I primi contatti con Domenico risalgono a cinque anni fa, quando mi contattò, al tempo in cui ero responsabile dell’esperimento Cms al Cern e tutti i nostri sforzi erano concentrati nella caccia al bosone di Higgs. Domenico proponeva di sonificare la scoperta del bosone di Higgs mentre noi eravamo lì, nell’incertezza più totale, con la paura che anche il nostro sarebbe stato l’ennesimo tentativo infruttuoso. Ma l’idea piaceva e quindi si cominciò a collaborare. Il risultato si chiama LHC Open Symphony ed è un brano leggero e allegro per piano, marimba, xilofono, flauto, doppio basso e percussioni. Quando lo riascolto il cuore mi si riempie di gioia, come quando abbiamo visto per la prima volta la particella che inseguivamo da decenni”.

Moby disconnesso

Prima mi sono imbattuto nel video, poi ho trovato questa recentissima intervista di Filippo Brunamonti a Moby, pubblicata ieri su La Repubblica. Vi si parla di musica, globalizzazione, ecologia, spiritualità, linguaggio…
LOS ANGELES – Il cancello muschiato, le radici degli alberi color vino bianco, un sole vittorioso a forma di freccia. L’appuntamento con Moby, vero nome: Richard Melville Hall, 51 anni lo scorso 11 settembre, è all’una del pomeriggio nella sua casa al confine di Hollywood, sulle colline di Los Feliz. L’acqua della piscina è percorsa da luci stroboscopiche, come quelle a cui ci ha abituato il cantante e DJ di Harlem negli anni Novanta. Venti milioni di dischi in tutto il mondo, un talismano di breakbeat, suoni dance e techno, dai successi di Play e 18 passando per le fabbriche di Michael Jackson, David Bowie e Brian Eno. Per loro ha prodotto, co-scritto e remixato brani inediti e allucinazioni di rottura. Nel memoir Porcelain, pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu, ha svelato il suo passato nei club, attaccato alla tavoletta di porcellana dei cessi di New York; l’abuso di alcol e droga, “gli spacciatori di crack che si prendevano regolarmente a pistolettate” in un gospel urbano fatto di Public Enemy, EPMD e Rob Base and DJ E-Z Rock.
Sono cresciuto a Stratford, Connecticut” racconta Moby in terrazza, polo nera, occhiali rotondi. “Vedevo il mio futuro dal vetro di una lavanderia a gettoni, in blue jeans e con una giacca presa a cinque dollari dall’Esercito della Salvezza. Mia madre piegava i miei vestiti su un banco di linoleum screpolato, per arrotondare lavava anche quelli dei vicini”. Dalla vita, dice, ha avuto tutto: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, subito dopo ne desideri una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Da qui la conversione al cristianesimo (lui preferisce “taoista-cristiano-agnostico-meccanico quantistico”), la battaglie per i diritti degli animali, la beneficenza e la dieta vegana.
È appena uscito il nuovo disco, These Systems Are Failing, sotto il nome di Moby & The Void Pacific Choir. Lo hanno definito un ritorno politico e furioso. Concorda?
moby_vpc_tsaf_front_03-copy“Credo che l’album sollevi una questione su tutte: perché un cinquantunenne che non va in tour si ostina a sfornare dischi? Al giorno d’oggi le band fanno musica per diventare ricchi e andare in giro per il mondo. Io suono semplicemente perché amo la musica e, attraverso la mia arte, parlo di problematiche che mi stanno a cuore. So già che non farò un soldo buttando fuori un album nel 2016, perché nessuno compra musica se non vai in concerto. Ci sono ragioni personali che mi hanno portato a comporre These Systems Are Failing, altrimenti me ne sarei stato sul divano a guardare Il Trono di Spade. Se penso che questo sia un album politico? Tutto quello che gli sto cucendo attorno – il manifesto, il suono post-punk e new wave, il video cartoon di Are You Lost In The World Like Me realizzato da Steve Cutts e ispirato alle illustrazioni di Max Fleischer, l’animatore di Betty Boop, Popeye e Superman – tutto questo, direi, è iperpolitico. La musica è un’altra cosa: non sono bravo a scrivere testi civili, sono più intrigato dall’antropologia, dall’evoluzionismo e dal comportamento umano. Mi interessano le scelte della gente, in particolar modo le scelte sbagliate. La politica è importante da un punto di vista pratico ma la cognizione umana ha delle regole proprie, ingovernabili. E’ la nostra cognizione a dettare la linea e non la politica”.
Credo che per la maggior parte di noi, la risposta alla domanda del singolo Are You Lost In The World Like Me, sia “sì”.
“A me capita spesso di sentirmi perso proprio mentre sono ultraconnesso con questo mondo. Più mi connetto, più mi disoriento. Qui dove ci troviamo, a Los Feliz, guardo gli alberi, ascolto gli uccelli, faccio trekking, mi tuffo in piscina, esco con i miei amici vegani… Sono protetto. Poi mi sintonizzo su un rally di Donald Trump, vado a fare la spesa in uno shopping mall di Los Angeles, e all’improvviso mi sento disconnesso dall’umanità, dalla mia cultura, dal mio paese”.
Quali sono le sue isole felici negli Stati Uniti?
“In genere sono le città universitarie e i parchi nazionali. Abbiamo 58 Parchi Nazionali, tutti amministrati dal National Park Service. Aree protette. Dalle acque cristalline nello Yosemite park all’Antelope Canyon, dal Virgin River al fiume Tuolumne. A Los Angeles esistono due milioni di acri di bellezze mozzafiato. Angeles National Forest è un esempio straordinario: nel pieno della città sorge una foresta con alberi, orsi e leoni. Entrare in contatto con un ambiente che non ha nulla a che vedere con le persone, mi fortifica. Ovunque tu vada – Milano, Sydney, Londra, New York – ogni parte della città è costruita a misura d’uomo. Dal momento in cui ti svegli all’ora di andare a dormire, vedi soltanto dei “dischi umani” accartocciati su strade, rotaie, semafori, marciapiedi. L.A. integra l’elemento naturale a quello umano. Hai mai provato a perderti in montagna o nel deserto? Ogni preoccupazione sulle relazioni affettive, quanti Like hai guadagnato su Facebook… Tutto questo viene spazzato via”.
È ottimista o pessimista sui social media?
“Tutti e due. Se solo usassimo Facebook, Twitter, Instagram per fronteggiare questioni più serie e urgenti, sarei più positivo. Se qualcuno finalmente riconoscesse i rischi del cambiamento climatico, del riscaldamento globale e dei livelli record di anidride carbonica, tirerei un sospiro di sollievo. Ora che, a New York, i 193 Stati membri delle Nazioni Unite firmeranno un documento congiunto sulle linee guida per la lotta alla resistenza antimicrobica, penso di essere meno solo. Credo che i super batteri che non rispondono più alle cure con antibiotici siano davvero la più grande minaccia alla medicina moderna. Ma questo genere di informazione circola sui social? E’ presa sul serio? Come musicista, persino come “strambo personaggio pubblico”, non posso più essere egoista. Non è giusto chiedere soldi alla gente perché devo comprarmi una macchina nuova. La mia missione, qualsiasi talento io abbia, è risvegliare coscienze e mettere in stato di allerta chi mi segue”.
E un risveglio c’è stato?
“C’è e non c’è. Non posso generalizzare, non conosco personalmente i 7,450 miliardi di persone su questa Terra, immagino siano impegnati a fare altro… Amo questa frase di Martin Luther King Jr.: “The arc of the moral universe is long, but it bends towards justice”, “L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia” (secondo il Washington Post a pronunciarla non è stato il premio Nobel ma Theodore Parker, ndr.). Oltre alla giustizia, credo che tenda verso un cambiamento della ragione. Nel corso della storia umana, ho visto e vedo parecchi progressi: diritti per gay, neri, donne, animali… Lentamente diventiamo tutti più acuti. Ci sono sempre meno persone attorno a me con una sigaretta in bocca, per dire; meno genitori che picchiano i loro bambini, e così via. Siamo svegli ma i nostri cervelli si sono evoluti in un ambiente del tutto differente da quello in cui si trovano adesso. Occorre tempo”.

mobyMa da dove arriva il nostro cervello?
“Chi viene prima di noi ha sperimentato il freddo, la fame, la paura. I nostri antenati, milioni e milioni di anni fa, erano dei baby-scoiattoli. Il loro unico modo di sopravvivere era usare la ferocia e l’aggressività per superare la paura. Abbiamo ereditato questi geni ed è per questo che, costantemente, ci sembra che il mondo vada a rotoli. La sola differenza è che oggi controlliamo il mondo, lo teniamo in pugno, pur avendo nel DNA gli istinti dei magnifici avi. Il nostro cervello non è ancora tagliato per questo mondo. Siamo davanti ad una incomprensione naturale”.
Mi dica qualcosa di incomprensibile nel mondo.
“L’obesità è una delle disfunzioni più visibili: gli americani, e non solo, mangiano come se stessero morendo di fame. Mi domando: come riusciremo a portare la nostra specie al livello di evoluzione tecnologica moderna? L’architettura del nostro cervello è un grande mistero: abbiamo la corteccia cerebrale, uno strato laminare continuo, in comune con parecchie creature; poi il sistema limbico, una porzione del diencefalo che possiedono i mammiferi, le scimmie, i cavalli, gli orsi e noi umani. Quello che ci distingue dalle altre specie è la corteccia frontale, anche se non sappiamo farne buon uso. Per esempio, se un tizio mi attraverso la strada mentre sono imbottigliato nel traffico, lo vorrei uccidere. Punto. Non credo sia una reazione razionale, è l’istinto che guida. Se metti alcune persone davanti a McDonald’s vogliono abbuffarsi come se non esistesse un domani. Anche qui: non è una risposta razionale, è un disordine. Idem per i tossici: riempili di crystal meth e non ne potranno più fare a meno”.
Nella sua autobiografia parla del momento di perdizione a New York, dal Palladium al Limelight, l’epoca underground della comunità afro e latina, lo sfogo dell’AIDS. Che fine ha fatto quel Moby animalesco?
“E’ diventato vegano e astemio, per cominciare. C’era un tempo in cui mi dicevo: “Se ora strappo un accordo a quell’etichetta musicale, se ho la ragazza, se ho abbastanza alcol, droga, fama, tour… sarò felice”. Invece non ero mai felice. Volevo di più, di più, di più. Lo noto ogni giorno a Hollywood. Molti artisti vivono male, si sentono miserabili pur avendo tutto quello che desiderano. Io ero uno di loro, pur avendo conosciuto la povertà da ragazzo. Quando ho studiato la filosofia del monkey mind e mi sono avvicinato al Buddismo, ho capito che quello che desideravo finivo poi per prenderlo a cazzotti, e rigettarlo”.
È in contatto con qualche sciamano?
“Ora sono sobrio e non pratico l’Ayahuasca; mai provata, anzi. Ma conoscono molte persone che lo fanno e le rispetto”.
Sobrio da quanto?
“Otto anni. Comunque non reputo l’Ayahuasca una droga potente come la cocaina. Il mondo degli sciamani, invece, mi rappresenta molto. Sono un appassionato di spiritualità e religioni del mondo, da sempre; le ho studiate all’università assieme alla filosofia. Se dovessi elencare gli insegnanti della mia vita, a questo punto, direi la natura e lo spirito”.
Crede in Dio?
“Per diverso tempo credevo che il modo migliore per conoscere Dio fosse quello di leggere libri che parlassero di Dio. Ho letto Bibbia, Corano, Tripitaka, Dhammapada, Dao de jin, Guru Granth Sahib… Cercavo di trovare Dio attraverso narrazioni di altri testimoni. Poi un giorno mi son detto: “Perché al posto di cercare Dio nei testi sacri non guardi che cosa Dio fa mentre il suo popolo non presta attenzione?”. Per “Dio” intendo una forza di vita. Allora mi sono accorto che attorno a me ci sono arbusti, papaveri, api. Gli sciamani li sento alleati nella mia ricerca, diffido però da qualunque guru spirituale affamato di denaro e da chi chieda in cambio la mia adesione a un culto. Mi spaventa. La risposta divina non la puoi intascare con una banconota da cento. Non credo che Dio lavori come commercialista per una squadra di football”.
Lei ha dichiarato che c’è qualcosa di molto familiare e confortevole nel fallimento e nell’oscurità. Che cosa intendeva?
“Attenzione, il fallimento può diventare un autosgambetto. Nessuno vuole fallire, dico bene? Al tempo stesso, se guardiamo alle nostre esistenze, il fallimento è il nostro più grande maestro. Il successo ci rende solo arroganti e compiacenti. Sto cercando di scrivere un romanzo sulle cadute storiche del genere umano, sui fallimenti che ci trasciniamo o dai quali impariamo una lezione”.
Chi è il fallito a cui guarda con maggior rispetto?
“Indubbiamente Bill Clinton. Da giovane la sua corsa a governatore dell’Arkansas riuscì a vincerla. Nella rielezione perse di venti punti. Che brutta botta! A soli trent’anni, disoccupato, sognatore, qualcosa lo aveva spinto a diventare un politico migliore. George W. Bush, invece, è diventato presidente degli Stati Uniti grazie ai 537 voti in più rispetto ad Al Gore, ottenuti in Florida nelle elezioni del 2000, eppure Al Gore ha fatto di quel fallimento un vantaggio: è stato insignito del Premio Nobel per la pace nel 2007 e il suo documentario, Una scomoda verità, ha ricevuto l’Oscar. Solo perché ha fallito, oggi è un asso nell’industria dei computer, membro del Consiglio di Amministrazione di Apple e consulente presso Google. Un paradosso? Non possiamo evitare il fallimento. Sarebbe un errore. Fallire è bellissimo: ci accadono cose terribili ma restiamo “ok”, in piedi, più coraggiosi. Il solo concerto che farò per promuovere These Systems Are Failing sarà al Circle V, il festival di musica e cibo vegano, al Fonda Theater; la mia ex, ora miglior amica, continua a chiedermi se sono nervoso. Io le dico: “No, al peggio suonerò da schifo”. Chi se ne frega. La possibilità di fallire non è la fine del mondo, dovremmo vederla come un comfort”.
Torniamo all’album. Questi sistemi stanno fallendo: perché questo titolo?
“Se sei un attivista, se ti interessa il benessere di questo pianeta, devi tramutarti in un lottatore di arti marziali o in uno stratega militare. Quando ti butti nel mondo devi capire quale sia l’arma migliore per combattere. Anni fa ho pubblicato un libro, Gristle, una guida al modo più efficace di consumare cibo. Aveva un look piuttosto accademico ma parlava delle conseguenze dell’agricoltura animale ed io ci tenevo”.
Best-seller?
“Fiasco totale”.
Quanto ha venduto?
“Circa 5.000 copie, la maggior parte finita negli armadietti delle scuole. Insomma, è evidente che quella non è la maniera vincente di far passare un messaggio. L’adorabile cartoon del video di Are You Lost In The World Like Me ha totalizzato 5 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Voglio creare buona arte ed essere responsabile, per questo ho fatto un cyber-stalking a Steve Cutts chiedendogli per email di girare un video per me. Ogni fotogramma di Are You Lost In The World Like Me è fenomenale. Adoro quei personaggi semplici ma iperesagerati, come delle Betty Boop alienate dalla tecnologia”.
E Betty Boop è una filosofa?
“Ogni forma di animazione anni Trenta, prodotta dai Fleischer Studios, è filosofica. Betty Boop è per di più una flapper, una ragazza emancipata della Jazz Age”.
Era solito inserire dei brevi saggi all’interno dei suoi dischi. Sarà così anche per questo?
“No, oggi non sarebbe un modo intelligente di fare attivismo, infilare un saggio nel cd. Chi compra più un cd fisico? Chi compra saggi? Preferisco un manifesto e un cartone animato”.
Che ricordo ha di David Bowie?
“Diventare amico del mio più grande eroe di tutti i tempi è stato un regalo del cielo. Tutti amano Bowie, la sua musica, lo stile. Finire per fare barbecue insieme a lui e girare il mondo in tour al suo fianco… Indescrivibile. Ricordo la sua tristezza interiore miscelata ad un entusiasmo extraterrestre”.
E Michael Jackson?
“Non posso dire di averlo conosciuto bene. Ci siamo incontrati una volta sola e non era presente a se stesso. Mi sembrava di essere al cospetto di una conchiglia, di un guscio. Farfugliava, mormorava, non era più “umano”. Uscii dal nostro incontro sconcertato”.
Che cosa significa “umano”? La musica è ancora umana per lei?
“Ho letto qualche libro del neurologo Oliver Sacks e in particolare Musicophilia che parla dell’effetto della musica nel nostro cervello. Ho visitato anche l’istituto di Sacks a New York, l’Institute for Music and Neurologic Function. La musica guarisce le emozioni, cura il nostro corpo. Credo sempre di più nella musicoterapia. Certo, se sei nato in Indonesia e ti faccio ascoltare Bach, non mi aspetto reazioni. Ma se metto il Gamelan tutto cambia. Musica è istinto. Musica è ritorno all’infanzia”.
Lei è cresciuto con quale riferimento?
“Da Neil Young ai Sex Pistols fino a WC. E ancora: Donna Summer, i New Order, George Gershwin…”
Quanto è grande il suo ego?
“Taglia media. C’è ancora, da qualche parte nel mio corpicino, ma lo tengo a bada. Come canto in Almost Loved, i milioni che ho fatto con il mio ultimo disco non mi fanno sentire diverso, non rendono la mia pelle migliore, non cambiano la luce del sole, non rendono il frullato mattutino di un sapore diverso o le mie amicizie più sane. E’ la libertà che riempie la vita”.
Firma il suo nuovo progetto come Moby & The Void Pacific Choir. Da dove arriva quel Void Pacific Choir?
“Da una frase del poeta e drammaturgo inglese D. H. Lawrence: “People in LA are content to do nothing and stare at the void pacific”, “La gente a Los Angeles è contenta di non fare nulla e guardare il vuoto del Pacifico”. E’ un concetto che ha a che fare con il nostro design biologico. Siamo programmati per trovare comfort in presenza di altre persone. Quando la gente si isola, si ammala. Per me funziona l’opposto (ride). Io mi sento vivo solo quando sto per conto mio, quando medito, compongo, faccio trekking. Non mi isolo a priori. Se qualcuno o qualcosa non mi convince, osservo la mia reazione, da fuori. Cerco di capire da dove arriva la reazione; proviene quasi sempre da traumi passati. Spesso non ha nulla a che vedere con quel preciso momento”.
Come è cambiato il linguaggio nella sua vita ordinaria?
“La funzione del linguaggio appartiene alla musica. E come dice Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus il linguaggio può essere “non specifico”. Non è matematico. C’è una forte correlazione tra il linguaggio e la realtà: parla al nostro cervello. “Il linguaggio traveste il pensiero”. Il linguaggio, per me, è pratico quanto lo è assemblare un tavolo con tutti i pezzi o come guardare le distanze da un posto all’altro su Google Maps. Il linguaggio è divertente e completamente inesatto. Noi crediamo che sia accurato, non lo è. L’albero di casa mia, ad esempio, non è un albero. E’ un insieme di trilione di anni di energia, materia e vita. Ho paura che il linguaggio ci renda stupidi”.
Per questo ha scelto la musica?
“Non ho scelto di fare il musicista per vivere in eterno, lo metto subito in chiaro. Non ho idea di cosa ci sia dopo di me. Non rincorro l’immortalità e rido quando mi dicono che generare figli è un modo per non morire, per continuare a scorrere da qualche parte. Durante un mio viaggio in Europa, a un certo punto qualcuno indica Notre-Dame e dice: “Guarda! E’ immortale”. E io: “No, quella cattedrale è stata completata nel 1345, è vecchia di qualche centinaia di anni ma non è preistorica come quella roccia accanto a Notre-Dame. Quella roccia avrà sì e no 7 milioni di anni e nemmeno lei è immortale”. Quando vado nello Utah, e osservo l’acqua dalla cima della montagna, ho un forte senso di vastità di fronte a me, eppure neanche quello mi dà l’idea di toccare la Genesi. Se a dieci anni dalla mia morte qualcuno non ascolterà più le mie canzoni, pace. Le canzoni sono “carine”; se durano, durano. Tengo, piuttosto, all’eredità del mio messaggio: la conversazione che abbiamo appena avuto, qualche parola, qua e là, forse avrà toccato il cuore dei lettori e portato qualcuno ad un livello superiore di coscienza”.
E se non ci fossimo riusciti?
“Ne sono comunque grato”.”

Tra gli Helloween e Bach (Richard)

Ieri sera, dopo allenamento, sotto la doccia, il Bomber (un mio compagno) ed io ci siamo messi a parlare di sfruttamento della terra e delle risorse, di inquinamento, di come la Terra riuscirà a sopravvivere all’uomo ma l’uomo non sarà in grado di sopravvivere a se stesso.

Nel pomeriggio avevo ascoltato una canzone del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Il brano è “If a mountain could talk” ed è la nona traccia dell’album “7 sinners” del 2010. Lo propongo nella traduzione di “Canzoni metal”.
Feriamo chi amiamo, distruggiamo quello che ci serve. Per il profitto vendiamo la nostra anima. Seminiamo disastri, il guaio è completato. Le risorse saranno presto finite.
Apri gli occhi per vedere i segni tutto attorno sperando che il destino abbia pietà di tutti noi. Un giorno la prossima generazione pagherà, ma quel giorno sarà tardi per rammaricarsi.
Se una montagna potesse parlare ci racconterebbe una storia. Un regno d’amore significa
solo come dire mi dispiace. Se l’oceano potesse piangere, saremmo annegati nelle sue lacrime. L’oscurità distrugge l’alba, non possiamo sopravvivere senza amore.
Il tempo passa, il tempo sta volando. La vita è troppo breve per capire che non ci provate nemmeno
Il tempo passa, il tempo sta volando. Non riempire il tuo cuore con l’odio e la rabbia. Fai un tentativo
So che le cose vanno male a volte ma abbiamo bisogno di farlo bene.
Sento che la pressione è così intensa, a volte, so che ci serve un cambiamento stasera.
Sempre in tempo, sempre sulla giusta via. Le aspettative sono impostate al limite. È troppo tardi, non si può più tornare indietro. Tutto quello che serve è un momento in pace”.

Infine ora, girando sul web, trovo queste parole di Richard Bach, tratte da Biplano, testo che ho letto al liceo: “Puoi cambiare la terra. Estirpare l’erba, spianare le colline, versare su tutto questo una città. Ma puoi estirpare il vento? Seppellire una nuvola nel cemento? Deformare il cielo per adattarlo all’immagine che l’uomo se ne fa? Mai”.

Ecco, niente, ho sentito di essere stato condotto per mano in una passeggiata di amore per la terra.

Gemme n° 499

La mia scelta non è tanto legata al significato della canzone (tra l’altro, non ne ha uno), ma al ricordo di un periodo molto divertente passato con gli amici in estate”. Così L. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Non so perché, ma mentre pubblicavo questa gemma mi è venuta in mente una frase di Brassens “Quando il sole vi canta nel cuore, una piccola mattina di estate, quella è libertà”.

Gemme n° 498

Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”.
La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.

Gemme n° 492

Ho portato questa canzone nonostante non mi piaccia molto la musica italiana; questo brano lo ascoltavo da piccolo, poi era un po’ passato di moda e non si sentiva più. L’ho riascoltato qualche mese fa e ritrovarlo è stato bello e divertente”. Questa è stata la gemma di M. (classe terza).
Un’espressione di Murakami sull’importanza dei ricordi: “I ricordi sono solo un combustibile per alimentare la vita (…) E se per caso quel combustibile non ce l’avessi, se il cassetto dei ricordi dentro di me non esistesse, penso che già da un bel po’sarei stata spazzata in due di netto. Sarei morta sul ciglio della strada, raggomitolata in qualche miserabile buco.”

Gemme n° 491

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”.
C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.

Gemme n° 488

Ho scelto questo video non per la canzone e neppure per la band, ma per la storia raccontata in sé, per quello che è mostrato: lo collego a un argomento per me importante, quello della donazione del sangue. Penso che sia una cosa della quale si debba parlare.

Quando mia mamma, da giovane, ha avuto un incidente simile, si è salvata grazie a una donazione. Sapere questo, mi tocca profondamente, perché anche io sono viva grazie a questo. Non deve essere un obbligo, si deve sentirlo. Il mio obiettivo di oggi è solo quello di ricordare a tutti l’importanza di questa cosa, in cui si può aiutare qualcuno, in cui si può donare una vita”. Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Commento la gemma di M. con un link: http://www.donatorisangue.org/diventa-donatore/testimonianze . E’ il luogo virtuale in cui i donatori possono lasciare una breve testimonianza. Sono ordinate cronologicamente. Riporto quella di Alessandra dell’11 dicembre 2015: “Ogni donazione è un momento di condivisione. Condivido grandi valori di vita con gli altri donatori, i medici, gli infermieri e gli operatori che ci rendono questa giornata speciale. Ma condivido questo giorno soprattutto con mio marito che è affetto da talassemia major. Veniamo al Policlinico insieme: io dono, lui riceve. Per questo, per me, questa giornata è speciale e mi ricorda sempre quanto si possa fare per gli altri donando senza perdere nulla, ma arricchendosi il cuore e l’anima”.

Gemme n° 486

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Ho portato una foto del periodo delle elementari in cui c’è la maggior parte dei miei amici; diversi di loro lo sono tuttora, e questo è uno dei ricordi più importanti che ho”. Così A. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Penso che quella che pubblico qui sotto sia una delle più vecchie canzoni sull’amicizia, un grande classico… “Semplicemente urla il mio nome e sai che ovunque sarò verrò di corsa per rivederti ancora. Inverno, primavera, estate o autunno, tutto ciò che devi fare è chiamare, ed io arriverò, sì, Tu hai un amico. Se il cielo sopra di te dovesse diventare scuro e pieno di nuvole e se quel vecchio vento del nord iniziasse a soffiare, mantieni salda la tua testa ed urla forte il mio nome e subito busserò alla tua porta…”

Gemme n° 485

La mia gemma è la canzone Home di Michael Bublè: mi ricorda di quando ero piccola, me la facevano sentire i miei genitori quando affrontavamo viaggi lunghi. E’ bello il testo: puoi viaggiare quanto vuoi ma nessun posto è come casa”.
Non riesco a resistere. Commento la gemma di V. (classe seconda) con un altro video, questa volta dei Depeche Mode. Il titolo? Lo stesso della canzone di Michael Bublé.

Gemme n° 481

Piuttosto composita la gemma presentata da T. (classe quinta): “Ho scelto la parte finale del primo video e il secondo soprattutto per la frase in cui si afferma che le cose a cui teniamo di più sono quelle che ci possono distruggere. Inoltre voglio proporre una canzone di Tina Turner che mi rilassa molto”.
Mi soffermo sulla scena finale del secondo video, con uno dei protagonisti che è stato influenzato dal pensiero altrui. Lo collego a una citazione di Orwell, tratta dal capolavoro 1984: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione”.

Gemme n° 478

Fin dalla prima volta che l’ho ascoltata, il testo di questa canzone mi ha colpito: «fabbricare quello che verrà con materiali fragili e preziosi senza sapere come si fa». A volte penso al futuro e non riesco a immaginarlo, ma penso che siamo noi a costruirlo, abbiamo in mano il materiale per farlo, possiamo deciderlo noi, è una nostra scelta. Poi penso anche che le due ragazze che si amano sia un messaggio di uguaglianza: «il loro non era un amore poi tanto diverso».” Così E. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
E’ una canzone che mi piace molto, questa delle Luci. Penso sia venata di una malinconia aperta comunque alla speranza, al futuro e al domani. «Forse si trattava di accettare la vita come una festa, come ha visto in certi posti dell’Africa. Forse si tratta di affrontare quello che verrà come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà. Forse si trattava di dimenticare tutto come in un dopo guerra e di mettersi a ballare fuori dai bar come ha visto in certi posti della Ex-Jugoslavia».

Gemme n° 476

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Un libro è stato il protagonista della gemma di M. (classe seconda): “Questo è il primo libro dei Beatles che ho ricevuto. Ricordo bene quel momento: ero in V elementare, avevo appena sostenuto degli esami a scuola, mi pare fosse un giovedì, c’era il sole e in macchina c’era questo libro. Ci sono molto affezionata: le prime volte lo avvolgevo in una coperta e lo portavo anche a dormire con me. Questo è il primo, ne ho anche altri, ma questo è il più importante”.
Ci sono fotografie che vengono scattate dal nostro cervello. Questa è una di quelle: si ricordano molti particolari legati ad un momento significativo della nostra vita. Grazie a M. per averci regalato un suo scatto interiore.

Gemme n° 475

In questo video compaiono dei ballerini che descrivono cosa sia la danza per loro; sono cose che penso anche io, come il fatto che ci siano sacrifici da fare se si vuol diventare bravi. Inoltre, un paio di loro dicono che la danza li ha salvati: lo stesso è stato per me nell’ultimo periodo in cui la danza mi ha aiutato ad essere più serena”. Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Sono molte le gemme legate alla danza e alla musica. Penso sia dovuto a molteplici motivi e uno di essi a mio avviso è il legame che essi anno con qualcosa di ancestrale nell’uomo. Claude Debussy diceva: “Sono esistiti, ed esistono tuttora, malgrado i disordini che la civiltà reca, piccoli deliziosi popoli che appresero la musica con la semplicità con cui si apprende a respirare. Il loro conservatorio è: il ritmo eterno del mare, il vento tra le foglie, e mille piccoli rumori percepiti con attenzione, senza mai ricorrere a trattati arbitrari. Le loro tradizioni vivono negli antichissimi canti associati alla danza, in cui ciascuno, durante i secoli, ha rievocato il suo rispettoso contributo.”

Gemme n° 472

Questa canzone mi ha ispirato molto, la ascolto da anni: mi comunica che se una persona lotta per i suoi sogni giorno dopo giorno può realizzarli.” Così T. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
Penso sia importante inseguire e coltivare i propri sogni, ma penso anche che ciò richieda una grande capacità: quella di leggere in se stessi con sincerità e in profondità. Non penso sia soltanto una dote naturale; certo, a qualcuno riesce più facile, ma penso anche che si possa imparare a farlo o a farlo meglio.

Gemme n° 470

Questa è la gemma di S. (classe terza): “Ho scelto questa canzone non per un suo significato particolare (parla del fatto di lasciar andare il passato perché inevitabile), ma perché le sono da poco legata. Qualche tempo fa ero in cantina, dove io e mio papà facciamo un po’ di ginnastica. Di solito ascoltiamo Ligabue, il preferito di mio padre, ma alla fine del cd abbiamo messo su le canzoni che ho sul pc. Mio padre ha detto che questa gli piaceva un sacco e mi ha proposto di fare una gara di addominali sulle sue note. Era tanto che non “giocavamo” insieme come quando ero piccola: ecco perché questa canzone significa tanto”.
Neruda scrive che “Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé”. Auguro a S. e al suo papà tante gare di addominali 😀