Allargare lo sguardo

10072017-_DSC8887.jpg

“Il mondo ci sa svelare i suoi segreti in forme del tutto inattese.
Per la maggior parte delle persone le giornate iniziano e finiscono senza che accada granché, ma tutti gli elementi devono essere collegati in qualche modo se alla fine ne scaturisce una figura armoniosa, come la tela di un ragno che luccica al sole del mattino.
Al suo interno vi sono insetti rinsecchiti e tante altre cose che a una prima occhiata possono risultare sgradevoli. Ma prese insieme, tutte quante, accolte in uno sguardo grande, immenso, diventano un unico corpo meraviglioso e irripetibile”
(Banana Yoshimoto, Andromeda heights, pp 16-17)
Ecco quel che devo cercare di fare: allargare lo sguardo.

Il ritorno di Socrate

socrate

Lo scrittore spagnolo Marcos Chicot immagina, in un pezzo pubblicato domenica 3 settembre su La Lettura, il ritorno di Socrate ai giorni d’oggi. Un brano divertente e ricco di spunti di riflessione.
Nei suoi primi giorni nel XXI secolo, probabilmente Socrate si incamminerebbe a piedi scalzi verso una biblioteca, in cui si rinchiuderebbe per un po’ in modo da aggiornarsi su quanto avvenuto dopo la sua morte nel 399 a.C. Vestito con la sua abituale tunica austera, forse sorriderebbe soddisfatto nello scoprire che oggi consideriamo l’Epoca Classica (499-323 a.C.) il periodo più straordinario nella storia dell’umanità.
In effetti ha dell’incredibile che in così pochi anni, quasi avessero ricevuto un’illuminazione improvvisa, i Greci abbiano creato tanti elementi che oggi sono la base della nostra civiltà. Riassumendo: 1) la medicina giunse al rango di scienza per mano di Ippocrate; 2) in architettura furono eretti alcuni capolavori universali dell’ingegneria come il Partenone; 3) apparvero il teatro e i grandi drammaturghi; 4) Mirone e Fidia reinventarono in modo definitivo il modo di fare scultura; 5) infine, in fatto di politica, i Greci sorpresero il mondo sviluppando una forma di governo fino ad allora ignota: la democrazia.
Ora, in quella biblioteca Socrate si acciglierebbe nel leggere che denominiamo «presocratici» i filosofi che lo hanno preceduto, facendo di lui una pietra miliare, il confine che segna un prima e un dopo nella storia del pensiero e, pertanto, dell’umanità. Secondo Platone, l’oracolo di Delfi affermò che Socrate era il più saggio tra gli uomini. La reazione di questi anziché gonfiarsi d’orgoglio come avrebbe fatto qualsiasi mortale consistette nel rifiutare con umiltà il significato letterale di quelle parole, domandandosi come avrebbe potuto essere il più saggio se sapeva solo… di non sapere.
L’ammissione della propria ignoranza, al pari della ricerca incessante della conoscenza, lo trasformarono nel paradigma del filosofo. E, come se non bastasse, la sua dialettica rigorosa lo innalzò al ruolo di padre del Razionalismo. Inoltre, aver scelto come elementi principali di riflessione il bene e il male, la virtù e la felicità, ce lo fa considerare il padre della filosofia etica. Infine, essere stato il primo a porre l’uomo al centro dell’attenzione lo rende il padre dell’Umanesimo. Sopraffatto da tanti riconoscimenti, Socrate chiuderebbe i libri e abbandonerebbe la biblioteca per interessarsi alla nostra società. Ci guarderebbe in prospettiva, accarezzandosi irrequieto la barba folta, sorpreso che molte delle conquiste della sua epoca siano scomparse per tanti anni e siano state riscoperte solo di recente, facendo somigliare il nostro mondo al suo: la democrazia, perduta per due millenni fino alla Rivoluzione francese; lo sviluppo di arti e scienze dell’antichità classica, il cui recupero dà il nome al Rinascimento; o lo stesso Umanesimo socratico, riportato alla luce da grandi maestri come Petrarca e Leonardo. «Saranno consapevoli gli abitanti del mondo di oggi che tutto potrebbe andare perduto di nuovo?», si domanderebbe.
Aggiornatosi sul passato e sul presente, Socrate si porrebbe gli stessi obiettivi della sua prima vita: dialogare con i concittadini sulle nozioni di base – il bene, la virtù o la giustizia come concetti universali, al di sopra degli interessi particolari. E tornerebbe a impegnarsi nella formazione dei futuri dirigenti, sognando di risvegliare in loro l’idea di giustizia e di fare in modo che non perdano la strada proprio una volta raggiunto il potere. Il filosofo non frequenterebbe più l’agorà come una volta, ma si adatterebbe ai tempi e condurrebbe un programma tv in prima serata (e chi non metterebbe sotto contratto un personaggio così famoso?). In base alle sue linee guida, la trasmissione avrebbe un carattere divulgativo, cui si unirebbe una sezione di interviste tanto a cittadini comuni quanto a personaggi di rilievo della società. Le puntate di maggior successo sarebbero di certo i dibattiti con i politici. Tuttavia Socrate non tarderebbe a scoprire che l’uomo di governo più importante della sua epoca, l’ateniese Pericle, sarebbe un’eccezione oggi come lo era tra i politici dell’Epoca Classica. Non solo perché, nei tre decenni in cui fu alla testa dell’Assemblea della sua polis, l’impero di Atene raggiunse l’apogeo, ma anche perché – allora come oggi – la norma erano i demagoghi, intenti solo a istigare le masse per ottenere un appoggio che soddisfacesse le loro ambizioni di potere, spesso con conseguenze disastrose.
«Pericle era l’unico politico che convinceva il popolo con la verità», ricorderebbe nostalgico il filosofo. «E l’unico il cui patrimonio non sia aumentato di una dracma in tutti i suoi anni di governo», aggiungerebbe rattristato, leggendo le ultime notizie sulla corruzione. Lascerebbe cadere i giornali e rifletterebbe sulla somiglianza tra la democrazia ateniese e quelle attuali. La divisione del popolo incoraggiata dai politici, i problemi economici, le famiglie rovinate… dietro tutto ciò vedrebbe l’eterno problema di questo sistema di governo: l’incapacità o il disinteresse della classe dirigente. Ricorderebbe ciò che disse il suo amico Euripide quando lasciò Atene disgustato: «La democrazia è la dittatura dei demagoghi».
In ogni caso, Socrate si rallegrerebbe di essere tornato a una società democratica con libertà di espressione e facilità di accesso all’istruzione. Da questo punto di vista, molti Paesi gli sembrerebbero forse al livello della sua vecchia patria ateniese o persino superiori. Lo deluderebbe tuttavia constatare che l’informazione non implica la conoscenza. Resterebbe affascinato dai progressi nella medicina, dal dominio sulla natura, l’energia, la genetica… eppure le domande che porrebbe nel suo programma sulle diverse questioni etiche o sulle conseguenze a lungo termine metterebbero spesso in imbarazzo gli interlocutori. Potrebbe colpirlo l’intreccio fra la tecnologia e la vita quotidiana, ma se si presentasse con il suo abbigliamento sobrio nel reparto delle novità elettroniche di un qualsiasi centro commerciale, allargherebbe le braccia e proclamerebbe allegro, come faceva nel mezzo del mercato di Atene: «Quante cose di cui non ho bisogno!».
Dopodiché inviterebbe nella sua trasmissione imprenditori, rettori di università e ministri dell’Istruzione, e dialogando con loro metterebbe il dito nella piaga del sistema: il fatto che gli uomini siano concepiti sempre più come unità di produzione e consumo. Sottolineerebbe preoccupato che la riflessione e il dubbio sono minacciati ogni giorno di più, tanto che ne viene rimosso l’insegnamento dai piani di studio. Come uomo di cultura, potrebbe mettere a disagio i suoi interlocutori usando le parole azzeccate di Francisco de Quevedo: «Un popolo idiota è la sicurezza del tiranno». E, con lo sguardo rivolto ai telespettatori, ci direbbe che la società non ha soltanto un bisogno disperato della filosofia, ma anche di cittadini che difendano e promuovano il pensiero critico.
Nessun politico vorrebbe essere ospite della trasmissione, ma il magnetismo del conduttore ne farebbe il programma con l’audience più alta e finirebbero tutti seduti accanto a lui davanti alla telecamera. Politici in vista sarebbero dissezionati e smascherati dalla sua ironia acuta e agile e dalle sue domande in apparenza ingenue. Socrate dimostrerebbe di volta in volta che un idolo è solo una persona comune rivestita dell’ammirazione altrui. Ammirazione di cui rimuoverebbe gli strati, lasciando agli interlocutori un senso di vulnerabilità e risentimento. Le sue interviste risulterebbero esemplari, dimostrando con grande chiarezza che al potere non arriva chi ne sa fare l’uso migliore, bensì chi è più abile nel conquistarlo. E, al tempo stesso, nei suoi dialoghi televisivi proverebbe che per raggiungere il potere si richiedono capacità opposte a quelle necessarie per un suo buon esercizio: in sostanza, ambizione e mancanza di scrupoli.
Ma il filosofo non si limiterebbe a parlare con i suoi interlocutori nel programma. Ci guarderebbe attraverso la telecamera («Oh, popolo greco-romano…») e ci rammenterebbe che una delle forme più insidiose di sottomissione è il silenzio, questo grande complice. Socrate non agì mai mosso da interessi propri e non lo farebbe nemmeno ora. Il suo unico obiettivo è stato e sarebbe la ricerca della conoscenza e del comportamento giusto. Per toglierlo di mezzo si indagherebbe sul suo passato a caccia di panni sporchi, ma si troverebbero soltanto un marito fedele alla giovane moglie, padre di tre figli, e un soldato che difese con grande valore la propria patria nella lunga guerra che mise a confronto Atene e Sparta.
Tutto ciò vorrebbe dire che Socrate stavolta vincerebbe la sua battaglia contro i sofisti e i demagoghi? Il suo ritorno porterebbe alla sognata rigenerazione della democrazia? Temo che, come in passato, la somma di scomodità, incomprensione e risentimento che si creerebbero intorno al filosofo porterebbero alle stesse conseguenze. Anche stavolta, Socrate sarebbe assassinato.”

iGen, generazione in rovina?

IMG_20170821_080534_208 (2)

Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”

Un’ombra scura

Dall'aurora al tramonto 003 fb

“Se anche è vero che non c’è, al momento, alcuna speranza di cura, ripugna alla coscienza che al piccolo Charlie Gard, dieci mesi, affetto da una rara e gravissima malattia genetica e dipendente da una macchina per respirare, debba venire data la morte. Ripugna perché in questo caso il paziente non può esprimere la sua volontà e, anzi, se ne esprime una, con la caparbia tenacia del suo cuore che batte, è quella di vivere. Ripugna perché coloro che hanno il diritto di esprimersi nel suo nome, suo padre e sua madre, sono disperatamente contrari a questa morte data e hanno lottato con ogni mezzo, con la testardaggine di chi non può perdere ciò che gli è più caro. Raggela anche l’unanime consenso con cui Corti britanniche e europee hanno emesso la loro sentenza. Il bambino, dicono, soffre, è attaccato a un respiratore artificiale e non ha speranza di guarire. Meglio per lui la morte. Ma quanti sono in Europa e nel mondo i malati gravi che non hanno speranza di guarire, che hanno bisogno di costose terapie quotidiane, che soffrono? Ciò che impressiona però è anche che in questo dramma si prescinda totalmente da quanto finora è stata detta essere la colonna delle norme sulla eutanasia, cioè la volontà del malato o di chi lo rappresenta. Qui non c’è alcuna domanda di morire. Qui c’è lo Stato che interviene su una determinazione di medici e sentenzia: soffri troppo, e non ti si può guarire, conviene per il tuo stesso bene che tu muoia. Sinistro, questo Stato, e poi la stessa Europa, che si ergono a giudici della liceità di una vita. Non si potrebbe almeno lasciare che la malattia del bambino segua il suo naturale decorso? No, evidentemente costa troppo. E sembra quasi una profezia, la vicenda di Londra, sulle nostre vite fra trent’anni, quando saremo vecchi, malati – e costosi. Nel caso di Eluana Englaro era il padre a domandare con insistenza la morte per la figlia, e i giudici infine gli diedero ragione. Qui, al contrario, i genitori combattono strenuamente perché il figlio sia lasciato vivere: e ugualmente invece il verdetto è che lo si abbandoni. Difficile non vedere un favor mortis dentro la logica che sorregge l’approccio di Stati e ‘tecnici’ e i pronunciamenti di certi tribunali circa la vita malata, terminale, fragile. Un favore per la morte anziché per la vita, che comunque si manifesta. O forse quel bambino ricoverato in un ospedale della vecchia Europa con la sua malattia a oggi non guaribile ci ricorda la nostra umana impotenza: testimonia come, in verità, noi tanto sapienti e orgogliosi non siamo padroni di niente. Per questo forse si preferisce ,’per il suo bene’, farlo scomparire. Una sentenza di morte per un bambino di dieci mesi. ‘Soffre, non ha speranza’. Ma di quanti di noi, pensi, un giorno, con l’avanzare degli anni e delle invalidità si potrà dire la stessa cosa. Ed è come se un’ombra oscura ti passasse davanti”.
(Marina Corradi, Avvenire)

Tema

20170426_115834 (2)

Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

Tra il cielo di Yuri e la nostra terra

Con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas”… Sono parole che mi sono tornate alla mente stamattina mentre ascoltavo le notizie di cronaca che rimbalzavano tra l’attacco chimico in Siria e la risposta statunitense. Quelle parole sono tratte, guarda il caso, da una canzone, intensa ed emozionante, che celebra uno dei grandi eroi russi, Yuri Gagarin. L’ha composta, ormai quarant’anni fa (1977), Claudio Baglioni, ispirato da un testo di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko. Tra l’altro era aprile anche il giorno in cui Gagarin spiccò il suo volo. Leggo il testo e mi chiedo: è necessario allontanarsi dalla terra, dai suoi eventi, dagli uomini che ne sono gli autori, per cogliere la bellezza? E’ necessario immergersi in quello squarcio nel cielo per vedere le lentiggini di Dio? Non è possibile sposare l’eternità anche qui, magari coi piedi piantati nella terra e il volto alzato a quel volo nell’infinito?

Quell’aprile s’incendiò, al cielo mi donai, Gagarin, figlio dell’umanità. E la terra restò giù, più piccola che mai, io la guardai – non me lo perdonò. E l’azzurro si squarciò e stelle trovai, lentiggini di Dio, col mio viso sull’oblò io forse sognai e ancora adesso io volo. E lasciavo casa mia, la vodka ed i lillà e il lago che bagnò il bambino Yuri, con il piede io scansai bugie, volgarità, calunnie, guerre, maschere antigas. Come un falco m’innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità, anche l’ombra mi rubò e solo restai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.
Sotto un timbro nero ormai io vi sorrido ma il mio sorriso se n’è andato via, io, vestito da robot per primo volai e ancora adesso io volo e ancora adesso io volo, volo, volo, e ancora adesso io, e ancora adesso io volo, volo, volo, nell’infinito io volo.”

Il prezzo

pass

«Il dolore […] mi ha anche insegnato che si deve poter condividere il proprio amore con tutta la creazione, con il cosmo intero. Ma in quel modo si ha anche accesso al cosmo. Però il prezzo di quel biglietto di ingresso è alto e pesante, e lo si guadagna risparmiando a lungo, con sangue e lacrime. Ma nessun dolore e lacrime sono troppo cari per questo. E tu dovrai passare attraverso le stesse cose, cominciando dal principio» 
Etty Hillesum, giugno 1942

Il superpotere di essere vulnerabili

Necessito di un passo intermedio per tornare a una “dimensione normale” nella pubblicazione dei post sul blog dopo quanto successo. Lo faccio attraverso la musica, una canzone dell’ultimo album de “Le luci della centrale elettrica”. Il brano si intitola “Qui”. A colpirmi al primo ascolto è stato il ritornello “è un superpotere essere vulnerabili”. Nell’era dell’esasperata perfezione, della massima efficienza, dell’essere vincenti a tutti i costi, questo inno alla vulnerabilità, alla vincibilità, all’assecondare il ritmo delle onde che possono travolgerci, al farsi cullare dal vento che ci investe mi regala il passaggio dal dolore alla malinconia e quello dalla malinconia alla celebrazione della vita.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili.
Sono negli eventi catastrofici, in quelli magnifici, dentro i fili elettrici. Sono nelle nuove idee in supermercati più grandi delle più grandi moschee. Sono stato avvistato, identificato, sono il cielo dopo che è diluviato. Sono alla deriva nelle correnti, tra pensieri, passaporti e vite precedenti. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Sono le tracce sparite nel vento, un combattimento, un karma irrisolto. Sono in uno spazio sacro, sono all’aperto con il coprifuoco. Sono cotto come un cielo stellato. Vedi qui era buio, e ora è illuminato. Sono al di là della paura, in quella prateria infinita, piena di pericoli, strapiena di vita, piena di pericoli, strapiena di vita.
E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili. E adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili. E adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili, e adesso sono qui, dove sono possibili cose impossibili.
Io sono nei detriti spaziali, nelle notizie da casa dei fronti siriani. Sono negli alberi monumentali, in quelli abbattuti nei piani astrali. Sono tra i cercatori d’oro, tra i fiori che crescono su ogni abbandono. Sono pericoloso io che ti rassicuro e hai visto all’improvviso è arrivato il futuro. E adesso sono qui”

 

Paradiso e miseria

oro

“Vidi un uomo che giaceva al suolo con la testa quasi sepolta nella sabbia mentre le formiche correvano tutte intorno a lui. Era una vittima della malattia del sonno che i compagni avevano abbandonato là, probabilmente qualche giorno prima, perché non potevano più fargli proseguire il viaggio. Benché respirasse ancora, non v’era più speranza. Intanto che mi occupavo di lui potevo vedere attraverso la porta della capanna le acque azzurre della baia incorniciate dagli alberi verdi, una scena di una bellezza quasi magica, che appariva ancora più incantevole inondata com’era dalla luce dorata del sole al tramonto. Vedere un tale paradiso e allo stesso tempo una miseria così spietata e senza speranza era opprimente”.
Albert Schweitzer, Dove comincia la foresta vergine, 1921

Tra gli Helloween e Bach (Richard)

Ieri sera, dopo allenamento, sotto la doccia, il Bomber (un mio compagno) ed io ci siamo messi a parlare di sfruttamento della terra e delle risorse, di inquinamento, di come la Terra riuscirà a sopravvivere all’uomo ma l’uomo non sarà in grado di sopravvivere a se stesso.

Nel pomeriggio avevo ascoltato una canzone del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Il brano è “If a mountain could talk” ed è la nona traccia dell’album “7 sinners” del 2010. Lo propongo nella traduzione di “Canzoni metal”.
Feriamo chi amiamo, distruggiamo quello che ci serve. Per il profitto vendiamo la nostra anima. Seminiamo disastri, il guaio è completato. Le risorse saranno presto finite.
Apri gli occhi per vedere i segni tutto attorno sperando che il destino abbia pietà di tutti noi. Un giorno la prossima generazione pagherà, ma quel giorno sarà tardi per rammaricarsi.
Se una montagna potesse parlare ci racconterebbe una storia. Un regno d’amore significa
solo come dire mi dispiace. Se l’oceano potesse piangere, saremmo annegati nelle sue lacrime. L’oscurità distrugge l’alba, non possiamo sopravvivere senza amore.
Il tempo passa, il tempo sta volando. La vita è troppo breve per capire che non ci provate nemmeno
Il tempo passa, il tempo sta volando. Non riempire il tuo cuore con l’odio e la rabbia. Fai un tentativo
So che le cose vanno male a volte ma abbiamo bisogno di farlo bene.
Sento che la pressione è così intensa, a volte, so che ci serve un cambiamento stasera.
Sempre in tempo, sempre sulla giusta via. Le aspettative sono impostate al limite. È troppo tardi, non si può più tornare indietro. Tutto quello che serve è un momento in pace”.

Infine ora, girando sul web, trovo queste parole di Richard Bach, tratte da Biplano, testo che ho letto al liceo: “Puoi cambiare la terra. Estirpare l’erba, spianare le colline, versare su tutto questo una città. Ma puoi estirpare il vento? Seppellire una nuvola nel cemento? Deformare il cielo per adattarlo all’immagine che l’uomo se ne fa? Mai”.

Ecco, niente, ho sentito di essere stato condotto per mano in una passeggiata di amore per la terra.

De pudore (pure questo non è in latino)

DSC_0079 copia fb.jpg

Il vocabolario on line della Treccani dà questa definizione di PUDORE: “Ritegno, vergogna, discrezione, senso di opportunità e di rispetto della sensibilità altrui”. Negli ultimi anni i social network hanno educato i loro frequentatori alla sua assenza; il comportamento si è poi allargato anche a chi non conosce la rete. La mancanza di pudore si nasconde dietro ad una scusa: il coraggio di dire, anzi spesso gridare, quello che si pensa, senza minimamente mettere in conto gli effetti (“scusa se ti dico che sei un cretino, ma preferisco dirtelo in faccia piuttosto che alle spalle”; mi rendo immediatamente conto che sotto al “piuttosto che” si nasconde un “oltre che”). Si cela anche un’insidia dietro al pudore: spesso si pensa che non sia ambivalente, che valga per gli altri nei miei confronti ma non viceversa (“smettila di dire cretinate e abbi rispetto di quello che penso”). E’ tipicamente adolescenziale il collocamento del ragionamento nelle viscere, tanto che è segno di maturità e crescita il riflettere, il valutare, il ponderare, il pensiero critico, che trovano invece luogo nel cervello. E senza l’utilizzo di quest’ultimo organo vedo assai arduo l’esercizio del pudore.

Gemme n° 497

Fusine_0188 fb.jpg

La mia gemma consiste in due esperienze fatte la prima volta che sono stato in Canada. La prima è legata al fatto di essere da solo in una città di cui non conoscevo niente: essere riuscito ad arrivare a casa, per uno disorganizzatissimo come me, è stato notevole. La seconda, invece, è legata ad un giro in bici che stavo facendo su sentieri non segnati per arrivare ad uno zoo che mi sembrava più vicino di quanto non fosse in realtà. Mi ero perso. Ho incontrato un uomo e gli ho chiesto qualche informazione; dopo un po’ di domande da parte mia, lui mi ha guardato, ha guardato l’orologio e ha deciso di accompagnarmi. Mi ha stupito la sua gentilezza.” Questo racconto è stata la gemma di A. (classe quinta).
Camus scrive che “La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente.” Penso sia quello che è successo ad A. In fin dei conti la persona che ha incontrato gli ha regalato tempo, un pezzettino del suo futuro che ha deciso di fare presente in questo modo.

Gemme n° 495

Credo che Roberto Benigni abbia una grande capacità di comunicare ciò che pensa e lo fa con metafore bellissime. Tocca temi importanti come l’amore e la vita; sottolinea quanto sia importante amare e non dimenticarsi di farlo. Purtroppo, a volte, ce ne rendiamo conto quando è troppo tardi. Poi Benigni parla della felicità e usa la metafora dei cassetti: essa è presente dentro a tutti ma volte non ci ricordiamo né di tirarla fuori né dove l’abbiamo messa.” Questa è stata la gemma di G. (classe terza).
Trovo molte affinità con un passo di Castelli di rabbia di Alessandro Baricco: “Perché è così che ti frega la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un’immagine, o un odore,o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quando è troppo tardi”.

Gemme n° 494

Amo questo film: penso che attraverso la risata insegni tantissime cose. L’ho rivisto spesso e molti aspetti non riesco ancora a comprenderli bene. Una delle cose che mi ha trasmesso è l’importanza di cercare di cambiare fino a quando non si trova la propria strada. Penso che cambiare sia bellissimo e porti sempre a qualcosa di buono. E poi, quando abbiamo trovato la soluzione, non è detto che sia quella definitiva: possono arrivare vicende che rimettono in discussione tutto. E penso che ciò sia il bello e il brutto della vita.” Con queste parole L. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
La scrittrice statunitense Elizabeth Gilbert (quella di Mangia, prega, ama, per capirci) ha scritto: “Se sei abbastanza coraggioso da lasciarti dietro tutto ciò che è familiare e confortevole, e che può essere qualunque cosa, dalla tua casa ai vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esteriore che interiore; se sei veramente intenzionato a considerare tutto quello che ti capita durante questo viaggio come un indizio; se accetti tutti quelli che incontri, strada facendo, come insegnanti; e se sei preparato soprattutto ad accettare alcune realtà di te stesso veramente scomode, allora la verità non ti sarà preclusa”.

Gemme n° 490

Il video che propongo è sul bullismo, ma chi parla tocca molti temi, e mi ha colpito la sua carica espressiva. Penso che possa insegnare molto anche a chi non è toccato direttamente dal problema. L’ultimo pezzo con la musica è parte di una sua poesia”. Con queste parole E. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Consiglio a chi non conoscesse l’inglese di attivare i sottotitoli: non sono quelli automatici, per cui permettono di capire bene il video. Mi piace riportare una frase della parte iniziale del video in cui si fa riferimento all’identità: “Ci dicevano che in qualche modo dobbiamo diventare quello che non siamo, sacrificando ciò che siamo per ereditare la maschera di ciò che saremo”.

Gemme n° 489

Ho scelto di portare questo video perché illustra al meglio la mia passione per il motocross. I miei genitori non condividono molto questa mio amore e allora vado a vedere i miei amici. Nel filmato ci sono immagini molto motivanti che fanno anche capire tutto los forzo e la fatica; mi piacciono molto anche la canzone e le parole. E’ uno sport a tutti gli effetti e chi lo pratica prova libertà e felicità.” Così M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Il dottor Costa è un medico molto noto agli amanti del motociclismo. Sua è questa frase che bene si addice alla passione trasmessa da M. durante la sua presentazione: “L’amore per la moto riesce, quasi per magia, a liberare l’energia imprigionata nel cuore degli uomini, e a illuminare i sotterranei dell’anima”.

Gemme n° 488

Ho scelto questo video non per la canzone e neppure per la band, ma per la storia raccontata in sé, per quello che è mostrato: lo collego a un argomento per me importante, quello della donazione del sangue. Penso che sia una cosa della quale si debba parlare.

Quando mia mamma, da giovane, ha avuto un incidente simile, si è salvata grazie a una donazione. Sapere questo, mi tocca profondamente, perché anche io sono viva grazie a questo. Non deve essere un obbligo, si deve sentirlo. Il mio obiettivo di oggi è solo quello di ricordare a tutti l’importanza di questa cosa, in cui si può aiutare qualcuno, in cui si può donare una vita”. Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Commento la gemma di M. con un link: http://www.donatorisangue.org/diventa-donatore/testimonianze . E’ il luogo virtuale in cui i donatori possono lasciare una breve testimonianza. Sono ordinate cronologicamente. Riporto quella di Alessandra dell’11 dicembre 2015: “Ogni donazione è un momento di condivisione. Condivido grandi valori di vita con gli altri donatori, i medici, gli infermieri e gli operatori che ci rendono questa giornata speciale. Ma condivido questo giorno soprattutto con mio marito che è affetto da talassemia major. Veniamo al Policlinico insieme: io dono, lui riceve. Per questo, per me, questa giornata è speciale e mi ricorda sempre quanto si possa fare per gli altri donando senza perdere nulla, ma arricchendosi il cuore e l’anima”.

Gemme n° 487

20160509_101342.jpg

La mia gemma è una lettera: sei anni fa ho perso mia madre e da 4 o 5 anni le scrivo delle lettere, come se le parlassi. Oggi ne voglio leggere una; non l’ho mai fatto, ma oggi desidero condividerne una”. Questa è stata la toccante gemma di C. (classe seconda).
E’ qualcosa di molto prezioso quello che C. ha deciso di regalare alla sua classe. Si chiama vita. “Ma come? Se ha parlato di una persona che non c’è più…” Penso che C. ci abbia parlato di qualcosa che è fortemente vivo, al di là delle distanze, e che è l’amore che lega lei e sua madre. Con queste lettere la continua a far vivere e continua a dire tutto l’affetto che prova per il suo “dolcissimo angelo”. Grazie.