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Dare un nome e un cognome

“Che emozione! Che emozione, la mia Trieste… vedervi qui riuniti, è veramente un’emozione grandissima… parlare di mafie in maniera obiettiva, consapevole, e di essere anche io qui, personalmente. Il dolore c’è, ci accompagna quotidianamente, un dolore che non sparisce… impari solamente a conviverci, un dolore che non svanirà finché non ci verrà restituita la verità.” Così ha esordito Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina, vittima della strage di via d’Amelio in quanto membro della scorta di Paolo Borsellino. Era presente insieme alle due sorelle di Eddie, Oriana ed Edna, alla plenaria di apertura di Contromafie.

“Io devo dire grazie in particolare al mio papà spirituale, don Luigi (Ciotti, ndr). L’ho incontrato la prima volta nel 2005 o 2006 alla Giornata della Memoria delle vittime di mafia, la prima a cui ho partecipato con la mamma e la zia, e devo dire che è stato veramente liberatorio. Per la prima volta ho pianto, ho pianto davanti a tutti senza vergognarmi e devo dire che mi sono sentita a casa, anche se a chilometri e chilometri dalla vera casa… tutti gli abbracci e l’affetto che ho ricevuti. Soprattutto sono entrata a far parte della famiglia di Libera che accoglie tutti noi, famigliari delle vittime innocenti delle mafie e del dovere; in questi anni ci hanno accompagnati con umiltà, discrezione e tanto affetto, nonché con tantissima pazienza. Ringrazio tutti i ragazzi di Libera, in particolare quelli del Presidio Eddie Cosina di Trieste.

Manca un ragazzo qui, tra noi. Manca Eddie. Aveva trent’anni, ha fatto semplicemente il suo dovere. Ha detto di no due volte alla vita, prendendo il posto del suo collega, sia partendo da Trieste, sia quel giorno del 19 luglio a Palermo, quando era arrivato il suo sostituto e gli disse che avrebbe fatto lui il suo turno così che potesse riposarsi. Io vi voglio lasciare con il messaggio di portare avanti quei valori per cui i nostri ragazzi hanno perso la vita per noi, quei valori che molto spesso la società di oggi ci porta a mettere in secondo piano e a sottovalutare, ma devono essere la base del vivere civile. Quindi, innanzitutto, il senso del dovere, avere il coraggio di fare il proprio dovere e mettere al primo posto il prossimo, piuttosto che noi stessi.

Sono felice anche di essere in un luogo speciale come questo, l’Università: ho detto in più occasioni che quello che desidero, che auspico per la nostra Italia e non solo, visto che il fenomeno mafioso non è una questione meramente italiana, è una sana e buona rivoluzione culturale, che parta dal basso, dai nostri ragazzi, quindi avendo anche il coraggio di parlare nelle scuole di mafie, di legalità. Si parla certe volte anche a sproposito di questi argomenti, bisogna trovare il senso giusto delle parole. E bisogna avere anche il coraggio di dare un nome e un cognome a persone che ci fanno evocare pezzi di storia che invece noi tendiamo a dimenticare.
Quindi, con orgoglio, sono Silvia Stener, nipote di Eddie Walter Max Cosina, agente di scorta del giudice Paolo Borsellino”.

Non ho trattenuto le lacrime.

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Gemme n° 460

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Ho portato la maglietta regalatami dal compagno di mia zia 3 anni fa: lui ora non c’è più, ma per me è stato come uno zio, una persona molto importante”. Così S. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
C’è un aspetto che non sopporto in un furto oltre al fatto di impossessarsi di una cosa non propria: la possibilità di perdere il legame affettivo legato a quell’oggetto. Vi sono cose, nelle nostre case, che non sono soltanto cose perché ad esse sono legati ricordi, emozioni, sensazioni: è come se dentro di esse ci fosse un’anima in dialogo con la nostra… Questa non è solo la maglietta di Asamoah.

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Gemme n° 456

M. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Questa canzone non è stata concepita secondo l’interpretazione che ne ho dato io. E’ la prima canzone ascoltata in modalità casuale il giorno dopo la morte di mia nonna nel maggio 2012; lei se n’è andata 15 minuti prima della mezzanotte del mio compleanno. Ero particolarmente triste perché era stata una cosa molto improvvisa: in soli venti giorni si era ammalata e se n’era andata. Questa canzone mi ha colpita perché dava voce ai miei pensieri: parla di una domenica che appare vuota e insignificante per l’assenza di qualcuno. Ligabue si chiede se la persona che manca riesca a sentire il suo pensiero e il suo sentimento; si stupisce che il mondo vada avanti e sembri lo stesso mentre lui non accetta questa assenza nella sua vita. Io l’ho interpretata così e quando la ascolto riprovo le stesse sensazioni di quell’orribile domenica”.
Sembra strano e contraddittorio che certe assenze siano così presenti. D’altro canto penso anche che sia proprio attraverso momenti come quello appena descritto che il rapporto con chi non è più di questa terra continui, in qualche maniera. E’ un modo per rinnovare l’amore e l’affetto che si provano per quella persona, una voce per dire “non ti dimentico, sei sempre con me, ti voglio sempre bene”.

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Gemme n° 426

nonno

Ho portato una foto con mio nonno; per me è stato come un secondo padre. E’ mancato tre anni fa: con lui avevo un rapporto molto affettuoso, scherzavamo molto e litigavamo spesso, ci volevamo molto bene. Poi si è ammalato e in 9 mesi se n’è andato: è stato anno devastante per la mia famiglia e per me: mi manca molto.” Così A. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Il modo di ricordare il nonno e di parlare di lui è uno dei modi con cui farlo vivere ancora. Ed è bello averlo condiviso con altre persone.

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Gemme n° 392

braccialetto

Questo è un braccialetto che tengo sempre nel portafoglio (è rotto): mi è stato regalato dalla zia del papà (scomparsa due anni fa). Per lui è stata una madre, per me come una nonna ed è ancora un modello a cui faccio riferimento: era sempre a disposizione di tutti e tutto quello che faceva non lo faceva mai come un peso ma sempre con il sorriso, una qualità che a me manca e vorrei avere”. Questa la gemma di V. (classe quinta).
Il poeta libanese Kahlil Gibran scrive: “Tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione.”

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Gemme n° 389

Propongo una canzone del mio gruppo preferito. La motivazione penso che sia quella più bella quando si tratta di una canzone: l’ho ascoltata con tutte le persone più importanti della mia vita. Ha accompagnato tantissimi momenti della mia vita. Ad essa mi lega anche un bel ricordo perché ero solita ballarla insieme a mio fratello con i miei piedi sopra i suoi. Le sono molto affezionata.” Questa la gemma di E. (classe quarta).
La canzone, tra i vari temi, tocca quello del tempo. Cosa fa sì che lo consideriamo sprecato, ben utilizzato, investito bene o male? Forse il passare del tempo stesso. Canta De André in “La stagione del tuo amore”: “Passa il tempo sopra il tempo ma non devi aver paura, sembra correre come il vento però il tempo non ha premura”.

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Gemme n° 371

La scelta per la mia gemma è ricaduta su questa canzone non tanto per il testo, ma per il fatto che la ascoltavo molto quando effettuai un viaggio in Puglia con la mia famiglia; mi piace ricordarla, ci tengo molto”. Questa è stata la gemma di A. (classe quarta).
Stephen King afferma “Nulla apre gli occhi della memoria come una canzone”. Concordo pienamente: molte volte poche note bastano a proiettarci in un ricordo e alle sensazioni ed emozioni provate a quel tempo e che rivivono anche ora in noi grazie alla musica.

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Gemme n° 286

mani

Ho portato la foto del ritratto di mio nonno fatto dal padrino di mia madre, il giorno di quest’estate in cui se n’è andato. E’ identico e mi ricorda quanto mi voleva bene; penso sempre a lui quando vedo questa foto”. Questa la gemma di D. (classe terza).
Di nonni purtroppo non ne ho più; penso sia per questo che sono affezionato allo scatto che ho pubblicato sopra. Sono le mani di mio nonno e quelle di mio nipote…

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Gemme n° 263

calendario

Ha presentato così la sua gemma M. (classe quarta): “Ho portato il calendario della scuola media di Princeton che ho frequentato durante i sei mesi di Stati Uniti. L’ho ritrovato l’altro giorno sistemando la camera; pensavo fosse andato perso. L’ho sfogliato e mi ha riportato a tutto il 2010: è un ricordo indelebile di quel periodo che mi ha segnato come persona. Nonostante fossi piccolo il ricordo è vivo ed è parte di me”.
Una breve frase di Jean de Boufflers: “Il piacere è il fiore che passa; il ricordo, il profumo duraturo.” Oggi abbiamo annusato un po’ di quel profumo.

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E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce.
Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

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Gemme n° 205

Propongo questa canzone perché mi ricorda mio nonno che non c’è più da un po’ di tempo. In questo momento lo sento importante. Legati a lui sono i momenti più spensierati della vita; inoltre questa canzone mi ricorda le persone che per un motivo o per l’altro non fanno più parte della mia vita, quindi non la ascolto molto perché mi macina il cuore”. Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Jovanotti descrive uno stato di solitudine, di abbandono, una condizione che fa male e destabilizza perché gli uomini non hanno il dizionario giusto per comprenderla, non la sanno leggere, si sentono persi: “Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere, vienimi a prendere, mi riconosci, ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te”.
Causa dello stato precedente, ma anche sua soluzione, penso siano racchiuse nei versi successivi: “Sbocciano i fiori sbocciano, e danno tutto quel che hanno in libertà, donano, non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà; mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria, giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia”. Vivere con dentro al cuore la passione, penso sia questa la soluzione: ho aggiunto una rima alla canzone di Jovanotti 🙂 Magari un giorno scrivo un post su cosa penso sia questa passione…

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Gemme n° 154

«La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.»
Questa poesia di Sant’Agostino mi è stata data da mio padre quando è mancata una persona cara. La dedico a lei e a tutte le persone che stanno vivendo una perdita. E’ importante non dimenticare le persone che perdiamo, ci stanno sempre vicine.”
Ecco la gemma di C. (classe seconda).
In un tratto della canzone “L’arcobaleno” Adriano Celentano canta delle parole che richiamano i pensieri e le emozioni di Mogol mentre pensa allo scomparso Lucio Battisti. Il rimando al brano di Sant’Agostino mi sembra evidente:

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.
Son diventato sai il tramonto di sera
e parlo come le foglie di aprile
e vibro dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso”.

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Gemme n° 140

BraccialettoSinceramente all’inizio non sapevo cosa portare come «gemma», ma sicuramente avrei raccontato ai miei compagni la storia di un oggetto che simboleggia un bel momento della mia vita e magari molto di più. E’ questo braccialetto, che mia mamma mi aveva comprato circa un anno e mezzo fa. Era l’estate del 2013, i miei genitori, mio fratello ed io siamo andati in Sicilia. Non mi ricordo questa vacanza nei minimi dettagli ma ho comunque il vivido ricordo di due settimane fantastiche in compagnia della mia famiglia. E’ grazie a loro se mi trovo qua a raccontarvi una banale storia su questo oggetto attorno al mio polso, comprato in una piccola baracca in un paese di cui non ricordo nemmeno il nome. Credo che dentro questo braccialetto (ma anche in molti altri oggetti) siano rinchiusi tutti gli affetti che mia mamma mi dà ogni giorno. Credo che per ogni persona la propria madre sia una delle persone più importanti del mondo. Oltre a considerarla «mamma» la considero anche come «amica», le chiedo dei consigli e lei mi aiuta in qualsiasi situazione, sia negativa che positiva. Purtroppo ci sarà, prima o poi, un momento in cui dovrò separarmi da lei, sarà difficile anzi, difficilissimo, ma grazie a mia mamma riuscirò a cavarmela!”. Così E. (classe terza) ha motivato la scelta della sua gemma. Mi limito a fornirle la colonna sonora:

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Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

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Gemme n° 70

Ho scelto questa canzone perché nell’ultimo mese mi ha accompagnato. Mi fa pensare al nonno, scomparso da poco; penso di lui le cose positive, il bene che mi ha fatto. Penso che il rapporto nipote-nonno sia una di quelle cose che restano per sempre. Nella canzone anche i termini pregare e piangere sono importanti per me. Questa canzone è dedicata al nonno”.

Penso sia una canzone molto significativa quella scelta da A. (classe seconda). Ne riporto il testo:
Ora che ti guardo, vedo solo il buono che rimane quando sai che tutto è perso, tutto è rotto ormai. Considerando noi soli in queste circostanze nuove, lasciamoci così perché un legame sempre resterà. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto, per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Tu non hai mai creduto che se noi siamo qui è per cambiare faccia, per cambiare tutto quello che si può. E mi hai lasciato sola senza una parola, senza fiato e senza peso, un inferno condiviso mai. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Io non ti aspetto più, non hai coraggio tu come un pugno in faccia adesso sei. Sarà possibile tornare a vincere contro il disincanto che mi dai ma tu come fai…”
Giunto ormai alla settantesima gemma, mi guardo indietro e noto che un certo numero di esse sono dedicate al ricordo di persone che non ci sono più. La cosa mi piace, perché lo scopo delle gemme è quello di regalare agli altri una cosa che si ritiene preziosa. Vuol dire che si sono vissuti rapporti significativi, importanti e che si desidera immortalare anche in questo modo. Grazie ragazzi 🙂

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Gemme n° 23

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La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.

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Gemme n° 6

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La prima gemma di oggi l’ha proposta S. (classe IV). Era un oggetto: una moneta di 5 centesimi portata come pendente di una collanina. “L’anno scorso è mancato il nonno e la nonna mi ha fatto questa per portarmi fortuna. Non lo fa sempre, ma mi fa ricordare di lui, di quanto per lui ero importante e di tutto il bene che mi ha voluto”.
Maria Rita Parsi afferma che “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita.” Io i nonni non li ho più accanto a me, al mio matrimonio non ho potuto godere della vicinanza di nessuno di loro ed è l’unica cosa triste di quel giorno. Però grande è il calore che sento nel cuore ogni volta che penso a loro…

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Tra sapere e non sapere

Se fossi stato a casa invece che nell’aula insegnanti nel momento in cui ho girato l’ultima pagina di “Centomila Centomilagiornate di preghiera”, sarebbero scese calde lacrime di commozione ed emozione. Pochi i disegni forti, di quelli che da soli fanno volgere lo sguardo da un’altra parte, direi quasi inesistenti. Molti quelli che fanno pensare, riflettere, muti per lasciare spazio ad un attonito silenzio. Bellissime alcune intuizioni (un canarino prima ascoltatore muto delle confidenze del ragazzino protagonista, poi mentore che racconterà al giovane la storia del padre; un buco nero nel pavimento della camera a indicare l’intimo, l’interiorità; l’atmosfera cineraria della Cambogia di Pol Pot). Su tutto i reali protagonisti del fumetto: il rapporto tra il passato e il presente, la fatica della memoria, il tentativo di rimozione del doloroso ieri, una riconciliazione che non può significare far finta di nulla. C’è un breve scambio che dice tutto:
– “Non lo so cosa preferisco”
– “Tra cosa e cosa?”
– “Tra sapere e non sapere”.

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Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.

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C’è ancora da fare

Cristicchi-Magazzino-18Ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva per vedere cosa ci fosse riguardo all’odierna Giornata del Ricordo. Ho trovato che alle 16.24 su Rai Cinque ci sarà il documentario “Trieste la contesa” e che in tarda serata, anzi, diciamolo pure, di notte, alle 23.50, su Rai Uno andrà in onda “Magazzino 18” di Simone Cristicchi. Metterò in moto il registratore per ricavarne due dvd da utilizzare eventualmente in classe: spesso, infatti, mi trovo a scoprire che si tratta di una pagina di storia che non tutti gli studenti conoscono. Per chi volesse, intanto, rimando a questo video di 45′ circa sul sito di La storia siamo noi.