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Gemma n° 2014

“Ho portato una lista di cose che mi piacciono, che mi rendono felice. Sono in ordine casuale, come mi sono venute in mente. La palestra: è un luogo in cui posso sfogarmi, anche se è una giornata brutta, mi alleno e sono contenta. Il mio ragazzo e il suo cane. L’estate: è la mia stagione preferita e cambio proprio personalità, sono serena e tranquilla. The Weeknd, il mio cantante preferito. Il segno del costume: legato all’estate, è una cosa che mi dà soddisfazione. La musica: la ascolto sempre, indipendentemente dallo stato d’animo. I regali spontanei: ricordarti di qualcuno e fargli un regalo, non per un motivo particolare ma perché quella cosa ti ha ricordato lui, è una cosa pura. Guidare: sto imparando e mi libera la mente. I miei obiettivi: mi guidano e quando vengono raggiunti aumentano l’autostima. Il gelato al pistacchio. Gli abbracci nel sonno: si accompagnano ai regali spontanei, un gesto puro. I complimenti: fanno piacere a tutti, soprattutto nelle giornate storte. Fare shopping. Avere tutto programmato: sono una perfezionista. Orecchini e braccialetti. L’inglese: mi ricorda quand’ero piccola perché sono cresciuta parlandolo. Cristalli e tarocchi: sono affascinata dall’esoterismo. Casa libera: mi piace il silenzio, adoro la pace di stare da sola. Lignano: il mio luogo felice. Fare serata: stare in compagnia e non pensare a niente.”

E’ una collezione di gemme quella presentata da L. (classe quarta). Mi vengono in mente delle parole di Kahlil Gibran, particolarmente adatte: “Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.”

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Gemma n° 1995

“Ho portato una foto di Lignano della scorsa estate: da quando ero piccola ci vado ogni estate, quindi è sinonimo di niente preoccupazioni, compiti, studio. Insomma, un posto felice”.

A differenza di G. (classe prima), ho scoperto Lignano da grande, perché le mie estati d’infanzia sono legate a Grado e poi alla montagna. Ma le sensazioni sono le stesse, precise e identiche.

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Gemma n° 1988

“Ho portato questo libro, Piccole donne di Louisa May Alcott, perché è uno dei miei preferiti ed è quello che mi ha portato alla passione per la lettura, una parte molto importante di me. Quando sono triste o ho dei momenti bui, mi metto a leggere perché riesco a mettere per un attimo da parte la mia vita e a viverne un’altra. Il libro poi tratta di argomenti molto importanti, come la situazione della donna e la sua emancipazione. Ogni volta che lo vedo penso alla prima volta che ho cominciato a leggere e ciò mi dà felicità”.

Che fortunata N. (classe prima)! Io non ricordo il mio primo libro; ricordo il primo libro della consapevolezza. Cosa intendo? Non ero un gran lettore, alle medie e ai primi anni del liceo, mia mamma mi scongiurava di leggere qualcosa e io rispondevo a suon di pagine di Guerin Sportivo e Super Basket… La cosa, chissà perché, non le dava soddisfazione. Ma in 3a liceo il mio prof di disegno e storia dell’arte, Daniele Bucchini, mi consigliò I pilastri della terra. Da lì in poi la corsa non si è mai fermata e ha fatto della lettura una delle mie più grandi passioni.

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Gemma n° 1980

“Tre settimane fa sono stata a Barcellona: il primo viaggio dopo due anni di pandemia. Prima di questo periodo ero abituata a viaggiare veramente tanto con mia mamma. Ho fatto anche dei viaggi da sola, a studiare inglese in Inghilterra, però la mamma mi ha sempre cresciuta con questa passione; due anni senza salire su un aereo sono stati devastanti. Per Barcellona siamo partite alle 7.00 e abbiamo visto l’alba sul mare; ora, già di mio, quando prendo un aereo piango, beh, lì, l’emozione dell’alba sul mare dall’aereo ha fatto sì che facessi un’ora di viaggio piangendo di felicità. Ho portato quest’esperienza perché mi ha segnato tanto dopo tutto questo tempo. La seconda foto è di Barcellona: sono stata veramente bene dopo tanto tempo. Viaggiare è sempre stato uno staccarsi dalla vita di tutti i giorni. Insomma, ero al settimo cielo”.

Ne ho viste di albe, in attesa di Mariasole le ho fotografate ogni giorno per mesi. Concordo con E. (classe quinta): quelle sul mare hanno un sapore speciale, è come se fossero doppie grazie al riflesso del sole sull’acqua. Uno degli aspetti affascinanti di quel momento è che quella luce, quel calore, quei colori arrivano dalla notte, dal buio. E ciò ce li fa gustare in modo particolare. Un’alba a mezzogiorno non avrebbe lo stesso sapore.

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Gemma n° 1978

Non ho nascosto i volti delle persone in quanto la foto è pubblicata con “privacy pubblica” sulla pagina aperta del DUM su Facebook

“Questa foto della scorsa estate rappresenta le due settimane che ho passato come volontario dell’Associazione Dinsi Une Man, un’associazione che aiuta le persone disabili che normalmente non avrebbero l’occasione di andare a fare due settimane di vacanza e che così invece riescono ad andare in spiaggia. Qui eravamo a Lignano. E’ stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita; avevo già fatto una specie di prova di 3 giorni due o tre anni fa, ma fare il passo di diventare un volontario a tutti gli effetti significa prendersi cura di una persona. Ho avuto la gioia di prendermi cura di due persone. All’inizio il pensiero è stato “Due persone sotto la mia cura? Riesco a prendermi a malapena cura di me stesso!”. Poi, più i giorni sono andati avanti, più mi sono sentito a mio agio, anche grazie agli altri volontari che mi hanno sostenuto e dato una mano. Alla fine mi ha gratificato anche che mi abbiano fatto i complimenti per come mi ero comportato nel mio primo anno. Sono state due settimane passate tra momenti seri e momenti di demenza assoluta, due settimane divertenti e di vera felicità che consiglio a tutti (VENITE AL DUM! Abbiamo bisogno di volontari).

Commento la gemma di E. (classe quarta) con un consiglio d’ascolto, un podcast che suggerisco di ascoltare. Si tratta di Le vite degli altri (qui su Spotify), 10 episodi condotti da Alessandro Banfi (20 minuti a puntata circa). Racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Da Mattia Villardita, il giovane che veste i panni di Spiderman per i bambini malati di cancro ad Anna Fiscale, la giovane di Verona che lavora con le rimanenze dei grandi marchi della moda. Da Nicoletta Cosentino, donna di Palermo che chiama a riscossa le Cuoche combattenti a Rosalba Rotondo, Preside della scuola di Scampia. Storie che sono esempi di virtù civile e di solidarietà sociale: uomini e donne premiati dal Capo dello Stato Mattarella per l’impegno a favore degli altri. Diceva Italo Calvino che ci sono due modi per sopravvivere all’inferno. Prenderne parte oppure raccontare ciò che inferno non è. Questa serie vuole descrivere, attraverso storie di vita vissuta, la possibilità di bene che è in ognuno di noi. Ai suoi interlocutori Banfi pone sempre una domanda, uguale per tutti: “Fare del bene aiuta anche, egoisticamente, a diventare persone migliori? Fa bene anche a noi stessi?”. Puntualmente la risposta è sì: fare bene agli altri fa stare meglio anche noi, fa vivere meglio anche noi. L’amore condiviso fa crescere l’amore.

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Gemma n° 1954

“Ho deciso di portare Heat waves che è una canzone che ho ascoltato molto questa estate e che mi ha fatto da colonna sonora in tutti i momenti felici: in sottofondo c’era sempre”.

Approfondisco la gemma di L. con un testo che ho trovato su KissKiss e che parla del video dei Glass Animals: «Il video Heat Waves è una lettera d’amore alla musica dal vivo e alla cultura che la circonda», racconta Dave Bayley. «È stato girato al culmine dell’isolamento del mio quartiere nell’East London dalle persone che vivono intorno a me, semplicemente usando i loro telefoni. Si tratta di persone che di solito sono in giro per spettacoli, gallerie d’arte, cinema, ecc. Ora questi luoghi sono lasciati vuoti e molti di loro non sopravvivranno. La canzone parla della perdita e della nostalgia, l’arte prevede lo stare insieme e il contatto umano. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno dato una mano. Quando tutti si sporgevano dalle loro finestre per filmare, ho provato lo stesso senso di unione e di energia che si prova nei live show. Ho avvertito la freddezza di esibirsi in una stanza vuota con la band bloccata sugli schermi.»

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Gemma n° 1923

“Ho deciso di portare questa canzone perché quando ero piccola mia mamma lavorava e rimanevo coi miei famigliari o andavo all’asilo. Le maestre me la facevano sentire ogni volta che piangevo, mi faceva stare bene, essere felice e smettevo di piangere.”

Mi aspettavo Whisky il ragnetto o Il coccodrillo come fa, non Baby one more time di Britney Spears! A parte la sorpresa iniziale della gemma di S. (classe terza), penso sia un bell’esercizio quello di concentrarci su quali siano le cose/persone in grado di calmarci quando perdiamo la pazienza o di tirarci su il morale quando siamo tristi. Tra l’altro io sono una di quelle persone che quando sono giù hanno bisogno di stare un po’ lì, sul fondo, prima di tornare su: se qualcuno cerca di sollevarmi prima che io sia pronto, mi infastidisco pure!

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Gemma n° 1892

“L’8 luglio mi stavo facendo la doccia e stavo ascoltando Ariete. Mi hanno colpito le parole Mi parli dei drammi a casa e di tuo padre che vuole scappare, mi dici che hai paura e che non sai quanto può continuare. Essere giovani fa schifo e non poter decidere fa tanto male, essere giovani non fa per me, non fa per me. Mi è venuto da pensare a quello che ho passato e ho realizzato che a quel punto lì, dopo tanto tempo, ero finalmente felice, serena. In salotto c’erano due mie amiche, eravamo insieme a Lignano: io sono arrivata piangendo e ho detto Ragazze, venite qua: Ariete ha detto una cosa… e volevo dirvi grazie perché senza di voi non ce l’avrei mai fatta e se sono qui adesso e se sono felice adesso è grazie a voi che siete sempre state con me a supportarmi in qualsiasi momento. Lì è partito un abbraccio di gruppo e un piantino. Questa data quindi è molto importante perché ho realizzato di essere felice dopo tanto e mi ricorda che, anche se dopo ho avuto altri periodi difficili, so che posso tornare ad essere felice, che c’è speranza”.

A. (classe quinta) ha portato una data come gemma. Ora, mentre scrivo, mi sono focalizzato sulle sue ultime parole e ho sentito arrivare da lontano, dal 2001, una canzone che ho molto ascoltato e che mi porta ad una spiaggia, ad una calda ma non torrida luce del tramonto di fine giugno (giornate lunghissime), ad una brezza sulla pelle e tra i capelli, ad uno sguardo fisso sulle onde… le vent nous portera

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Gemma n° 1876

Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli.
“Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando.
Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde.
Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige.
Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere.
Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia.
Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.

Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”.
Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.

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Gemma n° 1836

“Ho scelto di portare una foto e una frase di Wherever I go, una canzonedegli One Republic: Mi sento vivo quando sono vicino alla follia. Ho legato le due perché amo fare escursioni in mare in modo da fotografare tutte le specie di alghe e pesci. Se mi levassero questa possibilità non sarei felice come lo sono ora. Quando faccio queste escursioni, per riuscire a fare quello che voglio mi spingo tanto oltre, mi piace fare cose spericolate per raggiungere il mio obiettivo”.

Il collage di foto l’ha proposto E. (classe prima). In Alice nel paese delle meraviglie c’è un brevissimo dialogo tra la protagonista e il gatto:
“Ma io non voglio andare in mezzo ai matti” protestò Alice.
“Oh, non puoi evitarlo” disse il gatto “Qui tutti sono matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

Credo che tutti andiamo alla ricerca di quel qualcosa che ci renda felici, come per E. l’esplorazione marina, e quando lo troviamo dichiariamo pure la follia: “Uh! ‘sta cosa mi fa impazzire” o “Divento matto!”. E facciamo effettivamente follie per mantenere quella felicità a lungo o per riviverla appena possibile (però mi raccomando, E., occhi a spingerti oltre… che quel tanto oltre non diventi troppo oltre…).

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Gemma n° 1824

E’ una gemma senza testo quella di G. (classe seconda), o meglio, il testo è “solo” quello della canzone Solamente unico che ha voluto proporre in classe come gemma, non ha voluto né commentarlo né dire il motivo della scelta. Ho messo le virgolette a “solo” perché basta ascoltare il pezzo per capire quanto racconti. Però mi voglio attenere al dato di fatto, non voglio immaginare o ipotizzare cosa ci sia dietro alla scelta di G. E per farlo cambio destinatario: il mio commento alle gemme è praticamente fatto tenendo in mente ragazze e ragazzi che incontro ogni giorno. Ora invece penso al mondo degli adulti e il perché è presto detto. Prima di entrare nella classe di G. stavo leggendo delle pagine del libro L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti di Matteo Lancini (2021, Raffaello Cortina Editore).

In famiglia è necessaria “una nuova propensione affettiva e relazionale, che consenta sin da bambini di esprimere fatiche e sofferenze, non chiedendo loro di farsi carico di sguardi troppo angoscianti provenienti da mamma e papà. L’inciampo e il fallimento sono parte costituente della vita, della crescita, dello sviluppo in direzione della costruzione del vero sé e di una propria identità autentica. Non si tratta certo di ricercare dolori e sofferenze nella vita, ma di evitare grandiosità e decessi che illudono sulla possibilità di essere felici senza accettazione ed elaborazione dei fallimenti e della morte come elementi fondanti della nostra esistenza”.
In adolescenza “la qualità di un ascolto identificato e la capacità di interessarsi al figlio reale, ormai divenuto altro da sé e delle proprie aspettative, rappresentano l’unica via d’accesso per lo svolgimento di un ruolo materno e di un ruolo paterno davvero autorevoli e di sostegno alla crescita. Laddove prevalgano discorsi infantilizzanti, alimentati dal rimpianto per la straordinarietà dei tratti affettivi e relazionali dell’ex bambino, e contenuti ciclici standardizzati sulla necessità di un maggiore impegno scolastico, comportamentale, etico, sacrificale, non solo il ruolo affettivo adulto non riesce a incidere, ma rischia di innalzare il livello del conflitto in atto, se non di accrescere i sentimenti di tristezza e di vergogna, già sperimentati dal figlio o dalla figlia, negli stati depressivi legati al fallimento narcisistico.
Gli adolescenti odierni hanno sensibilità non comuni, sviluppate proprio grazie alla mamma e al papà e alla trama affettiva che ha dominato la loro crescita. Solo se percepiscono una capacità di ascolto e rispecchiamento realmente identificata con le loro esigenze e difficoltà evolutive possono rivolgersi al proprio adulto di riferimento, condividere i propri stati affettivi, chiedere aiuto e conforto. Oggi i ragazzi e le ragazze non parlano con i propri genitori perché hanno paura di deluderli o di incontrare reazioni emotive materne e paterne spropositate. E i genitori temono a loro volta le paure e le sofferenze dei figli, cosa che gli adolescenti avvertono sin da quando sono nati. Madri e padri di ragazzi tristi, mutacici non dovrebbero mai temere di introdurre il tema della morte volontaria a tavola, la sera o in qualunque altra occasione di incontro possibile. Chiedere se ci si pensa e se ci si è mai pensato, nominare il suicidio senza alcun timore. Un altro luogo comune da sfatare è quello che sostiene che parlare di suicidio possa istigare, promuovere l’idea del nostro giovane interlocutore di mettere in atto il gesto insensato. E’ vero esattamente l’opposto. Parlarne consente di abbassare il rischio, di dare senso al pensiero sviluppato sulla morte volontaria, di rendere meno attrattiva l’eventuale ipotesi e intenzione suicidaria. Ovviamente, ciò che vale per l’espressione più terribile del disagio di un figlio, vale per tutti i sentimenti, le sofferenze e i dolori sperimentati. Conviene sforzarsi in questa direzione, allenarsi per essere in grado di percepire, ascoltare e sostenere l’elaborazione delle emozioni negative. Continuare ad allontanarle e rimuoverle è oggi davvero molto pericoloso”.
(estratti dalle pagg. 147-150).

Questo leggevo ieri in aula insegnanti, mi sono alzato, ho messo via il libro, ho salito le scale, sono entrato in aula e la prima cosa successa è stata ascoltare la canzone proposta da G. Di quali ulteriori segni avrei bisogno per non toccare questi temi? Cosa mi serve ancora per far sì che emergano quelle prove “del sole intorno a te”, per far sperimentare che “la luce non muore”?

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Gemma n° 1809

“La mia gemma di quest’anno è particolare.
Ho pensato più volte a cosa avrei potuto portare quest’anno come gemma e ho avuto tante idee diverse, ma mi sono resa conto che alla fine il mio presente insieme a una nuova consapevolezza acquisita recentemente è la mia gemma. Il tutto accompagnato da un video che mostrerò alla fine.
Ho sempre avuto, fin da piccola, un’incredibile ambizione. Ho sempre voluto raggiungere una perfezione impossibile. Ho sempre pensato per qualche motivo di dover essere perfetta o, siccome la perfezione non esiste, di dovermi avvicinare il più possibile a qualcosa di simile ad essa. Ho cercato di essere la studentessa perfetta, la figlia perfetta, l’amica perfetta. Ho sempre cercato questa perfezione perché ho sempre voluto il massimo e per me la vita era tutta o bianco o nero. O tutto e il massimo, o niente. Non sono mai riuscita a trovare una via di mezzo, il giusto, l’equilibrio, quell’abbastanza che soddisfa senza sfinirti. Ho sempre fatto tutto quello che mi prefissavo cercando di farlo nel migliore dei modi, anche quando questo implicava dare molto più del mio massimo. E pensavo andasse bene così anche se tutto questo mi pesava, anche se la soddisfazione era spesso accompagnata da una grande stanchezza. Spesso per raggiungere questa perfezione, sacrificavo il mio benessere:  dormivo o mangiavo poco perché non avevo tempo, ero molto stressata e avevo spesso un’incredibile ansia di non riuscire a raggiungere questi obbiettivi.
Nonostante tutto però sono sempre riuscita a fare tutto quel che mi prefissavo, con qualche piccola caduta ho sempre raggiunto quel massimo. 
Quest’anno invece qualcosa è cambiato. Ho iniziato quest’anno con una grande paura del futuro, dell’esame di stato che ci attende, di cosa farò una volta finito quest’anno scolastico, di come riuscirò a fare tutto. E quel tutto ancor prima di iniziare nella mia mente era già diventato un “impossibile”. 
Ho iniziato l’anno con paure, dubbi ed incertezze a me estranei poiché ho sempre avuto un piano, degli obbiettivi da raggiungere e un percorso chiaro e preciso di come raggiungerli. 
Quest’anno i miei obbiettivi erano confusi e sembravano molto più grandi di me, tanto che il percorso di solito chiaro e preciso, questa volta era un incrociarsi di percorsi sparsi e confusi che non portavano a niente.
Per la prima volta mi sono sentita veramente persa. A scuola non riuscivo a raggiungere i soliti risultati, non riuscivo a studiare veramente, non avevo più tempo e voglia di andare in palestra, e all’improvviso mi ritrovavo lontana da quella perfezione come non mai. Ci provavo a dare quel massimo ma riuscivo solo a pensare “non ce la faccio più”.
E allora all’inizio ho mollato tutto. Tra il tutto e il niente, il tutto non riuscivo proprio a raggiungerlo, così mi ero abbandonata al niente.
Ed era anche una bella sensazione, ma pian piano le cose da fare e gli impegni arretrati si accumulavano e alla fine mi sono ritrovata ancora più persa di prima poiché oltre a non sapere come raggiungere la fine, ero anche rimasta indietro all’inizio, con tutto.
Avevo questo continuo contrasto interiore tra il “devo fare tutto subito e benissimo” e il “va bene così, ce la farò” che però sembrava venir continuamente rinnegato da una caduta dopo l’altra.
Alla fine, all’improvviso, quello che avrei tanto voluto sentirmi dire, me lo sono detta da sola.
Su YouTube è sempre pieno di video motivazionali, “be perfect/keep fighting/keep going/never settle” ma io avevo bisogno di altro, sì di un video motivazionale, ma non che mi spingesse a dare il meglio e oltrepassare i miei limiti, anzi. Così un pomeriggio ho aperto youtube e ho cercato “you don’t have to be perfect”.
Ed è uscito questo video intitolato “don’t be perfect”. Un video motivazionale che incita a non essere perfetti ma pazienti. Con se stessi e con tutto ciò che ci circonda.
È un concetto così semplice e banale, che però non avevo mai veramente considerato. Chi ha mai detto che dovevo essere perfetta? Chi ha mai detto che se non faccio il massimo non valgo tutto quel che valgo? Nessuno perché spesso siamo i nostri più grandi critici e i nostri peggiori nemici. E adesso l’ho capito, non serve essere perfetti soprattutto quando questo implica sacrificare la propria salute fisica e mentale. Ora la mattina rischio sempre di fare tardi ma almeno finisco sempre la colazione. La notte anche se non ho finito di ripassare bene, dormo. In palestra ci tornerò quando avrò veramente tempo, e intanto riprenderò ad allenarmi pian piano a casa. Non posso ripartire da zero a cento perché quello è sempre quel “o bianco o nero” che ho deciso di lasciare andare. Vanno bene anche i grigi. Va bene anche non essere sempre i migliori. Va bene anche se le cose non vanno sempre bene, perché è normale. Perché siamo umani, e non siamo perfetti. Inoltre il nostro tempo sulla Terra è prezioso e limitato. È inutile sprecare quel tempo a rincorrere obbiettivi irraggiungibili tra stress e paure, bisognerebbe godersi veramente quel tempo e tutti gli attimi semplici ma così importanti che lo compongono. La mia vita non si ferma alla scuola, a un voto, o anche a un esame. La mia vita non si ferma ad un singolo successo o ad un singolo fallimento. La vita è piena di opportunità, bisogna essere pazienti e dare il proprio massimo, anche se alcuni giorni quel massimo è davvero piccolo.
So che molte mie compagne e altri miei amici stanno vivendo un periodo simile al mio, un periodo di difficoltà, incertezze e dubbi ed è per questo che ho deciso di condividere oggi il video che avevo trovato, perché magari possa aiutare qualcun altro come ha aiutato me.

Può sembrare una cosa semplice e banalissima, ma per me significa davvero tanto. Diciamo che non mi sono mai data pace perché non pensavo di poter “fallire”. Quindi per me è stato davvero importante capire veramente che posso essere soddisfatta e felice anche se a volte faccio poco se quel poco in quel momento mi richiede tanto. Va bene cambiare priorità, va bene avere dubbi e perdersi ogni tanto per poi ritrovarsi meglio di prima.
Don’t be perfect, be patient.”

Questa la gemma di V. (ovviamente classe quinta, l’ha detto lei stessa). Non è facile commentare parole come queste: paure di dire troppo, paura di dire poco. Mi affido ad un film che ha segnato la mia adolescenza, uno dei primi visti al cinema. Ero in II liceo quando, con i miei compagni di classe, ho visto L’attimo fuggente. Nella sequenza che pubblico il prof. Keating afferma “Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno! Osate cambiare. Cercate nuove strade”. Che bello è stato ascoltare la tua voce stamattina V.!

Pubblicato in: Gemme

Gemma n° 1796

Fonte immagine Friuli Oggi

“Come gemma ho deciso di portare un luogo, ossia Viale Ledra. Può sembrare una semplice via, ma per me è molto altro. È uno tra i pochi luoghi in cui posso stare con i miei amici al di fuori della scuola. È un po’ il posto in cui la parte più scherzosa di me esce fuori e la condivido con le persone che non giudicano le mie stranezze. Qui riesco a ridere, scherzare e stare bene, essere felice”.

Questa la gemma di R. (classe seconda). Emerge spesso, non solo nelle gemme, anche nelle discussioni in classe, il fastidio dell’essere giudicati dagli altri; Carl Gustav Jung diceva “Pensare è difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica”.

Pubblicato in: Gemme, Società

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

Pubblicato in: arte e fotografia, Gemme

Gemma n° 1791

“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.

Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.

Pubblicato in: Gemme, Letteratura

Gemma n° 1762

“Questa chiave ce l’ho sempre al collo ed è la chiave di un lucchetto che ha al collo il mio ragazzo con cui sto da quasi un anno; senza di lui non andrei avanti perché abbiamo passato talmente tante cose insieme e non ritrovarlo nella mia vita sarebbe troppo brutto.”

Ho chiesto poi ad A. (classe terza) se il licchetto sia un ciondolino o chiuda proprio la catenina del suo ragazzo: buona la seconda. Senza la chiave di A. lui non apre la catenina. Posso non appoggiare qui Prévert?

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

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Ulisse in primo banco con Dante

Mi ha intrigato il titolo del nuovo spazio che il professor Alessandro D’Avenia occupa sulle pagine del Corriere il lunedì. Dopo i “Letti da rifare”, arriva “Ultimo banco”. Queste le sue parole di lunedì 9 settembre, con le quali spiega la scelta del nome:

Anonimo fiorentino, Il naufragio della nave di Ulisse (1390-1400)

“Ogni vita che incontro in classe potrebbe essere descritta con il posto che decide di occupare in aula. Quelli dell’ultimo banco, per esempio, amano vedere senza esser visti, celati nella loro piccola trincea fatta di timidezze e rinunce o di clandestinità e spavalderia. Alle elementari mi nascondevo nelle retrovie per dedicarmi a ciò che più amavo: parlare e giocare. Così venivo regolarmente «punito» con le prime file. Oggi, all’ultimo banco ci siamo un po’ tutti: perennemente distratti, l’ultimo banco è diventato una condizione interiore. Ma la vita, prima o poi, fa l’appello, e ci chiama, con nome e cognome, a giustificare la rinuncia a venire alla luce o la mancanza di felicità. Vivere non è girare a vuoto, ma tendere a un fine: c’è vita se la vita ha un senso, attendiamo (verbo composto da tendere e ad) ciò che può rispondere alla nostra incompiutezza, che è la spinta senza cui il presente non diventa mai futuro, e che chiamiamo desiderio. Però l’attesa comporta attenzione (hanno la stessa radice di tendere), grazie alla quale si alimenta il desiderio, fonte di coraggio e iniziativa, e si soffoca la paura, che produce ansia e dipendenze (dal cellulare alle droghe). Dipendere è infatti l’opposto di tendere: chi dipende (pende da) s’aggrappa a qualcosa per paura e non cresce, chi tende, invece, nella vita si lancia intensamente, costi quel che costi. Ma tendere a cosa? A ciò che è intenso (altra parola che viene da tendere): la vita si «intensifica» dove trova ricchezza di senso, cioè dove non solo è custodita, ma si compie un po’ di più e quindi cresce.
Prendiamo l’esempio dei cellulari. Hanno colonizzato i nostri sensi, ipnotizzato l’attenzione, spento l’intensità del presente, relegandoci all’ultimo banco: è kriptonite (il misterioso minerale che priva Superman dei poteri) del desiderio. L’ho capito meglio quest’estate facendo un trekking di due settimane sulle Alpi con un gruppo di 15enni. La montagna spesso «scampa» dal segnale e invita a fare, di sé, degli altri e delle cose del mondo, il «campo» dell’attenzione. Il presente così offre la sua intensità e risveglia la tensione alla vita che in noi vuole crescere. Abbiamo anche proposto loro di liberarsi dei telefoni per 48 ore, e alla fine erano entusiasti, ringraziandoci per aver liberato energie in loro addormentate: «Mi sono sentito più vivo! Ho fatto e visto molte più cose! Mi sono divertito di più con gli altri!». Chi di noi riesce a stare senza la propria kriptonite per 48 ore? Il multitasking è in realtà uno degli inganni peggiori del nostro tempo. Provate a uscire a cena, a passeggiare, leggere… senza portare il cellulare: vi sorprenderà quante volte lo cercherete (dipendenza) e quanto sia intenso il segnale emesso da ciò che abbiamo sotto gli occhi. Per questo dopo i Letti da rifare voglio esplorare l’Ultimo banco: non un nostalgico ricordo del passato, ma un banco di prova per l’arte di vivere felici. Disattenti, ci auto-esiliamo in fondo all’aula: nelle relazioni e negli affetti, nella comprensione di noi stessi, degli altri e del mondo. Ma dove il desiderio retrocede, paura, noia e rinuncia hanno la meglio: non attendiamo più nulla, anzi, come nella Storia infinita di Michael Ende, aspettiamo, senza più speranza e immaginazione, che proprio il nulla ci divori. L’attenzione, che è l’unica possibile «presenza del presente», invece, distrugge un po’ di nulla (il vivere senza senso, cioè male) in noi e attorno a noi: la vita diventa «intensa» solo se siamo «attenti» a viverla.
Ogni lunedì sarà una pagina o un personaggio ad «alta tensione» a illuminare un ultimo banco dell’esistenza, per restituire luce al «qui e ora», e futuro al presente perduto. Oggi scelgo l’Ulisse di Dante: il suo «ardore» di «divenir del mondo esperto» ci strappa dalla paralisi del desiderio e spinge a mettersi in «mare aperto» per cercare, con i nostri amici, il compimento del desiderio ultimo di felicità. Così mentre l’Ulisse omerico torna e si ferma a Itaca, quello dantesco (alter ego del poeta) la lascia, non gli basta: il primo è un cerchio, il secondo una freccia del desiderio tesa al bersaglio della vita totale e piena. La vita terrena è una «breve vigilia dei sensi» da non sprecare, veglia di chi riceve l’alba, l’amore, la festa… proprio perché, vigile, li attende: noi diventiamo ciò a cui tendiamo. Il discorso pieno di eros dell’eroe risveglia nei compagni un desiderio tanto «acuto» da indurli a partire verso l’ignoto. Vivrebbero da «bruti», animali senz’anima, desideranti senza desiderio, se rinunciassero a «virtute e canoscenza», cioè il bersaglio della vita. E se Ulisse naufraga nell’abisso del desiderio, mostrando dove l’uomo arriva con le sue forze, Dante parte da quell’abisso, in cui scopre che il desiderio infinito di essere amato non è altro che il desiderio infinito di Dio di amarlo. E noi, come Ulisse e Dante, non siamo fatti per l’ultimo banco del desiderio, ma per il primo.”

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Buona, cattiva, felice, infelice: quale AI?

Mi sono ripromesso di affrontare, nelle classi quinte, il tema dell’intelligenza artificiale. Non so se ce la farò. Intanto pubblico un articolo molto interessante di Francesco D’Isa su questioni di etica generale applicata a tale argomento. Questa la fonte.

“Se ogni apocalisse ha il suo immaginario, l’allegoria contemporanea ha le fattezze di due cigni neri. Uno è intinto nel petrolio e barcolla in un lago in secca; l’altro ha i contorni diffratti e cangianti del sogno di un algoritmo. “Cigno nero”, infatti, è un termine coniato da Nassim Nicholas Taleb per indicare un evento di grande impatto, difficile da prevedere e molto raro, che col solo accadere rivoluziona la realtà abituale – come l’idea che tutti i cigni sono bianchi. La caduta di un gigantesco asteroide, un’invasione aliena o la scoperta del fuoco sono tutti esempi di cigni neri; ognuno di essi è una piccola apocalisse, perché sebbene non se ne possa prevedere né il volto né la data, sappiamo che avverrà.
Con un po’ di cautela però, è possibile azzardarne la provenienza: nella precedente allegoria, i due cigni neri della contemporaneità sono il cambiamento climatico e l’avvento dell’intelligenza artificiale – ed è di quest’ultimo che scrivo. Non azzardo una cronologia dell’avvento, la cui origine si potrebbe identificare con l’invenzione del calcolatore di Pascal o persino con l’arte combinatoria di Lullo o gli automata di Erone di Alessandria. Per limitarsi al passato prossimo, gli ultimi sigilli infranti sono le vittorie delle IA al gioco del Go e la nascita dei deep fake, dei contenuti multimediali falsi ma credibili, che dalla pornografia (primo laboratorio di molte innovazioni tecnologiche) sono sfociati nella politica e nel marketing.
Un evento di minore importanza, ma senza dubbio di grande impatto nell’immaginario, è stato il primo contatto con l’interiorità delle intelligenze artificiali grazie ai deep dream. Si tratta di immagini surreali ottenute usando in maniera creativa l’output dell’algoritmo che identifica gli oggetti nelle fotografie – il risultato è il secondo cigno dell’allegoria, una sottile crepa nella scatola nera delle IA, che inocula il sospetto che gli androidi sognino le nostre stesse pecore. Non è possibile conoscere in anticipo la propria prole, ma è sufficiente poterla generare per porsi importanti questioni etiche: i nostri figli saranno buoni o cattivi? Felici o infelici? Migliori o peggiori di noi? È un bene o un male metterli al mondo? Le stesse domande si pongono anche per le IA, e per quanto suonino sempliciotte sono un buon punto di partenza.

Proverò dunque a usare le seguenti categorie: con l’etichetta di buone o cattive intendo il caso in cui le IA abbiano funzioni costruttive o distruttive per il benessere dell’umanità. Felici o infelici sono due etichette fluide, con cui indico la condizione predominante del vissuto delle IA. Entrambe glissano su un punto di estrema importanza, assimilabile al cosiddetto hard problem della coscienza, nella terminologia di David Chalmers: le IA esperiscono o esperiranno degli stati coscienti (i cosiddetti qualia)? È una questione di difficile soluzione, non solo per loro, ma anche per le piante, gli animali e gli esseri umani – o persino i sassi. Gli unici stati di coscienza che conosci con certezza, infatti, sono i tuoi. Nulla ti assicura che non vivi in un mondo di “zombie filosofici”, in cui sei l’unica persona dotata di coscienza. Chi scrive si dichiara cosciente, ma tu che leggi come puoi credermi, se non sulla parola? Se ti sembra un ozioso scetticismo, prova a considerare cosa implichi ignorarlo. Come si individua la coscienza e i suoi confini? Affidarsi a un avanzato test di Turing legato al comportamento non esclude che possa esistere un robot privo di essa. Viene in mente il test Voight-Kampff di Blade Runner; una serie di domande e indagini fisico-comportamentali in grado di stabilire chi è un androide e chi un umano. Il test però non dice se gli androidi hanno un vissuto reale, ed escludere la possibilità che ne siano privi ci espone a non poche contraddizioni, ben esemplificate dall’esperimento mentale della stanza cinese di Searle.
Scartare a priori l’ipotesi di IA prive di coscienza, inoltre, porta facilmente al panpsichismo, la teoria per cui tutto è conscio, da un termostato a un essere umano, seppure in differenti gradazioni. Una conclusione non priva di problemi, come ad esempio la difficoltà di capire come varie micro-coscienze si combinano e integrano formando una coscienza più grande. Nel nostro caso però, possiamo ignorare l’ipotesi in cui le IA non abbiano qualia, per il semplice fatto che non pone alcun dilemma etico.

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Infine, per migliori intendo delle IA più intelligenti e potenti di noi, mentre per peggiori delle IA simili a quelle attuali; molto capaci ma globalmente non al nostro livello. Si tratta di categorie soggettive, basate su idee più o meno condivise ma passibili di molte sfumature. Per esempio, una calcolatrice è più brava di te a fare i conti, ma non per questo la consideri migliore – ma queste e altre contraddizioni emergeranno in seguito, dunque non mi attardo in altre premesse. E allora, come saranno le intelligenze artificiali?

1) Buone, felici e migliori di noi.
È il migliore dei casi, l’utopia in cui partoriamo degli angeli che ci accudiscono e proteggono dal male. Sembrerebbe una buona notizia, ma questo paradiso terrestre ci riporta a uno dei grandi quesiti dell’umanità: cos’è la felicità? La vita in veste di neonati perfetti potrebbe consistere nell’ininterrotta soddisfazione dei nostri desideri, in un godimento perpetuo che non lascia spazio al dolore. Oppure nell’opposto, la cessazione del desiderio e la perdita dell’ego propugnata dai mistici. La felicità che ci garantiranno queste IA sarà un sogno oppiaceo senza effetti collaterali? Un orgasmo ininterrotto? Il soma vedico, l’illuminazione buddista o cos’altro? Quel che è certo è che lo decideranno loro, e se saranno davvero così buone e brave è probabile che indovineranno. Ogni utopia, però, lascia spazio all’inquietudine; se ci sbagliassimo a tal punto sul nostro conto da non accorgerci che è la morte l’apice del bene? In questo caso le IA, più sveglie di noi, ci distruggeranno come nel caso 5) e 6), senza interrogarci in merito alla nostra idea di felicità.

2) Buone, infelici e migliori di noi.
Come sopra, ma con la disturbante consapevolezza che mentre i nostri figli (anzi, schiavi) operano per il nostro bene, ignorano il loro. Al primo caso si aggiunge dunque la domanda: siamo disposti a entrare in un paradiso che condanna altri all’inferno?

3) Buone, felici e peggiori di noi.
In questo caso si suppone che le IA, per quanto potenti, non saranno in grado di decidere per noi. L’umanità però saprà usarle per il meglio, potenziando le proprie capacità al fine di migliorare la qualità globale della vita. È l’utopia moderata del reddito universale e della fine del lavoro. Sebbene sia meno fantascientifico di 1), questo caso presenta comunque degli interrogativi in merito all’influenza del lavoro sulla felicità umana. Pur senza cedere alla retorica capitalista della produzione a ogni costo, va considerato che non è mai esistita un’epoca in cui la maggioranza o la totalità degli uomini non sia stata costretta a lavorare (in senso ampio) per sopravvivere. Non possiamo prevedere sensatamente gli effetti sulla felicità di un mondo in cui nessuno lavora e in cui in ogni ambito delle servizievoli IA sono più brave di noi, perché non abbiamo alcun precedente su cui basarci. È però lecito supporre che questo scenario non accadrà all’improvviso, ma che presenti gradazioni che lo avvicineranno e intersecheranno con i casi (7) e (8). Le variabili in gioco sono troppe: la velocità dello sviluppo tecnologico, la sua capillarità, realizzabilità e applicazione. Cui si aggiunge l’organizzazione sociale e il contesto storico in cui accadrà il cigno nero.

4) Buone, infelici e peggiori di noi.
Come sopra, col solito prezzo di far scontare ad altri la nostra aumentata felicità. Senza contare – ma questo vale per ogni scenario – che potremmo non scoprire mai cosa provano i nostri figli.

5) Cattive, felici e migliori di noi.
Questa distopia ha varie forme, dal robot malvagio che gode nello schiavizzare, torturare o annientare l’umanità, a quello che ci stermina per semplice noncuranza fino alla superintelligenza illuminata che ci reputa alla stregua di un virus, per via delle enormi sofferenze che causiamo alla quasi totalità delle forme di vita del pianeta. L’ipotesi più curiosa in quest’ambito è forse il “paradosso delle graffette” proposto da Nick Bostrom. Il filosofo immagina un’IA programmata per assemblare delle banali graffette a partire da un certo numero di materie prime. Questa intelligenza potrebbe essere abbastanza potente da piegare l’intero pianeta al suo scopo, ma non da cambiarlo, e, nel giro di qualche tempo, trasformerebbe ogni risorsa del pianeta – comprese le forme di vita che ospita – in materie prime necessarie all’assemblaggio di graffette. Un aspetto curioso di questa ipotesi è che si potrebbe facilmente identificare la stessa umanità con questo mostro ecologico: siamo programmati per soddisfare i nostri desideri primordiali, come mantenerci e moltiplicarci, e consumiamo il pianeta senza porre mai in dubbio i nostri scopi.

6) Cattive, infelici e migliori di noi.
Come sopra, con l’aggravante che neanche gli aguzzini sarebbero felici. Non esito a definirlo uno dei peggiori tra i mondi possibili.

7) Cattive, felici e peggiori di noi.
Questo caso speculare a 3) deresponsabilizza le IA per spostare l’attenzione sul pessimo uso che potremmo farne. Ho già parlato dei deep fake ed è noto come l’analisi dei big data abbia in parte pilotato le ultime elezioni americane. Delle IA utilizzate per spingere gli interessi contingenti di pochi individui potrebbero risultare disastrose sul lungo periodo. Un piccolo ma interessante esempio contemporaneo è l’effetto degli algoritmi utilizzati per rintracciare e proporre dei contenuti che “ci potrebbero interessare” sui casi di depressi gravi. Proporre dei contenuti sempre più violenti o disturbanti, infatti, potrebbe istigare o coadiuvare il suicidio dei soggetti già depressi.

8) Cattive, infelici e peggiori di noi.
Anche in questo caso, avremmo tutti gli svantaggi del caso precedente con in più il danno di altro dolore.

E dunque, per tornare alla domanda iniziale, è un bene o un male mettere al mondo delle IA? L’esposizione di questi otto scenari non chiarisce molto le idee, ma rende quasi letterale il parallelo coi figli. Trovare una motivazione etica per qualunque forma di creazione, infatti, sia che si tratti di vita che di tecnologia, è più difficile del previsto. L’ignoranza del futuro, la molteplicità degli utilizzi e l’incapacità di identificare il bene sono dei limiti troppo grandi.
Ma la domanda potrebbe essere inutile, se anche noi siamo costretti a seguire l’imperativo di un “programma” che ci spinge inevitabilmente a creare qualcosa di nuovo, che siano figli, utensili o entrambe le cose. Non è facile, infatti, individuare il magnete alla base di ogni desiderio: proteggersi, mantenersi, accrescersi, riprodursi… tutto pare affannarsi contro «il dolore della paura della morte», come scrive Dostoevskij ne I demoni. In attesa del futuro, dunque, possiamo solo augurare il meglio ai nostri figli, affermando con Kirillov che «chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio».”

Pubblicato in: Scuola

Nuovo anno, nuovi sentieri, nuovi orizzonti

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Stanno per riaprire le porte delle aule della scuola. Al lavoro siamo già da un po’, ma si sa che il clou sarà al suono della prima campanella, quando entrerete alla ricerca della dislocazione dell’aula per correre ad accaparrarvi il banco giusto. Le prime ore sono sempre un misto di nostalgia per i giorni di libertà totale dell’estate e di angoscia perché Natale è veramente molto lontano. Avrete nel cuore i ricordi di quello che avete vissuto, sulla pelle il colore bruno lasciato dal sole, negli occhi la sorpresa di qualche nuovo arrivato, nella bocca parole di gioia del ritrovarsi, nelle orecchie vociare di racconti, nella mente pensieri di prossimi impegni, nelle gambe chilometri di strade percorse. E non sarà che l’inizio. Ogni nuovo anno porta con sé il sorprendente e l’inatteso, non vi è mai nulla di scontato per quanto la routine tenda a fagocitarci tutti. Percorreremo dei sentieri nuovi anche in questi mesi, vedremo dove ci porteranno… sapendo anche che a contare non sarà per forza solo la meta ma anche il viaggio, i paesaggi attraversati, le valli solcate. Ogni giorno avrà il suo orizzonte davanti al quale ci metteremo a sera nella speranza che sia un panorama da ammirare. Male che andasse, ci risveglieremo l’indomani mattina con una nuova tela e una nuova tavolozza per provare a ridipingere le nostre vite.
Un caloroso benvenuto ai primini, un caloroso bentornato a secondini, terzini e quartini, un incoraggiamento particolare ai quintini e un nostalgico arrivederci ai maturi 2017-18!

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iGen, generazione in rovina?

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Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”