“Ho pensato a lungo a cosa portare come gemma quest’anno e alla fine ho deciso di parlare dell’amicizia, una parte fondamentale della mia vita. Spesso mi chiedo: cosa sarei senza i miei amici? Non riesco neanche ad esprimere a parole quanto io sia grata di avere delle persone al mio fianco su cui contare in ogni momento. Non sto parlando di qualcuno con cui passare semplicemente il tempo. Parlo di chi mi sprona sempre, chi mi incoraggia, chi mi consola e tira fuori sempre il meglio di me. Non ringrazierò mai abbastanza chi mi capisce quando nemmeno io so davvero come esprimermi; chi quando sto male mette da parte se stesso per supportarmi e ascoltarmi per ore; chi mi alza sempre l’umore solamente con la sua presenza; chi mi fa sentire inclusa e mai sola. Penso alle mie amiche E. e I. che anche se non vedo ogni giorno, per me ci sono sempre. Ogni volta che ci vediamo il rapporto è lo stesso, anzi si rafforza sempre di più. Ogni persona che mi conosce, le conosce, anche se non le ha mai viste. Per me sono come sorelle e penso che questo riassuma perfettamente la nostra amicizia. Penso alle mie compagne di classe, che sono molto più di questo. Senza di loro non sopravviverei neanche un giorno. Ogni volta che arrivo a scuola, qualsiasi sia il mio umore, loro mi illuminano la giornata. Per me sono delle persone speciali, ognuna mi ha insegnato qualcosa e mi ha lasciato tanto. Con loro ho vissuto esperienze bellissime, che mi fanno sorridere ogni volta che ci penso, che sono indimenticabili semplicemente perché eravamo insieme. Spero che questi momenti non finiscano mai, così come la nostra amicizia. Penso a chi c’è da sempre, come la mia amica M.. Non ricordo una vita senza di lei. Non ricordo un litigio con lei ma solo infiniti momenti passati assieme che porterò nel cuore per tutta la vita. Considero anche mia sorella E. come una migliore amica. Penso sia la persona di cui mi fido di più al mondo. Quella che chiamo subito quando ho un problema. Quella che non ci pensa due volte ad aiutarmi. Quella con cui mi confido e quella a cui chiedo consigli in ogni situazione. So di essere fortunatissima ad avere persone vere su cui contare, che fanno così tanto per me. Cerco di lasciare anche a loro qualcosa di mio e vorrei che potessero vedersi con i miei occhi per capire quanto ognuna di loro sia speciale, unica e quanto io creda in loro. Farei di tutto pur di non deluderle mai e per far loro capire che non sono sole. Spero di essere importante per qualcuno come queste persone lo sono per me. Per me l’amicizia è ciò che vale di più al mondo. È la mia felicità” (L. classe terza).
“Più si consumano gli anni, più diventano preziosi (Goethe). Come gemma, quest’anno, ho deciso di portare la mia “ultima gemma”. Queste parole per me sono intense, cariche di significato, pesanti da digerire ma al contempo salvifiche. È il concetto di ultimo che mi spaventa, e molto spesso anche nella quotidianità è questa la parolina che mi fa soffrire. Fare una cosa ben consapevoli di starla facendo per l’ultima volta è affrontare le aspettative che ci creiamo ogni giorno (e che forse non verranno mantenute) e quindi in qualche modo sfidarsi. Sento spesso che l’ultima ripetizione, proprio a causa di questo ordine cronologico inconfondibile, debba essere testimone di tutto ciò che c’è stato prima. “E se non riuscissi ad esprimere ciò che voglio comunicare? E se non ne uscissi soddisfatta?” E così il giorno dell’esposizione è stato a mano a mano ritardato, mentre la gemma su Canva portava implicitamente il cartellino “a data da destinarsi”. Poi è arrivato quel sabato, nel quale il prof. con una voce pacata ma decisa ha detto: “manca solo la tua gemma”. Però stavolta, ho cercato di lasciarmi scivolare addosso tutto il peso, con cui solitamente arricchisco anche le cose semplici: ho fatto una presentazione, ho messo le foto delle persone a me più care, ho spiegato in breve l’importanza dell’ultima gemma. E sono tornata al posto con il cuore pieno di gioia. “Ultima gemma” è una delle caselle finali su cui sono approdata. Il traguardo è poco più avanti e penso che con un po’ di fortuna nei dati mi basti un sei per arrivarci. Quindi, mi lascio scivolare addosso la pesantezza di dovere salutare le ore di religione, il prof, i compagni, la scuola e i momenti indimenticabili e irripetibili. Eppure, con un po’ di leggerezza e semplicità, non potevo non essere più felice di chiudere così questi ultimi cinque anni. Gli amici, la scuola, i compiti di scienze, la frase del mio autore preferito. Tutto così semplice e (per fortuna) maledettamente mio”. (M. classe quinta).
“Come gemma quest’anno ho deciso di portare una città dove ho lasciato il mio cuore: Londra. Penso sia la città dove mi sono trovata meglio, dove ho costruito tantissimi ricordi e dove ogni volta non vedo l’ora di tornare. Ma più in generale vorrei parlare del mio periodo di quattro mesi in Inghilterra perché è stato fondamentale per me, non tanto dal punto di vista scolastico o della lingua, ma soprattutto perché mi ha consentito di conoscermi a fondo. Vivevo praticamente da sola e ciò mi ha permesso di stare a stretto contatto, forse per la prima volta, con i miei pensieri, le mie paure e le mie ansie. Per quanto mi mancassero i miei amici e la mia famiglia, penso che in Inghilterra ci sia una versione di me che può esistere solo là. È una parte della mia anima, a mio parere la migliore e la più autentica, che ho lasciato per sempre in quella stanza, in quel paese e che un giorno spero di poter ritrovare” (M. classe quinta).
“Solitamente quando si arriva alla fine di un’esperienza, ti viene chiesto di tirare le somme. Visto che dopo cinque lunghi anni, anche le superiori che sembravano infinite stanno in realtà finendo, mi sono ritrovata a tirare le somme anche io. Come gemma volevo portare qualcosa di significativo e che potesse dare un’immagine abbastanza esaustiva di questi anni. Ci ho pensato molto perché volevo davvero trovare la cosa perfetta e alla fine ho pensato che il modo migliore per raccontare me stessa e questi cinque anni, era parlare delle persone che mi sono state accanto. Parlando di loro, parlo in realtà più di me stessa perché ognuna di queste persone mi ha lasciato un pezzetto. La canzone del video si chiama Foto di gruppo. Per me è una di quelle canzoni che ogni volta che ascolti, ti fa capire qualcosa di nuovo sulla vita. Ho scelto questa canzone per il ritornello che dice “tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano”. Praticamente il cantante parla delle persone vere, delle persone che lo hanno reso ciò che è lui oggi. Questo è il motivo per cui anche io, cercando di tirare le somme mi sono ritrovata tra le mani tanti ricordi e nei pensieri le facce delle persone che mi hanno reso la E. che sono. Quando mi guardo allo specchio, spero di aver imparato qualcosa da ognuna di queste persone: Q. mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, M. mi ha infuso almeno un po’ della sua spensieratezza, L. mi ha dimostrato che per le cose belle vale la pena saper aspettare. Da S. ho capito che a volte al posto di farsi tante domande va bene anche arrabbiarsi e farsi una risata mentre P. mi ha dimostrato che i veri amici ci sono sempre, in qualsiasi momento. Oltre loro ovviamente ci sono anche gli amici di sempre, ma di quelli ne ho già parlato tante volte. Mi è capitato più volte negli ultimi mesi di accorgermi che siamo diventati grandi e che non siamo più i ragazzini scalmanati che facevano feste ogni weekend e che uscivano la sera per ore senza una meta. Adesso siamo grandi, abbiamo la macchina, qualcuno un lavoro, le rispettive morose e morosi. Ogni tanto guardo i miei amici e capisco che siamo grandi, un po’ perché mi sento sopraffatta dalle responsabilità, un po’ perché vedo che F. (mia nonna), che per anni è stato il punto di riferimento per tutta la compagnia di amici, sta iniziando a invecchiare e per lei non è più così facile tenere tutti a casa sua. Un po’ perché tra tutti i nostri impegni è diventato più difficile vedersi, un po’ perché l’anno prossimo porterà tanti cambiamenti. Per ultimo ma non per importanza vorrei fare un pensiero sulle persone che nella “foto di gruppo” della mia vita sono le più importanti: ovvero M., mia zia C. e F. Di loro non voglio avere un pezzetto, vorrei avere letteralmente tutto. F. mi ha insegnato tutto quello che so, l’importanza di avere dei valori e l’amore per la letteratura. Mia zia, anche se faccio fatica a dimostrare quanto le voglia bene, è la persona che forse c’è stata di più in tutta la mia vita e che ha sempre lottato e fatto di tutto per vedermi felice. E infine M., non serve che dica molto perché lui lo sa già, è colui che dà un senso a tutte le mie giornate. Allora quello che spero io è che la foto di gruppo della mia vita contenga per sempre tutte queste persone vere e sincere”. (E. classe quinta).
“Come gemma ho deciso di portare l’equitazione, lo sport che ho praticato fino a qualche mese fa. Era una delle poche cose che mi rendevano felice e spensierata. Anche se purtroppo ho dovuto lasciare questo sport sarà sempre parte della mia infanzia e della mia felicità” (N. classe prima).
“Parigi per me non è stata solo una città, è stata un’emozione continua. Doveva essere il regalo dei miei 18 anni da parte del mio fidanzato, ma alla fine è diventato il regalo più bello anche per me, qualcosa di nostro che porteremo sempre dentro. Siamo partiti senza sapere davvero cosa aspettarci, ma con una voglia incredibile di vivere tutto. In quei 4/5 giorni abbiamo fatto più di 35 mila passi al giorno, sempre in movimento, sempre con gli occhi pieni di meraviglia. Eppure non ci pesava mai: eravamo sempre in giro, con la voglia di vedere tutto, di non perdere neanche un attimo. E la cosa più bella non erano nemmeno i posti, ma come ci sentivamo mentre li scoprivamo insieme. Di giorno inseguivamo ogni cosa da vedere, senza volerci perdere nulla. Ci siamo anche persi tra le strade, improvvisando, ridendo per niente, lasciandoci guidare dal momento. E proprio quella spontaneità ha reso tutto ancora più speciale. Ricordo una sera, eravamo stanchi morti e ci siamo seduti vicino alla Senna, con le luci della Torre Eiffel che si riflettevano sull’acqua. Non stavamo facendo nulla di particolare, ma ridevamo senza motivo. Era uno di quei momenti in cui non serve dire niente, perché senti che è tutto perfetto così. Parigi ci ha regalato emozioni vere: la spensieratezza, la complicità, la sensazione di essere esattamente nel posto giusto al momento giusto. Ogni giorno era diverso, ma tutti avevano qualcosa di speciale. È stato il viaggio più bello che io abbia mai fatto, perché non è stato solo visitare una città, ma viverla insieme. E tornando a casa mi sono sentita diversa, più leggera, con la consapevolezza che certi momenti non passano mai davvero. Rimangono lì, dentro di te, come Parigi”. (N. classe quarta).
“Per la gemma di quest’anno dovrei ringraziare l’appendicite, visto che mi ha dato tempo per pensare a che argomento portare. Questa volta non ho portato niente di concreto, bensì delle riflessioni sulla mia vita in generale. È da diversi anni che continuo ad avere la sensazione di non essere abbastanza e di essere in competizione con tutte le persone che mi circondano. Vedevo gente brava in molti ambiti e mi sembrava sempre di essere un passo indietro. A causa di ciò ho iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e di ciò che mi circondava, portandomi a pensare sempre di più al fatto di avere poco tempo e possibilità per superare le altre persone e vivere la vita che volevo vivere. Guardando sempre al futuro mi chiedevo se esisteva davvero la bella vita e se l’avrei mai raggiunta. Col passare del tempo ho capito che non esiste, ci sarà sempre la guerra, ci sarà sempre la paura e ci saranno sempre le perdite di persone care. Ciò non significa però che la vita non abbia un senso e che non si possa riempire di momenti felici per colmare quelli tristi. A essere sincero, quando mi hanno ricoverato in ospedale, la mia unica preoccupazione era quella del cibo, visto che sarei stato a digiuno e io sono un grande amante del cibo, ma una volta raggiunta la sala operatoria qualche giorno dopo ho iniziato ad avere un po’ di paura. Sapevo che era un’operazione semplice, ma non si è mai sicuri al 100% che le cose vadano bene. È stato penso a quel punto che ho davvero realizzato quanto sia inutile pensare al futuro. Non saprò mai quando chiuderò definitivamente gli occhi fino a quando non accadrà, perciò il presente esiste, per essere vissuto e per diventare passato. Piano piano sto cercando di abituarmi a questa idea di pensiero e di abbandonare quella di prima, che penso sia comunque più difficile che riprendermi dall’operazione”. (L. classe quarta).
“Era il 24 dicembre e stavo facendo una delle mie attività natalizie preferite: impacchettare i regali mentre guardavo un film. C’era quell’atmosfera calda e sospesa che solo la vigilia sa creare, fatta di carta colorata, nastri sparsi ovunque e lucine che brillavano in sottofondo. Il film era “L’amore non va in vacanza”, uno di quelli che per anni mi ero rifiutata di vedere perché convinta fosse la solita commedia romantica prevedibile, ma alla fine mi ha sorpresa. Dopo aver finito il mio “turno da elfo”, stavo sistemando le carte e i fiocchi avanzati quando mia mamma è arrivata di corsa dicendo che c’era ancora un regalo da incartare. Per fortuna ha aggiunto che lo avrebbe fatto lei: per quanto ami questa tradizione, sono anche abbastanza pigra e l’idea di ricominciare da capo non mi entusiasmava affatto. Il giorno dopo, al momento dello scambio dei regali, mia mamma ha appoggiato sul tavolo un piccolo pacchetto (proprio quello della sera prima) dicendo che era per me e per le mie sorelle. C’era qualcosa di diverso nel suo modo di porgercelo, una dolcezza silenziosa che ho capito solo dopo. Quando lo abbiamo aperto, abbiamo trovato quattro ciondoli: due per le mie sorelle maggiori, uno per lei e uno per me. Separati erano semplici pezzi dorati, ma messi insieme formavano un unico cuore. Appena l’ho visto l’ho indossato subito, quasi d’istinto, come se sapessi che non fosse soltanto una collana. Con il passare dei giorni, ogni volta che lo guardavo, capivo sempre di più che non era solo un oggetto, non era solo un insieme di molecole che casualmente componevano un pezzo di puzzle. Era qualcosa di più profondo: un simbolo concreto di tutto l’amore e di tutti gli insegnamenti che mia madre ha sempre cercato di trasmettere a me e alle mie sorelle. Fin da quando eravamo piccole, ci ha ripetuto che la cosa più importante fosse l’amore. Non solo provarlo, ma scegliere ogni giorno come donarlo: attraverso le parole, nei gesti più piccoli, nella presenza costante anche quando la vita si fa complicata. Io, che sono sempre stata una persona molto riflessiva, non ho mai smesso di pensare a queste sue parole. Nemmeno ora, mentre scrivo. Forse è proprio per questo che quel ciondolo non rappresenta soltanto l’unione tra me, le mie sorelle e mia mamma. Rappresenta il modo in cui questo legame si è costruito nel tempo, con pazienza, errori, crescita e perdono. Ognuno di quei quattro pezzi ha scelto, giorno dopo giorno, di diventare ciò che è oggi, senza mai smettere di far parte dello stesso cuore. Grazie a quel ciondolo — e soprattutto grazie agli insegnamenti di mia madre — ho imparato che l’amore non è qualcosa di astratto o distante. È una scelta quotidiana. Ho capito come amare il mondo attorno a me, come riconoscere la felicità quando si presenta e, soprattutto, come condividerla. Forse è anche per questo che quel ciondolo, oltre a rappresentare l’amore, per me è diventato qualcosa di più concreto: un promemoria. Mi ricorda che la felicità non è per forza qualcosa di straordinario, ma spesso è nascosta nelle cose semplici di tutti i giorni. Quando lo guardo, mi riporta con i piedi per terra e mi fa pensare a ciò che davvero conta, a quello che mi fa stare bene senza bisogno di esagerazioni o grandi gesti. Mi fa pensare a tutto ciò che mi rende felice, come:
La mia famiglia
Napoli ( nome del mio gruppo di migliori amici)
E, E e C (le mie migliori amiche)
I Fratella (nome del mio gruppo di amici dell’Erasmus)
J (campo estivo)
L’odore della pioggia
Camminare sulla ghiaia dopo la pioggia
Osservare l’arcobaleno
Viaggiare
Prendere il treno
Osservare le persone che camminano
Guardare le nuvole
Guardare le stelle distesa per terra con i miei amici
Filosofeggiare
Parlare di cose superficiali e cose importanti durante una serata
Serata con gli amici
Urlare e cantare le canzoni in macchina
Bere il caffè
Bere il té
Ascoltare la musica nei vinili
Musica ad alto volume
Respirare l’aria del fiume
Vedere gli animali liberi nella natura
Rocky (il mio cane)
Leggere
Comprare libri
Vedere i film
Analizzare film/libri
Vedere le foglie cadere dagli alberi
La pioggia
Il mare d’inverno
La luce del sole tra la natura subito dopo la pioggia
L’alba
Il tramonto
Rivedere la mia seconda famiglia che abita lontano e vedere che non è cambiato nullla (campo estivo)
Stare sul bus e vedere le persone attorno a me e pensare che anche se per poco tempo faccio parte della loro vita e viceversa
Annusare i libri
Ridere fino a quando la pancia mi fa male
L’autunno
Il canto degli uccelli
Le camminate
Osservare la luna
I cocchi (miei peluche e compagni di vita)
Studiare
Sentire di sapere
Amare
Conoscere nuove culture
Organizzare eventi
Fare foto per poi fare album
Osservare l’arte e analizzarla Ecco, tutto questo è racchiuso in un pezzetto di metallo.” (B. classe quinta).
“Prima o poi lo troviamo tutti. Quel posto in cui quando ci vai, ti senti completamente a casa. Non importa con chi sei, non importa quando, ma una volta che ci sei la tua vita diventa un po’ più rassicurante. Io ho la fortuna immensa di averlo trovato da sempre quel posto in cui la paura di sbagliare non esiste, come la parola “impossibile” che diventa inesistente in un secondo. Quel posto in cui come per magia le maschere cadono nel vuoto, ed io posso semplicemente essere me stessa. Il palcoscenico è come casa per me, i riflettori puntati su di me sono una cosa bellissima, ma non perché mi facciano sentire al centro dell’attenzione, ma perché so che in quel momento per le persone del pubblico sono qualcuno che vale la pena di essere guardato. Divento improvvisamente importante, ed è bello avere qualcosa come una coreografia da far vedere al pubblico che ti sta guardando. Per questo quando ballo cerco sempre di essere me stessa più che mai, perché so benissimo che più sono vera e sincera mentre ballo, più sono le emozioni che trasmetto. Dagli applausi capisco se sono riuscita a catturare davvero l’attenzione del pubblico. Con gli anni ho imparato a fare attenzione al ritmo dei palmi che sbattono l’uno contro l’altro, e al tempo che ci mettono per smettere del tutto di fare rumore. A quel punto arriva l’inchino. Quella fase che avviene per ultima, in cui hai gli occhi che brillano e le labbra che si distendono nel più sincero dei sorrisi, e in cui vorresti solo tornare indietro nel tempo, e rivivere tutto da capo”. (J. classe prima).
“Quest’anno, come gemma, ho deciso di portare qualcosa che per me non è solo un oggetto o un’esperienza, ma un ricordo diventato simbolo di crescita, amicizia e promesse mantenute. Il 22 agosto 2025 ho assistito al concerto degli Psicologi all’Arena Alpe Adria, a Lignano Sabbiadoro, insieme a una delle mie più care amiche. Ma questa storia inizia molto prima. Tutto risale all’estate della seconda media, quando eravamo ancora due ragazzine entusiaste, fan accanite che sognavano di vedere dal vivo il loro gruppo preferito. Per noi gli Psicologi non erano solo musica: erano parole in cui ci riconoscevamo, emozioni che finalmente qualcuno riusciva a dire ad alta voce. Quando si presentò l’occasione di andare a un loro concerto, ci sembrava un sogno che stava per realizzarsi. Purtroppo, per una serie di inconvenienti, non riuscimmo a prendere i biglietti. Ricordo ancora la delusione, quella sensazione di occasione persa che a quell’età sembra enorme. Ma proprio in quel momento facemmo una promessa: se fossero tornati vicino a casa nostra, non importa quanti anni sarebbero passati, noi ci saremmo andate. Lo avremmo fatto per mantenere la parola data e per rendere felici le “noi” bambine che ci avevano creduto così tanto. Quel momento arrivò a gennaio 2025, quando il duo annunciò le date del nuovo tour. Appena vedemmo che ci sarebbe stata una data vicina, non esitammo un secondo: questa volta non ce lo saremmo lasciato scappare. E così, a luglio, eravamo lì. Non più le ragazzine della seconda media, ma nemmeno così diverse da allora. Cantavamo le stesse canzoni, con qualche esperienza in più sulle spalle e forse una consapevolezza diversa. In mezzo alla folla, tra le luci e la musica, ho capito che non stavamo solo assistendo a un concerto: stavamo mantenendo una promessa, celebrando un’amicizia che è cresciuta insieme a noi. Questa è la mia gemma: il ricordo di un sogno rimandato ma non dimenticato, la prova che alcune promesse meritano di essere custodite nel tempo, e la certezza che, a volte, rendere felici le versioni più piccole di noi è il regalo più grande che possiamo farci”. (G. classe quarta).
“Quest’anno, come ultima gemma, ho deciso di portare con me i piccoli momenti. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a concentrarci sugli eventi straordinari, sui traguardi importanti, sui fatti eclatanti. Siamo abituati a pensare che ciò che conta davvero debba essere grande, visibile, memorabile. E così, spesso, finiamo per dare un peso enorme a situazioni che, a distanza di tempo, si rivelano meno significative di quanto pensassimo. Se c’è qualcosa che quest’anno mi ha insegnato, è proprio il valore delle “piccole cose”. Quei momenti semplici, apparentemente ordinari, che non fanno rumore ma lasciano tracce profonde. Ho capito che non sempre ciò che aspettiamo con ansia è ciò che ci rende davvero felici. A volte mi succede di caricarmi talmente tanto per qualcosa che deve accadere da costruirci sopra aspettative altissime. Immagino scenari perfetti, anticipo emozioni, idealizzo ogni dettaglio. Poi, puntualmente, la realtà non coincide con ciò che avevo immaginato. E allora, per non restare delusa, mi ritrovo ad attribuire a quell’evento un’importanza maggiore di quella che realmente ha avuto, quasi per giustificare l’attesa. Con il tempo ho imparato che le cose più belle non si programmano nei minimi particolari e, soprattutto, non si aspettano con impazienza: semplicemente accadono. Arrivano e restano. Mi sono resa conto che oggi preferisco una passeggiata senza una meta precisa, magari in un luogo semplice, lontano dal rumore e dalla fretta, dove si può parlare senza distrazioni e ascoltare davvero. Preferisco una cena organizzata all’ultimo momento, senza troppi preparativi, dove conta più la compagnia che la perfezione della tavola. Mi sono accorta che ciò che mi resta dentro non sono le grandi occasioni, ma dettagli quasi impercettibili: quello sguardo che si incrocia prima di salutarsi e tornare ognuno a casa propria, carico di significato anche se non viene detto nulla; la voce di mio nonno quando racconta episodi della sua giovinezza, con quella luce negli occhi che fa sembrare il passato ancora vivo; le partite a carte fatte insieme, tra risate, piccole sfide e battute che si ripetono ogni volta ma non stancano mai. Sono sempre stata una persona a cui non piacciono i piani decisi all’ultimo momento. Ho bisogno di organizzare, di sapere cosa succederà, di avere tutto sotto controllo. Eppure mi sono accorta che proprio nelle situazioni improvvisate, fuori programma, mi diverto di più. È lì che mi sento più libera, e soprattutto più presente. Quest’anno ho capito che la felicità non sta nei grandi eventi che aspettiamo per mesi, ma nei piccoli istanti che spesso rischiamo di non notare. Forse crescere significa proprio questo: imparare a rallentare, a dare valore a ciò che sembra insignificante e a riconoscere che la vera bellezza si nasconde nella semplicità quotidiana”. (G. classe quinta).
“Fin da quando ero piccola ho sempre desiderato avere un cane, qualcuno che fosse mio compagno di giochi e che potessi portare a spasso. Per me non era solo un animale, ma un amico con cui crescere e condividere momenti della mia vita. Questo sogno si è finalmente realizzato il primo settembre 2025, quando siamo andati in canile e abbiamo incontrato un piccolo cucciolo di cane bolognese. In realtà, più che sceglierlo noi, è stato lui a scegliere noi. Appena ci ha visti, ci è venuto incontro, ha iniziato a giocare, a rotolarsi per terra, a mordicchiarci piano e a cercare coccole, soprattutto le mie. In quel momento ho capito che quel cane sarebbe diventato qualcosa di speciale. L’abbiamo chiamato Holly. Da quando Holly è entrato nella mia vita, ho capito che non è solo compagnia o gioia. Con lui ho imparato a prendermi cura di un altro essere vivente, a essere responsabile e attenta. Ma soprattutto ho capito quanto un cane possa essere sensibile. Qualche tempo fa ho letto un articolo che spiegava come i cani riescano a percepire il nostro dolore emotivo. Quando siamo tristi, stressati o attraversiamo momenti difficili, il nostro corpo rilascia segnali che loro riescono a sentire. Per questo si avvicinano, ci leccano, restano accanto a noi più del solito. È come se cercassero di “ripulire” la nostra tristezza, sia del corpo che dell’anima, dicendoci silenziosamente: non sei solo, lascia che ti aiuti.
Holly fa proprio questo con me. Il suo non è solo affetto, ma un modo profondo di prendersi cura di me, di capirmi e di abbracciarmi senza usare le braccia. L’amore dei cani per noi esseri umani è infinito e sincero, e questo è uno degli insegnamenti più grandi che ho ricevuto. Oggi non riuscirei più a immaginare la mia vita senza di lui. Holly è diventato una parte fondamentale della mia quotidianità e del mio cuore. Mi ha regalato una gioia immensa e mi ha insegnato che l’amore più vero a volte non ha bisogno di parole”. (E. classe terza).
“Et gaudium vestrum, nemo tollet a vobis (E la vostra felicità, nessuno ve la toglierà) Gv 16;22
Questa frase tratta dal Vangelo di San Giovanni mi ha dato l’ispirazione per l’ultima gemma. Infatti ho deciso di seguire il fil rouge della felicità, o meglio dire delle persone che in questi ultimi 5 anni mi hanno portato felicità. Sono stati anni lunghi, con alti e bassi, ma che guardando indietro mi lasciano una grandissima quantità di ricordi. Posso dire di aver costruito molte relazioni, che per me sono estremamente importanti, azzarderei dire quasi essenziali. Dai miei gruppi a scuola, ai miei compagni d’avventure campanarie, ai miei “pastori” ed alla mia più grande amica, persone veramente preziose che porterò sempre nel cuore” (D. classe quinta).
“Quest’anno come gemma ho deciso di parlare del mio viaggio in Finlandia, un viaggio che sognavo di poter fare da molti anni, sin da piccolo. Inizialmente mi ci interessai soltanto per la famosa notizia che avessero il sistema scolastico migliore dell’Europa, ma presto scoprii molto di più riguardo a questo paese, ad esempio la particolarità della loro lingua che ha origini uraliche piuttosto che indoeuropee come maggior parte dell’Europa. Insieme alla sua costante posizione in alto nella classifica per i paesi più sicuri e felici e alla presenza di parchi naturali nazionali, sono stati questi i fattori che mi hanno spinto molto a voler visitare questo paese; e il risultato non mi ha per niente deluso. Il centro e la città erano sempre animati, il tempo era sempre bello, alle 23 non c’era ancora buio totale e il cibo era fantastico. Non c’è stato mai un momento in cui mi sono pentito di aver fatto questo viaggio, e lo rifarei più che volentieri (anche se con un po’ meno di vento)” (F. classe quarta).
“Come gemma ho deciso di portare Roma. In realtà più che portare la città di Roma io porto quello che c’è a Roma, ossia tutta il resto della mia famiglia. Siamo distanti 648km, li riesco a vedere pochissime volte all’ anno, specialmente mia cugina e i miei zii. Roma per me non è una città perciò, Roma è la mia famiglia. Inoltre, ogni volta che vado lì è durante le vacanze, quando non c’è scuola, quindi riesco a trascorrere il tempo lì priva da qualsiasi stress o ansia dovuta a studio o verifiche. L’unica cosa che devo fare lì è stare con i nonni, mio zio, ecc… e giocare a basket. Solo questo. Quindi, il tempo trascorso a Roma è sinonimo di, oltre ad amore, spensieratezza e felicità. Ogni volta che torno qui sono triste perché so che vado incontro ad un periodo in cui ci sarà solo lo stress della scuola, e in cui saremo da sole: io, mia mamma e mia sorella. Solo noi. Quanto è brutto affrontare così tante cose, sia cattive che buone, senza però rendere partecipe la mia famiglia, e allo stesso modo esserci perse noi un sacco di cose. Roma non è una città, Roma è un’idea, Roma è un ricordo a cui aggrapparsi, Roma è un pensiero fisso nella mia testa. Non perché ci sia il Colosseo, il Circo Massimo, San Pietro (anche se in effetti fa più figo dire “la mia famiglia è di Roma” piuttosto che dire “la mia famiglia è di Cosenza”). Probabilmente se la situazione fosse al contrario direi che Udine è il mio posto felice, o qualsiasi altra città, basta che ci sia la mia famiglia. Comunque quindi il punto non è la città, ma CHI c’è in quella città”. (L. classe quarta).
Ogni anno rifletto molto su cosa portare come gemma, specie per la quinta volevo qualcosa di veramente significativo che potesse chiudere in bellezza il mio percorso scolastico. Allo stesso tempo però ho pensato che ogni gemma che ho portato nascondeva già dei grandi significati. In prima: il mio diario da bambina a rappresentare la mia infanzia in seconda: l’estate passata con i miei amici a rappresentare l’amicizia In terza: un regalo simbolico come augurio di un futuro brillante In quarta: i miei genitori. E quindi, per quest’anno decido di portare una cosa più spontanea e meno elaborata.
Questo video (accompagnato da delle foto in classe, ndr) mi piace particolarmente sia per la musica di sottofondo, che quasi mi ipnotizza specie se ascoltata a pieno volume con le cuffie, sia, ovviamente, per i ricordi che ci sono dietro. Il 2025 è stato l’anno in cui mi sono più formata, non necessariamente il più bello (perché deve competere comunque con il 2024) ma è stato l’anno in cui ho imparato di più in assoluto. I primi mesi sono stati relativamente tranquilli, vivevo in modo piuttosto passivo la vita. Ricordo che ogni mattina a scuola morivo di sonno e speravo sempre che le due ore di italiano e francese finissero il prima possibile e che non mi chiamasse a tedesco ( cosa che invece succedeva sempre). Più di una mattina mi svegliavo con l’idea “che bello stasera potrò tornare a dormire” oppure con “non vedo l’ora arrivi il pranzo”. Eppure ero “felice”, fiacca ma contenta. “Felice” perché comunque stavo facendo esattamente quello che volevo fare anche se non sempre avevo la motivazione di continuare. E scrivo intenzionalmente felice tra virgolette, perché oggi so che quella mia condizione somigliava più a una quieta serenità che a qualsiasi altra cosa. E poi, le vacanze di carnevale. Il mio 2025 si può dividere in 3 grandi parti: la prima di queste che arriva fino al 4 marzo, giorno in cui la mia gattina è morta inaspettatamente. A differenza di tutti gli altri lutti che ho vissuto, questo era ben diverso, perché proveniva da dentro. Da dentro casa. Era una vera e propria mancanza che si sentiva inevitabilmente non appena si varcava la soglia di casa. Improvvisamente io e la mia famiglia ci siamo ritrovati con una nuova quotidianità, silenziosa, spoglia, non richiesta. Ricordo precisamente la mia sorpresa nell’uscire di casa le prime settimane per distrarmi un po’ e vedere che il mondo andava avanti uguale, esattamente come aveva sempre fatto. La realtà esterna non sembrava essere intaccata da quel vuoto che invece era costantemente presente a casa. Da marzo in poi è iniziato un profondo periodo di introspezione in cerca di risposte a domande che ancora ad oggi rimangono in sospeso. Nonostante questo traumatico evento, avevo da continuare dei progetti, dei diciottesimi a cui andare, delle gite a cui partecipare. E devo dire, parlandone spesso e metabolizzando la cosa, sono tornata a stare bene: ho iniziato a godermi la primavera, la fine della scuola (che per me è stata il 24 maggio), la gita a Vienna, il mese passato a Linz e infine il 23 luglio, il mio compleanno. Finalmente i tanto attesi 18 anni. Era da tutta la vita che li aspettavo. Essere maggiorenni è letteralmente un altro modo di vivere: fare i pagamenti con il mio conto in banca, firmare IO, avere accesso a sesamo, non avere più restrizioni sui social di nessun tipo, non avere più nessun tutore sul telefono, aver TUTTO intestato a mio nome, e, ovviamente, guidare. Tutte forme di indipendenza che tanto bramavo. Questa seconda parte dell’anno termina poi con il 15 agosto, giorno in cui ho dovuto accettare che a volte non tutto segue i miei piani, ma va bene così. Continuo comunque a pensare che ciò che vuoi veramente, lo puoi fare accadere. E ogni scusa è una prova che in realtà non lo vuoi veramente.
Poi con settembre e ottobre, l’inizio della quinta, il mio viaggio a Parigi, l’ultima gita scolastica💔 E quest’ultima terza parte dell’anno termina con il 3 novembre. Non so esattamente da cosa sia stato scaturito, so solo che dal 3 novembre , successivamente a una profonda riflessione avuta guardando fuori il finestrino, mi sono detta “ basta, da oggi cambio” e così è stato. Un nuovo modo di vivere, un nuovo modo di pensare, una nuova pace interiore, una nuova gratitudine per la mia vita . Tutto ciò nato come frutto dalle esperienze avute in questo ultimo anno, che mi hanno insegnato e che continuano ad insegnarmi ancora oggi. Fra gli insegnamenti più importanti di quest’anno e che voglio condividere ce ne sono due: il primo riguarda il ruolo fondamentale che le persone hanno nelle nostre vite e che spesso sottovalutiamo. Perché “casa” non la fanno le mura, bensì le persone. Perché il nostro “giardino”, come insegna Voltaire, può diventare solo più bello se intorno a noi abbiamo altri giardini rigogliosi, ed è quindi importante trovare giardini verdeggianti, ricchi di farfalle. E infine, il secondo insegnamento riguarda la motivazione, l’interesse, la curiosità, non so nemmeno io come definirla, quella spinta che ti fa andare avanti. Perché bisogna essere fortemente motivati nella vita, in qualsiasi campo e settore, perché è solo così che si potrà riuscire in quello che si vuole e superare eventuali momenti meno belli”. (F. classe quinta).
“Anche quest’anno si è rivelato difficile dover scegliere soltanto una tra tutte le cose che mi porto nel cuore e, proprio per questo, ne sono profondamente grata. Sono stati tanti i momenti, le esperienze e le persone che hanno reso speciale questo anno, ma ce n’è uno che più di tutti ha catturato il mio cuore. Questa foto ritrae uno degli ultimi scatti della vacanza studio a Londra che ho avuto l’opportunità di vivere quest’estate, un’esperienza che porterò con me per sempre. È stata resa ancora più emozionante dalla compagnia di due delle persone più importanti della mia vita: una mia cara amica e il mio migliore amico. Era la nostra prima esperienza all’estero da soli, siamo partiti in tre e siamo tornati con un bagaglio colmo di emozioni, ricordi e consapevolezze che ci accompagneranno per sempre. Durante questo viaggio abbiamo conosciuto un gruppo di persone uniche, con le quali abbiamo condiviso ogni momento della vacanza. In poco tempo siamo diventati una vera e propria famiglia, come se ci conoscessimo da sempre. Abbiamo riso, scherzato, parlato a lungo e creato legami sinceri tra noi. Questa fotografia, in particolare, rappresenta l’ultima serata trascorsa su quella che ormai era diventata la nostra spiaggia del cuore: un luogo che ci vedeva arrivare ogni sera alla stessa ora, restando fino a tardi, spesso rischiando di perdere il bus pur di non andare via. È uno scatto spontaneo, nato quasi per caso, ma che racchiude uno dei momenti più intensi e significativi di tutta l’esperienza. Con un sottofondo malinconico, quella sera ci siamo fermati a riflettere, ognuno traendo le proprie conclusioni su ciò che quella vacanza ci aveva lasciato. In quel silenzio carico di emozioni ho capito quanto fosse stato prezioso quel viaggio: non solo per i luoghi visitati, ma soprattutto per le persone con cui l’ho condiviso e per ciò che mi ha insegnato. Questa gemma non è solo una foto, ma il simbolo di un’estate che mi ha fatta crescere, sentire libera e profondamente felice. È il ricordo di un momento che continuerà a vivere dentro di me, ogni volta che ripenserò a Londra, a quella spiaggia e a chi era al mio fianco”. (G. classe quarta).
“Come mia gemma vorrei portare lo sport che pratico ovvero il parkour. Il parkour è uno sport nato in Francia, nei sobborghi di Parigi, tra gli anni ‘80 e ‘90. Lo si può praticare ovunque: su un muro, su una panchina o su delle ringhiere. Alcune tecniche di base del parkour sono: -Vaults (Lazy vault, step vault, kong…) -Roll (movimento per assorbire l’impatto) -Precision jumps -Movimenti di arrampicata (cat, tic tac…) Pratico questo sport da due anni e mi piace molto, mi permette di stare bene con il me stessa, di allenarmi, di divertirmi e di prendere consapevolezza delle capacità del mio corpo. Nel parkour è essenziale credere in se stessi, essere sicuri e divertirsi. Mi piace perché unisce l’agilità, la forza e lo stile. Credo che la mia parte preferita di questo sport sia l’acrobatica perché è una sensazione vicina al volo: quando mi riesce bene un front flip o un esercizio che ho provato ancora e ancora, la felicità e la soddisfazione mi invadono. Questo sport mi ha anche “regalato” due amicizie molto importanti per me: ho conosciuto due ragazze che ora sono mie grandi amiche e condividiamo la passione per questo sport”. (E. classe prima).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare un posto per me molto importante, ovvero l’Albania. Quando penso a quel luogo penso alla mia infanzia, alle estati calde e belle che ho passato con la mia famiglia. Purtroppo, però, quando ci penso, penso anche a quanto in fretta passino gli anni e a quanto lontani stiano diventando quei ricordi. É da ormai tanti anni che io non ci torno più e la nostalgia che provo diventa sempre più grande. Nonostante ciò, però, sono felice di aver passato bei momenti come quelli e sono felice che facciano parte di me. Spero davvero, un giorno, di poterci tornare e rivivere i ricordi che hanno segnato la mia vita. So che non sarebbe più come una volta, ma so che tornarci mi farebbe sentire felice e in pace” (G. classe terza).