Pubblicato in: Gemme, musica

Gemme n° 485

La mia gemma è la canzone Home di Michael Bublè: mi ricorda di quando ero piccola, me la facevano sentire i miei genitori quando affrontavamo viaggi lunghi. E’ bello il testo: puoi viaggiare quanto vuoi ma nessun posto è come casa”.
Non riesco a resistere. Commento la gemma di V. (classe seconda) con un altro video, questa volta dei Depeche Mode. Il titolo? Lo stesso della canzone di Michael Bublé.

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Gemme n° 459

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Queste le parole con cui V. (classe quinta) si è espressa: “La mia gemma è una foto insieme a S.: ci conosciamo praticamente da 19 anni, ma a settembre lei andrà per un anno negli Stati Uniti. Sarà strano non averla qua tutti i giorni. La foto fa pensare a tempi felici e sicuri senza dubbi e incertezze; ora è un po’ diverso, ma questo vuole anche essere un augurio ad entrambe di restare quel che siamo”.
E’ uno dei momenti che prediligo nel lavoro che faccio: vedere i ragazzi di quinta prendere il volo… “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.” (Lao Tse)

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Gemme n° 357

Marco Mengoni è uno dei miei cantanti preferiti e amo i suoi testi significativi. Mi ha colpito subito questa canzone; il ritornello lo sento molto vicino. Qui lui si allontana e soffre lo stesso, così anche io mi sono allontanata dagli affetti più cari e ho deciso di condividere con voi questa sensazione”. Questa la gemma di S. (classe terza).
Afferma Jovanotti: “Le distanze esistono per essere percorse, è chiaro, se non c’è distanza non c’è desiderio, se non c’è desiderio non c’è avventura, se non c’è avventura non c’è un bel niente per cui valga la pena di vivere.” Ragione? Torto?

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Gemme n° 210

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Una foto di Londra: è una città che mi fa stare bene, è un po’ come essere a casa. C’è anche la scia di un aereo a indicare il mio piacere per i viaggi che mi fanno sentire libera”. Ecco la gemma di M. (classe quarta).
Riporto due citazioni che amo molto e che si rimandano tra loro. La prima è un proverbio indiano: “Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso”. La seconda la richiama e, non a caso, è di Tiziano Terzani: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.

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Gemme n° 105

New York

Quello che sta finendo è stato un brutto anno. Ho portato un ricordo del momento più bello che ho vissuto: le due fantastiche settimane del viaggio a New York, che rivivrei immediatamente.” Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Scrive Baricco in Novecento:
“Viaggiava, lui. E ogni volta finiva in un posto diverso: nel centro di Londra, su un treno in mezzo alla campagna, su una montagna così alta che la neve ti arrivava alla pancia, nella chiesa più grande del mondo, a contare le colonne e a guardare in faccia i crocefissi. Viaggiava. Era difficile capire cosa mai potesse saperne lui di chiese, e di neve, e di tigri e… voglio dire, non c’era mai sceso, da quella nave, proprio mai, non era una palla, era tutto vero. Mai sceso. Eppure, era come se le avesse viste, tutte quelle cose. Novecento era uno che se gli dicevi “Una volta son stato a Parigi”, lui ti chiedeva se avevi visto i giardini tal dei tali, e se avevi mangiato in quel dato posto, sapeva tutto, ti diceva “Quello che a me piace, laggiù, è aspettare il tramonto andando avanti e indietro sul Pont Neuf, e quando passano le chiatte, fermarmi e guardarle da sopra, e salutare con la mano”.
“Novecento, ci sei mai stato a Parigi, tu?”
“No.”
“E allora?”
“Cioé… si.”
“Si cosa?”
“Parigi”
Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’é in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che lui in Bertham Street, lui, non c’é mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria, l’ha respirata davvero. Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima.
In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava… Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all’altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzando le curve di un ragtime.”

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Gemme n° 71

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Desidero regalare come gemma dei pezzettini di un viaggio che ho fatto in India. Ho quindi portato alcune foto di questo paese che mi ha trasmesso molte emozioni, colori, profumi, paesaggi. Vi sono stata per due settimane, e ho visitato cinque città.”
Quando V. (classe quarta) ha detto ciò che le ha trasmesso l’India (emozioni, colori, profumi, paesaggi) mi è venuto in mente il modo con cui Mango ha cantato il Mar Mediterraneo: non il mare da spiaggia, quello caotico delle giornate sotto gli ombrelloni, dei tormentoni estivi che entrano nelle orecchie e non se ne vogliono andare, delle voci agli altoparlanti che cercano genitori a bambini dal costumino rosso, dei piazzisti di frutti esotici venduti a 30 euro al chilo e di uomini e donne di tutte le parti del mondo che cercano corpi da massaggiare e tatuare stando con un occhio all’orizzonte in cerca della polizia. No, Mango canta un Mediterraneo dell’anima, canta quello che posso definire, prendendo a prestito il bellissimo film di Alejandro Amenábar, il mare dentro. Alla fine del film si sente una voce fuori campo: “Mare dentro, mare dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno, due volontà fanno vero un desiderio nell’incontro. Il tuo sguardo e il mio sguardo, come un’eco che ripete senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo.” Penso che viaggiare sia un po’ questo.

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Un altro binario

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“Basta un attimo”. Quante volte l’ho sentito dire, l’ho detto, l’ho pensato in tutti i contesti possibili, positivi o negativi. A volte frutto di libera scelta, magari ponderata e valutata; altre volte pura casualità, e ognuno decida poi di chiamarla a modo suo, destino, caso, dio, fortuna, sfiga… Così descrive la situazione Stefano Benni: “Magari qualcosa, una moneta che cade, un piccolo braccialetto che si impiglia alla maglia di qualcuno, uno scontrino che scivola via, cambia il destino di una persona. E quella persona, per un piccolo, banalissimo gesto, non farà più le stesse cose che avrebbe fatto invece se quel gesto non si fosse verificato. E la sua vita prende un altro binario. Magari per sempre. Magari per un po’ soltanto. Chissà.” Quanti binari percorriamo? Quanti scambi? Quanti stazioni attraversiamo? Scendiamo? Restiamo su? I passaggi a livello sono custoditi? Saliamo sempre sullo stesso treno? Possiamo stendere binari là dove ancora non ci sono?

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Voci e frequenze che bucano i confini

Quando uno scrittore ha la capacità di farti immedesimare in quel che descrive, di farti viaggiare con la mente, di rendere vive le sue parole, merita di essere raccontato. Ho letto alcuni libri di Paolo Rumiz e mi sembra di poter dire che quello che segue è un buon compendio. Ho anche pensato: non è che all’esame di stato, dopo Claudio Magris optino per Paolo Rumiz? Beh no, un altro triestino forse no…

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.

«Nell’ambito della manifestazione “L’Europa che non conosci. Viaggi, racconti e immagini tra il Trentino e i Balcani”, lo scorso 27 giugno si è tenuto un incontro dal titolo “Un caffé da Lutvo” con l’attrice Roberta Biagiarelli e il presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani Michele Nardelli. Per l’occasione, lo scrittore Paolo Rumiz ha inviato un suo scritto inedito di grande fascino di cui è stata data lettura nella serata con l’accompagnamento musicale del violinista Mario Sehtl.»

paolo rumiz, balcani, viaggiare, confini, frontiere“Potrei parlarvi di odio e scannamenti, di profughi e kalashnikov; dirvi di una terra lacerata con l’occhio gelido della geopolitica. Invece no. Vi dirò dei suoni di un mondo inquieto, dell’acustica che nasconde l’anima dei suoi luoghi. La mia anima è piena di quelle frequenze. Essa li cerca come Orfeo e la sua cetra, gli va dietro oltre il confine del mondo dei vivi, là dove abita Persefone. Sente che quei suoni partigiani resistono alla grande omologazione globale, alla tirannia del pensiero unico.

Sono figlio della frontiera. Italiano di lingua, tedesco di cultura, slavo di stomaco e fegato, turco di canto e di cuore, ebreo di fascinazione. I Balcani abitano nel mio stesso cognome, che contiene la radice “Rum “di Rumelia, la parte europea – romana – dell’impero ottomano. Credo, di conseguenza, di avere dentro di me qualcosa che mi aiuta a sentire nel modo giusto quello spazio del mappamondo.

E allora cominciamo così a caso, là dove mi porta la memoria del lungo viaggiare. Cominciamo da due ex belle donne di Novi Sad, alte sul metro e ottanta, che si avvicinano a un fisarmonicista seduto davanti al Danubio, gli mettono in mano una banconota, gli dicono “dài, facci piangere”, gli fanno spremere dallo strumento oceani di tristezza e secoli di sradicamenti, ballano e si abbracciano senza badare ai passanti.

I Balcani sono questi lampi di immagine. Cose come un belgradese che esce per strada esultando per una buona notizia, assolda tre zingari armati di fiati e tamburi, e assieme a loro gira la città con una bottiglia di rakija in mano e un codazzo di passanti che ballano ascoltando la sua musica.

In quel mondo trionfa la condivisione teatrale di gioia e malinconia. Come quella di un greco che, in una locanda di Salonicco, festeggia un buon affare frantumando una montagna di piatti, metodicamente, uno a uno, tra gli applausi dei clienti e del taverniere, e poi, colto da improvvisa nostalgia di qualcosa, va a nascondersi in un locale “proibito” per estenuarsi in un assolo di rebetiko, ginocchia piegate, braccia larghe e sigaretta in bocca, davanti a una cantante rauca venuta da Smirne e un suonatore di buzuki rugoso come un Cheyenne.

Balcani sono una stazione austriaca con una porta a vetri che si spalanca con un colpo di vento e spinge dentro la sala d’aspetto una giovane zingara dalla magnifica treccia corvina, gonna lunga e vermiglia da flamenco, il suo neonato in un fagotto al fianco, che chiede soldi con occhi di fuoco e lascia gli astanti senza fiato.

Balcani sono una giovane turca che strappa una storia d’amore alla tua ostinata reticenza occidentale, la ascolta in silenzio col viso rigato di lacrime, alla fine ti dice “Hai la lingua di miele, straniero”, e poi per ringraziarti canta per te qualcosa che ti ara l’anima, un motivo di nome “Ayrilik”, che vuol dire “dolce mancanza”, con una voce che pare un flauto di canna nel deserto.

E ancora, il trans-danubio verso il confine della Vojvodina, con binari morti, zingari, cavalli, letamai e zucche troppo grandi sulla strada, in una nebbia in cui tutto fluttua come in un bicchiere d’acqua e Pernod; oppure una cameriera slava, capelli corti e nastro nero al collo, che ti fa l’occhiolino apertamente in una birreria lungo una strada della Pannonia.

Balcani è camminare nel fango verso le prime propaggini dei Carpazi, là dove finiscono i paolo rumiz, balcani, viaggiare, confini, frontieretreni d’Occidente e nei binari inizia lo scartamento “sovietico”, diverso di pochi ma fatali centimetri da quello europeo. Balcani sono la prima confusa percezione degli spazi dell’Est, freddo monosillabo totalitario che esclude la parola, più dolce, di “Oriente”.

Rivedo, ora, una contadina che, nonostante le unghie sporche e l’odore di aglio, mi stende con una sciabolata di occhi torbidi, fianchi inguainati di nero e maturi melagrani ansimanti; visione che dura solo un attimo, fino a quando lei non si schiarisce la voce emettendo una specie di ruggito e, dopo aver sputato, non chiama qualcuno in cucina con voce da camionista.

Ecco, ora le immagini e i suoni vengono senza più difficoltà. Sento il canto monotono dei Sufi Bektashi in Albania, nelle valli dimenticate dove i Romani tracciarono la via Egnazia. Il silenzio di una nevicata sui minareti di Sarajevo e i gridi di centinaia di rondini una sera sui Monti Rodopi, in Bulgaria; talmente tante che è impossibile prender sonno. E poi ancora un villaggio della profonda Macedonia – Strumica – dove al tramonto i contadini depongono la vanga per prendere tromba e clarino e la valle intera si riempie di musica come se Dioniso stesso la abitasse con la sua corte.

Balcani. Sono il bordone interminabile di un archimandrita in una chiesa della Dobrugia in Romania, dove a distanza vedi un nero serpente di uomini e donne affluire sulle colline, in fila per uno, al funerale di un uomo pio. Balcani sono una banda di Rom capaci di suonare 48 ore di fila a una festa di matrimonio nella polvere della Puszta ungherese; sono un’armata di duecento cornamuse – non so se avete un’idea di che cosa significa – che suonano insieme sui monti della Stara Planina, gonfie come l’otre dei venti di Odisseo.

Balcani sono il periplo mediterraneo di una parola araba, “Sevdah”, che significa “negra bile”, la grande madre dei salti umorali, della nostalgia e dell’innamoramento, parola che con l’armata islamica raggiunge la penisola iberica e si ibrida col latino trasformandosi in “Saudade”; quella “dolce malinconia” (di una terra perduta) che secoli dopo gli ebrei, esiliati dai re cattolici, porteranno con sé nella nuova terra, ancora una volta islamica, l’impero turco, per generare quegli struggenti capolavori di musicalità popolare che sono le “Sevdalinke”, parola dall’etimo trasparente, le canzoni d’amore della Bosnia.

Balcani sono una pastorella bulgara di nome Valja, che di cognome fa anche Balkanska. Una bambina di mezzo secolo fa che canta seduta su un muretto e affascina due stranieri a caccia di musiche antiche. E’ quel suo canto millenario dal ritmo impossibile che viene catturato da un registratore e spedito nello spazio in un satellite, assieme ad altre canzoni del pianeta Terra, per consegnare agli Alieni qualche testimonianza sublime delle voci del nostro mondo.

Balcani sono il frusciare delle foglie di una foresta impenetrabile di nome Perucica, persa nelle gole del più segreto Montenegro, una selva primigenia dove si dice abiti la sorgente dell’energia creatrice e distruttrice di un mondo. Sono, anche, il mormorio di Sava, Drava, Tibisco e Timis che vanno a confluire in un’unica, sterminata terra di acque e di popoli, in bilico fra Ungheria, Serbia, Croazia e Romania, paradiso dei migratori, degli anarchici e dei battellieri.

Balcani sono il greco Panaiotis che in una notte senza luna ti porta sulla montagna a vedere un uliveto più antico di Cristo e ti fa sentire lo scricchiolio delle stelle d’ottobre sopra una prateria di rosmarino; sono delfini che accompagnano in silenzio la tua vela verso il fondo del golfo di Corinto, fra l’Erimanto, l’Elicona e il Parnaso carichi di neve fuori stagione; sono lo stormire delle grandi querce di Dodoni in Epiro, alberi sacri dove il fauno si sente ancora a suo agio.

Balcani sono quella continguità di mare e montagna che scatena i venti gelidi di Borea, la scarpata che precipita sulla Dalmazia, terra di marinai scesi da valli impervie; sono le Bocche di Cattaro (Kotor), il fiordo dell’ultimo Adriatico dove i tuoni rimbombano anche quattro volte e il fondo della baia si nasconde tra le rocce come dietro un iconostasi durante la celebrazione dei santissimi misteri.

Balcani sono il canto di Ljubo, il battelliere, che entra con la chiatta lungo il Danubio fin dentro le ombrose porte di Ferro, la stretta montagnosa fra Serbia e Romania; sono il suo ritmare le note di un “kolo” per avvertire gli amici del suo arrivo, sono l’eco che cambia dopo la grande diga di Turnu Severin, col vento del Sud che invade la pianura e il fruscio delle spighe d’orzo a Brza Balanka.

Balcani sono lo sferragliare di un treno d’inverno che, passato il fiume d’Europa su un lungo ponte di ferro, entra in Bulgaria, cerca le montagne in mezzo a muraglie di neve. Un vecchio Orient Express pieno di spifferi gelidi dove una donna sui cinquanta mai vista prima, seduta di fronte, ti chiede dopo cinque minuti “sei felice?” e tu ti accorgi che erano vent’anni che nessuno ti faceva quella domanda.

Balcani sono anche il Bosforo con la neve, quando la gola si trasforma in un fiordo norvegese, tra le grida dei muezzin e il tagliente ululato del vento; sono la tramontana che spazza il ponte di Galata, e un vecchio che, nelle stradine del colle di Pera, senza una parola ti porge un thè color dell’ambra perché ha capito che hai freddo.

Balcani è accorgersi che tutto finisce e tutto si capisce lì, nelle vie segrete della seconda Roma, Costantinopoli, dove la Grande Porta ha fatto il nido con la naturalezza di un granchio che sceglie per casa una conchiglia vuota, in quella città dove si va per annusare l’odore di acciughe, di sgombri e pesce spada affumicato, solo per ascoltare la ressa sui moli, il muggire del ferry nella nebbia, il cigolio dei pontoni e le urla dei gabbiani reali sul bazar. Nella mia ballata in versi “La cotogna di Istanbul”, dico che è impossibile capire la Bosnia, intesa come quintessenza dei Balcani, se non ti immergi e non ti perdi per una volta almeno nei vicoli del Corno d’Oro.

Balcani, una terra di cui non puoi capire “il suo destino, la sua soggezione / a un potere lontano e imperscrutabile / il suo odore di cuoio e sigarette / l’occhio caucasico delle sue donne / la sua vitalità e la sua tristezza / non puoi capire, se sei forestiero / la pazienza infinita dei suoi vecchi / e il rito misterioso del caffè / che va centellinato sul divano / se non vieni sul Bosforo e non guardi / dai moli di Beyoğlu e Karaköy / il fiume umano che arriva dall’Asia / e nella notte non vedi il pulsare / intermittente del piccolo faro / di Kandilli Feneri, appena oltre / le luminose vetrate e il giardino / del palazzo reale di çiragan”.

E davvero non puoi capire nulla dei Balcani, se non vedi quel piccolo lume che ti chiama, luce dispersa alla fine del mondo, la sola cosa immobile in un traffico di navi, pesci, uomini e gabbiani.

Per me, e non solo per me, quel mondo è riassunto ancora da uno stato che non c’è più, di cui si pronuncia il nome solo con una “ex” davanti: la Jugoslavia, di cui rimane vivo, ad accomunare controvoglia i Paesi nati dalla sua frammentazione, il solo prefisso telefonico “0038”. Ho seguito la guerra spaventosa che ha lacerato la vecchia federazione, e ne avrei di cose da raccontare. Ma se mi chiedono che cos’era quel mondo, racconto una piccola storia. Questa.

Un giorno capitai a Ohrid in Macedonia a bordo della mia vecchia Renault. Sarà stato il 1985 e sembrava il momento più felice del Paese. Tito era morto, i controlli alle frontiere erano meno severi, da Lubiana al confine greco impazzava la libertà di parola, c’erano feste e belle donne dappertutto, e solo pochi pessimisti cominciavano ad avvertire il male oscuro che di lì a sei anni avrebbe mandato a picco la repubblica federata. In questo clima giunsi in paese. Un posto incantevole, affacciato su uno dei laghi più belli d’Europa, a due passi dall’Albania ancora blindata nel regime. La macchina era guasta, proseguiva tossicchiando a balzi, e io dovevo urgentemente registrare le cosiddette “puntine”. Così andai in un’officina a chiedere per favore un cacciavite e una chiave inglese per fare il lavoro per conto mio. C’erano amici che mi aspettavano per cena a Salonicco e volevo fare in fretta. E lì accadde l’imprevedibile. Sentita la richiesta, i meccanici interruppero il lavoro e si consultarono, discutendo animatamente. Non capii subito che, trattandosi di un’impresa autogestita, dove gli operai stessi erano proprietari degli strumenti di lavoro, la mia richiesta aveva provocato un’assemblea. Il problema era di lana caprina. La tradizionale ospitalità balcanica impediva che io fossi abbandonato al mio destino, ma nello stesso tempo i regolamenti dell’autogestione proibivano l’alienazione di chiavi inglesi e affini. La mia richiesta era impraticabile e i meccanici stavano letteralmente sbranandosi per fornirmi una via d’uscita. L’assemblea durò un’ora e mezza, e io vi assistetti affascinato fino a quando il capo della masnada venne da me con la soluzione. Il lavoro l’avrebbero fatto loro, e gratis. Nel frattempo era arrivato un melone, cui seguì un piatto di prosciutto salato. Era chiaro: quel giorno non sarei arrivato a Salonicco. Quanto si annunciava era assai meglio. Una vecchia nerovestita arrivò con olive, formaggio caprino e della rakija alle prugne, e intanto il lavoro attorno alla mia macchina aveva paralizzato l’azienda. I meccanici erano tutti lì, a metterci le mani fumando e scambiandosi battute sotto il sole ardente di Macedonia. Giunsero così le due del pomeriggio, ora di fine lavoro (in Jugoslavia vigeva l’orario unico di otto ore dalle sei dal mattino) e la macchina mi fu puntualmente riconsegnata. Ringraziai, senza sapere ancora cosa mi aspettava. Quello che accadde è che il capo dell’officina – un turco di antica ascendenza ottomana – mi invitò a casa, e poiché costui aveva preventivamente allertato la moglie, quando vi arrivai, già bello allegro, trovai la tavola imbandita e due vecchine cartapecora – anch’esse in nero vedovile – intente a fare la spola con la cucina. Si sedettero solo gli uomini: l’azienda autogestita, il padre del capo, e l’italiano in transito. “Ti abbiamo fatto il kebab” mi fu detto e scoprii qualcosa di assolutamente diverso a quanto avevo mangiato finora. Non più un panino con i soliti “trucioli” di carne tolte col coltello dal girarrosto, ma una “pita” del diametro di un metro dove i frammenti di carne erano stati distesi con uno strato uniforme. Bevemmo altra rakija propiziatrice, il capo si pulì le manone nere d’olio di macchina, arrotolò con vigore il doppio strato di pita e carne arrosta formando un cilindro ben pressato che affettò a medaglioni, poi dispose i dischi spiraliformi su un grande piatto di portata di rame. Infine mise in mezzo al piatto due ciotole, una con salsa di peperoncino infuocato e una – più grande – con yogurt per spegnere l’incendio procurato dalla prima. La distribuzione del cibo fu un rito compiuto con serietà cerimoniale, poi esplose l’allegria. Quella fu solo la prima di molte portate. Il pranzo divenne cena senza soluzione di continuità, al tramonto vennero trombe e clarinetti, e quando andai sul retro a far pipì scoprii che la mia macchina era stata portata nel cortile della casa e lucidata a dovere, mentre donne invisibili mi avevano preparato un letto con lenzuola ricamate di lino. Rinunciai alla Grecia, rimasi a Ohrid tre giorni e non fui mai sfiorato dal dubbio che dì lì a poco quel paese delle meraviglie sarebbe franato nel sangue.

Ecco, questi sono per me i Balcani. E perdonatemi se non vi ho parlato di guerre e secessioni, ma di note bastarde, voci e frequenze che bucano i confini, ignorano i visti, i passaporti e le lingue, per andare dritti al cuore dell’uomo.”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, musica

Il cuoco di Ulisse

Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder: Chi sei tu? Il libro è uno dei miei preferiti. Sono andato a ripescare la risposta della protagonista, Sofia Amundsen.

“Non lo sapeva di preciso. Era Sofia Amundsen, naturalmente, ma chi era? Non era ancora riuscita a scoprirlo del tutto. E se si fosse chiamata con un altro nome? Anne Knutsen, per esempio. In quel caso sarebbe stata un’altra persona? Di colpo le venne in mente che, quando era nata, suo padre voleva chiamarla Synneve. Sofia cercò di immaginarsi mentre stringeva la mano a qualcuno e si presentava come Synneve Amundsen… No, non era possibile. Quella ragazza era una persona completamente diversa. Si alzò di scatto e andò in bagno con la strana lettera in mano. Si mise davanti allo specchio e cominciò a fissarsi negli occhi. «Io sono Sofia Amundsen», disse. La ragazza nello specchio rispose con una piccola smorfia. Faceva tutto quello che faceva Sofia. Sofia cercò di precedere l’immagine con un movimento fulmineo, ma l’altra fu altrettanto veloce. «Chi sei tu?» chiese. Non ricevette alcuna risposta, ma per una frazione di secondo si domandò sconcertata se era stata lei o l’immagine ad aver posto la domanda. Sofia premette l’indice sul naso riflesso nello specchio e disse: «Tu sei me». Dal momento che neanche questa volta aveva avuto risposta, capovolse la frase: «Io sono te». Sofia Amundsen non era mai stata soddisfatta del suo aspetto. Spesso le facevano complimenti per i suoi occhi a mandorla, ma senza dubbio le dicevano così soltanto perché il naso era troppo piccolo e la bocca troppo grande. Le orecchie poi erano esageratamente vicine agli occhi. La cosa peggiore erano i capelli lisci che non le stavano mai a posto. A volte suo padre le accarezzava la testa e la chiamava «la bambina dai capelli di lino», riferendosi al titolo di un preludio di Claude Debussy. Facile a dirsi per uno che non era condannato per tutta la vita ad avere capelli neri che penzolano diritti come spaghetti. Perfino la lacca e il gel non servivano a niente. A volte pensava di essere fisicamente così strana che si chiedeva se non fosse nata deforme. La mamma aveva parlato di un parto difficile. Ma era solo la nascita a determinare l’aspetto di una persona? Non era strano che lei non sapesse neanche chi fosse? Non era assurdo che non potesse neppure decidere il proprio aspetto? Quello, invece, era arrivato bello e pronto. Forse poteva scegliersi gli amici, ma non aveva scelto se stessa. Non aveva neanche scelto di essere un essere umano. Che cos’era un essere umano? Sofia fissò nuovamente la ragazza dello specchio. «Forse è meglio che vada di sopra a fare i compiti di scienze», mormorò. No, meglio andare in giardino, decise. «Micio, micio, micio, micio!» Sofîa spinse il gatto sulla scala e chiuse la porta. Nel momento in cui si trovò sul sentierino ghiaioso con la misteriosa lettera in mano, avvertì una strana sensazione. Si sentiva come una bambola diventata viva per incanto.”

Questo brano mi è tornato alla mente poco fa, quando ho ripreso in mano una canzone di Jovanotti che da tempo volevo affrontare con calma. E ho deciso di farlo veramente con calma: spezzetterò il testo musicale in piccole parti, soffermandomi brevemente su ciascuna di esse. La canzone è Buon Sangue, tratta dall’omonimo album del 2005. Il concetto di fondo è piuttosto semplice: siamo uomini poco originali nel senso che abbiamo preso un po’ da tutti i nostri parenti vicini o lontani nel tempo, comunque venuti prima di noi. Eppure abbiamo una nostra specificità: “niente accade due volte” canta alla fine della canzone Jovanotti. Sta di fatto che tutto il pezzo sembra una continua risposta alla domanda posta a Sofia Amundsen. Parto con la prima strofa.

ulisse_sirene.jpgIl primo parente è un cuoco imbarcato sulla stessa nave di Ulisse, il prototipo di tutti i viaggiatori: mentre tutti i marinai si mettono la cera nelle orecchie per non sentire il canto delle sirene, il cuoco si addormenta e pensa di aver sognato il canto delle sirene, e di averlo pure dimenticato. Canta Jovanotti: “Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto un tuffo inconsapevole nell’assoluto”. Dal cuoco ha imparato alcune cose: che i sogni e la vita spesso si confondono tra loro e non sempre è facile distinguere realtà e sogno, anzi spesso si alimentano a vicenda; che il viaggio è sempre un ritorno, magari a se stessi, alla propria identità, non sempre identica a se stessa e in continua evoluzione; che di quella nave ci si ricorda di Ulisse, ma che Ulisse aveva avuto bisogno anche di lui, di un cuoco…

“Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse

al grande eroe e ai suoi uomini faceva pranzi e cene

anche a lui fu dato l’ordine che non ascoltasse

passando da quell’isola il canto delle sirene.

Ma lui si addormentò e non si mise la cera

e quando si svegliò credette di avere sognato,

ma invece l’esperienza era stata vera:

quel canto misterioso lui l’aveva ascoltato

e misteriosamente anche dimenticato.

Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto

che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto

un tuffo inconsapevole nell’assoluto.

Da lui ho imparato a vivere la realtà come un sogno

e i sogni come fossero una cosa reale,

a vivere ogni viaggio come fosse un ritorno

e che anche i grandi eroi han bisogno di mangiare.”

Domani continuo…

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia

Questa fragile e tenace volontà di capire

«Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di Augé.jpegciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue» (Marc Augé, da Futuro)

Posto un articolo di Paolo Perazzolo, in cui si parla di conoscenza, di scienza, di viaggi, di incontro con l’altro, di solitudine, di tempo, di ciclismo. A me è piaciuto molto. Buona lettura

“Marc Augé ama definirsi un testimone dei nostri tempi. Tale è stato ed è, a tutti gli effetti. La modalità che ha scelto, per assolvere a questa vocazione, è stata quella del viaggio. Dapprima le sue mete furono quelle tradizionali per tutti gli etnologi ed antropologi: l’Africa con le sue tribù ancora immerse in un passato ancestrale in cui la forza del mito e del rito si manifestava in tutta la sua purezza. Fatto ritorno in Occidente, ebbe la geniale intuizione di applicare le medesime categorie e lo stesso sguardo anche alla nostra società contemporanea “evoluta”. Infilandosi, ad esempio, nelle nostre metropolitane. Con esiti straordinari. A lui dobbiamo ad esempio l’idea del non-luogo, quegli spazi, dagli aeroporti ai centri commerciali, in cui tanti individui si sfiorano e vengono in qualche modo a contatto fra di loro, senza tuttavia mai incontrarsi e conoscersi davvero.

Ancora, a lui va attribuita la consapevolezza che la nostra epoca, in conseguenza di un’accelerazione senza precedenti rispetto alle categorie fondamentali di spazio e tempo, ha dei tratti del tutti peculiari. Di qui il neologismo, da lui coniato, di surmodernità, una società caratterizzata da un eccesso, una sovrabbondanza, un bombardamento di tempo, di spazio e di ego al quale è difficile dare una forma dotata di senso. Leggere i libri di Augé equivale davvero a intraprendere un viaggio, nel quale si è chiamati a tenere ben aperti gli occhi, in modo che la realtà si dia a noi senza mediazioni e al di là dei nostri pre-giudizi. Accade ad esempio con il recente Futuro (Bollati Boringhieri), densissimo saggio sul tempo e sul nostro modo di rapportarsi ad esso, o con Per strada e fuori rotta (stesso editore) in uscita in questi giorni, “Diario settembre 2008 – giugno 2009” in cui dà conto delle sue ultime esplorazioni.

C’è un tema sul quale il grande etnologo negli ultimi anni sta sempre più concentrando la sua riflessione: quello della conoscenza. Sembra quasi che in essa, e nel viaggio come modalità conoscitiva, egli stia ravvisando la strada che dobbiamo intraprendere per risolvere i nostri guai, uscire da una crisi vasta e complessa. Non è dunque casuale che la sua relazione al Festival della mente di Sarzana, sabato primo settembre, si intitoli proprio “La priorità della conoscenza”, nel quale denuncerà un doppio rischio: un divario sempre più crescente fra un’aristocrazia planetaria del sapere e una massa di semplici consumatori, da una parte, e l’arroganza intellettuale di chiunque voglia imporre le sue convinzioni all’umanità.

Professor Augé, perché la speranza dell’umanità si fonda sulla conoscenza?

«Il mio pensiero è che la conoscenza, l’impulso verso di essa, sia la sola realtà che possa dare un senso alla nostra vita. In Futuro scrivo: “Io che cosa sono, se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro”. Ora, così dicendo non intendo affatto contrapporla alla dimensione affettiva delle persone. Semplicemente, mi sembra che, se la comunità degli uomini nel suo insieme fosse animata dall’aspirazione a migliorare la nostra conoscenza in ogni settore, le relazioni ne guadagnerebbero. La scienza, quella autentica, è umile. Non ha nulla a che fare con lo scientismo. La sua storia è quella di un movimento progressivo, sempre soggetto agli errori e sempre aperto alle correzioni e alle rettifiche, delle frontiere dell’ignoto. Pur reggendosi sulle conoscenze già acquisite, la scienza non le considera mai definitive. E fondandosi sull’evidenza, sull’osservazione e la verifica dell’esperienza, mette continuamente in discussione le nozioni di verità e totalità. Procede per ipotesi e si accontenta di spostare, passo dopo passo, i confini del non noto. Sono convinto che potrebbe fungere da modello per i nostri comportamenti, in ogni campo. Per assumersi questa funzione, la scienza deve riflettere e avere coscienza delle proprie finalità e degli effetti del suo operare».

Come è possibile allargare l’orizzonte di conoscenza, di sé e degli altri?

«Penso che sia interessandosi agli altri che si impari a conoscere se stessi. Cercare di conoscere l’altro da sé, significa mettere alla prova la relazione – fra un individuo e gli altri – che sta al centro dell’identità sociale, ma anche personale. Migliorare questa conoscenza significa abbandonare l’isolamento, sia per quanto riguarda me stesso, sia per quanto riguarda gli altri».

E quale ruolo va attribuito alle tecnologie in questo discorso?

«Hanno senza dubbio un impatto impressionante, ma possono creare un mondo artificiale, portandoci a confondere i fini con i mezzi, il virtuale con il reale. I rischi connessi al potere – questa perversione insita come possibilità in ogni relazione – sono sempre presenti nelle applicazioni della scienza».

Veniamo a un’altra questione centrale del suo pensiero, il viaggio. Può stimolare la nostra conoscenza? E cosa significa viaggiare? Non credo sia identificabile con il turismo di massa…

«Le esplorazioni sono sempre state importanti nella storia dell’umanità, ma l’Occidente ha sempre mancato l’incontro con l’altro, perché chiuso nella sua presunzione di superiorità. Viaggiare è essenziale, ma difficile. L’etnologo è un viaggiatore professionista che cerca di capire gli altri e di confondersi con loro. Quando viaggia gli tocca sperimentare anche il significato della solitudine. Viaggiare, oggi, non significa per forza percorrere lunghe distanze, per poi scoprire che tutto si assomiglia; significa invece imparare a guardare con i propri occhi lo spettacolo di ciò che non viene imposto né proposto. Qui o là, vicino o lontano, non importa. L’organizzazione del mondo globalizzato rende l”impresa ardua».

Mi sembra che una delle questioni centrali del suo pensiero sia quella della relazione, del rapporto fra un individuo e gli altri, nella dimensione sociale. Non crede che, dopo aver parlato di non-luoghi e non-tempi, sia venuto il momento di parlare anche di non-relazioni? Lei stesso poco fa accennava al fatto che Internet e i social network, ad esempio, pur avendo molti aspetti positivi, tessono una rete di relazioni artificiali…

«È il punto centrale. È paradossale che, proprio nell’era della comunicazione, rischiamo di perdere la relazione… Crediamo di conoscere solo quando riconosciamo una cosa come familiare. L’unica cosa che posso dire è che le due componenti fondamentali dell’esistenza simbolica – lo spazio e il tempo – sono indispensabili alla vita sociale. Trascurarle o ignorarle non può che portare a patologie distruttive».

Il mondo è sempre più piccolo, mai abbiamo avuto a disposizione così tanti mezzi di comunicazione, eppure la solitudine dilaga…

«Sono molte le cause della solitudine e dell’isolamento. Nei Paesi sviluppati, sia le nuove forme di lavoro (a tempo, precario) sia la disoccupazione hanno creato nuove paure. È quando l’avvenire immediato si fa incerto che la solitudine fa sentire i suoi morsi. Se ci spostiamo su scala mondiale, sono evidenti le forme di disuguaglianza, destabilizzazione e totalitarismo che alimentano la rivolta o la disperazione».

Lei dice che abbiamo perso la coscienza del passato e del futuro e ci siamo imprigionati in un immobile presente. Cosa abbiamo perso, perdendo il passato e il futuro?

«Il presente non esiste: è il nome che diamo al passaggio incessante dal passato al futuro. Però è vero che lo sviluppo tecnologico tende ad accelerare il tempo e a ridurre lo spazio: ubiquità e immediatezza appaiono come l’ideale promosso dal progresso tecnologico e, addirittura, come valori in sé. Gli esseri umani sanno, tuttavia, che fuori dai fondamenti simbolici della vita individuale – lo ripeto: lo spazio e il tempo – c’è solo illusione».

Quest’epoca dominata dagli eccessi di tempo, spazio ed ego – che lei ha definito surmodernità -, all’interno della quale l’uomo fatica a dare un senso e una forma alla rapida sequenza di fatti e informazioni e tende a chiudersi nei confini dell’io, è un destino ineluttabile?

«Non credo alla fatalità ma, contrariamente a quanto fanno gli uomini, la storia si prende il suo tempo. Anche se il tempo accelera, la storia condanna ancora i mortali, rivelando come utopie i loro progetti più modesti, nonché quelli più ambiziosi. Questa constatazione è al tempo stesso frustrante e incoraggiante. Il tempo attuale è probabilmente il tempo dell’eccesso, ma occorre fare attenzione al fatto che siamo sulla terra esposti in maniera molto diversa alle ricadute nelle illusioni che suscitano queste diverse forme d’eccesso. Un campo immenso e altrettanto aperto alla riflessione e all’azione politica».

Un’ultima domanda: andare in bicicletta è il simbolo di una nuovo stile di vita?

«Andare in bicicletta consente concretamente di praticare lo spazio e il tempo. Lo spazio, ovviamente: non dimentichiamo, soprattutto in città, che al ciclista si offrono itinerari alternativi e scorciatoie. Un po’ di libertà in un mondo inquadrato. Quanto al tempo, il ciclista lo sperimenta in varie maniere, facendo leva sul suo polpaccio. Mette alla prova la sua forma fisica e così prende coscienza della sua età. Non ci si dimentica mai l’arte di pedalare. E questa esperienza riporta il ciclista ai ricordi d’infanzia. La filosofia del ciclista è una forma di resistenza simbolica – sempre lo spazio e il tempo! – all’ideologia del presente».”