Un nuovo (D) io

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Un articolo di Maria Luisa Prete su La Repubblica. Argomento: l’intelligenza artificiale assurta a nuova divinità.
Un nuovo dio scende sulla terra alla conquista delle nostre anime. E come i suoi predecessori, anzi più degli altri, viene plasmato ad arte dall’uomo. Come gli altri, nasce per essere venerato e per salvarci dalle brutture del mondo. Ma chi è? Nientemeno che l’intelligenza artificiale. Se Elon Musk la teme considerandola la possibile causa della terza guerra mondiale, per Anthony Levandowski, invece è la nuova divinità.
L’ex ingegnere Google, licenziato qualche mese fa con l’accusa di aver rubato segreti commerciali, adesso cerca il riscatto nella fede. La sua associazione religiosa senza scopo di lucro si chiama “Way of the Future”, e appunto si propone di venerare l’AI per migliorare la nostra vita. Come dire, se non riusciamo più ad aver fiducia nel dio tradizionale, un’alternativa, fatta di bit e silicio, potrebbe fare al caso nostro. Così terrena da poter conquistare anche i miscredenti più accaniti, così fascinosa perché potrebbe elevare a paradiso il progresso tecnologico. Basta crederci.
Ma chi è il messia di questo nuovo messaggio di salvezza? Il suo biglietto da visita non è proprio edificante. Pendono su di lui pensanti accuse di spionaggio industriale. In particolare, Levandowski, classe 1980, è al centro di una disputa su brevetti trafugati tra Uber e Waymo, compagnia automobilistica di Google. Licenziato dall’azienda di Mountain View lo scorso maggio, adesso sembra cercare il riscatto e la fama come sacerdote della divinità tecnologica. La sua setta è stata fondata nel settembre 2015, ma è salita solo ora agli onori della cronaca grazie alle rivelazioni di Wired Usa che ha reso noto il progetto presentato all’US Internal Revenue Service (IRS), l’autorità Usa che gestisce e amministra le entrate fiscali pubbliche, alle cui norme devono attenersi anche le organizzazioni senza scopo di lucro. Anche se la setta non ha ancora formalizzato la sua posizione con l’IRS come organizzazione religiosa esente da imposte, i documenti depositati in California dimostrano che Levandowski è amministratore delegato e presidente del Mondo del futuro e che i fini della società “attraverso la comprensione e il culto della divinità” vogliono contribuire al “miglioramento della società”.
Il legame tra tecnologia e religione non è nuovo. In molti, nella Silicon Valley, credono nella “Singolarità”, l’avvento di un’epoca in cui le macchine governeranno il mondo con giustizia ed equità, a vantaggio e meglio degli uomini. Da qui, il passo verso il culto dell’Intelligenza artificiale sembra obbligato. La speranza nelle “magnifiche sorti e progressive” si alimenta con i grandi successi e le costanti innovazioni del settore. Non è un caso, fa riflettere Wired a proposito, che se ancora l’AI divina è lontana, Levandowski abbia contribuito con il suo lavoro a farle assumere un’incarnazione terrena. Le auto a guida autonoma alle quali aveva lavorato per Google stanno già trasportando passeggeri a Phoenix, in Arizona, mentre i camion costruiti dalla sua Otto (poi ceduta) fanno parte del piano di Uber per rendere il trasporto merci più sicuro ed efficiente. Passi concreti per diffondere il verbo di una divinità che sembra compiere i “primi miracoli” e ne promette ogni giorno di nuovi.

All’ombra della luce

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Lo sai. Ogni anno, con le quinte, tocchiamo l’argomento del bene e del male. Leggiamo dei testi di Wiesel, Millu, Arendt, Jonas, Hillesum, Weil… poi vi chiedo di raccontare come la pensate, se per voi esiste il male oppure no, cosa esso sia, se entrino in ballo Dio, il destino, il caso, la sfortuna, la natura… Mentre parlate mi appunto su un quadernetto i tratti salienti di quanto state dicendo: mi serve per seguire con maggiore attenzione la vostra riflessione e per tenerne un ricordo. A maggio 2016, neanche un anno fa, quando è stato il tuo turno, avevi detto che secondo te c’è un male essenziale (presente nella natura) e uno che invece è legato alle scelte dell’uomo, esemplificabile nelle leggenda dei due lupi:
«”Nonno, perché gli uomini combattono?”.
Il vecchio, parlò con voce calma.
“Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”
“Quali lupi nonno?”
“Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”
Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere tra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.
“Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, menzogna ed egoismo.”
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
“E l’altro?”
“L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.
“E quale lupo vince?”
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
“Quello che nutri di più.”»
Neanche due mesi dopo ti è stato diagnosticato un male incurabile. Né quando ci siamo scritti né quando sono venuto a trovarti siamo più tornati sul discorso. Stamattina, quando mi è arrivata la notizia che te ne sei andata, stavo guidando e ascoltando le ultime parole di una canzone di Franco Battiato che dicono “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”…
Desidero ricordarti e accompagnarti con le note e le parole di una dolce canzone che sempre mi aiuta in questi momenti.
L’estate appassisce silenziosa, foglie dorate gocciolano giù. Apro le braccia al suo declinare stanco e lascia la tua luce in me. Stelle cadenti incrociano i pensieri, i desideri scivolano giù. Mettimi come segno sul tuo cuore, ho bisogno di te. Sai che la sofferenza d’amore non si cura se non con la presenza della sua figura. Baciami con la bocca dell’amore, raccoglimi dalla terra come un fiore; come un bambino stanco ora voglio riposare e lascio la mia vita a te. Tu mi conosci non puoi dubitare, fra mille affanni non sono andata via. Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano e lascio la mia vita a te. Sai che la sofferenza d’amore non si cura se non con la presenza della sua figura. Musica silenziosa è l’aurora, solitudine che ristora e che innamora; come un bambino stanco ora voglio riposare e lascio la mia vita a te. Mi manca la presenza della sua figura”.
Buon viaggio Dafne.

Una stagione di ricerca assoluta

9788833928234_0_0_1603_80Priyamvada Natarajan è indiana, insegna a Yale e ha da poco scritto il libro “L’esplorazione dell’universo. La rivoluzione che sta svelando il cosmo”. Guido Tonelli insegna fisica all’Università di Pisa e ha scritto “Cercare mondi. Esplorazioni avventurose ai confini dell’universo”, che sarà nelle librerie dal 23 febbraio. La Lettura ha pubblicato una conversazione tra i due: molti e interessanti i temi trattati e un bellissimo ed entusiasmante invito alle giovani menti. Ho reperito in rete il brano intero su PressReader.
PRIYAMVADA NATARAJAN – Mi sono occupata principalmente di cosmologia ma ho coltivato da sempre una grande passione per la storia e la filosofia della scienza. Da studente del Massachusetts Institute of Technology ho addirittura preso una laurea su questi temi. Poi ha prevalso la passione per astrofisica e cosmologia, ma il vecchio entusiasmo giovanile è rimasto. Ora è come se fosse riemerso qualcosa di quell’antica infatuazione. Le scoperte degli ultimi decenni hanno modificato cosi radicalmente la nostra comprensione del cosmo che ho sentito il bisogno di raccontare questo cambiamento a un pubblico più vasto.
GUIDO TONELLI – Mi sento in totale sintonia con questa impostazione. Ho scritto Cercare mondi per far conoscere, a un pubblico di non specialisti, cosa sappiamo della nascita dell’Universo e della sua fine. Sono le domande che mi sono state rivolte più spesso, ogni volta che ho fatto incontri con il pubblico. Nel libro ho scelto di non usare formule, ma di far leva sull’immaginazione; quasi di prendere per mano il lettore e portarlo con me a scoprire che cosa è successo, sequenza dopo sequenza, in quell’epoca primordiale. Vorrei davvero che questo grande racconto delle origini fosse accessibile a tutti.
PRIYAMVADA NATARAJAN – Un altro aspetto da sottolineare è che dietro ogni nuovo paradigma scientifico ci sono uomini e donne che vivono grandi passioni, e che talvolta entrano in conflitto fra loro. Ci sono anche persone che svolgono un lavoro eccellente, ma che rimangono dietro le quinte. A loro ho voluto dare voce. Mi piace raccontare il processo complicato con il quale una nuova idea, radicalmente diversa dalle precedenti, si afferma. Ritengo fondamentale che il grande pubblico conosca il lato umano della ricerca scientifica, l’altalena di emozioni che si vive quando si lavora ai confini della conoscenza. Considero tutto questo molto importante soprattutto per gli Stati Uniti dove, ancora oggi, gli atteggiamenti di diffidenza se non di rifiuto della scienza sono molto radicati.
GUIDO TONELLI – In Italia per certi versi la situazione fino a qualche tempo fa era anche più difficile, perché non è mai esistita una tradizione di divulgazione scientifica paragonabile a quella dei Paesi anglosassoni. E tuttavia, da alcuni anni, c’è un interesse strabiliante per tutti i temi scientifici. Il punto di svolta è stata l’attenzione mediatica attorno al nostro acceleratore di particelle Lhc al Cern di Ginevra a partire dal 2008, che è continuata con la
scoperta del bosone di Higgs e quella delle onde gravitazionali. Ricordiamoci che, prima di allora, raramente i risultati scientifici apparivano sulle prime pagine dei giornali. Il successo del bel libro di Carlo Rovelli ha fatto il resto. Ha costretto anche il mondo della cultura e delle case editrici a considerare interessanti questi lavori.
PRIYAL-R’ADA NATARAJAN – Ciò deriva anche dal fatto che viviamo in un’era di progressi scientifici formidabili. Guardate come è cambiata la nostra visione del mondo negli ultimi vent’anni: energia oscura, bosone di Higgs, onde gravitazionali, per citare alcune delle scoperte più eclatanti. Non mi stupisco che il pubblico sia curioso e voglia capire. L’impulso ad alzare gli occhi al cielo e chiedersi da dove viene la meravigliosa distesa di stelle che ci sovrasta è vecchio quanto l’umanità.
GUIDO TONELLI – Ogni società si costruisce in qualche modo attorno a una cosmologia. Nessuna civiltà, 9788817092258_0_0_768_80grande o piccola che sia, può reggersi senza porsi la grande questione: da dove veniamo e che ruolo abbiamo nel mondo. Intorno ad essa si costituisce l’impalcatura che regge i rapporti fra i vari gruppi sociali e regola quelli fra individui. Quella storia, sia essa mitica o materiale, fantastica o concreta, dona un senso alle nostre fragili esistenze, colloca in un contesto più ampio la nostra vita individuale. La ricerca scientifica più avanzata ci fornisce oggi un racconto meraviglioso delle nostre origini; ci costringe ad avventurarci in territori nei quali la mente rischia di perdersi, ma contiene visioni capaci di togliere il respiro.
PRIYAMVADA NATARAJAN – Sono d’accordo sull’osservazione che dentro ciascun essere umano è tuttora forte il bisogno di capire il nostro ruolo in questa specie di dramma cosmico che si sviluppa intorno a noi. Negli ultimi anni è anche successo che un discreto numero di scienziati, ancora attivi nella ricerca, hanno sentito il bisogno di utilizzare un linguaggio comprensibile per un pubblico più vasto. Per guanto mi riguarda lo ritengo in qualche modo anche un nostro dovere. Fisica delle particelle e astrofisica sono due branche della big science, richiedono cioè apparati estremamente complessi, che comportano grossi investimenti e notevoli quantità di risorse umane e intellettuali. Personalmente sento una specie di obbligo morale a condividere gli scopi di quello che facciamo con i cittadini del mondo intero; perché sono loro a finanziare le nostre ricerche attraverso le tasse che pagano.
GUIDO TONELLI – Forse c’è anche un altro elemento da prendere in considerazione, a questo punto della nostra conversazione. Mi piace pensare che l’interesse per la scienza abbia a che fare, in qualche modo, con la caducità degli argomenti del normale dibattito pubblico. Se guardiamo al sistema della comunicazione, il tempo medio di persistenza di una notizia o di un argomento di dibattito è spesso poche ore, a volte qualche giorno, al massimo una settimana. Poi si passa oltre. Evidentemente, invece, c’è una parte della società – minoritaria certo, ma non minuscola – che ha bisogno di confrontarsi con questioni più persistenti, argomenti che si sviluppano su tempi più lunghi, che si misurano in decenni.
PRIYAMVADA NATARAJAN – E poi va aggiunto che cosmologia e astrofisica vivono una specie di età dell’oro. C’è stata un convergenza incredibile di sviluppi teorici e di progressi sperimentali. Nel passato si producevano teorie che era difficile verificare perché i nostri strumenti di osservazione non erano sviluppati a sufficienza. Negli ultimi vent’anni i progressi della tecnologia sono stati così profondi che oggi si possono fare misure di precisione considerate impossibili fino a poco tempo fa; così riusciamo a verificare i modelli teorici più sofisticati. Disponiamo di computer molto più potenti e veloci, con i quali si eseguono calcoli estremamente raffinati e si possono visualizzare fenomeni estremamente complessi. Questo allineamento di idee, strumenti e mezzi di calcolo fa sì che la nostra sia un’epoca molto speciale.
GUIDO TONELLI – Direi che tutta la fisica sta vivendo un momento magico. Basti pensare che, negli ultimi cinque anni, abbiamo avuto la fortuna di assistere a due scoperte epocali – bosone di Higgs e onde gravitazionali – che stanno rivoluzionando in profondità la nostra concezione del mondo. Ancora non ne abbiamo capito tutte le implicazioni e già succede quello che abbiamo visto accadere più volte in passato: le scoperte di ieri diventano i nuovi strumenti di indagine dell’oggi. Per esempio al Cern stiamo cercando eventi in cui il bosone di Higgs potrebbe disintegrarsi in particelle di materia oscura. Un decadimento così esotico non sfuggirebbe ai sofisticati apparati di Lhc; purtroppo, per ora, non se ne è trovata traccia.
PRIYAMVADA NATARAJAN – Senza dubbio i problemi aperti sono ancora molti. Anzitutto è imbarazzante ammettere che ancora non conosciamo la vera natura di materia e energia oscura, qualcosa che costituisce il 95% della densità di energia totale dell’universo. Ci sono molti esperimenti che stanno cercando di identificare le particelle che compongono la materia oscura ma, per ora, nessuno ha prodotto risultati convincenti. Qualcosa del genere vale per l’energia oscura, una misteriosa forza repulsiva che si oppone all’attrazione gravitazionale su distanze cosmiche. Sappiamo che questa strana forma di energia produce un’espansione accelerata del nostro universo che è stata osservata e misurata da molti esperimenti, ma siamo ancora ben lontani dall’aver capito la sua origine.
GUIDO TONELLI – Questa faccenda della materia oscura è particolarmente imbarazzante per noi fisici delle particelle. Più di un quarto di tutto quello che ci circonda è fatto di questa sostanza sottile, invisibile e impalpabile, che ci accompagna ovunque; occupa gli spazi interstellari, entra nelle nostre stanze, si infiltra persino nei laboratori sotterranei che le stanno dando la caccia, senza risultato, da decenni. Personalmente sono quasi irritato per il fatto che la materia oscura non si nasconde, anzi, avvolge i nostri strumenti, li inonda, senza che nessuno dei rilevatori più sensibili che l’ingegno umano sia riuscito a sviluppare sia stato in grado, finora, di registrarne il tocco leggero. Ora che Lhc ha raggiunto il suo record di energia e possiamo esplorare una regione di massa fino a oggi inaccessibile, spero davvero che possa succedere qualcosa. Qualunque novità che apparisse nei dati del Cern potrebbe di colpo portarci in un mondo materiale finora completamente sconosciuto. PRIYAMVADA NATARAJAN – Anch’io da tempo sto affrontando un aspetto di questo problema. Mi sto occupando di ricostruire la mappa dettagliata della materia oscura nell’universo usando il fenomeno delle lenti gravitazionali, già predetto da Albert Einstein, nella sua teoria della relatività generale. Le grosse concentrazioni di questo strano materiale si possono ricostruire osservando la deviazione dei raggi luminosi emessi da altri corpi celesti quando attraversano zone dello spazio-tempo deformate dalla grande massa. Impazzirei di gioia il giorno in cui la particella – o le particelle – responsabili della materia oscura venissero scoperte.
GUIDO TONELLI – Fare luce sul lato oscuro dell’universo è sicuramente il sogno di tutti noi. A questo scopo anche noi fisici delle particelle stiamo progettando nuovi esperimenti. Forse, fra qualche anno, si darà il via alla costruzione di un nuovo acceleratore: Fcc, un gigante da cento chilometri di circonferenza che oscurerebbe per dimensioni e prestazioni, lo stesso Lhc. Ma mi piace immaginare un futuro nel quale una generazione di interferometri più avanzati degli attuali Ligo e Virgo (quest’ultimo riparte il 20 febbraio nella versione Advanced) potranno registrare le primissime onde gravitazionali, quelle veramente primordiali, emesse 13,8 miliardi di anni fa, quando l’oggetto minuscolo e insignificante che era il nostro Universo si è improvvisamente gonfiato a dismisura. Quella tempesta perfetta delle origini continua a soffiare debolmente intorno a noi, anche se è diventata un sussurro, quasi impercettibile. Chi riuscisse a spingere la sensibilità degli strumenti al punto da poterlo registrare potrebbe ricostruire in tutti i dettagli quel momento eccezionale; captando il sottile bisbiglio che echeggia ancora attorno a noi potremmo ascoltare il racconto della nascita dell’universo.
PRIYAMVADA NATARAJAN – A proposito di onde gravitazionali, io lavoro anche sui meccanismi di formazione, crescita ed evoluzione dei buchi neri supermassicci; oggetti che sono un milione di volte più pesanti del buco nero, pure gigantesco, che si trova al centro della nostra Via Lattea. Sarebbe fantastico poter assistere alla fusione di due di questi super-giganti e registrare le onde gravitazionali prodotte in questo sconquasso cosmico. Sarebbe meraviglioso poter assistere a questo evento nel corso della mia vita; tra l’altro questo è un campo nel quale l’Europa e l’Italia stanno facendo un ottimo lavoro. Non c’è che dire: la ricerca scientifica è un’attività che richiede dedizione, ma sa dare anche grandi ricompense. È una carriera ideale per giovani curiosi e appassionati. Li aspettano sfide incredibili e tremende opportunità. Noi umani siamo un «nulla» rispetto al cosmo ma quella cosa gelatinosa, quell’organo dalle dimensioni di un melone che proteggiamo nel cranio ci può portare molto lontano, a scoprire cose inimmaginabili. Non si può resistere, soprattutto se si è giovani, alla tentazione di lanciarsi in questa avventura meravigliosa.
GUIDO TONELLI – Neanch’io ho dubbi per quanto riguarda le prospettive che questo campo riserva ai giovani. Chi sente dentro di sé curiosità e passione, non deve scendere a compromessi. Deve seguire questo richiamo e lanciarsi all’inseguimento di un sogno che potrebbe cambiare la sua vita e forse quella di tutti noi. Lo dico sempre ai ragazzi e alle ragazze che mi fanno domande su questo argomento. Non ascoltate nessuno, non date retta neanche a me: ascoltate solo voi stessi, cercate di capire se c’è davvero, dentro di voi, questa passione bruciante per la conoscenza; se qualcosa vi dice: «Sento che questa è la mia vita». A quel punto buttatevi, nessuno vi può garantire che realizzerete i vostri sogni, ma state sicuri che non rimpiangerete mai di avere fatto questa scelta.

De obsolescentia (il post non è in latino!)

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Un articolo di un mesetto fa pubblicato su Wired, a firma di Stefano Dalla Casa, sull’obsolescenza programmata.
Nonni e genitori hanno cercato di convincerci dell’esistenza di un passato mitologico in cui le cose che usiamo ogni giorno erano costruite, per esempio, in un materiale fantascientifico chiamato metallo e dove era possibile riparare gli oggetti invece di comprarne di nuovi. Noi siamo scettici di fronte a questi racconti, pensiamo che si tratti del fisiologico gap generazionale, eppure vecchi televisori in bianco e nero, perfettamente funzionanti, sono ancora in qualche cantina dopo decenni di onorato servizio, e in qualche casa i frigoriferi comprati negli anni ’70 fanno ancora il loro dovere. Possibile che esista un fondo di verità in queste leggende?
Scherzi a parte, esiste effettivamente un motivo per cui non riusciamo a tenerci uno smartphone per più di quattro anni: molti prodotti sono ideati per una vita minima inferiore a quella tecnicamente possibile. Uno dei primi esempi documentati dell’obsolescenza programmata è quello del cartello Phoebus, ma la realtà è più sfumata e complessa di quella solitamente dipinta dalle teorie del complotto.
Alla fine dell’ ‘800 la lampadina a filamento era ormai matura per la commercializzazione in massa e agli inizi del ‘900 la competizione per offrire ai consumatori la migliore lampadina era agguerrita. Come spesso accade, le maggiori aziende cominciarono ad accordarsi in modo da trarre reciproco beneficio dal mercato. Questa cooperazione portò in breve, per esempio, all’adozione dell’attacco Edison come standard, quello che ancora oggi utilizziamo con le moderne lampadine a led. Nel 1924 quasi 30 aziende da tutto il mondo firmarono a Ginevra la Convenzione per lo sviluppo e il progresso dell’industria internazionale delle lampade elettriche a incandescenza, formando il più esteso e influente cartello industriale del settore. Per controllare che i membri rispettassero le regole fu istituita la compagnia Phoebus, da cui oggi deriva il nome colloquiale del cartello: Osram, Philips, General Electrics e tutti gli altri membri avrebbero condiviso i brevetti e il know-how, avrebbero stabilito quote di vendita, le aree commerciali, i prezzi e si sarebbero accordati sugli standard da adottare. Uno di questi era la durata massima delle lampadine: le aziende si impegnavano a produrre, vendere e pubblicizzare lampadine che non superassero le 1000 ore di durata, pena una sanzione da parte del cartello.
Per quale motivo si decise di limitare artificialmente la durata del prodotto quando nel secolo precedente esistevano lampadine che duravano anche 2500 ore? Come spiegava nel 1949 l’economista Arthur A. Bright Jr. nel saggio The Electric Lamp Industry, c’è senza dubbio una ragione tecnico-economica che giustifica la decisione del cartello: una maggiore durata è possibile, ma questo va a spese dell’efficienza a causa del consumo del filamento. In altre parole il consumatore si ritroverebbe con una lampadina funzionante, ma sempre meno luminosa e che consuma (e costa) sempre di più rispetto alla luce che produce. Per gli usi più comuni dell’epoca una lampadina che durava fino a 1000 ore rimanendo sufficientemente luminosa poteva essere quindi un buon compromesso. D’altra parte non si può negare che la minore durata del prodotto obbliga il consumatore ad acquistarlo più spesso, e alle industrie che aderivano all’accordo questo certo non poteva dispiacere. Inoltre di fatto si toglieva al consumatore il beneficio di differenziare l’acquisto in base alla destinazione d’uso. Bright ricorda anche che la General Electrics, tra i promotori del cartello, nel 1936 aveva messo in vendita lampadine natalizie da 500 ore, ma quando scoprirono che i consumatori preferivano addobbare l’albero con piccole luci notturne, a bassa luminosità e della durata di 2000 ore, fece in modo che i venditori dissuadessero il clienti da acquistarle. Questa azienda inoltre nel 1933 introdusse lampadine da torcia elettrica che duravano più o meno quanto una batteria, mentre in precedenza resistevano fino a due ricambi. Anche in questo caso, è vero che le nuove lampadine erano più luminose, ma a differenza di quanto poteva valere per le lampade standard, il vantaggio per il consumatore era nullo. In conclusione, il cartello Phoebus generalmente è considerato il primo caso documentato di obsolescenza programmata, tuttavia non è possibile dire che la durata massima delle lampadine imposta dai produttori sia stata dettata esclusivamente dalla necessità di aumentare le vendite.


Il documentario del 2010 The Light Bulb Conspiracy (qui sopra) parla del cartello citando una lampadina a incandescenza del 1901 che oggi funziona ancora, suggerendo che allora ci fossero senza dubbio le capacità per creare una lampadina ad alta efficienza e a lunga durata, ma si tratta di una conclusione semplicistica e fuorviante: il compromesso tra durata ed efficienza è una reale limitazione delle lampadine a incandescenza, ma al tempo stesso non è giustificabile che le aziende lo usassero come scusa nei casi in cui la minor durata delle lampade non aveva vantaggi per il consumatore (come nelle luci di Natale e nelle torce).
L’obsolescenza programmata è considerata alla base della società di consumo, ma bisogna resistere alla tentazione di immaginare che tutto ruoti intorno ad avide industrie riunite in cospirazioni planetarie per costringerci a comprare più di quanto dovremmo.
Certo, i chip che bloccano le cartucce dopo un certo numero di stampe o di tempo (anche se contengono ancora inchiostro utilizzabile) sembrano una vera carognata, ma più in generale fabbricare prodotti che abbiano un prezzo abbordabile e una vita utile non eccessivamente prolungata è quello che permette di mantenere alti i consumi e la produzione o, per dirla come una pubblicità governativa di tanti anni fa: far girare l’economia. Non è certo un caso che l’agente immobiliare Bernard London, il primo a usare l’espressione obsolescenza programmata, la volesse usare per portare l’America fuori dalla depressione. Oggi per molti beni di consumo semplicemente non ha senso puntare a un design o a materiali particolarmente durevoli perché saranno comunque sostituiti da nuovi modelli. Insomma, il problema non è solo lo smartphone con la batteria non sostituibile, ma il fatto che non sempre per noi la durata di un oggetto è un valore. Se avessimo a disposizione spazi e risorse illimitate, questo modello potrebbe continuare all’infinito senza troppi problemi, ma non è così e i nodi stanno venendo al pettine. Produrre, per esempio, i nostri gadget elettronici ha un enorme costo ambientale e sociale, e dopo pochi mesi diventano un rifiuto che deve essere riciclato e smaltito solo in strutture specializzate. Gran parte di questi rifiuti elettronici viene però inviata, usando canali più o meno legali, nei paesi in via di sviluppo, senza nessuna garanzia che vengano trattati nelle maniera corretta (e in sicurezza).
Un’alternativa sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che economico, potrebbe essere l’ecodesign, un approccio alla progettazione che tiene conto dell’intero ciclo vitale del prodotto, compresi il suo riciclo e smaltimento. A livello europeo l’ambizione è quella di inserire questi principi nei piani industriali della comunità europea tramite l’applicazione della direttiva Ecodesign.”

Gemme n° 498

Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”.
La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.

Gemme n° 424

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Ecco la mia scatola dei ricordi con tutto quello che mi fa sorridere quando lo guardo: cartoline, lettere, oggetti, e soprattutto la lettera della mia migliore amica per i miei 18 anni.” Così V. (classe quinta) ha presentato la propria gemma.
Dalla lettera emergono vicinanza, protezione, condivisone, coinvolgimento, felicità, sorrisi. In una puntata di Desperate Housewives una delle protagoniste afferma: “Ogni volta che sento l’emozione sopraffarmi mi limito a immaginare una scatola vuota, e a infilare dentro quella scatola tutte l’emozioni che provo e poi immagino di mettere via la scatola in un armadio grande e vuoto e chiudo la porta!”. Quante emozioni c’erano in quella scatola stamattina!

Comprendere l’incomprensibile

Che cosa può esserci, in effetti, di più frustrante del tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso? Pensare Auschwitz, soggetto altamente destabilizzante, è possibile solo in uno stato di permanente crisi del pensiero. Pensare Auschwitz significa fare di questo lager simbolo uno dei paradigmi della crisi della contemporaneità”.
Penso di leggere prossimamente il libro “Auschwitz e la filosofia” (Diogene Multimedia, 172 pagine, 12 euro) di Giuseppe Pulina. Per ora pubblico l’intervista all’autore di Serena Lietti pubblicata in maggio su Diogene MagazineLe_radici_del_pensiero.
Cos’è Auschwitz per l’uomo e per la storia?
Se dicessi che dipende dall’uomo e dalla storia a cui ci si riferisce, non solo devierei dalla domanda, ma cadrei in un fraintendimento che può risultare pericoloso. Contro tale rischio – contro cioè la possibilità di relativizzare Auschwitz, provando a costruire indici e unità di misura – ho argomentato le tesi di questo libro. Fatta questa premessa, devo dire che Auschwitz rappresenta per molti filosofi l’evento che ha forgiato la nostra condizione di contemporanei. C’è stato un tempo in cui ciò che era accaduto rappresentava il passato (ed è questa la classica percezione del passato); siamo ora invece in un tempo (un’era senza tempo, si potrebbe dire) in cui il presente non può più prendere le distanze da quello che è stato. Può essere che tutto ciò abbia a che fare con il senso di colpa derivato dalla gravità del fatto compiuto (Auschwitz, nella fattispecie) e con il disperato tentativo di riscattarlo. In parole povere, Auschwitz continua a essere una grossa insidia per tutte le teologie, ma anche per una filosofia che voglia fare i conti con la storia.
Si può “spiegare” Auschwitz?
Stando così le cose, spiegare Auschwitz può risultare un’impresa impossibile. Auschwitz, come direbbe Jankèlèvitch, è un abominio metafisico (e già in questa definizione c’è qualcosa di significativamente anti-heideggeriano), perché non vi è possibilità di farsene una ragione. Gli stessi negazionisti, se ci pensiamo bene, non spiegano ma negano lo sterminio. Se provassero a spiegarlo, dovrebbero innanzitutto ammetterlo e, in un secondo momento, provare a comprenderlo, ma, essendo un fatto così assurdo e incredibile anche per loro, si guardano bene dall’arrischiarsi in un’impresa in cui il fallimento è certo. Se non si può spiegare Auschwitz, che cosa resta da fare allora? La filosofia, soprattutto quando conduce la sua indagine nel campo delle azioni umane, ha il compito di comprendere e di non arrestarsi davanti a nessuna difficoltà, ma, in presenza di Auschwitz e di quello che rappresenta, ogni suo sforzo rischia di essere vano. Proprio questa consapevolezza però legittima le pretese della filosofia che, se non potrà spiegare Auschwitz, dovrà comunque interrogarsi in merito alla sua irriducibile incomprensibilità. Dovremmo, in realtà, chiederci, come faceva Primo Levi, se proprio questa incapacità di fatto non sia, tutto sommato, una garanzia. Potrà mai la ragione spiegare perché migliaia di bambini sono morti soffocati nelle camere a gas? Auschwitz mette in fuga anche la più temeraria delle teodicee.
copertina_Auschwitz_WEBChe ruolo ha il ricordo nella vita dell’uomo e dell’umanità? È qualcosa di meramente passivo o vi è una responsabilità del ricordare, una parte attiva compiuta dal soggetto, più o meno consapevolmente?
Auschwitz e la filosofia non è una rassegna ragionata delle posizioni che i filosofi, nel corso di epoche diverse, da Leibniz a Jonas, hanno assunto nei confronti del male. Ma Auschwitz non è nemmeno un pretesto per aggiornare la lezione filosofica sul male. Con Auschwitz abbiamo avuto la prova di essere capaci di concepire e realizzare l’inconcepibile. Mi domando allora se tanto dolore possa essere contenuto, compreso e metabolizzato. Ciò significa chiamare in causa la memoria, affidarsi ai suoi meccanismi, averne possibilmente cura, per assumere consapevolmente il ricordo. È chiaro che nella memoria convivono atti che avvengono spontaneamente (con cieca necessità, verrebbe da dire) e altri che innervano passivamente la trama del ricordo. Voglio dire che ci sono cose che non riusciamo a dimenticare e altre che scegliamo di ricordare. Come dico nel libro, citando Borges, siamo sempre responsabili di ciò che ricordiamo e di ciò che dimentichiamo. Se non noi stessi, chi può rispondere della memoria che ci appartiene? A questo punto, sarà chiaro che per me Auschwitz è memoria alla quale apparteniamo.
Che fisionomia ha la memoria di Auschwitz?
Si va ad Auschwitz per vedere con i propri occhi ciò che è stato. Si leggono libri su Auschwitz e sulla Shoah. Si vedono soprattutto film che raccontano lo sterminio. Si fanno ancora tavole rotonde sulla “soluzione finale” e si organizzano le Giornate della Memoria. Auschwitz assume una fisionomia composita, varia e complessa. La nostra percezione se ne arricchisce, facendosi sempre più analitica. In tutto ciò vedo il tentativo non facile di dare corpo alla memoria e di rinnovare e potenziare le modalità con cui si esplica. Un bel film sulla Shoah non è solo una speculazione hollywoodiana. È uno dei modi in cui oggi è forse più facile ingegnarsi per raccontare Auschwitz. Ma deve essere chiaro che non possono bastare le Giornate della Memoria per ricordare. Queste servono per ricordare che dobbiamo ricordare; sono un po’ come il nodo al fazzoletto che ci capita di fare per non dimenticare qualcosa di importante. Che cosa fare però quando non sappiamo spiegarci il perché di quel nodo che non riusciamo più a sciogliere? Di quale utilità è stato il nostro proposito di ricordare per ricordare?
Cosa si può dire di nuovo rispetto a un tema così discusso? In che modo lo affronta? Quali filosofi chiama in causa?
Su Auschwitz si è scritto e detto tanto in filosofia, e, quindi, dire qualcosa di nuovo è difficile. La novità, se così si può dire, può essere l’approccio, il modo in cui la questione viene presa e affrontata. Quello che compio è una sorta di esercizio per ripensare Auschwitz, partendo dal filosofo, Leibniz, che ha sostenuto essere questo nostro mondo il migliore dei mondi possibili. Che cosa avrebbe mai detto all’interno di una camera a gas? Quanto avrebbe trovato insoddisfacente la teoria di un male radicale per parlare di Auschwitz? Credere in Dio – e Leibniz, ricordo, era un credente – può aiutare ad accettare, se non proprio a comprendere, il male. Con Auschwitz, ho detto, la teodicea si scontra con un’insufficienza strutturale: quanto più è grande il male, tanto più il Dio che, non impedendolo, lo ha consentito, dovrà venire magnificato, perché solo ad un Dio che avrebbe potuto, ma non ha fatto, può essere consentito di agire così. Si fa allora inevitabile il confronto con il pensiero ebraico e l’idea di un essere divino di cui, come direbbe Jonas, bisognerebbe ridefinire il concetto. Jonas, appunto, ma anche Jankélévitch, Jabès, Adorno, Bauman, Ricoeur, Lévinas, Morin, Anders, Arendt sono i filosofi che interpello e interrogo. Non poteva non esserci Heidegger, anche se sono convinto del fatto che il “caso Heidegger” una volta risolto non archivierà affatto la questione delle responsabilità della filosofia di fronte ad Auschwitz, ammesso che non si voglia davvero fare di Heidegger il punto terminale di una bimillenaria, lineare e univoca tradizione di pensiero, cosicché regolati i conti con Heidegger, liquidiamo nello stesso istante l’intera filosofia.
Con un occhio rivolto all’oggi e uno al passato, l’uomo impara dalla Storia o incede ripetendo pericolosamente gli stessi errori?
Non credo che dalla storia si possa apprendere una qualche lezione per il futuro, ma nemmeno ritengo che, per questo motivo, sia da ritenere una cattiva maestra. Se poi fosse realmente una cattiva maestra, non è da escludere che la sua frequentazione possa esserci comunque di aiuto. In “Modernità e Olocausto”, Bauman sostiene che non siamo sostanzialmente diversi dai contemporanei di Hitler e Goebbels, e cioè da quegli uomini, non necessariamente solo tedeschi, che hanno consentito che Auschwitz si materializzasse. Anche l’uomo degli anni Trenta e Quaranta probabilmente ignorava che cosa sarebbe accaduto e, peggio ancora, in molti casi, continuò ad ignorarlo. Non diversamente dai contemporanei di Hitler anche noi viviamo in un tempo di cui avvertiamo e subiamo gli eventi e i meccanismi. La nostra coscienza planetaria, potrebbe dire Morin, è ancora deficitaria, e, per dirla questa volta con Bauman, niente, nemmeno la conoscenza di ciò che è stato, potrà scongiurare che Auschwitz si manifesti ancora una volta. Eccola qui l’utilità di un libro – l’ennesimo, si dirà – su Auschwitz.”

Lassù

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Là in cima tutto è chiaro, nitido. Qui tutto è confuso, non a fuoco. Mi prometti che una volta là capirò tutto, che i dubbi spariranno e le cose da fare si mostreranno nella loro chiarezza? Perché vedi, quel corrimano non finisce… gira… E gira per finire? O gira perché poi c’è un’altra rampa? Non è che mano a mano che salgo il fuoco si sposta sempre più su, vero? La tettoia della pensilina ti copre solo quando sei in stazione, e solo se resti sul marciapiede… Lo vedi, lassù? Per mettermi sui binari, per essere pronto per il viaggio… devo essere disponibile a non avere protezione sulla testa e neppure corrimano a cui tenermi… Che dici, vado?

Gemme n° 355

La mia gemma è la parte finale de “L’avvocato del diavolo” in cui Al Pacino fa un monologo su Dio: penso faccia riflettere molto su una cosa che comunque non si saprà mai”. Così C. (classe quarta) ha dato il là alla propria gemma.
Riprendo il tratto saliente: “A Dio piace guardare, è un guardone giocherellone, riflettici un po’… Lui dà all’uomo gli istinti, ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo bravo cosmico spot pubblicitario del film. Fissa le regole in contraddizione, una stronzata universale! Guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire… e mentre tu saltelli da un piede all’altro lui che cosa fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista! È un gran sadico! È un padrone assenteista ecco che cos’è! E uno dovrebbe adorarlo? No mai!”. Il vertice della lode a se stesso il diavolo (Al Pacino) lo tocca subito dopo: “Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti. Chi, sano di mente Kevin, potrebbe mai negare che il ventesimo secolo è stato interamente mio? Tutto quanto Kevin! Ogni cosa! Tutto mio! Sono all’apice Kevin! È il mio tempo questo! È il nostro tempo!”.
Lascio qui una breve frase di Dostoevskij: “Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia è il cuore degli uomini”.

Gemma n° 351

La mia gemma è composta di due parti diverse. Prima un video legato ai fatti di Parigi: mi ha colpito la consapevolezza del bimbo che ci siano persone cattive, benché il papà lo rassicuri dicendogli che basta poco per potersi proteggere. Rispondere con la guerra non penso sia il modo giusto.
La seconda parte invece è una cosa personale: un mese fa ho visto una foto, ci sono stata male, poi una persona mi ha mandato un messaggio inaspettato che mi ha colpito molto per l’amicizia dimostratami.” Questa è stata la duplice gemma di M. (classe quinta).
Non mi sento di commentare un video come quello del bambino che racconta la sua paura. Ricordo che alcuni anni fa ho letto un libro sui bambini nelle guerre e sul tentativo di raccontarsi attraverso dei disegni. Non ho parole.

bambini guerra

Gemme n° 349

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Ho letto questo libro in estate: non leggo molti libri, ma quando leggo mi faccio prendere subito dalle vicende narrate. Qui ci sono 4 protagonisti principali, e vengono affrontati temi filosofici e varie riflessioni; numerose frasi fanno riflettere sull’amore e sull’esistenza. Mi fa piacere anche rileggerne alcune”. Questa la gemma di B. (classe terza).
Non ha letto alcuna citazione B. Allora ne scrivo una io, a commento della gemma: “È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.”

Libero e felice

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».
Antoine Leiris (questa la fonte)

Cuore nel cuore

L’avevo cercata, all’interno delle riflessioni sul Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, quella sulla mattina di Pasqua, ma non l’avevo trovata. “Strano” avevo pensato. E infatti c’era… Eccola qui, a completare il Triduo Pasquale.

Domenica di Pasqua
Pasqua: questo giorno, ogni giorno
riparare i viventiRiparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto dalla bravissima Maylis de Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto. Ad un tratto la madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».
Che ne sarà del nostro cuore, con tutto quello che ha filtrato di amore e disamore in una vita? Ma non è forse questo il senso della grande promessa di Dio: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez. 36, 26-7)? Anche noi eravamo a rischio di vita, anzi eravamo già morti, il nostro cuore aveva subito troppi infarti, non riusciva più ad amare senza rischiare il colpo di grazia. E proprio per un colpo di grazia riceviamo un cuore nuovo, che viene trapiantato gradualmente nella nostra vita nella misura in cui lo vogliamo. L’uomo nuovo di cui parla Paolo nelle sue Lettere è un uomo dopo il trapianto. Rimane l’uomo vecchio, ma il trapianto irrora gradualmente ogni fibra trasformandola. In noi comincia ad abitare il battito di un Altro, che non muore. La vita di Dio che non può essere distrutta entra e gradualmente trapianta (ci innesta nella sua vita come si fa in botanica), purifica, trasforma, nella misura di quanto vogliamo. C’è tanto del cuore di Dio nella nostra vita quanto noi vogliamo ne venga trapiantato ogni giorno. Ad un certo punto della narrazione il medico che condurrà l’operazione di trapianto avverte la paziente perché si prepari: «Il cuore sarà qui fra trenta minuti, è splendido, è fatto per lei, vi intenderete alla perfezione. Claire sorride: ma aspetterà che sia qui prima di togliere il mio, vero?».
Il nostro rimarrà, proprio quello nostro, ma il centro di ogni pensiero, decisione, amore, caduta, tristezza, malinconia, il motore di ogni nostro amore e disamore, non verrà tolto, ma trasformato. La natura umana è riparata perché il perfetto uomo ha attraversato tutto l’umano, ha conosciuto tutto ciò che passa per il cuore dell’uomo e lo ha sentito come fosse suo, anche il peccato, non come atto ma nelle sue conseguenze (dalla tentazione, al dolore, alla morte). E quel cuore che ha cessato di battere sulla croce, quel cuore che ha dato tutto, tanto che, quando il soldato lo trafisse con la lancia, sputò sangue e acqua, il siero che si riversa nella sacca del pericardio quando dopo un infarto la parte densa del sangue si separa da quella più leggera, proprio quel cuore diventa nostro. Quel cuore in realtà non è vuoto, non è il cuore di un morto, inservibile per un trapianto.
È il cuore di un vivo, è il cuore del Vivente, è il cuore della Vita; il cuore che ci consente di avere passione per la vita e di patire per la vita; il cuore che ci concede il trasporto erotico per il creato e le creature e la capacità di patire per il creato e le creature. Il cuore di Dio, spiritualmente trapiantato in noi grazie al Battesimo e riparato dagli altri Sacramenti, batte fortissimo nel petto dei cristiani, che per questo ogni giorno, se vogliono risorgono. E quando quel cuore verrà pesato (amor meus pondus meum, il mio amore è il mio peso dice Agostino) alla fine della vita lo si troverà ‘pieno’ dell’amore di Dio stesso, perché cuoreera il suo in noi. Solo lui ripara i viventi e i morenti, perché il suo cuore non ha conosciuto la corruzione della morte, conosce solo la vita e ciò che dà la vita. Si dice che, dopo aver bruciato Giovanna D’Arco, i carnefici trovarono intatto il suo cuore in mezzo alla cenere. Quel cuore non poteva essere distrutto, perché la sua materia non apparteneva a questo mondo e il fuoco degli uomini non poteva consumarlo. Era il cuore di Giovanna o quello di Dio? Se è amore che vogliamo per vivere, è un cuore nuovo che vogliamo. Oggi è il giorno del trapianto.”

Le strade che abbiamo scelto

Oggi un po’ di introspezione e di pensieri in libera associazione. “Imparare dal vento” è un brano dei Tiromancino dell’album Illusioni parallele (2004). La canzone si apre con l’invidia da parte dell’uomo nei confronti di alcuni elementi naturali, quali il vento (per la sua capacità di respirare), la pioggia (per il suo saper cadere), la corrente (per la sua abilità di riuscire a portare le cose là dove vuole lei) e le onde (per “la pazienza di andare e venire”). Un aereo che vola veloce si contrappone all’uomo che invece si ferma e dedica un pensiero a tutti coloro che “partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obiettivi ogni volta più grandi”. Mi immedesimo in uno dei discepoli di Gesù, chiamati ad un grande compito, col cuore colmo di aspettative, sogni, desideri e poi spiazzati da quest’uomo che difende gli ultimi, che si abbassa a servire, che lava loro i piedi, che l’unico innalzamento di sé che compie è quello sulla croce. Lo smarrimento è strabordante: “Succede perché, in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede perché fingo che va sempre tutto bene ma non lo penso in fondo”. Più di qualcuno tentenna, dubita come potrebbe fare chiunque davanti a un compito improbo, a una sfida alta. Sembra di sentire nella coscienza la domanda di Gesù: “volete andarvene anche voi?”. La risposta mi piace pensarla non come il sì forte e chiaro, quasi gridato, di un fedele infervorato e super convinto, ma come quello meditato, vissuto, sofferto, ma per questo meglio radicato: “Torneremo ad avere più tempo, e a camminare per le strade che abbiamo scelto, che a volte fanno male, per avere la pazienza delle onde di andare e venire, e non riesci a capire…”.

L’universo è un videogioco

Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo, comparso su Sette del 20 giugno.

Roberto Cotroneo

Michio Kaku è un americano. Figlio di immigrati giapponesi. Ma nelle sue vene, come ha dichiarato fieramente in una intervista a Time, c’è anche un po’ di sangue tibetano. Michio Kaku è un fisico teorico, ha insegnato un po’ ovunque, nei luoghi che contano: a Princeton come alla New York University. Ora ha una cattedra al City College di New York. I moltissimi americani che non si occupano di teoria delle stringhe, teoria che Kaku ha contribuito a mettere a punto, lo conoscono perché oltre a essere un grande scienziato è anche un bravo divulgatore, e un eccellente provocatore: un uomo che ama i paradossi, a cui piace raccontare quella che lui chiama la «fisica dell’impossibile».

Qualche settimana fa, nel suo stile brillante che gli conosciamo, ha detto senza mezzi termini di avere la prova dell’esistenza di Dio. Per affermarlo ha utilizzato un “semi–radio primitivo di tachioni”. Niente paura…

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Arrivederci

E’ scritto un anno fa, ma va benissimo anche oggi. I pensieri sono gli stessi… 5AL, 5CL, 5DL…

oradireli

nostalgia, quinte, addio, arrivederci, scuola, maturità

Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male. Il momento più doloroso è quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel ’98: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale. Mi rivedo con un sentimento di tenerezza per quel che sono stato. Ma tornando ad esempio a stamattina, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte…

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Nascite, matrimoni e funerali: ecco gli hassidici d’Israele

Un articolo molto interessante con belle foto su uno degli argomenti che abbiamo toccato alla fine dell’anno: l’ebraismo hassidico.

Falafel cafè

Pidyon Haben (riscatto del figlio primogenito) di una delle famiglie hassidiche, 2013 (foto di Pavel Wolberg) Pidyon Haben (“Riscatto del figlio primogenito”) di una delle famiglie hassidiche, 2013 (foto di Pavel Wolberg)

«La verità è che non sai mai quando puoi farle le foto. Se a loro va tu riesci a portare a casa qualche scatto. Se a loro non va, ti prendono a calci, fino a cacciarti dal posto che ti interessava immortalare». Pavel Wolberg è un fotografo particolare: non segue molto le frizioni israelo-palestinesi. Gli interessa infilarsi nei posti meno accessibili dello Stato ebraico: la comunità hassidica.

Funerale nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, Gerusalemme, 2011 (foto di Pavel Wolberg) Funerale nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, Gerusalemme, 2011 (foto di Pavel Wolberg)

Nato nella russa Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1966, Wolberg vive e lavora a Tel Aviv. Ha iniziato a fare il freelance nel 1999. E da allora, a due passi da casa sua – nel quartiere-città di Bnei Brak – ha iniziato i suoi primi scatti all’interno degli ebrei ultraortodossi. Da lì si…

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Siamo tutti scheggiati e feriti

Ennesimo bel pezzo di Roberto Cotroneo

Roberto Cotroneo

La parola sanscrita chyati significa dividere. Ha la stessa radice della parola greca schìzein, che significa scheggiare. E la parola latina scire, conoscere, è figlia di questi due significati: scheggiare e dividere. Scienza viene da scire. La scienza divide, perché cataloga, ordina, spiega, mostra, ingrandisce i dettagli. Ma la scienza scheggia le cose, le frantuma, le spezza, le isola, le rende inconoscibili, esasperando l’osservazione, lo studio, il dettaglio.

Il sanscrito è una lingua terribilmente affascinante, perché riporta le radici delle cose nel mondo, restaura l’origine, spiega quello che altrimenti ci sfuggirebbe. È una delle lingue più difficili che si conoscano anche per questo. Le nostre vite sono divise e scheggiate, sono chyati. Le vite digitali sono una violazione della nostra unicità, e dell’unicità del mondo: separano la mente dal corpo e il corpo dalla mente, sostituiscono la natura con l’immagine della natura.

Cartesio aveva sbagliato quasi…

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