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Gemma n° 1841

“Volevo raccontare un aneddoto che mi è stato raccontato da mia zia. Nel 2011 è mancata la mia bisnonna materna e mia zia era con lei; è poi venuta a casa nostra per avvisare mia mamma. Ricordo che mi sono seduta vicino alla mamma e, vedendola con gli occhi lucidi, le ho chiesto se fosse triste e cosa fosse successo. Lei mi ha risposto che era mancata sua nonna, però mi ha detto che non era triste perché colpita da una cosa che le aveva raccontato sua sorella: negli attimi prima di morire la zia stava parlando con la bisnonna e si era accorta che non rispondeva più e che guardava un punto indefinito. Ha sorriso e ha chiuso gli occhi. Questa cosa mi fa sempre emozionare quando la racconto, anzi, mi fa salire un nodo alla gola perché è poetica e bellissima e, secondo me, dà alla morte un significato che nessuno riuscirebbe mai a dare. La morte spesso può essere anche liberazione: la bisnonna io non l’ho conosciuta nel pieno della sua vita, l’ho sempre vista costretta a letto a causa di una malattia. Ecco, forse più che liberazione, quella scena è la certezza che la morte non è solo paura, ma forse un abbandonarsi a una gioia, a qualcosa che vedi di più. Forse quel giorno lì lei ha sentito un grande amore, una grande gioia e ha detto “è la mia ora e io sono contenta di affidarmi a quello che viene”. Questo mi dà forza e mi aiuta a concepire la morte in maniera più serena, soprattutto in questo periodo”.
Amo leggere David Maria Turoldo, trovo così tanta affinità tra i miei pensieri e le sue parole che non di rado mi sono emozionato coi suoi versi. Tuttavia, a commento della gemma di B. (classe quarta), non pubblico una sua poesia, ma un brevissimo estratto di un’intervista del 1991: “Per me la morte è sempre stata come una fessura attraverso cui guardare i colori della vita, apprezzarne i valori. La morte è una presenza positiva, fa apprezzare meglio il tempo, fa giudicare meglio le cose. Ogni mattina dico, se questo è il mio ultimo giorno non posso perderlo. Vivo ogni giorno, non come fosse l’ultimo, ma il primo. Penso che non ci sia nemmeno un di qua e un di là, ma semplicemente un prima e un dopo. Una continuità. Questo certamente è il senso misterioso della nostra fede, ma non è assolutamente un discorso che si fa soltanto per chi ha fede. Il discorso sulla continuità della vita, si può farlo anche con chi non crede, con chi non ha fede. Non è un discorso consolatorio, ma di constatazione. Io posso anche dire «non so come sarà dopo», ma nessuno mi può dire che non ci sia”.

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Undicesima stazione

So che siamo nel periodo dell’Avvento, è appena iniziato. Molti cristiani, ieri, hanno acceso la prima delle quattro candele della loro corona. Eppure mi soffermo su una riflessione di più di vent’anni fa di Mario Luzi (1914-2005), scritta in occasione della Via Crucis di quell’anno per l’XI stazione, quella di Gesù inchiodato alla croce. L’ho trovata su La rivista de Il Mulino. Sono parole messe in bocca a Gesù stesso. Scrive Luzi:

“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra, ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
E terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di Te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego”.

Resto convinto che i testi delle religioni siano in grado di essere occasione di riflessione per tutti, credenti e non credenti: non farei il lavoro che faccio se non ne fossi convinto. Certo saranno riflessioni dalle molteplici sfaccettature, frutto della diversità umana. Prendo questo dubbio di Gesù e lo porto nel tempo che stiamo vivendo: eccesso o difetto di umanità? “Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?”. Qual è, mi chiedo, lo sguardo che sto gettando sul mondo? Qual è l’atteggiamento che ho? Su quale fronte mi schiero? L’interrogativo del Gesù di Luzi è retorico, perché la risposta alle domande è contenuta nella prima parte: “È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. […] ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare […] Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato”. Si tratta di un Gesù che ha fatto un’immersione completa nell’umanità, anche quella più lontana, anche quella più inaspettata, anche quella inascoltata o dimenticata, quella per la quale è così difficile provare empatia, creare uno spazio d’ascolto dentro di me. Eppure, nonostante tutto questo, conserva un dubbio, quello di essere stato autoreferenziale, quello di aver assecondato una propria volontà, una propria preferenza, un proprio desiderio: “Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa”. Come faccio a comprendere, a discernere tra il gesto egoista e il gesto puramente altruistico? Lo so che nel gesto di generosità è contenuta l’autogratificazione e so che è normale. Ma quale può essere la bussola per non perdermi e non confondere la “Tua volontà”. Troppe volte, in nome di una supposta volontà superiore, si sono compiuti danni inenarrabili! Provo ancora a cercare tra le parole di Luzi una risposta e mi colpiscono queste: “La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario”. Ieri sera a cena con noi c’era una coppia di cari amici: Mariasole passava da un braccio all’altro, li guardava negli occhi, sorrideva, sprizzava gioia da ogni particella del suo corpo. Diceva con tutta se stessa e con le parole: “che bello stare insieme”. Ecco l’umano a cui dovrei cercare di somigliare ogni giorno, ecco l’umano da cercare in questo Avvento affinché il divino possa continuare a trovare albergo nella grotta di ogni cuore…Un brano di Nick Cave rifatto dalla tredicenne Nell Smith insieme ai The Flaming Lips per meditarci su (tutto Where the Viaduct Looms è un cover album pazzesco secondo me!).

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Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

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Allargare il cuore

Fonte Il resto del Carlino

Sabato 13 novembre sarà  la giornata della gentilezza. “Voglio che tutti voi siate coraggiosi nel praticare la ‘piccola gentilezza’, creando così un’ondata di gentilezza che un giorno investirà tutta la società giapponese”. E’ il marzo del 1963 e il rettore dell’Università di Tokyo Seiji Kaya pronuncia queste parole all’interno del discorso d’addio agli studenti il giorno della laurea. Da lì partirà il Movimento Piccola Gentilezza che porterà alla creazione di questa giornata. Una decina di giorni fa, Riccardo Maccioni scriveva così su Avvenire: “Da un po’ di tempo le panchine sono diventate uno strumento di denuncia. Vengono colorate di arcobaleno contro l’omofobia, di rosso per dire no alla violenza sulle donne e, adesso, anche di viola, a reclamizzare la gentilezza, quella vera, intesa come habitus di vita. Non il manierismo affettato o il semplice gusto delle buone maniere, ma la cultura delle relazioni, il riconoscimento che l’altro è un valore. A questo scopo nascono associazioni, assessorati, corsi universitari, studi di psicologia secondo cui essere gentili fa stare meglio. Il presupposto di una rivoluzione, che rovescia il credo nell’aggressività come strumento di persuasione, nella durezza verbale come autodifesa. In realtà è forte chi sembra debole. Lo dice benissimo il Papa nella “Fratelli tutti”: «La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Non il gusto per il quieto vivere dunque ma il coraggio di guardare oltre noi stessi, di allargare il cuore a chi ci sta davanti, consapevoli della sua e nostra fragilità. Significa cura del tempo, è tenere in mano le redini della propria vita, senza bisogno di urlare e sgomitare per dire chi siamo”.

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Un’inesauribile ricerca di luce

Martina Spollero ha terminato il Liceo Percoto nel 2020. Poi si è iscritta a Lettere Moderne ed è allieva della Scuola Superiore dell’Università di Udine. Insieme a Gabriele Visintin, studente di filosofia, ha scritto un articolo per Il chiasmo, magazine online edito dalla Rete Italiana degli Allievi delle Scuole e degli Istituti di Studi Superiori Universitari (RIASISSU), in collaborazione con l’Istituto Treccani. Lo ripropongo qui molto volentieri e aggiungo ai suggerimenti di lettura dei due autori il libro di Massimo Recalcati “Il grido di Giobbe”, sempre sullo stesso tema (libro che ho appena terminato).

Il muto dialogo tra l’uomo e Dio

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Se l’esperienza del quotidiano è quella di una realtà profondamente intrisa dal male e dominata dalla sofferenza, come conciliare la constatazione del dolore con un vivo rapporto di fede? È possibile un dialogo con un Dio imperturbabile davanti alla sofferenza del frutto stesso del suo amore?
La visione della fede proposta dal filosofo danese Søren Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855), sebbene influenzata dalla rigida educazione pietista impartitagli fin dalla giovinezza, risulta un tassello fondamentale nell’analisi dell’esperienza religiosa intesa come imprescindibile componente dell’esistenza umana. Il rapporto col divino che emerge dai suoi scritti viene rappresentato quanto mai distante dai dogmatismi interpretativi consueti mediante cui è percepita la fede. Essa risulta, infatti, caratterizzata da sentimenti radicalmente negativi quali l’angoscia e l’incomunicabilità, i quali isolano l’uomo entro i confini di una prospettiva che lo allontana dai suoi stessi simili.
Nell’opera Aut-Aut Kierkegaard individua differenti stadi della vita dell’uomo. Il primo di essi è quello della vita estetica, nel quale l’uomo sceglie di non scegliere, e ricerca, in tutte le loro forme, il piacere e il godimento personale. La brama della passione – inevitabilmente e per sua stessa natura – non giunge al suo pieno soddisfacimento, conducendo inesorabilmente l’uomo verso la noia e l’indifferenza. La figura esplicativa di questo stadio è appunto quella dell’esteta, del  seduttore, alla quale si contrappone l’uomo che incarna le caratterizzanti dello stadio etico e vive conformemente a una morale, inserito in una quotidianità e in una concretezza sociale e umana.  Questo momento di vita può essere rappresentato  dal marito fedele e laborioso. Come ben evidenziato da Remo Cantoni nel suo saggio introduttivo all’opera di Kierkegaard qui presa in esame, l’aut-aut denota la scelta con cui ci si sottopone al contrasto tra il bene e il male. Non accettare questa dicotomia, pertanto, non significa necessariamente propendere verso il male, bensì verso l’indifferenza etica.
La possibile comunicazione che sussiste ancora tra vita etica e vita religiosa viene definitivamente meno nel saggio che il filosofo danese pubblicherà pochi mesi più tardi: Timore e tremore. Mediante l’esempio di Abramo, rivela come l’uomo religioso, immerso in una fede totalizzante, si trovi in aspro contrasto con le convinzioni etiche e morali comunemente accettate e condivise. Il patriarca dell’ebraismo viene messo nella posizione di doversi confrontare con una richiesta assurda e irrazionale: sacrificare suo figlio Isacco. Il nodo insolubile e controverso del rapporto tra l’uomo e la spiritualità scaturisce dalla constatazione che Colui che pretende l’immolazione dell’amato risulti il medesimo che quella prole gliel’ha donata, Dio stesso. La prospettiva, annichilente e disarmante, è quella dell’innocente che si interroga circa il fondamento di un tale abominio e la richiesta di privazione dell’unico frutto d’amore concessogli attraverso il grembo della moglie Sara, simbolo di quella vita che sopravvive – oltre le soglie della morte – sotto forma di eredità nei posteri.
Il tragico dolore che Abramo si trova ad affrontare diventa icona dell’esperienza religiosa estesa a tutti gli uomini: essa risulta sconnessa – secondo Kierkegaard – dalla ragione, dalla morale, dalla razionalità. La fede è un salto nel buio, è un cieco abbandono a una volontà che non è conforme e coincidente a quella umana, e che per questo motivo non è comunicabile agli altri individui. Ne deriva un’esperienza di fede profondamente soggettiva e assolutizzante, una frattura che allontana l’uomo dal divino, il quale vive un rapporto assoluto con l’assoluto. “Chi si trova nel mare della disperazione trova l’assoluto”, asserisce Cantoni. L’uomo, dunque, incontra Dio proprio nella sofferenza più totale.

L’esempio letterario in cui confluiscono tutte queste considerazioni è quello del romanzo Giobbe, frutto del genio e della penna di Joseph Roth (Brody, 2 settembre 1894 – Parigi, 27 maggio 1939). Potremmo considerare Mendel Singer (protagonista del romanzo) come il tipico uomo morale kierkegaardiano che vive nella convinzione di incarnare una fede sincera, la quale si manifesta – nei limiti dell’illusione generata dalla sua soggettività – in un rapporto diretto con Dio, dinanzi al quale si genuflette e si abbandona completamente, togliendo a se stesso qualunque prospettiva di azione, nell’attesa che si portino a compimento i piani a lui destinati (il tutto fondato su preconcetti di matrice quasi fideistica che vedono un Dio dispensatore di beni ai giusti e di dolori a coloro che non si incamminano lungo la via della rettitudine). Il suo atteggiamento nei riguardi della fede è duplice e fortemente problematico: da un lato nega la necessità di intermediari, rivendicando la possibilità di instaurare un rapporto intimo con l’Assoluto, dall’altro non cerca mai veramente un dialogo con Dio. Nel momento in cui il concatenarsi di spiacevoli eventi imprevisti lo costringe a uscire dai binari della quotidianità e a fare esperienza di un dolore che attanaglia anche le vite degli innocenti, si avvia il turbolento processo di demistificazione dei pregiudizi sui quali si fonda il suo fragile credo, e che lo porteranno via via a prendere le distanze da una fede vissuta meccanicamente, in una sua forma sterile e semplicistica.
Proprio l’esperienza diretta con il dolore lo getta nella condizione di interrogarsi sul suo sentimento religioso. Il personaggio viene portato a mettere in discussione la volontà di Dio, il suo rapporto con esso e a prendere in mano le redini di una vita sino a quel momento vissuta come passivo spettatore. Davanti alle disgrazie che lo colpiscono, il suo diviene il grido ancestrale dell’innocente che lamenta l’ingiusta punizione di cui non coglie le ragioni, che rivendica – quasi portavoce degli interrogativi di ogni uomo – il diritto alla felicità. La rabbia si tramuta in rigetto totale della fede, la quale, in quanto elemento costitutivo della sua intera esistenza, porta il personaggio in qualche misura a rinnegare sé  stesso e ad abbandonarsi in un tetro nichilismo rassegnato e rancoroso.
Se il Giobbe biblico accetta il male così come accoglie il bene, in quanto si percepisce come ente infinitesimale rispetto a ciò che lo sovrasta e non vacilla mai nei suoi intenti – poiché caratterizzato da un rapporto con Dio genuino sin da principio – il personaggio rothiano compie un’evoluzione inversa. Il suo è un percorso che va dall’illusione di una fede sincera che, messa in discussione dalle prove cui si vede suo malgrado sottoposto da Dio, approda al termine del romanzo a un rinnovato dialogo più consapevole e autentico – e dunque più sincero – con il Creatore. Nel racconto si osserva, pertanto, la fede come sentimento profondamente umano che, proprio in quanto tale, manifesta i tratti di quelle stesse debolezze e inquietudini caratteristiche dell’uomo.

La prospettiva religiosa fin qui delineata ribalta la concezione odierna della fede come palliativo verso la sofferenza. Non è grazie alla morte e alla paura verso di essa che l’uomo, anelando a un’eternità metafisica, si rifugia nell’eternità per definizione (Dio), che risulta però inconsistente illusione, inconsciamente creata dall’uomo stesso. Fu il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (Landshut, 28 luglio 1804 – Rechenberg, 13 settembre 1872) a teorizzare che senza la morte come limite naturale non esisterebbero le religioni, così come Dio. La fede vista in questa prospettiva assumerebbe caratteri prettamente utilitaristici: l’individuo è costretto ad affidarsi a una figura ultraterrena e soprannaturale per sperare in una vita che possa superare la morte. Presentata in tal modo, l’adorazione religiosa è legata esclusivamente alla promessa di immortalità. Senza questa promessa, se dell’uomo, delle sue opere e del frutto delle sue fatiche nulla rimane, allora Dio non solo sarebbe “inutile”, ma non avrebbe senso neppure porsi la questione della sua esistenza. La fede esisterebbe fintanto che da essa si può ottenere un profitto reale e tangibile.
Nel suo senso antropologico, il dolore si manifesta nell’estrema concretezza di un’esperienza in grado di produrre quella discontinuità necessaria a rompere il ritmo abituale dell’esistere e a trasfigurare sotto una rinnovata luce le esperienze caratterizzanti del quotidiano. Risulta al contempo patimento e rivelazione: il suo porre inesorabilmente l’uomo dinanzi la cocente presa di consapevolezza dei suoi limiti e della sua fragilità, lo predispone all’analisi di sé e alla messa in discussione dei paradigmi interpretativi a lui consueti. Chiuso entro i confini del suo microcosmo esistenziale, l’individuo acquisisce paradossalmente una prospettiva privilegiata per meditare sulla natura e sullo scopo della sua stessa sofferenza in quanto «prezzo dell’esistenza e sapore dell’istante che passa» (Le Breton, 2007). L’impressione è quella di un patimento tutto individuale, incomunicabile agli altri e a loro incomprensibile che alimenta il ripiegamento in una dimensione inedita dell’esistenza. Il dolore può assumere un valore solo nel preciso istante in cui ad esso viene attribuito, quando diviene cioè epifania di un disegno ultimo che va al di là dei confini di quel frammento di vita che è l’uomo. Imprescindibile punto di partenza per il maturare di una fede viva e sincera è proprio l’esperienza del più profondo e totale abbandono, di quel tetro silenzio di un Dio che apparentemente tace davanti alla sofferenza umana. La visione screditante della fede come comodo palliativo non è altro che la distorsione derivante da un’interpretazione fortemente semplicistica del sentimento religioso e implica il rischio di deresponsabilizzazione dell’uomo e dell’agire: il sacrificio umano non è la sopportazione del dolore, è l’accoglienza di un messaggio di fede capace di farsi propulsore all’azione e occasione per una riscoperta sincera della presenza di un essere Altro, esterno ma allo stesso tempo componente intrinseca di sé.
Ciò che si è voluto dimostrare con quest’analisi è come l’esperienza religiosa, generata da un bisogno naturale e innato di assolutezza divina, divenga quotidiana riscoperta del rapporto autentico con l’Assoluto attraverso l’intima esperienza del dolore. L’essenza del sentimento di fede risiede nella tensione di un’inesauribile ricerca della luce tra le pieghe in ombra dell’esistenza, nel perpetuarsi di un’insaziabile esplorazione profonda della vita interiore spinta dalla volontà di dare risposte circa il senso dello stare al mondo e di quel fine ultimo verso cui la vita dell’uomo è volta teleologicamente a tendere.

Per saperne di più:
GIOVANNI PAOLO II, Salvifici doloris. Lettera Apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, Roma, Paoline Editoriale Libri, 2015.
KIERKEGAARD, Aut-Aut, Milano, Mondadori, 2016.
KIERKEGAARD, Timore e tremore, Milano, Mondadori, 2016.
KOLAKOWSKI, Se non esiste Dio, Bologna, Il Mulino, 1997.
LE BRETON, Antropologia del dolore, Roma, Meltemi editore, 2007.
ROTH, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Milano, Adelphi edizioni, 2014.

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Gemma n° 1757

“La mia gemma è un peluche che mi ha regalato mia nonna quand’ero piccolina e che ho chiamato con il suo nome. Questo peluche è stato cucito da una sua amica e la nonna mi ha raccontato che rappresenta la speranza e il fatto di non aver mai paura e di andare sempre avanti. Adesso mia nonna non c’è più e io ho voluto lasciare questo peluche in casa sua come simbolo di speranza”.

Il gesto di A. (classe seconda) di voler lasciare il peluche in casa della nonna mi ha portato alla mente una scena del film Sette anni in Tibet: due amici si stanno salutando perché uno è in partenza per il viaggio di rientro. Vengono versate due tazze di tea: la prima viene consumata, la seconda resta intatta, in attesa del suo ritorno. Certo la nonna di A. non può ritornare ma quel legame con il peluche, quel gesto di lasciarlo nella casa è un mantenerne la memoria, un continuare l’amore.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, musica, Società

La fede di Alice

La mia adolescenza ha avuto spesso come colonna sonora il metal, sparato al massimo del volume attraverso gli auricolari di un walkman della Sony che dovrei avere ancora in qualche cassetto dei ricordi.

Oltre alle due parti di Keeper of the seven keys dei tedeschi Helloween di Michael Kiske, uno degli album che ho ascoltato maggiormente è sicuramente Trash di Alice Cooper. Era sicuramente un altro modo di ascoltare musica: niente Spotify o Deezer o Amazon, niente streaming. L’unica possibilità di “piratare” qualcosa era l’amico che ti prestava un cd o un vinile o una cassetta e tu li masterizzavi o li riversavi restituendogli poi l’originale. Insomma, non grandissime sperimentazioni. Soprattutto, quando trovavi qualcosa che ti piaceva, chi viveva con te benediceva l’esistenza di cuffie e auricolari perché la ripetizione si faceva continua. 

Ma torniamo ad Alice Cooper. Ogni anno propongo alle classi seconde un lavoro: portare una canzone sul tema del sacro, della fede, di Dio. Può essere anche di critica o di dubbio o di negazione, l’importante è che vengano toccati quei temi. Studentesse e studenti devono preparare una presentazione in cui introducono artista e canzone e spiegano il motivo della scelta. Quest’anno una studentessa ha proposto I am made of you. Penso che per comprendere il reale significato di questa canzone sia utile inquadrare brevissimamente il personaggio e dare un’occhiata ad alcune dichiarazioni di Alice Cooper, rilasciate in varie interviste.

Tratta da Radiorock.it

Alice Cooper oggi ha 73 anni e il suo vero nome è Vincent Damon Furnier. Nel corso della sua lunga carriera è spesso stato protagonista di scene che hanno colpito gli spettatori dei suoi concerti: camicie insanguinate, pupazzi ghigliottinati, serpenti al collo, simboli fallici, immagini horror, mostri, seghe elettriche… Gli eccessi si sono poi spostati dal palcoscenico alla vita privata, con l’abuso di alcol e droga, al punto che la moglie lo abbandona: “Sheryl se n’era andata – era andata a Chicago e aveva detto ‘Non posso vederti così’. Ma la cocaina parlava molto più forte di lei. Alla fine, mi sono guardato allo specchio e sembrava il mio trucco, ma era il sangue che scendeva [dai miei occhi]. Forse avevo delle allucinazioni, non lo so. Ho buttato la droga nel water. L’ho chiamata e le ho detto: “È fatta, basta”. E lei dice: “Bene. Ma devi provarlo.” Uno degli accordi era che iniziassimo ad andare in chiesa. Sapevo chi era Gesù Cristo ma lo respingevo. Sapevo che dovevo arrivare ad un punto in cui avrei accettato Cristo e iniziato a vivere quella vita, o sarei morto. Ed è quello che mi ha davvero motivato. Sono arrivato al punto di dire: “Sono stanco di questa vita”. E alla fine capisci che è la scelta giusta quando il Signore ti apre gli occhi e improvvisamente ti rendi conto chi sei e chi è Lui” (fonte Metalitalia). Afferma ancora: “Amo considerarmi il vero figliol prodigo. Dio ha permesso che io facessi qualsiasi cosa per poi richiamarmi a sé. È come se mi avesse detto ‘Hai visto abbastanza, è ora di tornare a casa’. Ero un alcolista malato, autodistruttivo. Bevevo in continuazione, vomitavo sangue tutti i giorni. Poi ho ricominciato ad andare in chiesa. Le case, le macchine, le cose materiali non sono la risposta, c’è solo un grande nulla al di là di queste cose. Si dice che nel cuore c’è un buco a forma di Dio. Solo quando lo riempi sei soddisfatto ed è dove sono io adesso. Ed è per questo che io adesso sto bene” (fonte Il Manifesto).
Sui primi anni della carriera dice: “Mi sono risparmiato una targa nel club dei 27 [artisti morti a 27 anni, vedi wikipedia] e di finire come gli amici con i quali negli anni ’70 a Los Angeles formavamo il nucleo originale degli Hollywood Vampires. Ci incontravamo in una sala del Rainbow Bar and Grill ed era puro spasso. C’erano John Lennon, John Belushi, Keith Moon, il più grande batterista della storia, che ogni sera veniva vestito diverso, una volta da Regina d’Inghilterra, un’altra da Hitler. Bevevo con Jim Morrison e Jimi Hendrix, tutti finiti tragicamente […] Non so fino a che punto sia stata una scelta. La verità è che non conoscevamo il limite fra libertà e autodistruzione. Passammo tutti dal guadagnare pochi dollari a sera a contratti milionari e nessuno di noi aveva un manuale di istruzione per gestire il ruolo di rockstar, la fama e i soldi. Era molto facile esagerare con alcol, droghe, donne, e in tanti si sono consumati. La generazione successiva ha imparato da loro a non morire. Steven Tyler, Mick Jagger, Rod Stewart, Iggy Pop e io abbiamo attraversato la giungla di eccessi e siamo sopravvissuti. La nostra sì, è stata una scelta […] Mi sono salvato con la fede e la spiritualità. Sono diventato discepolo di Cristo e ho cambiato stile di vita. Se c’è una cosa che Dio non ha detto è che io non potevo essere una rockstar. Mi ha creato rockstar e, visto che ci vuole eccellenti e non mediocri, lo faccio al meglio. Avere fede non significa mica stare tutto il giorno inginocchiati a pregare” (fonte Il Messaggero).

Fatto questo inquadramento, ecco che le parole della canzone non hanno bisogno di molti commenti. Riecheggiano immagini e parole dell’inizio della Bibbia, della Genesi, della creazione:
“In principio ero solo un’ombra, in principio ero solo, in principio ero cieco, stavo vivendo in un mondo privo di luce. In principio c’era solo la notte. Ero distrutto, a pezzi e mi sentivo così freddo dentro. Poi ti ho chiamato dalle tenebre dove mi nascondo. Io sono creato da te…
All’inizio eri una rivelazione, un fiume di salvezza e ora credo. Tutto ciò che volevo, tutto ciò che mi serviva era che qualcuno mi salvasse: stavo annegando, stavo morendo, ora sono libero. Io sono creato da te…
Eccomi qui ora, adesso posso restare perché il tuo amore mi ha reso forte e per sempre tu sarai il cantante ed io sarò la canzone. Io sono creato da te…”

E questo essere la canzone di Dio si traduce anche nel suo impegno nei confronti di altri musicisti con problemi di dipendenze, un vivere la fede in modo attivo e concreto: “Studio molto la Bibbia, penso che la gente abbia un’idea sbagliata dei cristiani. Anche noi amiamo il rock. Oggi continuo a suonare dal vivo, sicuramente ho un altro sguardo su quello che ho fatto. Molte delle mie vecchie canzoni erano sicuramente eccessive, ma le mie hit, anche se erano provocatorie, sono del tutto accettabili. È facile bere birra, distruggere le camere d’albergo. Ma essere cristiano è una scelta dura. È questa la vera ribellione” (fonte Il Manifesto).

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L’occhio che batte

A volte capita di imbattermi in citazioni di libri che poi sento l’esigenza di fare miei. E’ il caso di Danny l’eletto di Chaim Potok del 1967. Il passo che mi ha conquistato è questo:

“Gli esseri umani non vivono in perpetuo, Reuven. Viviamo meno di quanto dura un batter d’occhio, se si commisurano le nostre vite all’eternità. Può esser lecito chiedere qual è il valore della vita umana. C’è tanta sofferenza, in questo mondo. Che significa dover tanto soffrire se le nostre vite non sono nient’altro che un batter d’occhio?”
S’interruppe di nuovo, e aveva lo sguardo velato, adesso, poi riprese: “Reuven, ho imparato molto tempo fa che un batter d’occhio è nulla, di per se stesso. Ma l’occhio che batte, quello sì che è qualcosa. Lo spazio di una vita è nulla. Ma l’uomo che la vive, lui sì che è qualcosa. Lui può colmare di significato questo spazio minuscolo, cosicché la sua qualità sia incommensurabile, sebbene la quantità possa essere irrilevante. Comprendi quel che dico? L’uomo deve colmare la sua vita di significato, il significato non viene attribuito automaticamente alla vita. E’ un compito duro, bada, e questo non credo che tu lo comprenda, per ora. Una vita colma di significato è degna di riposo”.

Mi ha fatto venire in mente la differenza tra il sapere oggettivo e il sapere soggettivo: prendiamo ad esempio il morire. Sappiamo che la morte c’è, ce ne accorgiamo continuamente, basta ascoltare o leggere le notizie di ogni giorno. Ma saperlo soggettivamente, ossia farne esperienza quando ci tocca da vicino è tutt’altra cosa. Ecco allora un’altra citazione che utilizzo nelle classi quarte. E’ di Lev Tolstoj, da La morte di Ivan Il’ic:

“Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale”. Per tutta la vita gli era sembrato sempre giusto ma solo in relazione a Caio, non in relazione a se stesso. Un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era né Caio né l’uomo in generale, ma un essere particolarissimo completamente diverso da tutti gli altri esseri: era stato il piccolo Vanja, con la mamma e il papà, Mitja e Volodja, i giocattoli, il cocchiere, la governante, e poi Katen’ka, e tutte le gioie, le amarezze, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza.
Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che il piccolo Vanja amava tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e aveva mai sentito frusciare le pieghe della seta del vestito della mamma, Caio? E Caio aveva mai strepitato tanto per avere i pasticcini quando andava a scuola? E Caio era mai stato innamorato? E Caio sapeva forse presiedere un’udienza in tribunale? Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me, piccolo Vanja, per me, Ivan Il’ic, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, per me è tutta un’altra cosa. Non può essere che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Società

5. Non sprecare le risorse

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale
Immagine tratta dal Corriere

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quinto è esplicato da Antonio Massarutto, docente di Economia pubblica presso l’Università di Udine e direttore di ricerca presso lo Iefe – Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente dell’Università Bocconi di Milano. Lo si può trovare a questo link.

“Evitare gli sprechi, per le generazioni passate, non era un comandamento, ma una necessità. Non discendeva dall’etica, ma dalla penuria. Le cose erano scarse e andavano tenute da conto. Oggi ci siamo affrancati dalla penuria. Di cose, semmai, ne abbiamo troppe, tante da non sapere che farcene. Non per questo lo spreco è diventato virtù. Il problema, semmai, è capire che cosa significhi spreco. Spesso il senso comune ci svia, mettendo in cortocircuito i precetti dei nonni con le necessità di oggi.
«Non una goccia d’acqua scenda al mare senza aver fecondato la terra e mosso una turbina», si diceva un tempo. Sprecare voleva dire non valorizzare. Oggi il guaio è la dissipazione dei valori ecologici dei fiumi, causata dall’uso intensivo. Riciclare i rifiuti, recuperarli, produrne di meno sono gli imperativi dell’economia circolare: ma non per risparmiare materiali (che sovrabbondano). Non si riciclano carta e legno per salvare alberi, ma una foresta ben coltivata assorbe Co2 e mitiga il cambiamento climatico. Né si ricicla il vetro per risparmiare sabbia.
’A munnezza è oro, ma non perché contiene cose preziose, semmai perché gestirla correttamente costa sempre più, specie se teniamo conto delle «esternalità»: inquinamento, consumo di suolo. Riciclare costa, ma costa meno: quindi, non riciclare è uno spreco. Risparmiare energia non serve perché c’è poco petrolio, ma perché bruciare idrocarburi avvelena la Terra e la surriscalda. Chi segue una dieta non lo fa per risparmiare cibo, ma per risparmiarsi l’adipe in eccesso, per essere in forma, per la salute.
L’etica della parsimonia ci serve come una dieta: per non finire come gli ex-umani di Wall-E, obesi di consumi, drogati dalla comodità, fino a dover abbandonare la Terra, ridotta a una discarica. Guai anche a confondere lo spreco con l’ingiustizia distributiva. Il consumo non è un gioco a somma zero, chi spreca non sottrae nulla a chi non ha (semmai, dà opportunità di lavoro in più). Rinunciare a lavarsi non salva nessuno dalla sete.
Le «guerre per l’acqua» sono grandi tragedie della povertà. Sono i tubi, i depuratori, ad essere scarsi: non l’acqua. La gente non ha fame e sete perché mancano cibo e acqua, ma perché è troppo povera per sostenerne il costo. Vero è, tuttavia, che il nostro stile di vita non può essere esteso a 7 miliardi di persone, e non possiamo certo pretendere che siano i popoli recentemente affacciatisi al benessere a farsi da parte. Il pianeta è stretto, e per condividerlo dobbiamo usare le sue risorse in modo più efficiente. Imparando a fare di più con meno.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Religioni, Società

4. Proteggi i bambini e gli anziani

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il quarto è esplicato da Francesca Balocco, docente di teologia sistematica a Forlì, appartenente alla Congregazione delle suore Dorotee. Lo si può trovare a questo link.

“Ricordo un proverbio: il vino buono sta nella botte piccola. Un proverbio usato, a volte, non per esaltare il vino ma per giustificare la piccolezza, come se non fosse abbastanza degna di essere vissuta o abbastanza bella per essere guardata e avessimo bisogno di riempirla con qualcosa di molto buono, per superare il disagio che il piccolo porta in sé. Dovrebbe essere naturale custodire il bambino, così come naturale dovrebbe essere la premura nei confronti dell’anziano, fasi della vita che sono la manifestazione di ciò che è piccolo, precario, debole, vulnerabile…, ma forse non è più così naturale se abbiamo bisogno di un «comandamento» per tutelare l’essere umano nel suo affacciarsi alla vita e nel suo congedarsi da essa. L’inizio e la fine della vita sono l’esposizione, senza filtri, dell’estrema debolezza che caratterizza la nostra umanità. Si nasce e si muore nel segno della fragilità del limite, in quegli istanti indisponibili della nostra vita che ne delimitano il corso nel tempo. Ecco perché i bambini così come gli anziani mettono alla prova la nostra com-passione, la nostra capacità di accogliere ed entrare in un mondo che lascia con forza emergere i bisogni. Il piccolo – di qualunque età – chiede e ci interpella ponendoci davanti al dramma di una decisione: rispondere o ignorare la sua voce. I piccoli dicono, a noi e a loro stessi, la loro esistenza attraverso la fame, la sete, il pianto… restando poi in attesa di qualcuno capace di rispondere a questo grido che in alcuni casi tradisce l’aridità degli affetti.
La custodia dell’indisponibile passa anche dalla capacità di cura di ciò che è piccolo in noi nella nostra vita, in ciò che appartiene alla nostra storia, in ciò che ha una prospettiva di crescita o in ciò che a poco a poco stiamo perdendo. Ma la custodia nei confronti di coloro che necessitano di tutela non può essere semplicemente imposta: è necessario riscoprire la possibilità di chinarci sul loro mondo e guardare la realtà dal loro punto di vista, liberandoci dall’inganno che ci porta a credere che il limite non appartenga alla nostra esperienza di pienezza di umanità. L’infanzia negata o la tarda età denigrata esprimono la violenza che si genera dall’incapacità di riconoscere la dignità del limite e della debolezza. Custodire l’indisponibile significa proteggere la vulnerabilità tanto del bambino quanto dell’anziano,  riappropriarci della possibilità di essere traccia luminosa capace di custodire affettuosamente ed efficacemente la fragilità degli estremi della vita umana.” 

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3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il terzo è esplicato da Giuseppe Remuzzi, nefrologo e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Lo si può trovare a questo link.

Fonte dell’immagine

“«Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento. […]
e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.»

e ancora 

«Perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura?»

si chiede il pastore errante in una delle poesie più belle. Cosa rispondere a lui e a Giacomo Leopardi? Con un comandamento, questo: «Dedicare una attenzione speciale ai primi momenti della vita dell’uomo ma anche agli ultimi».
Perché siamo quello che siamo? Perché siamo ansiosi? O depressi qualche volta? Perché qualcuno di noi è in sovrappeso o alla pressione alta o si ammala di cuore? Dipende – almeno un po’ – da quello che è successo nell’utero che condiziona anche la nostra vita da adulti. Ciò che nostra madre mangiamo in gravidanza, quantità e qualità dei nutrienti (molte mamme dei Paesi poveri per esempio non hanno abbastanza cibo e il feto ne soffre) poi inquinanti, farmaci, infezioni, tutto questo compromette lo sviluppo del feto ma anche il nostro benessere da adulti. E non basta. Stress, tensione, stato mentale della madre – e naturalmente fumo e alcol – riguardano anche la nostra vita da adulti. Persino lo sviluppo del cervello – e quindi intelligenza, temperamento ed emozioni – dipende dall’esperienza dell’utero che coinvolge anche molte delle funzioni dei nostri organi, fegato, pancreas e soprattutto rene. Bambini che nascono sottopeso hanno reni più piccoli e meno glomeruli – le unità funzionali del rene – e da grandi avranno pressione alta, malattie del cuore e diabete.
Ma dedicare un’attenzione speciale ai primi mesi – dentro e fuori dall’utero – non basta, ci vuole un grande riguardo anche per gli ultimi momenti di vita dell’uomo, quelli a cui nessuno di noi di solito pensa mai. Ci si vorrebbe arrivare con un po’ di autonomia, con i minori disagi possibili, con qualcuno che ti spieghi cosa succederà e perché. Non è così quasi mai e allora i giorni o i mesi che precedono la morte saranno un calvario che spesso vanifica tutto quello di buono che c’è stato prima. Le cure intensive degli ultimi giorni, le macchine che respirano per te, il foro nello stomaco per alimentarti e tanto d’altro, ti privano di tutto (inclusi relazioni e affetti che hai passato una vita a costruire) senza che nessuno ti chiede nemmeno se lo vuoi davvero. 
Dall’oggi al domani non decidi più niente, nemmeno delle tue cose più intime, sei vulnerabile come non lo sei mai stato prima. Alla fine muori lo stesso, ma muori disperato.” 

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La figura di Adriana Zarri

Su Settimana News ho recuperato un articolo di Giannino Piana (pubblicato sulla rivista Il gallo) sulla figura di Adriana Zarri, che nel mese di aprile avrebbe compiuto 100 anni.

“Il mondo interiore di Adriana Zarri, una vera mistica del nostro tempo, non è facile da decifrare. Sebbene siano molti i testi di spiritualità che ci ha lasciato – alcuni dei quali di rara intensità (È più facile che un cammello… Gribaudi, Torino 1975; Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978; Erba della mia erba. Resoconto di vita, Cittadella, Assisi 1981; Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2011; Quasi una preghiera, Einaudi, Torino 2012) – la sua figura di donna votata alla vita monastica risulta a chi l’ha conosciuta da vicino (e per un lunghissimo periodo della sua esistenza) caratterizzata da mille sorprendenti sfaccettature che non si lasciano imbrigliare dentro una scrittura, sia pure carica sempre di un’impronta fortemente personale, come la sua.
La ricchezza della personalità e la estrema varietà degli interessi coltivati confluivano in lei attorno a un asse fondamentale, che dava unità alla sua esistenza: la ricerca insonne di Dio in un rapporto stretto con la terra in tutte le sue componenti, dagli uomini agli animali al mondo vegetale, aderendo alle radici contadine, che hanno segnato profondamente la sua identità umana e religiosa (Cf. Con quella luna negli occhi, Einaudi, Torino 2014). È sufficiente ricordare la passione di Adriana per i gatti e, finché le è stato concesso dalla salute, l’allevamento degli animali da cortile e la coltivazione dell’orto.

Ad avvalorare questa visione vi è poi il suo essere donna: l’appartenenza di genere si riflette decisamente anche sulla sua spiritualità, che ha i connotati di una spiritualità al femminile. Anche a questo proposito emerge tuttavia l’originalità di Adriana: la sua adesione alle lotte femministe è stata infatti sempre contrassegnata da un vero (e profondo) coinvolgimento e insieme dalla rivendicazione di una grande libertà e indipendenza di giudizio.
La spiritualità di Adriana coinvolge dunque – come si è accennato – la realtà in tutte le sue dimensioni. Il profumo dei campi nelle diverse stagioni, il colore variegato dei fiori, il fruscio delle fronde e il verso degli animali e, soprattutto, le vicende degli uomini, quelle dei poveri in particolare, segnano l’incontro con un Dio che è dentro la storia: il Dio che si è definitivamente manifestato nella persona di Gesù di Nazaret. Ma l’aspetto che contraddistingue, in modo speciale, il suo approccio, e che la avvicina alla spiritualità francescana, è l’accento posto sull’importanza che ha avuto, nel «farsi carne» (sarx) del Figlio di Dio, la dimensione «spaziale», e non solo «temporale»; il «divenire natura», e non solo storia.
Il creato, in tutta la ricchezza delle sue espressioni, assume il carattere di habitat (spazio opportuno) che, rapportandosi al kairòs (tempo opportuno), conferisce alla dimensione contemplativa un orizzonte cosmico. L’esperienza di Dio nel mondo fa della vita quotidiana, nella molteplicità delle sue espressioni, non solo la sorgente, ma anche la modalità secondo la quale vivere la relazione con il divino. Vi è dunque una profonda continuità tra vita spirituale e vita quotidiana, perché il Dio della rivelazione è – come ci ricorda la lettera ai Filippesi da Adriana spesso citata – colui che in Gesù Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» e «facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).
Dio e mondo sono dunque per Adriana in un rapporto di circolarità: da un lato, la immagine del Dio cristiano non può prescindere dalla sua relazione con il mondo di cui è entrato a far parte; dall’altro, il mondo è da questa relazione riscattato; diviene anticipazione del Regno. Questa visione della realtà, che sollecita l’impegno nel presente e l’attesa del futuro, ha per Adriana una perfetta esplicitazione nella preghiera del Padre nostro, dove alla richiesta del pane quotidiano («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») corrisponde l’invocazione del compiersi del Regno («Venga il tuo Regno») e dell’adempimento della volontà del Padre («Sia fatta la tua volontà») (Mt 6, 9-13).

La dinamica relazionale, che è l’asse portante della spiritualità di Adriana, ha poi nel mistero trinitario le sue radici. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana, che Gesù di Nazaret ha reso trasparente nella sua persona e attraverso la sua azione, è il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: un Dio nel quale la relazione coincide con la stessa natura: le persone che costituiscono il mistero divino sono in quanto si rapportano tra loro.
La definizione che di Dio fornisce la prima lettera di Giovanni: «Dio è carità» (1Gv 4,8) ha qui la sua più profonda motivazione. Trinità e carità sono strettamente correlate e interdipendenti. Solo di un Dio che vive in comunione di persone è infatti possibile dire che è Amore (e non semplicemente che ha l’amore), perché l’amore implica la relazione tra persone, che si costituiscono nel reciproco donarsi. In un libro di preghiere (o di quasi preghiere) che reca significativamente il titolo Tu (Tu. Quasi preghiere, Gribaudi, Torino 1973), Adriana si rivolge a Dio come a Qualcuno cui è possibile dare del tu, giungendo a livelli di intimità che ricordano le grandi esperienze mistiche – da maestro Eckhart a Giovanni della Croce e a Teresa d’Avila – alle quali spesso Adriana fa riferimento nei suoi scritti.
L’incontro profondo, ma sempre inevitabilmente limitato, con il tu divino – la conoscenza di Dio è quaggiù parziale («per speculum et in aenigmate») – è la molla che spinge Adriana ad accostarsi alla morte, che ella considera una componente essenziale della vita – il contatto con la natura cui è stata abituata fin dall’infanzia facilitava la consapevolezza di questa continuità – come al passaggio da questa vita alla vita nuova, nella quale diviene finalmente possibile entrare in una relazione «faccia a faccia» con il Signore, che consente di conoscerlo come egli è («sicuti est»).

La spiritualità di Adriana non si esaurisce tuttavia nella sola adesione ai presupposti fondativi ricordati; si rende concreta in una serie di attitudini esistenziali, due delle quali meritano di essere particolarmente ricordate.
La prima è l’ascolto. Le religioni del Libro sono religioni dell’ascolto: «Ascolta Israele» è l’invito che, fin dall’inizio, Dio rivolge al suo popolo. Ma l’ascolto – Adriana lo mette bene in evidenza – non si esaurisce (e non può esaurirsi) in un semplice sentire; esige un ridimensionamento dell’io per fare spazio all’accoglienza dell’altro e alla comprensione del suo messaggio. Esige la creazione di un clima di silenzio e la disponibilità a fare propria la povertà evangelica, che è insieme sobrietà nei confronti delle cose e apertura fiduciale alla grazia divina. La scoperta del mondo degli altri e dell’Altro è legata all’abbandono di ogni forma di autoreferenzialità, quale frutto di una profonda trasformazione interiore, una vera metanoia.
Una seconda attitudine, particolarmente cara ad Adriana, è la ricettività, che considera un habitus esistenziale in stretta sintonia con il vissuto femminile. Destinata a essere custode della vita, la donna ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di tale attitudine, la quale, lungi dall’identificarsi con la passività, è l’espressione (forse) più alta di attività, in quanto esige, per potersi esplicare, un processo di interiorizzazione, che consenta di riconoscere l’altro nella sua alterità, senza proiezioni mistificatorie. D’altra parte, la ricettività non è soltanto una virtù umana, per quanto grande; è anche – a questo va soprattutto ricondotta l’importanza che Adriana le attribuisce – la condizione fondamentale per vivere la relazione con il Dio cristiano, il quale viene costantemente incontro all’uomo, andando alla sua ricerca anche quando si è colpevolmente allontanato da Lui. La fede non comporta dunque un andare verso Dio, ma un disporsi a riceverlo, creando le condizioni per accoglierlo, lasciandosi fare e amare da Lui.

L’esperienza spirituale fin qui evocata ha per Adriana il suo momento più alto nella preghiera, o meglio nel pregare, il quale, lungi dal ridursi a fare o a dire preghiere, è un vero e proprio modo di essere-al-mondo. Il Dio della rivelazione biblica è il Dio dell’alleanza, che entra in comunione vitale con l’uomo, ma che, al tempo stesso, gli impone di non raffigurarlo né nominarlo, rivendicando in questo modo la sua assoluta Alterità.
La preghiera è dunque ascolto, incontro e relazione, ma è anche rispetto di una distanza che non può mai essere del tutto colmata. È un vivere alla presenza di Dio, fare esperienza dell’essere abitati da Lui, ma è anche riconoscimento dell’assenza; è rifiuto di catturarlo per servirsene, evitando di assumersi fino in fondo la propria responsabilità nel mondo.
La preghiera è una cosa seria che non deve essere separata dal contesto in cui si sviluppa l’esistenza e che implica la confidenza, ma che non può essere viziata da sdolcinature impudiche: il tema del pudore ricorre con frequenza nei testi spirituali di Adriana come un’istanza che deve connotare ogni espressione religiosa.
L’incontro con Dio rinvia all’impegno nel mondo; l’atto cultuale non ha alcun significato se non si traduce in culto spirituale, nella capacità di coniugare incontro con Dio e fedeltà all’uomo e alla terra, immettendo nel dialogo religioso le inquietudini e le speranze umane. La preghiera di Adriana ha questo timbro; da essa scaturisce la militanza che ha contrassegnato l’intera sua esistenza, con la partecipazione diretta alle battaglie contro le diseguaglianze sociali e per la promozione dei diritti civili. L’eremo non è stato per lei un luogo separato dal mondo, ma un angolo appartato dal quale guardare con lucidità e partecipazione le vicende umane e mondane. La solitudine del monaco – Adriana preferiva definirsi così, al maschile, per l’accezione equivoca acquisita dal termine femminile – non è isolamento; è un processo di riappropriazione del mondo interiore, che restituisce all’uomo la libertà, rendendolo capace di esercitare il discernimento profetico nei confronti della realtà.
Una spiritualità, quella di Adriana, la cui grande linearità e coerenza ha suscitato talora forti contestazioni da parte di ambienti ecclesiastici tradizionalisti; ma che ha, nel contempo, favorito la nascita di profonde amicizie religiose e laiche – come non ricordare dom Benedetto Calati e Rossana Rossanda? – che hanno concorso ad arricchire la sua esperienza religiosa e civile (e di cui hanno fruito quanti hanno frequentato i suoi incontri). Una spiritualità, soprattutto, nella quale la tensione alla trascendenza, lungi dal vanificare la dedizione nei confronti dell’uomo e della terra, ha fornito piuttosto lo stimolo all’esercizio di una limpida e feconda testimonianza in favore della città degli uomini.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, libri e fumetti

Divinità e fumetti

Avevo messo da parte questo breve articolo apparso su Wired il 28 ottobre 2017 a firma di Andrea Curiat. Per gli appassionati del settore fumettistico.

“Tutti pazzi per il manga Saint Young Men, di Hikaru Nakamura (per J-Pop prima e Rw-Goen poi). Cosa succederebbe se Gesù e Buddha, stanchi della loro vita ultraterrena, decidessero di passare un po’ di tempo sulla terra, condividendo un appartamento a Tokyo come moderni coinquilini nel Giappone contemporaneo? La risposta in un fumetto leggero, divertente e ironico, con i nostri divini protagonisti alle prese con i problemi e gli svaghi della vita quotidiana, pronti a compiere miracoli e svelare verità universali come se nulla fosse.
Da due anni, ormai, si vociferava della trasposizione del manga non più in un anime (ne sono già usciti due, nel 2012 e nel 2013), ma in una vera e propria serie tv live action. L’attesa dei numerosi fan è stata infine premiata con una webserie disponibile su YouTube, per ora soltanto in giapponese (in attesa degli inevitabili sottotitoli), ma già sufficiente a regalarci delle immagini indimenticabili di due attori nipponici nei panni del messia cristiano e dell’illuminato monaco fondatore del buddismo.
Insomma, la religione trova spazio anche nei fumetti, seppure in versione ironica e leggera. Non è certo la prima volta che sceneggiatori e disegnatori di tutto il mondo provano a dare una rappresentazione del divino, più o meno irriverente, più o meno fedele. Ecco allora 5 esempi di (un) Dio, come visto dal mondo dei fumetti.

La Presenza (DC Comics)
No, non è Superman l’essere più forte dell’Universo Dc. E no, non è neanche il suo avversario cosmico Darkseid. La divinità creatrice e onnipotente dei fumetti Dc è nota solo con il nome di Presenza, ed è una rappresentazione neanche troppo celata del Dio giudeo-cristiano. Dalla Presenza scaturiscono i poteri dello Spettro, gli Eterni descritti da Neil Gaiman in Sandman, i Nuovi Dei di Jack Kirby e tutti gli eventi chiave che hanno segnato la storia del multiverso Dc.

Jack Kirby (Marvel Comics)
Chi è, allora, il Dio dei Marvel Comics? Ovviamente, Jack Kirby. La rivelazione (è il caso di dirlo) giunge ai Fantastici Quattro durante un celebre ciclo di storie firmate da Mark Waid e dal compianto Mike Wieringo, durante il quale lo scientifico Reed Richards decide di viaggiare sino al Paradiso per riportare a casa l’anima del defunto Ben Grimm, alias la Cosa. Al vertice della creazione, il quartetto trova il Re dei fumetti, che con la sua matita divina può riscrivere qualsiasi aspetto della realtà in cui operano i supereroi Marvel. Un’interpretazione decisamente “meta” della divinità. E sicuramente il sorridente Stan Lee avrebbe qualcosa da ridire sulla scelta di Jack Kirby come Dio dei fumetti…

Le divinità di Testament
Tra il 2006 e il 2008, la Vertigo (etichetta Dc Comics rivolta a lettori maturi) ha pubblicato il coraggioso Testament, di Douglas Rushkoff e Liam Sharp, un fumetto che narra la storia dell’umanità nel passato, presente e futuro, esposta alla volontà e al conflitto per la supremazia spirituale tra le divinità pagane e due versioni del Dio giudeo-cristiano: Elijah, il Dio raffigurato nella Bibbia, e un nuovo “Vero e solo Dio“.  Qui la storia di Abramo e Isacco si intreccia con quella di Jake Stern, giovane studente di un futuro prossimo. Inedito in Italia.

Il Dio di Preacher
Nessuna opera raffigura al meglio lo spirito dirompente e irriverente dei fumetti degli anni ’90 come Preacher di Garth Ennis e Steve Dillon (a proposito, state guardando la serie tv?). Qui, l’ex-predicatore Jesse Custer, la sua fidanzata Tulip O’Hare e il vampiro Cassidy sono a caccia di una divinità che ha abbandonato il proprio posto in Paradiso per nascondersi da Genesis, essere nato dall’unione tra un angelo e un diavolo, e tanto potente da rivaleggiare con il Paradiso intero. Una visione della religione studiata a tavolino per scandalizzare o divertire, a seconda dell’inclinazione del lettore su questi temi. Edito in Italia da Rw Lion (formati vari).

Le divinità di Supergod
Altro giro, altra provocazione intellettuale. Se gli dei non vanno all’umanità, sarà l’umanità a creare gli dei. Tramite ingegneria genetica, intelligenza artificiale, viaggi nello spazio, le nazioni del mondo creano in laboratorio degli esseri dai poteri divini, sperando di risolvere i propri problemi – o di poterli utilizzare come armi finali in una guerra fredda. Ne deriva una escalation senza ritorno in cui il supergod Krishna stermina gli abitanti dell’India per salvare il Paese dall’inquinamento, e tutti gli sforzi per fermarlo non sembrano far altro che peggiorare la situazione, sino a una vera e propria Apocalisse biblica. Raccolto in volume da Edizioni Bd (156 pp, 13 euro).”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Filosofia e teologia, opinioni, Pensatoio, Scienze e tecnologia, Scuola, sfoghi, Società

Un’arsura di senso

Riprendo la questione della manifestazione per il clima del 15 marzo, su cui avevo già detto brevemente la mia, attraverso due diversi pezzi: uno di riflessione e uno di inchiesta. Il primo è questo qui sotto di Alessandro D’Avenia. Il secondo, nel prossimo post…

Fonte dell’immagine

«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle operazioni mie, sempre ebbi e ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e mezzo, io non me n’avvedo, se non rarissime volte: se io vi diletto o vi benefico, non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle cose, o non fo quelle azioni, per dilettarvi o giovarvi. E se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei». Così la Natura risponde al protagonista del famoso dialogo leopardiano, l’Islandese che ha cercato in tutti i modi una felicità che sembra incompatibile con una vita ferita dalla fragilità, dagli altri e dalla realtà. Egli, scoperta la propria irrilevanza e l’indifferenza della Natura, sferra l’ultima domanda: «Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o giova questa vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e morte di tutte le cose che lo compongono?». La Natura tace e l’Islandese in attesa della risposta muore: o divorato da due leoni affamati che sopravvivono qualche ora grazie al misero pasto; o essiccato da un vento equatoriale, che lo ricopre di sabbia e lo trasforma in una mummia conservata in un museo europeo…
Per Leopardi la Natura è un fatale meccanismo indifferente e necessario di cui l’uomo è, suo malgrado, l’unico frammento consapevole e autocosciente. Sapendo di esistere egli va oltre la Natura, la trascende, la supera: è più che naturale, è sopra-naturale. Così diventa un ricercatore di senso ma, alla domanda: «Se tutto deve morire a che serve vivere?», la Natura non sa rispondere. Leopardi sa che l’uomo è vivo proprio se non rinuncia a questa domanda da cui ha origine la creatività umana: con la cultura infatti l’uomo cerca di affrancarsi dalla corsa dell’entropia verso l’abisso e di contrastare la fine di tutte le cose. Non a caso i gesti con cui è iniziata la novità umana sono stati scheggiare la pietra, seppellire i morti, dipingere le grotte: con la cultura l’uomo, faber e sapiens, realizza la vita autenticamente umana in dialogo con la Natura, che riceve come dono e come compito.
Sono migliaia gli adolescenti scesi in piazza in quello che è stato considerato uno dei più sorprendenti fenomeni di massa dal ‘68: il #fridayforfuture. Adolescenti di fatto perfettamente integrati nella fede del Progresso e nei ritmi di produzione di cui godono il benessere e gli strumenti, si sono riversati in tutte le città occidentali spinti dal richiamo di una sedicenne svedese: Greta Thunberg. Vogliono forse vivere in campagna o tornare al mondo senza cellulari, televisori, motorini, computer, frigoriferi, aerei? Dubito. Non rinunceranno ai trionfi della Tecnica, ma credo abbiano nostalgia dell’armonia perduta tra Natura e Uomo. Naturalmente il sogno della sedicenne è stato subito – come ormai capita sistematicamente – da un lato strumentalizzato, dall’altro reso oggetto di feroci critiche. C’è chi la santifica facendone la profetessa di una vecchia religione in cui la Natura è il Bene e l’uomo il Male, le offre pulpiti e premi impensabili per la sua età, e un libro in uscita in tante lingue; c’è chi la ritiene il fantoccio di un complotto globale o la «gallina dalle uova d’oro» di genitori avidi. Di fatto, è un iconico capro espiatorio delle ideologie degli adulti, abbattuta da alcuni e divinizzata da altri, per aggregare le loro forze esangui e disperse. Ma al di là delle strumentalizzazioni e dell’azione degli spin doctor dell’opinione pubblica, che cosa ha fatto sì che i giovani rispondessero? Che cosa rappresenta per loro «questa» ragazza? Questo mi interessa prima del suo messaggio climatico, sul merito del quale proprio la scienza è tutt’altro che unanime.
Greta, come l’Islandese, ha incontrato la Natura ma, questa volta, l’ha trovata in crisi. Il dialogo leopardiano si è ribaltato: l’uomo si è vendicato della divina indifferenza naturale e si è liberato dal suo giogo. Il divorzio tra Natura e Uomo è sancito in Occidente nel XVII secolo da Francesco Bacone, che si sbarazzò della tradizione secolare per cui la verità sulle cose e sull’uomo era un’armonia divina da indagare e rispettare. Il filosofo immaginò Nuova Atlantide, città-laboratorio governata da scienziati che a qualsiasi costo devono garantire il benessere ai cittadini, la loro scienza è finalizzata alla tecnica, che serve a incatenare la Natura: «sapere è potere». La cultura non serve più a curare e ampliare il Giardino, che nel racconto biblico Dio affida ad Adamo da «custodire e coltivare» (Gn 2,15), ma a costruire un giardino alternativo, artificiale: tutto fatto dall’uomo e finalmente libero dal male. Bacone inaugura la fede nel Progresso, religione che, rimosso Dio, l’uomo occidentale ha del tutto interiorizzato, diventando l’uomo-dio raccontato di recente da Harari in Sapiens e in Homo-Deus. Il XXI sarà il secolo della biologia-cibernetica, l’uomo diventerà totalmente padrone della vita e della morte, gli ultimi presidi che la Tecnica cerca di strappare alla Natura. La conseguenza, già in atto, è una cultura che ha disfatto qualsiasi verità non «costruita» da noi: non avendo su cosa radicare il proprio stare al mondo e il senso da dare al viaggio, l’io-soggetto, ciò che sta sotto (sub-iectum) e cresce affrontando i conflitti della vita, si è sbriciolato, lasciando l’io-individuo, un io senza fondamento e destino, che deve creare e procurasi con le sue forze (se le ha): «Puoi e devi diventare ciò che vuoi: sei onnipotente». Chi nasce non riceve più la patente dell’esistenza, se la deve conquistare, ma le tante verità contraddittorie a disposizione non gli permettono di farsi «soggetto»: è un oggetto in balia di correnti emotive e di potere, una pianta che comincia dallo stelo e deve poi procurarsi le radici. Non sa da dove viene e quindi chi è e dove va, e si oppone alla disintegrazione interiore con uno sforzo titanico della volontà ma, non cercando e non trovando dentro di sé quello che vuole diventare, fallisce e si sfinisce, come mostrano disagi psichici, dipendenze e suicidi. Non può trasformare il destino ricevuto, ciò che è, in destinazione: sospeso nel vuoto egli deve fabbricarsi da solo il pavimento su cui camminare, il terreno in cui mettere radici per slanciarsi nella vita. Che cosa sono i beat rabbiosi e tribali del rap, tanto amati dai ragazzi, se non il bisogno di ancorarsi a qualcosa di primordiale, proprio mentre si solleva il frastuono di una vita che va in pezzi? Ci stanno forse chiedendo una vita più «naturale»?
Gli adulti affondano e i ragazzi cercano in una coetanea l’indicazione di un fondamento. Un tragicomico ribaltamento delle parti, in cui i giovani provano a ri-fondarsi, e gli adulti, invece di consegnare loro una storia da cui partire, li inseguono, imitano o usano. I ragazzi, orfani di senso, intravedono una via d’uscita dal nichilismo adulto, in un nuovo eroismo: vorrebbero essere come Greta, avere una visione che li definisca, li unisca e dia senso alla vita. «La Natura è una struttura stupenda che possiamo capire solo in modo molto imperfetto e davanti alla quale una persona riflessiva deve sentirsi pervasa da un profondo senso di umiltà. La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri», scrive Einstein: o torniamo a indagare i pensieri di Dio come creature, parola latina che indica una vita ricevuta da custodire e portare a compimento con slancio e rispetto, o distruggeremo il creato. Siamo giardinieri non creatori: la Vita non l’abbiamo fatta noi e non è a nostra totale disposizione, non c’è bisogno di essere credenti per vederlo, basta osservare la realtà e conoscere un po’ di storia. La vita umana è una corrente tra i due poli di necessità e libertà, terra e cielo, natura e cultura: se non li teniamo uniti e distinti in una verità superiore, continueremo a inquinare la Vita, e di conseguenza la Terra. L’assenza di senso, alimentando individualismo, nichilismo e consumismo, porta a non avere niente e nessuno da rispettare, ma solo potere da affermare: questo è il clima in cui la Vita soffoca e muore.
Una sedicenne ha risvegliato nella sua generazione la nostalgia di una Vita «naturale». Ma credo che prima di «che mondo lascerete ai vostri figli?» ci stia chiedendo «a quali figli lo lascerete?». Lo sapranno curare e sviluppare solo quelli a cui avremo dato non solo la vita ma il senso della vita. E che senso ha? Lo sappiamo dire loro? La risposta non ce l’hanno né il Progresso né la Natura. Il letto da rifare è allora chiedere periodicamente a vostro figlio/a: «Che cosa fai oggi per rendere la Vita migliore di come l’hai trovata?». E se di rimando vi chiederà: «Tu cosa fai?». Che cosa risponderete (oltre a: «ho fatto te»)?”

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Tempo di Quaresima

Giorgio Vasari, Vegliardi dell’Apocalisse, 1572-74, Santa Maria del Fiore, Firenze

All’inizio di questo tempo di Quaresima ero fuori casa e lontano dal computer. Per cui recupero oggi, attraverso i consigli di lettura di Gianfranco Ravasi pubblicati ieri su Il Sole 24 Ore e che ho reperito sul sito del Cortile dei Gentili.

“In una società così secolarizzata la Quaresima è una parola ignorata e forse ignota, se non nello stereotipo «faccia da quaresima». Nella storia della cultura occidentale è stato, però, un tempo ricco di simbolismi e di pratiche spirituali: si pensi solo al digiuno, un segno carico di significati anche caritativi, tipico pure di altre fedi (ad esempio, il Kippur ebraico e il Ramadan musulmano), da non equivocare con la dieta che ne è solo una scimmiottatura “laica”. Ma il cuore di questo arco temporale di quaranta giorni che è iniziato mercoledì scorso col rito delle Ceneri – vero e proprio schiaffo alla superficialità vana e vacua contemporanea – è la tensione verso la Pasqua. Abbiamo, così, voluto infilare una collana di testi – tra i tanti apparsi in questo periodo – che si proiettano idealmente verso una meta “pasquale”.
È la meta suprema della storia, configurata nella risurrezione di Cristo, che è l’irruzione dell’eterno nel tempo, del divino nel creaturale, dell’infinito nel relativo. In questa prospettiva l’opera più alta, vero e proprio vessillo non solo religioso ma anche artistico, è l’Apocalisse. Nella sterminata letteratura che l’ha commentata, ricreata, attualizzata e persino deformata facciamo emergere un testo lasciato in eredità da uno dei maggiori studiosi di quest’opera, il gesuita italo-argentino Ugo Vanni, scomparso a Roma a 89 anni lo scorso 27 settembre. Un discepolo, Luca Pedroli, ha edito la lettura integrale condotta dal suo maestro su quelle pagine sacre, adatte certo a palati forti, ma aliene dall’eccitazione oracolare o dalla vena catastrofica alla Apocalypse now in cui sono state compresse. L’opera, sottoposta a varie ermeneutiche millenaristiche, apocalittiche, esoteriche, storiche, allegoriche e così via, è collocata da Vanni in un grembo ecclesiale liturgico nel quale s’intrecciano e interagiscono, attraverso l’efficacia del rito, storia ed escatologia, presenza e attesa, il realismo amaro della persecuzione e la scenografica luminosa della nuova Gerusalemme futura. L’imponente commento di Vanni, preceduto da un volume a parte con un’introduzione generale e col testo tradotto e accompagnato dal greco a fronte, è una straordinaria guida per varcare l’orizzonte letterario e teologico di quest’opera dalla quale non si può uscire indenni.
Accanto a questo monumento esegetico collochiamo il mini-libretto di Harry O. Maier dell’università di Vancouver che punta, invece, a disegnare uno schizzo sull’attualità dell’Apocalisse, codice interpretativo del “tempo presente” e del “senso della fine” (o piuttosto del fine) della storia. Lo studioso canadese s’interroga: «L’Apocalisse può darci qualcosa in cui sperare che non sia solamente una morte inevitabile raggiunta dopo tante delusioni e sofferenze?». E la sua è una vivace risposta positiva, piena di ammiccamenti a varie vicende odierne.
Ma lo sguardo su quell’“oltre” può essere ben più acuto e capace di perforare la trama globale della storia alla ricerca di un filo dinamico segreto in tensione verso un Oltre trascendente. È ciò che ha fatto una teologa tedesca dell’Eberhard-Karls-Universität di Tubinga, Johanna Rahner, classe 1962, che porta il cognome di uno dei maggiori teologi del secolo scorso, Karl Rahner. La sua s’intitola esplicitamente Introduzione all’escatologia cristiana: eppure non esita a varcare le frontiere minate dei territori misteriosi fatti balenare da questa disciplina teologica. Intendiamo alludere a quelle domande che spesso si archiviano perché generano vertigini o rigetti: che cos’è la risurrezione del corpo e dell’anima? Che valore ha la scenografia del giudizio finale? Che senso ha per l’uomo contemporaneo smaliziato far balenare immagini paradisiache o infernali? L’idea di una stasi purgatoriale oltre la morte è una mitologia arcaica o può essere ricondotta a una prospettiva concettuale coerente? La reincarnazione è compatibile con un’escatologia cristiana? E più brutalmente: esiste una legittima ermeneutica dell’immaginario cristiano sull’oltrevita così da riconoscerne o negarne l’esistenza? Queste e tante altre questioni affiorano in pagine terse e vivaci che non esitano a citare, accanto ai teologi e filosofi paludati, anche la Arendt e Benjamin, Brecht e Camus, Darwin e Foucault, Klee e Keplero-Copernico-Newton-Galilei e così via.
Rimane, comunque, una certezza: quegli orizzonti estremi, sempre rimossi, ritornano a galla e ci assillano, credenti e no, perché «dove si perde la capacità di sperare nel futuro, anche quello oltre la morte, alla fine si perde ciò che è propriamente umano». Anche in questo caso, a lato dell’architettura ideale sontuosa della Rahner, poniamo un mini-testo, scritto da un teologo raffinato come Rosino Gibellini che in poche pagine riesce a raccogliere il succo di un’insonne ricerca di molti, rubricandolo sotto il titolo modesto ma accattivante di Meditazione sulle realtà ultime. In realtà si tratta di una sintesi della ricerca sul tema dell’escatologia nella riflessione teologica del secolo scorso, che è simile a un delta molto ramificato di questioni e che ha coinvolto i maggiori pensatori. Essi si sono confrontati sulla dialettica tra morte e vita in Dio, sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei morti (categorie apparentemente alternative), sulla preghiera per i defunti, una prassi tradizionale nella cristianità e così via.

Certo è che affacciarsi sull’eterno e sull’infinito con la nostra attrezzatura gnoseologica ancorata a linguaggi e strutture spazio-temporali è un’impresa ardua. È ciò che anche l’ebraismo ha sperimentato attraverso vari sguardi. Uno di questi è la celebrazione del sabato, Un momento di eternità, come recita il titolo di un saggio di Benjamin Gross, della nota Università israeliana di Bar-Ilan, scomparso nel 2015. La filigrana di rimandi biblici e giudaici, molto attraente, regge una riflessione che scopre del sabato non solo la sua dimensione storica, familiare, sociale, liturgica, etica ma proprio il suo essere segno di pienezza. Non spazio temporale vuoto, ma spina nel fianco delle divagazioni e distrazioni della nostra cultura, così che l’occhio dell’anima si protenda verso il futuro escatologico.
È «un assaggio di eternità», come lo definiva Abraham J. Heschel nel suo famoso Il Sabato (ultima edizione presso Garzanti nel 1999), tentativo felice di mostrarne «il significato per l’uomo moderno». Concludiamo, allora, questa nostra carrellata libraria stando sulla porta della Quaresima, tempo “pasquale” germinale, con una testimonianza del fisico Giuliano Toraldo di Francia rilasciata anni fa durante un congresso su Teilhard de Chardin: «Sono un agnostico, ma leggendo le opere di questo gesuita scienziato capisco il suo tentativo di trovare un senso all’avventura del mondo e alla nostra vita. Se Dio è il nome di questo senso, anch’io posso pregare: In te, Domine, speravi».

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La sacralità della terra

E’ un argomento che affrontiamo specificatamente in quinta quello della globalizzazione, dello sviluppo e delle risorse del nostro pianeta. Ma cerco di pubblicare spesso articoli sul tema, in modo che anche studenti delle altre classi possano leggere qualcosa.
Oggi, su Vatican Insider, l’approfondimento de La Stampa dedicato a quanto succede intorno al pianeta-Chiesa, Iacopo Scaramuzzi ha scritto dell’incontro tra Papa Francesco e i partecipanti alla conferenza “Religions and the Sustainable Development Goals”.

“Il Papa ha messo in guardia dal «sentiero pericoloso» di ridurre lo sviluppo alla crescita del Prodotto interno lordo (PIL), una convenzione che porta a «sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani», in un discorso dedicato all’Agenda internazionale 2030 per uno sviluppo sostenibile, ricordando che, invece, è necessaria una «impostazione integrata degli obiettivi» e bisogna «rispondere adeguatamente sia al grido della terra sia al grido dei poveri». Francesco ha citato in particolare il modello delle popolazioni indigene, in vista del Sinodo sull’Amazzonia del prossimo ottobre, mettendo in evidenza che «sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale, esse si prendono cura di quasi il 22% della superficie terrestre».
«Proporre un dialogo su uno sviluppo inclusivo e sostenibile richiede anche di riconoscere che “sviluppo” è un concetto complesso, spesso strumentalizzato», ha detto il Papa nell’udienza ai partecipanti alla conferenza “Religions and the Sustainable Development Goals (SDGs): Listening to the cry of the earth and of the poor” (Le religioni e gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile: ascoltare il grido della terra e del povero), organizzata da ieri a domani dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e dal pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso.
«Quando parliamo di sviluppo dobbiamo sempre chiarire: sviluppo di cosa? Sviluppo per chi? Per troppo tempo l’idea convenzionale di sviluppo è stata quasi interamente limitata alla crescita economica», ha sottolineato Francesco. «Gli indicatori di sviluppo nazionale si sono basati sugli indici del prodotto interno lordo (PIL). Ciò ha guidato il sistema economico moderno su un sentiero pericoloso, che ha valutato il progresso solo in termini di crescita materiale, per il quale siamo quasi obbligati a sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani».
E invece, «come ha messo in risalto il mio predecessore San Paolo VI – ha proseguito il Pontefice – parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone – non solo a pochi – e all’intera persona umana – non alla sola dimensione materiale». Pertanto, «una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica, perché non possiamo svilupparci come esseri umani fomentando crescenti disuguaglianze e il degrado dell’ambiente».
Papa Francesco, che ha citato ampiamente la Caritas in veritate di Benedetto XVI ed ha menzionato l’appello di Giovanni Paolo II ad una «conversione ecologica», ha notato che «l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite propone di integrare tutti gli obiettivi attraverso le “cinque P”: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership», una «impostazione integrata», ripresa anche dalla conferenza vaticana, che, ha proseguito Francesco citando la sua enciclica Laudato si’ «può servire anche a preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della crescita e del consumo illimitati, per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico. Possiamo ancora trovare alcuni che sostengono ostinatamente questo mito, e dicono che i problemi sociali ed ecologici si risolvono semplicemente con l’applicazione di nuove tecnologie e senza considerazioni etiche né cambiamenti di fondo», e invece «un approccio integrale ci insegna che questo non è vero» poiché «gli obiettivi economici e politici devono essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di atteggiamento, la Bibbia direbbe un cambiamento di cuore».
Quanto alla risposta delle «persone religiose», il Papa ha messo in evidenza, in particolare, il ruolo delle popolazioni indigene: «Sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale, esse si prendono cura di quasi il 22% della superficie terrestre. Vivendo in aree quali l’Amazzonia e l’Artico, aiutano a proteggere circa l’80% della biodiversità del pianeta». Inoltre, «in un mondo fortemente secolarizzato, tali popolazioni ricordano a tutti la sacralità della nostra terra. Per questi motivi, la loro voce e le loro preoccupazioni dovrebbero essere al centro dell’attuazione dell’Agenda 2030 e al centro della ricerca di nuove strade per un futuro sostenibile. Ne discuterò anche – ha sottolineato il Papa – con i miei fratelli Vescovi al Sinodo della Regione Panamazzonica, alla fine di ottobre di quest’anno».
Papa Francesco ha concluso il suo discorso evidenziando che «le sfide sono complesse e hanno molteplici cause; la risposta pertanto non può che essere a sua volta complessa e articolata, rispettosa delle diverse ricchezze culturali dei popoli. Se siamo veramente preoccupati di sviluppare un’ecologia capace di rimediare al danno che abbiamo fatto, nessuna branca delle scienze e nessuna forma di saggezza dovrebbero essere tralasciate, e ciò include le religioni e i linguaggi ad esse peculiari. Le religioni – ha detto Jorge Mario Bergoglio citando la Popolorum progressio di Paolo VI – possono aiutarci a camminare sulla via di un reale sviluppo integrale, che è il nuovo nome della pace».

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Rischio tecnocrazia

“Roboetica: Persone, Macchine, Salute” è il titolo del Workshop aperto al pubblico che si è svolto il 25 e 26 febbraio 2019, all’interno dell’Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita. Papa Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria e Salvatore Cernuzio ne ha scritto su La Stampa.

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“La macchina che domina l’uomo, i robot che sostituiscono la persona umana, la logica del dispositivo che soppianta la ragione umana. Il futuro distopico prefigurato da cinema e letteratura già mezzo secolo fa rischia di divenire un pericolo reale con l’avvento e l’aumento delle nuove tecnologie. Il monito non giunge da scienziati e antropologi ma da Papa Francesco, il quale […] avverte: «L’odierna evoluzione della capacità tecnica produce un incantamento pericoloso: invece di consegnare alla vita umana gli strumenti che ne migliorano la cura, si corre il rischio di consegnare la vita alla logica dei dispositivi che ne decidono il valore».
Un vero e proprio «rovesciamento» che, secondo Bergoglio, è destinato a produrre «esiti nefasti: la macchina non si limita a guidarsi da sola, ma finisce per guidare l’uomo. La ragione umana viene così ridotta a una razionalità alienata degli effetti, che non può essere considerata degna dell’uomo». In questo senso va rivista la denominazione stessa di “intelligenza artificiale” che, «pur certamente di effetto, può rischiare di essere fuorviante», annota Francesco. «I termini occultano il fatto che – a dispetto dell’utile assolvimento di compiti servili (è il significato originario del termine “robot”) –, gli automatismi funzionali rimangono qualitativamente distanti dalle prerogative umane del sapere e dell’agire. E pertanto possono diventare socialmente pericolosi». È del resto già reale «il rischio che l’uomo venga tecnologizzato, invece che la tecnica umanizzata»: lo si vede già adesso che «a “macchine intelligenti” vengono frettolosamente attribuite capacità che sono propriamente umane». Bisogna allora «comprendere meglio che cosa significano, in questo contesto, l’intelligenza, la coscienza, l’emotività, l’intenzionalità affettiva e l’autonomia dell’agire morale», dice il Pontefice. «I dispositivi artificiali che simulano capacità umane, in realtà, sono privi di qualità umana», aggiunge. «Occorre tenerne conto per orientare la regolamentazione del loro impiego, e la ricerca stessa, verso una interazione costruttiva ed equa tra gli esseri umani e le più recenti versioni di macchine» che si diffondono a vista d’occhio nel mondo e «trasformano radicalmente lo scenario della nostra esistenza». «Se sapremo far valere anche nei fatti questi riferimenti, le straordinarie potenzialità dei nuovi ritrovati potranno irradiare i loro benefici su ogni persona e sull’umanità intera», assicura il Papa.
Il primo passo è ricominciare a comprendere la tecnologia non come forza «estranea e ostile» all’uomo, ma come «prodotto del suo ingegno attraverso cui provvede alle esigenze del vivere per sé e per gli altri». La tecnologia dovrebbe apparire «una modalità specificamente umana di abitare il mondo», sottolinea il Pontefice. Oggi invece si assiste ad un «drammatico paradosso»: «Proprio quando l’umanità possiede le capacità scientifiche e tecniche per ottenere un benessere equamente diffuso, secondo la consegna di Dio, osserviamo un inasprimento dei conflitti e una crescita delle disuguaglianze».
Declina così «il mito illuminista del progresso» e «l’accumularsi delle potenzialità che la scienza e la tecnica ci hanno fornito non sempre ottiene i risultati sperati». Anzi, mentre da un lato «lo sviluppo tecnologico ci ha permesso di risolvere problemi fino a pochi anni fa insormontabili», dall’altro emergono «difficoltà e minacce talvolta più insidiose delle precedenti», afferma Papa Francesco. «Il “poter fare” rischia di oscurare il chi fa e il per chi si fa. Il sistema tecnocratico basato sul criterio dell’efficienza non risponde ai più profondi interrogativi che l’uomo si pone; e se da una parte non è possibile fare a meno delle sue risorse, dall’altra esso impone la sua logica a chi le usa».”
Non solo. Si assiste anche ad un progressivo «logorarsi» del tessuto delle relazioni familiari e sociali e si diffonde sempre di più «una tendenza a chiudersi su di sé e sui propri interessi individuali, con gravi conseguenze sulla grande e decisiva questione dell’unità della famiglia umana e del suo futuro». E se a tutto ciò aggiungiamo anche «i gravi danni causati al pianeta, nostra casa comune, dall’impiego indiscriminato dei mezzi tecnici», risulta chiaro che le prospettive del futuro siano piuttosto negative.
Il Papa esorta allora a ripristinare quel concetto di «ecologia integrale» descritto e promosso nella Laudato si’: nel mondo odierno, «segnato da una stretta interazione tra diverse culture», occorre portare lo specifico contributo dei credenti alla ricerca di «criteri operativi universalmente condivisibili, che siano punti di riferimento comuni per le scelte di chi ha la grave responsabilità di decisioni da prendere sul piano nazionale e internazionale», afferma.
In quest’ottica, «l’intelligenza artificiale, la robotica e le altre innovazioni tecnologiche» vanno impiegate «al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune invece che per l’esatto opposto, come purtroppo prevedono alcune stime», chiosa il Pontefice. «L’inerente dignità di ogni essere umano va posta tenacemente al centro della nostra riflessione e della nostra azione».”

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Custodita senza eccezioni

Come ogni anno, nelle classi terze, affrontiamo l’argomento della pena di morte. In una vi siamo dentro già da un po’, nelle altre stiamo per iniziare. Poco fa è stato rilanciato dai social un brevissimo video di papa Francesco sul tema. Così ne scrive Paolo Petrini su La Stampa:

“«Ogni vita è un bene e la sua dignità deve essere custodita senza eccezioni. La pena di morte è quindi una grave violazione del diritto alla vita di ogni persona». Lo afferma Papa Francesco nel videomessaggio inviato al VII Congresso mondiale contro la pena di morte, in corso al Parlamento europeo a Bruxelles fino al 1° marzo, promosso dalla Ong “Ecpm” (Together Against the Death Penalty – Insieme contro la pena di morte), in collaborazione con la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.
«Vi accompagno con la mia preghiera e incoraggio il vostro lavoro e quello dei governanti e di tutti coloro che hanno responsabilità nei loro Paesi a compiere i passi necessari verso l’abolizione totale della pena di morte», dice Francesco nel filmato. «È vero che le società e le comunità umane devono affrontare spesso problemi molto gravi che minacciano il bene comune e la sicurezza delle persone, ma oggi ci sono altri mezzi per espiare il danno causato, la detenzione è sempre più efficace nel proteggere la società».
«Non si può mai abbandonare la convinzione di offrire a chi si è macchiato di crimini la possibilità di pentirsi», insiste ancora il Pontefice, «nessuno può essere ucciso e privato dell’opportunità di abbracciare nuovamente la comunità che ha ferito e fatto soffrire». La pena di morte, infatti, è «una grave violazione del diritto alla vita di ogni persona». «L’obiettivo dell’abolizione della pena di morte in tutto il mondo rappresenta una coraggiosa difesa della dignità della persona e la convinzione che l’uomo può affrontare il crimine, così come respingere il male, offrendo al condannato il possibilità e il tempo per riparare il danno commesso, pensare alla sue azione e quindi essere in grado di cambiare la vita, almeno interiormente».
Nel video messaggio Francesco cita anche la recente modifica al testo del Catechismo della Chiesa cattolica relativo alla pena capitale. «La Chiesa insegna alla luce del Vangelo che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».
Per il Papa, è un fattore positivo «il fatto che sempre più Paesi scommettano sulla vita e non sulla pena di morte o addirittura l’abbiano completamente eliminata dalla loro legislazione penale». Per continuare a procedere in questa direzione, Papa Francesco esorta a «riconoscere la dignità di ogni persona» e a «lavorare in modo che non vengano eliminate altre vite, ma guadagnate per il bene della società nel suo complesso».