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Turchia: Il rapporto tra laicità e democrazia

Inserico un breve mp3 di Alessandro Politi.

http://oradireli.myblog.it/media/01/01/721d2f5ee2059c7923edbc2a4f761422.mp3

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Turchia

Turchia – Istanbul – 23.7.2007
Erdogan, e chi altri
Economia, politica, religione, riforme: perché metà della Turchia ha votato Akp0e1d88942eabdbb5dacfd325fce60f59.jpg

Se dovevano essere le elezioni per l’anima della Turchia, come erano state presentate dai partiti laici, metà del Paese dovrebbe essere sul chi va là per la deriva verso una repubblica islamica, un ritorno al Medioevo, con le libertà sociali in pericolo. Il giorno dopo il trionfo elettorale dell’Akp, invece, Istanbul si è svegliata con la tranquillità di chi sa che in fondo non poteva non andare così, e che in fondo c’è poco di cui preoccuparsi.
Solitamente restie a parlare della questione prima delle elezioni, le tante giovani di Istanbul che portano il velo non hanno problemi ad ammettere, con un sorriso, il loro inevitabile voto per l’Akp. Ma non necessariamente per motivi religiosi. Come Arzu, fazzoletto azzurro attorno ai capelli e borsetta alla moda. “Porto il velo e per me la religione è importante. Ma credimi, ho votato Akp per motivi politici: gli altri partiti non hanno un programma alternativo, si posizionano semplicemente contro Erdogan e seminano paure sui veri motivi di chi vuole vivere rispettando la sua religione. Ti pare che io voglia una Turchia come l’Iran, una repubblica islamica? Il laicismo per me è importante, ma per come funziona ora non è una vera libertà. Se io chiedo il diritto di poter portare il velo all’università non significa che voglio che lo portino tutte. Ognuno dovrebbe essere libero di fare come vuole”.
Anche Ozlem, velo bianco e un filo di trucco sugli occhi, dice che il suo voto per l’Akp non è stato determinato solo dalla religione. “L’economia sta andando bene, negli ultimi cinque anni il governo ha introdotto riforme importanti, la strada mi sembra tracciata. E ci sono tanti altri cambiamenti da fare”. Non in senso più religioso, come potrebbe venir naturale pensare. Ozlem parla di cose pratiche: “Il sistema dell’istruzione si basa su concetti antiquati. Io mi sono appena laureata per diventare insegnante di inglese. Ma all’esame finale mi hanno fatto domande di matematica, storia, lingua turca. Non una domanda per testare la mia conoscenza dell’inglese”.
L’Akp ha conquistato anche molti volti di chi non è necessariamente religioso. Uno di questi è Necip, un giovane commerciante con ragazza a capo scoperto. “Non mi sorprende il trionfo dell’Akp: in campagna elettorale il Chp ha cercato di mettere paura alla gente, ha provato a sollevare scandali come quello sul costoso orologio di Erdogan o sulla barca del figlio, ma è chiaro che la gente non gli ha dato ascolto. Non c’era alternativa al votare Akp: dovrebbero essere loro i conservatori, ma vogliono più loro le riforme rispetto a quelli che in teoria sarebbero progressisti. Vanno verso la modernità e pensano anche ai più poveri, mentre il partito che dovrebbe essere di sinistra è solo dei ricchi. E io non sono islamico, eh. Molti miei amici, anche loro non religiosi, la pensano come me”.
E allora avanti così, per altri cinque anni, come non poteva essere altrimenti. Contenti i turchi, contenta l’Unione europea, contenti i mercati: lunedì la borsa di Istanbul è schizzata in alto del cinque per cento, a conferma di come, anche all’estero, l’Akp era visto come l’unica via possibile per la Turchia. “In fondo, rispetto a due giorni fa non è cambiato niente. Governa Erdogan, e finora a me non dispiace”, sorride Murat, che gestisce un ristorante nel cuore commerciale di Istanbul. Nel suo locale si serve anche birra e raki. “Se ho paura che in futuro non potrò più vendere alcolici? Ma non scherziamo…”. 
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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Violenze sulle donne in Burundi

Pubblico il comunicato stampa che mi è arrivato da Amnesty:

BURUNDI: NESSUNA PROTEZIONE CONTRO LO STUPRO, NE’ IN GUERRA NE’’ IN PACE

‘Ho scoperto che mio marito aveva violentato nostra figlia di otto anni. Lui stesso lo ha ammesso ma mi ha minacciata dicendo che la figlia e’ sua e che lo avrebbe rifatto quando avesse voluto…’
Madre di una vittima di stupro
Sebbene lo stupro sia gravemente diffuso su tutto il territorio nazionale, le autorita’ del Burundi hanno sistematicamente mancato di prendere misure efficaci per prevenire, perseguire e punire questi crimini. Con il risultato che i responsabili regolarmente sfuggono ai processi e alle condanne dello Stato e le vittime sono lasciate sole senza alcuna protezione.
La diffusione dello stupro e di altre forme di violenza sessuale e’ particolarmente elevata in Burundi. Le bambine e le giovani donne sono particolarmente a rischio: il 60 per cento degli stupri denunciati sono infatti commessi contro minori.
‘Oggi anche le bambine di tre anni sono vittime di stupro in Burundi’ – ha denunciato Arnaud Royer, ricercatore di Amnesty International. ‘Lo stupro e’ la forma di violenza sessuale maggiormente denunciata in Burundi, e’ commesso da attori statali e non, ma sta diventando assai diffuso nello stesso ambito della famiglia e della comunita’’.

Lo stupro era un fenomeno endemico durante il conflitto armato ma continua anche ora nonostante la fine delle ostilita’. Tra il 2004 e il 2006 circa 1346 donne all’anno hanno denunciato uno stupro o una violenza sessuale a Medici Senza Frontiere, una media di 26 a settimana.

‘Questi dati statistici sullo stupro in Burundi sono purtroppo parziali e rappresentano solo la punta di un iceberg; infatti non includono tutte quello donne che non possono raggiungere i presidi medici dopo essere state violentate’ – ha affermato Royer. ‘Un gran numero di donne e bambine soffre in silenzio’. La situazione creata dall’attuale sistema giuridico per le vittime di stupro scoraggia le donne a iniziare e perseguire un’azione legale. Il sistema e’ particolarmente carente per le donne delle zone rurali che non sanno spesso come intraprendere un’azione legale e sono tagliate fuori da ogni assistenza psicologica e medica, fornita in Burundi da alcune Organizzazioni non governative.

Inoltre le donne sono stigmatizzate dalla loro comunita’ per aver reso pubblica la violenza di cui sono state vittima. Le testimonianze raccolte da Amnesty International e dall’ACAT sono concordi nell’affermare che la vittima di stupro e’ generalmente emarginata dalla comunita’ e anche la sua posizione all’interno della famiglia e’ notevolmente compromessa: la donna viene derisa e umiliata e di solito ha ben poche possibilita’ di trovare un marito o un compagno.

‘Parecchie donne riferiscono del senso di vergogna provato dopo lo stupro. La convinzione prevalente nella societa’ burundese e’ che la colpa sia in qualche modo della vittima, per il suo comportamento o per il modo di vestire’ – ha aggiunto il ricercatore dell’associazione. Una donna emarginata dalla comunita’ viene spesso cacciata da casa e costretta a cavarsela da sola; in questi casi ha pochissime possibilita’ di sopperire ai suoi bisogni e vive in genere nella miseria piu’ totale.

‘Il governo e le comunita’ locali devono sostenere le donne che sono state vittime di stupro. La violenza contro le donne e’ una violazione dei diritti umani e non puo’ essere tollerata. Lo stupro e’ un crimine e i responsabili vanno assicurati alla giustizia e alle donne offerti aiuto e risarcimento’ – ha concluso Royer.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 17 ottobre 2007

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Illusioni da marciapiede…

Ecco le illusioni fatte col gesso…

JULIANBEEVER.PPS

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Illusioni ottiche

Ecco le illusioni fatte col gesso…

JULIANBEEVER.PPS

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Illusioni da marciapiede…

Ecco le illusioni fatte col gesso…

JULIANBEEVER.PPS

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Illusioni da marciapiede…

Ecco le illusioni fatte col gesso…

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Illusioni da marciapiede…

Ecco le illusioni fatte col gesso…

JULIANBEEVER.PPS

Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

Myanmar

Pubblico dal sito di Limes questo articolo comparso su La Repubblica del 5 ottobre. Non è di facilissima lettura perchè dà alcune cose per scontate, ma cercando di andare oltre i molti nomi citati si afferra qualcosa di quanto sta succedendo:

Vecchi e nuovi alleati per la prigione Myanmar

di Raimondo Bultrini

Il sorprendente flusso di informazioni e immagini via Internet dall’interno della Birmania ha scavalcato per 10 giorni le spesse mura di questo Paese Prigione producendo un’ondata emotiva di un’intensità senza precedenti. Ma presto al moto di spontanea partecipazione per la struggente lotta dei monaci scalzi e dei cittadini in longgi sotto il diluvio monsonico è subentrato un inevitabile senso di impotenza e sconfitta sia fuori che – soprattutto – dentro i confini geografici dell’Unione di Myanmar.

Ora che le manifestazioni sono state disperse a Rangoon e altrove dai lacrimogeni e dai proiettili dei soldati guidati dal generalissimo Than Shwe – autoisolato dentro un bunker della nuova capitale ribattezza Naypyidaw, Città dei Re – altre notizie dal mondo hanno inevitabilmente retrocesso le cronache birmane nelle pagine interne dei quotidiani e tra le notizie brevi dei telegiornali.

Metaforicamente è come se le sbarre si fossero di nuovo richiuse alle spalle di 50 milioni di esseri umani, condannati senza appello dai tempi del golpe di Ne Win del 1962 da un manipolo di ufficiali corrotti e superstiziosi, alternatisi nel tempo alla guida di governi dittatoriali definiti Consiglio Rivoluzionario, Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine (SLORC) e – infine – Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC).

Molti si domandano a cosa debba la sua imbattuta longevità il più impenetrabile regime militare dell’Asia, sopravvissuto alla caduta in disgrazia a turno dei suoi uomini di vertice, come lo stesso Ne Win, Sein Lwin, Saw Mong (che “vide” Gesù Cristo in Tibet prima di proclamarsi reincarnazione di un antico re guerriero) e Khin Nyunt (agli arresti per corruzione). Se a lungo si è attribuito il merito agli inconfessabili alleati delle mafie che gestivano per loro conto i traffici di oppio del Triangolo d’Oro e all’appoggio incondizionato di Pechino, in questa fase storica di globalizzazione sono usciti allo scoperto nuovi e sorprendenti partner attratti dalle risorse naturali del paese, dai suoi passaggi di terra e di mare verso mercati redditizi, dall’affidabilità del suo esercito in termini di sicurezza strategica.

Da decenni il mondo sa che molti villaggi birmani sono veri e propri campi di concentramento dove si scavano a mani nude i rubini, i diamanti e la giada venduti nei mercati di Singapore, Seoul, Pechino, Amsterdam o New York, dove si costruiscono col lavoro forzato i gasdotti e le dighe per rifornire di energia le industrie di Bangalore, Kunming e Bangkok.

E’ il crudo contesto economico e geopolitico che ha condizionato e – salvo improbabili scrupoli di coscienza della nuova generazione dei militari – condizionerà anche in futuro la sorte dei 50 milioni di birmani, karen, shan, karenni, kachin e mon, per citare alcune delle innumerevoli etnie coinvolte senza troppe speranze in una guerra contro 400mila uomini armati e motivati dai benefici concessi alle truppe fedeli.

Nei giorni in cui i monaci venivano arrestati e picchiati, la vecchia alleata Cina – spinta dagli Usa a chiedere blandamente ai generali di non esagerare con l’uso della violenza – non era la sola a bloccare una risoluzione di condanna delle Nazioni Unite. Il presidente russo Vladimir Putin definiva le repressioni “un fatto interno” mentre i suoi inviati firmavano a Naypyidaw un trattato che permetterà a due imprese nazionali – la governativa Zarubezhneft e la privata Itera Oil – l’esplorazione in joint venture con l’indiana Sun Group e la birmana MOGE dei giacimenti di gas naturali al largo del Mare delle Andamane. Non a caso le stesse parole di Putin verranno usate dal nuovo comandante dell’esercito indiano che ha stretto un’alleanza con i tadmadaw (i soldati birmani) per impedire ai Naga e alle altre etnie ribelli dell’Assam e di Manipur di rifugiarsi oltreconfine. A firmare il trattato di Naypyidaw nello stesso giorno delle rivolte c’era il ministro del Petrolio indiano Murli Deora, membro della compagine governativa del Congresso di Sonia Gandhi che anni fa insignì Aung San Suu Kyi del prestigioso premio Nehru “Per la Comprensione Internazionale”.

L’amicizia tra Delhi e Rangoon (prima del cambio di capitale) risale formalmente all’ottobre del 2004 quando Than Shwe fu ricevuto con tutti gli onori dopo 24 anni di gelo diplomatico. Il cambio di prospettiva geopolitica da parte della progressista India fu certamente accelerato dalla scoperta che la Cina – a forza di spingersi verso Occidente grazie all’amicizia con i generali – aveva piazzato basi di monitoraggio davanti a casa propria, nelle isole Coco in pieno Oceano Indiano. Senza contare i progetti di superstrade che da Kunming nello Yunnan porteranno un giorno le merci cinesi fino al Golfo del Bengala e da qui in Medio Oriente ed Europa, sfruttando eventualmente il porto di Chittagong – qualora il Bangladesh aderisse al progetto – o un altro eventuale porto lungo le coste centro-settentrionali del Myanmar.

Che i diritti umani passino in secondo piano nella spietata competizione di mercato tra India e Cina lo dimostra la posta in gioco nella gara tra tutti i paesi vicini per accaparrarsi dalla giunta – tra gli altri – i diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas chiamati A1 e A3 Shwe (in omaggio al generalissimo?) al largo del porto di Sittwe nello stato di Arakan.

Se la Cina ha il vantaggio di un legame storico con la giunta e la possibilità di sfruttare in senso inverso l’eventuale gasdotto per gli acquisti dai paesi africani e del Medio Oriente, alla gara di Sittwe concorre anche un altro paese limitrofo guidato da una giunta installata dopo un golpe militare, la Thailandia , dove vivono gran parte dei tre milioni di birmani spinti a emigrare dalla fame.

Da anni il governo di Bangkok è il principale partner commerciale della Birmania soprattutto in termini di volume di acquisti, non la Cina come molti ritengono. Vende tecnologie e importa energia con diversi progetti in ballo oltre al gas, come le due grandi centrali idroelettriche sul fiume Salween per le quali – ancora una volta – è in competizione con la Cina. I thai non fanno mistero che un’eventuale adesione al cartello occidentale per le sanzioni contro la giunta potrebbe favorire Pechino. Lo stesso vale per ognuno dei tredici paesi – alcuni insospettabili – che operano nei progetti di sfruttamento delle risorse energetiche birmane, dall’Australia all’Inghilterra, dal Canada all’Indonesia, alla Corea del Sud, alla Malesia, senza contare la francese Total e l’americana Unocal, coinvolte in polemiche e scandali finiti nelle aule dei tribunali internazionali.

Sull’onda delle proteste domate nel sangue per l’elevatissimo aumento del carburante, ben pochi si sono posti il problema del paradosso – come sottolinea l’analista della sicurezza Alfred Oehlers sulla rivista Irrawaddy – per cui la Birmania tanto ricca di materia prima importi a prezzi esorbitanti gran parte del combustibile raffinato, specialmente il diesel usato per gran parte degli automezzi e dei generatori che suppliscono la cronica carenza di elettricità nelle città e nelle campagne. All’interno del paese esistono due mercati, uno legale gestito dal ministero per l’Energia che distribuisce a prezzi di rimessa il combustibile per gli uffici dell’amministrazione statale, uno semi-clandestino gestito spesso dai comandanti dell’esercito che rivendono le loro quote a prezzi molto più alti sul mercato nero.

Molti avanzano l’ipotesi che l’ultima impennata di aumenti sia servita per favorire le imprese di un tycoon molto vicino al generalissimo Than Shwe. Quanto fosse calcolato il conseguente rischio di rivolta è difficile da stabilire. Di certo la famosa Convenzione Nazionale per la Democrazia in corso da anni per riscrivere la costituzione e ridimensionare eventualmente i poteri della giunta, è ora rinviata a data da destinarsi.