Nietzsche su Socrate e Gesù


Metto in parte riviste, stralci di giornale, ritagli… Poi, di tanto in tanto, quando devo fare spazio, li riprendo in mano per vedere cosa buttare e cosa tenere. Così mi imbatto in articoli che mi piace condividere sul blog. E’ il caso di questo pezzo pubblicato su La Lettura (pubblicazione settimanale del Corriere sui libri) domenica 19 luglio 2020: è un articolo di David Lloyd Dusenbury tradotto da Matteo J. Stettler, articolo che necessita di una lettura attenta e concentrata e che pertanto inserisco nella sezione “pensatoio”.

“E di nuovo a processo.
Com’è noto, Friedrich Nietzsche firmò le sue ultime lettere come «l’Anticristo» (a Cosima Wagner) e «Il Crocifisso» (al cardinale Rampolla, il segretario di Stato del Vaticano). È difficile isolare la causa dell’ultimo crollo di Nietzsche, ma la sua mente cedette definitivamente nel dicembre 1888. Già nel gennaio 1889 era caduto in uno stato catatonico dal quale non sarebbe più riemerso.
Un decennio prima che iniziasse a firmare le proprie lettere come «il Crocifisso», Nietzsche scrisse un paragrafo di Umano, troppo umano dal titolo «Assassinii giudiziari» (Justizmorde). In questo passaggio, egli nota una sorprendente somiglianza tra quelli che chiama «i più grandi assassinii giudiziari della storia del mondo», con cui intende le morti di Socrate e Gesù. «In entrambi i casi», dice, «si volle morire». E, in entrambi i casi, «ci si fece piantare dalla mano dell’ingiustizia umana la spada nel petto». Nel tardo XIX secolo, le morti di Socrate e di Gesù costituiscono per Nietzsche le pene capitali più simbolicamente cariche nella storia. Ciò rimane valido ancora oggi, agli inizi del XXI secolo.
A differenza della maggior parte dei commentatori su Socrate e Gesù, Nietzsche è incuriosito da un tratto psicologico che afferma si possa rilevare in entrambi. Egli sostiene che Socrate e Gesù abbiano entrambi drammatizzato le proprie morti. In definitiva, la coppa avvelenata di Socrate e la croce di Gesù non sono pene sentenziate dalla corte, ma epiloghi auto-inflitti.
Qualunque morale gli europei abbiano tratto da queste morti, afferma Nietzsche, questi non la trassero da due martiri, ma da due suicidi. L’immaginario europeo è così alla mercé di quelle morti inscenate secondo il copione dettato dalle pulsioni tanatologiche dei suicidi più ispirati della storia, quello del «più grande dialettico ambulante di Atene» (come Nietzsche, sogghignando tra sé e sé, chiama Socrate, in Umano, troppo umano), e quello de «l’uomo più nobile» (come egli, in maniera del tutto disarmante e senza ironia alcuna, si riferisce a Gesù nel medesimo libro). Nessuno che abbia letto le opere di Nietzsche ne rimarrà scioccato.
A prima vista, la riflessione nietzschiana sull’assassinio giudiziario si trasforma in una riflessione sul suicidio. Allo stesso tempo, Nietzsche persevera nel voler attribuire le morti di Socrate e Gesù alla «mano dell’ingiustizia umana [Ungerechtigkeit]». Le ordalie legali che sono commemorate nelle aule e nelle chiese europee, e interpretate da filosofi e teologi, sono dei suicidi segreti. Eppure, come Nietzsche sembra insistere nel sostenere, la corte di cinquecento giudici-cittadini che condannarono Socrate (quasi la metà dei quali favorevoli all’assoluzione) e il giudice romano che condannò Gesù (dopo avere tentato di rilasciarlo) non sono innocenti.
Gli antichi suicidi che la cultura europea santifica come martiri non sono semplicemente suicidi. Le morti storiche di Socrate e Gesù rimangono, per Nietzsche, degli assassinii-giudiziari. Ciò è interessante. Nietzsche è uno dei pochi filosofi moderni (Søren Kierkegaard è un altro) a riflettere sul fatto che la cultura europea è stata inaugurata, anche solo simbolicamente, da questi due processi. (Sebbene esistano anche importanti tradizioni giudaiche e islamiche riguardanti questi processi e queste morti). L’ultimo George Steiner scrisse più di vent’anni fa che «stranamente, fino ad ora non è stata fornita alcuna trattazione completa di questo topos centrale». Per quanto ne so, ciò è ancora vero.

Il riconoscimento da parte di Nietzsche dell’«ingiustizia umana» che pone fine a entrambi i processi sembra suggerire che, a suo avviso — l’avviso di un critico frenetico dell’eredità platonico-cristiana —, la cultura europea è inaugurata da una coppia di ordalie legali in cui sono condannate persone innocenti. Non può che avere avuto effetti profondi e diffusi sull’Europa che il suo dramma della verità sia iniziato non una, bensì due volte, con un testimone innocente in un tribunale — il significato greco di «martire» — che viene condannato a morte. Il rispecchiamento di questi eventi è accentuato dal fatto che Socrate, il protomartire della filosofia europea, e Gesù, il protomartire della teologia cristiana, sono figure liminali condannate per il più alto crimine politico (il tradimento) e il più alto crimine religioso (la blasfemia).
Socrate non smette mai di essere un problema per Nietzsche. In uno dei suoi libri del 1888, Crepuscolo degli idoli, egli riafferma la sua teoria iniziale. «Socrate volle morire», scrive Nietzsche mesi prima del suo crollo. «Non fu Atene, ma lui stesso a darsi la coppa del veleno». Il Socrate nietzschiano è un decadente, e la filosofia platonica è per lui una tradizione che annulla la vita. Ma Nietzsche non firma mai le sue lettere come «l’AntiPlatone» o «L’Avvelenato». Lui è «l’Anticristo» e — come lui stesso si definisce, misteriosamente, durante le ultime ore di semi-lucidità — «Il Crocifisso».
Soffermiamoci solamente sul senso che Nietzsche dà dell’eredità di Gesù nella storia europea. La prima cosa da dire è che Nietzsche è un filologo di prim’ordine. La sua psicologia è modellata dai testi greco-romani pre-cristiani (e anti-cristiani). Questo gli impedisce di vedere il cristianesimo secondo il modello stereotipato dell’Illuminismo: come la fede più sanguinosa nella storia umana (la plus sanguinaire, come diceva Voltaire). Inoltre, questo impedisce a Nietzsche di leggere i Vangeli come un dramma oscuratamente gerarchico o patriarcale. Come i critici pagani del cristianesimo nei primi secoli della nostra era — come Celso, che derideva l’importanza delle donne nei Vangeli — Nietzsche riconosce che i Vangeli, in questo contesto, non rappresentano nulla del genere.Gesù è un «grande simbolista», scrive, e il «decadente più interessante» nella storia. Gesù è una figura di tolleranza irrazionale e amore senza limite. Ne L’Anticristo, Nietzsche ne abbozza la morte in questo modo: «Questo “lieto messaggero” morì come visse […] La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: il suo contegno dinanzi ai giudici, […] il suo contegno sulla croce. Egli non resiste. […] E prega, soffre, ama con loro, in coloro che gli fanno del male». L’amore senza limite è decadente — «contro la vita» — e il cristianesimo è, per Nietzsche, una «negazione della volontà di vita trasformata in religione». Tuttavia, quando Nietzsche vede per la prima volta questo amore nelle ultime ore di Gesù, quest’ultimo diviene puro — divino, addirittura. «Questi in verità è stato un uomo divino», ci dice nell’Anticristo (attraverso le labbra di un criminale morente). Sfortunatamente, il Vangelo di Nietzsche muore con Gesù. I Vangeli canonici sono una cosa completamente diversa dalle «buone novelle» di Gesù — sebbene anche loro siano il non plus ultra della decadenza. Ciò a cui i Vangeli «ci introducono», scrive Nietzsche, è «un mondo che sembra uscito da un romanzo russo, in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e un’“infantile” idiozia paiono essersi dati convegno». Il «romanzo russo» evocato qui è senza dubbio uno di quelli di Fëdor Dostoevskij, dal momento che Nietzsche s’imbatté in uno dei romanzi di Dostoevskij a Nizza nel 1887 (mentre scriverà L’Anticristo nel 1888). Affascinato dal suo contemporaneo ortodosso, Nietzsche lesse di tutta furia diversi romanzi di Dostoevskij, definendo Umiliati e offesi «uno dei libri più umani mai scritti» (un gran complimento, quello che viene dall’autore di Umano, troppo umano). Ma Nietzsche intuì che la mentalità cristiana di Dostoevskij si sarebbe presto scontrata con quello che chiamava il suo «istinto più elementare». E cosa c’è nei Vangeli — quella raccolta canonica di «romanzi russi» — che Nietzsche trova di così ripugnante? Cosa c’è, più precisamente, nella politica dei Vangeli che lo terrorizza? È lui stesso che ce lo dice. «Non sottovalutiamo la sorte funesta che dal cristianesimo si è insinuata fin nella politica!», avverte gli europei del XIX secolo. «Nessuno oggi ha più il coraggio di vantare diritti particolari, diritti di supremazia [Herreschafts-Rechte]». Gli effetti politici del cristianesimo sono dannosi per la gerarchia, perché il cristiano «è per profondissimo istinto un ribelle contro tutto quanto è privilegiato — egli vive, combatte sempre per “diritti uguali”». Ciò che i Vangeli rappresentano è una fede i cui istinti più elementari portano al riconoscimento del malato, del povero, del marginale. Questa, per Nietzsche, è l’eredità del cristianesimo in Europa. «Il movimento cristiano, in quanto movimento europeo», egli scrive, «è fin da principio un moto collettivo d’ogni sorta di elementi di rifiuto e di scarto». Ciò che egli detesta di più è quello che chiama «la tendenza democratica degli istinti cristiani». Potrebbe esserci più di un buon motivo per prestare attenzione a uno dei nemici più risoluti del cristianesimo, così come per «transvalutare» il cristianesimo europeo per il XXI secolo. Nietzsche «il filologo» è certo che il primo cristianesimo «non era “nazionale”, non era condizionato dalla razza [nicht rassebedingt]». Al contrario, egli trova di che ridere del fatto che il cristianesimo «si volgeva a ogni specie di diseredati della vita». Quella tendenza propria del XXI secolo a denunciare l’eredità cristiana — e l’eredità platonico-cristiana — come gerarchica, patriarcale e così via, potrebbe non riuscire a convincere in termini storici. E potrebbe indebolire ulteriormente una tradizione europea il cui istinto più elementare è — riprendendo la frase di Nietzsche — di «combattere sempre per “diritti uguali”». Se avessimo ascoltato Nietzsche più attentamente, saremmo più riluttati nell’accusare i due più grandi condannati della storia del mondo — Socrate e Gesù — di nuovi crimini.”

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