Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue

Solitamente, quando vedo, all’interno di un blog, un post molto lungo non inizio neanche a leggerlo. Eppure stavolta sono io a farlo semplicemente perché penso che ne valga veramente la pena. Ho deciso di postare due pagine dell’ultimo libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” (pp 313-315). Vengono descritte le prime granate piovute su Sarajevo, quelle che il 27 maggio 1992 colpirono il mercato di via Vase Miskina mentre la gente era in coda per il pane. Sono parole che mi hanno commosso profondamente e allora voglio condividerle.

La gente camminava tranquilla, quella mattina, donne con i foulard, uomini con la cravatta. Bisognava mostrare il pugno chiuso con il medio fuori a quelli lassù, al club delle tre dita cetniche. È un messaggio per loro, infilatevi nel culo i vostri fucili di precisione. Quei foulard, quei passi ordinati, stavano lì a dire quello. A testimoniare che la vita continuava. La clinica ostetrica era stata colpita, l’edificio di “Oslobodjenje” era ormai un bersaglio per tiratori sfaccendati. Chi non aveva niente da fare gli sparava un colpo. La città pareva vuota, poi si rianimava, come un pascolo. Sul muro sotto casa era apparsa una scritta:

NON SIAMO MORTI STANOTTE.

La guardavo tutte le mattine dalla finestra, mi si chiudeva la gola.

C’era stata buriana il giorno prima, era bruciato lo stadio Zetra, nel villaggio olimpico, si era liquefatto quel cappello di metallo così caro a tutti. I pompieri e i volontari s’erano affannati per ore. Ormai la gente sapeva che dopo le grandinate peggiori la montagna taceva per un po’. Era stato ordinato il cessate il fuoco, senza più revoche, erano state messe sanzioni a quelli di Belgrado. Non si poteva non fare la fila. Per l’acqua, per il pane, per le medicine… si rischiava la ghirba a star lì tutti insieme come piccioni, ma quella era una giornata di fiducia, di donne che chiacchieravano sul marciapiede, di ragazzini che scappavano tra le gambe. C’era il sole. Era in via Vase Miskina, dove adesso c’è una delle rose più grandi. Anche la piccola porta c’è ancora, non vendono più il pane ma c’è.

I nomi sono scritti, piccoli, ordinati, accanto alla stella e alla luna musulmane, accanto a un versetto del Corano.

Erano donne, uomini, bambini che giocavano… E non sapevano che sarebbero stati incisi sul muro, fotografati dai cellulari dei turisti all’infinito. Era la fila per il pane, c’era un buon odore. Era una giornata di fiducia, di lepri che mettono la testa fuori. Era fine maggio, le rondini becchettavano le briciole di chi smozzicava il pane per strada. Qualche fortunato ci fu. Gente più svelta, più tempestiva, che s’era messa in fila presto, prima degli altri, e se n’era appena andata con il suo filone di pane o una di quelle pagnotte senza lievito e senza sale. Ma ci fu anche qualcuno che rimase per caso, che si mise a parlare, a scambiare due battute con un conoscente. Caddero tre granate, due per strada, una al mercato lì davanti. E tutti quelli che c’erano fecero un viaggio, schizzarono. La piazza divenne una scena teatrale, stracci rossi ovunque. Avrebbe fatto il giro del mondo, quello schifo rosso. Quel pane zuppo di sangue.

«Non credevo che un bambino avesse tanto cervello» disse un vecchio uomo aggrappato a un bastone. «Non finiva più di uscire, quel cervello.»

Una donna era seduta sul muretto, non piangeva. Stringeva due figli morti, uno di qua e uno di là, come fiori recisi. Un’altra cercava di riacchiapparsi la sua gamba, le andava dietro strisciando sui gomiti. Un uomo era più buffo degli altri. Riverso come uno di quei guanti che la gente trova per strada e appoggia a una transenna, perché magari chi lo ha perso ripassa di lì. Guanti spaiati, tristi, sporchi di fango. Ecco, lui se ne stava lì come un guanto appoggiato a uno di quei tubi di ferro che dividono le strade. Ma non aveva più la pancia. Solo un grosso buco circolare, un po’ sfilacciato. Dietro si vedeva la gente in fuga, le barelle, e lui era lì come un effetto speciale.

Gojko quel giorno sembrava impazzito, era corso subito lì, urlava ai giornalisti di filmare…

«Così adesso si accorgeranno di noi!»

Raccolse una pagnotta, la spezzò, la mollica era intrisa di sangue rosso come sugo. La offrì ai giornalisti.

«Ecco, tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue…»

Poi schizzò via, disperato come Giuda che va a impiccarsi.

Più tardi la città taceva. Era stata una giornata di fiducia. Erano arrivati quei giovani con le tute mimetiche e i caschi azzurri come il cielo… la gente si era illusa che fossero angeli custodi, che fosse finita. Invece adesso l’ospedale era pieno di carne da ricucire. Anche la montagna taceva. Le televisioni del mondo non facevano che passare quel nastro truculento. E gli animali lassù s’erano rintanati a bere rakija per festeggiare la fama.

Partimmo due giorni dopo. Era tornata la corrente, tutte le lavatrici di Sarajevo si erano messe a funzionare nella notte. Mi sembrò un buon segno. Raggiungemmo Zagabria su un pullman che aveva addirittura l’aria condizionata, era uno di quelli che solitamente portavano i pellegrini a Medjugorje. Da lì riuscimmo a prendere tranquillamente un aereo. Volevo dire tante cose a Diego, gli dissi: «Un piatto di spaghetti, ci pensi?».

Diego sorrise.

I suoi occhi erano rossi, bisognava portarlo da un medico, era la prima cosa che contavo di fare. Adesso pensavo che Dio non ci avrebbe mai più lavato gli occhi.

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Terrorismo fondamentalista

In V abbiamo parlato del terrorismo e di quando esso si lega ai fondamentalismi religiosi. Abbiamo poi letto la parte iniziale di questo documento che qui vi allego per intero e che così potete downloadare. Il testo è del prof. Giovanni De Sio Cesare.

IL TERRORISMO ISLAMICO.doc

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Nei momenti no

Ci sono momenti nella vita di ognuno in cui ci si sente a terra, fragili e vulnerabili. E’ la situazione descritta in questa canzone di Pacifico che mi piace molto per i suoi continui contrasti tra stati d’animo interiori e aspetti esteriori e ambientali. E apprezzo molto la conclusione “E sembri di carta di paglia di cera, la fiamma più debole che resisteva”

E sembri una foglia

Sola, ti protegge una coperta, e niente sembra farti bene. Guardi le mani, le vedi ingrassate, le unghie di smalto sporcate. Quadri, pareti gialline, tendine, ditate sui vetri. Tu guardi dovunque, chissà cosa vedi. Basta, non vuoi più sapere non vuoi più rialzarti così non potrai più cadere. Vene, qualcosa ti scorre lì dentro, lo sento. Sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. E sembri una foglia una vela leggera, una barca minuscola in questa bufera.

Sola, ti scalda una coperta. Ti stringi, ti metti sul fianco, ogni oggetto è fuori fuoco, è opaco, ogni cosa si copre di bianco. Tutto scorreva, tu andavi, non c’era motivo eppure sbandavi tremavi perché lo sentivi che non c’era più spiegazione. E sei caduta in ginocchio sotto una doccia bollente, hai sentito lo strappo e infine più niente, non sentivi più niente. E ora sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. E sembri di sfoglia, di tela leggera. Una barca minuscola in questa bufera.

Fuori c’è una sigaretta, una maglietta indossata storta, una lunga coda alla frontiera, una spiaggia nera. Fuori vento, temporale, fogli di giornale a volare agitati sui viali dei parchi spogliati. Fuori

buche da saltare, strade in salita, biglietti da fare, qualcuno che invita, che viene a chiamare. Fuori è arrivata l’estate. E’ una notte di frasi avverate, di carte girate. E sembri una foglia, una vela leggera, la barca più piccola in questa bufera. Sembri di sfoglia, di tela leggera, barca minuscola in questa bufera. E sembri di carta di paglia di cera, la fiamma più debole che resisteva.

 

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La libertà secondo Gibran

In III stiamo parlando della libertà e allora posto un testo molto importante di Kahlil Gibran preso da Il Profeta.

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.

E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide. Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione. E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercareprisonerofmyownbyshimoda75bm.jpg la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze. Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli. Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio? Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole. E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi? L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte. Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute. In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. E quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

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La leggenda di Johnny Cash

Johnny Cash, vero eroe americano di Walter Gatti 

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Frasi tratte da un libro: «La vita di Cash diventò caratterizzata da uno spirito di gratitudine. Sentiva che aveva avuto una vita benedetta e non ne avrebbe cambiato un solo minuto». «Alla fine Johnny ha realizzato il sogno di vivere una vita che semplificasse il potere della redenzione. Ha combattuto la battaglia giusta. Ha partecipato alla gara. Ha mantenuto la fede». A chi chiede “ma chi è questo Johnny Cash”? la risposta non è “un uomo religioso, un monaco”, bensì “un cantante americano, uno dei più famosi per giunta”. Un cantante country, che ha vissuto con la chitarra in una mano e la Bibbia nell’altra. Un uomo che ha vissuto il successo totale condito di alcool e anfetamine, che mille volte è caduto e mille si è ripreso, sempre cercando di rendere grazie a Dio. Tutto questo, storia e risvolti umani, è contenuto in uno dei più bei libri musicali che mi sia capitato di leggere: Johnny Cash, la vita, l’amore e la fede di una leggenda americana (Ed. Kowalsky; titolo originale: The man called Cash). Scritto da Steve Turner, già autore di Paperback Beatles e di Conversations con Clapton, il libro racconta la vita di Cash con una partecipazione e una ricchezza di particolari da condurre per mano il lettore-ascoltatore dentro una storia umana di intensità sconosciuta. La storia di questo musicista è già stata in parte portata sullo schermo in Quando l’amore brucia l’anima, ma il film – con Joaquim Phoenix – si fermava ben lontano dalla realtà storica, non fosse altro perchè concudeva la sua narrazione negli anni Sessanta, nei giorni del matrimonio felice con June Carter. La vicenda musicale di Johnny è nata insieme alla nascita del rock’n’nroll, nei giorni di Elvis e Carl Perkins, si è snodata attorno a canzoni immortali come Folsom Prison Blues e Ring of fire, ha assunto toni di leggenda negli anni Settanta e Ottanta grazie alla sua voce inconfondibile, ed è diventata negli ultimi anni punto di riferimento per musicisti di generazioni più recenti, come Bono (U2), Nick Cave e Trent Reznor. Il libro racconta e racconta, nella migliore tradizione delle biografie “sul campo”: decine di interviste, testi, ritagli di giornale, citazioni mai supponenti, tratteggiando con partecipazione le ombre e le luci di una figura che negli States è stata influente come quella di Elvis Presley o di Bob Dylan. Ci sono i dischi e i concerti, il folk e il gospel, le amicizie e l’umanità («Johnny Cash è un vero eroe americano. Era di origini umili, come Abramo Lincoln, ed è diventato amico e fonte di ispirazione di carcerati e presidenti. Aveva il dono di far sentire chiunque la persona più importante del mondo»: queste le parole di Kris Kristofferson, cantante country e attore, nella prefazione), le milioni di copie vendute, i soldi sperperati, i 5 figli – John, Rosane, Tara, Kathy e Cindy – amati e a volte dimenticati, c’è l’universo dell’America tradizionale, quella del Sud, che prova a vivere i vecchi valori in una società cambiata, rivoluzionata, un’America che sbatte la testa, che prova a rialzarsi, che prega. L’onestà intellettuale di Turner, l’autore, salta fuori nei capitoli del racconto della fede di Johnny Cash. Una fede totale, continua: i periodi bui, autodistruttivi di Johnny, sono raccontati con accento freddo, come pure le “resurrezioni”, narrate come un continuo ritorno a casa del figliol prodigo. Su tutto la certezza del musicista che le cadute erano le prove per costruire una fede più grande: «Suo figlio, John Carter, riteneva che la sua forza spirituale fosse il risultato di tutte le avversità affrontate. Lui era come Pietro per Cristo. Credo che Dio sapesse che mio padre avrebbe sofferto, che sarebbe caduto, ma vide in lui qualcosa che sarebbe stato un fondamento per molte persone, così come Cristo vedeva qualcosa in Pietro». Johnny Cash è morto il 12 settembre 2003, a 71 anni, pochi mesi dopo sua moglie. Il Time gli ha dedicato una celebre copertina. Una delle sue ultime parole è stata «Il Signore della vita è stato buono con me». Questo libro ne racconta la storia. Vale la pena leggerlo.

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Crisi mondiale

Posto da www.ilsussidiario.net due articoli molto interessanti sull’economia, utili alle quinte ma non solo. Il primo è un articolo molto interessante di Mauro Bottarelli sulla crisi economica mondiale. Certo, il linguaggio è un po’ tecnico, ma penso valga la pena leggere il pezzo per capire che le avvisaglie della crisi hanno radici piuttosto lontane e che evidentemente a qualcuno sia convenuto far finta di niente… Il secondo articolo è invece un’intervista al corrispondente di Repubblica da Pechino Federico Rampini su come viene vissuta la stessa crisi economica mondiale in Cina. Buona lettura

Crisi economica. Il 9 agosto 2007.doc

La crisi economica in Cina.doc

Pubblicato in: Etica

Cane gatto

Pubblico una simpatica breve presentazione sull'”amicizia”

amico.pps

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Musica e Dio / 3

Tanti falsi agnelli di Dio, tante false vittime della storia vengono messe in luce da De Gregori prima di arrivare all’agnello di Dio riconosciuto dai cristiani, la reale vittima di soprusi, violenze e inganni.

L’AGNELLO DI DIO

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Ecco l’agnello di Dio / che toglie i peccati del mondo / disse la ragazza slava / venuta allo sprofondo, / disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare.

Ecco l’agnello di Dio / che viene a pascolare / e scende dall’automobile per contrattare

Ecco l’agnello di Dio / all’uscita della scuola / ha gli occhi come due monete / il sorriso come una tagliola. / Ti dice che cosa ti costa / ti dice che cosa ti piace / prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace / e intanto due poliziotti / fanno finta di non vedere.

Oh, aiutami a fare come si può / prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so. / Dimmi quante maschere avrai / e quante maschere avrò.

Ecco l’agnello di Dio / vestito da soldato / con le gambe fracassate / col naso insanguinato. / Si nasconde dentro la terra / tra le mani ha la testa di un uomo.

Ecco L’agnello di Dio / venuto a chiedere perdono / si ferma ad annusare il vento / e nel vento sente odore di piombo.

Percosso e benedetto / ai piedi di una montagna / chiuso dentro una prigione / braccato per la campagna / nascosto dentro a un treno / legato sopra un altare.

Ecco L’agnello di Dio / che nessuno lo può salvare / perduto nel deserto / che nessuno lo può trovare.

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove andare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Oh, aiutami a stare dove si può / e prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so

E dimmi quante maschere avrai / regalami i trucchi che fai / insegnami ad andare dovunque sarai sarò

E dimmi quante maschere avrò / se mi riconoscerai / dovunque sarò sarai.

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Musica e Dio/2

Chi prende l’Inter?

Dove mi porti?

E poi soprattutto perché?

Ligabue accusa Dio: non risponde! O, quantomeno, lui non riesce a sentirlo. Sente di avere qualcosa in cui credere ma non riesce a ricordare cosa esso sia. Si sente solo come solo, in fondo si deve sentire Dio.

E allora, per lo meno, vorrebbe sapere se il viaggio (= la vita) sia unico. Cosa c’è dall’altra parte?

Sono i perché esistenziali dell’uomo…

HAI UN MOMENTO DIO 

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C’è un po’ di traffico nell’anima

Non ho capito che or’è

E c’ho il frigo vuoto

Ma voglio parlare perciò paghi te

Che tu sia un angelo od un diavolo

Ho tre domande per te

Chi prende l’Inter

Dove mi porti

E poi dì soprattutto perché

Forse la vita capisce

Chi è più pratico

Hai un momento Dio

Non perché sono qua

Insomma ci sarei anch’io

Hai un momento Dio

O te o chi per te

Avete un attimo per me

Li pago tutti io i miei debiti

Se rompo pago per tre

Quanto mi costa una risposta da te

Dì su! Quant’è

Ma tu sei lì

Per non rispondere

E indossi un gran bel gilet

E non bevi niente

O io non ti sento com’è perché

Perché

Ho qualche cosa in cui credere perché

Non riesco mica a ricordare che cos’è

Hai un momento Dio

non perché sono qua

se vieni sotto offro io

hai un momento Dio

lo so che fila c’è

ma tu hai un attimo per me

nel mio stomaco son sempre solo

nel tuo stomaco sei sempre solo

ciò che sento

ciò che senti

non lo sapranno mai

almeno dì se il viaggio è unico

e se c’e il sole di là

se stai ridendo

io non mi offendo però perché

perché

nemmeno una risposta ai miei perché

perché

non mi fai fare almeno un giro

col tuo bel gilet

hai un momento Dio

non perché sono qua

insomma ci sarei anch’io

hai un momento Dio

o te o chi per te

avete un attimo per me

ueh ueh ueh ueh

ueh ueh ueh ueh

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Musica e Dio/1

Dice Antonello Venditti:

Sono comunista, ma ciò non toglie che sia anche profondamente cattolico. Credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce. Questi due mondi possono coesistere e compenetrarsi l’un l’altro. Per me è così…  Vorrei che tutti fossimo accomunati nel nome di Cristo… Un tema che mi sta a cuore è la solidarietà, ma credo anche che la solidarietà con le canzoni sia un terribile inganno. Nessuna azione è vera se non è sorretta dallo spirito di carità. La solidarietà è vera solo se ha un contenuto spirituale. L’impegno più vero è quello personale e non andrebbe mai reso pubblico”

DIMMI CHE CREDI 
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“Se tu ragazzo cercherai nella stagione dei tuoi guai

un po’ d’amore un po’ d’affetto,
e nella notte griderai, in fondo al buio troverai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Molti si bucano, altri si estasiano,
e non troviamo mai giustizia,
e non si parlano, e poi si perdono,
perché non amano abbastanza.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarà diverso.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo cielo,
come ci credo io.
Il tuo sorriso tra la gente
passerà forse indifferente,
ma non ti sentirai più solo,
sei diventato un uomo.
 

E nella notte cercherai, nella stagione dei tuoi guai,
un po’ d’amore, un po’ d’affetto,
e disperato griderai, e in fondo al buio stringerai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
Per ogni lacrima, per ogni anima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo mondo,
come ci credo io.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarai diverso.
Non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Che sia. Che sia.”

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Modifica

Visto la scarsa partecipazione alle categorie divise per classi ho deciso di eliminarle… restano le categorie normali. Eventualmente più avanti proverò a suddividerle meglio. Mandi

Pubblicato in: Religioni, Storia

Essere donna in Afghanistan

Da www.corriere.it

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»

HERAT—Sorride dolce Leilah, l’assassina. Arrossisce Fatemeh, l’adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l’intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l’onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L’uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna. Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l’aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l’Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire “no” diventa reato».

Se l’adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c’è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L’esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l’Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello —. A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all’Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l’uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

Andrea Nicastro

07 febbraio 2009

Pubblicato in: Scuola

La scuola oggi

Prendo questo interessante pezzo da www.ilsussidiario.net

Pubblichiamo il giudizio espresso dallo studente di un liceo romano in merito alla situazione educativa attuale nel nostro Paese. In queste righe si svela la sorprendente maturità di un alunno a confronto con la logica “protettiva” che riduce la classe docente a fornire informazione senza più educare

Anno 2009, qual è la missione della scuola italiana? Quali gli obiettivi da perseguire se ancora ce n’è rimasto qualcuno?

Partiamo dal mio punto di vista, quello di studente. Dunque, sono convinto che la scuola debba essere protagonista nella vita dell’adolescente, nel sapergli lasciare non solo una quantità più o meno cospicua di informazioni, ma soprattutto delle risposte, dei valori, delle certezze che siano utili e veri per il ragazzo una volta uscito dall’istituto e immesso nel fiume della vita, perché egli possa relazionarsi con il lavoro, con gli amici e con tutte le sfide che la quotidianità gli proporrà.

Tuttavia, come spesso accade, se guardiamo la teoria rischiamo di evadere dalla realtà, e questo perché da noi le cose non vanno esattamente così: la scuola si configura, nel migliore dei casi, sempre più come semplice veicolo di informazioni e conoscenze, uno sterile strumento che spesso non riesce nemmeno a fornire un’adeguata preparazione. Male, a maggior ragione oggi, quando l’istituzione scuola dovrebbe rispondere allo studente, alle sue incertezze, al suo desiderio di vivere visto che il compito di porlo davanti alla realtà è indubbiamente della famiglia e degli educatori, chiamati a svolgere una compito davvero importante e unico nella società.

Tuttavia oggi educare è forse la missione più ardua, i governanti fanno orecchie da mercante e non ascoltano l’eco di un’emergenza educativa sempre più grave, il relativismo diventa l’unico principio appreso a scuola: tutto è vero, tutto non è vero, ognuno la pensa come vuole, secondo il suo punto di vista… ma, è sempre vero tutto ciò?

Senza dubbio ognuno deve maturare liberamente un proprio senso critico e delle convinzioni ma il dialogo può iniziare solamente se alla base vi sono dei fattori comuni, valori forti e concreti che, almeno loro, non siano in balia di relativismo e compagnia bella.

Qualcuno potrebbe asserire che dare risposte vorrebbe dire che i professori “impongano” il loro credo, le loro idee, il loro pensiero. No, non è così, non si tratta infatti di plagiare o plasmare nuovi ragazzi, si tratta invece di testimoniare loro ciò che di bello e di vero ha incontrato nella propria esperienza l’insegnante, si tratta di proporre loro ciò che per lui è davvero importante, si tratta di volere il loro bene.

Perché educare vuol dire accompagnare i ragazzi, aprire loro gli occhi, dar loro risposte, saperli ascoltare ma anche far sì che essi diventino uomini in tutto e per tutto, ma questa serie di “miracoli” non si può realizzare se alla base del rapporto non vi è l’amore e l’interesse per l’altro, perché educare è amare. Più semplice di così.

Quand’è che un governo si sveglierà e si impegnerà realmente per sostenere i nostri educatori, perché una società senza educazione è instabile e precaria, senza un futuro certo, perché da quelle essenziali acquisizioni nasce un popolo consapevole e maturo, esattamente il contrario della nostra classe dirigente odierna!

(Marco Fattorini)