Siamo tutti scheggiati e feriti

Ennesimo bel pezzo di Roberto Cotroneo

La speranza di Bruce

Nell’ultimo album di Bruce Springsteen “High Hopes”, uscito a metà gennaio, c’è un brano difficile da comprendere senza un minimo di coordinate bibliche: “Heaven’s wall”. C’è un costante riferimento ad alzare le mani, ma ben diverso dal “discotecaro” o “concertaro” “Su le mani!”. Lo si evince dal senso complessivo del brano: è un alzare le mani al cielo, al trascendente, al Dio della Bibbia. Emergono diversi protagonisti: si inizia dalla donna samaritana che al pozzo di Sicàr accoglie da Gesù la richiesta di essere dissetato e ricorda la promessa di salvezza ricevuta da lui (“C’era una donna che attendeva al pozzo tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu. Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti, curerà le malattie”). Vengono poi nominati in breve successione altri personaggi dell’Antico Testamento: “Venite uomini di Gedeone, venite uomini di Saul, venite figli di Abramo”. Gedeone è un uomo che da contadino diventa uno dei condottieri di Israele e giudice. Saul è il primo grande re di Israele. Abramo è il grande patriarca della famiglia israelitica. L’invito di Bruce Springsteen è rivolto per tanto a tutto Israele, che va inteso, secondo l’esegesi biblica, rivolto a tutta l’umanità: “Attendiamo fuori dal muro del paradiso”. L’ultimo personaggio a comparire è uno dei più famosi e citati della Bibbia: Giona. Egli, chiamato e inviato da Dio a Ninive, si rifiuta e si imbarca su una nave. In mezzo alla tempesta si rende conto di essere il responsabile dell’ira divina e racconta tutto ai compagni di viaggio invitandoli a gettarlo in mare. Qui viene inghiottito da un pesce (Bruce cede al racconto tradizionale in quanto nella Bibbia non si parla di una balena) e si salva. Giunge poi a Ninive ottenendo la conversione degli abitanti ma rammaricandosi per il mancato castigo divino. E’ un racconto sulla fede e sul perdono, sulla misericordia. Ecco i versi di Bruce: “Vide un sorvegliante alle porte della città. Giona nel ventre della balena ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio, la sua misericordia non fallì”.
E nel ritornello, oltre alle mani alzate, c’è un forte versetto di speranza: “E insieme cammineremo nella terra di Canaan”. E’ la promessa di Dio al suo popolo, il luogo dei sogni, delle aspettative, delle speranze (non dimentichiamoci il titolo del cd “High hopes”). E non è la prima volta che Bruce canta di una terra promessa: ne avevo già scritto qui.

http://www.youtube.com/watch?v=liSFFFihbYs

Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

Uno, due, tre, quattro
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

C’era una donna che attendeva al pozzo
Tirando su l’acqua sotto uno sgombro cielo blu
Ha detto, guarirà i ciechi, resusciterà i morti
Curerà le malattie
Venite uomini di Gedeone
Venite uomini di Saul
Venite figli di Abramo
Attendiamo fuori dal muro del paradiso
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Vide un sorvegliante alle porte della città
Giona nel ventre della balena
Ti sta osservando mentre percorri il tuo logoro miglio
La sua misericordia non fallì
Alzate le vostre mani, alzate le vostre mani, alzate le vostre mani

E insieme cammineremo nella terra di Canaan

Il peggior tipo di pazzia

mareC’è una poetessa dalle origini tedesche, nata negli Stati Uniti, deceduta in Inghilterra, che ha condotto una breve vita molto travagliata. Si chiama Sylvia Plath e oggi ricorre il 71° anniversario della sua morte. Desidero ricordarla con queste parole che ho trovato sul bel blog Il cenacolo intellettuale: sono tratte dai suoi Diari.
“Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza ” plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.”
Sylvia Plath, 25 Febbraio 1956

Il responso del mare

mareUna poesia magnifica sul senso della vita, sulle domande dell’uomo, sui tentativi di risposta. Per godersela appieno suggerisco un po’ di musica di sottofondo. Leggendola mi è venuto in mente questo scatto di qualche anno fa: ero a Lignano tra fine maggio e inizio giugno, nel momento fra due temporali. Il bimbo non so chi sia. Mi sembra ci possa stare.

Sulla riva del mare
deserto notturno,
sta un uomo. L’eterno fanciullo
dal petto ricolmo d’ambascia,
dal cuore gravato di dubbi,
con lugubre voce,
interroga i flutti così:
«O flutti, scioglietemi voi
l’enigma crudele antichissimo,
che nomasi Vita;
l’enigma pe’l quale, da secoli,
invano il cervello si cruciano
dei tristi mortali
le tempie recinte di mitrie
istoriate, di nere
berrette, turbanti e parrucche:
l’enigma sul quale,
grondando sudore, si curvano
a mille, da secoli, ansiose
le fronti mortali!
O flutti, svelatemi voi
l’essenza dell’uomo!
Onde viene? A quale meta s’affanna?
O flutti, chi popola i mondi
che brillano d’oro nel cielo?»
Il mare bisbiglia
la sua sempiterna canzone;
fischia il vento; le nuvole corrono;
inesorabili e fredde,
le stelle sull’arco del cielo
risplendono; e un folle
attende il responso del mare.
(Heinrich Heine, Poesie)

Giorno libero

preghiere-estive

Per sorridere un po’, ma non tanto…

“Ho spesso pensato che la gente tratti Dio abbastanza maleducatamente, e voi? Rivolgendogli triliardi e triliardi di preghiere ogni giorno, chiedendo e supplicando e implorando favori: fai questo, dammi quello, ho bisogno di una nuova auto, voglio un lavoro migliore. E la maggior parte di queste preghiere ha luogo di domenica: il suo giorno libero.” (George Carlin)

Fuori c’è un sole che brilla

Oggi mi lascio andare a una canzone metal dalle sonorità molto epiche. Autore ne è il gruppo power metal finlandese Stratovarius, l’anno di pubblicazione è il 1998, il titolo sia della canzone che dell’album è “Destiny”.
Si parte da uno sguardo cupo sulla realtà dai toni apocalittici (“Il tempo passa, il tempo stringe, l’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo? Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo”). Ogni tentativo di trovare una risposta a tanto sfacelo, a tanto dolore non ha avuto esito, è stato faticoso e infruttuoso: “Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta che non ho mai trovato”. Vi è una breve citazione del Qohelet (Qo 3,1-15) a riassumere la vita di un uomo (“C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire”) che non può comunque sfuggire a quanto è deciso per lui (“ma nessuno può sfuggire al destino”). Segue un tentativo di bilancio della vita stessa, un’occhiata oggettiva e sincera su se stessi: “Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente. È questo il modo di tirare avanti? Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi. Un lupo nei vestiti di un agnello?”. E’ il momento di tirare le somme, di tracciare una riga, vedere il risultato e decidere che fare.
Qui parte l’invito, la spinta, l’incoraggiamento e il brano svolta anche musicalmente: “Lascia sempre il tuo spirito libero, attraverso la finestra della tua mente. Libera la tua anima dall’odio, tutto quello di cui hai bisogno è la fede”. Si devono prendere le decisioni e lo possiamo fare solo noi in prima persona, anche se possiamo essere costretti a confrontarci con una forza più grande che guida le vite: “Io controllo la mia vita, io sono l’unico. Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino”. Sarebbe interessante fermarci e chiederci cosa si intende per destino: un qualcosa di scritto per filo e per segno? una sorta di predestinazione generica? qualcosa di simile al fato? La natura stessa delle cose e quindi qualcosa molto simile al caso? Sembra esserci una risposta nell’ultima strofa della canzone: “È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere. Tu crei il tuo destino, so che troverai la via”. Quindi, sembrano dire gli Stratovarius, sì, c’è un destino, ma è l’uomo stesso ad esserne l’artefice con le proprie scelte, la propria vita. Chiude il brano un classico del gruppo finlandese: la speranza (ne avevo già scritto qui). “E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene. Io un giorno tornerò indietro verso di te, per favore, aspettami”.
In rete non ho trovato un video ufficiale, allora ho scelto questo che abbina la canzone ad alcune sequenze del Signore degli anelli. Direi che la cosa ci sta…

I tempi stanno cambiando così velocemente, mi chiedo quanto dureranno
Il tempo passa, il tempo stringe
L’odio riempie questa terra e quanto vale tutto questo?
Siamo vicini alla fine più di quello che pensiamo

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Guarda tutte le cose che abbiamo fatto sotto questo sole cocente
È questo il modo di tirare avanti?
Ora, guarda te stesso e dimmi cosa vedi.
Un lupo nei vestiti di un agnello?

Nel corso degli anni ho faticato a trovare una risposta
che non ho mai trovato.
Mi ha impressionato come un milione di fulmini
E qui, io te lo sto raccontando

Ogni secondo di un giorno che arriverà
Uno sconosciuto futuro sta aspettando qui.
Devo aprirti la mente o sarai portato fuori strada
C’è un tempo per vivere, c’è un tempo per morire,
ma nessuno può sfuggire al destino.

Lascia sempre il tuo spirito libero,
attraverso la finestra della tua mente
Libera la tua anima dall’odio,
tutto quello di cui hai bisogno è la fede

Io controllo la mia vita, io sono l’unico.
Tu controlli la tua vita ma non dimenticare il tuo destino

È tempo di dire addio, so che questo ti farà piangere
Tu crei il tuo destino, so che troverai la via
E fuori c’è un sole che brilla, andrà tutto bene
Io un giorno tornerò indietro verso di te
per favore, aspettami.

Continuo mutamento

Torino_009 fb

Lo scorso 26 gennaio se n’è andato il poeta messicano José Emilio Pacheco, che ha saputo regalare al mondo chicche come questa:
“Eppure amo questo continuo mutamento,
questo variare istante dopo istante:
senza di esso ciò che chiamiamo vita
sarebbe di pietra.”

Dio non è necessario

Una delle cose che mi bloccano nella lettura di un blog è la lunghezza dei post. Se superano uno o due colpi di scroll è molto difficile che vada avanti, a meno che l’argomento non sia estremamente avvincente. Ecco perché mi sforzo di farli piuttosto brevi. Ma quando ripubblico un articolo esterno non posso decidere la lunghezza. Certo, potrei mettere semplicemente il link al pezzo senza stare a ricopiarlo: sarebbe persino più veloce per me. Ma temo che prima o poi quel link possa diventare cieco, e che l’articolo venga spostato o tolto dall’autore.
Oggi pubblico un articolo estremamente ricco dal punto di vista dei contenuti. Potremmo farci sopra uno o più anni di lezione… E’ un’intervista di Franco Marcoaldi a Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale. Proprio a causa della lunghezza del testo mi sono permesso di fare una cosa che detesto quando vedo fatta sui libri: ho evidenziato in grassetto dei passaggi chiave. Buona lettura.

Paolo20Ricca20small2002«Per un agnostico, o un ateo, affidarsi al “giudizio di Dio” e dunque alla sua Legge, può suonare come la definitiva resa di ogni possibile giudizio critico individuale. Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l’editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale, la pensa esattamente all’opposto: proprio la Legge di Dio offre la massima libertà all’essere umano. “Il discernimento del bene e del male è possibile là dove si sa che cosa siano il bene e il male. Nella visione biblica questa capacità l’uomo non ce l’ha. E quindi anche il suo discernimento è offuscato. Perciò è necessaria la parola di Dio”.
Ma nella modernità occidentale, diciamo da Montaigne in avanti, l’uomo presume, a torto o a ragione, di disporre di quella capacità. Cosa la spinge, nel 2012, a cercarla ancora nella parola di Dio?
“Almeno due buone ragioni. La prima ha a che fare con Kant, il grande maestro critico della modernità, e con la sua idea di imperativo categorico. Ovvero con la rinuncia della singola persona a decidere che cosa può “imperare” nella sua propria coscienza. Seconda ragione: l’evidenza di ciò che accade intorno a noi, ogni giorno. Le pare che l’umanità nel suo insieme, e non parlo dell’arbitrio del singolo individuo, sia in grado di organizzare un sistema di leggi volte al bene comune?”.
Però esistono tradizioni di pensiero, penso ad esempio al confucianesimo, in cui il fondamento etico-sociale della legge ha una base tutta mondana.
“Sì, ma l’aspetto più sorprendente del discorso biblico è che la Legge viene dopo l’Esodo. Ovvero, Dio prima libera il suo popolo e soltanto dopo gli dà la legge, fondata dunque sulla libertà raggiunta, che impedirà di tornare a uno stato di schiavitù. Lei porta l’esempio del confucianesimo, per dimostrare che non è necessario Dio per avere una legge. Ma Dio, che peraltro non è mai “necessario”, ci indica la strada per dare alla legge il suo vero significato: non come sottrazione di libertà, ma come suo massimo dispiegamento. Io penso che dobbiamo liberarci da questa idea secondo cui Dio deve esserci. Bonhoeffer parla di “un Dio che c’è, non c’è”, proprio per riaffermare che Dio non è necessario. Che Dio è libertà, non necessità. La rivelazione della Bibbia è tale proprio per questo. Rivelare, togliere il velo, vuol dire aiutare l’uomo a capire ciò che non vede: Israele ha creduto in un Dio liberatore, prima che in un Dio giudice e legislatore. È un messaggio formidabile. Certo, sempre se uno ci crede!”.
Per chi è cresciuto tra le braccia della Chiesa cattolica la prima parola che viene in mente pensando alla religione, non è certo “liberazione”. Semmai il trittico dostoevskjiano “mistero, miracolo, autorità”.
“Lo capisco. Ma Dio non è la Chiesa. Sono due piani del discorso che vanno tenuti accuratamente separati”.
Veniamo al Dio legislatore e dunque ai dieci comandamenti. Lei li trova ancora utili per il nostro tempo?
“Assolutamente sì. Pensi al primo comandamento, che impone di distinguere tra gli idoli e Dio. Più attuale di così! Oppure, pensi al comandamento del riposo applicato a una società come la nostra, in cui il tempo libero è ancor più schiavizzato di quello del lavoro. Purtroppo, nella cultura religiosa italiana i dieci comandamenti sono poco predicati. Alcuni sono stati addirittura stravolti: per esempio, quello sul riposo è diventato “santifica le feste”, una definizione del tutto impropria. Obbedendo a una tendenza gnosticizzante del cattolicesimo romano, l’Antico Testamento è stato messo progressivamente da parte, a esclusivo vantaggio del Vangelo. Il che spiega varie cose anche sul fronte morale. Perché il discorso sulla centralità dell’amore va bene, ma quando si arriva al comandamento “non rubare”, le cose si fanno un po’ più complicate”.
Ha appena accennato al nuovo comandamento di Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù, però, oltre a obbedire, trasgredisce la legge.
“Certo, perché non c’è libertà senza trasgressione bisogna trasgredire alcune leggi degli uomini in nome della legge di Dio, nella quale si manifesta appieno la nostra libertà”.
Mi faccia un esempio.
“Gesù viene condannato a morte per due motivi: come trasgressore della legge sabato e come distruttore del tempio. E perché trasgredisce la legge del sabato? Perché i teologi avevano costruito attorno a quel comandamento una serie di norme assolutamente fuori luogo. Del tipo: nel giorno del riposo puoi fare al massimo dieci passi. Così, se l’uomo caduto a terra è lontano da te dodici passi, non puoi aiutarlo. Ma mille altri sono i casi in cui è giusto trasgredire le leggi umane, in nome di una superiore legge divina. Pensi all’obiezione di coscienza: non prendo in mano il fucile per ammazzare il prossimo, anche se lo Stato me lo impone”.
Capisco cosa intende dire. Però intravedo anche il rischio opposto: ogni legge dello Stato laico può essere messa in forse sulla base di una legge superiore. Pensi all’aborto.
“Ma non c’è nessuna legge divina che vieta l’aborto. Quella è una legge della Chiesa, che naturalmente ha il suo peso e il suo valore. Però nella Bibbia non si parla di aborto. Di nuovo, bisogna saper distinguere tra legge divina, legge ecclesiastica e legge civile”.
Qual è il luogo simbolico per eccellenza in cui si manifesta il giudizio di Dio?
“La croce di Gesù, e questo è il paradosso dei paradossi: ovvero, il giudizio di Dio viene “giudicato” nell’uomo, e nell’uomo messo in croce. “Dio mio, perché mi hai abbandonato”, dice Gesù. È il momento della lacerazione completa dell’idea stessa di Dio. Paolo definisce la croce “pazzia” per i greci, i laici, e “scandalo” per i giudei, per i religiosi come me. La verità è che se si va alla radice del discorso cristiano, il giudizio di Dio ci conduce a un’afasia totale. Perché si assiste al capovolgimento completo tra un Dio giudicante e un Dio giudicato”.
Il primo a portare Dio “in tribunale” è Giobbe, quando verifica sulla propria pelle che l’idea secondo cui se fai il bene ti ritorna il bene, non è così automatica.
“Il suo è il grido di disperazione dell’innocente che soffre ingiustamente. E protesta. La risposta di Dio, in verità non tanto chiara, lo metterà a tacere. Ancora non si dà quel rovesciamento in cui il Dio giudicante viene giudicato. Anche se già nell’Antico Testamento si affaccia l’idea secondo cui il giudizio di Dio si associa alla misericordia e non alla giustizia retributiva. E questo ci porta dritti al Nuovo Testamento, alla vita di Gesù, alla sua passione, quintessenza dell’ingiustizia: un processo farsa, la condanna, la flagellazione, la condanna a morte. Gesù subisce, ma non partecipa. Dice a un certo punto: potrei chiamare dodici legioni di angeli, ma non lo faccio. Non mi metto sullo stesso piano di Pilato, di Erode. Ed ecco il salto ulteriore, sul piano della fede. Non soltanto io non rispondo al tuo male con la stessa moneta, ma prendo su di me la tua colpa. E muoio non soltanto per la tua malvagità, ma perché ti perdono. Ora tutto questo è straordinario. Il paradosso è che le ragioni per cui uno crede o non crede, potrebbero essere le stesse. E rimandano sempre alla figura della croce. Ecco perché non posso prendermela con gli atei. Loro dicono: come posso credere a un Dio messo in croce? E io obietto: gli credo proprio perché è stato messo sulla croce“.
Le ripropongo la domanda iniziale, rovesciata. Non c’è il rischio che affidandosi al giudizio di Dio si verifichi una deresponsabilizzazione dell’individuo?
“Se intende un atteggiamento fatalista nei confronti di tutto ciò che accade, come se tutto fosse sempre e comunque frutto della volontà di Dio, allora sì, c’è questo rischio. Ma cito ancora Bonhoeffer quando dice: non tutto quello che accade è volontà di Dio, mentre in tutto ciò che accade c’è un sentiero che porta a Dio. Siamo partiti dalla parola discernimento. Ebbene, io credo che Dio, inteso come libertà d’amare, sia innanzitutto luce. E questa luce illumina il nostro cammino, aiutando o addirittura determinando il nostro discernimento. In fin dei conti, è la luce che ci consente di vedere. E discernimento vuol dire capacità di vedere, quindi capacità di giudicare, dopo aver visto. Non alla cieca”.»

La scalatrice e il teologo

sinai
Pubblico un articolo interessante di Federico Pace, in cui presenta un libro che a breve leggerò, frutto della collaborazione della conterranea scalatrice Nives Meroi e il teologo “scomodo” Vito Mancuso. La fonte è La Repubblica.
«Ci sono luoghi al mondo che non si esauriscono nelle loro sembianze geografiche. Luoghi che contengono gli antichi semi che hanno dato vita alla nostra cultura, ai nostri pensieri e ai nostri più profondi aneliti. Il Sinai è di certo tra questi. Circondato dalla silenziosa maestosità del deserto e indelebilmente caratterizzato dall’aspetto trascendente e religioso del Dio che consegnò a Mosè le tavole con il Decalogo, il monte ora viene raccontato in un libro, in uscita in questi giorni, da Nives Meroi e Vito Mancuso. La prima, grande scalatrice che ha raggiunto undici delle quattordici vette sopra gli Ottomila metri senza utilizzare ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Il secondo, teologo, docente di storia delle dottrine teologiche presso l’università di Padova e protagonista quotidiano del discorso tra religione e società civile.
Il libro dal titolo Sinai, che inaugura la collana Wild della Fabbri, è un cahier de voyage originale come forse solo i diari di viaggio scritti da più persone riescono a essere. Nives Meroi descrive la partenza, con il suo compagno di cordata e marito Romano Benet, dalle nevi del Friuli Venezia Giulia per quel deserto spesso territorio di scontri e conflitti, racconta l’atterraggio in Egitto a Sharm El-Sheikh, senza nascondere il fastidio per i metri cubi di cemento delle costruzioni alberghiere e lasciando trasparire la gioia per l’incontro con l’accompagnatore Mustafa. Dal canto suo, Mancuso percorre un’altra strada, più rarefatta e astratta e porta per mano il lettore tra le parole dei testi sacri. I monti, scrive nelle sue prime pagine, sono “un luogo privilegiato per l’incontro con il divino” dove si riscopre “un’origine dimenticata, ma tuttavia radicata dentro di sé”.
sinai meroi mancusoL’alpinista, che per scrivere usa carta e penna, entra in contatto con la natura, sale sui dromedari e partecipa alla cena beduina. Assaggia il pane, il tè che profuma di salvia, il riso, il kebap e le verdure. Arriva al monastero di Santa Caterina e alle 2 e 45 di notte si avvia verso la salita al monte mentre si leva “un rumore sordo di tribù che si mette in cammino”. In vetta, al sorgere del sole, scopre di essere in compagnia di cinquecento giovani, molti dei quali probabilmente sono tra quelli che qualche anno fa erano scesi in piazza Taqrir pieni di speranze poi andate deluse. Dall’altro canto, Mancuso si inerpica tra le parole dei sacri testi, mette a confronto le narrazioni dell’Esodo con quelle del Deuteronomio, scompone ogni singola parola per capire, in che modo e a chi, sia davvero apparso Dio, quel Dio che sul Sinai, tra lampi e fulmini, “interviene direttamente nella storia degli uomini come mai aveva fatto prima e come mai farà dopo”.
L’aspetto trascendente e quello naturale. Il deserto, il vento, il silenzio. Il rapporto fisico con la montagna. Nel libro Nives Meroi, che intercala il suo racconto con memorie delle scalate degli Ottomila, pone al centro il suo rapporto con la natura. “Generatrice di sublime – scrive – e allo stesso tempo capace di indifferenza assoluta”. Percepita alle volte come forza potentissima, di fronte al quale l’essere umano non può nulla, e altre come entità fragilissima aggredita spietatamente dalla nostra moderna sete di crescita spesso priva di equilibrio. La natura, ci racconta al telefono Meroi, “è quello di cui noi siamo parte. Penso che la cosa più importante e semplice che ho imparato anche da questo viaggio, è proprio questo. Nelle spedizioni che ho fatto, in questo viaggio in Sinai, il delirio di onnipotenza viene subito ridimensionato. Noi siamo elementi della natura, e dobbiamo imparare a rimanere in contatto con lei”. Traspare forte anche il legame tra lo scalare una montagna e la necessità di narrare una storia. “So di non essere né una studiosa, né una scrittrice – ci confessa candidamente – ma per me è importante narrare delle storie perché, quello che conta dal mio punto di vista, non è tanto raggiungere la cima, quanto tornare giù e raccontare quello che ho visto, quello che ho vissuto e condividere in qualche modo quello che ho compreso”.
Mancuso sottolinea come gli studi e le indagini archeologiche testimoniano la difficoltà a stabilire che il Sinai di cui noi oggi parliamo, sia effettivamente il Sinai di cui parla la Bibbia. Eppure il fascino per questo monte non si esaurisce. Perché? Mancuso risponde alla domanda che gli poniamo spiegando come esista “un Sinai interiore che significa una dimensione di altezza e di trascendenza verso cui ogni civiltà si sente attratta”. Ma non solo, c’è un altro aspetto per il teologo che alimenta l’attrazione verso questo luogo, un aspetto “che riguarda la dimensione della sollecitazione e della provocazione che la libertà umana riceve di fronte alle dieci parole, al decalogo, a un imperativo etico. La tua libertà esiste, ma è fatta per aderire alla giustizia, al bene, a tutte quelle cose che i comandamenti del Sinai ci presentano”.
Il Sinai ancora oggi così provoca incanto e spaesamento. Il monte è stato cercato e inseguito nel tempo da un numero infinito di artisti. Dipinto da El Greco, raccontato da Alexandre Dumas e terra di rifugio per Antonio Tabucchi. Forse è nelle parole che Mancuso ci rivolge prima di chiudere la chiacchierata che ci ha concesso, la chiave di tutto il libro: “Scrivere del Sinai mi ha insegnato di nuovo che l’ultima parola riguardo al problema di Dio, a questa attrazione, a questa ricerca, non è la razionalità, non è un pensiero, ma la nube della non conoscenza, è un misto di timore per i lampi e le teofanie (ndr. apparizioni della divinità), questa dimensione quasi vulcanica, la scrittura di questo libro mi ha richiamato profondamente a questa dimensione che chiamerei “apofatica”: c’è qualcosa di più importante delle parole, c’è la vita nuda che si pone di fronte alla misteriosità dell’esistenza”.»

Se vuotare il sacco non basta

sacco-di-patate--patate--object--sano_3198529Una storia molto carina; questa volta arriva dal taoismo e l’ho trovata qui.
«Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
“Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco”.
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
“Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana” disse il saggio. “Poi ne parleremo”.
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po’, divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato. Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era diventato anche sgradevole.
Finalmente, la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo. “Nessuna riflessione sulla cosa?”
“Sì, maestro” rispose il discepolo. “Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi e, dopo un po’, peggiora.”
“Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?”
“Dobbiamo sforzarci di perdonare”.
“Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?”
“Ci ho pensato molto, Maestro” disse il discepolo. “Mi è costato molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti”.
“Molto bene, possiamo togliere tutte le patate. Ci sono altre persone che ti hanno offeso o irritato nell’ultima settimana?”
Il discepolo rifletté per un momento e ammise che ce n’erano. Improvvisamente rimase sgomento, quando si rese conto che il sacco vuoto si sarebbe riempito di nuovo.
“Maestro” chiese, “se continuiamo così, non ci saranno sempre patate nel sacco, settimana dopo settimana?”
“Sì, finché ci saranno persone che diranno o faranno cose contro di te in qualche modo, tu avrai sempre patate”.
“Ma Maestro, noi non potremo mai controllare quello che gli altri fanno. Cosa c’è di buono nel Tao allora?”
“Questo non è ancora il Tao. Quello di cui abbiamo parlato finora è l’approccio convenzionale al perdono. E’ quello che tante filosofie e religioni predicano – dobbiamo costantemente sforzarci di perdonare, perché questa è una virtù importante. Questo non è il Tao, perché non c’è sforzo nel Tao”.
“Allora cosa è il Tao, Maestro?”
“Prova ad immaginarlo. Se le patate sono le emozioni negative, allora cosa è il sacco?”
“Il sacco è… quello che mi permette di trattenere la negatività. E’ qualcosa dentro di noi che ci fa persistere sui sentimenti offesi… Ah, è il mio tronfio senso di auto-stima”.
“E cosa succede se te ne liberi?”
“Allora… le cose che la gente fa o dice contro di me non sembrano più un gran problema”.
“In tal caso, non avrai nessun nome da scrivere sulle patate. Questo significa niente più peso da portare e niente più puzza. Il Tao del perdono è la decisione cosciente non solo di togliere le patate… ma di abbandonare l’intero sacco”.»

La nave va

Etty Hillesum è una ebrea olandese, morta ad Auschwitz nel 1943, all’età di 27 anni. Di lei ci restano un diario e molte lettere, scritte a Westerbork, un campo di smistamento dove ha lavorato come assistente sociale dal luglio del 1942 al 7 settembre 1943. In una pagina del suo diario scrive:

etty_2“L’essenziale è stare nell’ascolto
di ciò che sale da dentro.

Le nostre azioni spesso
non sono altro che imitazione,
dovere ipotetico o rappresentazione erronea
di che cosa deve essere
un essere umano.

Ma la sola vera certezza
che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti
che zampillano nel profondo di noi stessi.

Si è a casa sotto il cielo
si è a casa dovunque su questa terra
se si porta tutto in noi stessi.

Spesso mi sono sentita,
e ancora mi sento, come una nave
che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va,
libera di navigare dappertutto.

Dobbiamo essere la nostra propria patria.”

Segnalo che mercoledì 29 gennaio su Rai5, alle 21.15 andrà in onda “Ascoltami bene”, uno spettacolo teatrale liberamente tratto dalle lettere e dai diari di Etty Hillesum.
Suggerisco anche questo breve video (8 minuti sul Diario e Le lettere)

Perché?

Pubblico un breve racconto (la lunghezza è un’apparenza, le battute sono molto brevi) dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz, nobel per la letteratura nel 1988. Un dialogo tra padre e figlia dal titolo “Il paradiso dei bambini”. La conoscenza e l’amore su ogni cosa.

“- papà…nagib
– dimmi.
– io e Nadia stiamo sempre insieme.
– certo, tesoro: è la tua amica…
– in classe, in cortile, anche alla ricreazione.
– bene! Nadia è una bambina bella e bene educata.
– nell’ora di religione però io vado in un’aula e lei in un’altra.
Lanciai un’occhiata alla mamma e la vidi sorridere mentre era intenta a cucire. Sorrisi anch’io dicendo:
– ma è solo nell’ora di religione…
– e perché?
– perché tu hai una religione e Nadia un’altra.
– come?
– tu sei musulmana e Nadia è cristiana.
– perché, papà?
– sei ancora piccola. Un giorno capirai.
– no. Io sono grande!
– ma no che sei piccola, tesoro!
– e perché sono musulmana?
Dovevo essere disponibile e accorto e soprattutto non tradire i nuovi sistemi educativi alla prima difficoltà.
– il tuo papà è musulmano e la tua mamma è musulmana, per questo anche tu sei musulmana.
– e Nadia?
– i suoi genitori sono cristiani, perciò è cristiana pure lei.
– forse è perché il suo papà porta gli occhiali…?
– non c’entrano gli occhiali. E’ che anche suo nonno era cristiano… dissi, deciso a risalire le generazioni senza smetterla finché non si fosse stancata e avesse finito per cambiare argomento. Ma ella riprese:
– chi è meglio?
Riflettei un poco, poi risposi:
– la musulmana è buona e anche la cristiana è buona.
– una dev’essere migliore per forza.
– son buone tutt’e due.
– e se mi faccio cristiana per stare sempre con Nadia…?
– non si può, amore. Ognuno deve restare come il suo papà e la sua mamma.
– e perché?
Ecco qua la tirannia dei nuovi metodi educativi!
– non vuoi proprio aspettare quando sarai grande?
– no, papà.
– bene. Lo sai cos’è la moda? A uno piace una moda, all’altro un’altra. Essere musulmani è l’ultima moda, per questo devi rimanere musulmana.
– allora quella di Nadia è una moda vecchia!
Benedette tu e la tua Nadia! Nonostante la mia prudenza mi ero sbagliato e avevo finito col mettermi in un bel pasticcio.
– e´ una questione di gusti… però ognuno deve restare come i suoi genitori.
– dirò a Nadia che la sua è una moda vecchia e che la mia è nuova.
– tutte le religioni sono buone – mi affrettai a dire – chi è musulmano adora Dio e chi è cristiano anche.
– ma perché lei lo adora in un posto e io in un altro?
– perché da una parte lo si fa in un modo e dall’altra in un altro modo.
– e perché?
– lo saprai l’anno prossimo, o quello dopo. Per ora basta che tu sappia che sia i musulmani sia i cristiani adorano Dio.
– e chi è Dio, papà?
Restai sorpreso. Riflettevo, mentre prendevo tempo.
– cosa ti ha detto la maestra?
– ci ha letto una sura del Corano e ci ha insegnato le preghiere. Però chi è Dio non lo so.
Ci pensai su ancora, nascondendo un sorriso.
– è il creatore di tutte le cose.
– di tutte?
– di tutte.
– e che vuol dire creatore?
– vuol dire che è lui che ha fatto ogni cosa.
– e come ha fatto?
– con la sua grande potenza…
– e dove vive?
– ovunque nel mondo.
– e prima del mondo?
– lassù.
– in cielo?
– sì.
– lo voglio vedere.
– non si può.
– nemmeno in tv?
– nemmeno.
– nessuno lo può vedere?
– nessuno.
– e tu come lo sai che è lassù?
– lo so.
– chi te l’ha detto?
– i profeti.
– i profeti?
– sì, come Muhammad.
– e lui come ha fatto a saperlo?
– aveva una forza speciale.
– una forza speciale negli occhi?
– sì.
– e perché?
– è Dio che lo ha creato così.
– perché?
Mi dominai e risposi:
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– e quando lo ha visto com’era?
– grande, forte, potente…
– come te, allora.
Trattenni una risata:
– nessuno gli è simile.
– e perché vive lassù?
– la terra non basta a contenerlo, ma egli vede ogni cosa.
Si distrasse per poco, poi riprese:
– ma Nadia dice che ha vissuto sulla terra.
– è perché vede ogni luogo, così è come se vivesse dappertutto.
– Nadia ha detto che lo hanno ucciso.
– no, amore mio, hanno creduto di averlo ucciso, ma egli è vivo e non muore mai.
– e il nonno, è vivo anche lui?
– no, il nonno non c’è più.
– lo hanno ucciso?
– no. E’ morto da solo.
– e come è morto?
– si è ammalato ed è morto.
– allora la mia sorellina che è malata morirà anche lei?
Mi adombrai e prevenni la reazione della mamma affrettandomi a dire:
– ma no, guarirà!
– e allora il nonno perché è morto?
– il nonno si è ammalato da grande.
– anche tu ti sei ammalato da grande. Perché non sei morto?
Questa volta la mamma la rimproverò ed ella restò smarrita a guardare ora l’uno ora l’altra.
– moriamo quando lo vuole Iddio.
– e perché Dio vuole che moriamo?
– egli è libero di fare ciò che vuole.
– la morte è bella?
– oh no, tesoro.
– e perché dio vuole una cosa brutta?
– e´ bella quando è lui a volerla.
– ma tu hai detto che è brutta.
– mi sono sbagliato, amore.
– perché la mamma si è arrabbiata quando ho detto che tu muori?
– perché ancora Dio non lo ha voluto.
– e perché lo vuole, papà?
– è lui che ci fa nascere e fa che ce ne andiamo.
– e perché?
– vuole che facciamo delle cose belle prima di andarcene.
– e perché non restiamo?
– non ci sarebbe spazio per la gente se tutti restassero.
– così lasciamo tutte le cose belle.
– andiamo dove ci sono cose migliori.
– dove?
– lassù.
– da Dio?
– sì.
– e lo vedremo?
– sì.
– e sarà bello?
– certo.
– allora dobbiamo andare.
– ma non abbiamo ancora fatto tante belle cose…
– il nonno le ha fatte?
– sì.
– che cosa ha fatto?
– ha costruito una casa e ha coltivato un giardino.
– e cosa aveva fatto Totò, il mio cuginetto?
Mi rattristai per un istante, poi volsi uno sguardo commosso alla mamma e risposi:
– anche lui ha costruito una piccola casa prima di andarsene.
– il figlio dei vicini invece mi picchia e non fa niente di bello.
– è proprio un ragazzaccio.
– allora non morirà.
– solo quando Dio lo vorrà.
– anche se non farà nessuna bella cosa?
– tutti si muore. Chi fa cose buone va dal Signore e chi le fa cattive va all’inferno.
Lei sospirò e tacque.
Avvertii quanto la cosa fosse stata impegnativa, ma non sapevo dire se avessi risposto bene o male. La fila dei perché aveva risvegliato domande celate dentro me. La piccola non lasciò passare molto tempo prima di sbottare:
– voglio stare sempre con Nadia.
Guardai verso di lei con aria interrogativa.
– anche nell’ora di religione!
Scoppiai a ridere. Anche la mamma rideva. Soggiunsi sbadigliando:
– non me lo immaginavo che si potesse parlare di cose simili a questo modo.
Intervenne la mamma con aria consolatrice:
– la bimba crescerà e un giorno potrai spiegarle tutte le cose che sai a riguardo.
Mi girai allora alterato verso di lei per capire fino a che punto avesse parlato sul serio o se piuttosto mi prendesse in giro. Ma già aveva ripreso il suo lavoro di cucito.”
(da “Il bambino nell’Islam”, in Aa.Vv. Il bambino nelle religioni, Editrice Ancora, Milano 1992)

L’anima in pace

Hui-k'oOggi pubblico una storiella breve e folgorante della tradizione buddhista. Questa la fonte.
Un giorno Hui-k’o si presentò a Bodhidharma e gli disse: “La mia anima è tormentata: ti prego, dalle pace!”
“Portami qui la tua anima e io le darò pace.”
“Come faccio? Quando la cerco, non la trovo.”
“Allora è già in pace.”

La capra in casa

tav05Pubblico una storiella dalla tradizione ebraica tratto da questo sito:
Un uomo, poverissimo di beni, ricco di fede e di figli, viveva con la moglie, i suoceri e otto bambini in una misera capanna di una sola stanza, torrida d’estate e gelida d’inverno.
Andò dal suo rabbino e lo implorò di aiutarlo a trovare una soluzione: “Rebbe, non possiamo più vivere così, uno sull’altro, che posso fare?” il rabbino gli disse: “Hai per caso una capra?” “Sì Rebbe! Una capra per il latte e il formaggio! La mia unica ricchezza!” “E dove la tieni questa capra?” “Legata fuori dalla capanna, Rebbe, nel piccolo cortile” “Ebbene, porta la capra nella capanna a vivere con voi” “Ma come Rebbe! Ti ho detto che è una stanza piccola e già affollata!” “Fai come ti dico e torna da me tra una settimana”.
Dopo una settimana il povero torna da Rebbe sempre più disperato. “Rebbe, lo sporco, la puzza, è un disastro, non ne possiamo più!!!” “Ok”, dice il rabbino, “Ora porta fuori la capra, legala al palo e torna da me tra una settimana”. Passata la settimana, l’uomo torna dal Rebbe, tutto felice. “Caro Rebbe, come stiamo bene! La stanza è pulita e profumata, e senza la capra c’è spazio per tutti!”

L’orlo

Pubblico un altro racconto, questa volta appartenente alla tradizione indiana, tratto da questo sito.
Camminare sull’acqua
Un brahmano aveva costruito il suo eremo vicino al grande fiume. Tutti i giorni arrivavabattesimo-di-gesu-colored una ragazza che attraversava il fiume con un traghetto e gli portava un po’ di latte da parte del pastore che abitava sulla riva opposta. Talvolta era in ritardo e ciò irritava il brahmano. La ragazza si scusava: «Succede che devo aspettare il traghetto perché è ancora dall’altro lato o è appena partito». «Il traghetto? Stupidaggini!» esclamò il brahmano con disprezzo, e spazientito continuò: «Figliola, con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, un uomo che crede può camminare sulle onde del mare sconfinato e circolare delle morti e delle rinascite senza fine, per giungere alla lontana sponda della liberazione. E lo scorrere dell’acqua di un fiume è sufficiente a fermare il tuo piede?» La ragazza stava davanti al sant’uomo ammutolita e piena di vergogna. Si inchinò al suo cospetto, prese la polvere che stava ai suoi piedi e se la mise sulla fronte.
L’indomani la ragazza arrivò puntuale con il latte e così anche nei giorni successivi. Il brahmano fu soddisfatto dello zelo e dopo qualche tempo le chiese: «Come fai ad arrivare sempre così puntuale?» La ragazza rispose: «Signore, faccio come tu mi hai detto. Con il nome di Dio nel cuore e sulle labbra, cammino con fede sull’acqua, senza che il mio piede affondi. Non ho più bisogno del traghetto».
Il brahmano si meravigliò in silenzio per il potere prodigioso del nome di Dio in una creatura così semplice; non se ne fece accorgere e commentò: «Bene. Voglio venire con te per vederti camminare sull’acqua; voglio attraversare il fiume insieme a te». Era curioso: come faceva la ragazza a compiere il miracolo? Se davvero la giovane aveva successo, sicuramente anche lui ce l’avrebbe fatta.
Giunti alla sponda, le labbra della ragazza presero a muoversi silenziosamente; il suo sguardo era rivolto verso un punto lontano. La giovane mormorava continuamente il nome di Dio e, leggera come una piuma, cominciò a scivolare sull’acqua. La corrente fluiva veloce e gorgogliante sotto di lei senza spruzzarla; le piante dei piedi non sembravano toccarla.
Il brahmano stupefatto alzò un po’ la veste, cominciò a sussurrare il nome di Dio e pose il piede sull’acqua. Ma non riuscì a restare accanto alla ragazza che, come una rondine, sembrava volare dolcemente. Stava per annegare. La giovane se ne accorse, scoppiò in una fragorosa risata e gridò, allontanandosi: «Non meravigliarti se stai affondando! Come può il nome di Dio farti camminare sull’acqua, se quando lo chiami ti sollevi la veste perché temi di bagnarne l’orlo?»
(Heinrich Zimmer – Racconti dall’India)

Per lui è tutto

Ho intenzione di proporre sul blog alcuni scritti provenienti dalle diverse tradizioni religiose. Alcuni saranno tratti dai libri che ho a casa, altri da siti che di volta in volta segnalerò. Inizio con un delicato racconto della tradizione islamica sufi, preso qui.

L’acqua del paradiso
Nel corso della loro vita da nomadi, Harith il Beduino e sua moglie Nafìsa erano soliti piantare la loro logora tenda dove potevano trovare qualche palma da dattero, qualche ramoscello rinsecchito per il loro cammello, o uno stagno di acqua salmastra.
Erano anni che facevano questa vita e ogni giorno Harith compiva gli stessi gesti: con la trappola prendeva i topi del deserto per via della loro pelle, e con le fibre di palma intrecciava corde che vendeva alle carovane di passaggio.
foto_deserti_002_Basin_Snow_Canyon_UtahUn giorno, tuttavia, una nuova sorgente sgorgò dalle sabbie del deserto. Harith si portò l’acqua alle labbra e gli sembrò l’acqua del paradiso. Quell’acqua, che noi avremmo trovato terribilmente salata, era infatti molto meno torbida di quella che era abituato a bere. “Devo assolutamente farla assaggiare a qualcuno che sappia apprezzarla”, si disse Harith.
Si incamminò quindi sulla strada per la città di Bagdad e per il palazzo di Harun El-Rashid, fermandosi solo per sgranocchiare qualche dattero. Portava con sé due otri pieni d’acqua: uno per sé e l’altro per il califfo.
Alcuni giorni dopo raggiunse Bagdad e andò direttamente a palazzo. Le guardie ascoltarono la sua storia e, non potendo fare altrimenti – era questa l’usanza – lo ammisero all’udienza pubblica tenuta dal califfo.
“Comandante dei credenti”, disse Harith, “sono un povero beduino e conosco tutte le acque del deserto, benché sappia ben poco di altre cose. Ho appena scoperto quest’Acqua del Paradiso e ho subito pensato di portarvela perché, in verità, è un regalo degno di voi”.
Harun il Sincero assaggiò l’acqua e, dato che capiva i suoi sudditi, ordinò alle guardie di far accomodare il beduino e di trattenerlo finché non avrebbe fatto conoscere la sua decisione. Poi chiamò il capitano delle guardie e gli disse: “Ciò che per noi è niente, per lui è tutto. Al calar della notte conducetelo fuori dal palazzo. Non lasciate che veda il possente Tigri; scortatelo fino alla sua tenda senza permettergli mai di bere acqua dolce. Poi dategli mille monete d’oro con i miei ringraziamenti per i suoi servigi. Ditegli che lo nomino guardiano dell’Acqua del Paradiso e che dovrà offrirne da bere a mio nome a tutti i viaggiatori”.
Questo racconto s’intitola anche: “La storia dei due mondi”. Risale ad Abu El-Atahiyya, della tribù degli Aniu, contemporaneo di Harun El-Rashid e fondatore dei dervisci Maskhara, ‘Gaudenti’, in Occidente sono conosciuti col nome di ‘Mascara’ e hanno adepti in Spagna, Francia e in altri paesi. El-Atahiyya è stato chiamato “il padre della poesia araba sacra”. Morì néll’828.

Verità, passione, torto

non-sto-zitta-se-ho-torto«Se ciò che cerchi è la verità, c’è una cosa che devi avere innanzitutto».

«Lo so. Una passione travolgente per essa».

«No. Un’incessante disponibilità ad ammettere che puoi avere torto».

(Un minuto di saggezza, Anthony De Mello)

Nuovi ancoraggi

nebbiaE’ da un po’ che non aggiorno il blog. Desideravo sì prendermi un po’ di tempo tutto per me, ma sono stato sopraffatto dagli eventi. Non è stato un buon Natale per me e per la mia famiglia. Un lutto ci ha colpiti proprio mentre ci apprestavamo a passare tutti insieme il 25 dicembre. Sono seguiti giorni non facili in cui interrogativi, dubbi, pensieri hanno avuto lo spazio di cui avevano bisogno. Quando mi trovo in queste situazioni so che posso solo vivermele e assecondare gli stati d’animo del momento, un po’ come essere in preda a un vento fortissimo che ti ha ormai sollevato da terra e ti ha fatto perdere ogni ancoraggio, ogni punto saldo. Dopo qualche tempo quel vento ti riposerà a terra, ma sarà un terreno diverso dove dovrai creare dei nuovi punti di riferimento. Al turbamento normale di un lutto si è aggiunto lo stacco del momento: il giorno della festa della speranza (la nascita di Gesù per il credente cristiano, la festa del ritorno della luce per le origini pagane del solstizio d’inverno) che si trasforma in uno dei giorni più bui in cui forti si fanno le parole di Sant’Agostino: «La tristezza calò buia sul cuore, e dovunque guardavo era la morte. E il mio paese divenne un patibolo, e la casa paterna m’era penosa e strana, e tutto quello che avevo condiviso con lui, senza di lui si convertiva in uno strazio enorme. I miei occhi lo cercavano invano dappertutto, e odiavo tutte le cose perché non lo tenevano fra loro e non potevano più dirmi “eccolo, viene”, come quando era in vita e mi mancava. Ero divenuto un enigma angoscioso a me stesso e chiedevo a quest’anima perché fosse triste e mi opprimesse tanto e lei non sapeva rispondermi. E se dicevo: “Spera in Dio” lei non ubbidiva, giustamente, perché quella persona concreta che le era tanto cara e che aveva perduta era migliore e più vera del fantasma in cui le si ordinava di sperare. Solo il pianto mi era gradito e aveva preso il posto del mio amico fra i piaceri dell’anima.»

Granelli di felicità

Rubo dal profilo fb di un’amica.

Fusine_0104 fb“La vita è fatta di piccole felicità insignificanti simili a minuscoli fiori.
Non è fatta solo di grandi cose come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali.
Ogni giorno succedono piccole cose, tanto da non riuscire a tenerle a mente né a contarle.
E tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percettibile che l’anima respira e grazie alla quale vive.” (B. Yoshimoto)

E’ già abbastanza temere l’ignoto

Fusine_0032 fbPubblico anche questo piccolo dialogo sempre di Don DeLillo, sempre da “Rumore bianco”, in quanto sembra rispondere al precedente:
“- … Credi che la vita senza la morte sia in qualche misura incompleta?
– E come potrebbe? E’ proprio la morte a renderla tale.
– Non pensi che la nostra coscienza della morte rende la vita più preziosa?
– A che serve una preziosità basata su paura e angoscia? E’ tremendo, è terrificante.
– Vero. Le cose più preziose sono quelle di cui ci sentiamo più sicuri. Una moglie, un figlio. Questo eventuale figlio, lo spettro della morte lo rende più prezioso?
– No.
– No. Non c’è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita. Vero o falso?
– Falso. Una volta stabilita la morte, diventa impossibile vivere una vita soddisfacente.
– Preferiresti sapere data e ora esatte della tua morte?
– Assolutamente no. E’ già abbastanza temere l’ignoto. Di fronte all’ignoto possiamo fingere che non esista. Le date esatte indurrebbero molti al suicidio, se non altro per farla in barba al sistema.”