Memorie

Per i ragazzi di quinta ( e per chi lo volesse) il materiale delle dispense viste in classe, quello sulla shoah e quello sui gulag. Non ho avuto tempo di correggere sviste ed errori 🙂

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

GULAG.doc

Burleigh a Percoto

Ieri a Percoto c’è stata la consegna dei premi Nonino. Uno dei premiati è stato Michael Burleigh. Appena riesco compro il libro che appare verso la fine di questa intervista molto interessante presa da Rai News.

Se la strada non è dritta

Stamattina in classe ancora un suggerimento per una breve canzone sull’amicizia con le immagini di Toy Story.

Lavoro minorile e Unicef

Lavoro minorile

UNICEF_HQ07_1217_Shehzad_No.jpgNel mondo sono più di 150 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione. Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo. Da sempre l’UNICEF combatte la piaga del lavoro minorile, e lo fa sulla base di una posizione che tiene conto della natura complessa del fenomeno e delle condizioni concrete in cui versa l’infanzia sfruttata. In particolare, l’UNICEF considera la differenza tra child labour – sfruttamento economico in condizioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino – e children’s work, una forma di attività economica più leggera e tale da non pregiudicare l’istruzione e la salute del minore.

Le forme peggiori del lavoro minorile

Secondo i dati dell’ILO, nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi. E’ il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India. Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. Nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, sono 8.000 i bambini che vivono come mendicanti. Altra faccia di questa tragica realtà è lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, che coinvolge un milione di bambini ogni anno. Se le varie tipologie di lavoro minorile posson essere in qualche modo quantificate, una più di altre è caratterizzata dall’invisibilità e sfugge a una valutazione statistica: si tratta del lavoro domestico e familiare, in cui sono impiegate soprattutto le bambine. Che si tratti di lavoro in casa di altri (lavoro domestico) o in casa propria (lavoro familiare), per le bambine esso diventa spesso una vera e propria forma di schiavitù, che le costringe a vivere nell’incubo della violenza e dell’abuso.

Comprendere il lavoro minorile

Con l’obiettivo di individuare soluzioni efficaci e di lungo periodo alla problematica del lavoro minorile, l’UNICEF, in collaborazione con l’ILO-IPEC e la Banca Mondiale ha avviato lo Understanding Children’s Work (UCW), un progetto di ricerca che ha consentito di “fotografare” con precisione la realtà del lavoro minorile in diversi Paesi in via di sviluppo, orientando così le strategie finalizzate ad affrontare il problema. L’UNICEF riconosce che i principali interlocutori utili alla comprensione del fenomeno del lavoro minorile sono gli stessi bambini lavoratori. Per questo, in Italia, la nostra organizzazione aderisce alle iniziative promosse dal Coordinamento sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PIDIDA) e ospita o promuove gli incontri periodici dei ragazzi lavoratori riuniti nel movimento NAT’s (niños y adolescentes trabajadores). Dare voce ai bambini vittime del lavoro consente alle organizzazioni internazionali di capire meglio il fenomeno, e migliorare gli interventi a favore dei bambini. In effetti a partire dal 2002 si è verificata, sopratutto in America Latina e Caraibi, una diminuzione del 26% del numero di minori impiegati in lavori pericolosi. Progressi più lenti si registrano invece in Africa Subsahariana (dove sono ancora 69 milioni i bambini impiegati in varie forme di child Labour) e in Asia, dove i bambini lavoratori sono 44 milioni. Affrontare il problema del lavoro minorile è di fondamentale importanza anche ai fini del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio 1 (eliminazione della povertà estrema) e 2 (raggiungimento dell’istruzione primaria universale).

Fonte Unicef

Conta su di me

Stamattina in I una ragazza ha proposto questo video per dire cosa significa per lei l’amicizia. Che bello! L’ho trovato significativo e molto delicato. Grazie per avercelo fatto scoprire 🙂

L’outing di Apple

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Il 13 gennaio la Apple ha rivelato per la prima volta l’elenco delle circa 150 aziende che lavorano per la mela. Emergono in vari stabilimenti casi di sfruttamento del lavoro, orari inadeguati, lavoro minorile, test di gravidanza somministrati alle operaie (è successo in 24 fabbriche), danni ambientali e assenza di norme sulla sicurezza. Ecco l’articolo di Davide Orecchio per intero.

Trovate la vostra voce

“… è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate, figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade…” (prof. Keating)

Il mio dovere

Prendo dal sito di Avvenire un articolo di Riccardo Michelucci in cui si racconta la storia dell’iraniano Sardari che riuscì a salvare centinaia di ebrei dalle mani naziste.

Abdol-Hossein-Sard_2091010b.jpgEra il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio. Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati Djuguten, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli “esperti” di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca. Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Sardari è uno dei tanti eroi rimasti a lungo nell’oblio, com’accaduto ad Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e a tanti altri. Il primo a ricostruire la sua vicenda, una decina d’anni fa, è stato suo nipote Fereydoun Hoveyda, anch’egli un noto diplomatico (partecipò tra l’altro alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948). Sono stati i suoi ricordi a innescare il lavoro di Fariborz Mokhtari, ricercatore al Centro di studi strategici sul Vicino Oriente di Washington, che è recentemente confluito nel libro Lion’s Shadow, appena uscito in inglese.
Quella di Sardari è una storia degna di un copione cinematografico: dopo l’invasione della Francia, a lui si rivolse la comunità degli ebrei iraniani che viveva a Parigi. L’Iran, ufficialmente neutrale, aveva interesse a mantenere rapporti commerciali con la Germania e i nazisti avevano dichiarato l’Iran una nazione ariana e compatibile, dal punto di vista razziale, con la Germania. Il diplomatico usò allora la sua influenza e i contatti per esentare i suoi connazionali di religione ebraica dalle leggi razziali, sostenendo che i cosiddetti
Djuguten non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Richiamato in patria nel 1941 dopo l’invasione anglo-sovietica dell’Iran, decise di rimanere in Francia al loro fianco, senza stipendio e senza protezione, per proseguire il suo piano e salvare centinaia di esseri umani. Come Eliane Senahi Cohanim, che aveva solo sette anni quando riuscì a scampare alla deportazione insieme alla sua famiglia, grazie ai passaporti falsi e ai documenti di viaggio forniti da Sardari. «Mio padre ripeteva sempre che se ce l’abbiamo fatta è stata solo per merito suo», ricorda la donna, ormai quasi ottantenne. Tra le tante testimonianze e gli inediti d’archivio citati o riprodotti nel libro di Mokhtari, c’è anche la lettera con la quale Eichmann definisce la tesi di Sardari «il solito trucco degli ebrei», un documento citato anche negli atti dello storico processo all’architetto dell’Olocausto. Ciononostante, per decenni la Storia si è dimenticata di un eroe politicamente scorretto sia per gli arabi che per gli ebrei, e a lungo si è cercato di cancellarne la memoria. Nel dopoguerra Sardari non ricevette alcun riconoscimento, mentre la rivoluzione khomeinista lo spodestò della pensione e di tutte le sue proprietà, facendolo morire povero e sconosciuto a Londra, nel 1981.
«Non ho fatto nient’altro che il mio dovere, che era quello di salvare gli iraniani. Tutti, anche quelli di fede ebraica», ebbe modo di spiegare. Prima di essere celebrato in questo libro, il suo coraggio era stato ricordato nel 2004 con un riconoscimento postumo conferito dal Centro Simon Wiesenthal. Invece il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, anche a causa delle tensioni tra Israele e Teheran, non ha ancora deciso di annoverarlo tra i “Giusti dell’Islam”. Eppure la sua vicenda, figlia di una cultura millenaria del rispetto e della tolleranza, rappresenterebbe una risposta chiara e inequivocabile al negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad.

 

Il Comandante

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Prendo dal sito di Ferdinando Camon la sua riflessione su quanto successo all’isola del Giglio.

“Cosa dice il comandante della Costa Concordia in segreto, come se parlasse a se stesso, quando il disastro è ormai chiaro, la nave è squarciata e imbarca acqua, ogni pericolo si fa reale, morti, dispersi, affondamento, inquinamento, che cosa dice? Solo, in disparte, col cellulare in mano, sta parlando con un amico lontano, e uno dell’equipaggio lo sente mormorare: “Stavolta perdo tutto, la mia carriera finisce qui”. Cosa vuol dire “tutto”? Il comando. Questa è una tragedia causata dall’“ebbrezza del comando”. Un comando assoluto, com’è quello di un capitano sulla nave. Un comando al quale si può sottrarsi col più traumatico e pericoloso dei modi: l’ammutinamento. È per mostrare il comando, l’ebbrezza del potere, che il capitano ha guidato la nave fin sopra gli scogli. Fino a 900 metri dalla costa la nave fu guidata dagli strumenti, a 900 metri il capitano afferrò il timone (che qui è un joystick) dicendo: “Adesso comando io”. E puntò verso la riva. La distanza dalla riva quand’è avvenuto l’urto sulla punta aguzza dello scoglio è stata misurata ieri: si tratta di 92-96 metri. Una sfida mortale. Un record. Il comandante voleva firmare questo record. In una di quelle case doveva esserci (ma in quel momento non c’era) un altro comandante come lui, che era stato il suo precedente comandante, su una nave sorella di questa. Era una specie di “visita a domicilio”. Uno dei piaceri che dà il potere è questo: poterlo mostrare. L’esibizionismo. Tra potente e potente si crea un legame di clan, fatto di omaggi. Chi seleziona i candidati al comando è questo che dovrebbe esaminare: se il candidato pecca di questo peccato, il vanto del potere. Se ha questo peccato, è pericoloso per coloro su cui ha potere. A un certo punto qui s’impose la scelta: conservare l’orgoglio e lasciar perdere tutto, o umiliarsi e salvare le vite altrui. Il comandante fece la prima scelta. Per 40 minuti mentì a tutti, dichiarando che non c’erano pericoli. Se avesse ammesso l’errore e il dramma, e dato l’ordine di evacuazione, i marinai dicono che si sarebbero potuti salvare tutti, perché si sarebbero calate le scialuppe da ambedue le murate, ancora dritte. Ma quanto più alto è l’esibizionismo del potere, tanto più difficile è piegarsi all’umiliazione, ammettere l’errore, contraddirsi. Qui il capitano non lo fece mai. L’equipaggio ha una doppia obbedienza: una al comandante e l’altra alla nave e a chi c’è dentro. La seconda obbedienza sta al di sopra della prima. Un gruppo di ufficiali in seconda decise l’evacuazione 13 minuti prima che la decidesse il capitano. Quando un comandante sbaglia palesemente e gravemente, qualunque soldato può disobbedirgli. Nei film vediamo comandanti ubriachi rivelare ordini segreti nell’imminenza di un’operazione, e la ronda arrestarli. La ronda è composta di soldati semplici. Sulla “Concordia”, il gruppetto di ufficiali in seconda che prese decisioni in contrasto col comandante superiore, tecnicamente commise un ammutinamento. Ma poteva e doveva farlo. Visto che il comandante aveva abbandonato il posto di comando, e si era messo in salvo su una scialuppa, la Capitaneria di porto lo degradò, impartendogli ordini: “Torni sulla nave”. Il comandante non obbedì, preferì tenersi in salvo. Anche questo è un ammutinamento. Questo naufragio del Giglio è segnato da due ammutinamenti. Ma tra i due ammutinamenti c’è una differenza: quello degli ufficiali in seconda fu commesso per eroismo e altruismo, quello del comandante per viltà. A qualcuno son tornati in mente altri naufragi, come il Titanic e l’Andrea Doria. Ma non c’è paragone possibile. L’iceberg che squarciò il Titanic non era certo segnato sulle carte, e il comandante dell’Andrea Doria rimase sul ponte di comando anche dopo che tutti avevan lasciato la nave. I suoi ufficiali dovettero tornare indietro e portarlo via con la forza.”

Mare al mattino

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Ho appena terminato di leggere tutto d’un fiato “Mare al mattino”, l’ultimo libro di Margaret Mazzantini, il regalo di Natale che ho fatto a mia moglie. Mi sono commosso. Parla della Libia, parla della Libia del passato e della Libia del 2011, della Libia dei libici e della Libia degli italiani, parla del Mediterraneo, di quel mare da attraversare, di un mare che può essere vita e speranza ma anche morte e disperazione. Dopo una mezz’ora passata a lasciare decantare le ultime pagine del libro ho sfogliato la rivista Dimensioni Nuove che mi è arrivata ieri per posta e ho trovato un articolo di Patrizia Spagnolo, di cui riporto una parte:

“Ritrovati a bordo di un peschereccio i corpi senza vita di 25 ragazzi morti per asfissia nella sala macchine dell’imbarcazione. Un altro passeggero sarebbe invece stato gettato in mare dopo una colluttazione durante la traversata (1 agosto 2011, Ansa).

Sbarco in Sicilia, tra Sciacca e Ribera, ritrovato morto uno dei passeggeri, un ragazzo egiziano di 15 anni, probabilmente ucciso dall’elica del motore (24 giugno 2011, Repubblica).

Linosa, ritrovato un cadavere tra gli scogli. Probabilmente è uno degli oltre duecento dispersi del naufragio del 6 aprile (13 aprile 2011, Ansa).

Imbarcazione si rovescia in mare durante un’operazione di soccorso a causa del mare in tempesta, a 39 miglia al largo di Lampedusa. Disperse in mare almeno 213 persone, tra cui molte donne e bambini (7 aprile 2011, Repubblica).

Ci fermiamo. L’elenco è incredibilmente lungo, lo potete trovare su Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande (fortresseurope.blogspot.com) che documenta la morte in mare dal 1988 ad oggi di quasi 18 mila persone, di cui oltre 2 mila nel 2011, basandosi sulle notizie negli archivi della stampa internazionale. Ma il numero è decisamente maggiore, e per quantificarlo bisognerebbe raccogliere le testimonianze di mamme, mogli, figlie, sorelle di coloro che non hanno più fatto ritorno dal lungo viaggio intrapreso verso l’Europa e di cui si sono perse le tracce… Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ragazzi, giovani. Per tutto il 2011, quasi ogni sera la Tv dava notizia di morti in mare durante il disperato viaggio verso il benessere, il consumismo, le grandi opportunità. O verso un luogo che li proteggesse da persecuzioni, guerre, carestie. Mentre cenavamo scorrevano le immagini di naufraghi recuperati, di barconi sfasciati, di effetti personali a galleggiare sull’acqua, di bambini presi in braccio dai soccorritori… “Poveracci”, commentavamo. Poi cambiavamo canale e la nostra attenzione veniva subita accalappiata da qualche reality show o film. Lo spettacolo deve andare avanti.

… In una lettera pubblicata sul Corriere della sera il 4 giugno scorso, Claudio Magris sottolineava come queste tragedie siano ormai diventate una cronaca consueta cui abbiamo fatto il callo. Consueta al punto da non destare più emozioni collettive. “Questa assuefazione che conduce all’indifferenza – scrive – è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. Forse una delle più grandi miserie della condizione umana – continua Magris – consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali”.Reali per pochi giorni, il tempo che le notizie spariscano dai giornali. E, con esse, la nostra angoscia, cui non è stata data la possibilità di esprimersi e tradursi nel bisogno di non farsi scivolare addosso certi fatti, per sentirsi ancora “vivi” e capaci di emozioni. Quelle emozioni che trascinano verso la solidarietà e la partecipazione.”

Ricordando Faber

L’11 gennaio del 1999 se ne andava Fabrizio De André. Proprio stamattina, casualmente, ho fatto ascoltare due canzoni sue in due classi diverte. Metto qui sotto “La ballata dell’amore cieco” con cui abbiamo riflettuto sull’amore vanitoso che guarda solo a se stesso e non al bene reciproco… Un post per ricordare uno dei più grandi cantautori della musica italiana.

Indigeni-Chevron 1-0 (per ora…)

Prendo questo articolo di Tancredi Tarantino: si parla del processo intentato contro la Chevron-Texaco in Ecuador.

laoilboyfinal.jpgLa corte d’appello di Sucumbios, nell’Amazzonia settentrionale dell’Ecuador, lo scorso 4 gennaio ha confermato la condanna inflitta in primo grado a Chevron-Texaco per i danni ambientali causati in quasi trent’anni di sfruttamento petrolifero. Una multa da 8.641 milioni di dollari, a cui si aggiunge un 10 per cento a titolo di risarcimento in favore delle popolazioni indigene e l’obbligo imposto al colosso statunitense di chiedere pubblicamente scusa se non vuole vedersi raddoppiata la condanna. Secondo quanto ribadito dai giudici, dal 1964 al 1992 la Texaco, in seguito acquistata da Chevron, ha sversato circa 80 miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e scarti di petrolio nei fiumi della foresta ecuadoriana, decimando comunità indigene e culture ancestrali e modificando per sempre un patrimonio unico di biodiversità. Alla lettura del pronunciamento della Corte esulta l’Asamblea de afectados, il comitato vittime che ha promosso la class action, mentre il loro avvocato Pablo Fajardo, premiato nel 2007 dalla Cnn come eroe dell’anno per la battaglia legale portata avanti in Amazzonia, pensa già al prossimo passo. “Useremo tutti gli strumenti legali a nostra disposizione per rendere esecutiva la sentenza – dichiara entusiasta Fajardo – attraverso il sequestro delle raffinerie, il congelamento dei conti corrente all’estero e degli attivi di Chevron”.

Di segno opposto la reazione della compagnia californiana che, attraverso un duro comunicato stampa, fa sapere che la sentenza è soltanto un esempio “della corruzione del sistema giudiziale ecuadoriano”, negando peraltro che l’Ecuador sia uno Stato di diritto.

Un affondo che filtra tra le fitte fronde dell’Amazzonia ecuadoriana. “E’ una vittoria dell’umanità – ribatte un commosso Luis Yanza, fondatore del Fronte di difesa dell’Amazzonia e coordinatore del comitato vittime – una vittoria di tutti contro un gigante che ha investito milioni di dollari per distruggere il paese e questo processo, tentando di corrompere giudici e depistare le indagini”. Rompe il silenzio anche il presidente Rafael Correa, dopo mesi di no comment per non influenzare il giudizio della Corte. “ È una lotta di Davide contro Golia” dichiara soddisfatto il capo di Stato, complimentandosi per la vittoria degli indigeni “nonostante le forze impari messe in campo”.

La partita non è ancora chiusa e Chevron farà certamente di tutto per delegittimare il processo e, con esso, il sistema giudiziario del piccolo paese andino. Ma la favola dei trentamila indigeni che portarono in giudizio una delle sette sorelle del petrolio costringendola al risarcimento e alle pubbliche scuse si fa sempre più realtà.

Calma

Domani ricomincia scuola e voglio portarmi dietro lo spirito calmo e poco frenetico che ho respirato in questi giorni…

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Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.

Pescatore: ’Non ho impiegato molto tempo’

Turista: ’Ma allora, perché non è stato di più, per pescare di più?’

Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.

Turista: ’Ma come impiega il resto del suo tempo?’

Pescatore: ’Dormo fino a tardi, pesco un po, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.’

Turista: ’La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un’intera flotta!! Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!…’

Pescatore: ’ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?’

Turista: ’25 anni forse’

Pescatore: ’….e dopo?’

Turista: ’Ah dopo, e qui viene il bello, quando i suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!

Pescatore:’…miliardi?…….e poi?’

Turista: ’Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere gli ultimi 5/10 anni in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!’

Difesa della libertà

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Così, solo per non dimenticarlo mai:

“Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”

(Evelyn Beatrice Hall)

Quale Chiesa?

Un gruppo di sacerdoti friulani e veneti (Pierluigi Di Piazza, Udine; Franco Saccavini, Udine; Mario Vatta, Trieste; Giacomo Tolot, Pordenone; Piergiorgio Rigolo, Pordenone; Alberto De Nadai, Gorizia; Andrea Bellavite, Gorizia; Luigi Fontanot, Gorizia; Albino Bizzotto, Padova; Antonio Santini, Vicenza) scrive dal 2009 una lettera di Natale che desta spesso discussioni, dibattiti, confronti. Quella di quest’anno è sulla Chiesa. Riporto qui sotto alcuni dei punti cardine, ma invito alla sua lettura integrale qui per contestualizzare meglio ogni singola frase.

  • Quando si parla della Chiesa, comunemente ci si riferisce alla gerarchia: papa, cardinali, vescovi, preti, diaconi… Sono solo una parte di essa, che invece è composta da tutti coloro che – grazie al Battesimo che hanno ricevuto – sono diventati in Cristo “sacerdoti, re e profeti”, segno visibile dell’amore di Dio che fa di tutti gli esseri umani il “popolo di Dio”.

  • Quando la Chiesa riceve dal potere – economico, politico e militare – finanziamenti, vantaggi, privilegi e onori perde la forza profetica di denunciare con libertà la corruzione, l’illegalità, l’ingiustizia, l’immoralità, le guerre, il razzismo, nella nostra Regione manifestato anche a livello politico e legislativo. Così è avvenuto e continua ad avvenire in ogni parte del mondo, con la drammatica conseguenza che il potere si sente in questo modo legittimato, difeso, compiaciuto, incoraggiato e sostenuto.

  • Sarebbe, a nostro avviso, importante che Stato e Chiesa riconsiderassero l’ora di religione cattolica nella scuola. In una società sempre più multietnica, multiculturale e plurireligiosa l’insegnamento della religione dovrebbe essere concepito e proposto come insegnamento del fenomeno religioso sotto tutti i suoi aspetti, come conoscenza, obbligatoria per tutti, delle diverse religioni. Risulterebbe conseguente che la scelta degli insegnanti e la loro formazione dovrebbero seguire le modalità comuni a tutti gli altri, con titoli di studio e abilitazioni professionali di competenza dello Stato, senza la necessità di “idoneità” da parte di un’autorità religiosa. Non quindi un’ora di religione cattolica che esclude e separa, ma un’ora di insegnamento delle religioni che unisce e arricchisce.

  • È importante anche il compito dei teologi che devono favorire l’approfondimento delle grandi questioni nel rapporto tra fede, ragione e storia; è tanto più significativo tale compito quanto più la riflessione parte dalla realtà, non quando si svolge solo in modo teorico; quando è libero nell’approfondimento e nella proposta. La teologia della liberazione resta un esempio eloquente. Avvertiamo con particolare urgenza la necessità di privilegiare la testimonianza e la coerenza rispetto all’ortodossia e alla disciplina: sempre e prima di tutto obbedienti al Vangelo.

  • Alla richiesta di una maggiore democrazia nella Chiesa, si risponde solitamente che la Chiesa è molto di più della democrazia, è comunione. In realtà, per esserlo, la Chiesa dovrebbe promuovere partecipazione e corresponsabilità. Di fatto la rinuncia alla prassi democratica nel confronto, nelle decisioni, nelle scelte e nell’obbedienza, riduce e spesso vanifica la comunione; essa infatti, non può essere invocata per coprire la mancanza di democrazia.

  • Riteniamo che si debba aprire un dialogo sereno su quelli che vengono chiamati, ormai in maniera sempre più stanca e rituale, “valori non negoziabili”: famiglia, matrimonio, concepimento, conclusione della vita… Siamo convinti che tali problemi sempre più in grado di coinvolgere profondamente la coscienza e la sensibilità delle persone non debbano mai diventare oggetto di trattativa ideologico-politica.

  • Crediamo la Chiesa come luogo del perdono, dedita a prendersi cura delle situazioni di difficoltà, fragilità, smarrimento, in cui ogni servizio all’uomo possa essere riconosciuto come servizio evangelico. Tra essi c’è anche il ministero sacerdotale che riteniamo possa essere svolto – con pari dignità – da uomini celibi e sposati e da donne prete; la riconsiderazione della legge del celibato potrà finalmente affermare la libertà e con una speciale attenzione valutare positivamente la disponibilità al servizio dei preti sposati che, per l’attuale disciplina, sono stati costretti a lasciare il ministero. Crediamo si debba ripensare il ruolo della donna, simile e complementare a quello dell’uomo, anche riguardo ai ministeri ordinati. Per quanto riguarda questa questione siamo convinti che non sussistano motivi biblici e teologici decisivi di contrarietà; del resto non si tratterebbe di una scontata rivendicazione di parità dei diritti, ma molto più profondamente, di coinvolgere la ricchezza e la diversità di genere, liberando così la Chiesa da un maschilismo di fatto che ha conseguenze non di poco conto nelle decisioni dottrinali ed etiche.

  • Riteniamo che nell’ambito della riflessione sui ministeri sia necessario considerare con particolare attenzione le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della sessualità, anche attraverso la convocazione di un Sinodo mondiale e allo stesso tempo di incontri nelle comunità parrocchiali e nelle Diocesi, per ricostruire una vera e propria teologia dell’affettività e della sessualità, esaminando serenamente alla luce del Vangelo, e con il contributo delle donne e degli uomini di scienza e di esperienza, le diverse situazioni e implicanze.

  • Riteniamo che la Chiesa debba farsi carico con maggiore limpidezza e credibilità, di una più autentica e forte testimonianza del Vangelo riguardo al denaro, ai beni, alle strutture, e in genere allo stile di vita. Crediamo la Chiesa povera, umile, sobria, essenziale, libera da ogni avidità riguardo al possesso dei beni.

  • La Chiesa utilizzi quindi sempre con trasparenza il denaro, i beni, le strutture, rendendo conto pubblicamente di tutto. Sia sempre chiaro il fine a servizio delle comunità e della promozione della persona con una reale opzione dei poveri vicini e solo geograficamente lontani. Non ci si preoccupi, quindi, di diventare più ricchi per aiutare di più, ma ci sia l’impegno ad imparare, sull’esempio di Cristo, a stare accanto ai più piccoli anche con la propria povertà. La Chiesa quindi, paghi doverosamente le tasse riguardo a quei beni che non sono in modo chiaro ed evidente finalizzati alla solidarietà, alla promozione culturale, al bene comune.

  • Le donne e gli uomini che osano chiamarsi cristiani, vivano in modo dignitoso, semplice e sobrio, senza accumulare e ostentare, a cominciare dal Papa, dai vescovi, dai preti, dagli ordini religiosi maschili e femminili.

  • Siamo convinti che la Chiesa debba scegliere una volta per sempre di liberarsi dai ridicoli titoli nobiliari e onorifici quali Sua Santità. Eminenza, Eccellenza, Monsignore, Reverendo…, perché a questo ci richiama espressamente il Vangelo oltre che il buon senso.

  • Riteniamo anche che la Chiesa debba fare uno sforzo decisivo per liberarsi dai vestiti e paludamenti clericali che appartengono ad altri tempi e mentalità. Essi tendono a sottolineare distanze e dipendenze di cui non troviamo traccia nel Vangelo.

  • Crediamo la Chiesa dell’accoglienza, delle porte aperte, senza pregiudizio o giudizio, tanto meno rifiuto: prima l’accoglienza, l’ascolto, la comprensione, l’attenzione poi il dialogo, il confronto, il sostegno.

  • Crediamo la Chiesa, che accompagna negli interrogativi e nella ricerca di risposte, che sa ascoltare e imparare prima di esprimersi ed insegnare.

  • Crediamo la Chiesa che si apre all’incontro, al dialogo, alla conoscenza, alla preghiera, e condivide, con donne e uomini di altre fedi religiose, con tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà, la responsabilità per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato.

  • Una Chiesa che può ispirare l’impegno politico, ma mai compromessa con il potere

  • Ribadiamo l’importanza della laicità della politica.

  • Nell’aula dei Consigli di rappresentanza (comunali, provinciali, regionali, nazionali o sovranazionali), nel partecipare ad una commissione, nel preparare una legge, nel votare una scelta, ciascuno esprimerà il suo patrimonio spirituale ed etico. Non servono dichiarazioni preventive facendone un blocco di ideologia religiosa o specularmente laicista, non è pensabile quindi un partito di cattolici. Essi si esprimano nella laicità della politica e delle istituzioni.

  • Sentiamo disagio per le liturgie contrassegnate dal protagonismo del clero, a cui il popolo assiste con distacco.

  • Se l’accoglienza è decisiva, come crediamo, per la nostra testimonianza di fede, ci permettiamo di indicare una possibilità: che ogni comunità cristiana accolga una persona, o una famiglia, con particolare attenzione a chi vive nel territorio: la disponibilità di una stanza o un appartamento per l’accoglienza di un italiano o di uno straniero, di un malato o di un ex carcerato… e questo come comunità.

  • Una Chiesa che preghi e operi per la giustizia. Da qui ripartiamo e qui ritorniamo.

Corea del Nord. E ora?

Estratto del comunicato odierno di Amnesty dopo la morte di Kim Jong-il, leader della Corea del Nord. L’intero comunicato lo trovate qui.

La morte del leader nordcoreano Kim Jong-il e l’assunzione del potere da parte del figlio, Kim Jong-un,054702777-2ea7fee8-685e-422f-a505-85ac35599b68.jpg presentano un’importante opportunità per migliorare il catastrofico primato del paese in tema di diritti umani, secondo quanto dichiarato oggi da Amnesty International. ‘Kim Jong-il, come suo padre prima di lui, ha lasciato milioni di coreani intrappolati nella povertà, senza accesso a cibo sufficiente e a cure mediche, e centinaia di migliaia di persone detenute in brutali campi di prigionia’ – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. ‘Con questa transizione, speriamo che il nuovo governo si allontani dalle politiche orribili e fallimentari del passato’. Tuttavia, recenti denunce ricevute da Amnesty International suggeriscono che il governo nordcoreano abbia epurato centinaia di funzionari, considerati una minaccia per la successione di Kim Jong-un, mettendoli a morte o destinandoli ai campi per prigionieri politici. ‘Le informazioni che abbiamo ricevuto nell’ultimo anno lasciano intendere che Kim Jong-un e i suoi sostenitori cercheranno di consolidare il loro nuovo ruolo intensificando la repressione e stroncando ogni possibilità di dissenso’ – ha aggiunto Zarifi.

Volevo essere di più e prima un uomo

Prendo dal sito del Centro Balducci di Zugliano la riflessione di Brutas, detenuto presso la Casa Circondariale di Udine: racconta il dramma di un detenuto non più giovane ed è un messaggio rivolto ai giovani, spesso abbagliati dalla vita e dal senso di onnipotenza dell’età.

Lago di Cavazzo il 2 ottobre 2011

carcere ap_0.jpg“Non ho più il fisico dei vent’anni, e talvolta mi scricchiola un po’ la schiena, ma ancora oggi, con l’ingombro di qualche anno di troppo sulle spalle oramai un po’ curve, devo dire, narrare, testimoniare, urlando, queste poche parole, ai tanti giovani che hanno la pazienza, la volontà ed un po’ di umiltà per ascoltare.”

Giovani e spavaldi, sicuri e baldanzosi nell’immaturità di ogni età, ignari della vita, alla ricerca di sogni mai esistiti, vanno in gruppo potenti, nelle risate sguaiate, impasticcati e bevuti di una felicità non vera, sognando una esistenza perduta. Sono stropicciati, un po’ stanchi, hanno sonno, non trovano lavoro. Hanno vent’anni, a volte trenta, vanno, si fanno e tornano sempre alla ricerca di quella vita che non li vuole o non li ha mai voluti. Ma all’origine ci deve essere qualcosa di indefinito, di sconosciuto, di arcano che attraversa subdolamente la nostra mente debole e ricettiva, procurandoci delle scosse violente che ci dispensano sicurezza, superiorità, e anche profonda sconsideratezza. Vigliacchi ci lasciamo avvolgere, perciò, dal vessillo della più assurda stupidità e presunzione di onnipotenza che ci porta quasi sempre a confondere il lecito con l’illecito e con molta leggerezza, dimentichi dei consigli di quelli che ci vogliono bene, optiamo per la strada più facile o meglio che ci sembra più facile.

Per orgoglio o spirito di emulazione verso gli amici più grandi, per voglia di soldi facili e immediati, per fare colpo su qualche ragazza, o anche solo per fare una bravata in una sera da niente, in una sera dove solo la noia è la nostra fedele compagna, ci lasciamo tentare dal fascino dell’avventura proibita, vogliamo essere il protagonista, il primo attore e come in un film alla televisione entrare sulla scena del crimine, gioiamo nel sentire l’adrenalina scorrere e pulsare nelle vene, pronti a scattare, pronti a giocarci la vita in una sfida stupida e assurda con gli “sbirri” che, informati, nel buio ci attendono, pronti a fregarci.

Tentiamo sempre di tenerci aggrappati con salda sicurezza alla convinzione che possiamo smettere in qualsiasi momento, non siamo ancora “criminine-dipendenti”, purtroppo però questa nostra certezza non è stata comunicata anche alla nostra debole volontà e quindi il pensiero “posso smettere quando voglio” rimane solo un mero pensiero che usiamo come corazza per trovare la forza, la voglia di sopravvivere e dimostrare a noi stessi, prima che agli altri, che siamo i più forti.

Ma quasi sempre queste avventure, queste bravate, finiscono più o meno tragicamente, sicuramente non come avremmo voluto, sognato e sperato, e ci troviamo increduli e spauriti in una cella squallida e scialba, ancora prima che la sentenza di un processo ci condanni. Si spacca il cielo, urla il mio cuore, inorridisce il pensiero, piange la terra… bestemmia la vita. Abituato alla libertà, al cielo intero, al sole caldo, alla pioggia, alla nebbia delle sere autunnali, ai pianti, ai sorrisi delle persone che mi passano accanto, all’improvviso tutto questo non c’è più e mi sento precipitare in una cella piccola con le sbarre murate ed i letti a castello, in un silenzio irreale interrotto solo dai rumori metallici e anonimi dei blindo e dei carrelli che attraversano i corridoi per dispensare un po’ di cibo agli affamati. Occupiamo celle affollate che gli altri chiamano camere, e nella tristezza abbassiamo lo sguardo, abbassiamo la voce, abbassiamo la vita, e ci consegniamo ad un’altra notte che, per chi dorme, fuori da qui, forse vuol dire sognare, per noi invece, che inchiodati dalla disperazione rimaniamo svegli, macerarsi nell’angoscia e nel tormento cercando un nascondiglio, un rifugio dove poter leggere lo sgomento dell’anima.

C’è il silenzio della noia attorno a me, e pur con la finestra aperta, manca l’aria, l’ossigeno, la voglia, l’entusiasmo, la forza. L’ozio è difficile da sopportare, i ricordi, quando riusciamo a trovarli, sono pesanti fardelli, ma ci tengono ancorati a questo qualcosa che gli altri chiamano vita. L’assurdo è l’unico protagonista dei silenzi notturni, delle giornate vuote, delle speranze cancellate, della rabbia, del rancore e di questa esistenza sballata. Siamo rinchiusi clandestini di una vita sbagliata, siamo ombre ingombranti, ombre pesanti, come pacchi, posati, stivati, spostati. Siamo sempre osservati a distanza, nessuno ci chiede, nessuno ci domanda, nessuno s’informa, siamo in tanti ma non c’è allegria, non c’è festa, ognuno resta solo con il suo silenzio.

Siamo prigionieri in cortile, circondato da cemento, nel cemento, a girare intorno, come fiere braccate, per quell’ora d’aria che ci viene regalata. Qua, tra rabbia, disperazione, odio e rancore, anche i sogni diventano aceto, e la noia mortifica gli occhi, un po’ per non guardarci, un po’ per non essere visti. Consumiamo il tempo che passa inutilmente, bruciando sterili ore, ingabbiati, fumiamo e dormiamo, dormiamo fumiamo. Questo soggiorno obbligato in una gabbia che non è ancora dorata solo l’ozio e il nulla ci appartengono.

Stanchi arriviamo a sera, per un vagare incessante, in questa esistenza spenta, alla ricerca di un qualcosa che ci dia la forza per sopravvivere un altro giorno ancora, allo sconforto, all’ansia, all’angoscia, alla tristezza, al dolore, a questa non vita. Non ci sono più stelle, per noi nel cielo nero della notte, anche se talvolta vediamo la luna ballare il tango. Non c’è più speranza, non c’è domani, con il terrore di perdere anche gli affetti, l’amore, mentre l’amicizia se n’è già andata.

Consumiamo i giorni, le notti, il tempo nel grigiore opaco di una vita che stupidamente si è sbriciolata tra le dita, in una sera qualunque di insensata incoscienza per vincere una partita che alla fine non ci vede mai vincitori. Ne valeva la pena? Per un attimo di esaltazione, per pochi spiccioli di grandezza, per un orgoglio mal posto, per una sensazione di potere, ridicola, per sentirci qualcuno, ora sono qui, in mezzo ad altri ma sempre solo con la mia disperazione ed il rimorso che mi tormenta. Vorrei essere libero, vorrei non aver mai giocato questa partita. Vorrei avere più tempo, più luce più spazio, più sorrisi e non immalinconire alle prime ombre della sera, rimpiangendo di aver buttato un altro giorno di questa vita che inesorabilmente passa e mai ritorna. Vorrei ancora vedere la festa di un tramonto infuocato sopra i monti lontani. Vorrei fottere l’angoscia, la malinconia, la noia, vorrei tornare indietro nel tempo, e assieme a quelli come me, cantare quello che ci resta, lacrime e graffi nella voce, e smettere di giocarci ogni giorno la vita a dadi e l’indomani a tre sette.

Corrono i ricordi, volevo essere di più e prima un uomo, per giocarmi meglio questi anni ballerini, prendere, fare, andare, tornare, avere niente e poi magari avere tutto. Vorrei non avere più paure, per questo e per quello, per lui o per l’altro, cacciarle, eliminarle.

Ed oggi, per riprendermi questa vita che mi appartiene, vorrei il suono di una tromba in fondo al cuore, per assaporare, di nuovo quanto di straordinario ci possa essere in un’ora di vita, spesa per bene, senza ansia, senza fughe, senza paure, magari con la testa all’insù e guardare ancora il cielo tutto intero.

Brutas

Da scuola aperta al diploma

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Sono reduce da due giornate di Scuola Aperta: tantissime persone, molto spesso figli accompagnati da entrambi i genitori, a informarsi sugli indirizzi presenti nel nostro liceo, a capire gli sbocchi, a vedere l’ambiente… Non li aspetta un momento facile, perché scegliere il proprio futuro non è mai facile, ma certo è un momento accattivante, intrigante, in cui fare i conti con se stessi per capire aspettative, predisposizioni, talenti, carenze, desideri. Intanto, poco prima, sabato mattina, c’era stata la consegna dei diplomi ai ragazzi che a giugno hanno sostenuto l’esame di stato. Li ho visti purtroppo velocemente, ma li ho visti sorridenti, felici di essere lì e contenti di raccontarmi cosa avevano scelto di fare: erano bellissimi. Ecco, i due avvenimenti del week-end mi hanno fatto venire in mente il saluto che ogni anno lascio alle quinte. Una delle ultime frasi è “Vi ho conosciuto gavanelli e vi lascio donne e uomini, frecce scoccate verso domani, pronti a spiccare il volo”. Penso sia quello che succede nei cinque anni di liceo, la trasformazione da quattordicenne che si affaccia al mondo della responsabilità a cittadino a pieno titolo consapevole di diritti e doveri. In bocca al lupo a entrambi.

La terra rende

“Movimento terra nei cantieri. Spaccio di cocaina. Gestione dell’ortofrutta. Night Club. Diversificare sembra la priorità della ‘ndrangheta in Lombardia, che ha visto chiudersi con oltre 100 anni di condanne il suo processo lombardo, “Infinito”. Tra tutte le attività, una di quelle prevalenti è il movimento terra per lavori pubblici e privati.” Questa è l’introduzione de Linkiesta a un articolo di Giovanni Tizian sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Milano. L’articolo è lunghetto ma serve quantomeno a farsi un’idea…

Occhi che parlano

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Ieri sera sono stato nel Salone d’Onore del Municipio di Palmanova a sentire la storia di Eugenio. Eugenio è il papà di una mia compagna di squadra ed è allenatore di pallavolo. L’anno scorso, insieme alla moglie Tiziana e a due amici Anna e Mario con il piccolo Matty, ha fatto un viaggio in Uganda. Lì ha conosciuto molte realtà locali fuori dalle rotte tradizionali del turismo. Una di queste è stata Kisenyi, un villaggio sul lago Edward. Qui ha visitato la locale scuola e si è innamorato degli occhi dei bambini, del loro sorriso, delle loro smorfie, delle loro lacrime, che parlano e fanno riflettere. Ha visto le condizioni della scuola, ha parlato con i maestri e una volta tornato in Italia ha pensato di fare qualcosa di concreto per aiutare Kisenyi. Eugenio è appassionato di fotografia; ha quindi creato un semplice book fotografico che ora sta presentando per il Friuli e ha fondato una Onlus per raccogliere fondi e ristrutturare quattro aule della scuola. Qui trovate maggiori notizie www.onluskisenyi.com. Appena ci organizziamo un attimo lo invito a scuola per farvi conoscere una persona normalissima che ha deciso di fare qualcosa di speciale… Dice Eugenio: “Sarà una goccia nell’immenso lago Edward ma vi assicuro che ne basta una per veder sorridere chi non ha nulla… e nonostante tutto ci sorride!”.