Accoglienza?

Don Federico è un caro amico ed è il sacerdote che ha sposato Sara e me e vive in un camper-furgone nel CampoNomadi di Udine da 6 anni. Mi ha inviato questa lettera che ha indirizzato alla Chiesa e che ora posto sul blog.

Lettera alla Chiesa.rtf

Verso dove stiamo andando?

FINLANDIA:STRAGE AL LICEO ANNUNCIATA SU ‘YOUTUBE’
adc10b400e7088d5fab8cfd7117f934d.jpgTUUSULA (FINLANDIA) – E’ salito a otto morti il bilancio della strage nella scuola di Tuusula, in Finlandia. Lo dice la polizia, che rivela anche che il killer, un alunno della scuola, ha tentato il suicidio, sparandosi, ed e’ ora ricoverato in ospedale in gravi condizioni.

La strage in una scuola di Tuusula, in Finlandia, era stata annunciata in un video pubblicato sul sito Youtube. Nel video, intitolato ”Jokela High Scholl Massacre” e pubblicato con la firma ”Sturmgeist89”, con un sottofondo si musica hard rock, si vede prima la scuola, poi un individuo il cui volto e’ pero’ difficilmente identificabile, che si mette in posa davanti alla telecamera con un’arma da fuoco. Nel suo blog ”Sturmgeist89” si definisce un ”esistenzialista cinico” e si dice ”pronto a morire per la causa”, cioe’ la eliminazione di ”tutti coloro che considero indegni della razza umana”.

Giochiamo insieme

CINA

Giocattoli Disney sotto accusa per lavoro coatto e mal pagato

Una ditta di Dongguan sfrutta gli operai con lunghi orari di lavoro e bassi salari. Nel Guangdong gli operai chiedono aumenti e migliori condizioni e molte ditte spostano altrove la produzione. Sospesa la licenza a 764 fabbriche di giochi “non in regola”.4db974ed73804a718b483a184da3d561.jpg

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Per fare i giocattoli di Natale della Disney, centinaia di operai nella fabbrica Tianyu Toys a Dongguan (Guangdong) sono costretti a lavorare fino a 16 ore al giorno, dalle 8 di mattina fino a oltre mezzanotte, ricevendo 3 yuan l’ora per lo straordinario, meno della metà del minimo di legge. Jenny Chan di Studenti e docenti contro le aziende scorrette, gruppo di Hong Kong per la tutela dei lavoratori, denuncia che a settembre gli operai hanno scioperato, ma sono solo riusciti ad avere un aumento a 3,5 yuan l’ora per gli straordinari. Il gruppo dice anche che molti operai ricevono salari mensili di appena 5-600 yuan (66-80 dollari).

La ditta respinge l’accusa e Alannah Gross, portavoce della Disney, si limita a promettere “accurati accertamenti”.

Grazie al basso costo della mano d’opera, in Cina sono prodotti la gran parte dei giocattoli mondiali. Ma ora gli operai chiedono migliori condizioni e sempre più ditte portano altrove la produzione. La ditta leader giapponese Tomy ha il 90% della sua produzione in Cina, ma l’1 novembre ha detto che vuole spostare altrove (forse in Vietnam e Thailandia) entro 3 anni almeno il 30% della produzione cinese.

Dopo gli scambi di denunce dell’estate tra la multinazionale Mattel (che ha ritirato dal mercato mondiale oltre 18 milioni di giochi accusando le fabbriche cinesi di non avere rispettato i requisiti di sicurezza) e le fabbriche cinesi (che hanno risposto che le carenze dipendevano soprattutto dai progetti della Mattel), resta alta l’attenzione mondiale sulla sicurezza dei giocattoli. Nei giorni scorsi la ditta Toys “R” Us Inc. ha richiamato circa 16mila giochi per l’uso di vernice con eccessiva quantità di piombo. Il 31 ottobre il governo del Guangdong ha revocato o sospeso la licenza di produzione a 764 fabbriche di giochi per “problemi sulla qualità” e ad altre 690 ha dato un termine “per rinnovare gli impianti e migliorare la qualità dei prodotti”.

2 novembre

Riporto l’editoriale di oggi su Avvenire:

LA MEMORIA DEI DEFUNTI
 SIAMO SOFFIO ACCENTO D’ETERNO

  DAVIDE RONDONI

O
ggi la notizia è la morte. Ma non co­me tutti gli altri giorni. Quando la morte di uno o di tanti ci arriva come no­tizia, violenta e penosa, e pur così con­sueta, triturata e quasi predigerita per il fatto stesso d’esser divenuta titolo o ar­ticolo sui giornali o in tv. No, oggi la mor­te arriva come notizia che ci riguarda. Siamo una società dominata dalla mor­te, dal suo sentimento e dalla sua spet­tacolarizzazione. Nutriamo depressioni e sensi opprimenti del limite, nell’arte spesso esibiamo corpi in preda ad ana­tomie o autopsie. E notiziari e vari you­tube pullulano di immagini di morte. Di sorella morte, come la chiamò rispetto­so e familiare il primo grande poeta e santo italiano, facciamo spesso carne­vale e commedia, esorcizzando. A volte simpaticamente. A volte, con più bana­le e oscura ovvietà, seguendo mode e mi­sere magie.
  Fissata in un tempo in cui non c’erano giornali e tv, la ricorrenza della memo­ria dei defunti arriva a ricordarci la noti­zia della nostra stessa morte, che per co­sì dire inizia e più ci duole in quella dei nostri amati. Arrivava sui calendari e og­gi sui giornali la notizia che portiamo scritta nelle ossa, nel correre del sangue, tra le linee della mano: siamo qui prov­visori. Siamo meno di un soffio: così a­vrebbero dovuto titolare oggi i giornali. E forse avrebbero offerto, una volta tan­to, un colpo salutare. Un salutare scora­mento, un venir meno di sicurezze cri­stallizzate, una ferita. Siamo un soffio in un turbinoso e vasto movimento di astri e millenni. Ben prima che la scienza ce lo facesse vedere, e analiticamente cal­colare, i salmisti e i poeti da sempre di­cevano che la vita di un uomo è un ‘qua­si’ niente nel gran teatro della vita. No­tizia dunque che ben più di altre abbat­te la nostra superbia e la ubriaca alacrità con la quale tutti, o quasi tutti, sembria­mo presi dal breve giro degli affanni, dei tornaconti immediati. E notizia che ben più di altre innalza la nostra dignità: non siamo fatti solo per misurarci e compierci in un soffio d’anni, ma per confrontarci con il grande mare dell’eterno che si a­pre dietro a quella porta.
  La morte è un problema della vita. Un laicissimo e religioso problema della vi­ta. Come dire: un ragionevole problema. Da come guardiamo la morte – altrui e nostra – si capisce come guardiamo la vita. Siamo quasi niente. La morte dun­que è la conferma del nostro niente? O al contrario la conferma, del nostro es­ser ‘quasi’ niente? In altre parole, è una sorta di coperchio finale che cala sulla nostra esistenza breve o lunga, e sigilla nel nulla tutto quel che abbiamo vissu­to e sentito? O è una specie di accento fi­nale, di intonazione ultima data alla vi­ta, di accordo trovato tra il tempo e l’e­terno, tra il finito e l’infinito? Mille e mil­le sono i modi con cui gli uomini hanno immaginato di trovare questo accordo. Mille i modi con cui hanno cercato di modulare questo accento, di lanciare il ponte tra tempo e durata oltre di noi. Mo­di religiosi e modi idolatri.
  Oggi prevale la cura della fama, come se essa piccola o grande che sia, assicuras­se un merito alla vita. Durare sì, nelle chiacchiera degli uomini o nelle intito­lazioni delle strade. I famosi sembrano i più fortunati e forti tra gli uomini. Ma ‘l’uom s’etterna’ solo perché la sua fa­ma dura oltre la sua fine? O forse, come ha espresso Dante, la fama è la preoccu­pazione un po’ isterica di intellettuali co­me Brunetto Latini, una finta, una ma­lacopia dell’eterno? Solo l’incontro con Beatrice, con una presenza amata e pie­na di grazia, introduce l’uomo a speri­mentare la vertigine e il mistero buono dell’al di là, dell’eterno che inizia nel tem­po e ci chiama. Senza quell’incontro, la memoria dei morti diventerebbe solo un incubo, un farsi amaro sangue, un’om­bra da cui dopo breve sosta fuggire, co­me nelle struggenti epigrafi antiche.
  Invece oggi li ricordiamo, i nostri cari morti, con dolente desiderio. Sapendo che l’aggettivo cari è più importante e duraturo di quell’altra parola lì accanto.

don Benzi

Traggo dal sito di Misna:

 

SCOMPARSO DON BENZI, FONDATORE DELLA COMUNITÀ GIOVANNI XXIII

Si è spento nella notte don Oreste Benzi, presidente e fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII, guida di numerose attività a favore dei giovani, degli emarginati e della pace. Don Benzi si è sentito male nella sua abitazione a Rimini, a causa di un attacco cardiaco. Il sacerdote accusava un malessere già da un paio di giorni ed oggi avrebbe dovuto vedere un medico. “È stato sorridente fino alla fine, ci ha lasciato col sorriso” ha detto Giampiero Cofano, della segreteria dell’associazione che è stato accanto al sacerdote nei suoi ultimi momenti. “Instancabile apostolo della carità” come lo ha chiamato papa Benedetto XVI nel suo messaggio di cordoglio, don Benzi aveva fondato la comunità nel 1968 ed aperto la prima ‘casa famiglia’ nel 1972: oggi l’associazione, attiva in 15 nazioni oltre l’Italia, comprende 200 case d’accoglienza, 15 cooperative sociali in cui sono inseriti soggetti svantaggiati e portatori di handicap, 32 comunità terapeutiche per tossicodipendenti ed etilisti, strutture di accoglienza per i poveri. Tra le iniziative d’avanguardia sostenute dal don Benzi anche l’‘Operazione Colomba’, un’associazione a sostegno dell’obiezione di coscienza in cui gli obiettori, debitamente selezionati e formati nelle pratiche della non violenza, erano inviati “a stendere ponti e lenire ferite” tra la popolazione civile in zone di guerra. Dal 1991 il sacerdote aveva scelto di difendere le prostitute, vittime della tratta internazionale che seguono le rotte dell’immigrazione. Nel 2003, anche per sollecitare l’attenzione delle istituzioni e risvegliare la coscienza pubblica su questo problema, don Benzi andò da Papa Giovanni Paolo II con una prostituta africana salvata dalla tratta ma già malata di Sida/Aids, in un incontro che commesse il Pontefice e l’opinione pubblica. Proprio la drammatica condizione delle donne costrette a vendersi sulle strade italiane è stato l’ultimo pensiero pubblico espresso da don Benzi, e riportato oggi da più di una testata. La camera ardente verrà allestita oggi alle 12,00 nella parrocchia La Resurrezione in via della Gazzella, mentre il funerale si svolgerà lunedì alle 10,30 nel Duomo di Rimini.

Dalai Lama

PECHINO: “SERIE RIPERCUSSIONI” SE IL DALAI LAMA INCONTRA IL PAPA
Il leader buddista dovrebbe essere a Roma il prossimo 13 dicembre. Pur non avendo relazioni diplomatiche con la Santa Sede , il ministero cinese degli Esteri minaccia danni ai rapporti bilaterali in caso di incontro fra Benedetto XVI ed il Dalai Lama.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il governo cinese ha minacciato ieri il Vaticano di “serie ripercussioni” alle relazioni bilaterali se il Papa dovesse incontrare il Dalai Lama, che dovrebbe essere a Roma il prossimo 13 dicembre. Al momento, Pechino e la Santa Sede non hanno rapporti diplomatici.
 

Liu Jianchao, portavoce del ministero cinese degli Esteri, ha detto: “Speriamo che il Vaticano non faccia nulla che possa colpire i sentimenti della popolazione cinese, e mostri sincerità nel migliorare i rapporti con la Cina intraprendendo azioni concrete”.

Pechino ha sempre sostenuto che il Dalai Lama non è un leader religioso, ma un pericoloso separatista che cerca l’indipendenza del Tibet, invaso dalle truppe cinesi nel 1950. In quest’ottica, il governo cinese ha condannato con forza i recenti incontri fra il leader tibetano ed i vertici politici di Stati Uniti, Canada e Germania avvenuti nell’ultimo anno.

Il governo americano, inoltre, ha conferito al Dalai Lama la medaglia d’oro del Congresso, la più alta onorificenza civile del mondo statunitense. In risposta, Liu ha sostenuto che “quei Paesi che decidono di trattare bene il capo dei separatisti tibetani, danneggiano la propria immagine”.

globalizzazione?

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Myanmar

Pubblico dal sito di Limes questo articolo comparso su La Repubblica del 5 ottobre. Non è di facilissima lettura perchè dà alcune cose per scontate, ma cercando di andare oltre i molti nomi citati si afferra qualcosa di quanto sta succedendo:

Vecchi e nuovi alleati per la prigione Myanmar

di Raimondo Bultrini

Il sorprendente flusso di informazioni e immagini via Internet dall’interno della Birmania ha scavalcato per 10 giorni le spesse mura di questo Paese Prigione producendo un’ondata emotiva di un’intensità senza precedenti. Ma presto al moto di spontanea partecipazione per la struggente lotta dei monaci scalzi e dei cittadini in longgi sotto il diluvio monsonico è subentrato un inevitabile senso di impotenza e sconfitta sia fuori che – soprattutto – dentro i confini geografici dell’Unione di Myanmar.

Ora che le manifestazioni sono state disperse a Rangoon e altrove dai lacrimogeni e dai proiettili dei soldati guidati dal generalissimo Than Shwe – autoisolato dentro un bunker della nuova capitale ribattezza Naypyidaw, Città dei Re – altre notizie dal mondo hanno inevitabilmente retrocesso le cronache birmane nelle pagine interne dei quotidiani e tra le notizie brevi dei telegiornali.

Metaforicamente è come se le sbarre si fossero di nuovo richiuse alle spalle di 50 milioni di esseri umani, condannati senza appello dai tempi del golpe di Ne Win del 1962 da un manipolo di ufficiali corrotti e superstiziosi, alternatisi nel tempo alla guida di governi dittatoriali definiti Consiglio Rivoluzionario, Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine (SLORC) e – infine – Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC).

Molti si domandano a cosa debba la sua imbattuta longevità il più impenetrabile regime militare dell’Asia, sopravvissuto alla caduta in disgrazia a turno dei suoi uomini di vertice, come lo stesso Ne Win, Sein Lwin, Saw Mong (che “vide” Gesù Cristo in Tibet prima di proclamarsi reincarnazione di un antico re guerriero) e Khin Nyunt (agli arresti per corruzione). Se a lungo si è attribuito il merito agli inconfessabili alleati delle mafie che gestivano per loro conto i traffici di oppio del Triangolo d’Oro e all’appoggio incondizionato di Pechino, in questa fase storica di globalizzazione sono usciti allo scoperto nuovi e sorprendenti partner attratti dalle risorse naturali del paese, dai suoi passaggi di terra e di mare verso mercati redditizi, dall’affidabilità del suo esercito in termini di sicurezza strategica.

Da decenni il mondo sa che molti villaggi birmani sono veri e propri campi di concentramento dove si scavano a mani nude i rubini, i diamanti e la giada venduti nei mercati di Singapore, Seoul, Pechino, Amsterdam o New York, dove si costruiscono col lavoro forzato i gasdotti e le dighe per rifornire di energia le industrie di Bangalore, Kunming e Bangkok.

E’ il crudo contesto economico e geopolitico che ha condizionato e – salvo improbabili scrupoli di coscienza della nuova generazione dei militari – condizionerà anche in futuro la sorte dei 50 milioni di birmani, karen, shan, karenni, kachin e mon, per citare alcune delle innumerevoli etnie coinvolte senza troppe speranze in una guerra contro 400mila uomini armati e motivati dai benefici concessi alle truppe fedeli.

Nei giorni in cui i monaci venivano arrestati e picchiati, la vecchia alleata Cina – spinta dagli Usa a chiedere blandamente ai generali di non esagerare con l’uso della violenza – non era la sola a bloccare una risoluzione di condanna delle Nazioni Unite. Il presidente russo Vladimir Putin definiva le repressioni “un fatto interno” mentre i suoi inviati firmavano a Naypyidaw un trattato che permetterà a due imprese nazionali – la governativa Zarubezhneft e la privata Itera Oil – l’esplorazione in joint venture con l’indiana Sun Group e la birmana MOGE dei giacimenti di gas naturali al largo del Mare delle Andamane. Non a caso le stesse parole di Putin verranno usate dal nuovo comandante dell’esercito indiano che ha stretto un’alleanza con i tadmadaw (i soldati birmani) per impedire ai Naga e alle altre etnie ribelli dell’Assam e di Manipur di rifugiarsi oltreconfine. A firmare il trattato di Naypyidaw nello stesso giorno delle rivolte c’era il ministro del Petrolio indiano Murli Deora, membro della compagine governativa del Congresso di Sonia Gandhi che anni fa insignì Aung San Suu Kyi del prestigioso premio Nehru “Per la Comprensione Internazionale”.

L’amicizia tra Delhi e Rangoon (prima del cambio di capitale) risale formalmente all’ottobre del 2004 quando Than Shwe fu ricevuto con tutti gli onori dopo 24 anni di gelo diplomatico. Il cambio di prospettiva geopolitica da parte della progressista India fu certamente accelerato dalla scoperta che la Cina – a forza di spingersi verso Occidente grazie all’amicizia con i generali – aveva piazzato basi di monitoraggio davanti a casa propria, nelle isole Coco in pieno Oceano Indiano. Senza contare i progetti di superstrade che da Kunming nello Yunnan porteranno un giorno le merci cinesi fino al Golfo del Bengala e da qui in Medio Oriente ed Europa, sfruttando eventualmente il porto di Chittagong – qualora il Bangladesh aderisse al progetto – o un altro eventuale porto lungo le coste centro-settentrionali del Myanmar.

Che i diritti umani passino in secondo piano nella spietata competizione di mercato tra India e Cina lo dimostra la posta in gioco nella gara tra tutti i paesi vicini per accaparrarsi dalla giunta – tra gli altri – i diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas chiamati A1 e A3 Shwe (in omaggio al generalissimo?) al largo del porto di Sittwe nello stato di Arakan.

Se la Cina ha il vantaggio di un legame storico con la giunta e la possibilità di sfruttare in senso inverso l’eventuale gasdotto per gli acquisti dai paesi africani e del Medio Oriente, alla gara di Sittwe concorre anche un altro paese limitrofo guidato da una giunta installata dopo un golpe militare, la Thailandia , dove vivono gran parte dei tre milioni di birmani spinti a emigrare dalla fame.

Da anni il governo di Bangkok è il principale partner commerciale della Birmania soprattutto in termini di volume di acquisti, non la Cina come molti ritengono. Vende tecnologie e importa energia con diversi progetti in ballo oltre al gas, come le due grandi centrali idroelettriche sul fiume Salween per le quali – ancora una volta – è in competizione con la Cina. I thai non fanno mistero che un’eventuale adesione al cartello occidentale per le sanzioni contro la giunta potrebbe favorire Pechino. Lo stesso vale per ognuno dei tredici paesi – alcuni insospettabili – che operano nei progetti di sfruttamento delle risorse energetiche birmane, dall’Australia all’Inghilterra, dal Canada all’Indonesia, alla Corea del Sud, alla Malesia, senza contare la francese Total e l’americana Unocal, coinvolte in polemiche e scandali finiti nelle aule dei tribunali internazionali.

Sull’onda delle proteste domate nel sangue per l’elevatissimo aumento del carburante, ben pochi si sono posti il problema del paradosso – come sottolinea l’analista della sicurezza Alfred Oehlers sulla rivista Irrawaddy – per cui la Birmania tanto ricca di materia prima importi a prezzi esorbitanti gran parte del combustibile raffinato, specialmente il diesel usato per gran parte degli automezzi e dei generatori che suppliscono la cronica carenza di elettricità nelle città e nelle campagne. All’interno del paese esistono due mercati, uno legale gestito dal ministero per l’Energia che distribuisce a prezzi di rimessa il combustibile per gli uffici dell’amministrazione statale, uno semi-clandestino gestito spesso dai comandanti dell’esercito che rivendono le loro quote a prezzi molto più alti sul mercato nero.

Molti avanzano l’ipotesi che l’ultima impennata di aumenti sia servita per favorire le imprese di un tycoon molto vicino al generalissimo Than Shwe. Quanto fosse calcolato il conseguente rischio di rivolta è difficile da stabilire. Di certo la famosa Convenzione Nazionale per la Democrazia in corso da anni per riscrivere la costituzione e ridimensionare eventualmente i poteri della giunta, è ora rinviata a data da destinarsi.

prepotenze

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