L’Italia in gioco

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Leggo un articolo su Linkiesta sul gambling, il gioco d’azzardo: esso vale in Italia ormai 70 miliardi, oltre il 4% del Pil (è ben più della manovra Salvaitalia). Si potrebbe esultare per la nostra economia, ma il dato parallelo è che gli ammalati di gioco sono almeno 700 mila persone, il doppio di quanti sono seguiti dai Sert per dipendenza da droghe o alcol. La dipendenza da gioco non è inserita nei livelli essenziali di assistenza del Sistema Sanitario Nazionale: chi ci finisce coinvolto ha molte difficoltà per le cure. E il trand del gioco è in crescita: agli italiani viene più voglia di giocare? O si tratta di un bisogno indotto? Rispondo solo con un breve elenco i provvedimenti, a voi la risposta:

         1997: introduzione della doppia giocata di Lotto e Superenalotto e delle sale scommesse;

         1999: nasce il Bingo;

         2003: la Finanziaria apre alla diffusione nei pubblici esercizi delle slot machine

         2005: la Finanziaria introduce la terza giocata del Lotto, le scommesse Big Match, le scommesse online;

         2006: nascita di decine di migliaia nuovi corner e punti gioco per le scommesse; con il Decreto Bersani (la legge 248/2006) la proposta di giochi aumenta ulteriormente: 16 mila 300 nuovi punti per il gioco d’azzardo;

         2009: Decreto sugli Abruzzi, altri giochi (Win for Life), nuovi gratta e vinci, sostanziale liberalizzazione dei giochi on-line;

         2011: nel decreto legge n. 98 del 6 luglio, all’art. 24, troviamo 42 commi che promuovono nuove regolamentazioni per i giochi e l’introduzione di una serie di nuove proposte di gioco d’azzardo.

Mumble mumble…

Almeno lei

 

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Domani a scuola ricevimento generale. E’ per me il giorno dell’ “Almeno lei” dettomi da mamme e papà degli studenti che zoppicano un po’: “Almeno lei mi dica qualcosa di positivo, mi tiri su il morale: l’ho lasciata per ultimo apposta!”. Daniel Pennac scrive: “I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo. Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all’uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli o a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l’eternità in un barattolo.”

Chiara e Francesco

Prendo da Avvenire un articolo di Roberto I. Zanini su san Francesco e santa Chiara.

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 Chiara e Francesco? Molto diversi da come li presenta la vulgata che si è affermata con film, libri, fiction e canzoni. Se proprio abbiamo bisogno di immagini è «meglio affidarsi all’iconografia giottesca di Assisi». Nei fatti, sottolinea la medievista Chiara Frugoni, autrice per Einaudi, del libro Storia di Chiara e Francesco «sono due persone che hanno avuto una vita piena di sofferenze, di incomprensioni. Vivono per un progetto che riescono a realizzare solo in parte. Il Francesco degli ultimi anni, cieco, provato dalle malattie» sfigurato nel volto, quantunque trasfigurato dalle stimmate, «è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si immagina. Comincia in maniera gioiosa con l’idea di mettere in pratica il Vangelo, insieme ai compagni di sempre, gente entusiasta e di alto livello. Poi arriva il successo, il numero dei frati aumenta a dismisura e il livello di spiritualità e volontà di sacrificio si abbassa, iniziano le divergenze e le divisioni».

Vuole dire che il “francescanesimo” pensato da Francesco non è quello che si realizza? «Per esempio, nella prima regola (quella non approvata) si afferma, lo ricordo a senso: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella regola del ’23 (quella approvata), è il contrario: possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti. E non c’è più il concetto del “vivere fra i saraceni”».

Un’idea tanto innovativa da riemergere solo con personaggi come Charles de Focauld, sette secoli dopo. «Francesco pensa a una vita fra i musulmani in reciproco rispetto. Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio. Per lui è l’esempio nella carità che diventa lievito. E aveva stima degli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, di ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di persone che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera».

Gli ultimi sono anni difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. «Era disperato, solo, con poca stima dei compagni. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani».

È il racconto famoso del Santo che per tre volte apre il Vangelo. «In realtà i racconti sono due. Secondo Tommaso da Celano per tre volte lo apre alla pagina del Getsemani a conferma di dover bere al calice della volontà di Dio, che si materializzano nelle stimmate. Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio racconta il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo».

Diceva di una vita piena di sconfitte. «Dal punto di vista dello storico certamente. Una vita triste, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori. Chiara vede approvata la sua regola solo il giorno prima di morire e non è la stessa che lei voleva… È la grande spiritualità dei due santi a volgere tutto in gioia».

Che rapporti c’erano fra i due? «Una profonda intesa spirituale. Chiara giovinetta vede in Francesco l’immagine stessa del suo futuro. E colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro. Resiste alle pressioni di Gregorio IX. Dopo la morte di Francesco si affida a frate Elia che però si schiera con Federico II e viene scomunicato. Trova appoggio nella principessa Agnese di Boemia divenuta monaca, ma il Papa obbliga Agnese a non seguire Chiara. Alla fine diventa la prima donna a scrivere una regola solo per le donne. Anche se dopo la sua morte Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste».

Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa? «Identica. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne. Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata».

Poi, anche lei trova enormi difficoltà. «Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente».

È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco. «Tornando al dialogo con le religioni, invita a cercare i punti che avvicinano, non quelli che allontanano. Ai musulmani, come a tutti, chiede di fare frutti degni di penitenza, intesa nell’accezione evangelica di conversione, perché solo ripensando le proprie scelte si possono trovare punti di contatto. Fa conoscere i concetti di solidarietà e di ascolto, con l’idea di dare la giusta importanza al punto di vista dell’altro».

Due cose totalmente mutuate dai Vangeli. «La vera modernità è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale».

Il Dio del Novecento

Segnalo a chi fosse interessato l’incontro “Il Dio del Novecento”. Raniero La Valle presenta il libro “Quel nostro Novecento – Costituzione, Concilio e Sessantotto: le tre rivoluzioni interrotte”. Centro Balducci di Zugliano Lunedì 12 dicembre ore 20.30

Peccare

In terza stiamo parlando di etica. Cito un breve pezzetto di A un papa di Pasolini.

Lo sapevi, peccare non significa fare il male:

non fare il bene, questo significa peccare.

La felicità è una piccola cosa

Trilussa scriveva in romanesco: “C’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.” In questo periodo di forte austerità, di riduzione degli sprechi e dei consumi, di tempi accelerati e frenetici per le mille cose da fare e i tanti impegni, insieme a degli amici abbiamo deciso di farci questo regalo per Natale: tempo per stare insieme. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa… 

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Nella terra di nessuno

Nella tristezza leggo questo articolo preso da PeaceReporter.

marc3adaentierradenadie4.jpgMarcela Zamora, cineasta salvadoregna, per quattro volte ha percorso con la sua macchina da presa il cammino che ogni anno migliaia di donne centro-americane intraprendono per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti, attraversando 5.000 chilometri di territorio messicano, terra di nessuno, alla mercé di banditi, trafficanti e poliziotti corrotti. La maggioranza dei migranti che compiono questo viaggio sono donne, secondo il Tavolo nazionale per le migrazioni del Guatemala: per loro è quasi una certezza l’ipotesi di diventare vittime di stupro. Stando alle stime di Argan Aragon, sociologa della Sorbona, “sei, otto donne su dieci vengono violentate” durante il tragitto messicano. Il documentario realizzato dalla Zamora si intitola “Maria en tierra de nadie” ed è una raccolta di testimonianze di questa tragedia. Prima di partire le donne, consce del pericolo, fanno incetta di anticoncezionali. Se è praticamente impossibile convincere uno stupratore ad indossare un preservativo, molto più sicuro è un’iniezione di Depo-Provera, un composto anti-concezionale costituito da un solo ormone, il medroxiprogesterone, che ha un’efficacia del 97 percento. Il farmaco, facilmente acquistabile nelle farmacie del centro-America, è ormai così comune tra le migranti da essere stato ribattezzato “l’iniezione anti-Messico”. Ma le Ong statunitensi ne denunciano la pericolosità per la salute. E inoltre non protegge da Hiv e dalle altre malattie veneree. Oltre al Depo-Provera, le migranti ricorrono anche ai “maridos”, i mariti, ossia uomini anch’essi diretti negli Usa che in cambio di prestazioni sessuali offrono la loro protezione e quindi la speranza di poter realizzare il sogno di una vita migliore.

Una sana folle immaginazione

Prendo da Avvenire

La salute mentale, di cui da ieri si celebra la giornata nazionale, con eventi che si svolgeranno fino a gennaio, non è una questione sanitaria normale. Non ha rapporti con la sclerosi, con l’Aids, con il cancro. Ha rapporti con il nostro essere umano dall’origine. Dal nostro passaggio dall’ominide all’uomo, con le mutazioni del pianeta e i cambiamenti storici, sono cambiate le malattie, ma la questione della salute mentale è da sempre identica, naturalmente declinata in termini differenti. Come l’uomo, secondo il grande paleoantropologo Yves Coppens e lo storico delle religioni Julien Ries, nasce1605561387.jpg intrinsecamente religioso e simbolico, Homo religiosus (e quindi poeta) prima ancora che Homo sapiens, così l’uomo nasce con il fardello congenito della malattia mentale: la nostra genesi ci vede religiosi, simbolici, potenzialmente minabili nella mente. La peste oggi non è che un motivo letterario, la lebbra e il colera morbi che riguardano o il passato o altri mondi, disperati e privi di risorse, l’Aids una novità, altre malattie hanno nomi e identità solo perché recentemente sono state scoperte e definite, anche se esistevano già, inconosciute, non sappiamo da quando. La malattia mentale è inscritta nel Dna umano come la poesia. La mente può ammalarsi in una varietà infinita di forme: dai libri religiosi e dalle fiabe apprendiamo le storie di re saggi che impazziscono divenendo violenti e tirannici, di scemi del villaggio, limitati nella parola e nel pensiero, che si rivelano dispensatori di saggezza, di uomini forti e sapienti che invecchiando perdono il lume della ragione, vengono raggirati, di altri che sin da giovani sono minati dalla debolezza di carattere, dalla tendenza suicida, dal delirio. La malattia mentale non ha storia, e non è riducibile alla follia. Sarebbe facile, anche se relativamente: come mettere sullo stesso piano la follia di Hitler e di Stalin, mostruosa e infernale, e quella del poeta Dino Campana e di Van Gogh, che producono opere di visione e bellezza? Ma, fingendo che quello della follia sia un problema semplice, la malattia mentale ha ben altri orizzonti: va da quella che ora si definisce depressione alle manie persecutorie, a fenomeni più gravi dal punto di vista psichiatrico, sindromi ossessive, realtà disperanti di alienazione, paranoia, scissione. La grande letteratura e il grande teatro mettono in scena quello che avviene sulla scena del mondo: la malattia mentale non è solo quella dell’efferato Macbeth o del folle Lear, ma anche del malato immaginario di Molière, o dell’avaro dello stesso autore. Sarebbe comodo relegarla ai pazzi ‘ufficiali’, alligna tra noi, nella vita quotidiana, da sempre. Ciò dovrebbe ammonirci a non reprimere il malato mentale, ma a combattere il germe del suo male, che può colpire ognuno di noi. Facile a dirsi. Ma la pratica della compassione e la serietà di tanti specialisti della psiche inducono a non essere pessimisti. E poi ci sono gli esempi, più efficaci di ogni teoria, come le parabole. Nanni Garella, uno dei registi italiani più significativi del panorama contemporaneo, in questi anni ha realizzato spettacoli straordinari con attori reclutati tra giovani malati di mente, spesso con sindromi pesanti. Li abbiamo visti in scena, sono diventati davvero attori. Garella, portando in scena Pirandello e altri autori con dei giovani affetti da problemi mentali, ha ristabilito un equilibrio incredibile. Ha sdoganato la follia, ma non a caso. No, restaurando, con le armi dello spirito e della disciplina, un giusto ordine. Può essere un modello, una chiave di lettura del problema: il malato di mente ha bisogno di immaginazione. E anche noi, che ci scopriamo non puri spettatori, ma suoi simili.

Amare il dolore?

Prendo dalla rete

Ha suscitato vasta eco la decisione di Lucio Magri, 79 anni, giornalista, fondatore del Manifesto e uomo politico, di ricorrere alla pratica del suicidio assistito in una clinica svizzera. La scelta di Magri, che si è compiuta ieri, frutto di una grave depressione, ma anche di una razionalità estrema, suscita contrapposizione tra chi chiede di rispettare comunque la volontà dell’individuo e chi rifiuta la strada dell’eutanasia. In definitiva il gesto di Magri pone a tutti il problema dell’approccio della persona alla sofferenza. Del mistero del dolore si è parlato ieri sera a Torino all’Università del Dialogo del Sermig, realtà di fraternità fondata da Ernesto Olivero con la presenza della scrittrice Susanna Tamaro. Adriana Masotti ha chiesto a Olivero una riflessione sulla vicenda Magri: 

dolore1.jpgR. – Ogni volta che una persona muore, prego e faccio silenzio, perché so che Dio è Padre di tutti gli uomini, di tutte le donne, di coloro che credono e di coloro che credono di non credere. Quindi Lui sa… Certo che ogni morte fa pensare e una morte come questa fa pensare ancora di più. Mi viene in mente uno dei pensieri che ho scritto in una situazione molto tragica della mia vita, quando scrissi nel mio diario: l’uomo certamente ha bisogno di casa, di lavoro, ma ha bisogno di scoprire il senso della vita, ha bisogno di scoprire da dove viene e dove va. Io penso che la vita di ogni uomo – e sto parlando di me stesso – sia una preparazione all’ultimo momento. Credo di aver capito un po’ la vita a forza di asciugare le lacrime, a forza di accogliere persone che mi guardavano negli occhi e mi chiedevano qualcosa… La cosa principale che ho capito è che deve far di tutto per cambiare un po’ il mondo.

D. – Il dolore fa parte – e lo sappiamo – della vita di tutti, credenti e non credenti, e per tutti il dolore non è bello e va quindi ricercato il modo per non soffrire; va anche accettato sul piano umano … ma ne siamo preparati?

R. – Io credo che dobbiamo preparare le persone a vivere e a morire e dobbiamo preparare le persone a star vicino, fino all’ultimo momento, alle persone che soffrono: nessuno deve essere abbandonato! Anche perché oggi la sofferenza come veniva intesa una volta credo che sia quasi completamente sparita, perché ci sono delle medicine e ci sono delle cure che possono alleviarla, però è importante il rapporto umano. Io ricordo una giudice di Milano che – molti anni fa – mi chiese se potevo accogliere un ragazzo con l’aids e mi disse: ti costerà una cassa da morto e quindici giorni di lavoro. Io mi sono messo nei panni di questo ragazzo e gli dissi: “Perché negli ultimi 15 giorni della tua vita non smetti di drogarti? Noi ti assisteremo notte e giorno, momento dopo momento, non ti abbandoneremo mai!”. Lui ha accettato questa sfida e sono passati altro che quindici giorni: sono passati quindici anni, sono passati venti anni ed è ancora vivo! Ecco l’insegnamento che io mi diedi in quel momento: una famiglia, una comunità, un partito o un gruppo culturale non devono assolutamente abbandonare un uomo o una donna che muore!

D. – E’ giusto dire che il cristianesimo non invita ad amare il dolore e la Croce, ma chiede invece di amare il Crocifisso e quindi Gesù in Croce, l’uomo in Croce?

R. – Certamente. Proprio pochi giorni fa, una donna che aveva paura di morire e di lasciare la sua famiglia e mi ha detto: “Mi dicono che devo amare il dolore…” E io gli ho detto: “Non è giusto. Per amare Gesù bisogna amare Dio; il dolore non è da amare, ma – a volte – è da sopportare. A volte è un nemico: Gesù stesso ha gridato sulla croce … (mg)

La storia di Michele

Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.

La valutazione

Stamattina assemblea d’istituto. Ho partecipato, parzialmente, solo l’ultima ora. Mi è piaciuta la partecipazione, mi sono piaciuti i temi. Posto questa immagine provocatoria su uno degli argomenti che sono usciti. Che ne dite?

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La raccolta delle clementine

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Non posto tutto l’articolo perché lunghetto, lo trovate qui. Si racconta di sfruttamento, ‘ndrangheta, clementine (sì, sì, i frutti), immigrazioni, omertà, sopravvivenza…

Entra nel tuo cuore

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Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore”.

(Da Un minuto di saggezza, di Anthony de Mello)

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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E’ il 25 novembre 1960: le sorelle domenicane Mirabal, Patria, 36 anni, Minerva, 34 anni, Maria Teresa, 24 anni, si recano in prigione a far visita ai mariti delle due sorelle minori. Il marito di Patria è rinchiuso in un carcere diverso. Gli agenti del Servizio Segreto militare le fermano, le portano in un luogo nascosto, le torturano, le massacrano di botte e le strangolano. I tre corpi vengono messi nella loro auto che viene fatta precipitare in un burrone per simulare un incidente. Per conoscere meglio la storia delle sorelle che hanno combattuto contro la dittatura(1930-1961) del dominicano Rafael Trujillo, con il nome di battaglia Las Mariposas (Le farfalle), consiglio questa pagina. Dal 1999 il 25 novembre, per volere dell’ONU, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Qui sotto posto un video che arriva da Genova.

Voci dal Buddhismo

Qualche settimana fa avevo dato notizia dell’incontro tra gli esponenti delle diverse religioni di Assisi. Una delle partecipanti è Mae Che Sansanee Sathirasuta, direttrice del Centro Sathira-Dhammasthan, e condivide le sue riflessioni su come costruire una pace “sostenibile”.

“Durante il viaggio, ho visto leader di tutte le religioni scambiarsi opinioni. Ciascuno sembrava deciso a portare pace al mondo. Ma le buone intenzioni non sono sufficienti. Dobbiamo imparare a vivere insieme in armonia, fra persone di fedi diverse, senza essere troppo fieri di noi stessi. Non dobbiamo dividerci in base a razza, classe o lingua. Non dobbiamo dare fastidio a nessuno. Non dobbiamo odiare nessuno. Dobbiamo rispettare gli altri con umiltà ed essere pronti a imparare l’amicizia e la dignità, che porteranno alla vera libertà. Sono sicura che il meeting di Assisi aprirà un sentiero per tutti coloro che vi hanno partecipato, e in particolare per quelli che vi si sono recati dalla Thailandia, per dare grande valore al dialogo fra i fedeli di fedi diverse. Invitati a condividere ciò in cui crediamo con gli altri, lo faremo senza pregiudizi o sospetti, con lo scopo comune di portare pace a questo mondo”.

Intanto hanno fatto il giro del mondo le immagini della monaca buddhista che si è data fuoco. Su Asianews leggo:

I monaci buddisti che si sono auto-immolati con il fuoco per protestare contro il dominiomonaca-tibetana_290x435.jpg cinese in Tibet “hanno una fede molto forte, questo è chiaro. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spirituale. La situazione, per loro, è davvero dura”. Lo dice ad AsiaNews il lama geshe Gedun Tharchin, che da anni studia i Cinque grandi trattati del buddismo. Il lama, profondo conoscitore della fede buddista, sottolinea: “Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni, e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone”. I video ritraggono sia gli ultimi istanti della vita di Palden Choetso, l’unica donna fra gli 11 monaci che si sono uccisi negli ultimi 3 mesi, che quelli di un altro monaco per ora non identificato. Nei giorni scorsi, intervistato dalla Bbc, il Dalai Lama ha riaffermato ancora una volta che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: “Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza”. Subito dopo, però, il leader del buddismo tibetano ha aggiunto: “Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza”. Una fonte tibetana (anonima per motivi di sicurezza) spiega ad AsiaNews: “Le rivolte nel mondo arabo, l’avvento di internet, la repressione che peggiora di anno in anno. Questi sono i motivi che spingono tante persone a cercare gesti estremi contro la Cina. Voi vedete le auto-immolazioni perché fanno impressione, ma esistono moltissimi tibetani che fanno scelte altrettanto forti, anche se meno spettacolari. Anche andare in galera, condannati magari a 10 anni, per aver espresso un’opinione è una forma di sacrificio. L’Occidente si parla addosso, ma non capisce. Non capite cosa vuol dire vivere senza la possibilità di decidere nulla della propria vita. C’è il problema della libertà religiosa negata, che per noi è un sacrilegio, ma anche quello del lavoro che non c’è e della società in mano a cinesi di etnia han. L’economia non esiste e qualunque cosa decida il Partito per noi è legge. Così non possiamo andare avanti: siamo sempre di meno, ma intenzionati a combattere fino alla fine”.

Blocco del traffico

Oggi a Udine c’è il blocco del traffico a causa dello smog. In “Tenebre su tenebre” del 2006 Ferdinando Camon scrive:

“Questa civiltà produce smog perché produce tutto ciò che è un affare. Lo smog calerà quando l’antismog diventerà un affare. Quando produrre motori non-inquinanti sarà redditizio. La soluzione sta nei motori alternativi. L’aumento dello smog impone di arrivarci più in fretta e quindi di lavorare di più. Proibire le auto infra-settimana è un errore. La nostra civiltà funziona così. Fermandola, non funziona affatto”.

Era il 2006…

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Accorgersi

Mi sono occupato di persone diversamente abili molti anni fa in ambito di volontariato. Poi la vita mi ha fatto reincontrare il tema per vicende personali. Su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Patrizia Spagnolo che provoca le nostre coscienze.

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Nel giugno scorso, in un comune abruzzese, alcuni consiglieri comunali, assessori e giornalisti si sono seduti in carrozzella per provare direttamente le difficoltà che le persone disabili devono affrontare ogni giorno sulle strade cittadine (la stessa cosa ha fatto il sindaco di Udine Honsell poche settimane fa, ndr). Un gesto plateale e forse un po’ retorico, da alcuni giudicato offensivo, che si inserisce in un quadro più ampio di iniziative con cui l’amministrazione di Montesilvano intende diffondere la cultura dell’integrazione e dell’inclusione dei diversamente abili. Ma questi signori che per una manciata di minuti hanno smesso gli abiti di “normodotati” si sono realmente resi conto di quanto sia difficile la vita di chi ogni giorno della propria vita si trova di fronte a veri e propri percorsi di guerra, incontra svariati ostacoli, lotta e suda, studia infinite strategie per essere in grado, prima di tutto, di svolgere i compiti più elementari?

Handicappati, portatori di handicap, persone con handicap…: mentre si continua a dibattere su quale termine sia più corretto usare, coloro che oggi sono definiti “diversamente abili” continuano a pagare sulla propria pelle molteplici disattenzioni, degni soltanto di familiari pacche sulle spalle da parte di perfetti sconosciuti che si rivolgono a loro come se fossero bambini e dandogli del tu. Disattenzioni di politici inadempienti, certo, ma anche di quei cittadini che, ad esempio, parcheggiano auto, moto e bici sui marciapiedi, rendendo la vita difficile a chiunque – compresi anziani e mamme con bambini in carrozzina – non sia in grado di muoversi agevolmente tra un ostacolo e l’altro. Eppure, come ha sottolineato di recente Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della salute, “la disabilità è parte della condizione umana. Quasi tutti noi sperimentiamo una forma di disabilità temporanea o permanente nell’arco della vita. Dobbiamo fare di più per rompere le barriere che segregano le persone disabili, in molti casi spingendole ai margini della società”.

Proprio l’Oms, insieme con la Banca Mondiale, ha recentemente diffuso il primo Rapporto mondiale sulla disabilità: oltre un miliardo di persone, circa il 15 per cento della popolazione mondiale, vive con qualche forma di disabilità, di cui almeno un quinto è costretto ad affrontare difficoltà “molto significative” nella vita di tutti i giorni. Percentuali destinate a salire a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento globale delle malattie croniche. Discriminazione, mancata assistenza sanitaria e di riabilitazione e barriere architettoniche (trasporti pubblici, edifici e tecnologia informativa inaccessibili) causano una salute generalmente più precaria rispetto alla media, scarse possibilità formative e professionali, povertà ed un livello d’istruzione minore per le difficoltà di accesso agli studi superiori. Non a caso i Paesi a basso reddito registrano percentuali decisamente più alte di disabilità rispetto a quelli ad alto reddito. Inutile dire che l’Italia – dove nel 1970 è stata approvata la legge sulla eliminazione delle barriere architettoniche – non è tra i Paesi più virtuosi, anche per quanto riguarda l’osservanza delle più elementari regole di vita civile. E con i massicci tagli alle politiche sociali, la situazione dei disabili (e delle loro famiglie) non può che peggiorare. È sufficiente avere la sfortuna di rompersi – per davvero, non per finta – una gamba o un braccio per sperimentare di persona cosa significhi non essere in grado di compiere gesti prima scontati, banali. E allora provi sensazioni di impotenza, frustrazione, soffri e sei imbarazzato perché dipendi dagli altri, dalla loro capacità di aiutarti, dalle loro attenzioni, dalla loro sensibilità. Però sai che durerà poco, perché poi riprenderai la tua solita vita, il lavoro, gli studi, ricomincerai a guidare, a nuotare, a correre…

Simona, 28 anni, non sa quando riprenderà l’uso del braccio destro, che improvvisamente ha chiuso i contatti col cervello: non si muove, è un peso morto. I dottori ipotizzano di tutto e di più, sottopongono la malcapitata a tutti gli esami possibili, pensano sia una reazione psico-somatica allo stress o a eventi traumatici. Sono trascorsi 5 mesi e Simona continua ad essere “monca”. Eppure continua a fare tutto quello che faceva prima: lavora, esce con gli amici, per giunta vive da sola. È ammirevole quando la vedi infilarsi i collant con una sola mano senza chiedere aiuto. Non si è mai lamentata. “Che senso ha lamentarsi? – dice – Tanto la situazione non cambia e di dipendere dagli altri non ho alcuna intenzione”. Sarà un caso che adesso il suo migliore amico è Gianni, un ragazzo costretto dalla nascita su una sedia a rotelle? “Gianni è una persona splendida – racconta Simona – Fa sport a livello agonistico, è sempre sorridente e ottimista, lavora, anche se adesso è in cassa integrazione, conduce una vita ‘normale’, neanche ti accorgi della fatica che fa ogni giorno. Mi sta aiutando tanto, mi incoraggia, mi sta trasmettendo una gioia di vivere che non credo di avere mai provato. La sua vicinanza, la sua storia, la sua situazione mi spronano a lottare, ad andare avanti senza commiserarmi e senza cercare la pietà degli altri. Lui non può fare alcune cose, forse, ma non per questo si sente incapace di desiderare, sognare, costruire un futuro. Ecco, adesso mi sento più forte”. Consentire ai disabili di poter sperare in qualcosa di più della sopravvivenza, rimuovere per quanto possibile quegli ostacoli che rischiano di emarginarli è degno di un Paese civile. Ma, soprattutto, è importante “accorgersi” di loro. “Quando la gente si rende conto che sono cieca diventa subito premurosa – dice Silvia, 30 anni – Pretende di aiutarmi a fare cose che so già fare da sola, mi prende il braccio anziché porgermi il suo, distrae il mio cane… Io non voglio tutte queste attenzioni. Ho imparato ormai a cavarmela da sola. Vorrei però che chi non ha disabilità agisse sapendo che al mondo ci siamo anche noi. Quelle stesse persone che sono subito pronte a farmi attraversare la strada, magari strattonandomi, sono magari poi le stesse che parcheggiano di traverso sul marciapiede o corrono come matti in bicicletta sotto i portici”. In un mondo dove i ritmi sono sempre più frenetici, le persone più “lente” danno fastidio. Quante volte ci arrabbiamo perché, quando siamo di fretta, c’è sempre qualche impedimento di fronte a noi: un anziano col bastone, una mamma che spinge una carrozzina, una cassiera un po’ imbranata, un disabile in carrozzella… Se questa è la sorte che tocca ai “diversamente abili”, allora, ragazzi, a maggior ragione chi ve lo fa fare a lanciarvi da un ponte o guidare pericolosamente – magari da ubriachi o drogati – un’automobile?

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Fuori dal dimenticatoio

Per non dimenticare quanto successo nel 2008. Prendo da Asianews.

Pechino (AsiaNews/Rfa) – A tre anni dallo scandalo del latte in polvere alla melamina,news35998.jpg centinaia di bambini rimangono affetti da malattie ai reni. Test pagati in privato – dato che il governo vieta agli ospedali di aiutare le famiglie delle vittime – mostrano che i bambini presentano calcoli ai reni e molti di essi hanno sangue nelle urine. Zhao Lianhai, papà di uno dei 300 mila bambini colpiti dal latte alla melamina, ha lanciato una campagna per sottomettere i piccoli a nuovi test per vedere il decorso della malattia. Lo scandalo è scoppiato nel 2008, quando si è scoperto che il latte in polvere per l’infanzia di diverse ditte venditrici conteneva un alto tasso di melamina, usato per innalzare il livello di azoto presente nel latte, facendo credere che esso è ricco di proteine. A causa del suo uso, sette bambini sono morti e altri 300 mila sono rimati affetti da calcoli ai reni. Il governo ha arrestato Zhao Lianhai condannandolo a due anni e mezzo di prigione per “disturbo dell’ordine pubblico” e lo ha rilasciato solo lo scorso novembre per problemi medici. Le autorità hanno anche proibito a ospedali, medici e avvocati di farsi paladini delle richieste di risarcimento dei genitori. L’associazione dei genitori, con a capo Zhao Lianhai, ha raccolto donazioni per 100mila yuan (circa 10mila euro) e con questi soldi ha iniziato a compiere test medici sui bambini malati. La madre di un bambino di Lushan (Sichuan) ha detto che il suo piccolo ha iniziato ad avere sangue nelle urine; un altro ha dichiarato che suo figlioletto ha molti calcoli a entrambi i reni; un altro piccolo continua da tre anni ad avere acidità nelle urine, con due piccoli calcoli ai reni. “I medici – essi affermano – ci dicono che non vi sono trattamenti per migliorare la loro salute”. Dopo lo scoppio dello scandalo, Pechino ha arrestato 21 persone. Due di esse sono state condannate a morte. Il governo afferma che tutto il latte alla melamina è stato distrutto, ma ogni tanto emergono notizie di prodotti ancora inquinati.

Ti do la musica, mi leggo il tuo hard-disk…

La cosa mi inquieta e non poco. Prendo da Avvenire questo articolo di Gigio Rancilio.

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È l’uovo di Colombo. Un’idea da vecchia politica applicata al futuro e alla generazione digitale. Un bel condono tombale sui pirati musicali che scaricano canzoni illegalmente da Internet. Il tutto a un prezzo molto vantaggioso: 24,99 dollari a testa, fino a un massimo di 25mila brani. Meno di un dollaro ogni mille canzoni pirata. Prima di inorridire, è meglio che sappiate che la pirateria sta davvero uccidendo la musica. In Europa un utente di Internet su quattro scarica canzoni illegalmente. In Brasile e in Spagna la percentuale schizza al 44 e 45%. Secondo i discografici, entro il 2015, la pirateria avrà mangiato 1,2 milioni di posti di lavoro nell’industria musicale, creando perdite pari a 240 miliardi di dollari. Di contro tutti (o quasi) sanno che il futuro della musica è online. A scommetterci sono tanti. Al punto che i servizi che offrono musica legale su Internet nel 2004 erano meno di 60 e oggi sono oltre 400. Il più forte è indubbiamente iTunes di Apple che l’anno scorso ha festeggiato i 10 miliardi di brani venduti via Internet in meno di otto anni. Partendo da questi dati, Apple e industria musicale hanno capito che l’unica strada per sconfiggere la pirateria è di renderla svantaggiosa economicamente. Ecco nata la nuova rivoluzione Apple che si chiama iTunes Match ed è di fatto un condono ai pirati musicali. Il suo funzionamento è semplice quanto un po’ inquietante. Abbonandosi al servizio per meno di 25 dollari l’anno – per ora funziona solo negli Stati Uniti – Apple mette a disposizione su un server remoto («<+corsivo>iCloud<+tondo>», l’ormai celebre “nuvola”) uno spazio dove immagazzinare tutta la musica che amiamo, rendendola disponibile per ogni computer, telefonino o lettore mp3 che abbiamo o che avremo. Di servizi così ne esistono a decine, in ogni parte del mondo. Quello di Apple, però, ha 20milioni di canzoni e soprattutto una servizio in più. Si offre da solo e automaticamente di mettere a posto e di rendere legali tutti i brani salvati (legalmente o illegalmente) nella nostra libreria musicale, sino a un massimo di 25mila. In pratica, quando ci si collega via Internet a iTunes Match, un programma legge il nostro hard disk (e qui la cosa si fa per certi versi spinosa) e scova i brani di pessima qualità e/o illegali che abbiamo salvato, sostituendoli in automatico con le stesse canzoni ma legali e di ottima qualità. Ovviamente Apple si impegna a non divulgare ai discografici o a terzi le notizie di eventuali crimini trovati. E al contempo ha promesso all’industria musicale di dividere con lei una bella fetta di questi abbonamenti. I quali, in prospettiva, possono diventare dei grandi alleati dell’industria. Facciamo un banale esempio: appena iTunes Match saprà che sta uscendo il nuovo album di un certo artista, avvertirà via computer tutti gli utenti nel mondo che hanno da uno a più brani di quell’artista salvati sulle loro nuvolette. In questo modo, il cosiddetto marketing mirato diventerà facilissimo. E tutti, una volta di più, saremo schedati nei nostri gusti e nei nostri comportamenti. In America è già un successo. Al punto che, come riporta Punto Informatico, «a poche ore dal suo debutto i server del servizio cloud sono stati sotto pressione tanto da costringere Apple a bloccare temporaneamente (per qualche ora) le nuove iscrizioni».

Muri

In quinta stiamo vedendo il film Quando sei nato non puoi più nasconderti, che è tratto da un libro. Ecco la breve intervista all’autrice Maria Pace Ottieri.