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Gemma n° 1793

“Da quando ci è stato assegnato questo compito ho pensato spesso a cosa avrei potuto portare come gemma. Ho optato prima per un orso di peluche che mi accompagna da quando sono piccola e nel quale cerco conforto quando non posso farlo con chi vorrei in quel momento. Poi avevo deciso di portare il biglietto di un concerto, purtroppo annullato a causa covid, al quale sarei dovuta andare con le mie tre più care amiche in quanto sia loro che il gruppo musicale sono estremamente importanti per me.
Entrambe queste idee però non si sono concretizzate.
Giorni fa mi sono sfogata con queste mie amiche perché è un periodo caotico, per così dire.
Fortunatamente ho delle persone al mio fianco che mi rendono felice nonostante il contesto. Tra queste ce n’è una che proprio in quel mio momento di sfogo ha deciso di dedicarmi la frase di una canzone: “E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”. Quando ho letto quel messaggio i miei occhi sono diventati lucidi, mi ha scaldato il cuore e ho pensato “la mia Gemma sarà proprio questa frase”. Con essa in mente percepisco una voglia più forte di spingere me stessa a continuare a impegnarmi e andare avanti perché quel traguardo felice voglio raggiungerlo.
Un’altra frase che completa la mia gemma l’ho sentita da un video apparsomi nella sezione “per te” di un social. Il video non l’ho salvato perché sapevo mi sarei ricordata questa citazione. È infatti da qualche tempo che mi accompagna nei momenti di insicurezza. Dice: “She never looked nice. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.”
Il significato è “Lei non è mai stata carina. Lei sembrava arte. E l’arte non è fatta per essere semplicemente carina, l’arte è fatta per farti provare qualcosa”.
Quando l’ho sentita e quando ci ripenso, mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Oggi pomeriggio ho seguito una formazione online durante la quale è stato mostrato un pezzo di un video che qui inserisco per intero (sono 6 minuti più o meno). Si tratta di un’intervista fatta a Mattia, uno studente di liceo scientifico. Non voglio paragonare A. e Mattia, proprio no, non è questo il punto. Ma ho sentito risuonare alcune delle parole di A. (“è un periodo caotico… mi ha scaldato il cuore… quel traguardo felice voglio raggiungerlo… mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”) in alcune di quelle usate da Mattia: “i professori mi guardavano negli occhi… avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse puoi essere fragile, puoi dirlo che non stai bene”. E ho pensato alla bellezza di quando si incontra qualcuno che è un’opera d’arte, che ti fa provare qualcosa, che ti guarda negli occhi, che ti sussurra “sei speciale” e ti fa sentire libero di essere fragile.

https://sgq.io/l/Hcg0EEYl

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Gemma n° 1792

“La mia gemma è un oggetto, ma non l’ho portato a scuola. Ho portato una foto. E’ il ricordo di un bel giorno di qualche anno fa: era il mio compleanno ed ero con i miei genitori. Siamo entrati in un negozio di ceramiche. Non avevo idea di cosa chiedere come regalo, ma poi siamo entrati in questo negozietto e abbiamo deciso di dipingere una ceramica. Ho il ricordo di un giorno bello, in cui mi sono divertita molto”.

Ecco la gemma di S. (classe terza). Mi hanno colpito i tanti colori utilizzati. Il poeta francese Christian Bobin scrive: “E’ una gioia senza pecche scoprire un’anima pura. Sono anime che somigliano ai primi libri dei bambini: contengono poche parole e sono piene di colori”.

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Gemma n° 1791

“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.

Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.

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Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

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Gemma n° 1789

“Ho portato questo modellino: rappresenta mio zio che adesso viaggia molto e che quindi vedo poco. Lui è interessato ai modellini e mi ha trasmesso questa passione, oltre a supportarmi in tante situazioni e a farmi scoprire cose interessanti”

Questa è stata la gemma di F. (classe seconda). Ero qui, adesso, e stavo lasciando andare in giro i pensieri per capire come commentare questa gemma e gli occhi si sono posati su un oggetto della libreria. Gli ho fatto una foto, non penso di aggiungere altro…

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Gemma n° 1788

“Per la gemma mi sono ispirata ad un’altra gemma. Ho portato My blood dei Twenty One Pilots, non tanto per la canzone in sé, che comunque è molto bella, ma per il video che mi ha colpito nel profondo, non come tanti altri che sono belli e basta e magari restano in superficie. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato un po’ perplessa, anche perché è un video che si presta a molteplici letture. Uno dei significati importanti è che quando nelle nostre vicende succede qualcosa che ci segna nel profondo abbiamo bisogno di un aiuto e quando non lo troviamo ci proviamo da soli.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Nel video ho colto la soluzione adottata dal protagonista che, di fronte ad un dolore molto forte, la perdita della madre, si crea un fratello immaginario; e ho pensato alle mille strategie che ciascuno di noi può o tenta di mettere in atto quando è in difficoltà. E mi è venuta in mente una cosa molto tenera successa venerdì mattina. E’ un giorno in cui siamo a casa sia io che Sara; ci stiamo preparando per uscire e Mariasole, che ha la passione per le scarpe, mi prende per mano per andare a prendere le scarpe per Sara. Nel frattempo Sara dice “Prendi quelle nere”. Mariasole non è convinta e quando io prendo le scarpe nere inizia a ripetere ossessivamente e con preoccupazione “nonononononononononono!”. Restiamo stupiti e ci guardiamo; dico a Mariasole “Tata, è un paio di scarpe, e la mamma vuole indossarle, non puoi decidere tu” e porto le scarpe a Sara. Mariasole inizia un pianto irrefrenabile e inconsolabile cercando di afferrare le scarpe bianche e non ci capacitiamo della cosa, anche perché è una bimba che sorride sempre e piange pochissimo. Ad un certo punto: un lampo! Sei giorni prima Sara era scivolata all’ingresso di un bar facendo un brutto ruzzolone e Mariasole si era spaventata: Sara indossava le scarpe nere. “Mariasole, hai paura che la mamma cada di nuovo?” le chiede Sara. “Sìììììììììì” le risponde piangendo cercando consolazione tra le braccia. Una tenerezza immensa ed un pensiero: Mariasole aveva trovato la sua strategia per risolvere la paura, le scarpe bianche.

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Gemma n° 1787

“Ho scelto di portare questo dipinto che ho concluso pochi giorni fa. L’ho voluto portare sia perché sono abbastanza soddisfatta di com’è venuto, sia per l’interpretazione personale. Guardando il cielo mi viene in mente un posto sereno, senza regole, dove puoi essere chi vuoi, soprattutto te stesso; guardando invece la città, disegnata solo con il pennello rispetto al cielo, mi viene in mente un posto dove non puoi essere te stesso perché ci sono le persone che ti giudicano”.

E’ artistica la gemma presentata da F. (classe terza). Le parole che ha detto le accompagnerei con una canzone che ho fatto ascoltare il primo giorno di scuola in tutte le classi due anni fa, che altre volte ho ripreso, ma alla quale non ho mai dedicato un post qui sul blog. Si tratta di Io sono l’altro di Niccolò Fabi (dall’album Tradizione e tradimento). Lui stesso presenta la canzone così: “Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come “io sono un altro te” o “tu sei un altro me”. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita.” Ed è la base per non giudicare. Qui sotto testo e video.

Io sono l’altro, sono quello che ti spaventa, sono quello che ti dorme nella stanza accanto
Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio, la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso
Io sono l’altro, sono l’ombra del tuo corpo, sono l’ombra del tuo mondo, quello che fa il lavoro sporco al tuo posto
Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, il marito della donna di cui ti sei innamorato, sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato, quello che dorme sui cartoni alla stazione, sono il nero sul barcone, sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni di meno
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi mi dici e poi…
Io sono il velo che copre il viso delle donne, ogni scelta o posizione che non si comprende
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta
Io sono tuo fratello, quello bello
Sono il chirurgo che ti opera domani, quello che guida mentre dormi, quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto, il donatore che aspettavi per il tuo trapianto, sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio, il direttore della banca dove hai domandato un fido, quello che è stato condannato, il Presidente del consiglio
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare facci un giro e poi mi dici, e poi mi dici, mi dici…

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Gemma n° 1786

“Ho deciso di portare questa foto perché ci sono due delle cose che più mi piacciono nella vita quotidiana. Una è la strada perché mi piace viaggiare in macchina, lo considero un po’ il mio posto sicuro, un modo di condividere un momento con le persone che ami (famiglia o amici). L’altra cosa è il tramonto: mi piace fotografare i tramonti, ne ho immortalati tanti. Mi piace pensare che dall’altra parte della strada ci sia qualcuno che sta facendo quello che sto facendo io e ciò mi fa sentire parte di un qualcosa”.

Queste le parole con cui M. (classe quarta) ha presentato la sua gemma. Mi è subito balzato alle orecchie l’attacco di Buon viaggio di Cesare Cremonini:
“Buon viaggio
Che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada”

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Gemma n° 1785

“Ho portato, come gemma, un video e questa coccarda. La coccarda l’ho vinta all’ultimo concorso fatto prima di tornare a scuola e che mi ha anche risollevato dopo un concorso andato male ad agosto. Ho chiesto al mio istruttore di firmarmela e lui mi ha detto subito di sì. L’ho portata per due motivi. Il primo è il fatto che lui l’abbia firmata: lui è uno che nella vita ha fatto tutto quello che poteva fare e il fatto che abbia preso a cuore di insegnare a noi e di trametterci tante cose che sa è una cosa che mi ha sempre stupito. Mi dà una mano in tutto, anche con la scuola e l’università. Il secondo motivo è legato al grande percorso fatto con la mia cavalla, comprata quando aveva 5 anni e ora ne ha 8. All’inizio tutti dicevano che non valeva niente, che era troppo per me, che non ero capace di montarla e che più di 115 non avrebbe saltato. Anche dopo essermi rotta una vertebra molti mi sconsigliavano di montarla; il mio istruttore ha insistito perché continuassi a farlo e sono arrivata ad un risultato che neppure mi aspettavo. Nel video che ho portato si vede il salto di un ostacolo di 130 cm, fatto quest’estate (l’istruttore mi dice di non saltare più di 115 perché non si fida, poi quando ce la faccio mi dice che la cavalla è troppo brava e che non me la merito… In realtà lui sa che ho superato tanti miei limiti perché dopo l’infortunio avevo paura). Per me è stata una grande rivincita aver fatto ciò con questa cavalla!”.

Ecco la gemma di T. (classe quinta). Non sono uno di quelli che pensano che possiamo fare qualsiasi cosa, e che siano sufficienti determinazione e volontà. Credo che siamo fatti sia per superare i limiti, sia “semplicemente” per sfidarli, e magari essere respinti e comprendere quindi per bene quali siano. Fermarsi troppo presto, prima ancora di provare a superarli, penso che comporti un rischio sintetizzato in una frase de Il barone rampante di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”.

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Gemma n° 1783

“Ho deciso di portare un piatto perché il mio terzo compleanno l’ho passato a Edimburgo con mamma, nonna e zii, mentre il nonno non è potuto venire e mi ha scritto questo piatto. Lo conservo ancora perché purtroppo lui non c’è più e rimane qualcosa di lui, che lui mi ha scritto”.

Questa è stata la gemma di A. (classe prima). Riprendo anche qui una frase sentita molte volte ma che anche la rete non attribuisce a nessuno: “I nonni ti vedono crescere, sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.” Non mi convince quel “più di tutti” perché non credo ad una gradualità in amore, ma colgo il senso di un affetto profondo.

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Gemma n° 1782

“Ho portato una canzone che ho ballato quest’estate ad uno spettacolo in memoria di una persona che purtroppo non c’è più ed è di una cantante non troppo conosciuta. La persona è un mio amico”.

Con queste parole I. (classe prima) ha introdotto il video della sua gemma (la canzone Blue). In un’intervista la cantante Granger ha detto “Per me questa canzone è una richiesta d’aiuto disperata, urlata ad una persona che però non riesce a sentirla, ma anche se la sentisse probabilmente non la comprenderebbe. È una cosa tanto triste quanto frequente nei rapporti umani, purtroppo. Le persone dovrebbero imparare ad ascoltarsi di più e a recepire i piccoli segnali.” Ho deciso di riportare questo pezzetto di intervista perché penso sia interessante e possa suggerire una riflessione per questi giorni che ci attendono, giorni dedicati al ricordo di chi non c’è più e alla celebrazione della vita.

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Gemma n° 1781

“Ho portato una foto di Piazza del Popolo a Roma: ci sono stata in vacanza con mia madre quest’estate. E’ una foto simbolo di diverse cose: l’amore per i viaggi (finalmente ho ripreso a muovermi dopo il Covid), l’amore per l’Italia (perché anche se siamo in un linguistico e studiamo altre lingue, è giusto ricordarsi che l’Italia è un bellissimo paese, anche se a volte gestito male: penso sia bene viaggiare prima in Italia e poi uscire) e il bene che voglio a mia mamma (sono stata molto felice di condividere delle giornate intere con lei, anche se abbiamo pure litigato un po’).”

Questa la gemma di A. (classe quarta). Da qualche parte, non ricordo dove, avevo letto una frase del tipo “Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi”. Grazie quindi ad A. che ci ha fatto vivere la terza volta del suo viaggio!

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Gemma n° 1780

“Questi siamo io e mio papà, non ricordo quanti anni fa, e qui sono con mia mamma sopra la cupola del Duomo di Firenze: con entrambi ho un rapporto di amore e odio come penso in tutte le famiglie anche se su ognuno ha un effetto diverso. Io ho sempre voluto, metaforicamente, cercare delle mele da un pero; ultimamente, lavorando su me stessa, ho capito che non posso ottenere quello che una persona non è in grado di darmi ma prendere quello che può darmi e magari livellarlo e farlo diventare una mela. Per me è sempre molto difficile parlare della mia famiglia, dei miei trascorsi, però come gemma mi sento di condividere un’esperienza che può essere positiva ma anche estenuante in base a come la si vive per far capire che non dipende da quello che tu sei ma da come tu guardi le cose: in base a quello che tu hai bisogno per te stesso puoi vedere le cose in un certo modo, è una scelta che fa ognuno.
In quest’altra foto sono insieme al cavallo che sto accudendo da sola; lui si è fatto male al posteriore sinistro e quindi non viene utilizzato per fare le lezioni. E’ stata la mia prima responsabilità da persona quasi adulta; sono abbastanza orgogliosa del percorso che sto facendo perché sembrava molto facile vedere gli altri fare, banalmente, il giro alla lunghina lunga, anche semplicemente medicare la ferita è stata abbastanza intrepida come sfida, ma è gratificante vedere i risultati che si ottengono quando si fatica per guadagnarsi qualcosa. Sono andati via tre mesi d’estate ma è una rinuncia che rifarei: con l’impegno si possono raggiungere i traguardi che uno si prefissa.
Poi una foto di mia cugina, tre anni, un terremoto di bambina: ultimamente la vedo pochissimo perché ha cominciato l’asilo. Le poche volte che ci vediamo, in particolare il sabato sera a cena dai nonni, lei si appiccica a me come una cozza. Mi manca il suo rompermi le scatole, il pretendere che giochi continuamente con lei a far finta di preparare il tea. Mi piacerebbe molto vederla più spesso.
Infine la foto di G. con uno dei miei due gatti: è una foto emblematica, il sunto di un intero pomeriggio. Sono la mia migliore amica e la mia fonte di affetto gattile.”

Uno dei più grandi fotografi al mondo, ormai scomparso da decenni, è sicuramente Ansel Adams. A lui è attribuita questa frase: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Ecco, penso che nella breve carrellata di foto proposte da A. (classe quinta) ci fosse un po’ tutto questo.

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Gemma n° 1779

“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia.
Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre.
Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via ….
Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose.
Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione.
Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da….
Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti.
La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno.
Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori.
Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola.
La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello.
Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice.
Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra.
Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme…
Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola.
Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento.
Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”

Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.

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Gemma n° 1778

“Da un anno a questa parte sto ascoltando spesso Chlorine dei Twenty One Pilots: non è un periodo molto bello per me e questa canzone mi sta aiutando a star meglio”

Questa la gemma di V. (classe seconda). Ho fatto fatica a comprendere il testo in classe, nonostante V. avesse scelto il video che lo riportava. Allora ho fatto una ricerca in rete, mi sono visto il video originale che metto qui sotto e ho trovato questo su Auralcrave:
“Si intitola Chlorine, uno dei singoli dei Twenty One Pilots, estratti da Trench, quinto fortunato album in studio del duo formato da Tyler Joseph e Josh Dun. La clip è una delle più criptiche mai viste. Nel filmato che accompagna il brano, vediamo Tyler e Josh che puliscono e riempiono d’acqua una piscina sporca, mentre vengono osservati da una piccola creatura bianca fantastica, di nome Ned. “Ned è una persona molto importante per noi. È stato un nostro amico per un po’, ora lo stiamo presentando al mondo certi che i nostri fan lo adotteranno e faranno loro”, ha spiegato il duo in un’intervista rilasciata al magazine russo VK. L’importanza di Ned e di quello che simboleggia è racchiuso tutto in questa frase pronunciata da Tyler: “Sì, Ned ci ha salvato.”
Il mistero aumenta. Cosa mai rappresenterà questo strano personaggio?
Ned è il potere purificatore che la musica ha. Il cloro, pur essendo una sostanza chimica pericolosa, viene utilizzato per eliminare sostanze indesiderate. Ned aspetta che la vasca sia colma per tuffarsi, quasi a indicare la via di purificazione anche per i due ragazzi che appaiono tristi e appesantiti da pensieri e scorie della vita. Ned è l’amico che tutti vorremmo avere accanto, quello che nel momento del bisogno è lì a indicarci il modo per riprenderci in mano la vita e scrollarci di dosso le negatività.
“Sorseggiando direttamente cloro lascio che le vibrazioni mi scivolino addosso” (“Sippin’ on straight chlorine let the vibe slide over me”) “Il momento è medicina, il momento è medicina sorseggiando direttamente cloro” (“The moment is medical, moment is medical sippin’ on straight chlorine”).
Nel commovente intermezzo Tyler canta “I’m so sorry I forgot you”. Ma quello di cui si è dimenticato non è qualcuno esterno. È lui stesso che ha dimenticato di guardarsi dentro, di capire che ormai è un insieme di frammenti, brandelli di una bandiera segnata dalle intemperie che si trova vicino al mare (“A weathered flag that’s by the sea”). Ha dimenticato di ascoltare i suoi bisogni e di rispettare i suoi sogni.
Cosa può aiutare Tyler e tutti noi in una situazione del genere? Lasciare che le vibrazioni (“Let the vibe, let the vibe”) ci avvolgano, che cicatrizzino le ferite della vita dandoci conforto al cuore. Lasciare che sia la musica a colorare i nostri sogni e che il suono ci indichi una via di resurrezione. Questo è il messaggio profondo del brano che mi sento di definire come un inno alla musicoterapia.”

Pubblicato in: Gemme

Gemma n° 1777

“La mia gemma è un pupazzo a forma di foca che mi ha dato mio nonno l’anno scorso, poco prima della zona rossa invernale. Aveva ritrovato questo peluche mettendo a posto in soffitta: penso sia un pupazzo di quando ero piccola quindi in realtà non so bene chi me l’avesse regalato. Però poi me l’ha dato il nonno che poi è stato ricoverato in ospedale e non ce l’ha fatta: è per questo che gli sono molto affezionata”.

La voce rotta dalla commozione ha accompagnato le ultime parole della gemma di B. (classe seconda). Quante storie ci sono dentro gli oggetti che popolano le nostre case. Dare voce a quelle storie penso sia bello e importante soprattutto quando parlano di chi non c’è più trasformandolo in c’è ancora.

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1776

“Ho portato il biglietto del concerto a cui sono stata quest’estate: è stato particolarmente importante per me, sia per il cantante che si esibiva, Michele Bravi, sia perché è stato il primo concerto dopo due anni di stop. I concerti sono sempre stati il mio posto felice ed è quindi stato molto bello poterci tornare, anche se da seduti”.

Questa la gemma di S. (classe quarta). Proprio ieri ho utilizzato Shazam per una canzone di Michele Bravi: mi sembrava lui, ma non ero convinto. Utilizzo proprio una citazione da Falene per descrivere la sensazione e il desiderio che penso molti abbiano vissuto alla fine dei vari periodi di chiusura attraversati in questi due anni:
“E se mi perdo questa notte vienimi a cercare
Balliamo al buio come le falene
Sotto una luna azzurra di Colombia
Con il vento che suona una cumbia
E ora non ho niente da perdere
Ora che sei con me stasera
Nella pioggia dell’estate o sotto al sole
Portami via che non importa dove”

Pubblicato in: Gemme, musica

Gemma n° 1775

“Ho portato questa canzone perché come persona sono abbastanza emotiva anche se non lo do a vedere. Sabato questa canzone mi ha aiutato mentre tornavo a casa perché dovevo vedermi con un mio amico: ero molto in ansia perché entrambi dovevamo parlare dei nostri traumi, solo che io ancora non ce la faccio a parlarne apertamente. Mentre ascoltavo il brano pensavo: e se dopo che gli ho parlato cambia qualcosa? se non oggi, magari in futuro? e se si incrina qualcosa? se mi guarda con occhi diversi? Alla fine abbiamo evitato il discorso ed è stato un bel pomeriggio. Questa canzone quindi un po’ la dedico a lui: non ci conosciamo dalla prima elementare ma dal primo anno delle superiori e penso sia una delle persone che mi conosce meglio insieme alla nonna e alla mia migliore amica. Ma il pezzo lo dedico anche alla nonna perché l’anno scorso non mi vedeva quasi mai ridere: erano più le giornate in cui mi alzavo piangendo o di malumore che quelle in cui ero felice e quando mi vedeva sorridere mi diceva “Oddio, un sorriso! Un miraggio!”. L’estate l’ho passata quasi tutta andando a dormire piangendo e passando nello stesso modo la notte per colpa di persone che ora come ora penso non si meritino nemmeno la metà delle lacrime che ho versato. La canzone la dedico infine anche a me perché mi ha aiutato a crescere, a capire quali siano le persone che ho bisogno di tenere nella mia vita e quali ho bisogno di allontanare da me: riesce a esternare quello che io non riesco a dire.”

Pastello bianco dei Pinguini tattici nucleari è stata la gemma di S. (classe quinta). Non so quanti di coloro che leggono queste righe si metteranno ad ascoltare la canzone; allora ne riporto alcuni passaggi per comprendere quanto si adatta perfettamente a essere la colonna sonora dei pensieri di S. “E se m’hai visto piangere sappi che era un’illusione ottica, stavo solo togliendo il mare dai miei occhi perché ogni tanto per andare avanti sai, bisogna lasciar perdere i vecchi ricordi […] Mi chiedi come sto e non te lo dirò: il nostro vecchio gioco era di non parlare mai come due serial killer interrogati all’FBI. I tuoi segreti poi a chi li racconterai? […] E scrivevo tutti i miei segreti col pastello bianco sul diario, speravo che venissi a colorarli e ti giuro, sto ancora aspettando. E se m’hai visto ridere sappi che era neve nel deserto”. La canzone si conclude con un augurio che va benissimo con la seconda parte della gemma di S.: “E ti auguro il meglio, i cieli stellati, le notti migliori”. Concludo con una frase di un compositore che amo, Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. Buona luce S.!

Pubblicato in: Gemme, Letteratura, musica

Gemma n° 1774

“Ho deciso di portare il brano “7 Years” di Lukas Graham perché è inconsapevolmente stato un mio punto di riferimento nelle fasi più difficili della mia crescita e tutt’ora, dopo una quantità indefinibile di ascolti, riesce a trasmettermi le stesse emozioni che mi trasmetteva anni fa.
Fa parte di quella categoria di brani che mi portano ad essere grata per quello che ho e per quello che ho vissuto se ascoltati in un momento felice, e che, contrariamente, mi trasportano in un mondo di malinconia ed incertezza sul futuro se li ascolto in un momento più grigio e nostalgico. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui ascolto questo genere mi trovo nel momento triste, ma questa canzone mi conosce da quando ero alle elementari, e allora mi ricordo di chi ero, di come sono cambiata, di come tutto passa, e tra questi ricordi prendo coraggio per quello che sarà”.

La canzone è la gemma di C. (classe terza) e lei l’ha accompagnata con delle parole molto significative che legano il passato al presente per affrontare con coraggio il futuro. Nel 1938 scriveva Omraam Mikhaël Aïvanhov: “Se sapeste come vivere nel presente valorizzando le esperienze del passato e gli splendori dell’avvenire, vi avvicinereste al Divino” (Discorsi, 86).

Pubblicato in: Gemme, sport

Gemma n° 1773

“Inizialmente non sapevo proprio cosa portare come gemma, ma alla fine ho optato per la prima medaglia vinta nello sport che pratico ancora, ovvero l’atletica. Ho fatto per diversi anni nuoto, ma dopo un po’ mi ero accorta che non mi piaceva più e di conseguenza era diventato come una sorta di peso, così decisi di provare ad iniziare atletica; era il settembre 2016. All’inizio non fu affatto facile; speravo di ottenere dei buoni risultati sin da subito; ovviamente non fu così, c’era tanto che dovevo ancora imparare. Ad una delle ultime gare della prima stagione, i campionati regionali, quindi era più o meno ottobre del 2017, finalmente riuscii a vincere la mia prima medaglia. Ero davvero molto felice, tant’è che portai la medaglia al collo per l’intera giornata.
Ho deciso di portare questa medaglia come gemma perché questo sport mi ha davvero insegnato molte cose e continua ancora a farlo. Mi ha accompagnato nella mia crescita, mi ha messo di fronte a diversi ostacoli, mi ha fatto capire che alla fine se voglio ce la posso fare e che non sempre tutto può andare bene. In qualche modo mi ha sempre aiutata nei momenti meno belli. All’atletica devo molto, anche le persone a cui sono tanto legata.
Un giorno probabilmente questo mio percorso finirà, ma mi lascerà tantissimi ricordi (sia belli che meno belli) perché questo per me non è solo un semplice sport ma qualcosa di più”.

Anche la gemma di E. (classe terza) è dedicata allo sport. Nel mese di maggio mi sono imbattuto in un podcast di Mario Calabresi (lo trovate su Spotify) in cui intervistava Veronica Yoko Plebani, atleta che poi in agosto avrebbe vinto uno splendido bronzo nel triathlon alle paralimpiadi di Tokyo. Un giorno, non appena finisco il suo libro Fiori affamati di vita, scriverò sicuramente un post su di lei. Ad un certo punto, parlando del suo corpo (colpito da una meningite fulminante a 15 anni), dice “Il corpo è stata la mia soluzione. Attraverso lo sport faccio delle cose incredibili quindi non vedo niente di male nel mio corpo, anzi, vedo solo cose bellissime e questo mi aiuta a non avere nessun problema nel mostrarlo. Con il tempo ho capito che questo può essere d’aiuto anche per gli altri: è come se fossi diventata uno spazio dove le persone sanno riconoscere la fragilità. Molti sentono che è possibile avere delle fragilità e mostrarle e capiscono che si possono anche trasformare in qualcosa di positivo e accettarle”. La potenza dello sport! Consiglio: seguite su Instagram questa ragazza, fa bene all’anima.