Il piacere e l’amore

In terza stiamo parlando dei valori. Ecco un breve pensiero di Herman Hesse:

“Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l’amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l’amore no.”

Tra cielo e terra

Pubblico da Avvenire questo racconto di Alessandro D’Avenia che mi è piaciuto molto.

icaro.jpgIcaro e la caduta verso l’alto

Il mio segreto è volare. Per volare bisogna avere le ali e io le ali adesso le ho. Sono quelle che mi ha costruito mio padre. Sono ali di carne, penne e cera. Sono ali pesanti, ma il loro peso mi permette di non avere peso. L’ho imparato dai gabbiani e dalle aquile che hanno ali grandi, più pesanti di tutti gli altri uccelli: così si librano alti nell’aria più a lungo di tutti e guardano fisso il sole.

Non mi sono mai accontentato della Terra. Io volevo guardarla dall’alto, sorprenderla a vivere e respirare, dall’alto. L’ho scoperto fissando le stelle nelle notti tranquille d’estate e in quelle fredde dell’inverno. Ne avevo fame. Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, ma le stelle resteranno, anche quando l’ombra del mio corpo non striscerà più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Le stelle mi hanno insegnato a volare, a volerle contare a una a una capisci come si fa.

Ho chiesto a mio padre le ali. Lui è un inventore, un creatore, oltre che mio padre. Mi ha costruito e regalato le ali: una specie di medicina per guarire la mia nostalgia del cielo. Così ho cominciato a volare. Volevo innalzarmi nel puro azzurro dei cieli e accompagnare aquile e gabbiani nelle loro cacce. Ma poi… ho avuto nostalgia della Terra. A guardarla dall’alto me ne sono innamorato come avevo desiderato il cielo, perché solo dall’alto scopri che anche la Terra è piena di stelle, di fuochi che si accendono.

Volevo imparare le strade degli uomini, lambire le loro costruzioni, i palazzi, i tetti, le guglie, le case degli uomini con i loro fuochi accesi per i racconti, le parole, le fatiche e gli amori. Amavo le loro vite ora che le guardavo dall’alto. Ho accarezzato la Terra con il mio volo e scoperto il segreto delle rondini e dei martin pescatori, del loro volo radente, che parla con le cose più da vicino, senza paura. Quante vite ho ascoltato dietro mura, finestre, porte… Quanti fuochi ho visto accendersi e pulsare, stelle di cieli quotidiani.

Quando mi abbasso troppo sulla Terra, però poi torna la nostalgia dell’altezza, delle stelle. Quando sto solo con le stelle, mi afferra la nostalgia della Terra, dei fuochi nelle case. Non sono fatto né per il cielo né per la Terra, mai contento solo dell’uno o dell’altro, o forse sono fatto per unirli, come fanno i poeti. Solo le parole infatti hanno lo stesso potere, per questo i poeti le chiamano alate.

Ho capito che il cielo e la terra non si uniscono sulla linea dell’orizzonte, ma all’altezza del mio cuore. Ora mi innalzo in cielo con le mie membra di fango, ora sprofondo nel fango con il mio respiro di cielo. Sollevo la terra di cui sono fatto in cielo, soffio il cielo di cui sono fatto dentro la terra.

Rinnovo l’uno e l’altra, do respiro all’una, carne all’altro. Tranne quando mi perdo e ci si perde sia nel cielo sia sulla Terra. Mi perdo nelle altezze celesti quando non voglio più saperne del peso della terra. Le ali si seccano, le penne si staccano, la mia carne si scioglie e il volo diviene folle, perché non sono un angelo, ho il sangue di terra. Ma mi perdo anche negli abissi terresti, creatura del sottosuolo, quando mi stanco del cielo. Sento allora le ali inumidirsi, appesantirsi al punto da non riuscire a prendere il volo e il volo farsi schianto, la bocca attaccata alla terra, gli occhi pieni di polvere.

Quante volte mio padre ha riparato le mie ali, come un padre con la bicicletta del figlio, per liberarle dal peso dell’umidità o dall’arsura del sole. Lui me lo dice sempre: “Assomigli agli alberi, sospeso tra cielo e terra. Sei fatto per vivere in mezzo, tra cielo e Terra. Tu sei fatto per unirli. E quando non ne avrai più le forze farai come i martin pescatori che si adagiano sul dorso degli alcioni che li trasportano ancora in alto quando loro non ne hanno più la forza.”

E quando cadrò ormai stanco vorrei ascoltare ancora una volta quella canzone che mia madre un tempo cantava: Le foglie cadono, cadono / come se giardini lontani avvizzissero nei cieli. / E nelle notti cade, cade la terra pesante da tutte le stelle. / Noi tutti cadiamo. Questa mano cade. / Eppure c’è Uno che senza fine, dolcemente, / tiene questo cadere nelle sue mani.

Sono fatto per cadere in alto.

Frasi sulla libertà

Vi posto un file con una raccolta di brani e frasi sulla libertà

Frasi sulla libertà.doc

 

Venerdì santo

Nel 1987 è uscito un film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, in cui il protagonista Tito Valerio Tauro ha il compito di cercare e trovare il corpo di un uomo ucciso qualche anno prima, un certo Gesù, falegname galileo. Alla fine del film queste sono le sue conclusioni:El Greco. Crocifissione.jpg

La mia missione è fallita, non ho trovato quel corpo e nemmeno un ribelle annidato fra le montagne … … Se c’è qualcuno che chiede di essere liberato, non dagli eserciti, ma dagli insegnamenti di un uomo crocifisso, allora il mondo sta già cambiando; questo è ciò che temevi, non è vero Tiberio, mio amato imperatore? … … La mia inchiesta è finita. Gesù di Nazareth è morto; sulla croce, dove lo abbiamo inchiodato. Ma i suoi seguaci hanno la certezza che è morto e risorto e aspettano il suo ritorno, senza sapere quando e come apparirà. … … Qui, in questa strana terra è nato un pericolo per l’impero. Bisogna indagare meglio: capire che cosa significano certe parole come “Ama il tuo nemico”. Capisci Pilato? Io dovrei amare te, e tu me! … … Con questa spada Roma ha conquistato il mondo. Lungo questo filo sottile corre la logica e la morale nella quale sono cresciuto… e se fosse tutto? e niente… Aiutami Trifone! Spingimi nel mistero”.

Il modo per entrare nel mistero in questo caso è la morte… Ma penso che l’amore sia già un ottimo invito al mistero. E allora posto un brano di bellezza incredibile del corregionale David Maria Turoldo

“Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere.

Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti.

E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione.

Non già “la causa dell’uomo che continua”, ma dimensione biologica, tensione della terra: sempre vivo mistero del genere umano.

Egli è il solo frutto possibile, l’eterno presente ove t’infuturi, dandogli tu la carne e il sangue.

Nessuno può narrare l’evento. Leggenda che muove il mondo, essa è la storia più vera: allora finalmente crederemo.

Lingua non serve a dire le ragioni dell’ultimo donarsi, la suprema gratuità dell’amore.

Abbiamo appena fragili simboli; e cercare prove e sillogi alla fede è come voler spegnere il sole o incatenare il vento.

E quanto pagheremo amaramente: fede di atei, fede senza incantesimo e senza mistero.

Egli è la luce fattasi corpo, nato dalla creazione pura, nato da donna vergine per opera dello Spirito, venuto sotto la legge per amore.

Era nel principio e nulla ha vita senza di lui: e la vita è venuta e vive.

Cristo, unico uomo: l’uomo povero e libero, l’ultimo di tutti gli uomini! Mio Cristo, vero sacramento di Dio.”

(D.M. TUROLDO, Mio atto di fede, in O sensi miei, Rizzoli, Milano 1990).

La notte nel Getsemani

E’ giovedì santo. Nel post del 20 marzo 2008 http://oradireli.myblog.it/archive/2008/03/20/giovedi-santo.html avevo messo quella che resta, a mio avviso, una delle pagine più belle e profonde sulla notte passata da Gesù nell’orto del Getsemani, scritta da Turoldo. Oggi posto un testo di Boris Pasternak, “L’orto del Getsemani”

Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente

luce gettava alla curva della strada.

La strada aggirava il Monte degli Ulivi,El Greco. L'orazione nell'orto 2.jpg

giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

Il prato a metà s’interrompeva.

Dietro cominciava la Via Lattea.

Canuti, argentei ulivi tentavano

nell’aria passi verso la lontananza.

In fondo c’era un orto, un podere.

Lasciati i discepoli di là dal muro,

disse loro: «L’anima è triste fino alla morte,

rimanete qui e vegliate con me. »

E rinunciò senza resistenza,

come a cose ricevute in prestito,

all’onnipotenza e al miracolo,

e fu allora come i mortali, come noi.

Lo spazio della notte ora pareva

il paese dell’annientamento e dell’inesistenza.

La distesa dell’universo disabitata,

e soltanto l’orto un luogo capace di vita.

E guardando quei neri sprofondi,

vuoti, senza principio e fine,

perché quel calice di morte via da lui passasse

in un sudore di sangue pregò il padre suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,

tornò al di là della siepe. Per terra

i discepoli, vinti dal sonno,

giacevano nell’erba lungo la strada.

Li destò: «Il Signore vi ha scelti a vivere

nei miei giorni, ed eccovi crollati come massi.

L’ora del figlio dell’uomo è venuta.

Egli si darà in mano ai peccatori. »

E aveva appena parlato che, chissà da dove,

ecco una folla di servi, una turba di schiavi,

luci, spade e, davanti a tutti, Giuda

col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro tenne testa con la spada agli sgherri

e un orecchio a uno di loro mozzò.

Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,

rimetti a posto la tua spada, uomo.

Pensi davvero che il padre mio di legioni alate

qui, a miriadi, non m’avrebbe armato?

E allora, incapaci di torcermi un capello,

i nemici si sarebbero dispersi senza lasciar traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina

più preziosa d’ogni cosa sacra;

Ora deve compiersi ciò che fu scritto,

lascia dunque che si compia. Amen.

Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola

e può prendere fuoco in piena corsa.

In nome della sua terribile grandezza

scenderò nella bara fra volontari tormenti.

Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò,

e, come le zattere discendono i fiumi,

in giudizio, da me, come chiatte in carovana,

affluiranno i secoli dall’oscurità.»

Frasi sulla solitudine

Posto il file di word con le frasi sulla solitudine che stiamo affrontando in prima

Frasi sulla solitudine.doc

Un saluto per Alda

No Martini no party

Il 18 giugno è uscito questo articolo su Repubblica. E’ vero, è lunghetto, ma fa respirare un’aria fresca che se solo fosse diffusa in determinate stanze…

Colloquio con il cardinal Martini a cura di Eugenio Scalfari in “la Repubblica” del 18 giugno 2009

 Il volto è dimagrito ma gli occhi d’un azzurro intenso lo illuminano ancora di più. Mi guarda fisso, come per riconoscermi. Sono molti anni che non ci incontriamo anche se ci siamo sentiti spesso scambiandoci a distanza sentimenti e pensieri. Sono passati tredici anni da quel dibattito a due voci organizzato da don Vincenzo Paglia, allora assistente ecclesiastico della comunità di Sant’Egidio, nel grande salone di palazzo della Cancelleria a Roma, dinanzi ad una platea gremita di sacerdoti d’ogni provenienza con i loro variopinti costumi: vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa in talare e zucchetto rosso, copti, patriarchi della Chiesa orientale, pastori protestanti, anglicani. C´erano anche, ricordo, quattro monaci buddisti. Molti i gesuiti, in veste nera e fascia alla vita, venuti ad ascoltare lui, il loro compagno di seminario e di religione diventato poi cardinale e arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini.

Quel dibattito aveva come tema: «La pace è il nome di Dio» con un sottotitolo: «Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l’argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dall’autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista.

Da allora la figura dell’arcivescovo di Milano è stata per me un punto di riferimento, ho seguito la sua opera pastorale diretta ai credenti e il suo dialogo costante con i non credenti, il suo rapporto con il cardinal Silvestrini, con Pietro Scoppola, con la comunità di Sant´Egidio, con le varie anime della Compagnia di Gesù. Ho letto i suoi libri e in particolare le Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ed ora quello appena uscito Siamo tutti nella stessa barca, un lungo dialogo con don Luigi Verzè, fondatore dell’ospedale di San Raffaele a Milano e dell’Università che porta lo stesso nome.

Quel binomio Martini-Verzè ha stupito molti amici del cardinale. Il fondatore del San Raffaele è un personaggio di notevole intraprendenza che ha ben poco in comune con Martini. Perché ha scelto proprio lui come interlocutore? Il cardinale risponde così: «Io e don Luigi siamo molto diversi sia per temperamento sia per formazione; sono diverse le nostre biografie ed anche le nostre visioni politiche e sociali. Non so se don Luigi ed io abbiamo le stesse soluzioni di fronte a scelte sempre più difficili. Ma siamo insieme sulla stessa barca, la barca della Chiesa, pur con tutte le nostre diversità. Ci accomuna un grande amore verso la Chiesa, un’ardente passione per il Verbo Incarnato Gesù Cristo e il desiderio che la Chiesa incontri e comprenda la società moderna».

La spiegazione è chiara, le differenze tra i due emergono dal libro ma l’obiettivo comune è quello di porre all’attenzione dei cristiani cattolici problemi non più oltre rinviabili. Domando a Martini quale siano quei problemi in ordine di importanza. «Anzitutto l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l’elezione dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E’ solida, stia tranquillo, sono io che mi muovo troppo». Ci troviamo in una stanza molto sobria, un tavolo lungo e qualche sedia, nella casa di riposo dei gesuiti a Gallarate. Il cardinale, prima di ricevermi, ha incontrato una cinquantina di preti venuti dal dintorno milanese. Volevano ascoltare le sue parole di fede e di speranza in una società sempre meno cristiana e sempre più indifferente. Indifferente verso che cosa? gli chiedo. «Non c´è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana. La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c’è speranza e non c’è giustizia».

Lei, cardinal Martini, ha affermato in molte occasioni l’importanza della carità, ma forse bisogna definire con esattezza che cosa lei intenda con questa parola. Non credo che si limiti al far del bene al prossimo. «Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l’essenza della carità. Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l’ingiustizia».

Nel suo libro Conversazioni notturne lei dice che i peccati sono numerosi e la Chiesa ne enumera molti ma, a suo parere, il vero peccato del mondo – lei dice proprio così se ben ricordo – il vero peccato del mondo è l’ingiustizia e la diseguaglianza. Se ho ben capito le sue parole, la carità è lottare contro l’ingiustizia? «Gesù disse che il regno di Dio sarà dei poveri, dei deboli, degli esclusi. Disse che la Chiesa avrebbe avuto come missione di essere vicina a loro. Questa è la carità del popolo di Dio predicata dal suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza».

Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? E’ il laicato cattolico il popolo Dio? «Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli». I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori? «Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d’una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana». Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni? «Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente qui e subito ma per i figli e i nipoti, le generazioni che verranno». La chiesa istituzionale fa abbastanza in questa direzione? «Fa molto, ma dovrebbe fare molto di più».

Cardinal Martini, vorrei porle una questione piuttosto delicata. Un noto scrittore cattolico, Vittorio Messori, ha scritto recentemente che la Chiesa istituzionale, cioè il Vaticano con la sua Segreteria di Stato i suoi Nunzi sparsi in tutto il mondo, le sue strutture di Curia, non può sanzionare i vizi privati dei potenti. Il suo compito è stipulare accordi, Concordati, affrontare problemi concreti da potere a potere. Fece accordi con Hitler, con Mussolini, con Pinochet, con Franco, con Craxi. Se li avesse pubblicamente giudicati sui loro comportamenti, sulla loro moralità, non avrebbe potuto operare politicamente come è suo compito. Il problema semmai – secondo Messori – riguarda il confessore, ammesso che qualcuno di quei potenti si confessi. Comunque il tema della salvezza riguarda il clero pastorale, i parroci e i vescovi con cura di anime. Lei è d’accordo con questa distinzione tra istituzioni vaticane e clero con funzioni pastorali? «In verità non sono molto d’accordo, la distinzione che fa Messori ci richiama ad una fase in cui esisteva ancora il potere temporale e il Papa era anzitutto un sovrano; ma quel potere grazie a Dio è finito e non può essere restaurato. E’ una fortuna che sia finito. Certo esiste una struttura diplomatica della Santa Sede, ma composta pur sempre di sacerdoti il cui fine ultimo è quello di testimoniare la predicazione evangelica ed il suo contenuto profetico. Aggiungo che la struttura diplomatica, secondo me, è fin troppo ridondante e impegna fin troppo le energie della Chiesa. Non è stato sempre così. Nella storia della Chiesa per molti e molti secoli questa struttura non è neppure esistita e potrebbe in futuro essere fortemente ridotta se non addirittura smantellata. Il compito della Chiesa è di testimoniare la parola di Dio, il Verbo Incarnato, il mondo dei giusti che verrà. Tutto il resto è secondario». Le Chiese protestanti non hanno anch´esse strutture consimili? Non sono necessarie per tutelare la libertà religiosa e lo spazio pubblico di cui la Chiesa ha bisogno per diffondere i suoi valori? «Le Chiese protestanti non hanno strutture accentrate e potenti come la nostra. Hanno assetti molto diversi. Sono, da questo punto di vista, più deboli della Chiesa cattolica ma per altri aspetti più coese con i fedeli».

Il problema che lei solleva indubbiamente esiste. Riguarda i Vescovi? Forse la figura del Papa, che esiste soltanto nella Chiesa cattolica, ha come conseguenza un certo temporalismo che è sopravvissuto al potere temporale propriamente detto. «Il Papa è innanzitutto il Vescovo di Roma. Per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra e gli dobbiamo amore, rispetto e obbedienza senza però dimenticare che la chiesa apostolica si regge su due pilastri: il Papa e la sua comunione con i Vescovi. Ricordo che nel Concistoro che precedette l’ultimo Conclave, ci fu un dibattito preliminare per individuare una sorta di identikit del futuro pontefice. Quando toccò a me di parlare dissi che noi dovevamo eleggere il vescovo di Roma. Volevo dire con ciò che è sempre comunque prevalente la capacità e la vocazione pastorale rispetto a quella diplomatica o teologica». Lei disse questo? Che voi, il Conclave, dovevate eleggere il Vescovo di Roma? «Le sembra un’eresia? Invece questo è il mandato costante secondo la dottrina e la tradizione evangelica».

Il tempo passava e di argomenti che avrei voluto discutere con il cardinal Martini ce n’erano ancora molti, ma temevo di affaticarlo troppo. Glielo dissi, ma mi rispose che potevamo continuare. C’era un tema che mi stava a cuore. Gli dissi che leggendo il suo ultimo libro, quello scritto con don Verzè, m’era parso di capire una sua propensione a proporre un altro Concilio, una sorta di Vaticano III. La spinta del Vaticano II si era indebolita? Non bisognava riprendere il discorso e portarlo più avanti? La risposta che ne ebbi a me è sembrata molto innovatrice e anche imprevista. «Non penso ad un Vaticano III. E’ vero che il Vaticano II ha perso una parte della sua spinta. Voleva che la Chiesa si confrontasse con la società moderna e con la scienza, ma questo confronto è stato marginale. Noi siamo ancora lontani dall’aver affrontato questo problema e sembra quasi che abbiamo rivolto il nostro sguardo più all’indietro che non in avanti. Bisogna riprendere lo slancio ma per far questo non è necessario un Vaticano III. Ciò detto io sono favorevole ad un altro Concilio, anzi lo ritengo necessario, ma su temi specifici e concreti. Ritengo anzi che bisognerebbe attuare ciò che fu suggerito anzi decretato dal Concilio di Costanza, cioè convocare un Concilio ogni venti o trent’anni ma con un solo argomento o due al massimo».

Questa sarebbe una rivoluzione nel governo della Chiesa. «A me non pare. La Chiesa di Roma, non a caso, si chiama apostolica. Ha una struttura verticale ma al tempo stesso anche orizzontale. La comunione dei vescovi con il papa è un organo fondamentale della Chiesa». E quale sarebbe il tema del Concilio che lei auspica? «Il rapporto della Chiesa con i divorziati. Riguarda moltissime persone e famiglie e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza. Ma c’è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. Vede, la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale».

Ci alzammo. Mi disse di aver letto il mio ultimo libro L’uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. Io le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito. «Lo so, ma non sono preoccupato per lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì». Fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po’ tremolanti tutti e due ed avremmo rischiato di finir per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto.

La felicità di un anonimo

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.

Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne

vittoriosi…

La felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…

non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…,

la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose….

…e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una

canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la

poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il

cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,

e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno,

e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche

se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,

e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su

un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.

E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.

E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami…

E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di

amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,

nonostante il tuo volere o il tuo destino,

in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

Anonimo

Tempo di crisi: cosa ci dice Dante?

Quello che stiamo vivendo è sicuramente un periodo di crisi, economica ma non solo. Girovagando sulla rete ho trovato questo divertente pezzo di Pigi Colognesi su come Dante ha affrontato una crisi nell’Inferno.

La parola «crisi» è sulla bocca di tutti. Essa indica un dato di fatto innegabile, di fronte al quale è decisiva la posizione della persona.

Lo documenta un passaggio cruciale del viaggio di Dante nell’inferno. Quando il poeta giunge di fronte alle mura della città di Dite (alla fine del canto VIII) ha già visto un gran numero di dannati e osservato atroci pene. Ma ora gli si presenta una situazione del tutto nuova. Le porte della città sono chiuse e vigilate da stuoli di demoni. La sua guida, Virgilio, lo lascia solo per andare a parlamentare coi diavoli perché lascino libero il passaggio. Ma torna sconfitto: i custodi infernali si rifiutano di far proseguire i due pellegrini dell’oltretomba. È una situazione di «crisi», uno di quei momenti in cui le certezze su cui ci si appoggiava appaiono insufficienti per proseguire. Tanto che Dante si conferma che l’unica cosa da fare sia quella di tornare indietro, di rinunciare al cammino.

Il canto IX si apre, perciò, in un’atmosfera di paura e smarrimento. Sembra quasi, così interpreta Dante, che lo stesso Virgilio dubiti. Allora gli chiede, come a confermarsi di non aver riposto in lui una speranza vana, se mai avesse fatto il tragitto per il quale lo sta guidando. Tra le certezze che la crisi mette in discussione c’è quella su chi testimonia la possibilità stessa del cammino. È il dubbio più devastante.

Virgilio racconta di essere già stato fin nel fondo dell’inferno e, quindi, sollecita Dante a non temere. Il poeta fiorentino non è molto convinto, ma prima ancora che Virgilio abbia finito di parlare, Dante è distratto da nuove improvvise presenze che compaiono sulle mura ferrigne di Dite: sono le Furie. In esse la tradizione antica e medievale vedeva le varie forme del male e, insieme, il rimorso che perseguita chi ha sbagliato. Quasi a suggerirgli che è la propria debolezza morale a non permettergli nessun cammino positivo. Ma questo problema Virgilio lo aveva già sciolto all’inizio stesso del viaggio. Nel canto II, infatti, Dante aveva detto alla sua guida di non ritenersi degno di compiere lo stesso cammino che Dio aveva permesso a Enea e a san Paolo. Ma il poeta dell’Eneide gli aveva risposto che quel viaggio non gli era consentito per la sua dignità morale, ma perché «tre donne benedette» (Maria, santa Lucia e Beatrice) si erano preoccupate di lui e avevano mandato Virgilio stesso a guidarlo. Infatti ora, senza esitazione Virgilio dice a Dante di guardare bene in faccia le tre Furie e le addita addirittura per nome: non possono più nuocergli.

Ma le Furie hanno in riserva un’altra, più terribile arma. Esse invocano Medusa. E subito Virgilio ordina a Dante di abbassare la faccia, di non guardarla e lui stesso gli copre gli occhi con le sue mani. Medusa, infatti, la donna coi crini di serpente, è la personificazione della disperazione. Guardarla significa diventare di pietra, bloccarsi nell’impossibilità.

Solo dopo aver superato questa estrema tentazione che ogni momento di crisi porta con sé la situazione si sblocca. Preceduto dal vento e dal frastuono di un temporale, appare sulla scena un messo celeste. Senza dire neppure una parola ai due pellegrini ansiosi e impauriti, minaccia i diavoli per la loro «oltracotanza» e con una semplice «verghetta» apre quella porta che sembrava un ostacolo insormontabile. La disperazione della crisi è vinta; il cammino può riprendere.

Sull’amicizia

Nelle prime stiamo parlando di relazioni. Abbiamo dato anche un’occhiata a questo brano sull’amicizia. immaginemanico7.jpgRicordo a chi può interessare che “L’amico ritrovato” fa parte di una trilogia, per cui suggerisco di leggere anche “Niente resurrezioni per favore” e “Un’anima non vile”. Se qualcuno desiderasse leggerli è sufficiente che me lo dica, li posso prestare.

“Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico. Non c’era niente in lui che non mi piacesse. […] Il problema era come attirarlo a me. Cosa dovevo fare per conquistarlo, chiuso com’era dietro le barriere della tradizione, dell’orgoglio naturale e dell’altezzosità acquisita? Senza contare che sembrava perfettamente soddisfatto di starsene solo e di non mescolarsi agli altri, che frequentava solo perché vi era costretto. Come attirare la sua attenzione, come fargli capire che io ero diverso da quella folla opaca, come convincerlo che io e solo io avrei dovuto diventare suo amico, erano tutti quesiti di cui non conoscevo la risposta. […] Tre giorni dopo, il quindici marzo – una data che non dimenticherò più – stavo tornando a casa da scuola. Era una sera primaverile, dolce e fresca. [… ] Davanti a me vidi Hohenfels; pareva esitare come se fosse in attesa di qualcuno. [… ] L’avevo quasi raggiunto, quando si voltò e mi sorrise. Poi con un gesto stranamente goffo ed imprecìso, mi strinse la mano tremante. «Ciao, Hans», mi disse e io all’improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia. Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno… e tuttavia io sentivo che quello era solo l’inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.”

F. UHLMAN, L’amico ritrovato, Feltrinelli, Milano 1990, p. 23-30

Tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue

Solitamente, quando vedo, all’interno di un blog, un post molto lungo non inizio neanche a leggerlo. Eppure stavolta sono io a farlo semplicemente perché penso che ne valga veramente la pena. Ho deciso di postare due pagine dell’ultimo libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” (pp 313-315). Vengono descritte le prime granate piovute su Sarajevo, quelle che il 27 maggio 1992 colpirono il mercato di via Vase Miskina mentre la gente era in coda per il pane. Sono parole che mi hanno commosso profondamente e allora voglio condividerle.

La gente camminava tranquilla, quella mattina, donne con i foulard, uomini con la cravatta. Bisognava mostrare il pugno chiuso con il medio fuori a quelli lassù, al club delle tre dita cetniche. È un messaggio per loro, infilatevi nel culo i vostri fucili di precisione. Quei foulard, quei passi ordinati, stavano lì a dire quello. A testimoniare che la vita continuava. La clinica ostetrica era stata colpita, l’edificio di “Oslobodjenje” era ormai un bersaglio per tiratori sfaccendati. Chi non aveva niente da fare gli sparava un colpo. La città pareva vuota, poi si rianimava, come un pascolo. Sul muro sotto casa era apparsa una scritta:

NON SIAMO MORTI STANOTTE.

La guardavo tutte le mattine dalla finestra, mi si chiudeva la gola.

C’era stata buriana il giorno prima, era bruciato lo stadio Zetra, nel villaggio olimpico, si era liquefatto quel cappello di metallo così caro a tutti. I pompieri e i volontari s’erano affannati per ore. Ormai la gente sapeva che dopo le grandinate peggiori la montagna taceva per un po’. Era stato ordinato il cessate il fuoco, senza più revoche, erano state messe sanzioni a quelli di Belgrado. Non si poteva non fare la fila. Per l’acqua, per il pane, per le medicine… si rischiava la ghirba a star lì tutti insieme come piccioni, ma quella era una giornata di fiducia, di donne che chiacchieravano sul marciapiede, di ragazzini che scappavano tra le gambe. C’era il sole. Era in via Vase Miskina, dove adesso c’è una delle rose più grandi. Anche la piccola porta c’è ancora, non vendono più il pane ma c’è.

I nomi sono scritti, piccoli, ordinati, accanto alla stella e alla luna musulmane, accanto a un versetto del Corano.

Erano donne, uomini, bambini che giocavano… E non sapevano che sarebbero stati incisi sul muro, fotografati dai cellulari dei turisti all’infinito. Era la fila per il pane, c’era un buon odore. Era una giornata di fiducia, di lepri che mettono la testa fuori. Era fine maggio, le rondini becchettavano le briciole di chi smozzicava il pane per strada. Qualche fortunato ci fu. Gente più svelta, più tempestiva, che s’era messa in fila presto, prima degli altri, e se n’era appena andata con il suo filone di pane o una di quelle pagnotte senza lievito e senza sale. Ma ci fu anche qualcuno che rimase per caso, che si mise a parlare, a scambiare due battute con un conoscente. Caddero tre granate, due per strada, una al mercato lì davanti. E tutti quelli che c’erano fecero un viaggio, schizzarono. La piazza divenne una scena teatrale, stracci rossi ovunque. Avrebbe fatto il giro del mondo, quello schifo rosso. Quel pane zuppo di sangue.

«Non credevo che un bambino avesse tanto cervello» disse un vecchio uomo aggrappato a un bastone. «Non finiva più di uscire, quel cervello.»

Una donna era seduta sul muretto, non piangeva. Stringeva due figli morti, uno di qua e uno di là, come fiori recisi. Un’altra cercava di riacchiapparsi la sua gamba, le andava dietro strisciando sui gomiti. Un uomo era più buffo degli altri. Riverso come uno di quei guanti che la gente trova per strada e appoggia a una transenna, perché magari chi lo ha perso ripassa di lì. Guanti spaiati, tristi, sporchi di fango. Ecco, lui se ne stava lì come un guanto appoggiato a uno di quei tubi di ferro che dividono le strade. Ma non aveva più la pancia. Solo un grosso buco circolare, un po’ sfilacciato. Dietro si vedeva la gente in fuga, le barelle, e lui era lì come un effetto speciale.

Gojko quel giorno sembrava impazzito, era corso subito lì, urlava ai giornalisti di filmare…

«Così adesso si accorgeranno di noi!»

Raccolse una pagnotta, la spezzò, la mollica era intrisa di sangue rosso come sugo. La offrì ai giornalisti.

«Ecco, tenete e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue…»

Poi schizzò via, disperato come Giuda che va a impiccarsi.

Più tardi la città taceva. Era stata una giornata di fiducia. Erano arrivati quei giovani con le tute mimetiche e i caschi azzurri come il cielo… la gente si era illusa che fossero angeli custodi, che fosse finita. Invece adesso l’ospedale era pieno di carne da ricucire. Anche la montagna taceva. Le televisioni del mondo non facevano che passare quel nastro truculento. E gli animali lassù s’erano rintanati a bere rakija per festeggiare la fama.

Partimmo due giorni dopo. Era tornata la corrente, tutte le lavatrici di Sarajevo si erano messe a funzionare nella notte. Mi sembrò un buon segno. Raggiungemmo Zagabria su un pullman che aveva addirittura l’aria condizionata, era uno di quelli che solitamente portavano i pellegrini a Medjugorje. Da lì riuscimmo a prendere tranquillamente un aereo. Volevo dire tante cose a Diego, gli dissi: «Un piatto di spaghetti, ci pensi?».

Diego sorrise.

I suoi occhi erano rossi, bisognava portarlo da un medico, era la prima cosa che contavo di fare. Adesso pensavo che Dio non ci avrebbe mai più lavato gli occhi.

La libertà secondo Gibran

In III stiamo parlando della libertà e allora posto un testo molto importante di Kahlil Gibran preso da Il Profeta.

E un oratore disse: Parlaci della Libertà.

E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà, così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide. Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione. E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercareprisonerofmyownbyshimoda75bm.jpg la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento. In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze. Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli. Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio? Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole. E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi? L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte. Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare. Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto. Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio? E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto. E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute. In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio. Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi. E quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce. E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

Storie dalla Russia

Dalla Russia nove storie di eroi

Roberto Fontolan giovedì 29 gennaio 2009

Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.

Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.

Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.

Gesù e Mario Luzi

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Mario Luzi

 

 

Mario Luzi (n. 1914) in Epifania (1955, in M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1988, pp. 243-244) descrive la realtà terrena piena di questa attesa di un Avvenimento e disseminata dei semi, dei germi dell’Eterno. Chi, come i Magi è andato, ha visto che il tempo si è aperto a un futuro nuovo. L’Incarnazione è questo momento umano e divino, comprensibile non in modo intellettuale ma con la sensibilità umana di chi vede la Grazia nell’istante presente. Il verso conclusivo ricorda che il mistero della manifestazione di Dio in Cristo (“epifania”) non è remoto o lontano, ma vicino, prossimo, presente:

“Non più tardi di ieri, ancora oggi”.

In La vita cerca la vita (in M. Luzi, Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano 1990, pp. 23-26) c’è il confronto tra le persone massificate, che hanno dimenticato Cristo e le folle che ascoltano Gesù “in tempi di meraviglia e desiderio” e “ne avevano pace, pace e tormento”.

La mancanza di speranza è vista come la colpa più grave perché Cristo ha già salvato; anche il “punto estremo del declivio” e il più basso, è il primo passo “per l’ascesa nella misericordiosa orbita”.

Nei versi finali riecheggiano le parole di Giovanni: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 1) e quelle di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che con viene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

“[…] Non sperano. È il peccato più tremendo –

deprecavano nei loro antichissimi

ammonimenti

quelle lingue che ad essi non parlano,

quelle valve forte brusicanti del mare

di sapienza

Punto

estremo del declino

e per questo

infimo gradito per l’ascesa

nella misericordiosa orbita?

Non sappiamo ancora.

Cresce ciascuno alla sua statura,

camminano i suoi passi nella sua andatura.”

In questa visione della realtà, Luzi afferma che solo attraverso Cristo è possibile parlare di Dio; Cristo è la nostra misura. Il suo Cristo è una presenza costante, che lavora sotterraneo, nella clandestinità, una presenza reale ma mai clamorosa, evidente, senza retorica. Il Cristo di Luzi è un combattente, venuto a svegliare le coscienze, che cerca la vita e la risveglia. Ma è anche un Cristo sofferente, segnato dalla passione, la cui morte è reale, infamante, totale. Da questo punto inizia la scommessa sulla risurrezione (cfr. l’intervista a M. Luzi in E. Ferri, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni, Edizioni Paoline, Milano 1995).

Epifania

I Magi

Ora come in ogni tempo io posso vedere con l’occhio della mente,

nei loro abiti rigidi, dipinti, i pallidi insoddisfatti

apparire e scomparire nell’azzurra profondità del cielo

con tutti i loro volti antichi simili a pietre solcati dalla pioggia,

e tutti i loro elmi d’argento che ondeggiamo l’uno accanto all’altro,

e i loro occhi ancor fissi, sperando di trovare ancora una volta,

essendo insoddisfatti del tumulto del Calvario,

l’incontrollabile mistero sul pavimento bestiale.

W.B. Yeats

Gesù e Salvatore Quasimodo

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Salvatore Quasimodo

 

 

Salvatore Quasimodo (1901-68) appartiene alla “scuola ermetica”, che si caratterizza anche per la sua capacità di introdurre al Mistero attraverso una “poesia nutrita di stupore”. Troviamo in Quasimodo una suggestiva limpidezza e una gradevole orecchiabilità nel suo modo di scrivere. Ed è subito sera è un esempio di tutto questo:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

Ed è subito sera.”

Nella lirica Al tuo lume naufrago il poeta si confronta con se stesso e si scopre naufrago, sradicato dai vivi, cuore provvisorio, limite vano, uomo solo.

“[…] Tu m’hai guardato dentro

nell’oscurità delle viscere:

nessuno ha la mia disperazione

nel suo cuore.

Sono un uomo solo,

un solo inferno.”

Questa poesia riprende il tema del Salmo 138, dove Dio conosce tutto dell’intimo dell’uomo. Da qui nasce la sua invocazione: “Destami dai morti”. Il poeta sa di avere da Dio il dono di “parlare” (“il tuo dono di parole”), ma è una missione che gli costa.

Con l’esperienza della II guerra mondiale Quasimodo si “converte” ai temi sociali, innanzitutto il tema del dolore e della catastrofe bellica, con riferimenti cristiani e anche al tema della risurrezione:

“E si rovescia la tua pietra

Dove esita l’immagine del mondo”

(S. QUASIMODO, Di un altro Lazzaro)

Alle fronde dei salici apre questa seconda “stagione” della produzione poetica di Quasimodo. La lirica riprende le parole del Salmo 136, che racconta la desolazione del popolo ebreo deportato a Babilonia; qui il poeta parla dello strazio della guerra e delle sue vittime, che sono descritte come Cristo sofferente. Il lamento dei fanciulli è come quello “d’agnello” e il figlio trucidato è “crocifisso”. “Le vittime rievocate dalla figura dell’agnello, vengono ora definite dal riferimento alla vittima per eccellenza, il Cristo. […] nella morte di tanti innocenti si rinnovano il sacrificio di Cristo e la sofferenza di Maria ai piedi della croce” (R. Filippetti, Gettare ponti tra poesia e vita: la Scuola ermetica e Quasimodo, in “Insegnare religione”, maggio-agosto 1999, p. 71).

Il riferimento a Cristo diventa esplicito in Uomo del mio tempo:

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo.”

L’uomo continua a essere violento e a uccidere come gli animali; il progresso scientifico e tecnologico hanno accresciuto questo potere di morte e la scienza esatta, senza amore, difficilmente può frenare l’istinto omicida. L’accostamento immediato “senza amore, senza Cristo” induce l’idea che Cristo sia quasi un sinonimo fatto persona della parola “amore”. Solo alla luce dell’esempio di Cristo l’uomo scopre che cosa sia la vera fraternità e non la semplice fratellanza che accomunava anche Caino e Abele, una fratellanza ricordata perché diventata il primo omicidio della storia.

L’invito finale a dimenticare pare sintonizzarsi con l’invito di Cristo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 60). Non è quindi un invito a lasciare cadere la memoria ma a guardare al futuro.

La leggenda della luna piena

Grazie a Stefano che mi ha fatto scoprire questo bel racconto

La leggenda della Luna Piena
In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

Gesù ed Eugenio Montale

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Eugenio Montale

 

 

Di Eugenio Montale (1896-1981) si ricordano raccolte famose di poesie come Ossi di seppia (1925) e Le Occasioni (1938). Dal 1967 fu sentore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel per la letteratura.

Meriggiare pallido e assorto (del 1916) è la più famosa poesia di Montale. E’ una “lirica costruita sintatticamente su una serie di infiniti, collocati a capoverso. …dal punto di vista metrico l’ultima strofa, di cinque versi, si stacca dalle tre precedenti quartine: il gioco di rime (AABB / CDCD / EEFF / GHXGH) ci permette di scoprire il verso chiave, il 15°, l’unico non in rima sebbene mimetizzato nel fitto delle assonanze (abbaglia – meraviglia – TRAVAGLIO – muraglia – bottiglia): “com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Pertanto al riconoscimento della vita come “travaglio” voleva condurci il poeta. Travaglio: viaggio (travel) sofferto (il latino tripalium è uno strumento di tortura), faticoso (travailler, trabajar), teso a dare alla luce, o in attesa che venga alla luce (travaglio del parto) il senso ultimo del reale, che dimora, però, irraggiungibilmente, oltre la muraglia” (R. Filippetti, Eugenio Montale: Oltre la muraglia?, in “Insegnare religione” novembre 1994, pp. 50-51).

La raccolta La Bufera e altro (1956) è il libro più religioso di Montale, dove ripetute volte compare il nome di Dio e la poesia Iride connota in senso cristiano questa religiosità. Iride nella mitologia è l’inviata di Giunone; nella Bibbia l’iride è il segno dell’alleanza tra Dio e Noé dopo il diluvio. Iride è una poesia difficile: la donna (il riferimento è a Irma Brandeis, incontrata attorno il 1932 e il 1933 e la cui figura è presente in molte poesie), chiamata in altre liriche con il nome di Clizia, è investita di una missione di salvezza che la unisce e assimila a Cristo. In apertura troviamo subito un accenno a Cristo:

“[…] il Volto insanguinato sul sudario

che mi divide da te”.

Il poeta ricorda la condizione del mondo e l’atrocità della guerra “nella lotta che me sospinge in un ossario” e nemmeno la speranza di una terra promessa impedisce di vedere questa condizione di desolazione. Che cosa dunque motiva la presenza e la missione di Clizia? Non è soltanto l’attaccamento sentimentale al poeta:

“[…] è forse quella maschera sul drappo bianco,

quell’effige di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua

è una forma) fiorisse in altre luci

Iri del Canaan ti dileguasti”

(E. MONTALE, Iride, in Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Gioanola, Librex Marietti, Milano 1989, pp. 430-433)

Iride/Clizia dà forma presente all’opera di Cristo e ne continua la missione; gli ultimi due versi sottolineano come un cristiano vivo sia continuazione dell’opera di Cristo stesso. Iride diventa quindi la donna che “porta Cristo”, portatrice di senso ultimo e figura “ponte” tra Dio e il mondo, che assume deliberatamente su di sé il ruolo di vittima, facendosi continuatrice dell’opera di Cristo.

Gesù e Ada Negri

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Ada Negri

 

Ada Negri (1870-1945), secondo alcuni critici, è la più grande poetessa italiana del XX secolo e infatti godette di grande fama internazionale durante la sua vita. Nella poesia Atto d’amore esprime tutta la sua libera e convinta adesione al mistero di Dio. E’ un atto d’amore, una dichiarazione d’amore non verso una idea astratta di Dio ma verso una “persona”. L’uso di evidenziare in nero il pronome personale indica che Dio è una persona che si può incontrare, cioè Cristo. Infatti la lirica chiude con l’invito “Resta con me”, che richiama direttamente l’incontro tra i discepoli di Emmaus e Gesù risorto (cfr. Lc 24, 13-35):

“[…] tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d’una gioia più grande della morte.

Resta con me, poi che la sera scende

sulla mia casa con misericordia

d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco

umile il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e, nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo.”

(A. NEGRI, Mia giovinezza, Rizzoli, Milano 1995, pp. 70-71)