Pubblico spesso riflessioni, idee, pensieri molto differenti tra loro, ma che trovo utili per suscitare altre riflessioni, idee, pensieri. L’articolo che segue lo metto come stimolo a me stesso; cerco nelle parole di Enzo Bianchi la spinta verso qualcosa che faccio fatica a ritrovare in me, la fiducia generalizzata nelle istituzioni politiche. Mentre avverto un’immediata sintonia con quanto il priore di Bose scrive collegandolo alla mia esperienza professionale, sento un’enorme difficoltà nel provare passione e fiducia politiche che un tempo sentivo forti in me. Ecco allora questo articolo pubblicato il 2 gennaio su La Repubblica come auspicio.
“Molti leggono la crisi attuale come crisi di fiducia in campo finanziario, economico e politico ma, più in profondità, a livello culturale ed etico. È la diagnosi che emerge anche dall’indagine “Gli italiani e lo stato” condotta da Demos per Repubblica e commentata da Diamanti su queste pagine. Ritengo perciò che, all’apertura di un nuovo anno, valga la pena riflettere ancora sulla fiducia: sentimento, atteggiamento ed esperienza che appare decisiva nell’esistenza di ogni persona così come nella vita sociale della polis.
Non possiamo vivere senza porre la fiducia in qualcuno né senza ricevere fiducia da qualcuno, dagli altri. Ognuno di noi è nato perché sentiva questa spinta ad avere fiducia nella vita, in chi lo portava in grembo, in chi lo poteva accogliere. E ciascuno è venuto al mondo proprio grazie alla fiducia originaria posta nei genitori o in chi ci ha accompagnato nella nascita. Parimenti le nostre storie d’amore sono possibili solo quando uno sa mettere la fiducia in un altro, in un’altra e da questi riceverla. La fiducia è la realtà che rende possibile il vivere e il vivere in relazione: nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto maestro-discepolo, nella relazione medico-paziente… Se una persona non riesce a fidarsi di nessuno, è condannata all’isolamento, imprigionata in una situazione mortifera.
È proprio la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie. Se la fiducia oggi difetta lo si deve in particolare a un triplice disincanto, sul piano economico, politico e identitario. Il senso del vivere insieme è compromesso dalla logica del mercato che privilegia l’interesse particolare e nega l’istanza di solidarietà; la vita politica offre il triste spettacolo di uno scollamento rispetto ai cittadini e di una autoreferenzialità elettiva che genera diffidenza e inaffidabilità; l’identità collettiva è smarrita e regredisce in un appiattimento su comunanze di tipo tribale.
Dobbiamo allora porci una domanda: come mai siamo precipitati in questa situazione in cui si afferma che è meglio diffidare, diffidare sempre, diffidare di chiunque? Quali sono i fattori che hanno minato la fiducia che si era creata sulle macerie della seconda guerra mondiale? Quella fiducia sociale che ci aveva dato la possibilità di una convivenza capace di assumere un progetto comune e di condividere una speranza?
Tra i fattori decisivi va annoverata l’illegalità crescente che si è espansa come un’epidemia, dalla quale nessun potere e gruppo sociale è restato immune. L’illegalità macroscopica, quasi sempre impunita, ha autorizzato un’illegalità quotidiana e minuta, che sembra rispondere al “così fan tutti”. Questa illegalità ha minato il senso di sicurezza e il bisogno di protezione dei cittadini, immettendo in loro una sfiducia e tentandoli, seducendoli fino a condurli a non darsi pena della collettività, a scambiare l’etica con il “fare i moralisti”, a lasciar correre… Insieme ai fattori ricordati di autoreferenzialità e di mancanza di senso del bene comune e del servizio alla polis, l’illegalità ha reso inaffidabili molti soggetti politici e le stesse istituzioni di rappresentanza democratica. I cittadini si sentono sempre più lontani dalla politica e finiscono per non partecipare più all’edificazione della polis che sembra invece sequestrata dai partiti, da forze o gruppi di potere sovente nascosti e dunque viene valutata come non possibile, ormai preda dei corrotti.
Qualcuno sostiene che viviamo già nell’epoca della post-democrazia e, a causa di questa debolezza della politica, si affermano il populismo, il sorgere del “salvatore” di turno, la smobilitazione dei corpi sociali, il conformismo e la degradazione dell’etica incapace di competere con illusioni che catturano le masse. La consapevolezza di essere cittadini di una polis comune ha ceduto il passo alla rassegnazione di essere consumatori in un mercato dopato, in cui la libera concorrenza è divenuta corsa alla sopraffazione, al dominio del più forte o del più furbo. E in questo precipitare della qualità della convivenza politica, vanno in frantumi e sono calpestate la solidarietà, l’attenzione ai deboli e alle vittime della storia.
Così i cittadini-consumatori continuano a credere ad annunci e promesse dei soggetti politici, nonostante non se ne vedano le condizioni e tanto meno i segnali di attuazione. Paure e illusioni sono fabbricate un giorno, esasperate quello successivo e dimenticate o mutate il giorno dopo ancora. Le persone sono sempre meno capaci di critica, il dibattito ragionato viene considerato una perdita di tempo e sostituito da urla tra sordi, l’incalzare di sondaggi di ogni tipo e qualità ha rimpiazzato il faticoso delinearsi di una “opinione pubblica”: così si passa d’inganno in inganno, perdendo sempre più il contatto con la realtà. Fino a quando? Sì perché, come ci insegna la storia, a un certo momento sopraggiunge un punto di rottura in cui all’incapacità di indignarsi e di impegnarsi segue la reazione irrazionale di chi si nutre di violenza.
Allora, che fare? Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo fiducia si fa crescere la fiducia. I dati dell’inchiesta commentata da Diamanti dovrebbero suonare per tutti come un allarme: l’assuefazione alla sfiducia nelle istituzioni, negli altri, nel futuro non fa che asfaltare la strada alla barbarie e alla violenza. Sta a noi aprire un percorso diverso, resistendo, mettendo fiducia in noi stessi, esercitandoci con convinzione ad avere fiducia negli altri e a non tradire la loro, a partire da chi ci sta accanto. Il primo passo per amare gli altri come se stessi consiste proprio nell’avere fiducia negli altri almeno come in se stessi. La fiducia va cercata alla sorgente: nelle modalità dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri, con il futuro, con la storia, con il fatto stesso di vivere. Sì, la fiducia nella vita è ancora possibile, è un dovere e una promessa di cui siamo debitori verso gli altri e verso noi stessi.”
Indicazioni per mistici e contemplativi
Ritengo che Raimon Panikkar (1918-2010) sia stato uno dei pensatori che maggiormente hanno contribuito al rispetto e al dialogo interreligioso. Pubblico oggi un articolo, non di semplice lettura per la verità, di Fausto Ferrari tratto dal sito Dimensione Speranza, a sua volta sintesi di una conferenza tenuta da Panikkar nel novembre del 2004 a Montserrat.
“Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi.
1. I rischi di un modo di pensare occidentale
a) Un’analisi della situazione attuale
C’era una volta un amante sconsolato il quale, per molti, molti anni, aveva mandato appassionate lettere d’amore alla sua bella in una terra lontana. Un bel giorno, lei finalmente gli rispose informandolo che aveva sposato il postino…
Come la bella della favola, l’Occidente si è innamorato del proprio messaggero. Si è infatuato di un approccio razionale alla realtà. La ragione, però, il regno della razionalità, è solo un intermediario. La religione in Occidente le ha sacrificato troppo. È ora di rendersi conto che il nostro compito è di dimenticare la lettera e aggrapparci al Signore. L’Occidente ha insistito anche sull’importanza della Storia. Si vedono missionari che cercano di convincere gli hindū che il cristianesimo è vero perché Gesù era un personaggio storico, mentre Krishna è solo un mito. Ma questo modo di pensare, per un hindū, non ha alcun senso. Anche Napoleone era un personaggio storico… e allora? «Krishna vive nel mio cuore!». Culture diverse hanno una diversa nozione del tempo. In sanscrito, la stessa parola può significare «oggi» o «domani».
Del pari, l’Occidente ha praticamente divinizzato la legge. Ma un Dio legislatore è assai poco significativo per un non-occidentale. In Occidente ci sforziamo sempre di mettere in risalto ciò che è essenziale e specifico. Il vantaggio di questo approccio riduzionistico alla realtà è che ci consente di dominarla. Il successo della cultura occidentale dimostra quanto sia efficace questo metodo. Ma che senso ha che i monaci tentino di dare risalto alla «specificità del dialogo interreligioso monastico»? Dobbiamo infine evidenziare il rischio insito nella tendenza a sottolineare sempre il dato misurabile e quantitativo. Che senso può avere riferirsi a un incontro in termini di percentuale? «Il mio pensiero è ora al 50% buddhista»!
b) Che cosa comporta questo modo di pensare
È assolutamente necessario prendere in considerazione i rischi che comporta un modo di pensare che è stato usato per giustificare l’imperialismo ed esclude ogni possibilità di dialogo. Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. Quando diciamo che Brahman è il Dio degli hindū, diamo per implicito di sapere esattamente che cosa sia un dio. Tuttavia, per gli hindū, Brahman non è un creatore né esercita alcuna provvidenza. Brahman non è maschile, non è trascendente. Riusciremo mai ad ammettere che ci sono dei limiti nell’idea di Dio che ci viene dalle tradizioni semitica e greco-romana? Abbiamo il coraggio di ammettere che è limitata anche la nostra idea di religione (quando ad esempio ci chiediamo se il buddhismo lo sia) e di preghiera (quando ci chiediamo se possiamo pregare con chi non crede che Dio sia Persona)? Dovrebbe essere chiaro che l’aspetto interreligioso e quello interculturale sono inseparabili.
Inoltre, malgrado i suoi lati positivi, il modo di pensare occidentale ha impedito lo sviluppo di alcuni aspetti del cristianesimo. Quando il «Simbolo» degli apostoli è diventato l’«insegnamento» degli apostoli, il cristianesimo si è avviato a diventare un’ideologia. Una riflessione critica sul significato e sui rischi del nostro modo occidentale di pensare è quindi indispensabile quando partecipiamo a un dialogo interreligioso.
2. Il compito dei contemplativi nel terzo millennio
I monaci hanno una missione storica. Oggi il loro compito, come tutti i contemplativi, è quello di liberare la fede cristiana dai lacci della cultura occidentale. Il che non significa una nuova forma d’iconoclastia, quanto piuttosto la continuazione del processo iniziato con il Concilio di Gerusalemme. Saremo in grado di andare oltre la cultura occidentale solo se la ragione, che ha esercitato su di essa un dominio così profondo, sarà rimessa al posto che le compete. In ogni caso, il dialogo interreligioso avviene sempre in un determinato contesto culturale. Prima di fornire indicazioni più precise sul metodo tipico di questa forma di dialogo, dobbiamo però richiamare alcuni punti basilari.
a) Abbracciare l’intera realtà
Una «riforma» non basta: dobbiamo impegnarci in una «trasformazione» – ancora meglio, un cambiamento di mente e di cuore. Letteralmente, il termine metanoia indica un superamento della razionalità. I mistici dell’Occidente sanno bene che cosa è in gioco qui. Già i teologi vittorini del XII secolo dicevano che, oltre all’oculus sensuum e all’oculus rationis, c’è l’oculus fidei. È vero che la parola «misticismo» ha assunto connotazioni negative, ma, fino a quando non avremo trovato un’espressione migliore per indicare questa realtà, non potremo farne a meno. Il misticismo non è un sostituto della verità o qualcosa di extra… un lusso per gente che abbia un sacco di tempo libero. Esso è parte integrante della realtà; senza di esso, la realtà viene deformata. Dio non è una monade, una sostanza, ma è Trinità, relazione. Ecco perché dobbiamo andare oltre un monoteismo che si lascia esprimere mediante una semplicistica reductio ad unum. Meister Eckhart disse che Dio, è al tempo stesso, incommunicabilis e omnicommunicabilis. Se il «terzo occhio» mistico è aperto, si può vedere Dio dovunque. Per questo motivo possiamo dire che il pluralismo, correttamente inteso, è uno degli aspetti migliori del misticismo.
Se mettere in evidenza e isolare il dato specifico significa semplicemente identificare ciò che differenzia una cosa da un’altra (ad esempio, ciò che distingue il dialogo monastico interreligioso da altri tipi di dialogo), c’è ben poco da ricavarci. L’essenza di qualcosa non consiste in ciò che lo rende diverso, quanto piuttosto nel suo aroma, in ciò che lo rende unico – e questo è ineffabile. Se proprio insistiamo a voler parlare della specificità dei monaci, allora dirò che essa consiste nel fatto che il monachesimo va oltre ogni specificità!
L’unità a cui aneliamo è quella della «beata semplicità» e della «nuova innocenza». Advaita non significa «non dualità» (un rifiuto della dualità, che implicherebbe che esiste qualcos’altro «là fuori»), ma a-dualità (con la a privativa). Di conseguenza, non è molto sensato definire «doppia appartenenza» l’atteggiamento che si riscontra in alcuni ambiti religiosi, perché così dicendosi dimostra di avere ancora un punto di partenza dualistico.
La saggezza la si ottiene trasformando tensioni distruttive in polarità feconde. Ma, se ti senti interiormente diviso nella tua appartenenza, allora decidi per una delle due parti. Non puoi restare sospeso nel mezzo.
b) Accettazione della kenosis
Nel corso di due millenni, la tradizione cristiana dell’Occidente ha elaborato una simbiosi tra due o tre culture. Possiamo a ragione andare orgogliosi di questo risultato. Ma, in questo inizio terzo millennio, anche se gran parte dell’umanità è bombardata di messaggi promozionali dell’American way of life, sappiamo che i tre quarti della popolazione mondiale rimangono sostanzialmente estranei alla nostra cultura cristiana e postcristiana.
Perciò, se crediamo nel mistero di Cristo, è giunto il momento di diventare veramente «cattolici», ossia appartenenti al mondo intero. Perché ciò avvenga non è necessario inventare nuovi modi di esprimere il Mistero, quanto piuttosto acconsentire a un «impoverimento» e perfino a una «spogliazione». Sì, dobbiamo cominciare con lo spogliare Cristo di tutti i paramenti occidentali di cui lo abbiamo rivestito. Saremo allora in grado di porre in atto un cambiamento analogo a quello che gli apostoli osarono compiere quando esentarono i cristiani dalla circoncisione, al primo Concilio di Gerusalemme. È tempo di prepararci a un Gerusalemme II!
Ma la via della kenosis è estremamente esigente. Superare convinzioni profondamente radicate comporta una rigorosa ascesi spirituale. Si rischia di perdere tutto. Per essere più esatti, la kenosis esige che ci si impegni a una revisione radicale della propria fede. A questo punto è importante fare una distinzione tra fede e credenza. Le credenze sono molte e spesso incompatibili. (Possiamo annotare en passant che, anche se esse sono incommensurabili – come il raggio di un cerchio e la sua circonferenza –, sono tuttavia in relazione reciproca, quindi si può stabilire tra loro un dialogo). In quanto alla fede, essa si situa al di là di queste incompatibilità perché non ha, propriamente parlando, un oggetto: è piuttosto un atto di adesione. Per diventare veramente liberi, dobbiamo sviluppare una fedeltà che non conosce limiti. Tuttavia, il rifiuto di assolutizzare le nostre credenze non implica affatto l’intenzione di assolutizzare i nostri dubbi! Fede e dubbio non sono incompatibili, come l’acqua e il fuoco. Fanno ambedue parte della vita.
c) Elaborare un metodo per il dialogo
A che tipo di dialogo sono quindi chiamati i monaci? Sarebbe bene ricordare il genere di dialogo in cui molte comunità monastiche sono già state coinvolte.
Prima di tutto, si deve accettare una conversione «senza se e senza ma», se si vuole davvero accogliere l’alterità dell’altro. L’altro non è solo another (uno dei tanti, un caso all’interno di una serie) ma an other, «un altro», qualcuno che è diverso, unico. Di questi tempi non possiamo pretendere di conoscere la nostra stessa religione, se non ne conosciamo un’altra. Come spesso si dice oggi, per essere religiosi bisogna essere interreligiosi. Le parole possono ingannare. Le traduzioni sono spesso approssimazioni, e i termini si evolvono nel corso della storia. L’insegnamento di Confucio sulla «politica delle parole» è valido ancora oggi. Sappiamo quanto spesso le nostre incomprensioni – peggio, le nostre caricature – abbiano sfigurato le altre religioni. La prima cosa da fare è rimediare a questa situazione, ed evitare ogni genere di distorsione. Se, da una parte, è evidente che dobbiamo studiare le altre religioni, è importante in particolare ricordare che l’essenza del dialogo è l’incontro tra persone. Per capire (under-stand) gli altri dobbiamo «stare al di sotto» (stand-under), ascoltando con umiltà. Un incontro ha luogo quando i partecipanti sono vulnerabili. Questi incontri portano all’amicizia. O più precisamente: senza contatti interpersonali amichevoli e fiduciosi, il dialogo non può nemmeno cominciare.
La caratteristica precipua del dialogo interreligioso tra monaci e monache è che esso è un «dialogo di esperienza». Ci si raduna in silenzio, si lavora insieme senza aspettarsi alcun profitto personale, ci si impegna nel dialogo intrareligioso – ogni forma di dialogo che non sia esclusivamente intellettuale è un’esperienza, un’esperienza comune. Sebbene non si dia mai un’esperienza pura e semplice, talvolta è possibile percepire una profonda comunione nel silenzio. Qual è il significato di queste esperienze? A un certo punto ci toccherà cercare di spiegarle, ma sappiamo che il nucleo di tali eventi non può essere espresso a parole. In breve, potremo dire che queste esperienze ci avvincono più strettamente gli uni agli altri. Questo tipo di dialogo richiede una specifica «metodologia», che però non è stata ancora messa a punto.
Infine, va aggiunto che per questo genere di dialogo occorre tempo, magari molti anni. Coloro che si sentono chiamati a lasciarsi più profondamente coinvolgere nell’opera del dialogo interreligioso, devono compiere una full immersion in un’altra religione. Per evitare che questa immersione si riduca a una forma di turismo spirituale – o peggio, a una forma di «inculturazione» colonialista – occorrerà almeno un anno. Non molti sono in grado di affrontare questo impegno. Ma evitiamo di cedere alla tirannia dei numeri. La Storia dimostra che un manipolo di pionieri può fare miracoli.
[…]
Raimon Panikkar
(Traduzione dallo spagnolo di Milena Carrara Pavan).
Gemme n° 98
“Ho voluto mostrare questo video perché questo è il mio sport anche se io riesco fare una piccola parte di quello che qui si vede. Si vedono pochi filmati in cui sono le ragazze ad essere protagoniste e ciò mi sprona a continuare e a portare a compimento quello che ho iniziato. Sento di non dovermi arrendere davanti agli ostacoli, non devo aggirarli: essi vanno affrontati insieme alle mie paure. Penso sia una disciplina che aiuti anche nel resto della vita: non si può far finta che gli ostacoli non ci siano. E uno degli aspetti che mi piacciono maggiormente è quello di far sembrare facili le cose difficili.” Così oggi A. (classe seconda) ci ha spiegato cosa significhi per lei il parkour.
Non ho potuto fare a meno di pensare ai tanti film che ho visto con Bruce Lee e Jackie Chan e credo che proprio una frase del primo renda bene la sensazione che provo guardando queste sequenze: “Siate come l’acqua che trova la propria via attraverso fessure. Non essere assertivo, ma regolati sull’oggetto, devi trovare un modo per circolare o attraversarlo. Se non si rimane con una forma rigida, le cose si riveleranno per come sono. Svuota la tua mente, sii informe, senza forma, come l’acqua. Se si mette l’acqua in una tazza, essa diventa la tazza. Metti l’acqua in una bottiglia e diventa la bottiglia. Mettila in una teiera e diventa la teiera. Ora, l’acqua può fluire o può bloccarsi. Sii acqua amico mio”.
Pensiero e ordine
Per qualche anno sono stato abbonato a Diogene Magazine, una rivista di filosofia applicata alla vita quotidiana. L’altroieri è apparsa una copia in aula insegnanti e ho letto il bell’editoriale di Mario Trombino che qui riporto. Consiglio di visitare il sito e pure l’abbonamento annuale che agli studenti costa solo 10 € (quattro numeri)…
“Se pensare è calcolare, quella branca di ricerche che oggi va sotto il nome di intelligenza artificiale riuscirà nel suo intento: far pensare enti progettati e costruiti dall’uomo, che non sono l’uomo. In effetti i computer già oggi sono in grado di svolgere operazioni che simulano il pensiero umano e lo superano per velocità e precisione. Queste operazioni sono frammenti del pensiero, importanti, ma frammenti: operazioni matematiche di ogni tipo, gestione di testi, immagini, connessioni di reti, e tanto altro, come ognuno di noi ben sa. E comunque simulano il pensiero, nel senso che la coscienza è un’altra cosa rispetto alle operazioni di quella che rimane una macchina. I computer fanno il loro mestiere: calcolano. E lo fanno molto bene, su svariati fronti lo fanno molto meglio di noi (e questa non è l’ultima delle ragioni per cui li usiamo).
Tuttavia è davvero solo questo il pensiero? Se si tratta di calcolare, è indubbio che il pensiero sia uno strumento eccellente, per quanto limitato sia, e l’aiuto delle macchine estende un po’ questi limiti. Vorrei fare due esempi.
Primo esempio. Ieri con due colleghi andavamo in macchina alla Biblioteca Ariostea che è in centro a Ferrara, convinti di sapere la strada abbiamo calcolato il percorso, ci siamo persi, abbiamo chiesto aiuto a due vigili, che hanno con difficoltà calcolato a loro volta il percorso (la difficoltà nasceva dal fatto che eravamo riusciti a sbagliar tutto e a infilarci in zone di difficile movimento in macchina, tra sensi unici e ZTL), abbiamo sbagliato di nuovo i nostri calcoli, ci siamo arresi e abbiamo acceso il navigatore. Tre minuto dopo eravamo sotto l’Ariostea. Se pensare è calcolare, il navigatore (che al contrario di noi è parte di una rete che comprende cose complicatissime come satelliti e molto altro) si è rivelato più bravo si noi.
Secondo esempio. Se pensare è calcolare, per uccidere un uomo o un bambino in guerra occorre calcolare per bene le proprie forza e pensare ad una strategia, supportata da tattiche vincenti. E’ indubbio che anche in questo caso un drone intelligente o un missile a sua volta intelligente fa meglio di noi: sono macchine che uccidono senza esporci a pericoli, calcolano molto meglio le traiettorie, e se pensare è calcolare pensano quindi meglio di noi. In guerra poi si possono usare i media in tanti modi, come le recenti esperienze ci hanno ricordato, e i media sono supportati da macchine. Tecnologie vincenti per veicolare pensieri – pensieri calcolati per quelle tecnologie.
Parliamone.
Pensare è calcolare? Non c’è dubbio che pensando calcoliamo molto, e il calcolo è parte del pensiero. E da questo punto di vista forse un missile intelligente è davvero intelligente. Ma è anche intelligente l’uomo che ne ordina il lancio? E intendo: il suo pensiero è ordinato?
Cartesio dà questa definizione di pensiero (è una definizione a cui sono molto affezionato, la propongo volentieri ai lettori di Diogene Magazine, nella lingua in cui Cartesio l’ha pensata e scritta, la traduco dopo): «Mais qu’est-ce donc que je suis? Une chose qui pense. Qu’est-ce qu’une chose qui pense? C’est-à-dire une chose qui doute,qui conçoit, qui affirme, qui nie, qui veut, qui ne veut pas, qui imagine aussi, et qui sent». “E dunque,cos’è che sono? Una cosa che pensa. E che cos’è una cosa che pensa? E’ una cosa che dubita, che elabora concetti, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, e anche che immagina, e che sente”. Chiedo scusa per il richiamo al francese, ma non volevo che ci fossero dubbi: Cartesio dice che io sono una cosa qui sente, e sentire è parte integrante del mio essere una cosa pensante.
Un pensiero ordinato è il pensiero di un uomo che fa ordinatamente non una sola, ma tutte le cose indicate da Cartesio. E le unifica nell’atto del pensare. E le bilancia, altrimenti l’ordine non c’è. Ad esempio, a voi sembra che chi ordina il lancio di un missile intelligente abbia immaginato e sentito quel che sente un bambino che lo vede scoppiare e vede morire intorno a sé i suoi?
Se non lo ha fatto, poiché questo è parte del tutto prevedibile della realtà, il suo è pensiero ordinato?
Io sto dalla parte di Cartesio e dico che non è ordinato. Cartesio, e dopo e prima di lui molti altri filosofi, ha insegnato come fare a pensare con ordine. E’ difficile? Sì. E’ possibile? Yes, we can. Oh, scusate, Cartesio è francese: Oui, nous pouvons.”
Gemme n° 85
“Propongo una delle canzoni che più mi affascinano per il tema che tratta : il suicidio della razza umana. Mi interessa molto il video, zeppo di scritte che riportano dati e con alcune citazioni di poeti, scrittori, scienziati… Una di quelle che più mi ha colpito è in apertura: “la razza umana si estinguerà per civilizzazione” di Ralph Waldo Emerson. Se civilizzazione significa portare cemento e inquinamento là dove esistono foreste concordo pienamente”. Questo è stato il modo con cui F. (classe quarta) ha presentato il video di Serj Tankian, cantante dei System of a down, dal titolo emblematico “Harakiri”.
“Un’altra frase che mi ha colpito è quella di Jean Paul Sartre: “L’uomo è pienamente responsabile della propria natura e delle proprie scelte”. Si può ferire anche con le parole non solo con i fatti.
In apertura il testo dice: “Siamo il branco ingrigito, ci feriamo a vicenda con le nostre vite” a dire che l’unico pericolo per l’uomo è l’uomo stesso. L’accusa è esplicita: “Il futuro vedrà la storia come un crimine”. In fondo, penso sia quello che abbiamo fatto e stiamo facendo alla terra.”
Nel video compare un indiano con una lacrima a rigargli il volto. In classe ho letto una frase con cui avrei voluto commentare il video di F., ma avendola già pubblicata qui sul blog, ne metto un’altra che è un proverbio navajo: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. E il poliedrico Andy Warhol ha affermato: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.
Gemme n° 81
“Ho scelto questa canzone perché mi ha fatto riflettere molto sull’importanza della famiglia e della relazione tra genitore e figlio e o capito che, anche se apparteniamo a due mondi differenti e magari noi ci sentiamo incompresi e soli, dobbiamo ritenerci fortunati ad avere persone come loro che ci aiutano ad affrontare la vita proteggendoci, come dice la canzone, dalle nostre paure, dai turbamenti e dalle ingiustizie e ci sostengono nei dolori e nei fallimenti.”
E’ così che S. (classe seconda) ha presentato e poi commentato “La cura” di Franco Battiato. Personalmente uno degli aspetti che più mi piace di questo brano è quello del sollevamento-sollievo, parole che hanno la stessa etimologia e che fanno riferimento alla dinamica dell’innalzamento a cui mi pare corrisponda il verso “Supererò le correnti gravitazionali”. Quello di allontanarsi verso l’alto dalle vicende terrene, anche solo per osservarle da lontano per valutarle meglio, è un tema molto caro a Battiato e a molti uomini spirituali. Afferma Richard Bach ne “Il gabbiano Jonathan Livingston”: “Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano”.
Aspettando Patti Smith
Premessa: la prossima settimana nella scuola in cui insegno ci sarà un incontro con Patti Smith (abbiamo un indirizzo musicale). Oggi alle 12.00 una delle mie quinte mi ha chiesto: “Prof, ci permette di andare? Ci accompagna la prof. di tedesco!”.
E’ stato lì che ho deciso di mandare a monte la lezione sulla globalizzazione che avevo preparato e di cogliere l’occasione per leggere un mio breve post di due anni fa e soprattutto un articolo di Max Granieri del 2012 dal titolo “Patti Smith: la sgraziata forma del rock”. Lo riporto qui integralmente:
“La mia missione è comunicare, svegliare la gente. E’ dare la mia energia e accogliere la loro. Siamo tutti coinvolti e io parteciperò emotivamente, in quanto lavoratrice, madre, artista, essere umano, con una voce. Abbiamo tutti una voce, abbiamo la responsabilità di esercitarla, di usarla”. E’ il manifesto musicale e politico di Patti Smith, poetessa del punk rock newyorkese, affisso nel film Dream of Life di Steven Sebring, edito da Feltrinelli. Le sue liriche sono segnate da un primordiale istinto alla sopravvivenza morale e civile.
Una mostra visitata a Liverpool qualche anno fa, dedicata alle influenze sociali del punk britannico nell’era di Margaret Thatcher (primo ministro inglese dal 1979 al 1990), fece traslalire di gioia. Pensai, allora: “Qualcosa di buono hanno combinato i punker…”. In realtà, fu Patti Smith a sdoganare il punk dal bluff dei Sex Pistols e dal snobismo dei primi Police, a vestirlo d’uno status intellettuale che lo avvicinasse al blues e al jazz. Merito dei suoi continui riferimenti letterali nei testi, quella poesia urlata in faccia ai potenti, voce di tutte le comunità ai margini, calpestate nei loro più elementari diritti. Lei incarna la protesta e la rabbia del punk, una voce sgraziata che grida nel deserto del mondo.
In “Dream of life”, Patti apre la porta di casa per fare entrare più gente possibile, incurante della presenza dello spettatore nelle sue stanze, dove canta e sogna, recitando a memoria versi di poeti. Canticchia un brano di Fabrizio De Andrè, “Amore che vieni Amore che vai”. Il filmato è privo di una storia. Ci si aspetta di vedere John Cale (produttore sapiente della Smith), un parallelismo con Jim Morrison, qualche riferimento alla collaborazione con Jeff Buckley (prestò la voce in Beneath The Southern Cross e suonò in Fireflies, canzoni dell’album Gone Again). Nulla di tutto ciò.
Il disordine regna nella sua abitazione, come nella visione del film. Patti Smith vuole un contatto immediato con chi la guarda, specie se parte di una nuova generazione, la sola capace di sollevare il mondo e cambiarlo. Lo fa intendere, citando Walt Whitman: “Giovane poeta che tra cent’anni vivrai, io scrivo per te. Sto pensando a te mentre osservo questo fiume, sto pensando a te, giovane poeta non ancora nato, mentre osservo il cielo”. Un riferimento importante è lo scrittore Allen Ginsber, esponente della Beat Generation, oltre a William Burroughs e Bob Dylan. Nell’album Peace & Noise, c’è Spell, versi in musica di un poema assai discusso di Ginsberg, “Howl” (L’urlo). Il brano chiude il dvd, con Patti Smith che cammina per le strade della città santa, Gerusalemme:
Il mondo è santo, l’anima è santa
La pelle è santa
Tutto è santo, tutti sono santi…
Ogni giorno è un’eternità
Ogni uomo è un angelo…
Il pazzo è santo, come tu, anima mia, lo sei
La poesia è santa, gli ascoltatori sono santi
San Pietro, San Allen, San Salomone, San Lucien,
San Kerouac, San Huncke, San Burroughs, San Cassidy
Santi gli sconosciuti dannati, i mendicanti dolenti
Santi gli orribili angeli della terra…
Appare insieme a Sam Shepard, suo vecchio amico, celebre drammaturgo e attore americano (coautore con Dylan di Brownsville Girl). Patti Smith siede su un piccolo baule del sedicesimo secolo. Dietro, una statua del bambino Gesù. Sul muro una foto di Gandhi e un santino più piccolo, l’immagine della Sacra Sindone. Simboli di un misticismo tangibile e familiare all’artista, visibile non solo nell’arredamento spartano. La poesia di Patti Smith è figlia dell’esperienza religiosa: c’è la dannazione, la catarsi e la redenzione, la tensione verso Cristo, Buddha e Arthur Rimbaud.
Prima di diventare un filmato (forse il modo migliore per definire il dvd), “Dream of life” è stato un disco. E’ il 1988, anno del ritorno sulle scene, dopo un lungo periodo di silenzio. Riesplode la rabbia di Horses, il suo primo album, ma in maniera più matura e controllata. Pesa ancora la morte del marito Fred Sonic Smith, del fratello Tod, la scomparsa di altri suoi collaboratori, il musicista Richard Sohl e il fotografo Robert Mapplethorpe, cui dedicherà una raccolta di poemi intitolata “The Coral Sea”. I primi minuti del dvd sono un elogio funebre a chi non c’è più nella sua vita. Lo aveva già fatto in Wave, album che commemora il marito, lui che riuscì a dare un’anima musicale alle sue parole. Gli insegnò a suonare la chitarra, il tempo di imparare pochi accordi, appena cinque. Per poi accompagnarlo fino al cancello del paradiso e cantargli in Frederik:
Hi hello
Wake from thy sleep
God has given your soul to keep
all of the power that burns in the flame
ignites the light in a single name…
Il messaggio del film (ostiniamoci a definirlo così) è comunque positivo: “fantastico essere vivi”. Lo dichiara la stessa Smith durante la presentazione alla stampa italiana del dvd, lo scorso febbraio, in una libreria a Roma. “Il film nasce dopo alcuni lutti in famiglia e tra amici. Dovevo andare avanti. Continuare a badare ai miei bambini. Creare. Comunicare alla gente”. “Il messaggio è che non importa quanto soffri, devi essere felice perché vivi e sopravvivi”. Una vera resurrezione, dopo un lungo Venerdì Santo.
C’è un album che testimonia la rinascita di Patti Smith: Easter (Pasqua). Insieme al successivo Wave, segna la fine di anni orribili, causati dalla morte e dal pessimismo delle precedenti produzioni, specie Radio Ethiopia.
Dischi che cantano un rinnovamento umano e spirituale fondato sul cristianesimo cattolico. Patti rimane affascinata da Giovanni Paolo I, dalle sue uscite pubbliche, dal suo sorriso, da un’affermazione attribuita al Pontefice: “Per me la musica è una riconciliazione con Dio”. Quell’espressione – racchiusa in una foto all’interno del disco “Wave” – scioglie il cuore di Patti Smith, figlia di una testimone di geova. Lei così confusa e lontana dal trascendente, senza più un marito da amare, ma con Gesù che si trasfigura in Albino Luciani.
A lui scrive, in una nota di copertina: “Caro Papa, è passato molto tempo da quando ci parlammo. Qui è come una triste bicicletta, passata da queste parti. Il mattino è la ruota, in qualche modo dobbiamo farla girare! E mentre gira, quando dobbiamo fermarla?”. E’ grata al Papa per quanto offerto nel suo breve pontificato, maliconica perché costretta a sopportare il vuoto di un’assenza, ancora una volta.
In “Easter” si sentono le campane suonare in segno di festa, quelle che scandiscono la domenica di resurrezione. E’ ormai lontano quel grido blasfemico cantato in Gloria (album Horses, cover di Van Morrison): “Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei. I miei peccati sono solo miei: mi appartengono”.
“Jesus died for somebody’s sins, but not mine”
Nelle note di copertina, cita San Paolo apostolo: “I have fought a good fight, I have finished my course…” (2 Timoteo 4,7). La morte torna d’attualità nei testi di Patti Smith. Per risorgere, bisogna prima patire e morire. Passaggi obbligati, e lo scrive nel testo di “Easter”:
Recintando difendendo le lenzuola di carne
avvolgendo e legando e poi il riposo.
Secondi di attesa in attesa del dolore
lamentando, esalando. Passato attraverso la stranezza.
La morte è una danza. Un ballo.
Un guanto, un’estensione di totale abbandono nell’amore.
Privilege è la canzone simbolo del principio cristiano della sua resurrezione, ispirata al Salmo 22: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare…
Patti Smith proclama la prima parte del salmo in modo solenne:
The Lord is my shepherd
I shall not want
He maketh me to lie down in green pastures
He leadeth me beside the still waters
He restoreth my soul
He leadeth me through the path of righteousness for His name’s sake
Yea, though I walk through the valley of the shadow of death,
I will fear no evil, for Thou art with me
Trasforma il palcoscenico in un’aula liturgica, da vera sacerdotessa del rock. Il brano trasuda speranza e liberazione e si conclude con la seconda parte del salmo 22:
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.
Patti Smith continua a stare lì sopra, su ogni palco del mondo, con una gran voglia di combattere per sè e per gli altri. Alza la voce, prega, piange, sputa – nel senso letterale del termine! L’energia, la forza del suo messaggio si estende ai giovani. “Il rock è la voce artistica delle nuove generazioni” sentenzia in “Dream of Life”. “Che si sollevino le nuove generazioni. Sollevatevi, occupate le strade. Credete al cambiamento, il mondo è vostro” tuona in un comizio pubblico, durante una manifestazione anti militarista.
Una pasionaria, l’ultimo baluardo di un movimento musicale che ha regalato al mondo il sogno di un cambiamento radicale, d’una rivoluzione sociale che tarda a realizzarsi. In Memento Mori (album “Piece & Noice”), Patti Smith canta la caducità dell’uomo, la sua fine carnale. Canzone nata dalla visione di un teschio posto alla base di un crocifisso, esposto in una chiesa romana, con su scritto: “Ricordati che devi morire”. Nella tradizione monastica si ripeteva spesso per ricordare gli uni agli altri il senso della vita e l’apertura all’eternità, dopo la morte. Per Patti Smith una cosa non morirà mai, più dell’anima e del corpo: la poesia. Sopravviverà alle leggi del tempo e dello spazio, legando in terra ciò che è di lassù. Un modo punk di continuarsi nella posterità, lasciando traccia di sè ovunque, scrivendo.
Lei è una sognatrice. Con l’illusione del rock e la forza della poesia, il desiderio di Patti è una civiltà più giusta, rispettosa delle differenze, come è scritto nel libro del profeta Isaia (11,6):
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
Patti Smith ci sarà sempre, a ricordare ad ognuno che abbiamo il potere di cambiare il mondo. Il potere di sognare e di essere felici. Insieme.
Dove c’erano deserti
ho visto fontane
come crema le acque si ergevano
e noi passeggiavamo lì insieme
senza niente da deridere o criticare
e il leopardo e l’agnello
dormono insieme veramente vicini
Stavo sperando, nelle mie speranze,
di richiamare ciò che avevo trovato
Stavo sognando nei miei sogni… Dio sa
Una vista più pura
mentre mi abbandono al mio sonno
Ti affido i miei sogni
Il popolo ha il potere… Noi abbiamo il potere
Gemme n° 66
Un libro di Herman Hesse è stato portato in aula da T. (classe quarta): “Narciso e Boccadoro”. “Ce l’aveva consigliato in estate la prof. Ero riluttante perché avevo i miei libri da leggere; poi a fine estate ho ceduto e ho scoperto un libro fantastico, che fa apprezzare il bello della vita, un bello legato alla spiritualità. Mi ha avvicinato anche alle arti figurative. Parla di donne, di amore. E’ scritto in un modo particolare, come se fosse distaccato dalla realtà, dai problemi, e questo mi mette serenità.”
Riporto due citazioni che amo particolarmente:
Le montagne di K
Se una persona ama la montagna e la natura, le rispetta, e cerca e trova in esse tracce di trascendenza, e se ama anche il fumetto, allora il volume “K”, scritto da Shiro Tosaki e disegnato da Jiro Taniguchi, è molto interessante, soprattutto se ha affinità con la spiritualità orientale. “K dice di riuscire a comprendere il cuore delle persone dalla montagna… da come la parte più intima dell’animo recepisce il rispetto e il timore per la natura! K agisce in armonia con i grandi cicli divini… non ha mai fretta! Aspetta di diventare una cosa sola con la volontà divina… Nell’immensità del cielo echeggia una voce diversa da quella che gli esseri umani conoscono!”
Gemme n° 61
“Lettera a mio figlio sulla felicità” di Sergio Bambarén (2010) è il libro che C. (classe quinta) ha portato in classe. “E’ un regalo di mia mamma di 2 anni fa. L’ho riletto; è un padre che scrive una lettera sulla felicità, sul modo di vivere, al figlio Daniel intervallandola con racconti della sua vita personale. Leggo alcune frasi importanti anche per la mia vita: sono le cose che ci aiutano a vivere meglio. Le ho prese dalla lettera e non dalle esperienze del padre.” Ed ecco le pagine del libro:
“Sono persuaso, come lo ero da bambino, che il segreto di un’esistenza felice e realizzata dipenda dalla direzione che si sceglie. E la chiave, figlio mio, è imboccare la tua strada, nessun’altra, solo quella che ti detta direttamente il cuore.
Infatti, soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano, soltanto chi segue il proprio cammino ha la possibilità di vivere una vita basata sull’autenticità, l’amore, l’armonia. Soltanto chi cammina al cammino della propria musica è davvero libero.
Perciò non seguire il sentiero tracciato da qualcun altro; piuttosto va’ dove una strada ancora non c’è e lascia la tua scia: se cadi, rialzati, affronta le avversità e trova sempre il coraggio di proseguire. Fai della tua esistenza qualcosa di spettacolare!
Si vive una volta sola, ma se percorrerai la strada che appartiene a te e a te soltanto, una volta giunto al termine del viaggio avrai la sensazione di aver vissuto mille vite.
La vita è meravigliosa, non importa che cosa ti diranno gli altri. Non dimenticare che la bellezza è negli occhi di chi guarda, sempre.” (pagg. 51-52)
“Poi passiamo a credere che la felicità arriverà quando noi o il nostro partner guadagneremo di più. Quando avremo i soldi per comperare una macchina più grande, quando potremo andare in vacanza, quando otterremo una posizione migliore in azienda, quando finalmente butteremo giù quei chili di troppo attorno al giro vita, quando andremo in pensione… E potrei andare avanti a oltranza.
La verità, Daniel, a mio modesto parere, è che non c’è momento migliore per essere felici di adesso, qui e ora.
Quando altrimenti? La vita sarà sempre piena di nuove sfide, di infinite posticipazioni. Tanto vale ammetterlo e convincersi che – lo ripeto – il momento per essere felici è semplicemente quello presente. Non illudiamoci che ci siano un domani o una strada da percorrere fino in fondo per raggiungere la felicità! La felicità e la strada per conquistarla iniziamo a costruirle a partire da questo istante, attimo dopo attimo. Perciò dai sempre valore al presente, mio piccolo Daniel, e non dimenticare mai che il tempo non aspetta nessuno.
Negli anni a venire, non rimandare in attesa di finire la scuola, di innamorarti, di trovare un buon lavoro, di sposarti, se è ciò che vuoi, o di avere dei bambini… Perché un giorno i figli lasceranno il nido ed il tuo matrimonio potrebbe finire. Non abituarti ad aspettare un venerdì sera, un sabato mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno … Ma soprattutto non aspettare di avere esaurito il tuo tempo per capire che non c’è momento migliore per essere felice di questo! Non mi stancherò mai di ribadirlo: la felicità non si trova una volta tagliato il traguardo, ma proprio sulla strada che stai percorrendo, lungo il sentiero per raggiungere i sogni che hai deciso di inseguire.
Tanto tempo fa ho letto da qualche parte queste parole. Mi auguro che siano per te un promemoria prezioso:
Lavora come se non ti servisse denaro,
ama come se non avessi mai dovuto soffrire,
e balla come se nessuno ti stesse guardando.
Questa è la vita!” (pagg. 56-58)
Le parole di Bambarén sono talmente pregne e cariche di significato che riesco solo a trovare una canzone che canti l’incredibilità della vita:
Gemme n° 58
Sono scorse le immagini di una delle scene più famose de “La vita è bella” di Roberto Benigni nella classe quarta grazie alla scelta di M. “E’ una delle scene che mi è rimasta più impressa. Mi ha colpito il film, apprezzo Benigni che riesce a trattare argomenti pesanti in modo leggero. Emerge l’amore del padre per il figlio in una situazione tragica, riesce a fargli vivere tutto come un gioco: penso sia una delle cose più difficili dell’essere genitore”.
Eugène Ionesco, in “Note e contronote”, scrive: “Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a sé stessi) c’è il campo di concentramento.” Sembra di essere all’opposto di film come “La vita è bella” o “Train de vie”. E allora viene in mente un’altra citazione di Herman Hesse, presa da “Il lupo della steppa”: “Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non si fosse in rinuncia: tutte queste esperienze di un’altra saggezza di vita si possono realizzare solo con l’umorismo”.
Gemme n° 55
I Coldplay sono stati portati in classe da M. (classe terza). “Siamo adolescenti, ci stiamo affacciando all’essere adulti e le sofferenze iniziano: ci sono momenti in cui ci sentiamo giù. Questa canzone l’ho sentita moltissimo e ogni volta che sono giù è l’unica canzone in grado di tirarmi su. Il titolo sembra non c’entrare nulla col testo, sembra allegorico. Mentre la ascoltiamo, proviamo a pensare a qualcuno o a qualcosa che ci faccia dire “viva la vita”. Viviamo di queste cose, di questi ricordi.”
Parto da lontano per arrivare a una canzone che mi fa dire “viva la vita”. C’è un personaggio biblico che deve affrontare un viaggio nella profonda solitudine esistenziale, una di quelle che fanno più male, perché è la condizione dell’abbandonato, o meglio, di colui che è divenuto merce di scambio: e la cosa che crea più dolore è che il commercio è stato organizzato da chi dovrebbe esserti più vicino, in quanto legato a te dal sangue. Mi sto riferendo a Giuseppe, il figlio di Giacobbe, venduto a dei mercanti ismaeliti dai suoi fratelli.
C’è una canzone dello svedese Avicii che nelle prime due strofe si adatta bene alla condizione di Giuseppe. Il brano è “Wake me up” (2013) e le parole sono: “Sento la mia strada nell’oscurità, guidato da un cuore che batte, non so dove il viaggio si concluderà ma so da dove iniziare”. E continua con quello che voglio leggere come un accenno alle invidie e gelosie dei fratelli di Giuseppe nei confronti della benevolenza del padre verso il figlio di Rachele e la sua capacità di sognare e interpretare i sogni: “Hey! Loro mi dicono che sono troppo giovane per capire, dicono che sono rinchiuso in un sogno. La mia vita mi passa davanti se non apro gli occhi, a me va bene così”.
Ascoltare i sogni delle persone e con essi leggere il futuro: questo dono, che poi diventa l’ancora di salvezza per Giuseppe, all’inizio è un regalo scomodo. Ho già scritto che è uno dei motivi di odio dei fratelli; immagino anche che non sia stato facile per lui riferire al capo dei panettieri del faraone la sua triste sorte. Dai tre canestri di pane bianco che tiene sulla testa e che vengono divorati dagli uccelli, Giuseppe deduce, di lì a tre giorni, l’impiccagione dell’uomo e la lacerazione delle sue carni da parte dei volatili… Provo a vestire gli abiti di Giuseppe e penso che non è facile, che vien voglia di non dormire più per evitare quei sogni, che vorrei non dover chiudere gli occhi quando viene sera, che desidererei restituire gentilmente quel dono (un po’ come i precog del film “Minority report” che abbiamo visto in classe). Ma sento anche che se questo è il Suo disegno un motivo deve esserci, e che forse anche io, prima o poi, scoprirò il senso di questo essere qui in Egitto, lontano da mio padre e mia madre, forse anche io capirò il significato del mio viaggio, forse anche io saprò chi sono. Ancora Avicii: “Svegliami quando sarà tutto finito, quando sarò saggio e vecchio… Vorrei rimanere giovane per sempre, non temo di chiudere i miei occhi. La vita è un gioco fatto per tutti e l’amore è il premio. Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso e non sapevo che mi ero perso”.
Gemme n° 54
La sequenza de “L’attimo fuggente” che E. (classe seconda) ha scelto di proporre alla classe è una delle più famose del film: “In questa scena del film si dice di cogliere il momento, di non aspettare troppo tempo, di essere anche un po’ impulsivi per afferrare ciò che si vuole”.
Stacco un po’, cogliendo solo un aspetto del “cogliere il momento”: ci sono volte in cui la propria decisione di prendere il treno che sta passando possa essere giusta. Può capitare però che ad essere sbagliato sia il treno su cui si è saliti… E’ quello che mi è venuto in mente ascoltando la recente “Magnifico” in cui Fedez si è fatto accompagnare da Francesca Michielin (lasciando perdere il video decisamente banale, a mio avviso): “Sorridi quando piove, sei triste quando c’è il sole, devi smetterla di piangere fuori stagione. Dai proviamo e poi vediamo che succede, per ogni mia parte che ti vuole, c’è un’altra che retrocede… Quante volte ad un “Ti Amo” hai risposto “No, non posso”, hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso. Parliamo allo stesso modo ma con diversi argomenti, siamo nello stesso hotel ma con due viste differenti.” E quindi? Desistere? Continua Fedez: “L’amore è un punto di arrivo, una conquista. Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista. Anche se poi tutto è magnifico”.
Gemme n° 50
“Con la mia gemma desidero affrontare un tema serio in modo leggero”. Così B. (classe quarta) ha voluto presentare la sua gemma, un’intervista a Jim Carrey al David Letterman Show (fino al min. 4,30).
“Anche io penso che il paradiso sia qua, ma credo che vada cercato e costruito, attraverso il modo in cui si affrontano le cose. Si possono creare situazioni in cui c’è il paradiso. In estate ho avuto un brutto litigio con una carissima amica, e in conseguenza di quello ci siamo staccate a lungo. Tre settimane fa, ho deciso di vivere il mio paradiso, sono andata da lei e l’ho solo abbracciata: abbiamo iniziato a tremare e a ridere, era come se fossimo in paradiso. Non serve aspettare per arrivare in paradiso”.
Mi sono venuti in mente la sequenza finale di Una settimana da Dio e un racconto:
“Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. “Monaco”, gli disse “insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!”.
Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: “Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto.”
Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco.
“Questo è l’inferno”, mormorò il monaco.
Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace.
“E questo è il paradiso”, mormorò il monaco.”
(Bruno Ferrero, L’importante è la rosa)
Gemme n° 42
Si è avvicinata alla cattedra con due libri e una scheda sd F. (classe terza). “Nella scheda ci sono le parole di spiegazione della gemma che può mettere sul blog; qui in classe sarò molto più breve”. Ha mostrato alla classe due libri di Alessandro Baricco Oceanomare e Castelli di Rabbia: “In realtà le due cose che avrei voluto portare erano altre, ma erano intrasportabili in classe. Una è il mare l’altra è il treno”. Ecco il motivo:
“Trovo molto difficile dover scegliere le gemme più belle tra tutte. Se qualcuno mi dicesse così, immediatamente, “ma le prime che ti vengono in mente proprio, dimmi quelle!”, allora penso che risponderei due cose, che sono molto diverse tra loro: il mare, i treni.
Il mare, quello che unisce le terre e le separa, che mangia le navi, «Il mare che raccoglie e disperde vite», dice Baricco. Nel mare, per me, c’è la risposta alla vita. Io la chiamo così, una risposta, anche se forse potrei capire qualora qualcuno mi facesse notare che non è esatto definirla così. Dico solo che se c’è un luogo al quale i problemi dell’esistenza non possono avvicinarsi, quello è il mare. Solo nel mare. Sott’acqua ma anche seduti in riva, tra le onde o nel suo rumore, nelle sue curve e nella sua fine, che non finisce mai.
Una cosa così importante, quando la si scopre, bisogna tenersela stretta poi. Ho letto un libro, I pesci non chiudono gli occhi e ho trovato una frase per la quale sono d’accordo in tutto e per tutto con De Luca:
«Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.»
È così. Dal mare non ci si aspetta mai niente eppure ciò che regala, insegna, è così prezioso che sono sicura sia impossibile lasciarlo cadere nell’oblio. Ma che ne sappiamo noi del valore di tutto questo? Non ne sappiamo abbastanza da apprezzarlo, di certo, quindi per tutti il mare è sì bello ma è solo… bello. Forse non lo è nemmeno tutto l’anno, forse solo d’estate, forse d’estate è bello solo quando è calmo, quando non pretende che tu stia lì ad ascoltarlo, a sentire i suoi problemi. Ma cos’è il mare. È un infinito di vita. il mare è vivo. È la mia cura ve lo assicuro.
«Dentro il mare. C’era da non crederlo. L’appestato e putrido mare, ricettacolo di orrori, e antropofago mostro abissale – antico e pagano – da sempre temuto e adesso, d’improvviso, ti invitano, come una passeggiata, ti ordinano, perché è una cura, ti spingono con implacabile cortesia dentro il mare.»
Baricco dice, perché ti ci mandano, al mare? È un mostro, fa orrori, ma ti ci mandano. Allora io ho scoperto perché il mare è una cura. Non lo dirò in questa gemma per due motivi: il primo è che è senza dubbio troppo, troppo lungo da spiegare, il secondo è per il fatto che se mai qualcuno dovesse leggere tutto ciò e volesse provare il mare al posto delle gocce che si prendono in farmacia perché si è troppo stressati, se mai voleste farlo di scoprire perché il mare è una cura, fatelo da soli. Tanto ognuno troverà un aspetto diverso che amerà più di qualche altro in un particolare.
Questo è quanto, e non mi stancherei mai di correre in riva durante una notte di forte pioggia e meglio ancora se arrivasse anche il temporale a fare compagnia a me e al mare.
La mia seconda gemma, seconda ma non meno importante, sono i treni e non solo loro. Le stazioni e le rotaie anche,
ma i treni.
Da piccola chiedevo sempre a mia madre di andare a vedere i treni. Dai mamma, andiamo a vedere treni. Spaventosa. C’è da preoccuparsi quando una bambina non ha altro per la testa che andare a vedere i treni, e c’è da preoccuparsi quando tutta quella velocità con la quale viaggiano non la spaventa, ma anzi la meraviglia ancora e ancora di più ogni volta. In realtà il loro fascino, il fascino dei treni, è dato dalla loro utilità, dal loro fine. Loro ti portano, dove tu vuoi, mangiano le distanze come se non avessero un briciolo di paura, e io ho sempre avuto paura delle distanze. In realtà io ho paura di molte cose, ma le distanze sono brutte e non si può capire se non si prova. Allora era successo che mi ero innamorata di quelle macchine coraggiose che erano le mie eroine e poi, crescendo, mi ero un po’ allontanata dal mio mito e dalla storia della paura e della lontananza. È da poco, a dire il vero, che i treni sono una gemma, che lo sono di nuovo, voglio dire, e questi mi rendono una sognatrice. Ecco, questo è il motivo di tutto, io sogno tanto grazie ai treni. Ma ve le immaginate, le rotaie, nel loro corso, sempre insieme eppure mai veramente vicine, mai lo saranno, più vicine di così, che potrebbero amarsi alla follia ma lo sanno che il loro destino è quello. Grazie a loro mille ragazzi scappano, mille persone raggiungono i loro amori della vita, mille altre si appoggiano su di esse, due rette parallele, perpendicolarmente ad esse, e aspettano di morire, o di vivere forse. Ma loro non ci possono fare niente, più di farti compagnia e avvisarti, con quelle vibrazioni e subito quei suoni striduli, che arriva il treno. Tanto sono importanti, per me, le stazioni. Di notte soprattutto. Dio, quanto sono belle.
Alcuni frammenti del libro Castelli di rabbia che potrei aver scritto io:
«Meno facile da capire era perché lui, di tanto in tanto, partisse. Non c’era mai una vera, plausibile ragione perché lo facesse, né una stagione o un giorno o una circostanza particolari. Lui, semplicemente, partiva.»
Qui si parla di un uomo che prende il treno quando decide che deve partire. E non si sa dove vada o quanto tempo stia o altro. Io sono come quest’uomo, cioè parto a volte, e non so neanche dove mi piacerebbe andare, ma solo l’idea di salire su un treno e aspettare di arrivare, in silenzio…
«Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura […]»
E penso che questa frase si commenti da sola.”
Benedetto il momento in cui ho avuto l’idea di fare questa cosa delle gemme! Grazie alle gemme che portate mi è più facile capire le gemme che siete. Suggerisco una citazione e una foto di qualche anno fa: “In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno che valga tutta quell’acqua d’attraversare” (A. D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, pag. 180).
Gemme n° 38
“Ho portato come gemma la versione unplugged di Come as you are dei Nirvana. E’ il mio pezzo preferito, anche se un po’ malinconico e anche se il testo è un po confuso. Mi piace il concetto di essere quello che si è”. Questa è stata la presentazione di J. (classe terza). In effetti, bisogna ammettere che i testi dei Nirvana non sono sempre lineari e di immediata comprensione; lo stesso Kurt Cobain non spiegava sempre i testi delle canzoni, lasciando l’interpretazione agli ascoltatori. E sono testi che a volte entrano proprio in contraddizione: prendiamo l’abbrivio di questo. “Vieni come sei, come eri… Come voglio che tu sia… Prenditi tutto il tempo, fai in fretta”. C’è di che impazzire a capire quale sia la cosa giusta da fare. Ma forse è proprio in questo il senso: mostrati per quello che sei, senza curarti di cercare di essere qualcuno per gli altri.
Gemme n° 37
Una gemma letteraria quella presentata da V. (classe quarta). Ha proposto il libro “Se ti abbraccio non aver paura”. “Il libro racconta la storia del viaggio intrapreso da un ragazzo autistico insieme al padre. Leggendolo sono tornata ai tempi dell’asilo, quando nella mia sezione c’era un bimbo autistico, che spesso veniva lasciato solo perché aveva uno strano comportamento. Col libro ho chiarito dei dubbi che erano rimasti e soprattutto ho acquisito una visione diversa delle cose”.
Ne avevo già scritto sul blog qui
Ora pubblico questo video come ulteriore contributo alla riflessione:
Gemme n° 35
“Ho portato questa poesia di Madre Teresa perché penso possa aiutare nei momenti bui in cui si fa fatica a cogliere il senso della vita: la vita va assaporata in ogni suo momento. Sono parole che mi tirano su e mi fanno riflettere”. Con queste parole S. (classe seconda) ha presentato “Vivi la vita”:
“La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.”
Mi è venuto in mente questo racconto riportato da Anthony De Mello:
“Un giovane era inseguito da una tigre. Arrivato al bordo di un precipizio, iniziò a scivolare, ma riuscì ad aggrapparsi ad un ramo che cresceva lungo il pendio del precipizio.
Guardò in alto e vide la tigre che lo osservava: non c’era modo di risalire.
Guardò in basso e vide uno strapiombo di circa duecento metri e al suo fianco un arbusto con delle bacche mature. Ne prese una, se la portò alla bocca e ne gustò il sapore!”.
Applaudire con una mano sola
Lo ricordo spesso ai miei studenti. Un articolo lungo è leggibile (a meno che uno sia fortemente interessato all’argomento trattato) solo se ha un buon incipit o un’efficace chiusura. L’articolo di Lorenzo Fazzini, pubblicato su Avvenire, mi ha catturato per le primissime righe. Eccolo qui.
«Usare la parola ‘verità’ al singolare in un mondo polifonico e un po’ come pretendere di applaudire con una mano sola… Con una mano sola si possono dare pugni sul muso, ma non applaudire». Teorico della società liquida, Zygmunt Bauman, sociologo di fama mondiale, è sempre stato abbastanza alieno da riflessioni di carattere teologico. Ma alla veneranda età di 89 anni sa ancora sorprendere: in questi giorni Laterza manda in libreria il suo nuovo saggio Conversazioni su Dio e l’uomo (pp. 176, euro 15), dialogo con il teologo polacco Stanislaw Obirek.
Seppur agnostico convinto, nel libro Bauman spende parole positive per alcune esperienze di fede, ad esempio quella di Solidarnosc. Riporta un suo articolo comparso sul settimanale cattolico di Cracovia, molto vicino a Giovanni Paolo II, Tygodnik Powszechny, riferito proprio al movimento sindacale di Lech Walesa. Nel rievocare quella pagina gloriosa della storia, Bauman denuncia: «La nostra società di consumatori totalmente individualizzata è una fabbrica non di solidarietà, ma di reciproche sospettosità e concorrenza. Un prodotto collaterale, ma estremamente comune, di tale fabbrica è il deprezzamento della solidarietà umana che affonda le sue radici nell’atrofizzarsi della cura del bene comune e della qualità della società in cui la vita dell’individuo si svolge». Insomma, per recuperare la metafora iniziale, con una mano si può anche abbracciare l’altro, aiutarlo a sollevarsi dalla povertà e farlo rientrare nel novero degli umani.
Professor Bauman, nel suo nuovo libro lei indica diversi tipi di persone dogmatiche: quelle religiose, marxiste, i dogmatici della genetica, del consumismo, dell’informazione e del mercato. Quale il dogmatismo più pericoloso oggi?
«Potremmo aggiungere altri esempi. I dogmatismi sono vari e diversificati, ma non saprei dire qual è il più pericoloso. Essi hanno in comune il peccato originale di tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi sull’inalienabile umanità di quanti ci vivono accanto, per quanto diversi possano essere. Tutte le varietà di dogmatismi, in fin dei conti, sono il rifiuto o la non capacità di comunicare e intraprendere un dialogo: sono queste due le arti cruciali per sopravvivere in questo mondo segnato dalla diversificazione crescente e da una diaspora che fa nascere una crescente interdipendenza».
Cosa significa questa interdipendenza?
«Significa che non possiamo più separarci dagli altri, siano essi stranieri, credenti in altre fede rispetto alla nostra oppure sostenitori di modi diversi di vivere; essi non sono lontani o sull’altra sponda rispetto a un confine controllato da qualche guardiano, ma si trovano in mezzo a noi, li incontriamo ogni giorno sul lavoro, nelle scuole frequentate dai nostri figli, nelle strade dove viviamo. La diversità umana ci è accanto, anche nei posti più vicini. Imparare e praticare l’arte del dialogo dovrebbe essere una delle scelte da inserire tra i compiti più urgenti con i quali dobbiamo confrontarci. L’alternativa al prenderci in carico gli uni gli altri è spararci a vicenda!».
Lei, non credente agnostico, è spesso invitato in ambienti cattolici, ad esempio di recente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un esempio di quel dialogo autentico che Francesco chiede, un confronto tra persone che la pensano in maniera nettamente diversa. Come ha reagito a questo invito di Francesco?
«Un dialogo genuino e degno di questo nome non consiste nel parlare solo con persone con cui ci piace discutere, negando il diritto di intervenire e rifiutandoci di ascoltare. Il dialogo consiste nell’aprirci, senza nessuna preclusione o pregiudizio, al fatto della diversità umana che possiede molte facce; esso si esplica nel cercare di capire le ragioni che stanno dietro all’attaccamento di qualcuno a determinati argomenti; nell’accettare di agire non subito come un maestro ma come un alunno; nell’assumere dall’inizio un atteggiamento cooperativo e non combattivo, cercando di raggiungere alcuni benefici reciproci in saggezza ed esperienza invece di dividere i partecipanti tra vincitori o sconfitti. Jorge Mario Bergoglio, anche prima di diventare papa, è stato per noi un luminoso esempio dell’arte di un siffatto dialogo genuino. Egli parla e ha parlato con l’intenzione di una comprensione reciproca e della condivisione della conoscenza dell’altro, e non per la volontà di far valere la propria pre-designata e indiscutibile superiorità».
«Perché ci sia vero dialogo, dobbiamo mettere in conto la sconfitta», ha ammesso lei stesso. Nella sua carriera ha vissuto una ‘sconfitta’ del suo pensiero?
«Questo è ciò che deriva da quanto dicevo prima: il dialogo è destinato a diventare una serie di monologhi – un esercizio che significa parlare accanto a qualcuno invece che con qualcuno – fino a quando non ci ricordiamo che errare humanum est. E quindi esser pronti a mettersi in discussione perché ci vengono posti di fronte delle posizioni migliori delle nostre. Io devo essere preparato a confessare la mia sconfitta, ad ammettere che mi sbagliavo e a ringraziare quanti mi hanno portato fuori dall’errore. Questo consiste in qualcosa di difficile: la maggior parte delle persone preferisce essere nel giusto piuttosto che nell’errore. Esser trovati in errore ci fa percepire un soffio doloroso sulla nostra autostima. Ma non si apprende in toto l’arte del dialogo se non vengono praticate le sue condizioni più difficili. Guardando in maniera retrospettiva alla mia storia, posso dire che l’ammissione di alcuni miei errori di giudizio, e la loro sincera ammissione, sono arrivati troppo tardi rispetto a quello che avrei voluto, sebbene speravo che nel corso della mia lunga vita la distanza di tempo tra l’aver commesso un errore e la sua ammissione si potesse ridurre».
Nel suo dialogo con Stanislaw Obirek, lei suggerisce un nuovo modo di dialogare, ovvero attuare il “polilogo” tra posizioni diverse.
«È l’estensione ovvia di monologo e di dialogo, ovvero di un confronto che sia più largo di due soli punti di vista: si tratta di un evento che avviene spessissimo in ogni città moderna o nelle strade sotto casa nostra. In realtà ogni discussione pubblica è per definizione un “polilogo”. Il mondo in cui noi viviamo è tutt’altro che digitale. Potremmo dire che è un mondo analogico, con molte divisioni che si incrociano, alcune semplicemente giustapposte, altre che si sovrappongono o che emergono in maniera leggera. Un vero dibattito pubblico ha bisogno di prendere in considerazione il fatto di aiutare a cristallizzare i punti di contesa e instaurare le potenziali teste di ponte fra la varietà di punti di punti di vista e di opinioni».
«La verità è un incontro». Papa Francesco ha ricordato più volte questa sua definizione. Lei concorda?
«Sì. Le verità, così come ogni conoscenza e tipo di comprensione, sono sempre e nient’altro che discorsive; gli incontri umani sono il loro luogo di nascita e il loro habitat naturale. Essi sorgono e vivono, nel corso della loro durata ed esistenza, all’interno della comunicazione interumana. Noi umani siamo per nostra natura sociali, interagiamo, comunichiamo con altri esseri umani; nessuno può reclamare una verità come sua propria creazione o proprietà. Essa viene formata e si sostiene attraverso continui negoziati, tramite la solidarietà e l’interazione propria degli umani. La verità non ha altro posto in cui abitare. Se dimentichiamo questo fatto, avviene quello per cui ammoniva Martin Buber, ovvero l’incontro si trasforma in un incontro mancato, inefficace e alla fin fine privo di scopo».
L’attualità di Marsilio e Guglielmo
Pesco ancora una volta dal blog di Matteo Andriola. E’ una riflessione su laicità, politica, stato, chiesa, democrazia, potere, rappresentanza a partire da Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham.
“Seppur con le dovute cautele del caso, il dibattito relativo alla natura del potere spirituale è quanto mai vivo e attuale. In un’epoca come la nostra, preoccupantemente monca di teorie politiche, la questione stuzzica il mio interesse e, senza nascondere le mie perplessità per una figura, quella del pontefice, che ritengo anacronistica almeno nella forma, trovo incredibile che, pur modificandosi nel tempo, il dibattito relativo al rapporto fra potere temporale e potere spirituale abbia mantenuto inalterata la propria vitalità. Soltanto un ottuso potrebbe sostenere che la società sia effettivamente laica, e nella fattispecie, la figura del papa ha consolidato nel corso dei secoli la propria connotazione politica, e in questo senso, con i caratteri che il ruolo stava assumendo, fu molto più coerente Bonifacio VIII di quanto non lo sia stato il casto e puro Celestino V, costretto a gettare la spugna di fronte all’impossibilità di rendere puro un potere oramai vittima di se stesso e dell’imperante corruzione. Ancora oggi, come detto, la querelle relativa agli eventuali limiti del potere spirituale è percepita come straordinariamente attuale, soprattutto in una società che professa laicità senza crederci veramente. Sostengo la laicità dello Stato, ma più mi guardo attorno e meno la scorgo, e per quanto lo si voglia negare, forse oggi più di ieri, il pontefice è un alleato cui pochi si sentono di rinunciare.
Come spesso mi accade, per comprendere il Presente, certo di non sbagliare, attingo al Medioevo, culla naturale di una disputa che ieri toglieva il sonno a Dante Alighieri e che oggi, seppur in maniera diversa, mantiene inalterata la propria vigoria. Due pensatori hanno affrontato la questione con una veemenza che, quasi contraddittoriamente, trova un’incredibile modernità nella propria essenza profondamente Medioevale: Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham. Marsilio decide di incamminarsi su un sentiero piuttosto impervio, ponendosi l’obiettivo di far crollare la pretesa assolutistica di un papato che agli occhi di molti aveva perso notevolmente prestigio. Parallelamente, Ockham contempla addirittura, in maniera certo clamorosa, la possibilità di un papa eretico, giustificando un’eventuale resistenza nei suoi confronti da parte dei fedeli. Secondo Marsilio, la società è il frutto del desiderio insito in qualunque individuo di condurre un’esistenza che meriti essere effettivamente vissuta; dal canto suo, Ockham assume una posizione destinata a suscitare non meno scalpore, sostenendo la possibilità che il potere temporale prevarichi quello spirituale, riconoscendo a un sovrano temporale la possibilità di deporre un pontefice che non si mostri ossequioso verso le Scritture. Contrariamente ad alcune correnti di pensiero che auspicavano l’unione dei due poteri, Ockham, tanto cauto quanto lungimirante, si mostra invece accanito sostenitore della loro divisione, utile a suo giudizio per preservare una sorta di equilibrio bipolare.
I due filosofi, in un moderno quanto sorprendente slancio di inconsueto sapore democratico, sono concordi nel ritenere il popolo quale depositario del potere, ed entrambi accettano il rischio di sostenere una tesi che inevitabilmente avrebbe finito per scontrarsi contro un potere, quello del papa, mai troppo incline ad accettare di essere messo in discussione. A mio giudizio, anche in relazione al tempo in cui vive, Marsilio, individuando la società quale risultato dell’opportunismo dei singoli, è di una modernità sconvolgente nel ritenere che gli uomini si associno soltanto per andare oltre la mera sopravvivenza, tentando così di realizzare appieno le proprie potenzialità. Le contese, di esempi il Medioevo ne offre molti, dominano la società e la pace può essere garantita solo a patto di impedire che ognuno persegua il proprio vantaggio. Solamente le leggi e un “guardiano” in grado di imporle e vigilare sulla loro pedissequa applicazione, possono garantire la sopravvivenza di uno Stato e tali norme, a suo giudizio ritrovano la propria essenza nell’essere imposte con la forza da chi ne ha l’autorità. La loro validità dunque, secondo Marsilio, non dipende da una qualsivoglia subordinazione a un’entità superiore, quanto piuttosto dall’esclusivo fatto di essere emanate correttamente. Chi conosce il Medioevo sa bene che gli slanci democratici erano merce rarissima al tempo, e per questo, che due pensatori concordino nel conferire ai cittadini una responsabilità legislativa, è da considerarsi un
fenomeno straordinariamente all’avanguardia. Sia Marsilio che Ockham, infatti, sono in perfetta sintonia nel riconoscere ai cittadini il delicato compito di entrare nel meccanismo legislativo, e laddove il primo sostiene che i sudditi debbano stabilire le normative in grado di regolare la vita della comunità, il secondo, individuando negli uomini il tramite tra Dio e il potere dello Stato, attribuisce ai cittadini la facoltà di assegnare il potere. Anche se Ockham, ritornando parzialmente suoi propri passi, in casi eccezionali contempla la possibilità che il papa destituisca un sovrano temporale divenuto pericoloso, i due pensatori, troppo acuti per cadere in errore, non faticano a riconoscere nel papato una subdola macchina politica e tentano encomiabilmente di riportarlo entro i ranghi attraverso le proprie teorizzazioni. Marsilio infatti, consapevole del fatto che la Chiesa ricorra troppo spesso a Dio come strumento persuasivo, ridimensiona la forza terrena della legge divina, negando che essa possa risultare vincolante nell’esistenza temporale degli individui; essa infatti, per natura eterna e infallibile, non può né potrà mai possedere nel mondo terreno quella forza coercitiva necessaria per renderla effettivamente valida. Il potere spirituale, che né Marsilio né Ockham negano, può trovare la piena realizzazione soltanto esercitando un ruolo per così dire didattico, educando religiosamente i fedeli in maniera non coercitiva.
Testi come il Defensor pacis e il Dialogus, a conti fatti, non meritano di giacere impolverati dimenticati su uno scaffale, ma il loro contenuto, straordinariamente lungimirante, necessita più che mai di una riscoperta in grado di rinvigorirne freschezza e vitalità.”





