Ne avevo accennato ieri. Un libro che mi ha fatto male. Però bello. Vi ho ritrovato tracce del passato: delle volte in cui ho visitato delle persone in manicomio, degli anni passati a fare volontariato in casa di riposo, dei racconti della zia di mio padre. Pino Roveredo tocca questi temi con una umanità disarmante, non indossa difese o armature, ma pone il lettore davanti alla realtà, non alla sua costruzione; il suo occhio scende nell’anima, va a fondo, vede e poi dà voce scritta a quanto ha sperimentato. E scrive un libro che attraverso un periodo al tempo stesso determinato (vi sono intere pagine dedicate allo scorrere degli anni con dei lampi fugaci ma ben identificabili) e indefinito (le vite dentro le mura di San Giovanni non tengono conto delle vicende esterne) :“… non avevo tenuto conto che il tempo apre varchi nel passato solo con l’immaginazione astratta del ricordo, altrimenti, nella fame assurda del presente, è sempre impegnato a rincorrere l’utopia del futuro”. (pag. 58)
Mi porterò nel cuore molte parti di questo libro, ma due voglio fissarle qui, come monito. Questa è la prima: “Ti ricordi quando mi urlavi «Mario, svegliati, svegliati… Ma ti sei accorto che stai vivendo?». Dio santo, come avevi ragione, mia cara, se è vero che rivisitandomi l’età oggi mi accorgo di tutta l’inutilità della mia esistenza…”. (pag. 99)
La seconda citazione, parlando di trapianti di cuore:
“– Ma davvero scambiano i cuori?
– Sì, signora, sì! Pensi, tolgono via quelli ammalati e li sostituiscono con quelli sani…
– Ma va’?! Ma senti un po’, ma quando cambiano i cuori, dentro, ci mettono anche l’amore?
– Come?! L’amore?… No, signora Cecilia, l’amore no! Ancora no…
– Che peccato!”
(pag. 107)
Un’altra candela accesa
“Non esiste alcun dovere tanto sottovalutato quanto l’essere felici. Quando siamo felici, disseminiamo il mondo di buone azioni involontarie, che rimangono sconosciute persino a noi stessi, o, quando vengono scoperte, sorprendono per primo il benefattore.
[…] Preferisco imbattermi in un uomo o una donna felici che in un biglietto da cinque sterline. Irraggiano serenità e quando entrano in una stanza danno l’impressione che un’altra candela si sia accesa. Non ci interessa che sappiano dimostrare il quarantasettesimo teorema (di Euclide); fanno di meglio, dimostrano con i fatti il grande teorema della Vivibilità della Vita.” (Robert Louis Stevenson, In difesa dei pigri)
Gemme n° 28
La gemma che ha portato questa mattina A. (classe terza) è una mail, “una cosa a cui tengo molto, la risposta di accettazione della mia richiesta di soggiorno-studio all’estero, in Francia: il prossimo anno, infatti, andrò là 3 mesi a studiare. Non è tantissimo ma è importante e ci saranno senz’altro delle difficoltà. Non dico di aver paura di essere dimenticata dagli amici, ma un po’ di essere sostituita (la mia migliore amica troverà un’altra spalla? Il mio moroso, sempre se ce l’avrò, mi aspetterà? La mia compagna di banco riempirà quel vuoto?). Penso sia vera la frase che dici che si piange quando si va e si piange quando si torna; i miei genitori mi hanno detto che basta che non pianga quando sono là. Poi ho scritto una cosa sulle scelte: siamo continuamente costretti a scegliere tra più alternative, tra bene e male, e chiedo al prof di leggerla per me sulle note di “Hall of fame”…
“Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora ci troviamo davanti a decisioni da prendere, e ogni volta non sappiamo da che parte incominciare: ci domandiamo se agire d’ istinto, o ragionarci su; se sia meglio pensare di testa nostra o chiedere un consiglio; e se sia più opportuno riferirsi ai genitori che ci conoscono dal nostro primo istante di vita, ai nonni che sono “vecchi e saggi”, o agli amici che condividono i nostri interessi. Così finiamo spesso per lanciare una moneta, se non altro, per poter dare la colpa alla sorte e non a noi stessi in caso di insoddisfazione.
La nostra intera esistenza è continuamente condizionata da scelte.
A partire da quelle giornaliere “ Come mi vesto oggi?”, “Cosa mangio a colazione?”, “Vicino a chi mi siedo in autobus?”, “Mi offro in matematica?”, “Torno subito a casa o mi fermo in centro con gli amici?”, “In TV guardo Dottor House o Gossip Girl?”. E poi ci sono quelle scelte “grandi”, che ti condizionano la vita, come la scelta della scuola superiore, dell’ università, di un lavoro, di un marito, di una famiglia, di una casa.
Una volta ho letto che “ Avere la possibilità di scelta ci rende infelici e insoddisfatti: quando scegliamo una cosa ci sentiamo tristi perché pensiamo che stiamo rinunciando ad un’altra opportunità, e ciò ci rende insoddisfatti di quello che abbiamo scelto”, ed è vero, perché ottenere qualcosa per perderne un’ altra non potrà mai essere piacevole. Il segreto quindi rimane solo quello di capire cosa non si è disposti a perdere.
Prendere una decisione è sempre molto difficile, soprattutto per quanto riguarda le relazioni! Pensa, anche se può essere un esempio un po’ stupido, a quando la tua migliore amica non va d’ accordo con il tuo ragazzo: sei costretto a schierarti, per forza. Ed è orribile, soprattutto perché in ogni caso farai soffrire qualcuno, ma prima di tutti a soffrire sarai tu.
La maggiore difficoltà quando si tratta di una scelta, è data dal fatto che non sempre Amore e Ragione la pensano allo stesso modo; anzi: quasi mai. Provare a farli conciliare è come pretendere che un ghiacciolo non si sciolga nel deserto. Inoltre, le scelte più facili sono raramente quelle più giuste: sta a noi assumerci la responsabilità delle nostre decisioni.”
Riporto una frase di Bob Marley e la scena finale de “La leggenda del pianista sull’oceano” con lo splendido monologo finale di Novecento (dal libro “Novecento” di Alessandro Baricco): “Quando sei davanti a due decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui essa è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più.” (Bob Marley)
Gemme n° 24
In una delle mie classi (una quinta) non ero ancora riuscito a spiegare questa nuova iniziativa delle gemme. L’ho fatto stamattina: finisco la descrizione, mostro un esempio e A. mi chiede “Prof! E se io avessi la gemma già qui?”. Eccola:
“Ho visto questo video pochi giorni fa e mi ha profondamente colpito ed emozionato. Ho voluto condividerlo con la classe perché penso sia importante poter permettere a una persona di potersene andare con dignità” ha concluso A. Ne abbiamo parlato molto brevemente in aula, lo commento qui con poche parole: pietà, pietà per la persona, per se stessi, per la condizione umana, profondamente umana.
Gemme n° 21
La gemma di oggi ha bisogno di un po’ di introduzione: M. (classe quinta) ha infatti proposto un breve dialogo in inglese tratto da una serie tv statunitense. In alcuni passi le parole sono forti. Piper Chapman è una giovane donna condannata a quindici mesi di carcere per trasporto di droga. Deve lasciare la casa che condivide con il suo promesso sposo Larry per entrare nella prigione federale. Nel decimo episodio della prima serie, le prigioniere hanno il compito di spaventare un gruppo di giovani delinquenti in visita alla prigione, ma hanno difficoltà a spaventare Dina, una ragazza sulla sedia a rotelle. Piper ci riesce con una frase: “le altre persone non sono la parte spaventosa della prigione Dina. È il faccia a faccia con chi davvero sei”. Piper ha paura di non essere se stessa in prigione e ha paura di esserlo.
“Ci sono delle situazioni” ha concluso M. “in cui è importante sapere chi si è fino in fondo e non è così facile farlo e ammetterlo”. Mi sono venute in mente le mie “prigioni”, i miei momenti in cui ho dovuto, per forza di cose, confrontarmi con me stesso, guardandomi veramente in faccia cercando di dare un nome a ciò che vedevo. Non è sempre facile, soprattutto se la ricerca è sincera, ma costituisce uno dei passaggi necessari: pena la finzione.
Gemme n° 14
D. (classe terza) ha iniziato facendoci ascoltare “Guardastelle” di Bungaro.
“Questa canzone non rappresenta il mio genere musicale ma mi ricorda i miei genitori: mio padre, che vedo due volte all’anno, e mia madre che ha qualche problema di salute. Poi ho scritto questa cosa, prof, ma vorrei che la leggesse lei per me:
Mi sono chiesta varie volte cosa fosse la vita. Che senso abbia essere al mondo.
La mia conclusione è che viviamo, beh, per vivere.
Trovo incredibile quanto difficile possa essere trovare un sinonimo della parola “vita”.
Gioia?
Amore?
Dio?
Come si potrebbe descrivere un concetto tanto immenso con solo quattro misere lettere?
La vita è colore.
Una scala infinita di rossi, di blu, che si uniscono al giallo, si confondono col nero e invocano il bianco.
Molti animali hanno una vista monocromatica, vedono tutto ciò che li circonda in un unico colore e non se ne rendono neanche conto; non possono neanche immaginare quante altre sfumature ci siano al mondo, e se neanche noi lo sapessimo?
Ci potrebbe essere un ulteriore gamma di colori che non possiamo percepire.
Noi siamo più fortunati, ma non per questo i migliori.
La vita è musica.
Un insieme di note e sinfonie.
Composizione di suoni dolci, suoni caldi, suoni acidi, suoni armonici e contrastanti.
Sospiri. Urla. Sussurri.
Un Mi Bemolle può far nascere un musicista.
Un arpeggio, e poi le scale.
Do.
Re.
Mi.
Fa.
Sol.
La.
Si.
E via avanti. Ci sono i Diesis, i Bemolle. Ma non è finita.
Ci sono un’infinità di chiavi nascoste di cui non conosciamo l’esistenza.
Dei mondi paralleli a cui ci sono stati sbarrati i confini.
La vita è sogno.
Attraverso il nostro cervello passano milioni di immagini mentre dormiamo, eppure ne ricordiamo solo un paio.
Desideri. Ricordi. I nostri peggiori incubi. In una sola notte.
Storie mai raccontate. Colline incantate. Fiabe mai scritte.
E vuoi dirmi che la chiameresti ancora così?
Quattro insulse lettere. Una parola.
No, è molto di più.
E’ un vortice di emozioni e sensazioni che aspettano di essere sentite, raccontate, amate.
E’ qualcosa di astratto, eppure così dannatamente concreto.
Qualcosa d’infinito, racchiuso in un infinito ancora più grande, che fa spazio all’immenso.
Vita. Che parola stupida, non credi?”
Riprendo delle parole della canzone proposta da D.: “Da qui, mi stacco da terra ad immaginare; da qui, chissà se c’è un mistero grande da scoprire; da qui, una libera preghiera per una pace da inventare. Ho fantasia e posso anche volare, la fantasia, lo sai ti fa volare”. Un gran bel volo ci ha fatto oggi, D. Eravamo in classe ma mentre leggevo le sue parole sentivo quelle pareti abbattersi e vedevo occhi e animi dei suoi compagni decollare e farsi un giro attraverso le ali che ci ha prestato.
Tra paura e liberazione
Nel settimo capitolo di “E l’eco rispose” Khaled Hosseini fa pensare così Adel, uno dei protagonisti: “Intuiva nell’ansia che la gente aveva di compiacere suo padre, il timore e la paura che erano all’origine del rispetto e della deferenza.” Mi è capitato spesso di osservare persone avere questo tipo di ansia legata al timore e alla paura nei confronti del rapporto con la divinità. Sentimenti che esteriormente appaiono come rispetto e deferenza, ma che interiormente si vivono con disagio, tremore, senso di costrizione (e inoltre: Dio vuole o ha bisogno di essere compiaciuto?). Sicuramente può essere legato all’educazione ricevuta, tuttavia penso che poi arrivi il momento in cui quell’educazione deve essere fatta propria accettandone o respingendone alcuni aspetti, nella convinzione che la strada del rapporto possibile o meno con la divinità non è solo una.
Un pensiero forte e provocatorio per concludere questi pensieri sparsi e lasciare spazio ad altre possibili riflessioni: “Le religioni sono necessarie al popolo, e sono per esso un inestimabile beneficio. Quando però esse vogliono opporsi ai progressi dell’umanità nella conoscenza della verità, allora debbono essere messe da parte con la massima deferenza possibile. E pretendere che anche uno spirito grande – uno Shakespeare, un Goethe – faccia entrare nella propria convinzione, implicite, bona fide et sensu proprio, i dogmi di una qualche religione, è come pretendere che un gigante calzi la scarpa di un nano.” (Arthur Schopenhauer, Supplementi al mondo come volontà e rappresentazione, 1844)
Il singolo e Dio
Un interessante post di Matteo Andriola, trovato sul suo blog:
“Se l’avessi incontrato ad un evento mondano, probabilmente l’avrei invidiato per la sua aria scanzonata e sovente guascona; l’eleganza mescolata allo snobismo che di consuetudine sciorinava in pubblico faceva di Søren Kierkegaard un perfetto mentitore, un dissimulatore capace di nascondere la propria reale condizione a quella che era solito chiamare “folla bestiale”. Senza remore, oggi posso dire di essermi convinto che fosse un bugiardo, e la sua maschera era senz’altro piuttosto ingannevole se si considera che dietro di essa si celava uno degli individui che non è esagerato annoverare tra i più tormentati dell’intera Danimarca. Nato nel 1813, ricevette una rigida educazione religiosa che personalmente credo l’abbia condizionato più di quanto si voglia credere; nell’arco di circa sette anni perse il padre e cinque fratelli, in quella che interpretò come un’autentica punizione divina per una colpa a noi ignota commessa dal genitore. Sentimentalmente non si può dire che il giovane fosse meno inquieto, se si considera che interruppe il fidanzamento con Regina Olsen, a causa di un mai specificato turbamento interiore che funestava il suo animo senza dargli tregua. Che Kierkegaard fosse un animo profondamente turbato non è in alcun modo opinabile, ma non sono mai riuscito a giudicarlo instabile o illogico, e il frequente ricorso agli pseudonimi fa di lui un filosofo tanto grande quanto sfuggente. La questione degli pseudonimi è in realtà più complessa di quanto si pensi e il ricorso ad essi non è altro che un geniale stratagemma per responsabilizzare il lettore, privandolo di qualunque condizionamento.
Alla luce di quanto accadutogli, Kierkegaard doveva sentirsi decisamente in credito con Dio, eppure, sostenendo la “verità del singolo”,ci fornisce una delle più alte e pure dimostrazioni di fede che la Filosofia ricordi. Secondo lui, è il “singolo” ad elevarsi sulla collettività, anche e soprattutto in materia di fede, e la verità ha come proprio compito l’affermazione assoluta dell’individualità. Attaccando Hegel, Kierkegaard si scaglia contro le ricerche metafisiche indirizzate alla ricerca di verità universali e concetti assoluti ( quali ad esempio la coscienza ) che non possono avere senso a meno che non vengano rigidamente contestualizzati alla soggettività del singolo individuo. Una conoscenza che scavalchi l’individualità è un’assurdità, in quanto tale individualità si concretizza proprio in relazione ad altre singolarità, e non in rapporto all’umanità intesa come entità autonoma dotata di vita propria. Una simile concezione dell’umanità negherebbe in assoluto la singolarità dell’individuo, potendo peraltro perpetrare crimini orrendi, semplicemente celandosi dietro la spersonalizzante maschera della moltitudine; ed infatti, è la folla ad aver ucciso Gesù Cristo, non il singolo. Paradossalmente, in materia religiosa, la conoscenza diviene secondo Kierkegaard uno strumento fuorviante, in quanto essa nulla ha a che vedere con la fede, ma al più con un nozionismo fine a se stesso. Il singolo individuo può e deve ricercare la salvezza, rimanendo però consapevole di poterla raggiungere esclusivamente attraverso la fede, e la conoscenza storica del Cristianesimo, in questo senso, può tranquillamente valere molto meno della totale ignoranza in materia. È in Cristo soltanto che si trova la chiave della salvezza, e non nei proseliti di una Chiesa come quella danese che Kierkegaard non ha remore nel definire “pagana”. Il rapporto con Gesù è intimo e personale e tale intimità rappresenta agli occhi del filosofo l’unica strada possibile per la salvezza; ogni uomo, inteso nella propria individualità, instaura con Cristo un rapporto esclusivo che di fatto costituisce, e non potrebbe essere altrimenti, l’unico viatico possibile per ottenere la salvezza.
A ben vedere, al di fuori di questo privilegiato rapporto, la religione può addirittura risultare contraddittoria nella sua incomprensibilità. Che Dio, a cui sarebbe sufficiente una parola, si faccia uomo e decida di morire per salvare l’umanità, è un controsenso dal quale è impossibile uscire per mezzo della ragione; la storia di Cristo è propedeutica alla fede, ma non indispensabile per la salvezza. Il rapporto dell’uomo con Dio è un mistero che accomuna tutti i singoli, affermandone l’individualità. Ecco perchè, secondo Kierkegaard, la verità può risiedere soltanto nel singolo.”
Gemme n° 8
La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.
Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:
“Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate.
Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!”
Isis e immagine
Un articolo “colorato”, pubblicato su Limes, del critico cinematografico Oscar Iarussi sul ruolo delle immagini e dei video negli scontri in atto in medio oriente. Per coglierne sfumature e sottintesi bisogna leggerlo più volte.
“L’homo videns? Non è solo occidentale. Anche l’Islam sembra in preda al “post-pensiero” televisivo di cui scrisse Giovanni Sartori in un suo saggio polemico (Laterza, 1997).
L’ultimo stadio dell’evoluzione è all’insegna del climax. L’acme, l’orgasmo, la dismisura risultano sempre provvisori, puntualmente scavalcati da un nuovo eccesso nella corsa all’effetto prodigioso che annichilisce il residuo pudore. L’immaginario collettivo si affranca così definitivamente dai tabù dell’eros e della morte, ovvero li sacrifica a uno sguardo onnivoro e sadico. Se non è “l’occhio che uccide” di un famoso film, poco ci manca.
Fino a non molti anni fa nessun aguzzino avrebbe pensato di documentare le umiliazioni, il dolore e la fine delle sue vittime. Anzi, gli orrori venivano nascosti e negati. L’esibizione della ghigliottina e “la macelleria del potere” attengono al premoderno, quando – Foucault docet – la punizione esemplare sanzionava l’offesa al corpo sacro del re (Einaudi, 1976). Persino dal tragico recinto di Auschwitz le rare testimonianze visive sono postume o esterne: i filmati dei registi al seguito degli Alleati che liberano i lager o le immagini aeree della Raf nelle quali la colonna di fumo dei forni crematori allude allo sterminio.
Ripensiamo, invece, alle fotografie dei soldati statunitensi che torturano i prigionieri di guerra iracheni nel carcere di Abu Ghraib, scattate nel 2004 dagli stessi torturatori in posa (i primi selfie). D’altro canto, cominciarono a essere recapitati ad Aljazeera e in seguito diffusi sul web i video delle decapitazioni per mano jihadista degli ostaggi americani e europei. Una barbarie che “parla” all’inconscio occidentale in cui sono sedimentate le rappresentazioni bibliche di Salomè o di Giuditta e Oloferne (Caravaggio, Donatello, Strauss). Dopo Daniel Pearl (2002, in Pakistan), nel 2004 il primo decollato in Medio Oriente fu il giovane imprenditore Nicholas Berg, statunitense di origine ebraica. Si ipotizzò che il boia fosse Abu Musab al-Zarqawi, uno dei teorici dell’odierno “califfato” sunnita, il cosiddetto Stato Islamico (Is).
Da ultimo il macabro spettacolo è diventato seriale, come s’addice al pubblico dei kāfir, gli “infedeli”, o dei musulmani in Europa. Nei video delle decapitazioni c’è uno svilimento della tragedia che ha del pornografico: l’inimicizia, la guerra e il suo cuore di tenebra ridotti a immagini di propaganda. Una beffarda “amatorialità” per comunicare con la vasta schiera dei dilettanti/protagonisti su Facebook e Instagram.
Non manca il corredo feticistico. Le tute arancio dei condannati a morte occidentali evocano quelle imposte ai qaedisti reclusi a Guantanamo. Soprattutto c’è il cappuccio nero già usato a Abu Ghraib e nei black site della Cia per gli interrogatori a mo’ di lampante smentita dell’habeas corpus. Adesso a indossarlo sono i tagliagole: simbolo di una “pedagogia del terrore” che a sua volta dà del tu all’horror e allo splatter di certi B-movie gettonati dagli adolescenti americani ed europei.
Sarebbe questo il famoso “scontro delle civiltà”? Una squallida rincorsa al protagonismo, all’annientamento altrui nel nome dell’exemplum, dell’icona sequenziale? Se ne può dubitare. Sembra piuttosto una guerra (in)civile intestina alla civiltà dell’immagine, che porta alle estreme conseguenze lo sciacallaggio quotidiano che le è proprio, appena stemperato dal dibattito su censura sì o no, in fin dei conti risolto nell’ipocrisia di oscurare lo shock del momento fatale.
Dopo il kolossal “hollywoodiano” dell’11 settembre 2001 e dopo i filmini sui sacrifici dei “martiri di Allah”, le decapitazioni dell’Is ribadiscono una procedura televisiva che sgomenta anche per la sua diabolica banalità. Quei terribili video validano l’interpretazione del terrorismo come “conflitto mimetico” rispetto al modello occidentale, avanzata da René Girard come aggiornamento dei suoi studi sul legame tra la violenza e il sacro nel capro espiatorio (La pietra dello scandalo, Adelphi 2004).
Nell’ultima esecuzione “Johnny il jihadista”, il boia britannico di Alan Henning, ha “nominato” la prossima vittima, Peter Kassig, come in un luttuoso Grande fratello. Mentre Abu Saeed Al Britani, alias Omar Hussain, da ex londinese delle periferie qual è, minaccia a viso scoperto il premier Cameron in un video recitato e montato alla maniera di un rap! La suggestione spettacolare è provata fin dall’episodio dell’agosto 2004 quando il californiano Ben Vanderfort mise in scena in un video-burla l’esecuzione di se medesimo in Iraq, attribuendola ad al-Zarqawi.
Prende piede (prende occhio) uno scenario nichilista in cui la morte viene piegata alle esigenze mediologiche. Un paradosso, giacché non v’è nulla di più profano di tale presunta “guerra santa”. Scherzi della storia: l’Islamismo iconoclastico della distruzione dei Buddha giganti nella valle afghana di Bamiyan e dell’imposizione del burqa alle donne perde la faccia quando la mostra.”
Il re e gli zeloti
Stamattina ho accompagnato mia moglie ad una visita. Mentre la attendo riprendo la lettura di “E l’eco rispose” che avevo sospeso da qualche settimana, e dopo poche righe mi imbatto in queste parole di Khaled Hosseini: “Si immagini mille pugni chiusi alzati al cielo! Il re aveva messo in moto la terra, capisce, ma era circondato da un oceano di zeloti, e lei sa bene cosa succede quando il fondo dell’oceano si scuote, Monsieur Boustouler. Uno tsunami di ribelli barbuti si abbatté sul povero re, che cercò inutilmente di mantenersi a galla agitando le braccia”.
Ad occhio nudo
Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…
“È davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”
Domande e risposte
Gemme n° 1
Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.
C. (classe seconda) ha proposta questo video, tratto dal film “Mr. Nobody”. Il video presenta i sottotitoli in quanto in Italia non è uscito. C. è stata colpita dalle scelte e dalle responsabilità che sono presenti dietro ad una decisione. “Dopo averlo visto, beh, questo pezzo di video mi viene in mente ogni volta che faccio una scelta”. A me è venuto in mente il libro “Uno” di Richard Bach, uno dei primi libri facenti parte della mia vita da lettore consapevole, iniziata proprio ai tempi del liceo. Lo consiglio. Immaginiamo che accanto al nostro mondo ci siano tanti mondi paralleli abitati da dei me stesso che hanno scelto le possibilità che io ho scartato: che vita stanno facendo? Cosa sarei diventato? Chi sarei diventato? E se io e questi me stesso ci potessimo incontrare?
Ciò a cui tendiamo
“Si chiama amore ogni superiorità, ogni capacità di comprensione, ogni capacità di sorridere nel dolore. Amore per noi stessi e per il nostro destino, affettuosa adesione a ciò che l’Imperscrutabile vuole fare di noi anche quando non siamo ancora in grado di vederlo e di comprenderlo – questo è ciò a cui tendiamo.” (Hermann Hesse, Sull’amore)
Innamorato della saggezza
Un post breve ma che può aprire un mare di riflessioni e discussioni; l’ho letto ieri sul blog di un amico blogger che ho conosciuto prima nella realtà e poi nella rete e che ringrazio per i suoi spunti sempre interessanti. Lo riporto tale e quale, con pause, spazi, grassetti, inclinati, asterischi.
“non c’è bisogno di torture per far confessare il filosofo, l’ammissione della colpa la porta stampata nel suo nome stesso.
lo inventò Platone, il nome filosofo, e significa: innamorato della saggezza, si dice.
ma, se preferite, dite piuttosto innamorato del saggio (di Socrate).
* * *
mica si è detto aletheiofilo Platone, non era innamorato della verità.
questa, nella celebre frase di un suo seguace, amicus Plato, sed magis amica veritas, è relegata al ruolo di amica, non è l’oggetto del desiderio.
* * *
e questa è la confessione del filosofo: la verità è per lui un supporto della saggezza, non il fine della sua ricerca.”
Sussurri di paura
Ieri mattina ho presentato, al Cervignano Film Festival, il film “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, opera del 1957. Il film è ricchissimo e vi sono mille ottimi motivi per vederlo. Uno dei dialoghi più interessanti (e sottovalutati) dura pochissimo: poco più di un minuto di sussurri e bisbigli tra due soldati nella notte che precede un importante attacco. Afferma uno dei due in apertura: “Io non ho paura di morire domani, ho paura che mi uccidano”. Discutono su come sia preferibile morire, se colpiti da una mitragliatrice o da una baionetta, con la conclusione che la maggior parte degli uomini ha più paura del dolore che di morire. “Se è la morte che veramente ti spaventa, perché ti preoccupi di che cosa ti uccide?”. “Sei troppo profondo per me, professore. So solo che nessuno vuole morire”.
Ne potremmo parlare per una lezione intera.
Dalla terra alla testa
Pezzi
Avverto che c’è il bisogno di un post di alleggerimento (almeno in apparenza…) con un brevissimo racconto.
«“Una volta il diavolo andò a passeggio con un amico. Videro un uomo davanti a loro che si chinava e raccoglieva qualcosa dalla strada.
“Che cos’ha trovato quell’uomo?” chiese l’amico.
“Un pezzo di verità” rispose il diavolo.
“E non ti dispiace?” chiese l’amico.
“No” disse il diavolo. “Gli permetterò di farne un credo religioso.”»
(A. De Mello, “Il canto degli uccelli”)
Quei cristiani iracheni più orientali e meno occidentali
Per iniziare a cercare di informarci un po’ sull’argomento “Isis” riporto un articolo molto interessante di Allan Kaval per Orient XXI, ripreso in Italia da Osservatorio Iraq, la cui redazione ha curato la traduzione. Molto probabilmente lo leggeremo in classe.
“La situazione dei cristiani iracheni dopo l’offensiva dello Stato Islamico ha suscitato un ampio slancio di solidarietà da parte dei paesi occidentali. Sorgono però alcuni interrogativi: perché una reazione così tardiva se le comunità extra-islamiche sono in pericolo dal momento dell’invasione statunitense?
Perché i paesi occidentali continuano a proporre come soluzione l’esilio e non tengono conto delle richieste dei rappresentanti cristiani che vogliono restare in Iraq?
Dopo la presa della città di Mosul da parte dei combattenti dello Stato Islamico (Isis) in giugno e più ancora dopo l’offensiva jihadista verso le posizioni curde – tradotta ad inizio agosto nella conquista delle località cristiane della piana di Ninive – il cristianesimo iracheno, già minacciato dal caos che regna nel paese dal 2003, sembra ormai in via d’estinzione.
I cristiani di Mosul sono stati costretti dai nuovi padroni della città a maggioranza araba e sunnita a lasciare le proprie case – pena la morte – se non si fossero convertiti all’Islam o se si fossero rifiutati di pagare un’imposta vessatoria. La loro sorte ha sconvolto l’opinione pubblica occidentale e ha contribuito a riportare temporaneamente i cristiani iracheni sul fronte della scena internazionale.
Tuttavia, sebbene lodevoli in un contesto d’urgenza, le dichiarazioni formulate da certi governi hanno dato adito a qualche perplessità. Parigi, ad esempio, si è subito dichiarata pronta ad accogliere tutte le domande di asilo formulate dai rifugiati cristiani iracheni. Misure, giustificate da una ipotetica solidarietà confessionale, che contribuiscono però a normalizzare l’idea secondo cui la presenza di minoranze religiose in Iraq sarebbe un’anomalia dalle conseguenze funeste e che il posto di queste popolazioni non sarebbe nel loro paese di origine bensì in Europa o in Occidente, vicino ai “loro simili”.
Simili propositi sono ancor più pericolosi se consideriamo che sposano perfettamente le tesi di alcuni ideologi dello Stato islamico. L’obiettivo dichiarato dall’Isis è proprio quello di mettere in atto, nelle zone passate sotto il suo controllo, un ordine totalitario che faccia tabula rasa delle molteplici eredità della regione, cancellando le tracce della sua storia complessa e trasformandola in una nuova entità spurgata di ogni eterogeneità confessionale.
Ancora una volta, dunque, i cristiani iracheni sembrano dover pagare il prezzo di un’associazione – in parte imposta – all’Occidente. Fin dall’espansione dell’influenza europea in quello che era l’Impero Ottomano, nel XIX secolo, queste comunità – strumentalizzate e ripetutamente tradite dalle potenze coloniali britanniche, francesi e russe – sono state costrette, agli occhi dei loro vicini musulmani e delle autorità della regione, in una posizione che non hanno mai veramente scelto: quella di testa di ponte dell’Occidente in terra d’Islam, di quinta colonna nell’orto del nemico. La loro storia invece, indissociabile dal resto del passato mediorientale, si è sviluppata ben al di fuori delle esperienze e dell’influenza del cristianesimo latino e di quello greco-ortodosso.
Una Chiesa particolare
Nei primi secoli dell’era cristiana, i cristiani d’Assiria (Alto Tigri) si erano ritrovati sotto il dominio della Persia achemenide e avevano cercato di distinguersi dalla Chiesa di Antiochia, situata nell’area bizantina, per essere accettati e tollerati dalla dinastia iranica. Da allora hanno seguito una traiettoria storica e teologica distinta e parallela a quella degli altri mondi cristiani, posti sotto il controllo di Roma e Costantinopoli. Per tutti coloro che si opponevano al dogma bizantino – come la Chiesa nestoriana – la Persia zoroastriana e i suoi annessi mesopotamici rappresentavano infatti un rifugio sicuro contro le persecuzioni del basileus, imperatore di Costantinopoli. Né latine né greche ma di lingua siriaca e di tradizione semita, le Chiese orientali cominciano a sviluppare una loro zona di influenza. Indipendenti dai grandi centri cristiani del vecchio mondo, conoscono una diffusione particolare – ben illustrata dall’esempio della Chiesa nestoriana – che si riversa lungo le vie di comunicazione dell’Impero persiano per raggiungere l’Asia centrale e poi i confini della Cina e dell’India, ben al di là dell’orbita di Roma e Costantinopoli.
La situazione delle comunità cristiane della Mezzaluna fertile non cambia di molto con la conquista musulmana della regione nel VII secolo. Gli imperi arabi del Vicino Oriente rivestono, di fronte a Bisanzio, una posizione analoga a quella dei persiani sconfitti. Le relazioni dei cristiani con le nuove autorità della regione sono floride, tanto che i primi secoli della dominazione islamica coincidono addirittura con un periodo di espansione del cristianesimo siriaco. Numerose chiese e monasteri vengono così costruiti nelle pianure settentrionali della Mesopotamia e l’élite cristiana si avvicina al potere musulmano nelle grandi città dove le minoranze costituiscono una parte importante della popolazione (in particolare a Baghdad sotto il Califfato abbaside – 750-1258 – che costituisce l’età d’oro dell’Islam medievale).
Il peso delle crociate
Sono invece le Crociate, a partire dall’XI secolo, che iniziano a scuotere le relazioni tra le comunità cristiane e gli Stati musulmani in Medioriente. Il collegamento implicito tra Occidente cristiano e cristiani d’Oriente innesca conseguenze funeste che portano a confondere l’esistenza di quest’ultimi con gli interessi delle potenze straniere, i cui strascichi continueranno a lungo a farsi sentire. Sebbene, contrariamente ad altre minoranze della regione, le chiese di tradizione siriaca non si siano schierate al fianco dei crociati e per questo siano state risparmiate dalla reazione delle autorità islamiche, i membri di queste comunità iniziarono ad essere guardati con diffidenza e scetticismo in un contesto generale di confronto geopolitico e religioso.
Le Crociate avviarono così il declino della realtà siriaca, che sarà quasi cancellata dalle invasioni mongole del XIII secolo e che riuscirà a conservarsi solo nelle montagne del Kurdistan e in qualche bastione dell’antica Assiria, come ad esempio l’attuale provincia di Mosul. E’ proprio in questa regione che la cristianità siriaca ha iniziato il suo processo di riavvicinamento alla cristianità europea. Nel 1553 viene fondata la Chiesa caldea, legata al papato romano, che in poco tempo diventerà maggioritaria nella Mesopotamia settentrionale. Più tardi, all’interno dell’Impero ottomano, dinamiche simili saranno alla base dei principali eventi storici che segnano la regione. Durante la metà del XIX secolo l’Impero retrocede dal territorio balcanico e cerca di ristrutturarsi attorno all’identità islamica. Intanto, all’interno delle frontiere, le potenze europee e la Russia coltivano le loro alleanze con le minoranze cristiane arrivando perfino a contestare la sovranità ottomana su una parte dei suoi sudditi. Al contatto con l’Occidente – e dunque con la “modernità” – queste comunità scoprono le idee dei Lumi e poi il nazionalismo. Se i cristiani orientali non si espongono in prima linea, gli armeni – che beneficiano di legami strutturati con l’Europa – ne saranno considerevolmente influenzati.
Un genocidio dimenticato
La loro rinascita nazionale contribuisce di rimbalzo alla formazione di un nazionalismo cristiano di cultura siriaca che pretende di trascendere le divergenze ecclesiastiche per far emergere una nuova nazione assiriana. Fondata esclusivamente su un criterio religioso, questa nuova nazione si inventa un substrato etnico basato sull’eredità mitica delle antiche civiltà mesopotamiche che l’Europa sembra riscoprire proprio in quel momento. Di conseguenza i cristiani d’oriente nel loro insieme sono sempre più associati dalle autorità ottomane agli interessi dei loro nuovi protettori francesi, britannici e russi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale, che oppone la Sublime Porta a queste tre potenze, farà poi dei cristiani siriaci dei veri e propri nemici dell’interno. Nel 1915 sono vittime – come gli armeni – di un vero e proprio genocidio che conta circa 300 mila morti. Perpetrato essenzialmente nel territorio dell’attuale Turchia, questo massacro costringe i sopravvissuti a fuggire verso quello che diventerà l’Iraq, occupato dai britannici, dove raggiungono i propri correligionari. Qui sono di nuovo strumentalizzati dal Regno Unito che li utilizza, nel quadro del suo mandato sul territorio iracheno, per soffocare le rivolte curde e sciite.
Nel 1933, dopo l’indipendenza del paese, saranno oggetto di nuove carneficine poiché considerati collaboratori di una potenza occupante, la quale tuttavia – in seguito al ritiro – sembra abbandonare le comunità siriache alla loro triste sorte.
La fine della Seconda guerra mondiale inaugura invece un periodo più favorevole per i cristiani d’Iraq. Con il trionfo del nazionalismo arabo, la loro appartenenza religiosa non sembra porre grandi problemi anche se si ritrovano costretti a proclamare la loro arabicità e a rinunciare alla propria distinta identità culturale come pure all’utilizzo della lingua siriaca. Tale situazione non impedisce ad alcuni membri di integrare i circoli esclusivi del potere, come nel caso di Tarek Aziz, quadro importante del regime di Saddam Hussein.
Allo stesso tempo, per tutto il corso del XX secolo, i cristiani siriaci animano una fitta diaspora verso i paesi occidentali – che ne facilitano l’emigrazione e l’accoglienza – anche a causa delle crisi ripetute attraversate dal paese dopo gli anni ’70.
La fine dell’ordine pubblico dopo il 2003
Un colpo decisivo per queste comunità è stato l’intervento americano in Iraq del 2003, con l’arrivo nel paese di militanti islamisti che
scelgono come bersagli privilegiati uomini e luoghi di culto per ragioni ideologiche. L’affossamento dell’ordine pubblico ha permesso a gruppi mafiosi di attaccarsi impunemente ai cristiani siriaci, sprovvisti di milizie di autodifesa e le cui connessioni con l’estero sono percepite come garanzie di riscatti redditizi. Così Bassora, Bagdad e Mosul si sono progressivamente svuotate dei loro abitanti cristiani. Chi non ha la possibilità di scappare dal paese si rifugia nel Kurdistan iracheno, dove le autorità locali garantiscono la sicurezza e favoriscono l’accoglienza permettendo il reinsediamento nelle antiche zone di popolamento siriaco.
Questa sorta di status quo è stato ribaltato dall’avanzata dello Stato Islamico nel 2014. L’offensiva jihadista, che le forze curde non sono riuscite a contenere, ha incrinato la fiducia di una parte degli ultimi cristiani d’Iraq verso il governo di Erbil. L’aiuto militare accordato al Kurdistan iracheno dagli Stati Uniti e da alcune potenze europee ha permesso sì la controffensiva, scartando l’ipotesi di una conquista di queste regioni da parte delle truppe dell’Isis, ma il territorio del Kurdistan ha comunque perso – simbolicamente – il suo status di santuario inattaccabile.
E’ quindi l’esilio definitivo e senza ritorno che appare ad alcuni come l’unica soluzione per i cristiani d’Iraq. Se quelli insediati da tempo nelle città curde sono meno interessati, le decine di migliaia di persone che sono scappate dalle località cristiane delle pianure di Mosul – rimaste in mano ai jihadisti – non pensano di rientrate nelle loro case, desiderosi piuttosto di dimenticare un Iraq che di loro non ne vuole più sapere. Di fronte a questo fenomeno, la risposta più chiara che hanno offerto gli Stati occidentali è stata quella di incoraggiare l’esilio. Le dichiarazioni rilasciate in questo senso dal governo francese, ad esempio, presentano notevoli problemi. In primis hanno fatto nascere in migliaia di persone speranze che non potranno mai essere soddisfatte, e inoltre contribuiscono a rafforzare l’idea che l’esilio sarebbe l’unica vera via d’uscita, scartando a priori l’ipotesi che i cristiani d’Oriente possano continuare a vivere dove hanno sempre vissuto. Se le pianure di Ninive fossero liberate, potrebbero invece diventare oggetto di una protezione internazionale in grado di garantire l’autonomia del territorio e di rafforzarne le istituzioni e le forze di sicurezza. I progetti di regioni cristiane autonome in Iraq esistono da diversi anni e la loro realizzazione appare oggi prioritaria per riuscire ad evitare la scomparsa di queste popolazioni dalla loro area di insediamento secolare. Tuttavia, sostenere questo obiettivo implica per le potenze occidentali l’abbandono di una visione esclusivamente vittimistica e un reale trasferimento di mezzi a beneficio delle comunità siriache irachene.”








