Donne e Chiesa

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In occasione dell’8 marzo Emanuela Buccioni, su Rocca, ha scritto un interessante pezzo sulla donna nella società e nella Chiesa.

“Poco tempo fa ho accompagnato delle classi a un’esperienza interessante a Roma: l’Italian model of United Nations (Imun), in cui adolescenti di tutta Italia si immedesimano per alcuni giorni nel lavoro dei delegati Onu dibattendo in inglese di problemi e risoluzioni. Una piccola finestra su un mondo possibile, con giovani che studiano le situazioni di Paesi lontani, in atteggiamento inclusivo, responsabile, attivo verso le più grandi sfide del mondo, sebbene in modo simulato. Le delegazioni erano assolutamente equilibrate dal punto di vista del genere, una in particolare, che simulava la Commissione sulla condizione delle donne (Csw), organo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc), doveva approfondire strategie per implementare la parità di genere e l’avanzamento dei diritti delle donne.
Questa commissione è il principale organismo intergovernativo globale e si dedica alla verifica della realizzazione dei punti della Dichiarazione di Pechino (1995) dedicata alla promozione delle donne e dell’uguaglianza di genere. Approfondendo tali tematiche delle giovani donne potrebbero farsi delle domande rispetto alla distanza di molte posizioni ecclesiali da quelli che vengono considerati diritti da promuovere.
Il cammino delle donne verso una piena e paritaria partecipazione nella società e nella Chiesa è uno dei grandi temi del nostro tempo. È un percorso segnato da conquiste significative. Come un fiume che scorre verso il mare, questo movimento ha conosciuto rapide impetuose e anse placide, ha incontrato dighe e deviazioni, ma non ha mai smesso di avanzare.
Guardando indietro, non possiamo non riconoscere i passi da gigante compiuti nelle ultime decadi. Nelle società occidentali, le donne hanno conquistato diritti fondamentali: dal voto all’istruzione, dall’accesso alle professioni alla tutela contro le discriminazioni. Oggi vediamo donne ai vertici di aziende, in parlamento, nelle aule dei tribunali e nei laboratori scientifici. La cultura stessa si è evoluta, mettendo in discussione stereotipi di genere radicati da secoli.
Un esempio significativo di progresso legislativo recente è la Direttiva Ue sulla trasparenza salariale, approvata nel 2023. Questa legge obbliga le aziende con più di 100 dipendenti a fornire informazioni sulla differenza retributiva tra uomini e donne, imponendo misure correttive in caso di divario superiore al 5%.
Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che il cammino sia compiuto. Le statistiche ci ricordano impietosamente che la parità salariale resta un miraggio in molti settori. La violenza di genere continua a essere una piaga sociale, alimentata da pregiudizi duri a morire. Molte donne si trovano ancora costrette a scegliere tra carriera e famiglia, in un sistema che fatica a riconoscere il valore sociale della paternità e della cura.
Volgendo lo sguardo alla Chiesa, il quadro si fa ancora più complesso. Papa Francesco ha compiuto gesti significativi, nominando donne in ruoli di responsabilità mai ricoperti prima all’interno della Curia Romana. Il dibattito sul diaconato femminile, riaperto dal Pontefice, è segno di una Chiesa che si interroga e cerca nuove strade.
In Svizzera, la diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha nominato nel 2021 Marianne Pohl-Henzen come vicaria episcopale, la prima donna a ricoprire questo ruolo di alta responsabilità nella Chiesa cattolica svizzera. Con tale incarico ha un’autorità significativa nella gestione pastorale e amministrativa della diocesi.
Fuori dall’Europa, in Amazzonia, suor Laura Vicuña Pereira Manso dopo aver partecipato al Sinodo per l’Amazzonia, ricopre il ruolo di vicepresidente della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia e con altre leader indigene è stata ricevuta dal Papa come voce autorevole in difesa delle popolazioni di quelle terre ed espressione dei nuovi ministeri femminili.
Tuttavia, non possiamo ignorare le resistenze che ancora persistono. Certe mentalità tradizionaliste faticano ad accettare un ruolo più incisivo delle donne nella governance ecclesiale. Nel campo della teologia e dell’insegnamento, se pur con notevoli eccezioni, la voce femminile stenta ancora a trovare piena cittadinanza.
Che fare, dunque? La strada da percorrere è ancora lunga, ma non impossibile. Nella società, è necessario continuare a lavorare per una vera parità di opportunità, che passi attraverso politiche concrete di sostegno alla genitorialità, di contrasto alla violenza, di promozione dell’educazione. Servono leggi, certo, ma ancor più serve un cambiamento culturale profondo, che riconosca nella diversità una ricchezza e non una minaccia.
Nella Chiesa, il cammino sinodale, seppure con varie disillusioni, è ancora un’occasione preziosa per smuovere le acque. Si tratta di riconoscere i carismi affidati alle donne come agli uomini come dono dello Spirito per l’intera comunità e, dunque, nei casi opportuni, da rendere ministeri stabili. La sfida è quella di una Chiesa che, almeno alle nostre latitudini, si fa numericamente più piccola, ma dove la corresponsabilità tra uomini e donne è vissuta come espressione autentica del Vangelo e ricerca di autenticità e pienezza umana. Come ci ricorda Papa Francesco, “l’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere la regia della società nel suo complesso” (Amoris Laetitia, 201).
Beati quelli e quelle che con pazienza e determinazione sapranno riconoscere i pregiudizi che ci abitano nel profondo, affrontare con coraggio le resistenze e accogliere con umiltà il nuovo: saranno testimoni e artefici di una cultura del vero rispetto e della valorizzazione reciproca.
Ogni volta che una donna viene riconosciuta per le sue capacità e non per il suo genere, ogni volta che un uomo si fa carico della cura familiare senza sentirsi sminuito, ogni volta che nella Chiesa si ascolta con rispetto la voce profetica di una donna, facciamo un passo avanti verso il «tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28) che annuncia Paolo.
Le implicazioni teologiche di una maggiore partecipazione femminile nella Chiesa sono profonde. La teologia femminista ha già arricchito la riflessione ecclesiale, offrendo nuove prospettive sull’interpretazione delle Scritture e sulla comprensione dei dogmi.
La stessa immagine di Dio in prospettiva femminile si arricchisce di sfumature. Se sia l’uomo che la donna sono creati a immagine di Dio, come possiamo riflettere più pienamente questa realtà nelle strutture e nei ministeri ecclesiali? Si tratta di riconsiderare la natura dell’autorità nella comunità cristiana e questo si riflette anche in una nuova visione dell’umano all’interno dell’intera creazione.
La questione tocca il cuore della nostra comprensione dei sacramenti e dei ministeri, compresi quelli ordinati alla cura e guida della comunità, a partire dal sacerdozio battesimale, ancora concetto misterioso per molti fedeli.
Il cammino verso una piena partecipazione delle donne nella Chiesa e nella società è un segno dei tempi che non possiamo ignorare. Ciascuno di noi, uomo o donna, si senta interpellato a fare la propria parte, con fiducia e speranza, per costruire una Chiesa e una società più giuste, più inclusive, più conformi al sogno di Dio per l’umanità.”

Il dissing tra Esaù e Giacobbe

Un brain-storming sui personaggi biblici, tutti quelli che sono venuti in mente.
Un’ora per metterli in ordine di comparsa nella Bibbia (e così ripercorrere le vicende narrate).
Due ore per creare una specie di digital storytelling o, comunque, trovare un modo creativo di presentare un personaggio biblico: un’autobiografia, un’intervista impossibile, un podcast, un video, un diario…
Ebbene, Mattia Arboritanza e Sabrina Maxim, classe seconda, hanno prodotto il video che pubblico qui sotto. L’ho trovato geniale, creativo, divertente, stimolante, meravigliosamente folle.

Un nuovo monastero buddhista sulle colline pisane

L’Istituto Lama Tzong Khapa (qui la pagina Fb) è il più importante centro buddhista in Italia e uno dei maggiori in Europa: sorge immerso nel verde delle colline toscane, 40 km a sud di Pisa, a Pomaia. A breve avrà una nuova sede: il primo monastero buddhista costruito ex novo  in Italia. Ho trovato la notizia su Avvenire ed è a cura di Leonardo Servadio.

“«Abbiamo appena completato l’iter burocratico, ora la costruzione può cominciare». Massimo Stordi parla del nuovo monastero che sorgerà a Poggio di Penna, su un colle presso Pomaia, in provincia di Pisa. Forse non sarebbe una notizia di grande interesse se si trattasse di un luogo di tradizione benedettina. Ma questo sarà un monastero buddhista. Il primo a essere realizzato ex novo in Italia per gli aderenti alla tradizione Mahayana: di qui la rilevanza dell’iniziativa che viene presentata a Milano sabato 8 marzo, in un convegno cui prende parte il venerabile Khen Rinpoche, l’abate del monastero di Koplan in Nepal cui fa capo tale tradizione, in dialogo con Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose e della Casa della Madia.
La Mahayana è una delle più importanti correnti internazionali del buddhismo, ha il proprio centro nella cittadina toscana di Pomaia, dove sinora i suoi aderenti si ritrovano in una villa ristrutturata, e Massimo Stordi è il presidente dell’associazione che la rappresenta in Italia. «Oggi la nostra comunità – spiega – conta una trentina tra monaci e monache. Non possono vivere nello stesso centro per motivi di spazio, alcuni abitano in residenze private. Nel nuovo monastero potranno tutti trovare posto e contiamo in futuro di poter arrivare a ospitare sino a un centinaio di persone». La presenza del buddhismo in Italia è divenuta assai importante: è la terza religione più diffusa (anche se molti la considerano una filosofia) dopo cristianesimo e islam. Ma, a differenza di quest’ultimo, ch’è praticato in prevalenza da cittadini di immigrazione recente o recentissima, il buddhismo è abbracciato perlopiù da italiani di vecchia data e di buone condizioni socioeconomiche. Ha preso piede in particolare dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, attualmente viene seguito da quasi 350 mila persone e si articola in diverse correnti, tutte raccolte nell’Unione Buddista Italiana, ciascuna delle quali fa capo a centri ubicati nelle aree dell’Asia dove è radicato da circa venticinque secoli.
«Il disegno del nuovo monastero – spiega il suo progettista, l’architetto Gino Zavarella – trae ispirazione da quello dai suoi omologhi tibetani, che abbiamo visitato e studiato a fondo prima di metterci all’opera, peraltro seguendo i consigli e le richieste dei responsabili della comunità cui è destinato».

Il terreno su cui sorgerà è vasto, abbraccia un’ampia porzione della collina che diviene il suo giardino, parte integrante del monastero, coi suoi sentieri, i suoi prati, i suoi fiori, i suoi alberi. L’atmosfera orientale traspare subito dal profilo del tetto dell’edificio: ricorda un poco quello delle pagode. La facciata principale guarda verso sud e sullo spiazzo antistante campeggia una fontana: l’acqua è simbolo universale della vita che sgorga. Il suono del suo fluire comunica pace e serenità, invita alla contemplazione e alla meditazione: sono modi d’essere propri di chiunque scelga la vita monastica, sia di tradizione orientale oppure occidentale.
Il progetto nel suo complesso e ogni suo dettaglio è inteso a esprimere l’atteggiamento buddhista, dedito al rispettoso rapporto con la natura e a favorire la vocazione al silenzio e alla preghiera. Posto su uno zoccolo elevato di sei gradini, l’edificio è avvolto da un loggiato che, così come i sentieri che s’inoltrano nel terreno circostante, sono disponibili per chi desidera meditare passeggiando. Dentro l’edificio si susseguono le celle dei monaci e delle monache, sale per la preghiera, le lezioni, le conferenze, gli incontri interreligiosi. Tali ambienti, disposti su quattro livelli di estensione decrescente, culminano con la zona destinata a ospitare le massime autorità quando giungano in visita, come sua santità il Dalai Lama, la figura principale del buddhismo riconosciuta da tutte le famiglie nelle quali esso si articola. Il cuore del monastero è una grande sala nella quale campeggia la statua del Buddha: vi si svolgono le preghiere, i rituali, le meditazioni e gli insegnamenti collettivi, mentre gli ampi spazi esterni favoriscono la pratica individuale.
Le varie parti dell’edificio – colonne, fasce marcapiano, pareti – sono distinte da due colori: il giallo e l’arancione. Sono gli stessi che caratterizzano le vesti dei monaci e hanno un valore simbolico, così come lo hanno gli ornamenti policromi dei capitelli, i trafori delle porte e la grande ruota che si erge sul prospetto principale. Massimo Stordi spiega così il significato di quegli elementi: «Il giallo e l’arancione simboleggiano la rinuncia e l’impegno verso il percorso spirituale. Tra gli altri, molteplici decori che, presenti ovunque, recano un’infinità di significati simbolici, spicca quello della ruota. È un soggetto molto popolare e incorpora tutti gli argomenti importanti del buddhismo, come le quattro Nobili Verità, l’origine e le cause delle sofferenze, il fenomeno ciclico della nostra esistenza, l’impermanenza e altro ancora. La grande ruota è accostata sui fianchi da una coppia di cervi: quando fu chiesto al Buddha di trasmettere la sua dottrina, una coppia di cervi, maschio e femmina, uscì dalla foresta e lo guardò impassibile. La riproduzione di tale evento rappresenta i discepoli maschi e femmine che provano piacere nell’ascoltarne gli insegnamenti».
Il nuovo edificio sarà costruito sulla roccia, come lo sono i monasteri tibetani, e recuperando il territorio segnato dalla escavazione di una precedente cava dismessa. L’architettura sarà sensibile sia alle tradizioni antiche sia al contesto paesaggistico e seguirà un percorso di eco-sostenibilità, garantendo così un basso impatto ambientale, risparmio energetico e di risorse.”

Abbattere? No, concimare

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Quest’anno l’inizio del mese di Ramadan e del periodo della Quaresima sono stati molto vicini: rispettivamente 1 e 5 marzo. Hanno delle caratteristiche comuni, sia nei comportamenti richiesti ai fedeli, sia nei significati sottesi. Quasi dieci anni fa il teologo e biblista Alberto Maggi, proponeva una riflessione il cui senso credo possa andar bene per entrambe le religioni, e anche per le persone di altre religioni o atee che desiderano meditare sulla vita.

“Con il mercoledì delle ceneri è iniziata la Quaresima. Per comprendere il significato di questo periodo occorre esaminare la diversa liturgia pre e post-conciliare.
Prima della riforma liturgica, l’imposizione delle ceneri era accompagnata dalle lugubri parole “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, secondo la maledizione del Signore all’uomo peccatore contenuta nel Libro della Genesi (Gen 3,19). E con questo funereo monito, nel quale è completamente assente la novità dell’annuncio evangelico, iniziava un periodo caratterizzato da penitenze e digiuni, da rinunzie e sacrifici, e dalle mortificazioni, più orientato verso il Venerdì santo che alla Pasqua di Risurrezione.
Oggi l’imposizione delle ceneri è accompagnata dall’invito di Gesù “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Le prime parole pronunciate dal Cristo secondo il Vangelo di Marco, sono un invito al cambiamento, in un continuo processo di rinnovamento che deve essere il motore della vita del credente. E credere al vangelo significa orientare la propria esistenza al bene dell’altro.
L’uomo non è polvere, e non tornerà polvere, ma è figlio di Dio, e per questo ha una vita di una qualità tale che è chiamata eterna, non tanto per la durata, indefinita, ma per la qualità, indistruttibile, capace di superare la morte, come Gesù ha assicurato: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”; “Chiunque vive e crede in me, non morirà mai” (Gv 8,51; 11,25).
In queste due diverse impostazioni teologiche sta il significato della Quaresima. Mai Gesù ha invitato a fare penitenza, a mortificarsi, vocaboli assenti nel suo insegnamento, e tanto meno a fare sacrifici. Anzi, ha detto esattamente il contrario: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13; 12,7). Ciò che Dio chiede non è un culto verso lui (sacrificio), ma l’amore verso gli altri (misericordia). I sacrifici e le penitenze centrano l’uomo su se stesso, sulla propria perfezione spirituale, e nulla può essere più pericoloso e letale di questo ingannevole atteggiamento, che illude la persona di avvicinarsi a Dio quando in realtà serve solo ad allontanarla dagli uomini. Paolo di Tarso, che in quanto fanatico fariseo era un convinto assertore di tutte queste devote pratiche, una volta conosciuto Gesù, arriverà a scrivere nella Lettera ai Colossesi che tali atteggiamenti “in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne” (Col 2,23), e per questo non esita a definirli “spazzatura” (Fil 3,8).
La Quaresima pertanto non è tempo di mortificazioni, ma di vivificazioni. Per questo l’azione di Gesù non è quella di abbattere l’albero che non porta frutto, ma di concimarlo per dargli nuovo vigore (Lc 13,8), perché lui non è venuto a spezzare la canna incrinata o a spegnere la fiamma smorta (Mt 12,20), ma a liberare nell’uomo le energie d’amore che sono sopite e fargli scoprire forme inedite, originali e creative di perdono, di generosità e di servizio, che innalzano la qualità del proprio amore per metterlo in sintonia con quello del Vivente, e così sperimentare la Pasqua non solo come pienezza della vita del Risorto ma anche della propria. Così, come i contadini sul finire dell’inverno distribuivano sul terreno le ceneri accumulate nel tempo freddo per dare nuovo vigore alla terra, la Parola del Signore è capace di infondere nuove energie agli uomini.”

Il posto della Chiesa

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“E allora non può non chiedersi anch’essa: qual è il mio posto? Qual è il mio “luogo”?”.
Scrive così, riferendosi alla Chiesa, Stefania Baglivo a metà del suo articolo ““Luoghi” ecclesiali e teologia dal margine” sulla rivista quindicinale Rocca. Lo spunto è un passo del Documento finale del Sinodo dei Vescovi.“«A chi tra noi vorrebbe avere un ruolo attivo nella creazione di pratiche culturali controegemoniche, “una politica di posizione” intesa come punto di osservazione e prospettiva radicale impone di individuare spazi da cui iniziare un processo di re-visione» (bell hooks, Elogio del margine).
A queste parole di bell hooks si è rivolto il mio pensiero quando, nel leggere il Documento Finale della XVI Ass. Gen. Ord. del Sinodo dei Vescovi (26/10/2024), sono giunta al n. 114. Un paragrafo che, seppur nella sua brevità, ho trovato particolarmente profetico. Così dice:
«Questi sviluppi sociali e culturali chiedono alla Chiesa di ripensare il significato della sua dimensione “locale” e di mettere in discussione le sue forme organizzative, al fine di servire meglio la sua missione. Pur riconoscendo il valore del radicamento in contesti geografici e culturali concreti, è indispensabile comprendere il “luogo” come la realtà storica in cui l’esperienza umana prende forma. È lì, nella trama delle relazioni che vi si instaurano, che la Chiesa è chiamata ad esprimere la propria sacramentalità e a svolgere la propria missione».
La parte IV che include, appunto, il n.114, tratta della Conversione dei legami, gettando lo sguardo sui “luoghi” nei quali l’intera Chiesa vive e sulle forme che assume per essere efficacemente presente nei territori. Questo sguardo sembra essere illuminato da importanti novità di posizionamento, per riprendere bell hooks. La Chiesa, interpellata e spesso (s)travolta dagli sviluppi sociali e culturali descritti nei numeri che precedono il 114 (l’urbanizzazione, la mobilità umana, l’interculturalità, la cultura digitale), si riconosce immersa in un mondo in cui la percezione del tempo e dello spazio è radicalmente cambiata. E allora non può non chiedersi anch’essa: qual è il mio posto? Qual è il mio “luogo”?
A questa fondamentale domanda risponde il n.114: il posto della Chiesa non è tanto il singolo territorio che essa in qualche modo occupa, quanto l’esperienza umana e la trama di relazioni nelle quali è in grado di inserirsi per diventare sacramento (mediazione simbolico-reale) dell’accoglienza di Dio per tutte e tutti. Individuare questo “luogo” come posizionamento radicale per iniziare processi di re-visione, richiamando ancora le parole di bell hooks, potrebbe costituire un vero e proprio compito di realtà per il cattolicesimo attuale.
Posizionarsi “nell’esperienza umana e nella trama di relazioni”, certo, richiede un ripensarsi, un ricollocarsi a volte complesso e la necessità di una forma ospitale aperta, mai rigida. Nell’intera parte IV del Documento Finale si guarda al futuro proprio da questa prospettiva: l’esigenza di una decostruzione dell’opposizione tra centro e periferie grazie alla quale la Chiesa diventi “casa” accogliente ed inclusiva (n.115).
E ciò che riguarda l’intera Chiesa, vale, ovviamente, anche per la teologia, il cui “luogo” specifico non potrà essere se non “l’esperienza umana e la trama di relazioni”. Da questa posizione così larga ed ospitale, la riflessione sistematica può davvero contribuire con parole nuove, capaci di dialogo con la cultura nella quale è immersa. La teologia che potremmo definire dal margine è quella che offre una possibilità preziosissima di interlocuzione non solo con chi è “dentro”, ma soprattutto con chi è “fuori” e con chi è sulla “soglia”… in pratica davvero con tutte e tutti. Questo compito le è affidato ora più che mai, pena l’insignificanza.”

Tra determinismo e libero arbitrio

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Maddalena Feltrin è allieva della Scuola Superiore di Toppo Wassermann di Udine. Recupero un suo pezzo di un mese fa, scritto per Treccani. Il tema è di nuovo quello delle scelte, del libero arbitrio e del determinismo. Ci vuole un po’ di concentrazione, ma gli interrogativi che suscita sono numerosi e interessanti, così come le possibilità di approfondimento.“

Accettando l’analisi che viene proposta da alcuni neuroscienziati come J.D. Haynes e B. Libet, si è costretti all’ammissione di una visione deterministica del mondo, ossia la concezione della realtà per la quale tutti i fenomeni sono collegati l’un l’altro secondo un ordine necessario e invariabile. In altre parole, in natura, data una causa o una legge, può verificarsi soltanto un certo effetto o un particolare fenomeno e non un altro. Nell’Universo non c’è spazio per una variazione spontanea né per il perseguimento di una libera scelta.
Questa visione del mondo comporta degli effetti su molti aspetti del nostro approccio alla vita, ed è emblematico il caso della legislazione, che necessita di essere completamente rivista. La legge è, infatti, basata sull’idea che le persone siano responsabili delle loro azioni (tranne in eccezionali occasioni) ma, se ogni prassi umana è ricondotta a prevedibili schemi di risposta a degli stimoli, non si può più pensare di punire un uomo: egli, ontologicamente, non ha mai preso una vera decisione! Conseguentemente, la negazione del libero arbitrio mette in discussione l’esistenza stessa del sistema giuridico e di qualsiasi forma normativa.
Di fronte a questa conclusione, alcuni filosofi come T. Nagel, P. van Inwagen e C. McGinn ribadiscono l’importanza dell’intuizione della libertà. Essa è la condizione ineliminabile dei giudizi morali e lo stesso Haynes ammette come – non appena si comincia ad interpretare il comportamento delle altre persone – sia virtualmente impossibile credere che esse non stiano attivamente prendendo delle decisioni. Siamo, quindi, condannati a credere nella libertà, anche se abbiamo buone ragioni per pensare deterministicamente. Pertanto, dobbiamo – a loro detta – ammettere il paradosso di dover credere a qualcosa la cui esistenza sembra impossibile da provare: come scrive Inwagen, «il libero arbitrio sembra […] essere impossibile. Ma sembra anche che il libero arbitrio esista. Perciò l’impossibile sembra esistere».
Per rispondere a questa contraddizione, il biofisico H. Atlan recupera il senso di responsabilità del singolo in una visione deterministica con un confronto tra le neuroscienze e Dio. Egli, riprendendo la visione spinoziana della mente e del corpo intesi come aspetti diversi della stessa sostanza, sviluppa il suo pensiero a partire da un verso in un antico trattato ebraico, Capitoli dei padri 3:15 (Pirkei Avot, ndr): Tutto è previsto ma viene concesso il permesso [di scegliere];
e, successivamente, utilizza nella sua argomentazione un passo dal Salmo di Davide (Ps 141:4):
Non inclinare il mio cuore ad alcuna cosa malvagia,
per commettere azioni malvagie con i malfattori,
e fa che io non mangi delle loro delizie.

In questi passaggi delle Sacre Scritture, infatti, l’uomo non percepisce di aver determinato le proprie azioni, ma viene ugualmente definito responsabile di esse. Davide, infatti, sembra quasi accusare Dio di manipolazione o inclinazione perversa, implicitamente dichiarandolo ‘autore’ delle sue azioni malvagie – ma ciò è impossibile, in quanto all’Altissimo non può essere attribuito alcun atto ingiusto. La spiegazione teologica che viene data in risposta a questo paradosso è la stessa che si può utilizzare per recuperare il senso di responsabilità in una visione deterministica su base scientifica: dal momento che la libertà di scelta è puramente un’illusione, gli uomini possono solamente osservare l’agire di una forza esterna nel loro stesso corpo. Contemporaneamente, tuttavia, sono ritenuti imputabili di qualsiasi loro pensiero e gesto in quanto essi stessi si illudono di poter scegliere. Inoltre, non sarebbe possibile giudicare moralmente un agente non umano (che sia Dio o la legge di natura delle cose): la preghiera del re di Israele non è una critica morale all’Onnipotente, ma è una supplica che semplicemente riflette il modo con cui Dio opera e ‘funziona’. Le azioni divine non sono il risultato di una scelta etica, ma sono un modo di essere. Il senso di responsabilità implicato nelle nostre azioni è qualcosa che appartiene alla nostra logica, e che ha senso solamente se si mantiene separato dal concetto di determinismo neurale. Anche se la possibilità di scelta, in senso assoluto, potrebbe essere un’illusione, il concetto di responsabilità è perfettamente reale.
Questi due piani possono essere distinti più facilmente nella lingua inglese, che distingue tra consciousness e conscience: con la prima si intende ‘coscienza di sé, consapevolezza di esser vivi’, con la seconda invece la sensibilità etica dell’individuo. Conseguentemente, si può mantenere una responsabilità per ciò che accade attraverso il proprio corpo, indipendentemente dal controllo della consciousness (riservato a Dio, o al naturale corso degli eventi), ma nella loro piena acquiescenza in una fase di conscience. Tuttavia, il concetto rimane per noi sfuggente e difficile da accettare in quanto queste due funzioni, nei fatti, operano come un unico sistema integrato e con assoluta interdipendenza tra le parti.”

La difficoltà di scegliere

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Quello delle scelte, oltre che essere un argomento tipico del terzo anno, è uno dei temi di cui si parla più frequentemente in classe. Ne scrive Alice Nanni, studentessa magistrale in Neurobiologia, sulla rubrica Chiasmo di Treccani.

“Non c’è niente di più umano della scelta, un concetto trasversale che di taglio attraversa tutti i livelli di realtà della nostra esistenza assumendo connotazioni via via diverse.
Compare già multiforme nella storia delle tradizioni filosofico-religiose: Eva può non mangiare la mela poiché ha in dono il libero arbitrio; nel buddhismo si sceglie la rinuncia per raggiungere il nirvana; nell’induismo le azioni compiute in vita determinano la successiva reincarnazione in base al karman accumulato; nei miti norreni l’eroe o l’eroina paradossalmente scelgono il loro destino, o meglio accolgono ciò che è predeterminato per loro. Anche al di fuori della sfera spirituale la natura umana rimane intrinsecamente dominata dalla scelta. Kierkegaard, ad esempio, sostiene che la possibilità di scegliere non sia «la ricchezza, bensì la miseria dell’uomo» e considera il libero arbitrio il suo limite e la sua disperazione. Forse non sorprende che la sua dissertazione su questo vuoto che si para di fronte all’homo, in bilico davanti al futuro, si risolvesse tutta nella fede in Dio. Infatti, per secoli il bisogno di spiegare il mondo, l’esistenza e l’Io, e di rispondere alle domande senza una facile risposta è stato dominio delle religioni, sopravvissute allo scientismo, all’Illuminismo, al razionalismo e perfino a Nietzsche. La domanda da farsi a questo punto è: riescono ancora a resistere nel tecno-capitalismo del ventunesimo secolo?
Circoscrivendo lo sguardo alla parte di mondo definita Occidente, è innegabile che stiamo attraversando una crisi della spiritualità e delle credenze. In un’indagine dell’Istituto di Ricerca Eurispes del 2024, molti giovani tra i 18 e 30 anni hanno valutato la religione come uno degli ultimi valori per priorità nella propria vita: è risultata “molto importante” o “importante” solo per il 38,7%, a fronte del 90,6% ottenuto dalla voce “democrazia”. I report di diversi Osservatòri in merito alla questione mostrano che il trend è di allontanarsi dalle istituzioni religiose per cercare la propria spiritualità in una nuova dimensione fluida, indefinita e autonoma. In un mondo che ha perso le sue coordinate assolute, ognuno è lasciato alla sua personale interpretazione del reale: la capacità di scegliere si inserisce così in uno spazio senza assi cartesiani, in cui lo spaesamento interiore va a braccetto con una società neoliberale della performance e della produttività, in cui ogni occasione è un’opportunità da sfruttare.
Parlare di spiritualità e di individualità significa parlare inevitabilmente di collettività. Gli ultimi decenni hanno visto affastellarsi una rivoluzione tecnologica dopo l’altra, con una spinta al profitto che, se in un primo momento ha generato un clima di speranza e prosperità, ha presto rivelato l’altra faccia della medaglia, quella brutta. L’insostenibilità di questo modello omnicomprensivo può essere esemplificata attraverso un’analisi intergenerazionale che si ispira al pensiero di Maura Gancitano. La generazione Boomer è figlia del primo modello liberale — quando ancora era possibile crederci —  e vive intrisa della retorica liberal-calvinista del se vuoi puoi, sostrato di una visione di successo secondo cui il benessere coincide con un lavoro, non importa quanto faticoso e totalizzante, che garantisca di che vivere e un po’ di più. La generazione dei Millennial è la prima a mettere in crisi questo ideale: le crisi finanziarie, il ricambio sempre più veloce di un mercato libero fondato sulla moneta e non sull’essere umano, e le aspettative calate dall’alto intaccano la narrazione dominante. Gli eredi naturali di questo processo sono i giovani e le giovani della Generazione Z (1999-2014), che portano ancora più avanti la rottura.
Una caratteristica specifica dei cosiddetti nativi digitali è l’espressione della propria identità online, una para-realtà che se interrogata in modo intelligente restituisce uno spaccato interessante dell’attualità. In modo non esaustivo, possiamo citare due macro-trend che vivono nello spazio virtuale e che inevitabilmente mantengono un rapporto bidirezionale con la realtà. Da un lato troviamo l’insofferenza per la retorica del lavoro come priorità: la tendenza era già emersa con il periodo delle Grandi Dimissioni, conseguenza del lockdown degli anni ‘20, ma la ricerca di strade alternative e la denuncia di una cultura lavorativa vecchia e abusante si rafforzano di giorno in giorno. Dall’altro lato abbiamo la FOMO (fear of missing out).
Per quanto la disuguaglianza sociale e la povertà assoluta siano in aumento, osservando a volo di uccello l’evoluzione socioeconomica dell’ultimo secolo, risultiamo essere generalmente più ricchi. O almeno, secondo un modello iper-consumista, abbiamo più soldi per poterne spendere di più. Sta di fatto che, mettendo da parte il discorso di classe, lo stile di vita del cittadino medio è profondamente cambiato e si è arricchito della dimensione del tempo libero, delle ferie, del viaggio di piacere. A cascata le nuove generazioni hanno ricevuto in eredità la possibilità di essere molte più cose, almeno in potenza. Lo sappiamo e veniamo esposti a questa consapevolezza quotidianamente, con un flusso continuo di vite altrui sullo schermo, che mostra quante cose si possono fare, quante cose si possono essere. Insomma, è sicuramente cambiato il modello di riferimento ma è altrettanto vero che l’idolo del “tutto è possibile” è continuamente ingrassato dal confronto con l’altro, che si propone come immagine in negativo di tutto ciò che tu NON sei.
Spopolano reels su Instagram e video su Tiktok di persone in stanze immacolate, che recitano: «POV: hai 20 anni e ogni giorno sei indecisa se fondare una start-up, lasciare tutto e viaggiare il mondo in un van, iniziare un master o scrivere poesie». Che sia realistico o meno, chiunque di noi è esposto a questa potenzialità immaginativa infinita e, in una spirale di overthinking, la tua vita finisce per assumere l’aspetto di una nave senza timone, che speri naufraghi prima o poi sull’isola giusta. L’ambito universitario è forse la massima espressione di questa parabola. Continuare il percorso di studi significa anche prolungare quel limbo in cui (quasi) tutto è ancora accessibile; perciò, tantissime persone finiscono per concludere il ciclo di studi trovandosi di fronte qualcosa di inaspettato, ovvero la mancanza di prospettive concrete e quindi la possibilità di qualunque prospettiva.

Seppure assumiamo che l’essere umano sia fatto per scegliere, non è però calibrato su un numero tendente a infinito di opzioni per ogni scelta. In relazione a questo nuovo spaesamento quotidiano dell’esistenza si è iniziato a parlare del concetto di paradosso della scelta, teorizzato da Barry Schwartz nel libro “The Paradox of choice: Why more is less” (2004). Per lo psicologo americano la massimizzazione della libertà individuale non è direttamente proporzionale alla massima felicità. Secondo i dettami della filosofia neoliberale, più è meglio: un principio assoluto che dovrebbe riguardare anche i gradi di libertà del singolo individuo inserito in una società del benessere. Invece, la curva reale che descrive la felicità dell’essere umano in funzione del numero di scelte possibili sarebbe a forma di campana, con un massimo oltre il quale la qualità di vita diminuisce.
Schwartz identifica, in particolare, il modello comportamentale del maximizer, ovvero colui o colei che vuole scegliere sempre la migliore delle opzioni, crede che ogni possibilità sia realizzabile ed è alla ricerca della perfezione. Una volta compiuta la scelta, la sua quête non si esaurisce poiché il/la maximizer continua a ipotizzare l’esistenza di un’alternativa migliore collocata nel futuro, ma anche tra quelle — impossibili da verificare —  già scartate nel passato. Questo loop comporta sensazioni di ansia e depressione, rimorso, insoddisfazione cronica e, in ultima analisi, quella che Schwartz chiama la paralisi della scelta, ovvero scegliere di non scegliere, poiché lo stallo permette di fare tutto, di essere tutto. In termini più scientifici si parla di choice overload, un tema non nuovo nel settore delle neuroscienze.
Per citare qualche esempio, uno studio del 2018 ha tentato di indagare come il cervello si attiva nel processo della scelta. I soggetti sperimentali sono stati esposti a set di oggetti di 6, 12 o 24 elementi tra cui dovevano sceglierne uno. Analizzando l’attività cerebrale grazie alla tecnica dell’fMRI, si è osservata una curva a campana, con un massimo di attivazione per il set di 12 elementi e valori minori sia per 6 che per 24. Lo stesso Schwartz ha portato a supporto della sua tesi una serie di semplici test dimostrativi, tra cui il più famoso è forse quello dei cioccolatini: posti di fronte a una scatola di 30 o a una di 6 cioccolatini, i suoi studenti hanno riportato in modo statisticamente significativo più soddisfazione per la scelta nel secondo caso, come se il maggior numero di alternative scartate rendesse meno appagante la scelta compiuta. Ovviamente, le variabili in gioco sono moltissime e complesse, ma questo studio e altri più recenti sono un interessante spunto per interrogarsi sulla gestione emotiva e cognitiva della scelta in una società che ha commercializzato e portato alle sue estreme conseguenze questo carattere esistenziale dell’essere umano.
Un’altra prospettiva per analizzare il paradosso della scelta è radicata nel modello socioeconomico di sviluppo, sia nella sua realtà oggettiva sia nell’interiorizzazione che ne fa il singolo. La narrazione dominante dell’ultimo decennio ha spinto, infatti, verso un’estrema responsabilizzazione dell’individuo, generando una sorta di equazione per cui il massimo della libertà significa anche il massimo della colpa: assistiamo insomma a un ritorno dell’ideale individualista dei Baby Boomer, intersecato, però, con l’iper consumismo e molte nuove difficoltà quali la crisi climatica. Calandoci nell’attualità, proprio il tema ambientalista, estremamente sentito dai più giovani, può essere un esempio calzante di questa nuova dinamica. Una risposta efficace e a lungo termine a questo problema non può che essere collettiva, politica, globale: eppure, ha attecchito molto il linguaggio dell’azione individuale, che deresponsabilizza le istituzioni e i colossi del mercato, e ripropone la logica del consumo, ma “green”. Se l’individuo, attraverso le sue scelte, è responsabile del cambiamento che può produrre in teoria, ma ha un impatto relativamente piccolo in pratica, lo scollamento tra la libertà di scegliere e la conseguenza di questa libertà diventa conclamato. Da cui il pessimismo, la rinuncia, la non-scelta.
Questo scarto ha progressivamente contagiato la sfera pubblica e quella individuale con il risultato della morte civile del singolo e quindi della collettività. Un dato chiaro è, per esempio, la crisi del voto, pilastro della struttura democratica: pochissimi giovani oggi scelgono di esercitare questo diritto fondamentale, e l’astensionismo appare come la forma più grande di protesta impugnabile contro una sovranità che già da tempo non è rappresentativa. Checché se ne dica, la cifra umana della generazione Z non è il disinteresse, ma la sensazione di impotenza fondata non tanto sul paradosso della scelta, quanto sul paradosso della libertà di scelta. Di fronte a un futuro che si annuncia spaventoso e che non è possibile cambiare da soli, nonostante venga detto che abbiamo la libertà di farlo, scegliere di non scegliere o non scegliere di scegliere è il grido unanime di un sistema al collasso che, mentre si espande, implode.
Nel marasma di individualità tutte incatenate, il ruolo stesso della scelta è totalmente deformato. Tra performatività, logica del profitto e morte dello spirito, questa modernità che vuole superare la velocità della luce è in realtà profondamente paralizzata, perfino davanti alle troppe opzioni di un menù del fast food. Più che chiederci come tornare a scegliere dovremmo forse ribaltare la prospettiva: tornare a essere fonte attiva di opzioni, invece che consumatori passivi di offerte, e finalmente definire un nuovo concetto di libertà individuale, che abbia al centro l’essere umano.”

In God we trust. Ma quale?

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Ha molto impressionato la fotografia del presidente statunitense Donald Trump, seduto alla scrivania della Casa Bianca, circondato da Paula White, pastora della cosiddetta teologia della prosperità, e da altri esponenti religiosi. L’occasione è stata quella della firma di un ordine esecutivo presidenziale per l’istituzione, presso la Casa Bianca, di un Ufficio della Fede (ne ha scritto Massimo Gaggi sul Corriere della Sera). Approfitto per segnalare un video di Francesco Costa, giornalista de Il Post, sul rapporto degli statunitensi con la religione e come questa si incroci anche con la politica americana (video pubblicato prima del voto elettorale):

Inoltre pubblico interamente un pezzo di Luca Colacino per Treccani dal titolo Politica e religione negli Stati Uniti di Trump“La sensibilità politica europea di oggi non può che essere sorpresa da uno degli aspetti più evidenti dell’amministrazione del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti: la forte presenza della religione nella sfera pubblica. Si tratta di un evidente ritorno della religione come parte integrante della cultura politica di una democrazia liberale occidentale. In seguito all’illuminismo e alla Rivoluzione francese, l’Europa ha subito un processo di secolarizzazione definito da un marcato sentimento anti-religioso fondato nella certezza che una politica della sola ragione potesse condurre ad una società libera dall’ingiusta oppressione morale e dall’intolleranza che si credeva le religioni portassero nella sfera pubblica.
Diverso è il sentimento che anima l’affermazione del presidente Donald Trump la mattina di giovedì 6 febbraio 2025, all’annuale “National Prayer Breakfast” in Washington D.C. in cui egli afferma: «Dobbiamo resuscitare la religione, la dobbiamo resuscitare con molta più forza». La domanda è la seguente: Il ritorno della religione nella politica di Trump è un esempio della storica strategia in cui la religione è fonte di legittimazione del potere che desidera essere incontrastato o è riconoscimento autentico di una necessità politica più profonda?
La risposta completa a questa domanda dovrà aspettare il giudizio della storia a venire, ma alcune considerazioni possono essere fatte già da ora. La prima riguarda l’onestà con cui i padri fondatori della repubblica americana hanno sempre riconosciuto che il successo degli ideali americani di libertà, progresso e giustizia dipendesse dal contesto culturale in cui i cittadini condividevano una visione cristiana del mondo. Il successo della politica, secondo loro, dipende dal successo della religione nella vita dei cittadini. Ad esempio, John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, dichiarò nella famosa lettera alle milizie del Massachusetts che «la Costituzione americana è stata creata solo per persone religiose con una determinata moralità e perciò è completamente inadeguata al governo di qualsiasi altro tipo di persone». Nonostante il governo americano abbia sempre supportato la marcata separazione istituzionale tra Chiesa e Stato, essa non ha mai approvato la separazione culturale tra religione e politica. Le religioni istituzionali, seppure non riducibili alla dimensione temporale, sono sempre state fonte di una visione comune del mondo che permetteva una vera deliberazione sul bene comune.  La religione cristiana in Occidente, infatti, è stata per anni una sorgente spirituale e intellettuale di riflessione sulla natura del bene comune. La stessa difesa delle libertà personali e della libertà di coscienza, di cui l’America è sempre stata grande promotrice, si basava sull’ipotesi di una società in cui gli individui erano responsabili delle proprie azioni davanti a Dio, la cui legge morale è una realtà oggettiva e intellegibile, almeno in parte, nelle categorie naturali e razionali. Questo non significa che la politica informata dalla religione smetta di deliberare e di avere visioni diverse sul bene comune. Infatti, la crisi della politica contemporanea non si basa sull’incapacità di essere d’accordo sulla natura del bene comune (il quale non è mai accaduto nella storia della politica); piuttosto, si basa sull’incapacità di trovare degli assiomi di pensiero comuni su cui costruire un dialogo di deliberazione e confronto politico effettivo. La politica di oggi è una politica senza metafisica, incapace di trovare degli assiomi filosofici comuni per la deliberazione sul bene comune. Ad esempio, senza una metafisica capace di definire l’esistenza reale e non nominale di una comune natura umana è molto difficile deliberare su quali siano effettivamente i cosiddetti “diritti umani”. Se non esiste una realtà metafisica di natura umana che sia intellegibile, allora questa diventa un concetto non scoperto ma costruito dall’intelletto e dalla volontà di ognuno. Per questo, la crisi contemporanea della politica senza metafisica è dovuta all’incapacità di avere un consenso di base sulle categorie filosofiche classiche.
Ma cosa c’entra questo con la religione nella politica? Si è detto che l’Europa, e con essa l’Occidente, è figlia di Atene, quale culla della cultura filosofica greca, e di Gerusalemme, quale sorgente della spiritualità e religiosità giudaico-cristiana. In effetti, la filosofia greca è stata tradotta nella cultura europea attraverso la mediazione della religione cristiana. Con il fenomeno della secolarizzazione, poi, si è cercato di rendere l’Occidente indipendente da Gerusalemme. Oggi, però, il problema della politica contemporanea non è l’incapacità di essere d’accordo su Gerusalemme, piuttosto è l’incapacità di avere Atene come punto di riferimento comune per una vera politica del confronto sul bene comune. La questione riguarda la possibilità dell’Occidente, ormai orfano delle proprie radici filosofiche e spirituali, di ritornare ad Atene come punto d’incontro della ragione universale all’infuori dalla mediazione di Gerusalemme. In altre parole, in una modernità che ha perso il senso di una ragione universale, abbandonando ogni credenza metafisica riguardo le categorie oggettive di bene comune e natura, è possibile riportare una vera politica del confronto senza la religione?
Sembra che gli Stati Uniti, a differenza dell’Europa, abbiano sempre riconosciuto che l’eredità filosofica di Atene per una politica capace di un vero confronto sul bene comune dipendesse dall’integrità della religione come interlocutore sociale. In questo senso vanno intese le parole di Trump nell’intervento alla National Prayer Breakfast in cui egli afferma: «Dai primi giorni della nostra repubblica, la fede in Dio è sempre stata la sorgente ultima della forza e il cuore pulsante della nostra nazione. Dobbiamo resuscitare la religione, la dobbiamo resuscitare con molta più forza. L’assenza della religione è stato uno dei problemi maggiori degli ultimi tempi. L’America è stata e sarà una nazione sotto la guida di Dio».
Quest’affermazione richiede una seconda considerazione sull’eccezionalismo americano nel contesto del ritorno della religione nella sfera pubblica. Non sono mancati, infatti, nelle ultime settimane, riferimenti al mandato di Trump come una manifestazione della provvidenza divina per il destino degli Stati Uniti. Nello stesso discorso alla National Prayer Breakfast, il presidente Trump ha fatto menzione di Roger Williams, pastore presbiteriano che ha fondato lo Stato di Rhode Island nominando la sua capitale Providence, e di John Winthrop, puritano inglese che sarebbe diventato governatore del Massachusetts, il quale nel celebre sermone La città sulla collina si richiama alle parole di Gesù nel Discorso della montagna per descrivere l’America come terra scelta da Dio per risplendere da esempio per il mondo intero.
In linea con questo tradizionale sentimento con cui gli americani si vedono strumenti della provvidenza divina per il benessere del mondo, il presente mandato di Trump, sin dall’inaugurazione presidenziale del 20 gennaio, è stato presentato come dono della provvidenza per la rinascita culturale e politica degli Stati Uniti, per il benessere di tutti gli americani e dei loro alleati. All’inizio della cerimonia di inaugurazione, infatti, Franklin Graham ha condotto i presenti in una preghiera in cui ha ringraziato Dio «per aver innalzato con mano potente il presidente Donald Trump». In maniera simile, la preghiera di benedizione del pastore Lorenzo Sewell nella stessa cerimonia ha parlato di Trump nei termini di un miracolo della provvidenza che lo ha salvato dall’attentato dello scorso 16 luglio come segno d’approvazione divina del suo mandato.
Seguendo questa logica, però, la storia ha lasciato trascorrere i più grandi mali dittatoriali sotto la credenza di una provvidenza divina che giustificasse incondizionatamente le autorità in potere. Se da un lato il rientro della religione nella politica è una necessità effettiva e potenzialmente buona, dall’altro lato questo rientro va qualificato e ragionato teologicamente. La retorica della provvidenza e dell’eccezionalismo che incorniciano il presente mandato presidenziale ci pone davanti a una questione teologica da cui dipende il successo del ritorno della religione in politica. Occorre infatti un correttivo proprio della fede cattolica alla credenza unilaterale nella provvidenza che gli Stati Uniti hanno ricevuto dalla tradizione protestante dei loro padri fondatori. Il pensiero cattolico, infatti, è solito tenere insieme due estremi in tensione tra di loro. In questo caso, la provvidenza divina, sotto la cui guida non sfugge nessun governo politico, deve essere accompagnata dalla credenza nella libertà e responsabilità personale delle autorità politiche. Per questo, durante la cerimonia di inaugurazione solo le preghiere del cardinale Dolan e di un altro sacerdote cattolico hanno attenuato il clima trionfalistico e provvidenziale delle altre preghiere con una sobria richiesta a Dio di concedere al presidente Trump e al suo vice, J.D. Vance, il dono della sapienza. Questo significa che affinché il ritorno della religione della politica non sia solo strumento di legittimazione, la religione e la Chiesa devono mantenere una distanza dalle autorità politiche che permetta loro di esercitare un ruolo profetico capace di richiamare la politica all’ordine morale qualora fosse opportuno, non di diventare serve e mere leggittimatrici della politica. Nell’Antico Testamento, infatti, i profeti avevano un ministero divino istituito per mantenere un sistema di equilibrio nei confronti del potere regale e politico del re.
L’ultima considerazione, perciò, riguarda il modo in cui la Chiesa deve esercitare il proprio ruolo profetico nei confronti della politica. Molto controverso, infatti, è stato l’appello diretto a Trump della vescova anglicana di Washington nella funzione religiosa di preghiera per la nazione il giorno dopo l’inaugurazione presidenziale. La vescova ha lanciato un appello diretto al presidente chiedendo, nel nome di Dio, di avere pietà verso i migranti e i transgender che in questo momento hanno paura a causa delle sue politiche. A questo appello, Trump ha risposto su X dicendo che la vescova «ha portato la sua chiesa nel mondo della politica in un modo molto scortese. Era cattiva nei toni, non convincente o intelligente. Non ha menzionato il gran numero di migranti illegali che sono entrati nel nostro Paese e hanno ucciso persone». Qualsiasi siano le ragioni di entrambe le parti, riconoscendo sia la necessità profetica di richiamare il potere a unire giustizia e misericordia, sia la natura complessa della questione, ciò che è chiaro è che il ruolo profetico della religione verso la politica richiede un coinvolgimento più ragionato della religione nel processo deliberativo e decisionale di quello che un’omelia o un tweet possono fare. Una deliberazione politica più sostanziale infatti è alla base delle ordinanze presidenziali a sostegno della vita che Trump ha attuato nei primi giorni del nuovo mandato.
La difficoltà della religione nel relazionarsi alla politica in modo costruttivo si è vista anche con lo scontro tra la Conferenza episcopale statunitense e il vicepresidente, cattolico praticante, J.D. Vance. La Conferenza episcopale ha pubblicato una dichiarazione che condanna le politiche anti-migratorie della nuova amministrazione presidenziale. J.D. Vance ha prontamente risposto alla condanna in un’intervista insinuando che la Conferenza episcopale abbia mosso accusa perché le politiche della nuova amministrazione significherebbero una perdita di 100 milioni di dollari l’anno che la Conferenza ha finora ricevuto dal governo federale per aiutare a reinsediare gli immigrati clandestini. Un’indagine giornalistica, tuttavia, sembrerebbe provare che la Conferenza episcopale avrebbe dovuto aggiungere altri fondi a quelli federali per la realizzazione del progetto con i migranti, dimostrando perciò che le accuse del vicepresidente sono infondate.
Ancora una volta, la realtà dei fatti è più complessa di quello che può essere comunicato con dichiarazioni prive di un confronto e una vera deliberazione. Perciò, il grande ritorno della religione nella politica, seppure un’autentica necessità, dipenderà sia dalla capacità della religione di mantenere insieme la fiducia nella provvidenza divina e la chiamata alla responsabilità personale davanti a Dio, ma anche dalla capacità che la politica e la religione avranno di performare un vero dialogo culturale e filosofico non guidato da brevi e polarizzanti dichiarazioni incapaci di includere la complessità delle questioni discusse”.

L’adesivo salva-traffico

Immagine tratta da CNN

Segnalo un curioso articolo de Il Post su un uso che si sta diffondendo in India. “Il traffico è un problema in molte città indiane. Il Wall Street Journal ha raccontato che da anni gli automobilisti stanno provando almeno in parte ad aggirarlo con un metodo inusuale: attaccano sulle proprie macchine degli adesivi che indicano la loro professione, la fede religiosa o l’affiliazione politica. Lo fanno sperando di ottenere un qualche trattamento di favore, come evitare le conseguenze di infrazioni più o meno gravi, o riuscire a muoversi più agilmente nelle strade congestionate.
Ovviamente la legge non fa distinzioni in base alla professione del conducente (con qualche eccezione per i veicoli di emergenza e quelli delle più alte cariche dello stato), ma in pratica è molto più difficile che le auto con adesivi che indicano una certa caratteristica del proprietario vengano fermate dalla polizia. Diversi utenti sui social segnalano presunte infrazioni commesse da auto con gli adesivi del governo o di qualche altra categoria professionale, che secondo loro non vengono sanzionate. A livello nazionale non esiste una legge che vieta esplicitamente l’applicazione di adesivi di questo genere sulle auto (tranne che sulla targa), ma ultimamente alcune amministrazioni locali hanno cercato di contrastare la pratica con misure più o meno severe.
Gli adesivi più comuni sono quelli relativi alla professione del proprietario: fra le varie categorie di lavoratori che ne fanno uso ci sono gli avvocati, che ne hanno uno con disegnato il particolare colletto bianco usato nei tribunali più importanti del paese; i giornalisti, con la scritta press; e i dottori, con un caduceo (il bastone con i due serpenti attorcigliati, simbolo della professione medica). Ovviamente i benefici legati all’uso di un adesivo del genere si riflettono su tutte le persone che guidano l’auto, anche se non fanno effettivamente quel lavoro: il Wall Street Journal ha parlato con il figlio di un commissario di polizia che sfrutta l’adesivo sull’auto del padre per evitare i controlli e guidare oltre i limiti di velocità.
La tendenza a non fermare i veicoli delle persone che dicono di fare un certo lavoro deriva probabilmente dal fatto che alcuni di loro, come i dottori per le emergenze mediche, ma in certi casi anche i giornalisti e i dipendenti delle agenzie del governo, hanno bisogno di spostarsi molto rapidamente per eventuali emergenze. In altri casi, come per gli avvocati, le auto non vengono fermate unicamente per via del rispetto legato allo status sociale della professione: Surinder Jodhka, un sociologo dell’Università Jawaharlal Nehru di New Delhi, ha detto al Wall Street Journal che in effetti in India è ancora comune che lo status sociale di una persona influenzi molto il modo in cui gli altri si relazionano con lei.
Oltre a quelli legati alla professione si vedono anche adesivi che segnalano la fede religiosa dell’automobilista o la sua appartenenza a una casta, i gruppi sociali in cui era tradizionalmente divisa la popolazione indiana e che ancora oggi sono parecchio influenti.
Un tempo le caste stabilivano con chi si potevano avere rapporti sociali o chi si poteva sposare: sebbene il sistema sia stato formalmente abolito con la Costituzione del 1949, la divisione in caste continua a influenzare molto la vita sociale del paese. Per questo ultimamente alcuni automobilisti hanno iniziato a segnalare la propria appartenenza alle caste più alte e rispettate, come quella dei bramini o degli kshatriya (rispettivamente sacerdoti e guerrieri, secondo l’ordinamento tradizionale), ma anche a quelle di medio livello, sempre più rilevanti col progredire dello sviluppo economico del paese”.

Gemma n° 2653

“Ogni anno, durante le settimane del centro estivo, viene scelto un tema su cui riflettere insieme ai bambini, e quest’anno il tema è stato quello della “Gioia piena”. A prima vista, potrebbe sembrare complicato spiegare questa parola a dei bambini, ma in realtà la gioia si manifesta in modi diversi nella vita di ognuno. Durante quest’estate, ho avuto l’opportunità di riflettere sul significato di questa parola e, alla fine, ho capito cosa rappresenta veramente per me la gioia piena.
In particolare, sono convinta di averla sperimentata veramente durante la settimana di luglio trascorsa in montagna, a Rigolato. È stata una settimana ricca di impegni per noi animatori, una settimana che ci ha visto dedicare interi pomeriggi alla preparazione delle attività, dei giochi, delle squadre e di tutto il resto. Nonostante la stanchezza di quei giorni, i ricordi più belli che conservo di quella settimana sono quelli legati ai momenti passati insieme ai miei amici, le lunghe camminate in montagna animate dalle risate dei bambini e dalle canzoni che cantavamo lungo i sentieri, i pasti condivisi in una piccola sala da pranzo, dove ci trovavamo stretti ma felici, le sere trascorse a chiacchierare, tutti chiusi in una sola stanza, con la paura di essere scoperti e mandati nelle nostre camere, la fretta delle pulizie e, soprattutto, le risate dei bambini che mi seguivano ovunque, facendomi mille domande a cui, nonostante tutto, cercavo sempre una risposta.
A rendere questi momenti indimenticabili sono state le persone con cui li ho vissuti: il gruppo di animatori, che è stato semplicemente il più bello che potessi desiderare, ma anche i bambini, che sono il vero collante di tutte le situazioni.
Ricordo un momento preciso in cui ho capito davvero quanto tutto questo fosse importante per me. Era la mattina dell’ultimo giorno del camposcuola. Ci trovammo tutti insieme fuori dalla casa, pronti per entrare nella sala da pranzo per fare colazione. Quando entrai, vidi che sui tavoli c’erano i libretti che noi animatori avevamo preparato la sera prima, riempiendoli di dediche fino alle due di notte, uno per ogni bambino presente. E ricordo anche di aver trovato al mio posto un foglio, riempito delle firme dei bambini che mi avevano accompagnato durante questa esperienza. È stata una sorpresa inaspettata vedere che ogni animatore aveva ricevuto qualcosa di simile, e non riuscivo a trattenere l’emozione. Quel momento, circondata dalle espressioni gioiose dei bambini che si leggevano le dediche a vicenda, mi ha riempito il cuore.
Quella giornata, passata a ricordare i momenti più belli della settimana con gli altri animatori, abbracciandoci, consolandoci a vicenda e cantando le nostre canzoni dell’estate, mi ha fatto comprendere quanto questo lavoro mi faccia bene al cuore.
Le persone con cui condivido queste esperienze non sono soltanto dei “colleghi”, ma sono degli amici con cui ho una complicità che va oltre il ruolo dell’animatore. Per me, loro sono la luce e il sale della mia vita!”
(C. classe quinta)

Ve lo ricordate Boko Haram?

Sono passati 10 anni, proprio adesso. Sto scrivendo al pc e la campana del mio paese ha appena dato il rintocco dell’01:00. Le finestre sono aperte dopo questa calda e anomala giornata di aprile. Esattamente 10 anni fa, succedeva quello che racconta questo articolo de IlPost.“Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014, dieci anni fa, alcuni miliziani del gruppo islamista e terrorista Boko Haram fecero irruzione in una scuola secondaria di Chibok, città a maggioranza cristiana nel nord-est della Nigeria, e rapirono 276 studentesse tra i 16 e i 18 anni. Alcune di loro riuscirono a scappare lanciandosi giù dai furgoni su cui erano state caricate, altre furono liberate negli anni successivi in varie operazioni dell’esercito nigeriano, in cambio di grossi riscatti. Di un centinaio di loro si sono perse le tracce.
Il rapimento delle studentesse di Chibok ebbe un’enorme risonanza anche fuori dalla Nigeria. Fu raccontato in documentari, libri e fu oggetto di molte manifestazioni. Nacque anche un movimento, chiamato Bringbackourgirls (“Ridateci le nostre ragazze”), che ancora oggi chiede di trovare e liberare le studentesse disperse.
Il rapimento di Chibok è diventato un po’ il simbolo di un problema che in Nigeria esiste ancora oggi: i rapimenti di massa continuano a essere frequenti, attuati con modalità simili a quelle di Chibok, sia da gruppi terroristici che da gruppi criminali comuni, e i vari governi non sono mai stati in grado di gestirli.
Il 14 aprile del 2014 i miliziani raggiunsero la scuola a bordo di furgoni. A Chibok, dove vivono circa 66mila persone, c’erano già stati attacchi di Boko Haram, e nelle ore precedenti al rapimento in città erano già circolate voci sull’arrivo del gruppo, per via di alcune telefonate di residenti di città vicine che avevano visto un convoglio di furgoni dirigersi verso Chibok.
Una volta raggiunta la scuola, i miliziani fecero irruzione al suo interno. Nonostante gli attacchi precedenti, la città non era dotata di un’adeguata sicurezza. Una quindicina di soldati lì presenti si scontrarono coi miliziani e cercarono di fermarli: gli scontri durarono circa un’ora, ma non arrivarono rinforzi. I miliziani di Boko Haram erano di più e più armati: uccisero alcuni soldati e iniziarono a rapire le studentesse, minacciandole di morte se non li avessero seguiti, e a caricarle sui furgoni. Poi diedero fuoco alla scuola.
Una volta terminato il rapimento, il convoglio di furgoni si diresse verso la foresta Sambisa, un’enorme area che si estende per oltre 500 chilometri quadrati e che è considerato da tempo un nascondiglio e luogo di addestramento dei miliziani di Boko Haram. L’operazione durò in tutto cinque ore. Le studentesse che riuscirono a lanciarsi giù dai furgoni e a scappare furono una cinquantina. Nei giorni successivi alcuni familiari delle altre si unirono e si addentrarono nella foresta, a bordo di moto e con armi artigianali, senza successo.
Il rapimento suscitò reazioni molto intense da parte dell’opinione pubblica nigeriana e non solo: il fatto che un gruppo di terroristi potesse agire quasi indisturbato, rapendo quasi 300 persone all’interno di una città, bruciando una scuola e scappando, divenne l’esempio della grave inadeguatezza delle istituzioni, e di come gruppi criminali e terroristici potessero sfruttarla per rafforzarsi. Nei mesi successivi, inoltre, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International accusarono l’esercito nigeriano di essere stato a conoscenza del pericolo di quel rapimento e di non aver fatto nulla per evitarlo.
Le autorità locali promisero di impiegare tutte le risorse umane e materiali necessarie al ritrovamento e alla liberazione delle studentesse, ma ci vollero tre anni per ottenere le prime liberazioni. Con uno scambio di prigionieri organizzato dal governo nigeriano, a maggio del 2017 furono liberate 82 studentesse. Oltre allo scambio di prigionieri il governo nigeriano pagò un riscatto dell’equivalente di 3 milioni di euro: la cifra dell’importo fu rivelata con una lunga inchiesta del Wall Street Journal, di fatto il primo resoconto dettagliato di come si fosse arrivati alla liberazione di gran parte delle studentesse rapite.
Con la liberazione delle studentesse arrivarono anche i primi racconti sulla prigionia: alcune ragazze raccontarono di conversioni forzate all’Islam, di matrimoni forzati con miliziani di Boko Haram e del fatto che chi si rifiutò fu costretta a violenze e lavori forzati. Alcune studentesse morirono di parto, altre durante attacchi compiuti dall’esercito nigeriano contro Boko Haram.
Negli anni successivi furono liberate alcune altre studentesse, diventate ormai adulte, ma di molte altre non si ebbero più notizie. L’interesse dell’opinione pubblica andò scemando, e si diffusero anche teorie del complotto secondo cui il rapimento di Chibok non sarebbe in realtà mai avvenuto e sarebbe stato inventato per fini politici.
I rapimenti sono continuati anche negli anni successivi, sia da parte di gruppi terroristici che da parte di criminali comuni. Quelli compiuti nelle scuole sono stati i più frequenti: scuole e collegi si trovano molto spesso in luoghi isolati e fuori dai centri cittadini, in punti in cui la sicurezza è ancora più precaria o assente che in città. Rapire gruppi numerosi di studenti, bambini o adolescenti rende anche più facile l’ottenimento di un riscatto, per la pressione dei media nazionali e internazionali e dell’opinione pubblica nigeriana per la loro liberazione.
Secondo l’organizzazione Save the Children, dal 2014 a oggi sono stati rapiti circa 1.600 studenti e studentesse solo nel nord del paese, area in cui tendono a essere più attivi gruppi radicali islamisti come Boko Haram. Solo il mese scorso, in tre diverse operazioni, sono stati rapiti oltre 300 studenti.
I governi che si sono succeduti finora in Nigeria non solo non sono stati in grado di gestire questi problemi, ma a volte ne hanno a loro volta approfittato per arricchirsi. In passato i flussi di denaro per i riscatti sono stati anche un’occasione di guadagno per funzionari pubblici di medio livello, che nei casi in cui il governo gestiva i negoziati con i rapitori hanno iniziato a trattenere parte della somma destinata a liberare gli ostaggi.
Nel corso degli anni sono stati avviati vari progetti, come il Safe Schools Initiative, promosso dalle Nazioni Unite per rafforzare la sicurezza attorno alle scuole, e la cui realizzazione è stata ostacolata da vari problemi, tra cui la corruzione dei politici locali e la stessa instabilità politica del paese. I rapimenti di massa sono però diminuiti dal 2022, quando il governo ha approvato una legge che rende illegale pagare i riscatti e ha reso i rapimenti punibili con la pena di morte nel caso in cui le persone rapite muoiano.”

Che fai tu, luna, in ciel!

Riccardo Maccioni ha pubblicato su Avvenire un articolo sul ruolo della luna nel calendario di alcune religioni.

“Più che cantarla allo stesso modo di poeti o romanzieri, la fede la utilizza spesso come misura del tempo. Nelle religioni monoteiste la luna ha una grande rilevanza. Innanzitutto, in collegamento con il procedere quotidiano dell’esistenza umana. Un dato evidente soprattutto in queste ore in cui i musulmani festeggiano la fine del Ramadan, il nono mese del calendario islamico, tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e al digiuno dall’alba al tramonto. Il suo inizio cambia ogni anno poiché corrisponde al giorno successivo all’avvistamento della nuova luna crescente, una piccola falce peraltro non facile da individuare tanto che spesso ci si rifugia in complicati calcoli astronomici.
Tutto sommato più semplice stabilire il giorno della Pasqua cristiana, che è una solennità mobile, nel senso che cade sempre di domenica ma in giorni differenti perché, come stabilito dal Concilio di Nicea nel 325, va celebrata la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Qui a complicare la situazione arrivano i calendari, così nel 2024 chi segue quello gregoriano, cioè cattolici ed evangelici, hanno festeggiato il 31 marzo mentre le Chiese ortodosse, in ossequio al calendario giuliano, dovranno attendere il 5 maggio. Andrà meglio nel 2025 quando, per altri giochi di calendario, tutti i cristiani festeggeranno insieme il 20 aprile. E chissà che non sia l’occasione per avviare un dialogo che permetta all’eccezione di diventare regola.
Ma naturalmente anche la Pasqua ebraica, Pesach, è legata alla luna. Come noto ricorda la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto e l’esodo verso la terra promessa. Quanto alla data, si celebra il quattordicesimo giorno del mese di nissàn, in corrispondenza della luna piena. A partire da un calendario i cui mesi durano quanto un ciclo lunare.
Tuttavia questo magico satellite naturale della terra, interroga le religioni anche a prescindere dai calendari. Nella Sacra Scrittura compare 54 volte. È creatura di Dio nei Salmi 8 e 74 mentre nel 104 insieme al sole segna le ore e le stagioni: «Hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del tramonto» (Sal 104, 19). Nella Bibbia se ne parla la prima volta In Genesi al capitolo 37 a proposito del sogno raccontato da Giuseppe, figlio di Giacobbe. «Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”. Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: “Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?”. I suoi fratelli erano invidiosi di lui, ma suo padre serbava dentro di sé queste parole». Celeberrima inoltre la visione raccontata nell’Apocalisse: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Quasi inutile dire che nella tradizione cattolica questa donna è Maria stessa. «Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio – spiegò Benedetto XVI l’8 dicembre 2011, solennità dell’Immacolata Concezione -: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio». La Vergine tiene sotto i suoi piedi la luna – proseguì papa Ratzinger – che è «simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita». E alla fine, a dispetto del sogno ininterrotto della letteratura romantica, sempre secondo l’ultimo libro della Bibbia la luna scomparirà. Succederà nella Gerusalemme celeste perché «la città non ha bisogno di sole, né di luna che la illuminino, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada» (Ap 21, 23).”

Maometto o Muhammad?

Un interessante articolo de Il Post sulla possibilità e opportunità di utilizzare il nome Muhammad al posto di Maometto.

Muhammad, Messaggero di Dio. Iscrizione presente sulla porta della Moschea del Profeta a Medina (fonte)

“In italiano il fondatore dell’Islam viene chiamato normalmente “Maometto” e non, con una traslitterazione dall’arabo, “Muhammad”. Per molte persone musulmane, però, questa scelta dipende da una visione denigratoria e offensiva del profeta dell’Islam: e sembrano suggerirlo anche le ricostruzioni filologiche di come, nel corso dei secoli, si sia arrivati alla versione italiana “Maometto”. Da un lato dunque c’è una lunga tradizione italiana che utilizza la forma “Maometto”, compresa da tutti e divenuta anche la voce di riferimento nei dizionari, senza che questa abbia più un valore negativo per le persone che la usano. Dall’altro c’è una forma più fedele alla lingua araba, che alcuni musulmani rivendicano rifiutando una traslitterazione che ritengono riflettere, storicamente, pregiudizi negativi nei confronti della loro religione.

Della questione si è parlato negli anni anche in Spagna e in Francia, paesi con numerose e attive comunità musulmane, dove all’italiano “Maometto” corrispondono rispettivamente “Mahoma” e “Mahomet”. Sul quotidiano Le Monde Fatima Bent, dell’associazione femminista e antirazzista Lallab, aveva denunciato un «paternalismo e una mancanza di rispetto» verso la figura sacra dell’Islam e aveva spiegato che “Mahomet” «è una forma di offesa: perché voler decidere per noi il nome del nostro profeta?».

Muhammad è considerato il fondatore della religione islamica e, per i credenti musulmani, la persona che ha concluso il ciclo della rivelazione iniziata da Adamo: è il messaggero di Allah e colui che ha rivelato il Corano, ma l’ortodossia islamica insiste sul carattere esclusivamente umano della sua persona. Secondo le fonti principali sulla sua vita, Muhammad nacque a La Mecca intorno al 570, rimase orfano quando era bambino, crebbe in condizioni modeste fino al matrimonio con una ricca vedova. A quarant’anni (intorno al 610 circa) iniziò a predicare un nuovo messaggio monoteistico che gli era stata rivelato, basato sull’esistenza di un unico Dio creatore onnipotente, sulla conduzione di una vita casta, sull’osservanza di alcuni precetti, sull’aiuto verso il prossimo soprattutto se indigente, sul giudizio universale e sulla retribuzione in bene e in male delle azioni umane.

Grazie alla sua predicazione Muhammad riuscì a formare a La Mecca una piccola comunità di fedeli che via via crebbe e si espanse. Il profeta, che dai musulmani è considerato un esempio da seguire, morì nel 632 a Medina dopo una breve malattia lasciando la sua comunità senza capo designato, ma con una cerchia dei suoi più validi seguaci che si impegnarono a continuarne l’opera.

L’esperto francese di Islam Olivier Hanne ha spiegato che il cronista persiano del X secolo al-Tabari dice che «i nomi con cui il profeta aveva l’abitudine di riferirsi a se stesso erano “Muhammad”, “Ahmad” e “Al-Aqib”». “Muhammad” designa l’uomo “degno di lode”; “Ahmad” ha un significato molto vicino al precedente e si ritrova nel Corano, sura 61, versetto 6. “Al-Aqib” vuole invece dire “l’ultimo” con riferimento, appunto, all’ultimo dei profeti. Di questi tre nomi propri, solo il primo, cioè Muhammad, è sopravvissuto nel tempo per designare il fondatore dell’Islam. Presente nelle moschee, nelle preghiere, negli ornamenti domestici e trasmesso tra credenti, il nome “Muhammad” è il più sacro per le persone musulmane.

Marco Lauri, docente a contratto di Letteratura araba, Filologia araba e Islamistica presso l’Università di Macerata e altre università, spiega che in arabo «esiste una forma standard con una pronuncia canonica che è “Muhammad”», ma aggiunge anche che «non abbiamo dei documenti che ci dicano con assoluta certezza che questa forma fosse usata nella sua pronuncia standard dal profeta e dalla sua cerchia alla Mecca al suo tempo». Anche nei paesi di lingua araba e nel mondo islamico, dunque, e fin dai tempi antichi, esiste una certa variabilità del nome del profeta che viene sistematicamente e ordinariamente adattato: «Nelle lingue dell’Africa occidentale “Muhammad” diventa “Mammadu”, ad esempio», ma altrove diventa “Mohammad”, “Mohammed” o “Mahmoud”, traslitterazioni che attestano la molteplicità dei dialetti parlati nel mondo musulmano e le variazioni delle pronunce.

Claudio Lo Jacono, autorevole storico, islamista e arabista italiano, sostiene che sia normale che in altre lingue ci siano forme adattate del nome del profeta dell’Islam, proprio poiché tale variabilità si ritrova nelle stesse lingue dei popoli musulmani. Per lo stesso motivo, anche le forme distorte delle lingue neolatine avrebbero una loro validità.

Secondo Miloud Gharrafi, professore di lingua araba all’Università di Lione, la distorsione in contesti cristiani del nome del profeta risale al Medioevo e più precisamente alle prime traduzioni latine del Corano, dove “Muhammad” è stato trascritto “Mahumet”. Questa forma è attestata ad esempio nella prima traduzione del Corano in latino, commissionata dall’abate di Cluny Pietro il Venerabile all’inizio del 1100 e intitolata “Lex Mahumet pseudoprophete”, cioè “Legge di Maometto il falso profeta”. Il testo rimase, per diversi secoli, una delle principali fonti di informazione sull’Islam disponibile in Occidente.

Lauri spiega che il nome di “Muhammad” si ritrova in greco e in latino già in una varietà di forme: Mahmed, Moammed, Moammet, Machometus, Macometus, Makometus: «Una variabilità di rese che ovviamente tengono conto delle pronunce regionali e di come chi ha scritto ha percepito quella sequenza fonetica». Questa variabilità di forme latine ha poi influito sulle attestazioni in lingua volgare del nome del profeta che «iniziano nel XIII secolo e che si ritrovano in modo più abbondante in epoca rinascimentale».

Lauri dice anche che la versione “Malcometto” è presente anche in una delle versioni del Milione, il resoconto dei viaggi in Asia di Marco Polo fatti tra il 1271 e il 1295 e che Rustichello da Pisa trascrisse sotto dettatura di Marco Polo stesso mentre i due si trovavano nelle carceri di San Giorgio a Genova. “Malcometto” è un nome considerato spregiativo perché facilmente interpretabile come “mal commetto”, cioè «commetto il male». La forma “Malcometto” o varianti simili si trovano in molti altri testi «e in molti di questi testi», dice Lauri, «l’accezione dispregiativa è assolutamente evidente».

Per Lauri, dunque, anche se nell’adattamento di un nome di per sé non c’è nulla di strano o scorretto, la tesi che l’evoluzione del nome in “Maometto” risenta di una potenziale connotazione dispregiativa sembra fondata: «Intanto perché l’adattamento-storpiatura in italiano produce un’assonanza con il suffisso diminutivo, e quindi indirettamente dispregiativo».

E poi perché anche se Maometto è stato utilizzato per secoli, e non sempre con accezione dispregiativa, «quel nome nasce da una tradizione, quella cristiana medievale, che generalmente vede l’Islam come un inganno, un’eresia, una religione falsa o addirittura come una forma di idolatria, che dunque considera negativamente il profeta, come già scriveva Dante che aveva collocato “Maometto” nell’inferno in quanto “seminatore di scandalo e scisma”». In altri testi medievali il profeta dell’Islam viene presentato come un impostore e come un ingannatore e, conclude Lauri, «c’è infine la derivazione dal nome di “Maometto” di quello di una figura effettivamente demoniaca: Bafometto della tradizione medievale e rinascimentale».

Il nome “Maometto” ha insomma un’evoluzione fonetica che in parte riflette queste accezioni, «anche quando viene usato da autori che invece non avevano questa intenzione esplicita». Per Lauri, dunque, «nel momento in cui oggi, in un contesto storico diverso, si propone di usare una forma più vicina a quella araba standard, questa stessa richiesta sembra essere ragionevole».”

Natale 2023

Ieri mattina ho inviato gli auguri a studentesse e studenti. Stamattina ho letto su Fb quelli del vescovo di Trieste Enrico Trevisi. Ho trovato una profonda consonanza e quindi li unisco qui in unico post per farli a chi legge queste pagine.

“Anche quest’anno mi appresto a mettermi davanti al pc e scrivervi un piccolo augurio di Natale, che possa avere un senso per chi crede nel Dio di Gesù, per chi crede in un altro Dio, per chi crede in qualcuno o qualcosa diverso da una divinità e per chi non crede affatto. Ciascuna e ciascuno di noi arriva a questo periodo in modo differente e personale. Mi è facile festeggiare con chi è in un buon periodo, perché avverto un’assonanza di umore visto l’imminente arrivo del piccolo. Ma in questi mesi mi è successo di vedere numerosi cocci di allieve e allieve in pezzi; alcuni di questi cocci li conosco bene perché mi sono stati descritti e raccontati, altri li ho solo intravisti o intuiti. Alcuni sono cocci di piccole porzioni di quelle persone, altri sono cocci di parti più grosse e importanti, altri ancora sono cocci dell’intera figura. E so che talvolta sembra che non possano più essere incollati insieme per offrire una figura di senso, anche se magari un po’ differente dall’originale.

Mariasole da quest’anno, il lunedì e il giovedì mattina va a scuola con il “Piedifruts”, che vuol dire a piedi insieme ad altre bimbe e altri bimbi della scuola dell’infanzia e della primaria. Le piace moltissimo e si sveglia volentieri la mattina presto per potervi partecipare, anche se è l’unica della sua sezione e una delle più piccole (a parte un ultimo tratto). Domenica scorsa si è svolta una piccola cerimonia di auguri per Natale e Mariasole è stata invitata, come tutti i partecipanti, a “scrivere” qualcosa sulla sua esperienza. Eccone un pezzetto che ci ha detto di scrivere per lei “Un giorno vorrei invitare tutti i miei amici, anche quelli del pulmino, per vedere come è bello il Piedifruts. E così lo vengono a fare il prossimo anno”. Mi ha fatto pensare e mi ha commosso. Ha vissuto una cosa bella e il suo pensiero è stato quello di farne fare esperienza ai suoi amici per poter condividere quella gioia. In una parola sola: amore. Per me Natale è un’occasione per consentire all’amore di agire e per metterlo in condizione di fare una delle cose che meglio gli riesce: ricucire lo strappo che talvolta si crea tra la vita e la felicità. Amore è ciò che consente alla vita di rinascere ogni volta, anche quando non pare esserci speranza o proprio speranza non c’è. Questo è quello che mi trasmette quel bimbo venuto alla luce nella precarietà due millenni fa, questo è quello che mi trasmette quel bimbo che sta per venire alla luce nella mia vita: una possibilità d’amore, di bellezza, di condivisione, di bene. Ah sì, ieri mattina, ultimo giorno di Piedifruts per quest’anno solare, c’era Victoria a fare compagnia a Mariasole, una sua compagna di sezione: non vi dico l’euforia!
A tutte voi, a tutti voi, alle persone che amate e che sono una benedizione nelle vostre vite, auguro buon Natale e, viste le parole che ho scritto… buon amore, buona rinascita!
Il prof di reli”

E ora spazio a un uomo che ama firmarsi per nome.
“Ecco i miei auguri… a tutti gli amici
Anzitutto accogliere Dio
Viene, ma potresti esserti addormentato.
Viene, ma potresti esserti risentito e arrabbiato per come vanno le cose.
Viene, ma in una modalità così umile che sconcerta e scandalizza.
Viene, ma non si impone. Però insiste a venire.
Viene nelle sembianze umane. Anzi viene nella carne umana. Si fa carne.
Viene ed è piccolo e umile. Un bambino. Un bambino sfollato.
Viene e commuove. Viene e irrita.
Viene e c’è chi va in panico e medita morte, come Erode.
Viene e trova braccia che lo stringono:
una madre che lo coccola
e il suo sposo che ha il coraggio del Leone di Giuda.
Viene e trova i poveri che lo festeggiano.
Viene e potresti accoglierlo e unirti alla festa.
Viene e potresti incoraggiare altri ad unirsi alla festa.
Viene e ci sono altri piccoli scartati di fronte ai quali inginocchiarsi.
E pregare di avere la forza e il coraggio di quel che siamo:
E che cosa siamo?
Siamo gli Amati da Dio, per amare con il suo amore i piccoli e i poveri sulla nostra strada.
Sulle nostre piazze. Nelle nostre case. Nelle nostre classi. Nelle nostre comunità.
Auguro un Natale così. Un Natale in cui le persone prevalgano sui consumi, in cui ciascuno si dia il coraggio per una parola di conforto con chi è nella sofferenza, un tempo di compagnia con chi sta nella solitudine, un gesto di tenerezza con chi vive il sentirsi abbandonato e rifiutato, un dare occasione di ascolto a chi soffre nel risentimento.
Un Natale così lo auguro a tutti. Dove trovare la forza? Nel bambino Gesù. Fermati e accoglilo.
Fermati e pregalo e troverai il coraggio, il tempo, le parole, i gesti, le occasioni.
E su ciascuno invoco la Benedizione del Signore.
Enrico vescovo”.

E noi muti…

Immagine tratta da Tempi

Sono passati un po’ di anni da quando ho letto La masseria delle allodole e mi è naturalmente tornato alla mente in questi giorni quando, anche in classe, si è parlato di Armenia, Azerbaigian e Nagorno-Karabakh. L’autrice Antonia Arslan ha scritto un articolo per Avvenire lunedì, l’ho letto in aula e mi piace pubblicarlo integralmente anche qui.

“Percorrendo la lunga strada che collega l’Armenia con l’Artsakh (come gli armeni chiamano il Nagorno-Karabakh), la sinuosa lunga via che oltrepassa le altissime montagne del Caucaso, fiancheggiata talvolta da ruscelli deliziosi che scorrono fra l’erba («di quelli veramente cantati dai poeti», come direbbe il buon Alfieri, da bravo lettore di Petrarca), altrove da scoscendimenti impressionanti, altrove ancora da file di vispe mucche che ogni tanto decidono improvvisamente di attraversare la strada, ad un certo punto è d’obbligo una sosta obbligata davanti a uno strano monumento. È l’ultima in vista dell’arrivo, subito prima della capitale Stepanakert: e siamo quasi alla fine del viaggio.
Non è una delle splendide antiche chiese e monasteri che sorgono qua e là nelle posizioni più pittoresche, evocando antiche glorie e cavalieri erranti, e neppure un edificio moderno, opera di uno dei raffinati architetti armeni. Sono due grandissime figure umane stilizzate, scolpite nel tufo rossastro dallo scultore Sargis Baghdasaryan nel 1967, che rappresentano un uomo e una donna in forme squadrate ma riconoscibili, che si stagliano, estremamente suggestive, sullo sfondo delle montagne che le circondano.
Anche il titolo della scultura è molto suggestivo: “We are our mountains” (“Noi siamo le nostre montagne”), un’umile ma fiera dichiarazione di appartenenza. Ma la gente del posto ha dato alla scultura un soprannome affettuoso molto speciale, che si è imposto nel tempo, perfino nelle cartoline postali: le due figure sono chiamate Dadik e Babik, nonna e nonno: sono il nonno e la nonna di tutti, che proteggono il popolo delle valli. E veramente tali appaiono nella loro forza primitiva, quasi un avvertimento, la porta d’ingresso a un piccolo e autentico mondo antico.
Questo gruppo di montanari, col loro peculiare dialetto e i loro antichi usi e costumi, è infatti l’unica parte (annidata da millenni in quelle appartate vallate del Caucaso) del variegato mondo armeno che ha conservato – fino all’inizio dell’epoca sovietica – addirittura una classe nobiliare: i “melik” dell’Artsakh, cinque famiglie che governavano dai loro castelli un territorio ancora feudale. Ma tutto questo coesisteva con molta attenzione al progresso: la capitale del tempo, Shushi, sormontata dalla sua imprendibile fortezza, era una città vivacissima in cui coesistevano e si incrociavano popoli e culture, con teatri, tipografie, giornali di varie tendenze politiche, non a caso chiamata «la Parigi del Caucaso». E durante la tragedia del genocidio del 1915-22, non essendo sudditi dell’Impero ottomano, gli armeni del luogo non subirono la sorte dei loro fratelli d’Anatolia.
Bisognerebbe ricordare però che l’Artsakh non è soltanto una piccola, pittoresca regione di montagna; è stato per molti secoli, fino a tutto l’Ottocento, un importante snodo di comunicazioni tra Oriente e Occidente, uno dei percorsi della via della seta. Ed è ancora di grande importanza strategica per le comunicazioni via terra fra Est e Ovest.
Ma oggi – e finalmente si comincia a parlarne – dopo il blocco dell’unica strada che ancora collegava l’Artsakh al mondo esterno (il cosiddetto “corridoio di Lachin”), con uno spietato assedio durato nove mesi, che ha portato la popolazione allo stremo, l’Azerbaigian – che è armato fino ai denti, e assistito “come un fratello di sangue” dall’alleata Turchia di Erdogan – ha sferrato un ultimo micidiale attacco militare. Questo non certo a caso il 19 settembre, proprio mentre era in corso a New York l’annuale assemblea dell’Onu; e dopo aver solennemente garantito al presidente del Consiglio Ue Michel – che era convinto di aver operato una mediazione – che comunque non avrebbe attaccato…
Oggi tutto quel mondo è crollato, e abbiamo assistito a un esodo praticamente totale dei circa 120mila abitanti ancora in loco, in fuga dalle milizie azere con ogni mezzo e in ogni modo possibile, ben consapevoli del destino di umiliazione e segregazione (se non di morte…) che incombe su di loro. Nel silenzio pressoché totale dei capi di Stato occidentali, dagli Usa di Biden e Blinken alla Ue di von der Leyen e Michel, dall’Inghilterra alla nostra silenziosa Italia (solo la Francia dice qualcosa, per antica amicizia verso gli armeni), è tutto un coro muto di bocche cucite e tremebonde: non sia mai che un po’ di gas ci venga negato… Anzi, in sovrappiù, il nostro Paese ha venduto all’Azerbaigian armi e aerei!
Oggi i membri del governo della piccola Repubblica sono stati dichiarati da Baku criminali di guerra, e vengono ricercati come tali; circolano video in cui soldati azeri si impadroniscono delle case sparando all’impazzata, e mostrando in ogni atto quell’odio anti-armeno che è stato incessantemente coltivato in loro dal regime totalitario di Aliev, che governa come un monarca assoluto per diritto ereditario. Tutto viene poi postato sui social, come la distruzione (avvenuta ieri) della Croce cristiana che brillava sopra la capitale. A quando il destino degli amati Babik e Papik, divenuti un simbolo odiato di un popolo di cui si desidera l’annientamento?
L’odio anti-armeno si intreccia e potenzia con l’odio anti-cristiano: il popolo martire che un secolo fa, durante il genocidio, ha perso tre quarti della sua realtà numerica, assistendo in seguito alla cancellazione di ogni traccia della sua presenza in Anatolia (la distruzione delle chiese e delle croci di pietra, e perfino il cambiamento dell’onomastica di città e paesi, di luoghi, fiumi, montagne dove era presente da millenni), si deve confrontare oggi con un risorgente incubo di annientamento, che non è solo fisico, coinvolge la stessa memoria della sua esistenza e della fede che definisce la sua identità. E ha un esempio preciso davanti agli occhi: la distruzione di ogni traccia della sua presenza nel territorio del Nakhicevan, l’altra regione armena attribuita da Stalin all’Azerbaigian nel 1921. Là, sono state dissepolte perfino le fondamenta delle chiese e dei monasteri – e distrutti persino i cimiteri: l’ultimo caso nel 2007, con le ruspe in azione.
Infine, dovrebbe suonare un campanello d’allarme non dico nei cuori, ma certo nelle teste dei governi occidentali il fatto che il presidente turco Erdogan non fa mistero della sua intenzione di congiungere via terra il territorio turco con quello azero tagliando in due l’Armenia, nel sogno imperiale di quell’espansione verso Oriente che era il progetto dei Giovani Turchi, cento e quindici anni fa…”

Parlare di Dio

Il pastore valdese Paolo Ricca ha scritto un libro dal titolo “Dio. Apologia”. Pubblico l’intervista a cura di Luigi Sandri per la rivista Confronti.

“Nel suo ultimo libro Dio. Apologia il pastore e teologo Paolo Ricca affronta e discute le maggiori obiezioni che nella modernità sono state e continuano a essere mosse alla fede in Dio e alla sua stessa esistenza, per poi esporre i tratti più caratteristici dell’idea cristiana di Dio.

Paolo Ricca è stato consacrato pastore della Chiesa valdese nel 1962, esercitando il ministero pastorale in diverse chiese valdesi in Italia. Ha conseguito il dottorato in Teologia presso la Facoltà teologica dell’Università di Basilea e, successivamente, la Facoltà di Teologia dell’Università di Heidelberg gli ha conferito la laurea honoris causa. Ha insegnato Storia del Cristianesimo presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma e ha insegnato come professore ospite presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Per l’editrice Claudiana dirige la Collana Opere scelte di Martin Lutero, di cui ha curato vari volumi. Tra le sue opere ricordiamo: Le dieci parole di Dio. Le tavole della libertà e dell’amore (Morcelliana, 1998), Dell’aldilà e dall’aldilà. Che cosa accade quando si muore? (Claudiana, 2018) e Ego te absolvo. Colpa e perdono nella Chiesa di ieri e oggi (Claudiana, 2019). Nel suo ultimo libro, Dio. Apologia (Claudiana, 2022) affronta e discute le maggiori obiezioni che nella modernità sono state e continuano a essere mosse alla fede in Dio e alla sua stessa esistenza per poi esporre i tratti più caratteristici dell’idea cristiana di Dio, così come emergono dalle pagine della Bibbia, non rinunciando al dialogo costante con la cultura contemporanea e con le religioni mondiali. Pur avendo scritto diversi e impegnativi libri di carattere teologico, mai nessuno dei tuoi libri è stato dedicato espressamente a parlare di Dio. Perché, adesso, hai dedicato a questo ponderoso tema il tuo volume?
L’ho pensato e scritto adesso perché mi sembra chiaro che la Chiesa, e per Chiesa intendo tutte le Chiese, non parla di Dio: parla dei poveri, dei rifugiati, degli ultimi. Insomma parla delle nostre opere, predica le nostre opere, ma non predica Gesù, non parla di Dio. Naturalmente le opere sono importanti e non ho nulla da obiettare al discorso sulle opere, e all’impegno per l’accoglienza e la cura; del resto, Gesù per tutta la sua vita non ha fatto altro che opere. Egli è un operaio di Dio, tutti i giorni, dalla mattina alla sera, compreso il sabato. Quindi le opere sono costitutive dell’essere cristiano; tuttavia il Cristianesimo non sono le nostre opere, ma l’annuncio di Dio. I leader cristiani presuppongono Dio, ovviamente, come premessa al loro bene operare. Ma Dio non è una premessa; se facciamo così Lo mettiamo già dietro le spalle, e noi non siamo davanti a Dio.
Da qualche decennio in alcuni settori delle Chiese – partendo dalla Chiesa episcopaliana (anglicana) statunitense e lambendo poi quella Cattolica – si è sviluppato un movimento di pensiero, che si definisce “Oltre le religioni” che, tra le altre cose, arriva a oscurare quanto da due millenni proclamano tutte le Chiese, e cioè Gesù Cristo “veramente Dio e veramente uomo”. Ma può esistere il Cristianesimo se si nega questa verità?
L’allergia a Dio si esprime anche così. È un’allergia mondiale e l’Europa, con tutto il primo mondo, è maestra in questo (altro sarebbe il discorso proveniente dal resto del pianeta). A me sembra che non si voglia ammettere che c’è il Dio di Gesù, cioè una realtà diversa dall’umano, dal materiale, dallo storico, dall’evidente, dal visibile: una Realtà verissima, non proiettata e costruita da noi. Dio, che sta in te e di fronte a te, è però altro da te. È un Tu ineffabile, misterioso, lontano e presentissimo. Se lo si elimina, allora lo si elimina anche nella figura di Gesù. Tuttavia vorrei fare una proposta: va bene, prendiamo per buono che Gesù sia solo uomo. Ma quale uomo?
Questa diventa la domanda. Che tipo di umanità? Un tipo di umanità che trascende l’umano e che essa non riesce a spiegare. Questo è il motivo per cui si è parlato di Gesù come presenza divina nell’umanità, nella storia. Se poi parliamo dell’uomo, allora dobbiamo riferirci a quell’uomo, così come ci è stato descritto nelle Scritture. Egli manifesta un tipo di umanità che non riesco a spiegarmi in base a tutte le categorie dell’umano conosciute. Nell’umanità ci sono aspetti bellissimi, e realtà di bene meravigliose. Ma essa, nell’insieme, è un pianto. Anche nel passato vi era questa ambiguità: in tale contesto operò Gesù che non era un uomo religioso, ma semplicemente un uomo. Un uomo credente, anche relativamente praticante, ma la sua caratteristica non era quella di rendere religiosa l’umanità, ma di rivelarne un tipo che l’umanità non conosceva.
Gesù è il punto di aggancio a queste tre realtà, che sono Padre, Figlio e Spirito Santo. Sono nomi, titoli e hanno un valore relativo, ma la loro funzione è di distinguere delle funzioni e dice appunto che nessuno dei tre esaurisce la pienezza di Dio. È soltanto insieme che questa pienezza viene raggiunta, per cui Dio è trinitario. Detto in breve: noi uomini e donne del mondo non abbiamo potuto e, da Adamo ed Eva (e chi per loro!) e fino alla fine del mondo, quando sarà, non possiamo e non potremo mai dire con chiarezza come Dio è fatto. C’è un salto di fede ineliminabile.
Del resto, nella Bibbia c’è il nascondimento di Dio, la nuvola che lo copre, per cui non è mai esplicito, evidente o a disposizione. Ma se parliamo di “relazione” nella Trinità, ci avviciniamo al mistero. Se esistesse una sola creatura umana, essa non avrebbe la parola, non dovendo relazionarsi con un tu. La relazionalità è costitutiva dell’essere umano, ma anche del mondo animale e vegetale. Una stupefacente ricchezza. Se trasferiamo questa sensibilità alla riflessione su Dio, arriviamo, pur alla lontana, ad intuire che Gesù è un appiglio per cercare di pensare a Dio come a una relazione di amore. Egli è, in qualche modo, conoscibile; non è una sfinge.
Possiamo dire, con verità, che Dio è amore, non odio; pace, non guerra; riconciliazione, non violenza. Perché possiamo dirlo? Perché Dio ha parlato attraverso i profeti e la Torah [la legge ebraica], tutto quel grande e straordinario filone che è arrivato molto avanti nella conoscenza del mistero, perché c’è un mistero che, parzialmente, si può conoscere. Io credo che in Gesù, nella Parola fatta carne, fatta uomo, la realtà di Dio è apparsa in una luce che non è stata raggiunta da altri. Questo non vuol dire che non possiamo imparare anche su Dio molte cose, da tante altre voci, piste, emergenti nel mondo. Realtà che non è possibile, né giusto, liquidare come “paganesimo”. Invece è, anch’essa, ricerca di Dio. Ma la mia convinzione profonda è che la rivelazione di Dio in Gesù sia quella più illuminante.
Tuttavia, attenzione: dobbiamo evitare di identificare Dio con la nostra comprensione di Dio; dobbiamo cercarLo, ognuno per la sua strada. Ci possono essere varie piste; per me Gesù non è soltanto una pista, ma la pista. Ma questo è Lui, non sono io, non è il cristiano. Se si fa questa distinzione e non si sovrappone l’essere cristiano all’essere di Gesù allora siamo tutti alla ricerca di Dio e ciascuno nella sua convinzione provvisoria ma anche profonda. L’assoluto è la rivelazione di Dio per noi in Gesù. È Lui la via, la verità, non me stesso o la mia comprensione di Dio e di Gesù; non il mio Cristianesimo.
Formalmente, si diventa cristiani con il battesimo. Questo sacramento serve a lavarci dallo stigma del “peccato originale”?
Il battesimo è il patto di Dio in vista dell’umanità nuova, quella di Gesù, che noi dobbiamo cercare di imitare. Io credo che Egli ci salva con la morte e con la vita. Infine, con la sua risurrezione ci riscatta, perché Dio non permette la nostra dissoluzione totale, ma ci tira fuori dalla tomba e ci dona un’eternità. Ma torniamo al “peccato originale”. Di esso la Bibbia non parla, ed è ignoto alla tradizione ebraica. Nella Chiesa dei primi secoli a poco a poco si è creata questa tradizione, infine a cavallo tra il quarto e quinto secolo sistematizzata da Agostino, vescovo di Ippona (nell’attuale Algeria); essa è stata poi dogmatizzata e il Concilio di Trento, nel 1546, comminava la scomunica a chi negasse che i nostri progenitori peccarono, o negasse che la loro colpa si trasmettesse, per generazione, come una tara indelebile, a ogni creatura umana nascente. Solo il battesimo – si affermava – avrebbe potuto lavarci da tale colpa.
Ma davvero è andata così? Adamo ed Eva si resero subito conto della nostra finitudine: siamo limitati, possiamo ammalarci, e dobbiamo morire. Se poi essi disobbedirono a Dio, è un fatto che non per quello li punì; vissero, infatti, molti anni (lo afferma il libro della Genesi). Ai loro figli e discendenti essi trasmisero dunque la finitudine, ma nessunissimo peccato.
I “padri” della Chiesa confusero indebitamente le due realtà. Trovo dunque bellissimo Il perdono originale, un libro in cui Lytta Bassett, teologa contemporanea della Chiesa riformata di Ginevra, afferma appunto che “in principio” non ci fu nessun peccato originale ma, al contrario, il Signore trattò con misericordia Adamo ed Eva, che dunque non trasmisero ai discendenti alcuna colpa. Ogni persona vivente non parte svantaggiata, con un “handicap spirituale”, ma ricolma della grazia di Dio: poi ognuna sarà giudicata se, liberamente, nella vita avrà scelto il bene o il male.
Nel battesimo, dunque, il Signore stringe un patto con noi, invitandoci ad imitare Gesù. Certo, se guardiamo l’esperienza, constatiamo che facilmente ci appassiona più il male che il bene. Abbiamo una predilezione, un fascino verso il male. Quindi la dottrina del “peccato originale” è stata un tentativo di spiegare questo desolante atteggiamento. Ma noi oggi dobbiamo respingere l’idea del battesimo come lavacro da una colpa trasmessaci da migliaia di generazioni infettate da Adamo ed Eva; per proclamare, invece, che fin “dal principio” Dio ci ricopre con il manto del suo “perdono originale”.
Ritieni opportuno che nel 2025 tutte le Chiese celebrino i millesettecento anni dal Concilio di Nicea? Esso proclamò che Gesù Cristo, figlio di Dio, è uguale (non simile!) al Padre, e dunque “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non fatto. Per la nostra salvezza si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto ed è risorto il terzo giorno”. È tuttora valida la sua proclamazione di fede, oppure è un mito da abbandonare?
Le celebrazioni sono importanti perché ci ricordano che siamo creature storiche e che la storia umana non comincia con noi. Questa mi pare sana, come posizione. Perciò sono per le celebrazioni delle ricorrenze importanti, in generale: e ancor più per le celebrazioni critiche. Infatti, oggi noi abbiamo la distanza sufficiente per vedere i limiti di tutto quello che ci precede, così come i nostri successori vedranno i nostri limiti. Quindi ben venga la commemorazione di Nicea. Rilevo che le singole affermazioni di quel Concilio risentono molto dei dibattiti teologici e politici, di quel tempo, assai accesi e violenti. Però trovo bella la dottrina della Trinità, cioè l’affermazione che l’essere profondo di Dio è un essere relazionale, e non una monade. Dio è unico, ma non solitario.
Dio non vuole essere solo, perché è in Sé questa pluralità di soggetti: una realtà che, ovviamente, sfida la nostra razionalità. Capisco che è una sfida all’intelligenza affermare che Dio non è uniforme, ma pluriforme (un teologo africano mi ha detto che proprio il rifiuto del dogma misterioso del Dio uno e trino, per proclamare invece l’assoluta unità e unicità di Dio, è il motivo per cui molti africani scelgono l’Islam piuttosto che il Cristianesimo).
L’affermazione, anche nelle Chiese, del femminismo, può condurre ad una revisione globale di dottrine su Dio elaborate in sostanza da uomini, e dunque segnate dal maschilismo?
È vero: la riflessione teologica, compiuta nei secoli soprattutto (ma non unicamente!) da uomini, ha un’impronta maschilista. Ma Dio non è sessuato; e non si esce dalla dialettica maschile- femminile anche perché oggi c’è il discorso della fluidità sessuale: siamo tutti un po’ uomini e un po’ donne. Si potrebbe dire che Dio sia tutto al maschile o al femminile, o Crista invece di Cristo, oppure Dea invece di Dio; ma non si esce dalla polarità sessuale. È chiaro che il maschile non è tutta l’umanità, come non lo è il femminile: ognuno è solo una parte. Siamo in una prigione confortevole, ma nella prigione dei sessi. Dunque, è un arricchimento l’arrivo delle teologhe?
Certamente, perché esse ci aiutano a vedere la maternità nella paternità di Dio. Dio è padre ma un padre super materno. Il femminismo, a me che difendo il Padre nostro, offre un grandissimo aiuto a cogliere questa dimensione. Comprendo meglio che Dio manda in frantumi lo schema del maschile con la sua maternità straordinaria. In Gesù il Creatore non è tanto colui che genera, ma colui che cura il passerotto, il giglio del campo, l’uomo malato, l’indemoniato, l’alienato. L’ideale sarebbe se si potesse parlare di Dio in maniera da render conto di questa ampia complessità.
Dobbiamo soltanto sapere che la pienezza del discorso su Dio dovrebbe poter riflettere la pienezza del discorso sull’umano, quindi includere il maschile e il femminile. Sempre tenendo conto del fatto che, anche se si dice che Cristo è donna, lo si ingabbia ugualmente. Così come lo ingabbio se dico che è maschio. Finché siamo in questo mondo e finché ci troviamo ad essere maschio o femmina, con tutte le varianti, non possiamo fare altro che riflettere questa nostra parzialità. Ma se siamo consapevoli di essere, come maschi, parziali, siamo aperti a tutte le integrazioni che possono venire dalle donne. È un formidabile arricchimento perché “in principio maschio e femmina li creò”.