Verso quali lidi?

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In questo periodo i ragazzi dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado si stanno preparando agli esami e poi a lasciare le loro classi per approdare alle scuole “superiori”. Come sceglieranno? Ieri su radio 3 ho sentito un’interessante intervista a Francesco Dell’Oro che si occupa di orientamento a Milano. Qui sotto l’estratto di un’altra intervista di Simonetta Pagnotti.

“– I ragazzi non vivono bene questa scelta?

«Sono molto preoccupati e indecisi. Sono adolescenti, lo ripeto, spesso il linguaggio di noi adulti esercita su di loro una pressione indebita, li mette in sofferenza. Dobbiamo cercare di presentare il momento della scelta in modo positivo».

– Si spieghi meglio…

«Spesso si sentono dire: “Tu non puoi fare questo, tu non puoi fare quest’altro”, che tradotto significa: i più bravi al liceo, i meno bravi al tecnico e così via. Così si sentono stigmatizzati per quello che non possono fare. Dobbiamo invece valorizzare le loro potenzialità, in modo che diventino protagonisti della scelta. Dobbiamo rassicurarli, far capire loro che le difficoltà che hanno incontrato nel percorso scolastico possono essere superate o, perché no, trasformate in risorsa. Che esistono non una ma tante intelligenze: un’intelligenza logica, un’intelligenza pratica, un’intelligenza artistico musicale…».

– Quali sono i consigli che si sente di dare alle famiglie che devono sostenere i ragazzi in questo momento di scelta?

«Sono fondamentalmente tre suggerimenti. In primo luogo: aiutiamo i ragazzi a scegliere una scuola che non li mandi in sofferenza, ma che permetta loro di vivere con serenità, anche se con impegno, gli anni dell’adolescenza. Il secondo consiglio è quello di aiutarli a capire che cosa li interessa davvero, che cosa li appassiona».

– Ha parlato di tre suggerimenti. E l’ultimo?

«È probabilmente il più prosaico, ma in quarant’anni di esperienza ho constatato che è molto utile. Lo dico ai ragazzi, in ogni incontro. Se scegliete un certo tipo di scuola, dovete anche capire che impegno richiede. Ossia quante ore al giorno dovete stare seduti al tavolino sui libri. A volte io chiedo: “Perché avete scelto una scuola dove dovete affrontare il greco e il latino?”. I meno motivati scuotono la testa e dicono: “Ci tocca”. Di fatto hanno scelto mamma e zia».

– Il vostro servizio si occupa anche dei ragazzi delle superiori che hanno fatto una scelta sbagliata…

«È vero, sono le scuole a segnalare i giovani in difficoltà e noi cerchiamo di riagganciarli. Nei casi più difficili andiamo a parlare con il preside e con il consiglio di classe».

– In questi casi consigliate di cambiare?

«Noi diciamo subito che non siamo un ufficio traslochi, non è questo il nostro compito. In certi casi è bene che il ragazzo cambi indirizzo e anche in fretta, ma molto spesso il suo disagio è frutto di un problema di relazioni, è esistenziale più che scolastico. Allora bisogna cercare di rimotivarlo».

– Lei sta sempre dalla parte dei ragazzi…

«A volte fanno arrabbiare, per alcuni di loro l’impegno scolastico è veleno. Ma è altrettanto vero che vediamo troppe anime ferite, per non dire devastate. Hanno bisogno di regole ma, se non cerchiamo di rafforzare la loro autostima, il messaggio non passa».”

Semplificando

Sono reduce da un corso d’aggiornamento, interessante e impegnativo. I pensieri sono densi. Non mi è facile rilassarmi. C’è molto lavoro da fare. E’ anche stimolante. Non semplice. Ma ecco che l’incontro casuale con due brani mi viene in soccorso. E sempre la solita domanda: casuale?

Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite che continuano a ingombrare il campo visivo e la capacità di comprendere. Poi occorre saper semplificare, ridurre all’essenziale l’enorme numero d’elementi che ad ogni secondo la città mette sotto gli occhi di chi la guarda, e collegare i frammenti sparsi in un disegno analitico e insieme unitario, come il diagramma d’una macchina, dal quale si possa capire come funziona… (Italo Calvino)

Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore” (Anthony de Mello).

Ho bisogno di semplificare:

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HO SEMPLIFICATO TROPPO?

😉


Copia-incolla

Mi fa impazzire toccare in classe un certo argomento, tornare a casa e trovare un articolo ad hoc. Stamattina abbiamo parlato del copiare a scuola ecc ecc… Ed ecco cosa ho trovato con l’ultima frase davvero pungente.

Copia-Incolla.jpgIl mondo nuovo è un romanzo di fantascienza di genere distopico scritto nel 1932 da Aldous Huxley. È il suo romanzo più famoso e ne sono stati tratti alcuni adattamenti televisivi”. Comincia così la voce di Wikipedia sul romanzo di Huxley. Perfetta, pensa Khayman, pseudonimo di uno studente di liceo francese che deve fare un compito in classe. Copia tutta la voce. Consegna il compito. Ma poi gli viene un dubbio: e se la professoressa controlla su internet e se ne accorge? Allora va su internet e modifica la voce di Wikipedia, massacrandola. Ma un utente dell’enciclopedia se ne accorge e comincia una discussione surreale con lo studente, che chiamato in causa si giustifica: “Volevo cambiare la voce di Wikipedia solo per una settimana, perché ho consegnato il compito alla prof di francese e ho copiato parecchio. L’avrei rimessa a posto tra una settimana, tutto qua (la mia prof ha internet e conosce Wikipedia)”. Risponde l’utente: “La voce sul Mondo nuovo viene visitata in media da 3.500 persone a settimana. Lei mi sta quindi dicendo che per coprire il fatto che ha copiato il suo compito non si sarebbe preoccupato di far leggere a 3.500 persone una versione sbagliata di questa voce?”. Chissà se anche la prof si è affidata a Wikipedia. Perché se l’ha fatto, avrà trovato il compito pieno di errori.

Internazionale, numero 946, 26 aprile 2012


Sold out

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“La spiritualità oggi è in crisi”, si sente dire.

Stamattina si sono aperte le iscrizioni per le due occasioni di incontro con il Dala Lama al palasport Carnera.Il primo appuntamento è dedicato al dialogo tra le religioni in cui si potranno ascoltare le storie e le diverse visioni di fede; l’incontro del pomeriggio invece è un dibattito sulla naturale aggressività umana e sulla non violenza. Volevo accompagnare quattro delle mie classi. Invio delle mail ai colleghi accompagnatori, preavviso la segreteria per il traporto. Arrivo a casa, mi collego a fb: “Dalai Lama: incontri al Carnera sold out in poche ore!”

La spiritualità oggi è in crisi?

Quel ninja biblico

“Ragazzi, dove eravamo arrivati l’ultima volta?”

“Ah,ci aveva raccontato la storia di quel ninja biblico!”

“????????”. All’improvviso, nel mio cervello barcollante si apre uno spiraglio di luce che presto diventa abbagliante ricordo della lezione precedente:

“Volendo Nicànore far nota a tutti l’ostilità che aveva verso i Giudei, mandò più di cinquecento soldati per arrestarlo… Ma, quando quella truppa stava per occupare la torre e tentava di forzare la porta del cortile e ordinavano di portare il fuoco e di appiccarlo alle porte, egli, accerchiato da ogni lato, si piantò la spada in corpo, preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli empi e subire insulti indegni della sua nobiltà. Non avendo però portato a segno il colpo per la fretta della lotta, mentre la folla premeva fuori delle porte, salì coraggiosamente sulle mura e si lasciò cadere a precipizio sulla folla con gesto da prode. Essi lo scansarono immediatamente lasciando uno spazio libero ed egli cadde in mezzo allo spazio vuoto. Poiché respirava ancora, con l’animo infiammato, si alzò, mentre il sangue gli usciva a fiotti e le ferite lo straziavano e, attraversata di corsa la folla, salì su di un tratto di roccia, ormai completamente esangue; si strappò gli intestini e prendendoli con le mani li gettò contro la folla; morì in tal modo invocando il Signore della vita e dello spirito perché di nuovo glieli restituisse.” (2Mac 14,37-46)

ADORO I “MIEI” RAGAZZI!

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Me ne lavo le mani

Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?»

Ho preso questo brevissimo frammento del Vangelo di Giovanni e l’ho portato nella mia realtà di insegnante, per riflettere sul senso del mio lavoro al di là delle conoscenze trasmesse e delle “competenze” raggiunte dagli studenti, seppur fondamentali. Ieri sera su fb ho scritto il mio stato quasi con rabbia, come fosse un grido: “Ascoltarli e accoglierli, non chiedono altro, non possiamo sottrarci. Lo dobbiamo fare se crediamo in loro, altrimenti son tutte balle”. Questo penso sia necessario se non voglio tradire la verità, se non voglio essere un mero esecutore didattico, se non voglio comportarmi come farà poi Pilato: “Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi».” (Mt 27,24)

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Luci nel buio

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Piccolo post dedicato a tutti gli studenti convinti di non essere visti nel buio dell’aula multimediale :-)))

Gita non gita…


 

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Sabato mattina sono in treno verso Padova per andare a un matrimonio insieme a mia moglie. Abbiamo comprato il Messaggero: ci piace leggerlo insieme. Oddio, leggerlo: diciamo sfogliarlo. Arriviamo a pagina 22 e dico “Eccolo qua”. Sara mi chiede: “Cosa?”. Io: “La risposta alla domanda che ogni anno mi fanno gli studenti, cioé – Prof! Ma perché non ci porta in gita? – . E io rispondo che non mi sento tutelato dallo Stato. Però loro mi chiedono  – In che senso? – e lì faccio fatica a spiegarmi. Allora ricorro ad un esempio: ecco io vorrei questo. Che se siamo in gita ed è prevista la buonanotte, che ne so, per le 24.00, io ho il compito di fare il giro per le stanze ed assicurarmi che ogni studente sia nella stanza assegnatagli. Dopo di che ho il sacrosanto diritto di entrare nella mia stanza ed andare a dormire. Se uno si ubriaca, va in giro, vuole dare una mano di colore alla stanza, fare tarzan sulle reti del letto RISPONDE, perché ho una buona considerazione di voi e penso che un ragazzo delle superiori le cose le capisca… Ecco, ora non ho più bisogno di ricorrere all’esempio, basta leggere questo articolo….”. Il viaggio è proseguito con un pizzico di tristezza nel cuore e tanta rabbia nella testa…

Ecco l’articolo

UDINE. Gite scolastiche: i professori che accompagnano gli studenti devono controllare la sicurezza delle stanze. Sono tenuti a un «obbligo di diligenza preventivo» che impone loro di reperire strutture alberghiere il più possibile sicure. Non solo, sono tenuti anche a effettuare «controlli preventivi» delle stanze dove alloggiano i ragazzi. Lo ha stabilito la suprema corte di Cassazione nell’accogliere il ricorso di S.Q., di San Leonardo, ex studentessa dell’istituto tecnico commerciale “Deganutti” , che, nel marzo 1998, si era seriamente ferita nell’albergo di Firenze scelto dalla scuola, scivolando da una terrazza dell’hotel. La ragazza, secondo quanto ricostruito dalla sentenza 1769 dell’8 febbraio 2012, salita su un parapetto del balcone della stanza, aveva guadagnato la terrazza insieme a un compagno e, scivolando, era precipitata nel vuoto per circa 12 metri, riportando gravissime lesioni e rimanendo completamente invalida. Da qui la richiesta di risarcimento danni, sia nei confronti del ministero della Pubblica istruzione, della scuola, dell’albergo e dei genitori del compagno di scuola – che poco prima dell’incidente aveva offerto uno spinello alla giovane -, lamentando «mancanza di controllo e di sorveglianza degli alunni da parte del professore in gita con la classe e mancanza di sicurezza dell’albergo». Sia il Tribunale (marzo 2005) che la Corte d’Appello di Trieste (ottobre 2009) avevano respinto la richiesta risarcitoria della giovane, rilevando, tra l’altro che gli studenti erano prossimi alla maggiore età per cui tutti erano «presumibilmente dotati di un senso del pericolo». I verdetti sono stati ribaltati dalla Cassazione che ha accolto la tesi difensiva della ex studentessa rimasta invalida. Nel dettaglio, i giudici della Suprema corte chiamano in causa la scuola e ricordano che «proprio perché il rischio che, lasciati in balia di se stessi, i minori possano compiere atti incontrollati e potenzialmente autolesivi, all’istituzione è imposto un obbligo di diligenza per così dire preventivo, consistente, quanto alla gita scolastica, nella scelta di vettori e di strutture alberghiere che non possano, al momento della loro scelta, nè al momento della fruizione, presentare rischi o pericoli per l’incolumità degli alunni». La Cassazione spiega ancora che «incombe all’istituzione scolastica la dimostrazione di avere compiuto controlli preventivi e di avere impartito le conseguenti istruzioni agli allievi affidati alla sua cura e alla sua vigilanza». Nel caso in questione, dunque, il personale accompagnatore, spiega la Suprema Corte, «avrebbe dovuto rilevare, con un accesso alle camere stesse, il rischio della facile accessibilità al solaio di copertura per adottare poi misure idonee alle circostanze», quali anche «il rifiuto di alloggiare» in una stanza tanto insicura. Sarà ora la Corte d’Appello di Trieste (chiamata a una pronuncia bis), cui la Cassazione ha rinviato la vicenda, a stabilire l’esatto risarcimento per la studentessa, tenendo anche conto delle responsabilità della scuola, del ministero della Pubblica istruzione, e della struttura alberghiera. Esclusa invece la responsabilità dei genitori dell’ex studente salito sulla terrazza con la giovane. La vicenda della studentessa di San Leonardo suscitò, all’epoca dei fatti, molto scalpore. I ragazzi della terza classe del “Deganutti”, nel marzo del 1998, fecero un viaggio in treno fino a Firenze e trovarono alloggio all’hotel “Mirage” di Novoli. Il drammatico incidente accadde la sera stessa dell’arrivo nella città toscana. Furono due compagne di stanza della giovane a trovare il corpo esanime a terra dopo un volo di 12 metri. La studentessa rimase per lungo tempo in coma, poi si riprese, ma purtroppo rimase invalida.

L’eredità

Stasera all’Eredità una domanda biblica su Giacobbe. E penso “I miei studenti di II la saprebbero, gliel’ho appena raccontato”.

Poco prima una domanda sul modo di salutarsi in Tibet. E penso “I miei ragazzi di IV la saprebbero”.

Ho concluso: “Il voto di religione non conterà nulla, ma ti fa vincere l’eredità!”

😉

Tempo di scrutini

E’ tempo di scrutini. L’attività del blog sarà un po’ limitata in questi giorni…

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Si ricomincia… Ma sì, dai :-)

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Da scuola aperta al diploma

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Sono reduce da due giornate di Scuola Aperta: tantissime persone, molto spesso figli accompagnati da entrambi i genitori, a informarsi sugli indirizzi presenti nel nostro liceo, a capire gli sbocchi, a vedere l’ambiente… Non li aspetta un momento facile, perché scegliere il proprio futuro non è mai facile, ma certo è un momento accattivante, intrigante, in cui fare i conti con se stessi per capire aspettative, predisposizioni, talenti, carenze, desideri. Intanto, poco prima, sabato mattina, c’era stata la consegna dei diplomi ai ragazzi che a giugno hanno sostenuto l’esame di stato. Li ho visti purtroppo velocemente, ma li ho visti sorridenti, felici di essere lì e contenti di raccontarmi cosa avevano scelto di fare: erano bellissimi. Ecco, i due avvenimenti del week-end mi hanno fatto venire in mente il saluto che ogni anno lascio alle quinte. Una delle ultime frasi è “Vi ho conosciuto gavanelli e vi lascio donne e uomini, frecce scoccate verso domani, pronti a spiccare il volo”. Penso sia quello che succede nei cinque anni di liceo, la trasformazione da quattordicenne che si affaccia al mondo della responsabilità a cittadino a pieno titolo consapevole di diritti e doveri. In bocca al lupo a entrambi.

Almeno lei

 

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Domani a scuola ricevimento generale. E’ per me il giorno dell’ “Almeno lei” dettomi da mamme e papà degli studenti che zoppicano un po’: “Almeno lei mi dica qualcosa di positivo, mi tiri su il morale: l’ho lasciata per ultimo apposta!”. Daniel Pennac scrive: “I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo. Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all’uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli o a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l’eternità in un barattolo.”

Inclinazioni del cuore

Stamattina, all’ultima ora, dopo aver letto dei brani di E. Wiesel e L. Millu sull’esperienza di fede durante la tragedia dei lager ho chiesto agli studenti di riflettere sul problema del male cercando dentro di sé quali tentativi di risposta provassero a darsi. Mentre riflettevano e scrivevano li guardavo e pensavo: “tra pochi mesi non li rivedo più” (era una quinta). “Cosa faranno? Lavoreranno, studieranno, che strade percorreranno?”. Poi ho preso dalla borsa il libro “Un minuto di saggezza nelle grandi religioni” di Anthony de Mello, una raccolta di brani che ho letto a più riprese nella mia vita. E mi ha stupito che il primo racconto fosse questo:

Il discepolo era un ebreo. “Quale opera buona debbo fare per essere gradito a Dio?”. “Come posso saperlo?”, rispose il maestro. “La tua Bibbia dice che Abramo praticava l’ospitalità e Dio era con lui. Elia amava pregare e Dio era con lui. David governava un regno e Dio era anche con lui. C’è un modo per scoprire il lavoro che mi è stato assegnato?”. “Sì. Cerca l’inclinazione più profonda del tuo cuore e seguila”.

Un caso? 

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La valutazione

Stamattina assemblea d’istituto. Ho partecipato, parzialmente, solo l’ultima ora. Mi è piaciuta la partecipazione, mi sono piaciuti i temi. Posto questa immagine provocatoria su uno degli argomenti che sono usciti. Che ne dite?

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Cos’è questa nota?

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Amarezza

 

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61 anni fa esatti moriva George Bernard Shaw. “La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono” è una sua frase. Mi è venuta in mente stamattina quando, dopo un ponte festivo di 3 giorni, in una classe mancavano metà alunni per evitare delle verifiche… Amarezza.

Esercizi di noia

 

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«Una parte del mio mestiere consisteva nel persuadere i miei studenti più abbandonati a loro stessi che la gentilezza più del ceffone invita alla riflessione, che la vita in comunità ha delle regole, che il giorno e l’ora della consegna di un compito non sono negoziabili, che un compito malfatto è da rifare per l’indomani, che questo, che quello ma che mai e poi mai né i miei colleghi ne io li avremmo abbandonati in mezzo al guado. Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia. Sì, qualche volta ho consigliato loro esercizi di noia, per collocarli nella durata. Li pregavo di non fare niente: non distrarsi, non consumare niente, nemmeno conversazione, né tantomeno studiare, insomma non fare niente, niente di niente.

“Oggi pomeriggio, esercizio di noia, venti minuti a non fare niente prima di mettervi a studiare.”

“Nemmeno ascoltare musica?”

“Assolutamente no!”

“Venti minuti?”

“Venti minuti. Orologio alla mano. Dalle 17.20 alle 17.40. Tornate diritti a casa, non rivolgete la parola a nessuno, non vi fermate in nessun bar, ignorate l’esistenza dei flipper, non riconoscete i vostri amici, entrate in camera vostra, vi sedete sul letto, non aprite la cartella, non vi mettete il walkman sulle orecchie, non guardate il vostro gameboy, e aspettate venti minuti, fissando il vuoto.”

“Per fare cosa?”

“Per curiosità. Concentratevi sui minuti che passano, non perdetevene neanche uno e domani mi raccontate.”

“E come farà, lei, a verifìcare che l’abbiamo fatto?”

“Non posso.”

“E dopo i venti minuti?”

“Buttatevi sui compiti come degli affamati.”»

(Daniel Pennac, Diario di scuola, pag. 135-136)

Election day

Domani è giornata di elezioni a scuola: rappresentanti di classe, di istituto, della consulta.puzzle.jpg Dedico questa storiellina di Bruno Ferrero a tutti quelli che si sono messi in gioco. Qualcuno di loro vincerà. Cosa? Un servizio, un servizio a tutti gli altri studenti: l’onore e la responsabilità di rappresentarli. La storiellina non la voglio interpretare o spiegare, coglietene voi il senso più opportuno. In bocca al lupo!

Durante l’assenza della moglie, un importante uomo d’affari dovette rimanere in casa per badare ai due scatenatissimi bambini. Aveva un’importante pratica da sbrigare, ma i due piccoli non lo lasciavano in pace un istante. Cercò così di inventare un gioco che li tenesse occupati un po’ di tempo. Prese da una rivista una carta geografica che rappresentava il mondo intero, una carta complicatissima per i colori dei vari stati. Con le forbici la tagliò in pezzi minutissimi che diede ai bambini, sfidandoli a ricomporre il disegno del mondo. Pensava che quel puzzle improvvisato li avrebbe tenuti occupati per qualche ora. Un quarto d’ora dopo, i due bambini arrivarono trionfanti con il puzzle perfettamente ricomposto. “Ma come avete fatto a finire così in fretta? “, chiese il padre meravigliato. “È stato facile”, rispose il più grandicello. “Sul rovescio c’era una figura di un uomo. Noi ci siamo concentrati su questa figura e, dall’altra parte, il mondo si è messo a posto da solo”.

Ars copiandi

Gianfranco Zavalloni su CEM Mondialità ha scritto un breve articolo che penso possa far discutere e riflettere. Si arriva a parlare del diritto-dovere di copiare a scuola… Ne ho parlato spesso in classe. Sottolineo anche qui che il copiatore deve mettere sempre in conto la possibilità di essere beccato, fa parte del gioco… E l’insegnante “più sgaio” è spesso quello che conosce i trucchi del mestiere per averli praticati…scuola_copiare_430_2.jpg

“Copiare è un verbo che nel mondo della scuola ha due significati che potremmo definire antitetici. Ri-copiare un brano sul proprio quaderno, ri-copiare l’esercizio… e poi eseguire un dettato: tutti esercizi di copiatura che hanno avuto fino ad ora un profondo significato «positivo». Ma c’è anche un aspetto che il qualche modo colloca il copiare come elemento negativo del mondo scolastico: «hai copiato!». Ora, io credo che siano poche le persone che, nel corso della propria carriera scolastica, non abbiano fatto l’esperienza di «copiare». E ci sono persone che, avendo raggiunto posizioni professionalmente invidiabili, hanno ammesso, magari anni dopo, di aver copiato tante volte da uno o più compagni di classe. Insomma, copiare fa parte dell’esperienza scolastica. Ma non solo. Pensiamo ai grandi artisti e alle loro scuole. Di molte grandi produzioni artistiche antiche tutt’ora si dice «è di scuola….» e poi si cita il maestro. Ma gli allievi, contemporanei o non, erano talmente bravi che sapevano copiare benissimo lo stile del maestro, da non saperne poi distinguere le mani. E comunque, anche fra i contemporanei, generalmente tutti gli artisti copiano. È la prima fase della loro esperienza artistica. Quella che generalmente precede la fase in cui un artista trova poi il suo stile e si caratterizza. Nonostante la mia esperienza di maestro coi bimbi e le bimbe si sia conclusa 15 anni fa, devo dire che ho imparato proprio da loro il senso della solidarietà. Ai bimbi e alle bimbe della scuola d’infanzia viene spontaneo solidarizzare con i compagni in difficoltà… e fanno copiare. «Fai come faccio io…»: una frase del tutto consueta per i bambini piccoli, quando ancora la competitività non fa parte del loro dna. E devo dire che in questa loro spontanea collaborazione ho capito che spesso sono gli stessi studenti i migliori maestri dei loro compagni. Si apprende più facilmente da un compagno, che ha già imparato la regola, che dal docente. Le due competenze prevalenti che dovrebbero caratterizzare uno studente in uscita dalla scuola superiore dovrebbero essere quella di saper argomentare, a voce, su un tema per almeno 10 minuti. La seconda, di non minore importanza, è quella di saper lavorare in team. Credo che in una società che da anni è ritornata ad esaltare le capacità e i meriti di ogni singolo individuo… affermare che una delle funzioni principali della scuola è “imparare a lavorare insieme” sia importantissimo. In proposito, mi viene da copiare l’inizio di un articolo che Claudio Magris ha pubblicato anni fa sul Corriere della Sera: «A scuola, come nella vita, ciascuno dovrebbe essere consapevole del proprio ruolo e fare bene la parte che gli spetta. Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna ad essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro». Più chiaro di così!”