Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità

San Paolo e le donne


In V, su invito della prof di latino, ispirata dal film su Ipazia, mi avete chiesto qualcosa su San Paolo e le donne. Allora vi posto due testi. Il primo è di Elena Borsetti ed è stato pubblicato sulla rivista Jesus nel 2009 (http://www.stpauls.it/Jesus/0901je/0901j100.htm), il secondo è di Pino Pulcinelli (per la versione integrale: http://www.bibbiaonline.it/argomese/Paolo%20e%20le%20donne.html)

Amiche, sorelle, apostole

di Elena Borsetti (Jesus, gennaio 2009)

È ancora diffusa l’idea che tra Paolo e le donne non sia corso buon sangue. Non si possono negare alcune aperture, ma in fondo serpeggia il sospetto che l’Apostolo abbia contribuito a frenare la carica rivoluzionaria del Vangelo. È davvero così? Trova fondamento questo sospetto nelle Lettere dell’Apostolo? Paolo non ha certamente bisogno di essere difeso, ma semmai compreso. Troppe volte infatti è stato e viene ancora frainteso e usato contro le donne.

In prima istanza gli dobbiamo l’affermazione della fondamentale uguaglianza e dignità battesimale. Nella Lettera ai Galati (3,27-28) risuona un forte grido di libertà, contro ogni discriminazione di tipo razziale, sociale e sessuale: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Questa dichiarazione suona decisamente antitetica ai pregiudizi sottesi al triplice ringraziamento di una preghiera di origine rabbinica, ancora vigente: «Benedetto sei tu Signore… perché non mi hai fatto pagano, perché non mi hai fatto donna, perché non mi hai fatto schiavo». In Cristo, insomma, cessano le discriminazioni, non è più rilevante l’identità etnica o il prestigio sociale, e nemmeno l’essere maschio o femmina.

Questa nuova consapevolezza trovava piena espressione nella prassi liturgica dove uomini e donne, indipendentemente dal loro ceto sociale, si riunivano per celebrare insieme la cena del Signore. Tale consapevolezza della fondamentale uguaglianza e dignità era in se stessa rivoluzionaria e l’Apostolo non l’ha certo soffocata. Egli teneva in grande conto la dignità e i carismi della donna. La «corsa della Parola» non deve forse molto alla capacità femminile di tessere reti di comunicazione? Paolo non è cieco nei confronti della “fatica” delle donne, si rende perfettamente conto del loro prezioso ministero nell’opera di evangelizzazione e lo apprezza. Al riguardo sono eloquenti le sezioni conclusive delle sue Lettere, riservate ai saluti. Non hanno il prestigio dei brani dottrinali, ma sono fonti di prima mano per la ricostruzione storica del ruolo delle donne nelle comunità missionarie del primo cristianesimo. Inoltre dicono chiaramente i sentimenti di stima, di gratitudine e affetto grande per numerose donne che Paolo chiama per nome. Traspare la ricca umanità dell’Apostolo, la sua vasta rete di conoscenze e di relazioni femminili.

Febe, Prisca, Trifena e Trifosa, Perside: una fitta sequenza di nomi femminili. Piuttosto trascurate perché non rilevanti sotto il profilo dottrinale, le liste dei saluti costituiscono una sorta di spaccato del vissuto ecclesiale e una preziosa miniera di informazioni. Nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani sono menzionate undici donne. Un femminile concreto. Dietro i nomi ci sono i volti e le personalissime vicende di ognuna di queste donne coinvolte nella diffusione del Vangelo. In primo piano Febe, il cui nome significa «luminosa, splendente». È lei che porta personalmente a Roma la lettera dell’Apostolo, il quale si premura che la comunità l’accolga nel modo più ragguardevole: «Vi raccomando Febe, sorella nostra, che è anche diacono della chiesa che si trova a Cencre» (Rm 16,1).

Febe è donna che emerge per responsabilità e impegno in una comunità complessa e multietnica quale era Cencre, il porto orientale di Corinto. Paolo la presenta ai Romani come «sorella nostra», vale a dire sorella sua e loro, nella medesima fede. Le attribuisce inoltre il titolo di «diacono» (diakonos) che tanto fa discutere; con il medesimo termine Paolo designa il proprio ministero a servizio del Vangelo. Egli invita ad accogliere Febe secondo lo stile dell’ospitalità cristiana – «nel Signore» – e aggiunge: «Assistetela in qualunque cosa possa aver bisogno di voi; anch’essa infatti è stata protettrice di molti e anche di me» (Rm 16,2). La parola «protettrice» (prostátis) ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. Paolo non si vergogna di confessare che ha beneficiato dell’aiuto di una generosa patrona, anzi le riserva profonda gratitudine. Nel contesto delle difficoltà incontrate dall’Apostolo durante sua permanenza a Corinto (più di un anno e mezzo) Febe si è rivelata una vera amica, degna del nome che porta: luminosa, splendente.

Paolo saluta quindi una formidabile coppia missionaria, Prisca e Aquila. Non è un dettaglio casuale che menzioni il nome della moglie prima di quello del marito. Di questa benemerita coppia giudeo-cristiana si parla sei volte nel Nuovo Testamento e in quattro casi il nome di Prisca (o Priscilla) precede quello di Aquila. Segno di rispetto o qualcosa di più? Sembra che Prisca, di origine aristocratica, fosse la proprietaria della casa in cui si radunava una delle comunità giudeo-cristiane di Roma. Costretti a lasciare la capitale in seguito all’editto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, i due coniugi incontrano Paolo a Corinto. Nella loro casa l’Apostolo trova ospitalità e anche lavoro, poiché erano del medesimo mestiere, fabbricatori di tende (Atti 18,2-3).

Nasce così una profonda intesa e durevole amicizia. I due sono al fianco di Paolo anche a Efeso dove si prendono cura della comunità. Colpisce il loro comportamento nei confronti di Apollo, un neoconvertito proveniente da Alessandria, dotato di vasta conoscenza delle Scritture e di notevole comunicativa, che però aveva ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni: «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (Atti 18, 26). Bella questa capacità di ascolto e di valorizzazione del positivo, che non rinuncia a prendersi cura della piena formazione! Si capisce che Paolo è molto legato a questi due coniugi, che saluta cordialmente come suoi «collaboratori» ricordando che per salvargli la vita «hanno rischiato la loro testa» (Rm 16,3-4).

Giunia: donna tra gli apostoli. La lista dei saluti menziona un’altra coppia benemerita, Andronico e Giunia: «Miei parenti», scrive Paolo, «e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me» (Rm 16,7). La qualifica di «parenti» può essere interpretata in senso ampio, come appartenenti etnicamente al medesimo popolo dei giudei. Non può avere invece semplice valenza metaforica il dettaglio «compagni di prigionia». Non ci è detto in quale carcere, ma è più importante sapere che in carcere c’era anche lei, Giunia, e Paolo deve esserne rimasto talmente edificato che non trova difficoltà alcuna ad attribuirle il titolo di «apostolo». Bello il commento di Giovanni Crisostomo: «Essere tra gli apostoli è già una gran cosa, ma essere insigni tra di loro, considera quale grande elogio sia; ed erano insigni per le opere e per le azioni virtuose. Accidenti, quale doveva essere la “filosofia” di questa donna, se è stimata degna dell’appellativo degli apostoli!» (citato da R. Penna).

Nei saluti della Lettera ai Romani Paolo ricorda anche donne singole: Maria, Trifena e Trifosa, accomunate dal riconoscimento «che hanno lavorato/faticato per il Signore». Con il medesimo verbo Paolo indica il proprio lavoro di predicazione e insegnamento. Un posto speciale nei saluti è riservato alla «diletta Pèrside»: anche lei «ha molto faticato nel Signore». L’ultima serie di saluti menziona la madre di Rufo, che Paolo considera come sua stessa madre. Evidentemente in qualche parte dell’Oriente, in Grecia o in Asia, deve averne sperimentato l’affettuosa accoglienza. E poi ancora saluti (il verbo utilizzato include anche il senso di «abbracci») per Patroba e Giulia, per la sorella di Nereo e Olimpas. Impressiona questo fitto elenco di nomi femminili, dietro i quali ci sono volti e ruoli, e soprattutto amore e dedizione incondizionata al Vangelo.

La Chiesa nasce essenzialmente come domus ecclesiae, «chiesa domestica». Il suo ambiente d’origine non è il tempio e neppure la sinagoga, ma la casa (vedi Atti 2,46). E all’interno della casa, anche se non menzionata, troviamo la donna. È lei che favorisce un ambiente accogliente e un clima di ospitalità. E talvolta anche un servizio di animazione e una funzione di guida. I missionari del Vangelo debbono molto a donne come Lidia, la ricca commerciante di porpora che a Filippi insiste per accogliere Paolo e compagni: «Li costrinse ad accettare», annota Luca (Atti 16,14). La casa di questa donna europea diventa grembo della chiesa di Filippi e centro propulsore del Vangelo.

Nella lettera a Filemone l’Apostolo esorta due donne di spicco, Evodia e Sintiche, a trovare un accordo nel Signore. Non sappiamo la ragione del loro dissenso, forse divergenze pastorali. Paolo ricorda che «hanno combattuto per il Vangelo» al suo fianco. Sono dunque missionarie convinte e generose, fino a esporre la vita per la causa del Vangelo. Mi piace notare un altro dettaglio: in questa lettera, unico caso nel Nuovo Testamento, Paolo fa il nome di una donna già nell’intestazione. La lettera non è indirizzata soltanto a Filemone (come abitualmente si dice) ma anche «alla sorella Apfia», probabilmente moglie di lui. Colpisce il tono caldo e personalissimo di questo scritto e la forza persuasiva delle ragioni affettive: una schietta amicizia lega Paolo a questa casa in cui si raduna la Chiesa e in cui desidera anche lui trovare alloggio appena uscirà dal carcere.

 

Infine, una curiosità: Perché Paolo chiede alle donne cristiane – oranti e profetesse – di avere il capo coperto nell’assemblea liturgica? Egli pretende che le donne siano femminili, ma non usa mai la parola «velo». La copertura di cui parla è il «velo» naturale dei capelli (non quello di stoffa). Non si tratta di un segno di dipendenza ma piuttosto di «autorità» (exousia), come viene reso nella nuova versione della Bibbia della Cei: «La donna deve avere sul capo un segno di autorità» (1Cor 11,10). Non quella del potere patriarcale o clericale, ma l’autorità che Dio stesso le ha conferito nella nuova creazione.

 

Paolo e le donne nella Chiesa

di Pino Pulcinelli (2004)

Bisogna dire subito che il tema di questa breve ricerca non verte in generale sulla concezione della donna in Paolo apostolo – argomento che torna puntualmente alla ribalta quando si affronta quello più ampio del ruolo della donna nella vita e nel ministero della Chiesa – ma si concentra sull’aspetto specifico del ruolo di collaborazione nell’evangelizzazione che alcune donne hanno avuto nella chiesa nascente di matrice paolina. Quindi non “Paolo e la donna”, ma “Paolo e le donne in quanto collaboratrici nel suo ministero apostolico”.

E tuttavia i due aspetti, quello specifico e quello più generale, sono naturalmente interdipendenti, tanto che risulta indispensabile, prima di focalizzare il discorso sulle due figure che compaiono nel titolo, fornire almeno qualche elemento – necessariamente sommario – che aiuti a ricostruire il quadro storico; negli ultimi decenni questo campo della ricerca ha visto un grande approfondimento, anche grazie all’impulso dell’istanza femminista nella teologia e specificamente nell’esegesi biblica.

A questo riguardo Paolo può essere letto e interpretato – come di fatto è successo – in modi opposti, sia come uno dei principali detrattori del ruolo e del ministero della donna nella famiglia e nella chiesa (e pertanto, una delle cause della sua discriminazione nella società di matrice cristiana), oppure come il primo chiaro propugnatore del principio di uguaglianza tra l’uomo e la donna.

E bisogna dire che gli sforzi esegetici non sono riusciti a risolvere del tutto questa palese tensione emergente dai suoi scritti, anzi alcune volte gli studiosi si sono dovuti arrendere di fronte ad affermazioni che prese dal contesto appaiono evidentemente contraddittorie, come vedremo.

Se ci si accinge a studiare i testi che trattano del ruolo della donna nelle prime comunità cristiane, è doveroso fare subito delle precisazioni riguardo alle fonti.

Innanzitutto – con la Schüssler-Fiorenza – si deve ragionevolmente ammettere che “l’effettivo contributo delle donne al movimento missionario cristiano delle origini rimane in larga parte perduto a causa della scarsità delle nostre fonti e del loro carattere androcentrico”.

Inoltre, se in particolare parliamo di “Paolo e le donne”, va osservato come i testi in questione, che ad una cultura moderna di uguaglianza risultano più “antipatici” nei riguardi delle donne, si trovano soprattutto nelle cosiddette lettere deuteropaoline e pastorali (Col ed Ef, 1-2 Tm e Tt). Specialmente per queste ultime andrebbe fatto un discorso a parte, in quanto evidentemente riflettono un’epoca diversa, posteriore, con gli autori che manifestano una viva preoccupazione di fronte a delle crisi di carattere dottrinale e autoritativo (cf. le raccomandazioni a rigettare errori e a “custodire il deposito”; a rispettare le autorità familiari ed ecclesiali, ecc.). Anche la considerazione della donna risente di questo clima di apprensione, così che per favorire la pacificazione e l’ordine ecclesiale, forse in un eccesso di prudenza, si pensa di “restringere il suo campo di azione”. Il dramma è che quelle frasi hanno senz’altro influito nell’interpretazione discriminante del ruolo della donna nella chiesa.

Limitando per il momento il campo ai testi paolini ormai comunemente considerati autentici (1Ts, 1-2 Cor, Fil, Fm, Gal, Rm), troviamo delle affermazioni sulle donne soltanto nella 1Cor ai capp. 7, 11 e 14 e in Gal 3,28, e comunque l’argomento non viene mai esplicitamente messo al centro della trattazione; se egli ne parla è per rispondere a domande sul matrimonio (1Cor 7), o per risolvere problemi contingenti, di carattere “disciplinare”, riguardanti cioè il comportamento delle donne nelle assemblee (1Cor 11 e 14); oppure – e qui abbiamo un brano che si staglia su tutti gli altri (Gal 3,28) – per esprimere le sovvertitrici conseguenze del battesimo che realizza l’unità in Cristo conferendo una stessa dignità alle persone, al di là delle differenze etniche (giudei e greci), sociali (schiavi e liberi) e sessuali (uomini e donne).

In altre due lettere, Fil e Rm, nelle sezioni finali, al momento delle raccomandazioni e dei saluti, Paolo nomina alcune donne per nome, attribuendo loro interessanti qualifiche, su cui sarà utile soffermarsi in vista del nostro tema specifico, a proposito cioè del loro ministero di collaboratrici nell’evangelizzazione.

Già da queste premesse si può comprendere come risulti difficile, se non impossibile, partendo da questi brani arrivare a delineare con sufficiente precisione ciò che Paolo stesso non aveva intenzione di fare in tali scritti, e cioè la presentazione del suo “pensiero sulle donne”. Ciò non significa però che non valga la pena vagliare e valorizzare tutti gli elementi presenti; anzi, proprio dal loro studio, soprattutto se inquadrato nella ricostruzione dell’ambiente storico-culturale delle origini cristiane, emerge la ricchezza e la novità di alcune intuizioni dell’apostolo.

Sempre riguardo alle fonti, un discorso a parte dovrà essere fatto per la particolare opera storiografica costituita dagli Atti degli Apostoli, dove troveremo il racconto dell’episodio riguardante Lidia.

 

Paolo e la donna in 1Cor 11,2-16 e 14,33b-35[4]; e in Gal 3,28

Negli scritti sicuramente autentici di Paolo i brani che fanno più problema, specialmente se accostati tra loro, si trovano nella stessa lettera, la 1Cor. Il primo è quello in cui egli tratta dell’acconciatura delle donne nelle riunioni di preghiera (11,2-16), il secondo è quello in cui ordina alle donne di tacere nell’assemblea (14,33b-35).

Per il brano di 1Cor 11,2-16, conosciuto soprattutto con il titolo tradizionale “il velo delle donne”, la difficoltà maggiore è data soprattutto dal v. 10, una vera crux interpretum: “per questo la donna è tenuta ad avere un’exousia (potere, autorità) sul capo a causa degli angeli”.

Tra le numerose ipotesi interpretative, che non ci mettiamo ora ad elencare e valutare, una delle più convincenti è quella in cui “avere sotto controllo” va inteso in questo senso: “per questo (quando la donna profetizza – cf. v. 5) deve avere sotto controllo la sua acconciatura”; cioè le donne quando fanno interventi pubblici nella comunità (profetizzano o pregano in assemblea) devono tenere un abbigliamento e un’acconciatura decorosa, in particolare devono coprirsi la testa. Questa indicazione di Paolo non avrebbe soltanto l’intenzione di regolare il modo di comportarsi (e di abbigliarsi) delle donne, ma soprattutto di contrastare un tentativo di annullare quelle differenziazioni sessuali – di cui la capigliatura è manifestazione tra le più immediate – insite nella natura stessa.

È per questo, molto probabilmente, che Paolo richiede che la donna che profetizza non deve perdere ciò che per la cultura del tempo rappresenta un contrassegno forte di femminilità. Ma richiedendo questo, allo stesso tempo egli ammette chiaramente che la donna possa parlare pubblicamente nell’assemblea (cf. v. 4); ciò è da tenere presente, quando si va ad interpretare nel capitolo 14 la celebre frase: “le donne nelle assemblee tacciano” (14,34; rafforzato subito appresso con: “infatti non è permesso loro di parlare”; e al v. 35: “è infatti vergognoso per una donna parlare nell’assemblea”). Come risolvere il problema?

Il fatto che alcuni codici antichi pongono i vv. 34-35 dopo il v. 40 (nessuno però li omette) è segno che hanno creato delle difficoltà nei lettori (e nei copisti). Non è però sufficiente questo indizio per dedurre un’interpolazione post paolina. Accettando questa ipotesi, essa naturalmente risolverebbe il problema alla radice e scagionerebbe di fatto l’apostolo da due grandi accuse: da una parte dall’incoerenza con se stesso (per quanto scritto poco prima al cap. 11) e dall’altra da una disdicevole coerenza con la mentalità corrente sia nel mondo giudaico che in quello ellenistico-romano, decisamente discriminante nei confronti delle donne.

Una soluzione da non scartare a priori è quella che sottolinea la diversità di soggetti o di tipo di discorso tra i due brani. In 1Cor 11 si tratterebbe di un parlare orante e profetico delle donne, in 1Cor 14 Paolo rimprovererebbe un parlare disordinato e confusionario che reca disturbo all’assemblea e non la edifica. D’altra parte la stessa ingiunzione a tacere Paolo la usa nei confronti del glossologo se nell’assemblea non c’è chi possa interpretare il suo parlare il lingue con il Signore (14,28).

Un’altra ipotesi che va prendendo piede negli ultimi vent’anni è quella che in questi versetti problematici vede la citazione di uno o più slogan diffusi da chi nella comunità era ostile alla partecipazione attiva delle donne (gruppo che Paolo dunque non appoggerebbe). Senza escludere questa che è ritenuta da numerosi studiosi la migliore ipotesi, bisogna dire però che non c’è traccia, né nella grammatica e nemmeno nella sintassi, dell’inizio di un discorso diretto.

Alla fine del suo lungo e approfondito studio su questo brano, così conclude Biguzzi: “Tutto quello che nei secoli si è tentato di dire riguardo a 1Cor 14,33b-35 sembra insoddisfacente” (p. 153).

Qui più che mai vale allora il principio generale che occorre far attenzione a non isolare un testo, tanto più bisogna guardarsi dall’assolutizzarlo e poi identificare il pensiero di chi l’ha scritto con quel testo lì. Quindi è sicuramente sbagliato – oltre che improprio dal punto di vista metodologico e contenutistico – prendere questo testo (mulieres in ecclesiis taceant) per riassumere il pensiero di Paolo sulle donne.

Se si volesse per forza sceglierne uno che esprima i principi ispiratori, al di là di questioni disciplinari contingenti, allora non c’è dubbio che occorra riferirsi a Gal 3,28 [in un contesto in cui si parla dell’essere “figli di Dio” proprio dei battezzati, rivestiti di Cristo e appartenenti a lui, cf. 3,26-29]:

Non c’è giudeo né greco;

non c’è schiavo né libero

non c’è maschio e femmina

tutti voi infatti uno siete in Cristo Gesù.

In questo che è probabilmente un testo o inno battesimale diffuso presso le prime comunità cristiane, ci sono tre binomi formati da opposti che trovano in Cristo il proprio superamento: c’è la dicotomia che è insieme etnica, culturale e religiosa: giudeo / greco; quella sociale-classista: schiavo / libero; e infine la dicotomia sessuale maschio / femmina; da notare che la scelta di usare i due neutri maschio e femmina, invece che uomo/donna sembrerebbe addirittura voler annullare la differenza che è insita nella natura stessa. In realtà dal contesto si evince che questo binomio vuole

soprattutto sottolineare come l’essere in Cristo (attraverso la fede e il battesimo) è ora il criterio nuovo che informa i rapporti interpersonali e conferisce uguale dignità alle persone, indipendentemente da tutti i condizionamenti, anche quelli sessuali.

Queste categorie, assieme a quelle espresse dai primi due binomi, non possono più avere un influsso discriminante sulla persona. L’affermazione di Gal 3,28 è dunque molto forte, e il principio del superamento delle discriminazioni che viene propugnato costituisce indubbiamente uno dei fondamenti essenziali del cristianesimo: da questo punto non si può più tornare indietro.

È interessante infine confrontare l’affermazione di Gal 3,28 con il testo di 1Cor 7: infatti lì – mentre si sta trattando dello status in cui si viene chiamati – si ritrovano chiari elementi dello stesso triplice binomio: il “circonciso/incirconciso” del v. 18 corrisponde a giudeo/greco; l’altra esatta corrispondenza l’abbiamo nei termini schiavo/libero dei vv. 21-22; l’ultimo binomio, “non c’è più né uomo né donna”, non compare tale e quale, ma a ben vedere è presente a più riprese in tutto il capitolo, quando Paolo – in modo sorprendente e innovativo rispetto alla cultura circostante – non fa altro che applicare a casi concreti proprio quel principio di uguaglianza e di reciprocità tra l’uomo e la donna (più specificamente, moglie/marito) espresso a chiare lettere in Gal 3,28. In questo senso si può affermare che Paolo con Gal 3,28 non rimane a livello di teoria, ma viene da lui stesso messo in pratica nel disciplinare la vita della comunità.

Un’altra osservazione – che malgrado la sua ovvietà conviene ribadire – è quella che in casi come questi va considerato il condizionamento storico e culturale di tali pronunciamenti in campo disciplinare: essi sono stati scritti in occasione di vicende contingenti e circoscritte a quel particolare periodo storico della chiesa e non vanno perciò indiscriminatamente considerati normativi per la chiesa di oggi (e quando purtroppo lo si è fatto non è stato certamente un bene per la chiesa); non siamo infatti di fronte a principi dottrinali generali, la cui validità si estenderebbe a tutte le epoche, ma a indicazioni fortemente influenzate dalle situazioni e problemi concreti di determinate comunità paoline.

Da questa base di partenza è praticamente impossibile affermare che Paolo in via di principio chieda che le donne tacciano nell’assemblea; ogni seria ricostruzione della condizione della donna nelle prime comunità cristiane di matrice paolina non può non tenerne conto.

Infine, un argomento molto importante, difficilmente conciliabile con il mulieres in ecclesiis taceant è la prassi stessa di Paolo che emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli, e qui arriviamo al nostro tema specifico.

 

Le collaboratrici nell’apostolato

Le lettere autentiche di Paolo contengono – specialmente nella loro parte finale – numerosi accenni a persone menzionate con il loro nome, spesso accompagnati da brevi titoli e osservazioni, che studiati singolarmente e nel loro contesto, si sono rivelati preziosi per ricostruire il quadro della situazione storica delle prime comunità cristiane, e in particolare il ruolo delle donne nel ministero apostolico.

Ad esempio, nella lettera ai Filippesi Paolo nomina due donne, Evodia e Sintiche, esortandole ad essere concordi nel Signore (4,2), e prega un suo fedele compagno di aiutarle (a riconciliarsi), poiché esse hanno combattuto per il vangelo insieme con lui, al pari di altri collaboratori tra cui Clemente: “i loro nomi sono scritti nel libro della vita” (4,3).

Per queste donne l’aver lottato insieme all’apostolo per la diffusione del vangelo comporta in qualche modo l’aver esercitato almeno in parte lo stesso ministero dell’apostolo; inoltre le espressioni di ammirazione e il fatto che praticamente sono le uniche persone ad esser nominate – oltre a Clemente che è probabilmente un componente di quella chiesa – portano a dedurre che esse devono aver avuto un ruolo di primo piano nella conduzione di quella comunità. Qualcosa di simile si può supporre anche di Cloe (1Cor 1,11) e soprattutto della “sorella Apfia”, unico caso di una donna esplicitamente citata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera, subito dopo la menzione di Filemone e prima di Archippo (Fm 2).

Ma è soprattutto nel capitolo conclusivo della lettera ai Romani che abbondano i riferimenti a donne collaboratrici nell’apostolato, a cui Paolo rivolge saluti e apprezzamenti.

Vediamoli in sintesi:

In Rm 16,1-16 Paolo nomina ventinove persone, ventisette delle quali riportando il loro nome, tra cui otto donne (più due senza nome, la madre di Rufo e la sorella di Nereo; vv. 13.15).

La prima menzionata è Febe, detta “nostra sorella, che è diacono della chiesa di Cencre… patrona di molti e anche di me stesso” (vv. 1-2). La vedremo a parte.

Al v. 3 dice di salutare Prisca ed Aquila (suo marito). Prisca (o Priscilla), è identificata come collaboratrice;

al v. 6 saluta Maria “che si è data molto da fare per voi”;

al v. 7 chiede di salutare “Andronico e Giunia… eccellenti tra gli apostoli”. Giunia non è un uomo come molti commentatori – specialmente nel passato – hanno sostenuto, bensì una donna, di loro Paolo afferma che sono suoi parenti, e diventati discepoli di Cristo prima di lui;

al v. 12 dice di salutare Trifena e Trifosa, due donne che “si danno da fare per il Signore”; e “la carissima Perside”, anch’essa “si dà molto da fare per il Signore”;

al v. 13 saluta la madre di Rufo che è stata anche per Paolo una madre;

al v. 15 si nomina infine Giulia e la sorella di Nereo.

Se si va a fare il conto di tutte le persone menzionate in 16,1-16, le donne sono circa un terzo degli uomini, e tuttavia le cose che si dicono di loro sono talmente rilevanti da far intravedere un loro ruolo di primo piano nelle prime comunità cristiane (e non solo in quelle di matrice paolina, in quanto sappiamo che Paolo scrive ad una comunità non fondata da lui), in quanto collaboratrici nel ministero apostolico di Paolo, o in generale in quanto “si sono date da fare per il Signore”.

Rm 16 dunque, come ha affermato un commentatore, può davvero essere intesa come “la più gloriosa attestazione di onore per l’apostolato della donna nella chiesa primitiva”.

A questo punto il testo continua facendo riferimento alla figura di Febe e Lidia.

… 

Conclusione

Da questa breve indagine si può trarre un quadro per il quale è praticamente impossibile tacciare Paolo di misoginia o di discriminazione nei confronti della donna. I dati che riguardano la presenza e il ruolo delle donne nella chiesa delle origini, pur non essendo molto abbondanti, costituiscono una chiara attestazione dell’applicazione del principio fondamentale di uguaglianza nella dignità e nella responsabilità missionaria; questo lo si deduce non soltanto dalle affermazioni sulle donne che si trovano sparse in alcuni suoi scritti, ma soprattutto dalla sua prassi, così come emerge sia dalle lettere che dagli Atti degli Apostoli. Rispetto all’ambiente e alle varie culture a lui contemporanee (greco-romana e giudaica) su questo punto Paolo non va annoverato tra i conservatori, ma tra gli innovatori coraggiosi: senza rischio di esagerare si può considerare Paolo il più grande araldo della nuova legge di libertà costituita dal Vangelo di Gesù Cristo, in cui è iscritto anche il paragrafo importante del pieno riconoscimento dei diritti alla donna, nella società e nella chiesa.

Un’interpretazione fondata sul pregiudizio di una mentalità maschilista e incapace di cogliere la portata liberatrice della Parola di Dio – e reiterata nel corso dei secoli – ha spinto tanti cristiani autorevoli a discriminare la donna nella famiglia e nella chiesa, causando direttamente la sua marginalizzazione nella società di matrice cristiana.

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