Un orizzonte nuovo

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Capita spesso in classe di parlare dei social a vari livelli, a seconda delle classi. Ecco, questo articolo, preso dal sito di Giovanni Grandi, ricercatore in filosofia morale, è per le classi più esperte, ma con un po’ di concentrazione è utile a tutti 🙂

“Non occorre trovarsi ad un incontro con il Papa: basta essere ad uno spettacolo di fine anno alla scuola dell’infanzia – l’asilo, per la mia generazione – per vedersi levare immancabilmente una selva di schermi tra telecamere (sempre meno) tablet e smartphone (sempre più). Impossibile vedere oltre. Che alle volte è più semplice guardare la scena dallo schermo del tablet di chi sta due file più avanti. Provavo a sorridere a proposito della funzione dello “schermo”, che originariamente è quella di proteggere, di riparare, di mettersi in mezzo ma proprio per creare distanza. Oppure per impedire dispersioni, specialmente – e non senza umorismo – nel caso dei “cavi schermati” che impieghiamo nelle telecomunicazioni. Questo significa “schermare”. È allora paradossale la funzione dello schermo delle nostre appendici tecnologiche: si mette di mezzo tra noi e quel che ci sta di fronte non più per proteggere e custodire, ma per esporre e diffondere esponenzialmente.
Alessandra de Paola (@amedepaola) da twitter suggeriva che si tratta di un’eco della nostra solitudine: «Se qualcosa non sta sulla tua timeline esiste solo per te: è la foto di quanto ci sentiamo soli e abbiamo bisogno di comunicare».
È interessante l’idea per cui oggi rischia di esistere solo quello che riusciamo ad esibire, a mostrare, anche dei nostri vissuti. Alle radici di questa deriva non vedo però il demone della tecnologia, ma forse qualcosa di meno appariscente su cui varrebbe la pena di sostare.
Il raccontare e il raccontarsi è un elemento strutturale della nostra umanità. È nella narrazione che si creano relazioni, che si strutturano eredità e tradizioni. Se la cultura semita puntava sull’ascolto, la cultura greca ha fin da principio fatto leva sulla visione: dalla prima abbiamo ereditato l’opzione preferenziale per la scrittura, dalla seconda quella per la monumentalità. In entrambi i casi però quel che veniva trasmesso non era la riproduzione immediata del reale. La Sacra Scrittura non è una cronaca di eventi, neppure quando fa riferimento a fatti attestabili secondo i moderni criteri storiografici. Neanche i monumenti greci, con le loro storiografie visuali volevano essere una riproduzione pedissequa del reale. I media antichi non erano semplicemente cronache: erano narrazioni in cui il cuore era costituto da un tassello di sapienza. Come dire: attraverso questi eventi, rielaborando queste esperienze, abbiamo compreso che…
Quello che mi colpisce di molte nostre narrazioni contemporanee è che somigliano sempre di più a delle telecronache, in cui il messaggio di fondo rischia di essere semplicemente “io c’ero”, “io sono qui” (I’m at…) o “guardate che bello”. Nulla di discutibile nel realizzare un’istantanea, il punto non è questo.
Il punto è se, nel tempo, ho modo di ritornare su quell’esperienza che ho avvertito la necessità o di condividere in diretta, per estrarne un tassello di sapienza, di maggiore comprensione della vita. Il punto è se dietro all’evento c’è una scoperta, che a sua volta vale la pena di condividere, di far circolare. Quel che mi lascia perplesso nelle nostre narrazioni è l’inflazione di eventi e la deflazione delle scoperte di sapienza. Se impieghiamo tutto il nostro tempo a far rimbalzare in diretta telecronache di eventi, quanta attenzione ci rimane per sostare sui vissuti e perlustrarli con pazienza, alla scoperta di profondità meno appariscenti, di significati e lezioni stimolanti per maturare in umanità?
Potrebbe essere allora interessante mettersi alla prova: tra gli eventi di cui ho riferito e che ho esibito nella mia timeline (specialmente sui social) della scorsa settimana, ce n’è almeno uno che oggi posso raccontare nuovamente, perché non ha il gusto stantio della cosa passata ma quello frizzante di un orizzonte nuovo che ho scoperto?
Riabilitare (o quantomeno sostenere) la capacità narrativa come rielaborazione del messaggio dei vissuti potrebbe essere una sfida interessante. Perché non pensare qualche workshop in questo senso, specialmente lì dove si lavora sulla valorizzazione dei social media e degli strumenti di interazione che oggi abbiamo a disposizione?
Gran cosa se il social fosse un amplificatore di human wisdom…”

Ebraismi

In seconda e in terza stiamo iniziando a parlare dell’Ebraismo. Una delle cose che è emersa è la presenza di componenti non solo tradizionaliste. Per chi desidera approfondire la questione questo è un ricchissimo articolo della rivista Confronti che parla proprio di una nuova comunità nata a Roma da pochissimo tempo (questa la loro pagina facebook). L’articolo e le interviste sono di Daniela Mazzarella.

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“L’umorismo ebraico ha fama mondiale e la comunità Beth Hillel sembra esserne ricca, con la sua sede in via dei Salumi e il suo rabbino che di cognome fa Di Gesù. Ma invece la nascita di questa nuova realtà rappresenta un evento molto serio e importante per l’ebraismo italiano. Beth Hillel è infatti la prima comunità «progressive» della capitale e il 1° marzo 2014 – 29 Adar 5774 si è presentata al pubblico con una giornata di preghiera, di approfondimento e di festa.

La sua storia ha origine qualche anno fa parallelamente a un crescente disagio di chi si ritrovava sempre meno nelle tesi di fondo della comunità ortodossa romana. Beth Hillel nasce infatti dall’incontro tra un gruppo di preghiera, costituito principalmente da ebrei non appartenenti alla comunità ortodossa che si incontravano nelle loro case, e un gruppo di ebrei iscritti alla comunità di Roma che sentivano però l’esigenza di offrire maggiori opportunità a coloro che non avevano una serena collocazione comunitaria.

Le riunioni dei due gruppi sono state sempre più strutturate e regolari, fino ad arrivare alla decisione di costituire la neonata comunità. Beth Hillel, che è legata alla World Union for Progressive Judaism, si presenta come un’associazione con il suo statuto e un Consiglio direttivo pro tempore che scadrà al momento delle elezioni formali dei suoi organi da parte dell’assemblea dei membri.

Ad oggi Beth Hillel offre servizi religiosi per le festività principali e, in forma solenne per almeno uno Shabbat al mese, ha la presenza di rav Antonio Di Gesù, che giunge da Gerusalemme per seguire la nuova comunità della capitale. Beth Hillel svolgerà anche attività culturali ed educative e vuole cercare di essere una comunità alternativa a quella ortodossa e non in conflitto con essa, nella speranza di creare una realtà ebraica più accogliente e inclusiva.

I membri di Beth Hillel sono convinti infatti che la presenza di una sola comunità con un fondamento ideologico unico possa allontanare chi non si sente coinvolto pienamente, non solo dalle pratiche religiose ma dalla Comunità stessa, e sono spinti dalla speranza che un approccio pluralistico all’ebraismo possa essere un elemento determinante per permettere a tutte le anime ebraiche di affermarsi con serenità.

Perché la comunità Beth Hillel non è fatta da ebrei diversi, ma esprime diversi modi di essere ebrei.

Conciliare tradizione e accoglienza

intervista a Daniela Gean, uno dei membri fondatori della comunità riformata di Roma, Beth Hillel.

Lei è nata in Libia e cresciuta in una famiglia ebrea ortodossa. Come ha vissuto la sua ortodossia?

Sì, sono nata in Libia e vengo da una famiglia ortodossa. Sono stata addirittura molto più religiosa dei miei stessi genitori, dall’età di quattordici anni fino ai venti. Poi ho vissuto per quasi tre anni in Israele e posso dire che proprio lì ho ridimensionato la mia ortodossia. Nel primo periodo sono rimasta sempre osservante, poi piano piano proprio gli amici israeliani mi hanno fatto venire dei dubbi. Penso che l’ebraismo – per la concatenazione di tante azioni che devi fare e per tutti i suoi comandamenti – ha un meccanismo per cui se parti da zero e cominci a essere religioso lo sarai sempre di più, ma nel momento in cui lasci succede la stessa cosa: lasci sempre di più. È un passaggio graduale ma ineluttabile. Per esempio durante Shabbat inizi a viaggiare, poi da lì a poco accendi anche il fuoco e cominci a fare tutta una serie di cose. È così che quando sono tornata in Italia avevo già abbandonato tantissime cose e dopo qualche anno ho lasciato anche la kasherut (regole alimentari della religione ebraica, stabilite dalla Torah, ndr).

Quindi la rigidità dei comandamenti è la principale origine del suo allontanamento dall’ortodossia?

No, questi per me sono più che altro dettagli. Il punto che non mi convinceva più dell’ortodossia era una specie di autismo emotivo, cioè quella cosa per cui anche delle persone dotte, preparate, che ti possono leggere e citare il Talmud alla perfezione, nel momento in cui gli chiedi quell’empatia, quella solidarietà, quella cosa spesso fondamentale nei momenti di sconforto o dolore, si rivelano incapaci di offrirtela. Non dico che non ci sia nessuno, ma sono pochissimi. Forse alla base di questo problema ci può essere anche la riservatezza, ma io penso che più spesso ci sia un’ansia di farsi vedere dotti e preparati che schiaccia la capacità di mostrare un sentimento, cosa che può essere vista proprio come una debolezza o un qualcosa che va a viziare il giudizio che invece deve essere sempre lucido. Ho vissuto dei momenti davvero brutti in cui ho visto persone in difficoltà davanti a rabbini incapaci di avvicinarsi al dolore. Ho visto questa incapacità e mi sono chiesta se sia inevitabile davvero, se ci sia davvero questa impossibilità di conciliare l’erudizione – che è e deve rimanere fondamentale per noi Popolo del Libro – con l’accoglienza.

Come ha conosciuto Beth Hillel e quali sono le ragioni che l’hanno spinta a farne parte?

Ho conosciuto la comunità Beth Hillel per caso. Io la cercavo ma non la conoscevo. Casualmente un’amica me ne ha parlato il giorno di Rosh hashanà e così il giorno dopo ci sono andata. Devo dire che è stato un amore immediato. Entrare e trovare la canzone giusta, cantata tutti insieme, e trovare finalmente gli uomini seduti vicino alle donne. E questa cosa delle donne per me è stata davvero determinante. Qualche mese prima avevo celebrato il Bar mitzvah con mio figlio Simone e l’abbiamo fatto ovviamente in una sinagoga ebraica ortodossa. Mio marito non è credente, quindi non ha accompagnato il figlio e io ho di fatto lasciato questo ragazzo da solo perché non potevo sedermi vicino a lui; mio figlio. Con un padre che per una questione ideologica non ha voluto partecipare attivamente e io che mi trovavo materialmente parlando dietro alle sbarre, questo ragazzo è rimasto da solo. Materialmente e spiritualmente solo. Teoricamente i rabbini avrebbero potuto avvicinarsi a lui, ma non è successo nemmeno quello. Quando vivi queste cose ti chiedi come sia possibile che accadano in una comunità religiosa. Questo ragazzo, questo bambino, ha vissuto un passaggio importantissimo senza nessuno con cui condividerlo; e io, se fossi stata in una sinagoga riformata, mi sarei potuta sedere vicino a lui, avrei potuto leggere insieme a lui, salire al Sefer insieme a lui. Ma questo non mi è stato possibile perché sono donna. Nella mia vita la «questione donna» è stata sempre centrale nel mio rapporto con l’ebraismo. Da sempre. Anche quando ero ortodossa avevo molte perplessità rispetto ad alcune nostre regole e al ruolo dato alla donna.

Per esempio?

C’era una benedizione che non facevo mai. So che gli ortodossi potranno dire che ero io a non capirne il senso profondo, ma a me è sembrata sempre molto chiara. Gli uomini dicono «Ti ringrazio Dio mio che non mi hai fatto donna» e le donne recitano «Ti ringrazio mio Dio che mi hai fatto così come sono». Proprio così, non che «non mi hai fatto uomo», che mi hai fatto «così come sono». Io quella benedizione non l’ho mai detta. Avevo quattordici, quindici, sedici anni, muovevo le labbra, ma non l’ho mai pronunciata. Sì, direi proprio che l’assoluta parità tra uomini e donne che esiste nelle comunità riformate è un elemento fondamentale nella mia adesione a Beth Hillel.

Tra le persone che frequentano regolarmente Beth Hillel ci sono iscritti alla comunità ortodossa di Roma?

Tutti quelli che sono nati ortodossi sono iscritti alla comunità ortodossa e non hanno intenzione di lasciarla. Noi speriamo di avere un rapporto di collaborazione, incontro e dialogo con la comunità ortodossa di Roma e siamo fiduciosi. Conoscendo rav Riccardo Di Segni, crediamo di poter trovare in lui disponibilità e desiderio di confronto.

In questo periodo avete avuto contatti con l’Unione delle comunità ebraiche? E, se sì, cosa chiedete all’Ucei?

Noi desideriamo avere anche con l’Ucei un rapporto costruttivo, tanto che nel nostro statuto abbiamo proprio scritto di aspirare a entrare nell’Unione. Siamo nati da poco e ancora i nostri rapporti verso l’esterno sono tutti da costruire. Di certo però non ci mancano energie e passione.

Riavvicinare gli ebrei all’ebraismo

intervista a Federico D’Agostino, tra i membri fondatori della comunità, uno dei protagonisti del gruppo di preghiera che ha preceduto la nascita di Beth Hillel.

Lei nasce in una famiglia non ebrea; come è arrivato alla scelta di avvicinarsi all’ebraismo?

Non si è trattato di una scelta, che presuppone confronti fra alternative: qui non c’era nulla da decidere, solo accettare un dato di fatto. Nel momento in cui ho messo per la prima volta piede in Israele, da semplice turista, ho percepito di essere a casa. Tutto mi sembrava familiare, comprese le cose fastidiose o irritanti. Tornato in Italia, mi sono iscritto a un corso di ebraico, e ho scoperto che lo imparavo molto in fretta. Le nuove cose che apprendevo mi parevano disseppellite dai recessi della memoria. Ne ho parlato con il mio compagno di vita e di viaggio: ce la sentiamo di rinunciare a salumi e crostacei? Abbiamo scritto a un rabbino, rav Cipriani. Ci ha detto «no». Per più di un anno sempre «no». Poi «nì». Alla fine ha acconsentito a prenderci come studenti.

Da quali aspetti di questa religione è stato particolarmente colpito e perché la scelta di una comunità «progressive»?

Un passaggio della Ghemarà (assieme alla Mishnà forma il Talmud, la raccolta di insegnamenti dei Maestri dell’ebraismo, ndr) mi ha sempre colpito: «lo studio della Torah vale tutti i precetti», e cioè lo studio è il primo dovere religioso di ogni ebreo. E vorrei aggiungere, di ogni ebrea. Non te lo aspetteresti da una religione così concentrata sulle azioni rituali, che come una ragnatela avvolgono l’intera giornata dell’ebreo osservante. Eppure senza lo studio creativo dei Testi sacri – e per estensione di tutto lo scibile – non faremmo nemmeno la metà del nostro dovere. Questa combinazione originale di obbedienza a un codice di comportamento minuziosamente dettagliato e forte incentivo al rischio dell’interpretazione creativa e personale, è per me il genio dell’ebraismo. Certo, sui modi di interpretare e sul margine di innovazione consentito ci dividiamo. Per l’ortodossia una famiglia composta da due uomini è difficile, se non impossibile, da digerire. Può essere accettata, persino discretamente integrata nella comunità, se sei nato ebreo, ma non si può pretendere che un tribunale ortodosso converta una famiglia omosessuale, come nel nostro caso. Per fortuna, non esiste solo l’ortodossia. Anzi, nel mondo gli ortodossi sono una minoranza.

Immagino che tra i soci fondatori di Beth Hillel ci siano profonde differenze; mi può dire invece qual è, secondo lei, l’elemento più aggregante?

Ci sono differenze – e profonde – fra religiosi e laici, fra liberali e tradizionalisti, fra destra e sinistra: come in ogni comunità, direi. Per non far impazzire la maionese occorre disponibilità al compromesso da parte di tutti, e la volontà di mettere fra parentesi le questioni più controverse, almeno fin quando non saremo più saldamente strutturati. Ci uniscono la stima reciproca e la convinzione di essere tutti in perfetta buonafede in questa impresa storica: costruire una casa ebraica per tutti quegli ebrei che per varie ragioni sono (o si sono) esclusi dalla comunità ortodossa. Credo che questa serenità e apertura si percepisca molto chiaramente nei nostri incontri e sia la cosa che più affascina la gente.

Che futuro vede per questa comunità e quali gli ostacoli maggiori da superare?

Di ostacoli ne vedo parecchi, per lo più di ordine politico, ma me ne interessa uno in particolare, che non è politico ma culturale, ed è comune a noi e agli ortodossi: l’estraniazione degli ebrei romani. Solo una piccola percentuale di loro frequenta la comunità e ancora meno la sinagoga: in altre parole, si stanno assimilando. Se Beth Hillel riuscirà a ricondurre una parte di loro in seno all’ebraismo – sia pure un ebraismo un po’ diverso – avremo avuto successo. Altrimenti, ci avremo provato.”

Nella pienezza della presenza

Questa mattina in una classe siamo finiti a parlare di droga e del convincimento da parte di qualcuno che la vita sia destinata alla morte e veda in essa il suo unico scopo e fine. Allora mi sono tornate alla mente le parole di un’intervista di Luciano Ligabue che, presentando il brano “Nati per vivere (adesso e qui)”, afferma:

“Questa canzone è nata da un moto di fastidio per tutte le canzoni, e sono tante, che in maniera esplicita o indiretta dicono, in fondo, che «siamo nati per morire». L’ho sempre vista come una posa assunta da chi, grazie a quelle canzoni, vive poi da rockstar. Non so quanto alla fine quell’atteggiamento combini dei guasti – perché dipende in quanti ci si riconoscono –, ma in ogni caso mi son detto: adesso ne faccio una che dica proprio l’opposto.”

E ancora: “La canzone è nata da quel pretesto e musicalmente è viva, allegra. Volevo proprio che ci fosse questa leggerezza: se parliamo sempre di sinonimi larghi (non di sinonimi perfetti e precisi), per me leggerezza a sua volta è un sinonimo di vitalità. Questa canzone doveva avere – da un punto di vista musicale – esattamente queste caratteristiche, pur raccontando anche la fatica del vivere, le garanzie che non ti vengono date, le promesse non mantenute. Nonostante tutto, siamo «nati per vivere, adesso e qui». Questa canzone è una delle poche – in tutta la mia storia – che oltre al titolo principale ha un altro titolo fra parentesi, perché il concetto è completo solo con quella frase: «adesso e qui». Io lo ripeto più che posso, soprattutto per ricordarlo a me stesso. È una cosa che ha una funzione non lontanissima da Leggero: una cosa che ho bisogno di ricordarmi, perché è molto difficile metterla in pratica. Pochi di noi riescono a raggiungere uno zen tale per cui davvero riescono a vivere la vita nella pienezza della presenza, nel momento.”

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

sveglia, paglia, mal di testa, prime imprecazioni

fra gli annunci non c’è niente il futuro è cominciato già

Ogni giorno è un altro giorno non lo puoi saltare

qualcheduno canta che sei nato per morire

fuori si alza ancora il vento chi lo sa se il tempo cambierà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

le promesse che ti han fatto sono andate a male

la tua miccia è corta non sai quando la tua rabbia esploderà

Ogni giorno è un altro giorno non si può sapere

ciò che è andato storto adesso non lo puoi cambiare

ma respiri a fondo e senti che ora il tempo non ti scapperà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

Guarda come resti nell’inferno che perlomeno lì fa caldo

guarda come guardi in alto e chiedi come la mettiamo

guarda come è facile scordare la tua porca verità

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

Happy

Prima ho pubblicato un post sulla felicità quotidiana. Quando mia moglie è tornata dal lavoro glielo ho mostrato e lei mi ha detto “Aspetta, guarda questo!”

FANTASTICO ED EMOZIONANTE!

Come ai tempi di Noé

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Nelle sale cinematografiche da qualche settimana è uscito Noah. Oggi sono finito attraverso non so più quali giri su questo articolo di Leonardo Boff. Per chi ha a cuore la tematica ambientale ci sono vari spunti di riflessione.

“Viviamo come ai tempi di Noè. Col presentimento che sarebbe venuto un diluvio, il vecchio cercava di convincere la gente perché cambiassero stile di vita. Ma nessuno gli dava retta. Al contrario, “Si mangiava e si beveva. C’era chi prendeva moglie e chi prendeva marito finché non arrivò il diluvio e li spazzò via tutti” (Lc 17,27;Gn 6-9)

I duemila scienziati del IPCC che studiano il clima della terra , sono i nostri attuali Noè. La terza e ultima relazione del 13/4/14 contiene un grave grido di allarme: abbiamo soltanto quindici anni per impedire che si oltrepassi di 2°C il clima della terra. Se sarà oltrepassato, conosceremo qualcosa del diluvio. Nessuno dei 196 capi di stato ha detto una sola parola. La grande maggioranza continua a sfruttare i beni naturali, facendo affari, speculando e consumando senza fermarsi, come ai giorni di Noè.

Intravedo tre gravi irresponsabilità: una generale e una specifica e una supina ignoranza del Congresso Nordamericano che ha vietato tutte le misure contro il riscaldamento globale; la manifesta cattiva volontà della maggioranza dei capi di Stato; e la mancanza di creatività per montare le travi di una possibile arca salvatrice. Come un pazzo in una società di “saggi” oso proporre alcune premesse. Se hanno qualche merito, è quello di additare un nuovo paradigma di civiltà che ci potrà dare un altro corso alla storia. Eccole:

  • Completare la ragione strumentale-analitica-scientifica dominante con intelligenza emozionale o cordiale. Senza questa noi non ci commuoviamo davanti alla devastazione della natura e non ci impegniamo per riscattarla e salvarla.

  • Passare dalla semplice comprensione di Terra come magazzino di risorse alla visione della Terra viva, chiamata Gaia, super organismo vivo autoregolante.

  • Arrivare a capire che, in quanto umani siamo quella porzione della Terra che sente pensa e ama, la cui missione è aver cura della natura.

  • Passare dal paradigma di conquista/dominazione ancora vigente, al paradigma di cura/responsabilità.

  • Capire che la sostenibilità sarà garantita soltanto se rispetteremo i diritti della natura e di Madre Terra.

  • Articolare il contratto naturale stipulato con la natura che suppone la reciprocità inesistente con il contratto sociale, insufficiente, che suppone la collaborazione e la inclusione di tutti.

  • Non esiste il medio-ambiente ma l’ambiente intero. Quello che esiste è la comunità di vita, con lo stesso codice genetico di base stabilendo relazioni parentali con tutti.

  • Abbandonare l’ossessione della crescita/sviluppo attraverso la redistribuzione della ricchezza già accumulata.

  • Dobbiamo produrre per andare incontro alle richieste umane, ma sempre entro le possibilità della Terra e di ogni ecosistema.

  • Porre sotto controllo la voracità produttivistica e la concorrenza senza limiti a favore della cooperazione e della solidarietà, perché tutti dipendiamo gli uni dagli altri.

  • Superare l’individualismo con la collaborazione tra tutti, perché questa è la logica suprema del processo di evoluzione.

  • Il bene comune umano e naturale viene prima del bene comune privato e corporativo.

  • Passare dall’etica utilitaristica e efficientistica all’etica della cura e della responsabilità.

  • Passare dal consumismo individualista a una sobrietà condivisa. Quello che avanza a noi, manca a tutti gli altri.

  • Passare dalla massimizzazione della crescita alla ottimizzazione della prosperità a partire dai più bisognosi.

  • Invece che continuare a modernizzare in permanenza, ecologizzare tutti i saperi e processi produttivi, cercando di tutelare beni e servizi naturali e far riposare la natura e la Terra.

  • Opporre all’era dell’antropocene che fa dell’essere umano una forza geofisica distruttiva l’era ecozoica che ecologizza e include tutti gli esseri nel grande sistema terrestre e cosmico.

  • Dare più valore al capitale umano spirituale inesauribile che al capitale materiale esauribile perché il primo fornisce i criteri per gli interventi responsabili sulla natura e alimenta permanentemente i valori umano-spirituali della solidarietà della cura dell’amore e della compassione, basi per una società con giustizia, equità e rispetto della natura.

  • Contro la delusione e la depressione provocate dalle promesse di benessere generali non compiute fatte dalla cultura del capitale, alimentare il principio-speranza, fonte di fantasia creatrice, di nuove idee e di utopie possibili.

  • Credere e testimoniare che, alla fine di tutto, il bene trionferà sul male, la verità sulla menzogna e l’amore sull’indifferenza. Poca luce potrà scacciare un mondo di tenebre.”

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

Tra estetismo e violenza

violenzaConosco una persona che utilizza uno pseudonimo per la sua attività di blogger: ha un sito vivace in cui scrive senza mezzi termini quello che pensa. Spesso irrita e provoca, certo affascina. Pubblico alcune parti di un suo post di stamattina:

“ragazzine che si suicidano per essere messe alla gogna da coetanei o compagni di classe su internet: insulti al loro aspetto fisico, istigazioni a suicidarsi che ottengono il loro scopo; un sito, addirittura che è quasi specializzato in questo: Ask.fm.

suicidi annunciati, perseguiti con ostinazione anche se non con intenzione, che concludono mesi di caccia, di insulti, di vessazioni diventate intollerabili: cronache di suicidi annunciati, direbbe Marquez.

e sono i suicidi dei diversi e delle diverse: i diversi dal canone omicida del conformismo dominante.

l’ultima è una ragazzina di 14 anni di Venaria, gracile, mingherlina, che si getta dalla finestra della camera alle due di notte, dopo essersi vestita come per andare a scuola, e la trovano morta in cortile la mattina.

“Cesso, vatti a nascondere, dimostri dieci anni, sei la vergogna delle 2000″

e lei, che è malata di cuore dalla nascita, scrive tre messaggini alle sue amiche del cuore per dirgli “ti voglio bene” e poi decide di farla finita: tanto i segreti della vita li ha già scoperti tutti, pensa, e questa sofferenza è troppo grave per reggerla.

come se non ci fosse spazio al mondo anche per le donne esili; come se la fragilità in una donna non fosse desiderabile per uomini un poco insicuri (so di che cosa parlo).

quando sento qualche ragazza che si lamenta di non essere bella io vorrei dire loro quello che col tempo ho imparato anche riguardo al mio essere un uomo non bello: che una moderata bruttezza può essere un bene del cielo, perché ti protegge da relazioni false.

la bellezza può essere una maledizione e condannare a destino dell’usa e getta; tienti caro il non essere vistosa o vistoso: è una specie di marchio di qualità messo in anticipo sui tuoi contatti umani, che porterà a privilegiare nelle relazioni con te chi cerca qualcosa di più autentico.

[…]

il bullismo, la stupidità, la volgarità, la violenza gratuita contro i deboli non li ha inventati internet, ma ha dato loro una forza sconosciuta.

internet che nei nostri sogni doveva essere l’aggregatore delle intelligenze è invece lo strumento che permette di fare massa agli stupidi.

la stupidità è anche criminale, però, ma stupidamente, cioè senza neppure accorgersene.

ma ora io vorrei provare a mettermi nei panni di quei compagni di classe che hanno spinto la 14enne al suicidio.

che cosa può spingere un altro 14enne a insultare una ragazzina perché la ritiene brutta?

c’è una gratificazione in questo per lui, evidentemente: che tipo di gratificazione?

uomini che odiano le donne prima ancora di essere diventati uomini del tutto?

uomini pronti ad uccidere le donne, perché le considerano solamente un oggetto del loro piacere, e dunque una ragazza non attraente, cioè non scopabile, è una ragazza inutile?

[…]

se c’è un legame tra estetismo e violenza, per cui le civiltà che sviluppano maggiormente il senso del bello, come quella italiana, sono anche le civiltà del culto della violenza, questo legame diventa qualcosa di cupo, quando l’estetismo si trasferisce dall’arte alla fisiognomica e l’opera d’arte dominante diventa il corpo.

il tatuaggio è il manifesto di questo nuovo mondo dove i valori estetici vanno vissuti fisicamente e non esiste quasi altra forma d’arte possibile che quella dove il corpo riassume in se stesso tutti i canoni della bellezza e non ne ammette altri.

dove il cinema, che ha rubato alla danza e a teatro il segreto del corpo come linguaggio estetico e lo ha ingigantito sino a farne il suo nuovo vangelo, diventa pornografia.

è il mondo nel quale, come disse una volta appunto uno di questi giovani, “Oscar Wilde era un estetista”.

è il mondo dove – in nome di questo modo di concepire l’estetismo – si può anche uccidere chi non si adegua o non è in grado di adeguarsi: fosse una cosa consapevole, sarebbe nazismo.

ma non smette di essere nazismo perché è inconsapevole.”

La blasfemia in Pakistan

Dal sito di Reset. Dialogue on Civilizations prendo questo articolo molto interessante sulla legge sulla blasfemia in Pakistan. E’ di Martino Diez.

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“La legge sulla blasfemia pakistana è tristemente nota per i suoi effetti discriminatori verso le minoranze religiose e il caso di Asia Bibi, di cui si attende la sentenza in secondo grado dopo la condanna a morte in primo grado, non è purtroppo isolato. Ma da dove nasce questo provvedimento, contenuto agli articoli 295/B-C e 298/A-C del codice penale? Storicamente, esso rappresenta una delle sinistre eredità del dittatore filo-islamista Zia-ul-Haq (1978-1988). Promulgate tra il 1984 e il 1986, le norme integrano l’originario comma 295/A che gli inglesi avevano inserito nel 1927 nel codice penale indiano. Ma mentre la disposizione coloniale mirava a proteggere i luoghi di culto di tutte le religioni, sullo sfondo delle crescenti tensioni tra musulmani e hindu, i nuovi commi voluti da Zia-ul-Haq (e che Nawaz Sherif ha ulteriormente inasprito nel 1990) sono a senso unico. Viene proibito il danneggiamento del Corano, in qualsiasi forma, nonché espressioni offensive verso il Profeta dell’Islam, «a parole, dette o scritte, o con rappresentazione visibile» e verso i protagonisti della storia sacra islamica, in particolare le mogli del Profeta e la sua famiglia, i quattro califfi ben guidati e i Compagni. Non pago, l’articolo 298 vieta al «gruppo Qadiani o Lahori (che chiamano sé stessi Ahmadi)» di attribuire il titolo di “Comandante dei credenti” a qualcuno diverso dai califfi ben guidati, o di “Madre dei credenti” a qualcuno diverso da una moglie di Muhammad, di chiamare “membro della Casa” una persona al di fuori della famiglia di Muhammad, di denominare il proprio luogo di culto “moschea” o azan il proprio appello alla preghiera. Infine, il codice vieta agli Ahmadi di definirsi musulmani. Il tutto accompagnato da pene draconiane, fino all’ergastolo e alla morte.
Oltre a offrire un esempio efficace dell’irrigidimento che la sharî‘a classica (una giurisprudenza più che un diritto) subisce nel processo di traduzione nei moderni codici statali, queste norme s’inseriscono in un clima di mobilitazione permanente che tende a presentare l’Islam in Pakistan come oggetto di una minaccia costante. Affermazione quantomeno sorprendente in un Paese in cui il 96% della popolazione è musulmana e in cui la Costituzione del 1973, all’articolo 31, attribuisce allo Stato il compito primario di «permettere ai musulmani […], individualmente e collettivamente, di ordinare le loro vite in accordo con i principi fondamentale e i concetti basilari dell’Islam e offrire loro strumenti con cui comprendere il significato della vita secondo il Santo Corano e la Sunna». Senza dubbio, leggi come quelle sulla blasfemia sono funzionali al mantenimento della tensione sociale nel Paese, perpetuando l’esistenza di capri espiatori (le minoranze religiose non musulmane, ma anche la comunità sciita) su cui scaricare la responsabilità degli insuccessi economici e politici di cui è testimone la storia recente del Pakistan[1].
In effetti, e contrariamente a quello che si potrebbe pensare istintivamente, numerosi studi – Pew Forum in testa – hanno dimostrato che il livello di violenza a sfondo religioso è direttamente proporzionale agli sforzi che lo Stato mette in atto per favorire una fede sulle altre. «Più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa»[2]. E il caso pakistano non fa eccezione. Tra il 1927 e il 1986 si contano 7 soli casi di blasfemia, mentre dal 1986 a oggi gli episodi hanno già superato il migliaio e la norma sulla blasfemia è costata la vita a più di 20 persone. Anche se finora non sono mai state eseguite condanne a morte ufficiali (presumibilmente per le reazioni internazionale che susciterebbero), molti accusati sono stati raggiunti in carcere da sicari e molti altri sono stati linciati dalla folla inferocita. Anche solo proporsi di toccare questa legge può costare caro, come mostra l’assassinio di due politici coraggiosi che si erano battuti per modificarla, il cristiano Shahbaz Bhatti, ministro delle minoranze, e il musulmano Salman Taseer, governatore del Punjab. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la legge è diventata una bandiera, tant’è vero che nell’aprile del 2009 il Pakistan ha presentato alla Commissione ONU dei Diritti umani la proposta di «estendere a livello mondiale le proprie leggi sulla blasfemia»[3].
Dopo trent’anni di abusi, è forte la tentazione di liquidare come provocatoria non solo questa proposta pakistana, ma anche una serie di richieste analoghe presentate negli anni dall’Organizzazione della Conferenza Islamica e che invocano la tutela delle religioni (al plurale). È facile opporre a queste richieste il principio della libertà di espressione, ma occorre anche riconoscere che un problema con i simboli religiosi esiste. L’elenco degli incidenti a sfondo confessionale montati ad arte negli ultimi anni è molto lungo: si va dai roghi del Corano inscenati da un oscuro pastore in Florida, a film offensivi contro la figura di Muhammad, ma anche a numerose profanazioni di luoghi di culto o simboli religiosi ebraici e cristiani. Per fare un solo esempio, in Egitto lo shaykh salafita Abu Islam nel 2012 ha pubblicamente bruciato la Bibbia esortando i suoi seguaci a orinarvi sopra.
In quest’ottica, le proposte di “tutela delle religioni” possono essere lette come la risposta, sbagliata, a una necessità reale, quella cioè di definire fin dove può arrivare la libertà di espressione e se esista un limite al diritto di critica e alla creatività artistica. Istintivamente, la risposta dell’occidentale medio a queste domande è no, salvo poi dover prendere atto degli incidenti continui che si verificano a livello mondiale e che dimostrano come ogni gesto individuale debba ormai considerare le sensibilità di una platea mediatica potenzialmente globale. Nel campo musulmano invece, come abbiamo visto, viene spesso avanzata la proposta di una neutralizzazione preventiva, secondo il principio per cui “ogni religione deve rispettare le altre”. L’espressione in sé sarebbe condivisibile, ma nei fatti finisce per significare che andrebbe rifiutata qualsiasi critica a ogni religione. Non è difficile comprendere come questa opzione sia nei fatti inaccettabile. Non solo, com’è ovvio, per quanti non si riconoscono in nessuna religione (e che si troverebbero così ridotti al silenzio), ma anche per i credenti, che finirebbero costretti a un dialogo delle cortesie, senza la possibilità di un dibattito reale. In effetti anche i musulmani, quando invocano questo principio, lo fanno in realtà a partire da una pre-comprensione delle altre fedi che è implicita nel concetto islamico di (mono-)profezia. Le altre religioni, nei fatti, non sono da criticare nella misura in cui si conformano all’immagine che il Corano ne fornisce. Il problema è più arduo di quanto appaia a prima vista, perché ogni fede contiene inevitabilmente degli elementi di rottura (e dunque di critica, anche vigorosa) con la tradizione che la precede. Sarebbe ben curioso se, in forza di un’applicazione del principio di “protezione delle religioni”, venisse proibito ai predicatori musulmani di stigmatizzare le pratiche pagane dell’Arabia preislamica. Difficile a ogni modo pensare che questo potesse essere l’obiettivo della richiesta pakistana presentata alle Nazioni Unite.
Commentando alcuni fatti che nell’estate 2012 avevano visti protagonisti diversi militanti salafiti e che ancora una volta mettevano in luce il problema dei limiti della libertà d’espressione, il giurista tunisino Ben Achour scriveva: «Se la nozione di muqaddasât [cose sacre] è lasciata al potere politico, quest’ultimo si porrà come arbitro del gioco e dunque padrone delle coscienze. In questo modo si ritorna allo Stato teocratico. […] A mio avviso, la libertà di espressione artistica e filosofica dev’essere allargata senza limiti, a meno che essa non perturbi l’ordine pubblico»[4]. L’affermazione di Ben Achour sembra cogliere nel segno, permettendo di uscire dall’impasse. In linea di principio la priorità va accordata al diritto di critica, senza il quale il pensiero non può conoscere reale avanzamento. I numerosi intellettuali musulmani che sono dovuti riparare in Occidente mostrano che il vero problema oggi in molti Paesi islamici è liberare la parola dal timore dell’accusa di eterodossia, non proteggere una religione che è già presente in modo massiccio nella vita quotidiana. Scriveva con lucidità l’editorialista egiziano Muhammad Khair: «Gli estensori della Costituzione [islamista del 2012] combattono una battaglia immaginaria contro i fantasmi dell’“identità”, del “proselitismo”, della “propaganda sciita” e dell’“occidentalizzazione”, e varie altre “cospirazioni”, ma il risultato è che la Costituzione, anziché svolgere il suo compito di garante dei diritti e delle libertà, finisce per fare l’esatto contrario, in quanto cerca di tutelare tutti coloro che godono della maggioranza, del potere o dell’autorità»[5].
Tuttavia nella proposta di Ben Achour si trova anche un’importante clausola, il riferimento all’ordine pubblico. Benché anche questo principio si presti a strumentalizzazioni, esso ha il vantaggio di toccare non il piano delle convinzioni, ma quello dei comportamenti pratici. Vanno cioè proibiti quegli atteggiamenti che, dalla critica, passano all’attacco delle persone e della loro dignità, mettendo a rischio il bene pratico della convivenza, mentre lo Stato non ha titolo per valutare l’ortodossia o meno di una posizione teologica. A nostro avviso questo semplice principio (che tra l’altro ispirava la legge pakistana prima delle aggiunte di Zia-ul-Haq) è sufficiente per consentire al pensiero critico di esplicarsi in libertà, senza dimenticare le ricadute anche comunitarie delle scelte di ciascuno e le offese che attentati gratuiti ai simboli sacri portano inevitabilmente con sé. Un conto insomma è bruciare il Corano (un atto da condannare senza riserva), un altro è discutere di metodi esegetici senza la minaccia di un’accusa di apostasia (si pensi al caso dell’egiziano Nasr Abu Zayd).
La proposta di sanzionare in modo complessivo ogni “diffamazione delle religioni”, proprio perché fa di ogni erba un fascio, si rivela confusa e potenzialmente pericolosa. Ciò che va condannato piuttosto è l’incitamento all’odio. Di questo incitamento, peraltro, l’attuale legge pakistana sulla blasfemia costituisce purtroppo un raffinato esempio.
[1] Sulla condizione dei cristiani in Pakistan cfr. l’articolo molto documentato di John O’Brien, Christians in Pakistan, «Islamochristiana» 39 (2013), 175-189.
[2] Angelo Scola, Non dimentichiamoci di dio, Rizzoli, Milano 2013, 78.
[3] L’espressione si trova nell’Annual Report of the United States Commission on International Religious Freedom, maggio 2009, 65.
[4] Yadh Ben Achour, La misura della libertà: libertà senza misura?, «Oasis» 16 (2012), 18.
[5] Muhammad Khair, Il mondo dell’uomo, originariamente pubblicato su at-Tahrîr, 13 novembre 2012.”

Togliere il velo

Torino_045 fbScrive Umberto Galimberti: “Apocalisse (dal greco apo-kalypto) vuol dire “togliere il velo” “svelare quel che era nascosto”. E quest’opera di verità la stanno facendo i giovani, per farci sapere che mondo abbiamo creato per loro. Un mondo senza sogni, un mondo senza desideri che abbiamo estinto ogni volta che davamo loro una cosa prima ancora che la desiderassero.”
E’ vero? Il mondo senza sogni e desideri è creato proprio da quello che sostiene Galimberti? E nella scuola?

Ho bisogno di amore

libIn prima abbiamo parlato di amicizia, di amore e gli studenti hanno declinato questi due tipi di relazione in molti modi, liberamente. Oggi propongo un brano di Oriana Fallaci su cui sarebbe interessante discutere; mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, nelle sue singole parti.
“L’amicizia non può rimpiazzare l’amore, dicevo. L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso una menzogna. Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore. Non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però, se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di sé stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno di amore.”
(Oriana Fallaci, Insciallah)

Fuori dai cardini

Sto riorganizzando le lezioni su terrorismi e fondamentalismi religiosi per le quinte, sui rischi delle Ideologie con la I maiuscola, disponibili, in nome di se stesse, a calpestare la dignità di interi popoli o gruppi sociali, etnici, politici, religiosi. Una delle domande che emergono frequentemente è “Ma come può succedere che si arrivi a quel punto? Cosa fa sì che molte persone ci credano e sacrifichino le proprie vite e quelle altrui, magari anche della propria famiglia?”. Le risposte sono molte, ma poco fa mi sono imbattuto in questa citazione contenuta nel bel libro di Miachael Burleigh “In nome di Dio. Religione, politica e totalitarismo. Da Hitler ad Al Qaeda”.
cardini“In due periodi cruciali per la Germania, quello della superinflazione tra il 1919 e il 1923 e quello della Depressione dal 1929 al 1933, nel Paese pullulavano i profeti itineranti che si aggiravano scalzi, con barbe e capelli lunghi, spillando alla gente somme considerevoli per assistere a riunioni in cui profetizzavano la fine del mondo e annunciavano l’avvento di un rinnovamento morale e di un nuovo tipo d’uomo che avrebbe dovuto creare un nuovo modello di società prima che fosse troppo tardi. Secondo un giornalista di un quotidiano di Colonia che aveva assistito ad una di queste riunioni a Berlino: «Oggi il pubblico riempie le sale per assistere alle conferenze di questi affabulatori dato che, a causa della sua monumentale confusione mentale, è alla ricerca di qualsiasi genere di sostegno per consolarsi. Alla fine della guerra, dopo che l’inutilità di qualsiasi sforzo diventò evidente, si impose un senso di illimitata delusione. Come se non bastasse, negli ultimi mesi il cervello della gente è stato completamente sconvolto da insormontabili difficoltà economiche, dalla lotta senza speranza contro l’inflazione… Tutti, soprattutto i soggetti più deboli, dato che non hanno altro a cui aggrapparsi, si sono radunati intorni a questi redentori contemporanei con i loro capelli lunghi e con le loro strambe fantasie. La profezia è un brutto sintomo dell’odierna condizione spirituale della Germania. Non va sottovalutata: potrebbe generalizzarsi con le crisi che ci aspettano. Il tempo è fuori dai cardini!, come diceva Amleto”

All’università di Ifrane

Al Akhawayn UniversityUn articolo un po’ lungo, ma molto molto interessante. E’ di Marco Ventura, pubblicato su Il club de La Lettura del Corriere.
“Sono studenti universitari come gli altri. Li incontri nel campus a passeggio sui viali, jeans, felpa e giubbotto, magari calzoncini corti nella bella stagione. Tra una lezione e l’altra li trovi ai tavolini della caffetteria. Li incroci a mensa, nei club studenteschi. O diretti alle residenze, con i sacchi della spesa. Sembrano distinguersi solo perché un po’ più avanti con gli anni. Devi entrare in aula con loro, per cogliere la vera differenza. Devi osservare che cosa succede quando il professore apre la discussione sul testo assegnato per quel giorno. La preparazione è impeccabile. La precisione è strabiliante. Senza guardare le fotocopie ricordano esattamente ciò che hanno letto. Ma se nelle prime lezioni chiedi di criticare l’autore, se spingi all’interpretazione personale, li metti in imbarazzo.
Comprendi allora che non sono studenti come gli altri. Ti spiegano: a dieci anni, per entrare nelle migliori scuole religiose, come la mitica Qarawiyyin di Fez, dovevano già conoscere il Corano a memoria. Per anni, da allora, la loro vita è stata apprendimento mnemonico, disciplina. Ora sono imam. Guide della comunità musulmana. Le loro famiglie sono orgogliose. Sono fieri di loro il Marocco e il suo re: Mohammed VI, comandante dei credenti.
Non sono studenti come gli altri, ma si trovano in questo campus universitario per diventarlo. A modo loro. Nel 2010, il ministro degli Affari religiosi marocchino, Ahmed Toufiq, siglò un accordo col rettore dell’università Al Akhawayn di Ifrane per l’istituzione di un corso di formazione per imam. In autunno arrivò il primo gruppo. Per tre anni gli imam studiano le religioni nella società contemporanea e l’islam globale. Autorità governative e accademiche hanno scommesso sulla compatibilità tra lo studio islamico tradizionale e il sapere occidentale. Uomini che dopo anni di scuola coranica hanno conseguito l’ijaza, titolo che consente l’accreditamento presso il ministero degli Affari religiosi, possono integrarsi in un’esperienza accademica all’americana. Gli imam che usciranno dal training saranno più forti, più completi: pronti per essere leader ovunque; a proprio agio a Meknes e a Montreal, a Casablanca e a Manchester.
Dopo tre anni, il progetto è ormai consolidato. Il governo del Mali ha firmato un accordo per inviare propri imam. Sembra che nelle scorse settimane anche la Tunisia abbia raggiunto un’intesa con le autorità marocchine. Al corso in scienze religiose, religious studies, disegnato per gli imam, s’iscrivono anche studenti americani e europei, che vengono qui soprattutto per l’islam. Connell Monette e Emilie Roy, rispettivamente direttore e professoressa nel programma, sono canadesi, con un solido percorso nordamericano nei religious studies. Il loro primo problema con gli imam è stato l’inglese, lingua ufficiale del corso. Ma la vera questione è più profonda. Dopo lunghi anni di madrassa, di scuola religiosa, gli imam che arrivano a Ifrane sono supini all’autorità del testo e dell’insegnante e hanno una testa divisa in due: esiste il sì e il no, il vero e il falso. L’islam è verità, il resto è ignoranza. Studiare l’islam secondo il metodo tradizionale fa bene; invece studiare qualsiasi altra cosa, soprattutto le altre religioni, fa male.
Monette, Roy e gli altri professori provano a spezzare la naturale resistenza dei loro studenti speciali senza minacciare la loro reverenza per l’islam. Lo studio critico della religione è proposto come un altro mondo che può aggiungersi a quello delle scuole coraniche. Il modello educativo dei religious studies di Al Akhawayn, scrivono Monette e Roy, «non è alternativo, ma di complemento» all’educazione tradizionale ricevuta nelle madrasse. Il banco di prova è lo studio della preghiera rituale musulmana, salât. Non si mette in discussione la verità islamica sul culto a Dio. Ma si usa il concetto di salât anche per definire in qualsiasi religione la ritualità, il comportamento esteriore, e si aiuta lo studente a familiarizzarsi con la categoria accademica di «rituale», cui non è più necessario applicare un giudizio di verità e falsità.
Il compito di professori e studenti è titanico. Si tratta di riconciliare due mondi straordinariamente diversi, fin nel paesaggio. Gli imam che hanno studiato a Fez sono cresciuti nella medina, con l’odore che sale dalle vasche in cui si conciano le pelli, i canti delle confraternite sufi, la ressa per le viuzze in cui si ammassano pezzi di carne e stoffe, datteri e ciambelle. È tutto diverso quassù a Ifrane, sul Medio Atlante, 1.600 metri di altezza, la Chamonix del Nord Africa. Struttura e vita del campus sono da università americana. Potresti scambiare il minareto della moschea per il campanile di Berkeley, se non fosse per la neve che ricopre i prati. I manifesti in bacheca pubblicizzano un corso di maquillage, la seduta settimanale di sensibilizzazione contro le molestie sessuali, la conferenza di Aicha Belarbi, ex ministro femminista venuta da Rabat. In un’aula della biblioteca, Jeremy Gunn sta preparando la proiezione serale del corso di cultura americana. Dalla Grace Kelly quacchera di Mezzogiorno di fuoco al predicatore di Furore, alla Madonna di Material Girl e alla Lady Gaga di Beautiful, Dirty, Rich.
Per gli imam paga il governo, ma costa caro iscriversi in questa università, in cui i rampolli del Marocco benestante studiano ingegneria, management e comunicazione, mentre gli studenti americani e europei vengono a imparare come si cammina sul filo di scambi e denaro che collega l’Occidente al mondo arabo. Gli imam si mischiano a studenti, come l’italiana Sofia, che hanno fretta di crescere e di riuscire.
Il collega Bouziane Zaid mi ha invitato nel suo corso di comunicazione e sviluppo, per parlare della teologia della liberazione. Racconto di Oscar Romero, di Desmond Tutu. Una studentessa di Liegi con il velo si stupisce che in tanti anni nelle scuole cattoliche del Belgio nessuno le abbia mai parlato di tutto ciò; si entusiasma al pensiero di un islam liberatore degli oppressi. Kenza Oumlil mi ha invitato nel suo corso di teoria dei media. Agli studenti interessa il business, nessuno vuol fare il giornalista: mestiere troppo mal pagato, troppo pericoloso. Non per questo si tirano indietro quando viene il momento delle domande.
Mi incalzano sui due Papi, sul rinnovamento della Chiesa, su ciò che ho dichiarato in proposito ad Al Jazeera un anno fa. Non ci sono imam in aula. Questi corsi non fanno parte del programma. Ma alla mia conferenza, la sera, una dozzina di loro è in sala. Parlo dell’uso della religione nella politica post moderna: faccio scorrere le immagini del Dalai Lama e di Tom Cruise, di Berlusconi e Gheddafi, dei manifesti svizzeri anti-minareto, delle musulmane in marcia a Parigi contro la laicità che vieta loro di indossare il velo a scuola, dei barbuti che a Londra inneggiano alla sharia che dominerà il mondo, debellando la democrazia.
Un imam, a fine conferenza, mi dice la sua passione per un islam politico, la sua determinazione nel costruire una religione di progresso. Gli imam di Al Akhawayn si preparano a diventare gli ambasciatori nel mondo dell’islam del Marocco. Non hanno dubbi che il loro sia il migliore islam possibile. Moderato ed energico, tradizionale e moderno. Non hanno velleità rivoluzionarie. Stanno con un ministero degli Affari religiosi impegnato a costruire un islam ufficiale, di credo asharita e di scuola malikita, sensibile al sufismo e alle tradizioni popolari.
Nella geopolitica globale, quest’islam d’ordine piace a molti, anche in Occidente. Quello che avviene sul campus, tuttavia, sfugge alle strategie e ai disegni. È grande politica, certo, ma anche, soprattutto, traiettorie individuali. Glorianna Pionati, psicologa italoamericana del campus, mi dice che i problemi sono simili per tutti: l’ossessione della verginità, la paura dell’omosessualità, i diversi modelli sociali e familiari che fanno l’individuo a pezzi. C’è l’imam che ha trovato qui la fidanzata, l’imam già sposato, quello che attende la scelta delle famiglie. C’è chi resterà in Marocco, chi sogna il Canada. C’è chi è a disagio per questa formazione e chi grazie ai corsi, mi dice Emilie Roy, «ha smesso di vedere l’islam come una bolla di astrazione teologica». Ci sono infine i tanti che hanno solo voglia di capire, di fare, che si preparano a percorrere le strade del mondo pensandola come Gunn: «Il problema non sta nelle religioni, ma in coloro che popolano le religioni».”

Elogio del secchione

secchioneSabato pomeriggio ho comprato tre libri. Uno di questi è “Centomila giornate di preghiera”, che ho iniziato stamattina. E’ un fumetto: ultimamente mi sto appassionando molto a questa forma letterario-artistica, soprattutto quando ha a che fare con la storia. Questo è sulla Cambogia, ma non mi soffermo su tale argomento. A pag. 13 ci sono queste parole: “Prendere dei bei voti è come stare assenti. Se non fai storie e te ne stai zitto e buono nessuno ha da ridire”. Quant’è vero, quant’è triste. Purtroppo ci sono classi in cui si instaura un regime di mediocrità scolastica: che cerca di tirarsi fuori è emarginato, isolato, preso in giro, messo in disparte. Per un gioco di parole chi pensa all’emersione è destinato all’emarginazione. La scorsa settimana in due classi ho fatto l’elogio del secchione. Sul vocabolario Treccani ho trovato: “alunno (e, nel femm. secchiona, alunna) che, anche senza avere capacità eccezionali, raggiunge tuttavia risultati discreti o addirittura buoni applicandosi allo studio con ostinata diligenza”. Ricordo che, quando frequentavo il liceo, nella mia classe c’era una ragazza dotatissima per la filosofia e un ragazzo dotatissimo per la matematica e la fisica. A loro non servivano tanti esercizi, non occorreva passare ore sulle pagine e sui quaderni: “Mi basta ascoltare il prof, poi vado a casa, leggo e sono pronta”. Che rabbia, che invidia! Io non ero così: a me servivano le ore, gli esercizi, la costanza, la perseveranza. Dovevo ricorrere a quella “ostinata diligenza”, certo con strappi e “trasgressioni”, ma quella era comunque la mia via. E lo è stata anche dopo, quando quei due compagni di liceo mi hanno detto che non bastava più quanto facevano al liceo per raggiungere le mete che si erano prefissati, quando ho visto mia moglie fare l’università, e il tirocinio, e la scuola di specializzazione, e il dottorato per arrivare là dove voleva arrivare. Determinazione, perseveranza, coraggio, ostinazione, sacrifici, forza d’animo, orgoglio (perché no?), caparbietà, resistenza… “Ostinata diligenza” non è una brutta cosa. E si può applicare in tutti i campi della vita.
E se volete farvi una risata andate qui.

Tu dormi e non pensare ai dubbi

Sul filone del post “Appuntamento con lei” della scorsa settimana, oggi mi soffermo su una vecchia canzone che Enrico Ruggeri ha scritto per Fiorella Mannoia. Parto dalla seconda strofa perché sintetizza quello che molte studentesse e studenti di prima affermano quando parlano di cosa sia importante per loro nell’amore: il saper comunicare, il dirsi le cose, il rimanere innamorati con gli occhi dei primi istanti… “Ma se domani io mi accorgessi che ci stiamo sopportando e capissi che non stiamo più parlando ti guardassi e non ti conoscessi più”. Ruggeri elenca i rischi di una relazione stantia, appiattita sulla routine e sull’abitudine e propone la sua ricetta: “io dipingerei di colori i muri e stelle sul soffitto, ti direi le cose che non ho mai detto, che pericolo la quotidianità e la tranquillità”. Nella prima strofa si era anche ipotizzato che tale amore potesse finire: “Se una mattina io mi accorgessi che con l’alba sei partito con le tue valigie verso un’altra vita”. Cosa succederebbe? Forse in molti se lo chiedono. Ruggeri risponde. “riempirei di meraviglia la città, ma forse dopo un po’ prenderei ad organizzarmi l’esistenza, mi convincerei che posso fare senza, chiamerei gli amici con curiosità e me ne andrei da qua. Cambierei tutte le opinioni e brucerei le foto con nuove convinzioni mi condizionerei, forse ringiovanirei e comunque ne uscirei, non so quando, non so come”. Mi viene in mente la risposta che ho dato l’altro giorno ad una alunna sul “mal d’amore” e in cui avevo tirato dentro il Dottor Tempo che riesce a sanare le ferite; anche nella canzone c’è la fiducia, c’è la speranza, non ben definite, certo, ma ci sono. Eppure non è sempre così facile vederle, soprattutto quando si hanno 15 anni e un rapporto che entra in crisi o una storia che finisce fanno oscurare il cielo con le nubi più cupe e pare che il sole non debba sorgere più.

Le parole finali della canzone mi riportano a una delle cose per me più importanti nella coppia: la fiducia, senza la quale non sarei in grado di amare. “Tu dormi e non pensare ai dubbi dell’amore ogni stupido timore è la prova che ti do e rimango e ti cerco”.

Rete che ingabbia, rete che salva

connessiPubblico un’intervista molto interessante pubblicata di Fabio Chiusi su Weird. La leggeremo in prima a proposito delle relazioni ai tempi della rete.
“È terribilmente difficile parlare della realtà sociale dei “ragazzi connessi” senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Con il suo volume ‘It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens’, come raccontato nella recensione di Wired.it, la ricercatrice danah boyd – rigorosamente minuscolo – ci è riuscita egregiamente. E tuttavia nel libro, è naturale, manca uno sguardo su come i dati e gli argomenti da lei prodotti si traducano nel contesto italiano. boyd lo spiega durante una conversazione via Skype, a partire dal nucleo centrale della sua riflessione, e dalle sue conseguenze.
boyd, perché è così complicato rendersi conto che le questioni di cui parla nel libro sono complicate?
Uno dei problemi è che le persone si abbandonano agli estremismi molto facilmente, specie quando c’è di mezzo la tecnologia: l’idea, sentita negli ultimi 30 anni, che si tratti di una cosa meravigliosa che risolverà tutti i problemi o che all’opposto li causa tutti. Il risultato è che le persone che le usano non riescono a comprendere la complessità che le nuove tecnologie hanno reso visibile. Mettiamo per un attimo da parte le questioni riguardanti gli adolescenti, e pensiamo per esempio alla retorica sulle rivoluzioni.
O sulla democrazia digitale. È lo stesso: molte petizioni di principio sugli effetti di Internet sulla partecipazione e le forme democratiche, molte meno analisi concrete su come singoli strumenti abbiano impattato sui processi democratici di singole comunità.
Esatto. Come per le vite dei giovani: questioni complicate, dove non sempre ci sono conclusioni nette. Molti ragazzi stanno bene, alcuni no. Il punto è che non ha niente a che fare con la tecnologia. Alcuni ragazzi stanno soffrendo davvero: come possiamo usare strumenti tecnologici per aiutarli? Come possiamo usarli per rendere i problemi visibili e comprenderli? Vorrei solo che ci si fermasse un attimo, e ci si pensasse.
Non sta semplicemente dicendo che la tecnologia è neutrale, quindi?
Lo si può vedere nelle tecnologie provenienti dagli Stati Uniti: molte riflettono valori, norme, aspettative statunitensi. Per questo è così difficile un dibattito su questi temi in America. E non è solo una questione che cambia da Paese a Paese: ci sono considerazioni di genere, etnia, classe sociale. I nostri valori vengono incorporati nelle tecnologie, noi le modelliamo e loro modellano noi. E dunque nel libro ho cercato di mostrare quali siano le caratteristiche, le proprietà di queste tecnologie che cambiano le cose.
Per esempio?
Gran parte delle tecnologie ‘social’ più diffuse assume la persistenza. Che quel che si dice resta. Ed è fantastico, perfino necessario per alcune conversazioni, e l’architettura di molti di questi strumenti ci si affida per il loro stesso funzionamento. Ma allo stesso tempo ciò crea nuove complicazioni quando le parole che hai scritto sei, nove, dodici mesi fa, o perfino oltre, restano in circolazione e stai cercando di contrattare il fatto che le tue idee sono cambiate. Si possono scrivere cose di cui ci pentiamo. O pensiamo alla diffusione: se dici una cosa davvero imbarazzante o stupida a scuola, il numero di persone che può averlo testimoniato è relativamente limitato; se lo fai online, e ciò che dici attira l’attenzione di altre persone, all’improvviso ti ritrovi con milioni di testimoni.
C’è un effetto delle caratteristiche dei social media sui problemi di cui parla?
C’è qualcosa di nuovo, ma cambia più il risultato che le dinamiche di fondo di quei problemi. Il punto è che siamo così ossessionati dalle nuove tecnologie che finiamo per ignorare quelle dinamiche di fondo. Invece dovremmo concentrarci su come aiutare le persone, piuttosto che sul nutrire paure e reprimere le tecnologie.
Cosa pensa dell’idea, apparsa anche in Italia, di chiudere un social network perché alcuni dei suoi utenti lo usano per compiere gesti di cyber-bullismo? Servono nuove leggi per l’hate speech in rete?
Alla politica spesso non importa risolvere i problemi, ma far sembrare che si stia facendo qualcosa per risolverli. E a me piacciono le persone che risolvono i problemi, non quelle che sembrano risolverli. Per esempio: il cyberbullismo. Si parla molto delle cattiverie. La mia prima reazione è sempre: beh, forse smettere di essere cattivi l’uno con l’altro aiuterebbe. Se si tratta di affrontare crudeltà e cattiverie tra i ragazzi, parlare di tecnologia non farà sparire il problema. Semplicemente, riapparirà in un altro luogo.
Che fare?
Bisogna comprendere le dinamiche di fondo di ciò che sta succedendo. E sono dinamiche intricate: hanno a che fare con lo status nel proprio gruppo sociale di riferimento, con i problemi a casa. Ciò che si scopre è infatti che molto spesso i bulli hanno difficoltà in famiglia, soffrono di alcolismo o dipendenze, di problemi di salute mentale, hanno subito abusi in passato. Per questo la mia prima reazione quando si parla di questi ragazzi è: cosa è successo? Cosa hanno passato? E sappiamo affrontare quelle situazioni pregresse? Molto spesso no. Per questo la reazione è di incolpare gli strumenti che le hanno rese visibili, anche se il bullismo appare molto più di frequente a scuola. E non sento la politica dire: diamo la colpa alla scuola!
Nel libro esplora anche le conseguenze nefaste in termini di policy-making derivanti dall’adottare una visione centrata su Internet del problema. E dice chiaramente che serve una maggiore educazione alla comprensione dei problemi reali sollevati a partire dall’uso delle nuove tecnologie. Può dare qualche suggerimento ai docenti e genitori che ci leggono?
C’è bisogno di alfabetizzazione all’uso dei media. Una alfabetizzazione critica. Non è una questione che riguarda solo la tecnologia, ma l’essere capaci di consumare i contenuti che produciamo da un punto di vista critico. Non si può pensare che siccome i ragazzi guardano MTV allora capiscono i media. È ridicolo, non l’avremmo mai detto negli anni 80. E allora perché lo diciamo oggi?
Per i social media, dice. La retorica dei «nativi digitali», che lei contesta.
I ragazzi possono essere abili nell’usarli a scopi di socializzazione o per divertirsi, ma non necessariamente comprendono come queste tecnologie siano costruite: un problema che sta diventando sempre più importante con l’era dei dati – e non ci stiamo equipaggiando affatto per avere a che fare coi dati. E non è solo una questione di privacy. Voglio dire: cos’è un algoritmo? Come è fatto? Come sceglie quali contenuti sarai in grado di vedere e quali non sarai in grado di vedere? Come decide se un curriculum inviato per un’offerta di lavoro verrà guardato o no? Una alfabetizzazione algoritmica di base è molto importante, e la maggioranza dei docenti non la possiede. Ecco perché è una questione che riguarda tutta la società, non solo i ragazzi. Il mio Paese, gli Stati Uniti, e il vostro sono ossessionati dall’educazione formale. Ma ci sono molte forme di apprendimento che avvengono in canali informali. Buona parte riguarda le interazioni sociali. E una delle cose che ritengo davvero importanti è comprendere quanto valore abbiano le interazioni sociali per imparare a comprendere la realtà.
Quali differenze ci sono tra il contesto in cui vivono i giovani statunitensi e quelli italiani?
C’è una grossa differenza: nel vostro Paese i giovani escono ancora di casa. Possono gironzolare liberamente. Possono fare capannello nella piazza del paese senza che nessuno li sgridi. Tutto questo non è più vero nel mio Paese. E il risultato è che ciò che si vede sui social media negli Stati Uniti è molto di più la trasposizione di quel gironzolare che voi vedete offline, nei luoghi di incontro pubblici. I nostri ragazzi non hanno il tipo di mobilità che voi date per acquisita.
Il che è congruente con il contesto più ampio del dibattito internettiano e non di questi anni: dal Datagate, all’aumento costante del numero di telecamere di videosorveglianza – accettato acriticamente o quasi anche in Italia. Il che non fa che perpetuare e alimentare la cultura del terrore di cui parla nel libro, e che ha l’effetto di radicalizzarci, farci concepire la rete come la salvezza o la condanna dell’umanità.
E dire che nel vostro Paese e nel vostro Continente la sorveglianza ha una lunga e spiacevole storia: pensiamo per un attimo agli anni 40. Sono sempre stupita quando vedo i Paesi europei imboccare questa strada. Hanno visto a cosa conduce. Per l’Italia non posso fare a meno di pensare agli scritti di Italo Calvino, a come ne avesse previsto le conseguenze logiche. Sono sorpresa gli italiani la accettino.”

De revolutionibus

rivoluzione-ai-miei-figli1Rivoluzione in Ucraina, rivoluzione in Siria, rivoluzione in Egitto, rivoluzione in Venezuela. Sui social network qualcuno scrive: “E da noi quando?”. Ecco un articolo per gli alunni più “grandicelli” sulla rivoluzione, scritto da Massimo Carlo Giannini per le pagine culturali di Treccani.
“Nei titoli di testa di uno fra i più bei film di Sergio Leone, Giù la testa! (1971), ambientato durante la rivoluzione in Messico nel 1913, compare un aforisma tratto dal Libretto rosso di Mao Zedong: «La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo […]. La Rivoluzione è un atto di violenza» . Sarebbe interessante sapere se tutti coloro che in Italia, sempre più spesso, evocano la rivoluzione abbiano mai letto quelle parole o almeno visto quel film. E se politici, giornalisti e blogger che commentano quei discorsi abbiano in gioventù scandito slogan inneggianti alla “rivoluzione”, russa, cinese o cubana che fosse.
Peraltro questa parola non ha sempre avuto il significato che comunemente le attribuiamo: nel XVII secolo esso deriva dal linguaggio dell’astronomia, ove indica il moto di corpo celeste intorno al suo centro di gravitazione (ad esempio quella della Terra intorno al Sole). Allora indicava un cambiamento dei vertici dello Stato che, al pari del moto degli astri, rientrava in qualche modo nell’ordine naturale delle cose. È la Rivoluzione francese (1789) per prima a presentare sé stessa come una rottura radicale dell’ordine politico e sociale tradizionale, quello dell’antico regime.
Nel caso italiano molti ricordano “Mani pulite” e l’implosione del sistema dei partiti che avevano edificato la Repubblica italiana (1992-93). Nell’immaginario collettivo di quegli anni le inchieste della magistratura sul mondo politico e i processi presso il Tribunale di Milano, trasmessi dalle televisioni, costituivano una sorta di palingenesi, se non un surrogato della rivoluzione, auspicata o temuta, a seconda dei punti di vista.
Il vocabolo oggi è fra i più usati: non vi è imprenditore, amministratore pubblico, esperto di nuove tecnologie o del web, che non prometta mensilmente una rivoluzione (“culturale”) prossima ventura. In tale apparente trionfo dell’idea di rivoluzione si avverte però un che di posticcio, plasticamente esemplificato dall’immagine del leader di una protesta di piazza contro il sistema, che si allontana a bordo di una Jaguar.
Questo divorzio fra discorsi e fatti trova una spiegazione nell’elemento generazionale: le persone che compongono il ceto politico e il mondo dei mass-media dell’Italia odierna si sono formate per lo più negli anni Sessanta, Settanta e, in parte, Ottanta del XX secolo, allorché la rivoluzione apparteneva all’orizzonte degli ideali politici reali o considerati realizzabili. In un’epoca in cui si poteva teorizzare la costruzione di sistemi economici e politici radicalmente opposti all’economia di mercato e alla democrazia liberale. Ed esistevano paesi che si autodefinivano del “socialismo realizzato” attraverso la rivoluzione del proletariato (anche se non era certo così).
Il prestigio diffuso della parola rivoluzione è provato anche dal fatto che, nel corso degli anni Ottanta, le politiche di drastica riduzione dell’intervento pubblico nell’economia da parte dei governi di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979-90) e di Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-89) furono spesso etichettate, da sostenitori e detrattori, con l’espressione “rivoluzione neo-liberista”.
Quando – a partire da metà degli anni Novanta – quella generazione è arrivata in Italia a occupare posti di potere, la rivoluzione è entrata a far parte del lessico pubblico, ma depotenziata e depurata. Priva di ogni addentellato con la possibilità e la volontà di pensarla e attuarla, essa è diventata sinonimo di cambiamento, nel contesto dell’eterna transizione della politica italiana verso riforme sempre promesse e mai realizzate.
Forse basterebbe guardare al di fuori dei nostri confini, per accorgerci che i drammatici avvenimenti in corso in Nord Africa o in Ucraina sono essi sì rivoluzionari (nel bene e nel male). E con il loro bagaglio di speranza e desiderio di riscatto, ma anche di morti e guerre civili, ci fanno vedere che, nel mondo reale, ogni rivoluzione «non è un pranzo di gala».”

Appuntamento con lei

corteggiamento-classicoL’abbiamo letto stamattina in una prima, un articoletto simpatico e dall’inizio furbo che ho trovato qui. A scriverlo è Jarrid Wilson, “un marito, un pastore, un autore, un blogger. E ha fatto una confessione che sta facendo discutere molto.”
«Ho una confessione da fare: Mi sto incontrando con una persona anche se sono sposato.
Lei è una ragazza incredibile. E’ bella, intelligente, astuta, forte e ha un’immensa fede in Dio . Mi piace portarla fuori a cena, andare al cinema, a teatro, e dirle sempre quanto è bella. Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui sono rimasto arrabbiato con lei per più di cinque minuti, e il suo sorriso sembra sempre illuminare la mia giornata indipendentemente dalle circostanze.
A volte mi viene a trovare a lavoro senza preavviso, mi cucina cose deliziose. Non riesco a credere quanto sono fortunato ad essere uscire con qualcuno così, anche se sono sposato. Vi incoraggio a provare e vedere come può diventare la vostra vita .
Oh! Vi ho già detto che la donna con cui sto uscendo è mia moglie? Che cosa vi aspettavate?
Solo perché siete sposati, non significa che i vostri appuntamenti debbano finire.
Ho bisogno di continuare a uscire con mia moglie anche se siamo sposati. Non dovrei smettere di corteggiarla solo perché entrambi abbiamo detto “Lo voglio”. Troppe volte vedo rapporti che smettono di crescere perché la gente smette di prendere l’iniziativa e di riempire di attenzioni il partner.
L’appuntamento è un momento in cui si conosce qualcuno in un modo speciale e unico. Perché smettere? Non si dovrebbe. Quelle farfalle nello stomaco del primo appuntamento non devono svanire solo perché gli anni sono passati. Svegliarsi ogni giorno e corteggiare il coniuge come se foste ancora ai primi appuntamenti. Se lo farete, vedrete un drastico cambiamento in meglio nel vostro rapporto .
La chiave in ogni rapporto è la comunicazione e l’azione di costante ricerca. Nessuno vuole stare con qualcuno che non tiene a queste cose con tutto il cuore .
Vi incoraggio a dare appuntamenti al vostro coniuge, impegnarvi con tutto il cuore, e capire che tutto ciò non dovrebbe finire solo perché avete detto: “Lo voglio”.»

Tra Il Capitale e il Corano

coranoPubblico un articolo interessante e curioso di Samim Akgönül preso da Osservatorio Iraq. L’articolo è originariamente apparso su OrientXXI.
«Si può essere marxista e musulmano? Sì, affermano i membri del movimento Anti-Kapitalist Müslümanlar (musulmani anticapitalisti) che vedono nell’islam uno dei pilastri del loro impegno. Nel suo nome, si oppongono al Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) al potere.
La questione è antica nel cristianesimo: Cristo e gli apostoli possedevano beni di loro proprietà? Nel suo romanzo Il nome della rosa, Umberto Eco mette in scena dei monaci che discutono per decidere se Gesù era proprietario della tunica che portava al momento della sua crocifissione. Questa domanda può sembrare assurda, ma esprime il divario tra due visioni d’organizzazione della società: quella di individui che interagiscono più o meno liberamente, e quella di una comunità in cui l’individuo può esistere solo come parte di un gruppo. Tutte le religioni e tutte le ideologie, del resto, sono fondate sull’idea di comunità. Nella Lettera ai Galati 3:28, Paolo di Tarso afferma: “Non c’è più né ebreo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna; poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo”.
Gli risponde la sura 7 Al-Araf, versetto 158: “O uomini! Io sono per voi tutti il messaggero di Allah, al quale appartiene la sovranità dei cieli e della terra”.
Il carattere collettivo dei beni era stato poco considerato nell’islam popolare turco. Quest’ultimo è stato relegato in secondo piano dalla fondazione della Repubblica nel 1923, od oppresso poiché considerato simbolo di arretratezza. È stato sostituito da un islam normativo centralizzato e soprattutto nazionalizzato, trasformato in strumento di costruzione nazionale sotto il controllo rigoroso dello Stato. Ma da quando l’islam politico è al potere, e soprattutto dopo l’emergere di una generazione di musulmani intellettuali urbani, l’islam politico ha perso il suo carattere monolitico e si è dotato di diverse tendenze opposte. Uno degli esempi più sorprendenti di questa molteplicità è l’emergere di un gruppo di giovani musulmani che si oppongono duramente al partito al potere, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), principale rappresentante dell’islam politico in Turchia. Questi musulmani anticapitalisti İhsan Eliaçıkrimproverano al potere islamista di essere più capitalista… che islamico. L’Anti-Kapitalist Müslümanlar è organizzato attorno alla figura di İhsan Eliaçık, un intellettuale iconoclasta che ha dedicato la sua vita alla necessaria “rinascita islamica”. Diventato scrittore ed editore dopo l’abbandono dei suoi studi di teologia, ha redatto una ventina di libri sull’idea di un islam sociale e solidale. E la sua casa editrice Inșa Kültürevi (“casa culturale di costruzione”), installata in uno dei quartieri più “islamisti” di Istanbul, Fatih, è diventata la piattaforma intellettuale “dell’islam rivoluzionario”, titolo di uno dei lavori di Eliaçık. I musulmani anticapitalisti sono spesso giovani provenienti dalle fasce popolari, politicizzati all’università, vicini alle idee marxiste ma che continuano a definirsi musulmani. La conciliazione tra un’appartenenza marxista ed un’appartenenza musulmana convinta avviene attraverso una serie di principi islamici interpretati come fondamenta di una posizione solidale, sociale, socialista e soprattutto anticapitalista.
Come fonti, due pilastri: il Corano ed Il Capitale. Ad esempio, il versetto 39 della sura An-Najm, (“la stella”) recita: “e in verità, l’uomo non ottiene che (il frutto) dei suoi sforzi” viene interpretato come un versetto favorevole ai proletari.
O anche, il versetto 7 della sura 59 Al-Hasr (“l’esodo”) – “(i beni) degli abitanti delle città, che Allah ha concesso senza combattere al Suo Messaggero, appartengono ad Allah, al Messaggero, ai parenti stretti, agli orfani, ai bisognosi e al viaggiatore in emergenza, affinché ciò non circoli solo tra i ricchi” – è, secondo i musulmani anticapitalisti, la prova della necessità della condivisione.
Questo gruppo non si oppone soltanto al capitalismo del AKP. E’ d’accordo su molti punti con gli altri movimenti politici della sinistra socialista e/o liberale. La sua presenza nel movimento di Gezi del giugno 2013 era evidente, soprattutto durante le preghiere del venerdì nel centro della “comune di Gezi” o quando hanno organizzato “le rotture del digiuno” (Yeryüzü iftarı), in strada, decisamente in contrasto con il fasto degli iftar dei politici e dell’alta borghesia. I musulmani anticapitalisti sono anche multiculturalisti, al contrario dei nazionalisti turchi. Difendono una Turchia diversa, basandosi sulla sura 30 Ar-Rum (“i Romani”), versetto 22: “E tra i suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle vostre lingue e dei vostri colori”.
Contemporaneamente, optano per una soluzione pacifica della questione curda, dilemma principale della società turca dalla fondazione della Repubblica.
Infine, una particolarità considerevole dei musulmani anticapitalisti, rispetto ad altri movimenti generati dal panorama islamista, è il loro approccio umanistico alle questioni di genere e di sessualità. Forniscono un certo sostegno – timido ed indiretto – ai diritti delle donne e della comunità LGBT (lesbiche gay bisex transessuali). Ad esempio nel 2013, in occasione del processo degli assassini di un giovane omosessuale a Diyarbakir da parte di suo padre e dei suoi due zii avvenuto nel febbraio 2012, i musulmani anticapitalisti hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno alla condanna, poiché secondo il Corano “assassinare una persona è assassinare tutta l’umanità” e “il sistema capitalista crea oppressori che escludono ogni differenza, comprese le tendenze sessuali”.
Così, benché questo gruppo resti ancora marginale per numero dei militanti, il suo atteggiamento è pragmatico e destinato ad intensificare la sua presa. Si tratta di una discussione allo stesso tempo interna al mondo musulmano ma anche globale, parte di una critica sociale che supera di gran lunga la disputa religiosa.»

Come si fanno i papà

In questi anni mi è capitato di raccogliere i racconti di studentesse e studenti (una grande minoranza, per fortuna) che avevano la necessità di sfogarsi per la mancanza di qualcosa che ritenevano fondamentale, anzi, per la verità di qualcuno per loro essenziale: una figura genitoriale significativa, un adulto di riferimento, una madre, un padre nei quali potersi rispecchiare, dai quali essere riconosciuti, apprezzati, amati, ascoltati, rimproverati, abbracciati. Una delle canzoni più famose di Stromae, Papaoutai, afferma: “Tutti lo sanno come si fanno i bambini, ma nessuno sa come si fanno i papà”. Il video è dolorosamente bello: un ragazzo si confronta con un padre presente solo fisicamente. Il padre non parla, non si muove, non interagisce come fanno invece i genitori degli altri ragazzi e che il figlio invidia: solo nei suoi sogni ballano insieme. La conclusione è angosciante: il figlio si identifica con l’unica cosa che ha imparato dal padre e si mette immobile davanti alla tv con lo stesso sguardo perso ed ebete del genitore.

Dites-moi d’où il vient Enfin je serais où je vais
Maman dis que lorsqu’on cherche bien On finit toujours par trouver
Elle dit qu’il n’est jamais très loin Qu’il part très souvent travailler
Maman dit travailler c’est bien Bien mieux qu’être mal accompagné
Pas vrai? Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché!
Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai?
[COUPLET 2]
Quoi, qu’on y croit ou pas Y aura bien un jour où on y croira plus
Un jour où l’autre on sera tous papa Et d’un jour à l’autre on aura disparu
Serons-nous détestable? Serons-nous admirable? Des géniteurs ou des génies?
Dites nous qui donnait Sans soucis responsable!
Ah dites nous qui diar Tout le monde sait Comment on fait des bébés
Mais personne sait Comment on fait des papas
Monsieur j’sais tout On aurait hérité, c’est ça.
Trop d’sucer d’son pouce ou quoi? Dites nous où s’est caché, Ça doit…
Faire au moins mille fois qu’on a bouffé nos doigts Hé!
[REFRAIN]
Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Outai outai où papaoutai? Où t’es? Papaoutai? Où t’es? Papaoutai?
Où t’es? Papaoutai? Outai outai où papaoutai? Où est ton papa?
Dis moi où est ton papa! Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!
Où est ton papa? Dis moi où est ton papa!
Sans même devoir lui parler, Il sait ce qu’il ne va pas.
Hein sacré papa! Dis moi où es-tu caché! Ça doit…
Faire au moins mille fois que j’ai Compté mes doigts Hé!

Il calore del porcospino

riccio1L’altroieri era il compleanno di Schopenhauer, nato a Danzica il 22 febbraio 1788. Ma era anche il compleanno di Chicco, il più caro amico dei tempi del liceo, un’amicizia fatta di vicinanze e distanze fisiche, uno di quei rapporti dove basta un attimo per ritrovare la sintonia e il ritmo comuni.
Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”
(Arthur Schopenhauer, Il dilemma dei porcospini in Parerga e Paralipomena, 1851)
Penso che l’amicizia vada oltre il solo “bisogno di società” e che accetti il rischio e la possibilità della ferita dell’eccessiva vicinanza, l’unica in grado di portare quel calore a cui non so rinunciare. Auguri Arthur, buon compleanno Chicco.

On the turning away

C’è un testo che viene spesso citato per commentare episodi di indifferenza, disimpegno o menefreghismo, un testo la cui origine è piuttosto oscura: qualcuno lo attribuisce al pastore luterano Martin Niemöller e qualcuno a Bertolt Brecht. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”. Sembra che Niemöller abbia pronunciato queste parole contro la passività degli intellettuali tedeschi nei confronti dell’ascesa nazista. Le sue parole mi sono tornate alla mente domenica sera, mentre ascoltavo per l’ennesima volta uno dei brani dei Pink Floyd che, da sempre, preferisco: “On the turning away”. Si viene invitati a non volgere lo sguardo altrove rispetto ai “pallidi e oppressi”, rispetto a parole pronunciate e difficili da capire per noi. Si viene invitati a non rassegnarsi ai dolori degli altri: “Non accettare che i fatti siano solo sofferenze altrui i ti scoprirai unito a chi si volge altrove”. Ci si rammarica del fatto che la luce della speranza si affievolisca e diventi ombra: l’egoismo porta a indurire il cuore, l’orgoglio porta alla solitudine (“È un peccato che a suo modo la luce trapassi in ombra e proietti il suo velo su tutto quanto sappiamo. Inconsapevoli del crescere dei ranghi, guidati da un cuore di pietra, potremmo scoprirci ben soli in un sogno d’orgoglio”). E’ con l’avvicinarsi di una nuova luce, di una nuova alba, di un nuovo giorno, di una nuova possibilità, che può rinascere la speranza di un cambiamento (“Sulle ali della notte, mentre si risveglia il giorno, mentre il popolo taciturno unito in accordo silenzioso con parole che scoprirete strane e ipnotiche come la luce della fiamma, percepisce il soffio del mutamento sulle ali della notte”). Basta distogliere lo sguardo da chi non ha forze ed è sfinito, dal freddo interiore: guardare in faccia la realtà e darsi da fare (“Non più volgersi altrove da chi è debole e esausto, non più volgersi altrove dal gelo interiore. Un solo mondo da condividere, non basta stare a guardare. È solo un sogno che si possa non più volgersi altrove?”). E’ uno dei testi dei Pink Floyd più chiari ed espliciti.


On the turning away
From the pale and downtrodden
And the words they say
Which we won’t understand
“Don’t accept that what’s happening
Is just a case of others suffering
Or you’ll find that you’re joining in
The turning away”

It’s sin that somehow
Light is changing to shadow
And casting its shroud
Over all we have known
Unaware how the ranks have grown
Driven on by a heart of stone
We could find that we’re all alone
In the dream of the proud

On the wings of the night
As the daytime is stirring
Where the speechless unite
In a silent accord
Using words you will find are strange
Arid mesmerised as they light the flame
Feel the new wind of change
On the wings of the night

No more turning away
From the weak and the weary
No more turning away
From the coldness inside
Just a world that we all must share
It’s not enough just to stand and stare
Is it only a dream that there’ll be
No more turning away?
(Ho utilizzato la traduzione disponibile qui)