Ignoranti di tutto il mondo

Eccone un’altra. Un’altra di quelle cose che leggo la mattina e poi mi ritrovo in altro modo nel pomeriggio… Sto leggendo il bel libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”. A pag. 24 scrive

“A questo tengo molto Fabio.

A cosa?

Al fatto di dire che afghani e talebani sono diversi. Desidero che la gente lo sappia. Sai di quante nazionalità erano, quelli che hanno ucciso il mio maestro?

No. Di quante?

Erano venti, queli arrivati con la jeep, giusto? Be’ non saranno stati di venti nazionalità diverse, ma quasi. Alcuni non riuscivano nemmeno a comunicare tra loro. Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Tanti pensano che i talebani sino afghani, Fabio, ma non è così. Ci sono anche afghani tra di loro, ovvio, ma non solo: sono ignoranti, ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari.”

Oggi pomeriggio arriva a casa e su twitter leggo il titolo di un articolo che mi attira. Tratta di globalizzazione e Africa, è di Chiara Zappa ed è preso da Avvenire. Evidenzio in grassetto il tratto in comune con il libro di Geda.

breve storia africa.jpg“Il Mali ostaggio dei fondamentalisti, la Nigeria dei kamikaze nelle chiese, ma anche il Maghreb, dove l’ascesa dei gruppi salafiti – dall’Egitto alla Tunisia alla Libia – sta raffreddando le speranze seguite alle primavere arabe: l’Africa è la nuova frontiera dello scontro di civiltà? Per Catherine Coquery-Vidrovitch, nota africanista professore emerito all’Università Paris-VII, il quadro non è questo. Anzi, «ci sono ben altri fronti su cui il continente, oggi, si sta davvero dimostrando protagonista ». Un esempio? «Mentre tutto il mondo soffre i contraccolpi della crisi economica, l’Africa fa registrare una crescita senza precedenti». La studiosa francese invita a ribaltare la prospettiva. E lo fa, lei per prima, nel suo libro Breve storia dell’Africa, da poco uscito per Il Mulino (pp. 170, euro 14). In cui, ripercorrendo le tappe salienti di un passato antichissimo («gli antenati degli uomini hanno fatto la loro comparsa in Africa parecchi milioni di anni fa», ricorda), fa notare come il continente rappresenti «una straordinaria terra di sintesi» che «non ha mai vissuto, contrariamente a quanto hanno creduto e raccontato gli europei, nell’isolamento». Non c’è da stupirsi, dunque, che tutti i grandi fenomeni di portata globale – in questo caso l’acuirsi di tensioni che strumentalizzano la sensibilità religiosa – si riverberino nelle dinamiche interne all’Africa.

Ma le immagini di violenza che ci arrivano dal Sahel o dalla Nigeria non la preoccupano?

Naturalmente si tratta di fenomeni gravi, eppure dobbiamo ricordare che l’islam, a sud del Sahara, è in maggioranza molto tollerante. Le forme religiose estremiste sono minoritarie, anche se sono quelle che fanno più rumore. In Mali, i jihadisti che stanno seminando il terrore vengono dalla Libia, mentre in vari contesti, in primo luogo la Nigeria, i conflitti in corso hanno ben altre ragioni – terre contese, scontri per le risorse, su una base di povertà e mancanza di prospettive – e non possono affatto essere ridotti a tensioni religiose.

Dunque non vede una rinascita dell’islam militante?

Non dimentichiamo che il fondamentalismo non è appannaggio dei musulmani, ma, per esempio nella Nigeria meridionale e sulla costa occidentale del continente, interessa anche le sette ultrareligiose cristiane evangeliche e pentecostali. L’estremismo e il ricorso al soprannaturale per giustificare la violenza riguardano musulmani, cristiani e anche animisti: non siamo di fronte a scontri di civiltà, ma a scontri per lo sviluppo.

A proposito di sviluppo, lei enfatizza l’attuale boom economico in Africa: quali sono le potenzialità e i limiti di questo fenomeno?

Le potenzialità sono enormi. Il continente possiede riserve importanti di tutte le risorse più preziose: diamanti, oro, uranio e soprattutto petrolio, il che la rende una terra strategica, con tutti i vantaggi, e i rischi, del caso. L’Africa, in particolare quella subsahariana, rappresenta l’unica regione che, mentre il resto del mondo è in crisi, continua a fare registrare una rapida crescita del Pil (con il record di sei dei Paesi a sviluppo più rapido degli ultimi dieci anni, ndr). Certo, questi dati dipendono anche dal fatto che il punto di partenza, a livello di sviluppo economico e industriale, era molto basso. Senza contare alcune contraddizioni: in certi Stati resistono élite corrotte e inadeguate che impediscono che i benefici della crescita ricadano sulla maggioranza della popolazione. Si creano così forti diseguaglianze sociali. C’è uno scollamento tra i progressi di una società civile vivace e una democratizzazione lenta. Eppure, negli ultimi anni assistiamo all’ascesa di una nuova, rilevante classe media.

Oltre 300 milioni di persone, secondo la Banca africana di sviluppo: qual è il ruolo di questa classe media?

Notevole. Si tratta di un processo accelerato negli ultimi vent’anni. Se nel periodo coloniale solo una piccola maggioranza frequentava la scuola, già negli anni Novanta lo scenario si era rivoluzionato, e l’istruzione ha portato con sé un’importante diversificazione e modernizzazione delle attività professionali. Oggi, soprattutto nelle città, esiste una fascia sociale fatta di funzionari statali, insegnanti, imprenditori, operatori dei servizi, che si sono moltiplicati grazie all’arrivo delle grandi società multinazionali, che hanno aperto sul continente le loro filiali e vi hanno riversato i propri capitali. La nuova borghesia africana rappresenta un mercato molto appetibile, in prospettiva il più grande mercato al mondo.

Le conseguenze dell’urbanizzazione sono solo economiche?

Non solo. Se è vero che in Africa l’urbanizzazione è stata tardiva, oggi ci sono città che sono passate in dieci anni da qualche migliaio a qualche milione di abitanti. Pensiamo a Libreville, in Gabon, al Sudafrica, al Senegal, o anche a un Paese come il Ruanda, fino a pochi anni fa quasi esclusivamente rurale. A livello continentale, la popolazione delle città è pari o addirittura superiore a quella delle campagne. E le città costituiscono non solo contesti con maggiori opportunità formative, sanitarie e professionali, ma anche i centri della coscienza e dell’attivismo politico. Le classi medie urbane sono sempre meno disposte a supportare i regimi dittatoriali del passato.

Che ne pensa dell’esplosione delle nuove tecnologie della comunicazione?

È un fenomeno estremamente importante. Oggi, in Africa, praticamente tutti hanno un cellulare, gli internet point si sono moltiplicati: la comunicazione e l’informazione sono chiavi per lo sviluppo e per la crescita della coscienza sociale e politica. Gli intellettuali africani sono sempre più permeabili agli apporti dell’estero, e anche la gente comune ha aperto i propri orizzonti. Abbiamo visto il ruolo dei social network nelle rivoluzioni nordafricane: ebbene, anche a sud del Sahara il cambiamento sta arrivando.”

Altri mercati

Riccardo Barlaam è un giornalista che scrive per Il sole 24ore e per Nigrizia. Stamattina in classe, parlando di globalizzazione, abbiamo letto un suo interessante articolo sui nuovi modi di consumare che si stanno espandendo nei paesi africani contraddistinti da un’economia ruspante. Eccolo qui.

images.jpeg“Il miglioramento delle condizioni economiche in molti paesi africani sta facendo crescere, lentamente, una vera e propria middle class all’americana. Una fascia di popolazione che ha un lavoro, un reddito e una capacità di spesa tra i 2 e i 20 dollari al giorno. Secondo gli ultimi dati dell’African development bank, tra il 2000 e il 2010 sono diminuiti i poveri, a favore della classe media che si è allargata. Un trend in ascesa. Più in dettaglio, il livello di popolazione che ha una capacità di spesa inferiore ai 2 dollari al giorno è sceso dal 64 al 60% nel decennio in esame. Mentre la fascia di chi, appunto, può spendere fino a 20 dollari al giorno, si è estesa al 34% della popolazione, vale a dire a 326 milioni di persone (dal 27% del 2000). L’Africa ha un’economia che vale 18mila miliardi di dollari l’anno (fonte The Economist). Il dato, nonostante la crisi internazionale, è in crescita. Le economie dei “leoni” africani, come Ghana, Rwanda, Angola, crescono velocemente come quelle di Sud Corea, Taiwan e delle altri “tigri” asiatiche, seppur partano da livelli di sviluppo più bassi. Cosa succede? Succede che dove c’è più reddito aumentano i consumi. Si diffondono nuove abitudini, stili di vita, aprono negozi e supermercati, nelle città, simili a quelli occidentali. Cambiano i servizi, anche per il tempo libero. Nel centro di Addis Abeba, accanto alla grande rotonda e all’ingresso della Cattedrale ortodossa della Santissima Trinità, c’è un grattacielo con sale giochi, bar, ristoranti e perfino un cinema multisala che offre film a 3d.

Le multinazionali che producono alimentari e cosmetici fanno a gara per conquistare fette di mercato in questa popolazione con nuova capacità di spesa, tanto più in un periodo come questo dove i consumi in occidente languono. Unilever, ad esempio, sta sviluppando una serie di prodotti pensati specialmente per i consumatori africani: shampoo e balsamo per i capelli ricci, creme di bellezza per la pelle nera e così via. A Johannesburg il colosso anglo-olandese dei beni di consumo ha aperto una vera e propria scuola dedicata agli acconciatori professionali africani. Nel primo anno di attività la Motion Accademy ha tenuto corsi di formazione a circa 5mila parrucchieri e barbieri africani. Artigiani che spesso hanno i loro laboratori all’aperto nelle strade dei mercati e che hanno potuto provare questi prodotti per capelli pensati per un pubblico di consumatori africani sempre più attenti alla qualità. Nello stesso modo nelle grandi città si diffondono le catene di supermercati, i negozi di prodotti tecnologici. E anche la distribuzione migliora. Nestlé sta investendo molto nella distribuzione diretta dei propri prodotti nelle strade dei mercati in Sudafrica, anche nei più remoti villaggi dell’Africa rurale. La multinazionale svizzera ha aperto 18 centri logistici che seguono la distribuzione dei prodotti con dei furgoncini dedicati anche nei più remoti spazas (negozietti familiari) sudafricani. Non è stato facile. Si sono dovuti affrontare anche una serie di problemi legati alla sicurezza, sia nei centri di stoccaggio fortificati con antifurto e sistemi di sorveglianza, ma anche nell’allestimento dei camioncini che per evitare i furti molto frequenti soprattutto nelle township ora sono senza brand, dei semplici furgoni bianchi non riconoscibili. Il sistema di micro distribuzione sta funzionando ma è molto costoso. Anche Danone ha organizzato un sistema di distribuzione in Sudafrica che raggiunge due volte a settimana 8.500 punti vendita con i suoi yogurt freschi e altri prodotti a scadenza (latte fresco e derivati). La cosa è facilitata dal fatto che in Sudafrica le strade e le ferrovie sono in condizioni migliori rispetto al resto dell’Africa. In ogni caso, per le multinazionali occidentali il Sudafrica è una buona base per testare i sistemi di distribuzione, limitare gli errori, eliminare le inefficienze. Il primo passo per poi pensare di penetrare nei mercati del resto del continente a partire, appunto, da quei paesi a più rapida crescita, dove aumenta la capacità di spesa pro-capite.