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Gemme n° 464

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La mia gemma sembra una bolletta, ma non lo è: in realtà si tratta di un traguardo per me molto importante. Ho partecipato ad un concorso per fare volontariato in Congo. Mi hanno presa, partirò a fine luglio e starò via un mese in un ospedale pediatrico che ospita bimbi affetti da sla, aids, malaria o diversamente abili. Sono ospitati circa 800 bambini. Non so ancora bene di preciso cosa dovrò fare, probabilmente un po’ di animazione o insegnamento di grammatica basilare francese. Per me è un sogno che si avvera, sono molto contenta ed emozionata per le incognite che mi aspettano. L’idea del volontariato è qualcosa che noi tutti dovremmo perseguire nel nostro piccolo.” Questa è stata la gemma di M. (classe quinta).
Questa gemma mi è risuonata nel cuore durante questo fine settimana in cui si è celebrato a Roma il Giubileo dei Ragazzi. Riporto un brevissimo passo delle parole del papa: “… solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore”.

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Giornata mondiale dell’acqua

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22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, secondo l’Onu. Penso che con gli eventi di oggi pochi si soffermeranno su questo articolo. Ma al momento non mi sento di scrivere nulla. E’ un blog, non una testata giornalistica, quindi risponde anche ai miei bisogni. L’articolo è scritto da Elio Boscaini e compare su Nigrizia.
Sono 2,5 miliardi le persone che sulla Terra non hanno accesso a installazioni sanitarie di base. L’enormità della cifra ci dice che la lotta per l’accesso all’acqua è un obiettivo lungi dall’essere raggiunto. Nel 2015, gli Obiettivi per lo sviluppo del millennio, fissati nel 2000 tra i 193 paesi membri dell’Onu e più di una ventina di organizzazioni internazionali, sembravano raggiunti. Tra questi c’è la problematica dell’acqua, che sarà certamente al centro delle grandi sfide umanitarie dei prossimi decenni.
Il conto alla rovescia è già cominciato. Perché se l’obiettivo delle Nazioni Unite di ridurre della metà il numero delle persone che non hanno accesso all’acqua era stato raggiunto nel 2012 (anche se alcune ong non ci credono), quello all’acqua potabile non è certo stato un successo. Ciò ha conseguenze drammatiche.
Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) sono 3 milioni le persone che soffrono di malattie legate all’acqua. Attualmente, poi, circa 783 milioni di persone, l’11% della popolazione mondiale, non possono usufruire di una sorgente potabile. Peggio ancora, 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a installazioni sanitarie di base (toilette, WC). Cifre che danno le vertigini, perché poi sono 2,2 milioni le persone che ogni anno muoiono nel mondo di diarrea legata alla precarietà del loro habitat sanitario, a un accesso minimo all’acqua, e a pessime condizioni igieniche. Donne, bambini e persone che vivono nella povertà rappresentano il bersaglio più vulnerabile.
Come è specificato nel rapporto 2012 sugli Obiettivi del millennio, le donne sono le più colpite dalla penuria di questo elemento vitale. Nell’Africa subsahariana, per esempio, il lavoro di attingere acqua è per il 71% riservato alle donne e alle ragazze.
La comunità internazionale deve dunque agire e in fretta. Perché le cifre sono drammatiche.
Secondo il rapporto pubblicato oggi dal Programma mondiale per la valutazione delle risorse idriche, la popolazione del pianeta dovrebbe raggiungere nel 2050 i 9,3 miliardi di persone. L’aumento riguarderà soprattutto l’Africa e l’Asia centromeridionale. Una sfida epocale, dato che, come ha dimostrato la Cop21 di Parigi, la mancanza di acqua rischia di affamarci più in fretta del previsto. L’agricoltura sarà la prima a soffrire della sua scarsità. Ne è cosciente anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: «L’acqua è la chiave di uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo lavorare insieme per proteggere e gestire con prudenza questa risorsa fragile e limitata», ha dichiarato lo scorso 11 febbraio, sottolineando l’importanza dell’acqua dolce per la salute, la sicurezza alimentare e il progresso economico; evidenziando al tempo stesso quanto “l’oro blu” si faccia sempre più raro…
Questa penuria non solo rischia di creare situazioni sanitarie catastrofiche, ma aumenta anche il rischio di conflitti legati a questa diminuzione.
L’acqua dolce scorre senza tener conto delle frontiere. Nel mondo ci sono 276 bacini fluviali con almeno un affluente che attraversa una frontiera internazionale. Il 40% della popolazione mondiale vive sulle rive di questi bacini transfrontalieri, che coprono il 46 % circa delle terre emerse. Dal momento che la popolazione mondiale è in continua crescita, ma la quantità d’acqua disponibile non aumenta, la proprietà di queste acque è alla radice di vive tensioni tra stati che, a volte, sfociano in conflitti.
L’acqua può realmente essere la ragione principale di uno scontro, com’è il caso per il Nilo, dove 11 stati devono spartirsi una quantità limitata di acqua. In altri casi invece ci sono fattori politici all’origine di un conflitto in cui però l’acqua diviene un elemento che complica ancor di più le cose.
L’accesso all’oro blu è divenuto nel 2010 un «diritto fondamentale, essenziale per il pieno esercizio del diritto alla vita e di tutti i diritti dell’uomo». Gli stati sono obbligati a mettere in campo tutti i mezzi possibili per rendere accessibile l’acqua alle loro popolazioni.
Nel 2025, una persona su due vivrà in un paese in cui l’acqua scarseggerà. I cambiamenti climatici e l’inquinamento galoppante si aggiungeranno sempre più ai fattori di penuria, peggiorando la situazione.
Quella dell’acqua rappresenta dunque una sfida reale per l’umanità, mescolandosi a quelle economiche, politiche e geopolitiche. Nel 2012, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, Alain Cabras, professore a Sciences-Po Aix e membro del gruppo di lavoro Racines et citoyenneté, spiegava che «in tutte le civiltà conosciute, il simbolismo dell’acqua ha molti punti in comune. Ovunque questo elemento è sinonimo di creazione. In tutte le religioni e in tutti i grandi miti, è anche elemento di condivisone, ciò che unisce». E se un domani l’acqua tornasse realmente a essere un elemento di condivisione e di pace?”.

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Globalizzazione e povertà

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Globalizzazione? Crescita? Decrescita? Ricchezza? Povertà? Martedì mattina stavo entrando nel cortile della scuola, quando, durante il mio zapping radiofonico, mi sono imbattuto in un accenno a un fondo di Pierluigi Battista sul Corriere a proposito dei meriti della globalizzazione. Sono andato ad acquistare il quotidiano con l’idea di leggere il pezzo e magari condividerne una parte con le quinte in cui sto trattano l’argomento. Subito sotto pubblicherò una “replica” di Igor Giussani. Infine tornerò al Corriere con alcuni dati riportati da Sara Gandolfi. Ecco le parole di Battista (qui la fonte):

Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche.
Nel 2015 c’è anche una percentuale simbolica che è stata raggiunta: la povertà globale si attesta sotto il 10 per cento della popolazione.
Ci sono 200 milioni di affamati in meno, nel mondo. Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana. E non per gli aiuti internazionali che spesso vanno ad ingrassare le corrotte oligarchie locali. Ma perché l’economia, il dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili, sono il peggior nemico della miseria frutto dell’immobilità, della staticità assoluta, della mancanza di libertà. La «narrazione», come usa dire, sulla globalizzazione è suggestiva ma spesso è troppo condizionata dai pregiudizi ideologici anticapitalisti e della retorica che vede nel «liberismo selvaggio» la fonte di ogni male.
poverty2È una narrazione che unisce economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma, cattolici pauperisti, e ultimamente galvanizzati dalle parole papali, che ritengono il libero mercato un’invenzione diabolica, interi ceti sociali che nella libera concorrenza della globalizzazione sentono minacciata la loro posizione. Ma a conti fatti, se davvero abbiamo a cuore la sorte degli esseri umani, dovremmo ammettere che la globalizzazione è la via d’uscita dalla povertà per tanti, troppi dannati della terra. 702 milioni di esseri umani ancora intrappolati nella prigione della miseria assoluta sono ancora uno scandalo morale inaccettabile.
Ma 200 milioni di esseri umani salvati dalla povertà dovrebbe essere una notizia da accogliere con meno cinismo e con un’intelligenza che prevede la non subalternità agli schemi correnti del conformismo culturale. La povertà delle idee, anche questa sarebbe auspicabile che diminuisse.”

Ecco la replica di Giussani su Decrescita felice:
Sono particolarmente grato a Pierluigi Battista perché, con l’articolo sul Corriere dal titolo ‘Una vittoria dell’«odiata» globalizzazione sulla miseria’, mi ha fatto per un attimo tornare indietro di almeno una quindicina d’anni, quando ero un giovane militante altermondista e politici, economisti e giornalisti ripetevano ossessivamente i mantra delle meravigliose sorti progressive della ‘globalizzazione’, parola oramai quasi bandita dai media. Apprezzo inoltre che Battista, a differenza di altri più noti pifferai del neoliberismo – i vari Thomas Friedman e Jeffrey Sachs, che per inseguire la moda si sono tinteggiati di verde approdando ai lidi dello sviluppo sostenibile – non abbia improvvisamente abiurato il suo credo economico. Cosa ancora più importante, tutti quanti dovremmo essergli riconoscenti perché, in poco più di una trentina di righe, fornisce un’ottima lezione di mistificazione della realtà.
Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche”. Non fosse per i riferimenti a Occupy, si direbbero parole scritte dopo il meeting del WTO di Seattle 1999 o il G8 di Genova 2001. Forse la prevenzione mi acceca, ma non mi pare di aver visto questi 200 milioni di esseri umani (più di tutta la popolazione della federazione russa, per avere un’idea) manifestare in favore della globalizzazione; mi risulta che i fenomeni violenti di reazione alla globalizzazione si siano fatti sempre più virulenti, vedi il fondamentalismo islamista e i rigurgiti nazionalisti; ma chissà, forse i ‘pro-global’ sono più timidi e riservati dei contestatori.
Battista, ansioso di comunicare al mondo i benefici della globalizzazione, è abbastanza impreciso sulla fonte dei dati che sta fornendo, cioé il Global Monitoring Report (GMR) 2015/16, realizzato da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, liberamente scaricabile on line (lo ammetto: malgrado l’avversione profonda per BM e FMI, ne ho sempre apprezzato l’estrema trasparenza. Affamatori di popoli sì, ma con grande classe: questo documento è addirittura distribuito su licenza Creative Commons! Governi di tutto il mondo, imparate!).
Il giornalista del Corriere parla genericamente di ‘poveri’ e ‘povertà’ senza mai specificare esattamente che cosa si intenda con questi termini, mentre il GMR è molto chiaro in proposito: ‘povero’ è chi percepisce un reddito inferiore a due dollari al giorno, meno di 700 dollari all’anno. Chiaramente, una soglia simile non è proponibile in tantissime nazioni, occidentali e no, dove il costo della vita è tale per cui due dollari (o anche tre o più) al giorno sono un biglietto di sola andata per la miseria più nera; la Banca d’Italia, ad esempio, fissa la soglia di povertà intorno ai 10 Euro al giorno. Tutti coloro che nel mondo hanno visto il proprio reddito fortemente danneggiato dalla crisi economica ma riescono ancora a guadagnare almeno 60 dollari al mese, stando ai canoni del GMR non sono poveri. Secondo i criteri dell’ISTAT, che sono ovviamente più consoni al nostro paese di quelli della BM, in Italia i poveri tra il 2011 e il 2014 sono aumentati di più di un milione; l’Eurostat stima che le persone vittime di grave deprivazione materiale nella UE siano passate da più di 41 milioni del 2010 a oltre 48 milioni nel 2014. Nell’euforia di comunicare la buona novella economica, a Battista tutto ciò è completamente sfuggito.
Il pensiero della decrescita ha sempre criticato le concezioni economiciste della povertà, preoccupate solo di quantificare il reddito monetario, perché, se riesci ad autoprodurti gran parte dei beni fondamentali o ti trovi inserito in una rete familiare o comunitaria tale per cui riesci a procurarteli in modo informale, anche con meno di due dollari al giorno si può affrontare vittoriosamente la sfida della povertà. Tenendo a mente ciò, osserviamo il prossimo grafico, tratto dal GMR e relativo all’andamento della povertà nel tempo per aree geografiche:

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E’ evidente come il calo più considerevole della povertà sia avvenuto nell’Asia orientale: in termini assoluti, si tratta di circa 65 milioni di persone, quasi un terzo dei 200 milioni complessivi, dove la Cina ovviamente fa la parte del leone. Tutto ciò mette non poco in crisi le concezioni di Battista.
In primo luogo, la Cina e l’Asia orientale sono state protagoniste di massicci esodi dalle campagne, testimoniati dalla creazione di numerose megalopoli da più di 5 milioni di abitanti: in città il reperimento dei beni fondamentali può avvenire solo tramite scambi monetari, (almeno legalmente: non è un caso che tali realtà iper-sovraffolate subiscano altissimi tassi di criminalità) per cui due dollari o poco più al giorno possono non bastare per un’esistenza dignitosa. Concetto troppo astratto e nebuloso? Cerchiamo allora di dargli una consistenza numerica.
Secondo L’indice globale della fame 2014, 805 milioni di persone assumono una quantità di cibo insufficiente, mentre altre due miliardi soffrono di ‘fame nascosta’, seguono cioè una dieta carente di vitamine e minerali fondamentali. Insomma, 103 milioni di persone si trovano nella strana situazione per cui non sono più povere ma rischiano costantemente l’inedia, mentre un paio di miliardi ha superato la soglia di povertà ma evidentemente non se n’è accorta.
In secondo luogo, il giornalista nel suo articolo presenta la riduzione della povertà come il trionfo di “dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili”, a dispetto della narrazioni di “economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma”. Sarebbe riduttivo affermare che in Cina statalismo e dirigismo sono “l’unico dogma”, di sicuro però le politiche economiche si sono sempre contraddistinte per il totale disinteresse del verbo neoliberista predicato da BM e FMI e sempre sostenuto a spada tratta da Battista e il suo giornale. Non è un caso che l’India, altra grande nazione emergente la quale però ha seguito una strategia economica un po’ più ‘ortodossa’, patisca un tasso di povertà del 21,2% contro il 6,5% cinese (anche il GMR, malgrado la cruda esposizione dei dati, preferisce glissare e non approfondire).
Il peggio però deve ancora arrivare. E’ sempre antipatico mettere in dubbio la correttezza intellettuale e/o la capacità di comprensione di chicchessia, anche quando si tratta di critici della della crescita e apologeti del neoliberismo, i quali molto spesso ti costringono a pensar male e dubitare di loro. Scrive infatti Battista: “Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana”.
Rivedendo il grafico appena esposto, è evidente che la curva della povertà rappresentante l’Africa sub-sahariana è proprio l’unica che non accenna a diminuire, fatto a cui il GMR dà per altro molto risalto, dimenticandosi però che quelle nazioni africane – a differenza dell’Asia orientale – hanno pressoché seguito fedelmente i dettami di BM e FMI, in particolare l’adozione dei famigerati piani di aggiustamento strutturale.
Siccome non vogliamo credere che un giornalista serio e preparato come Battista si sia limitato a leggere poche righe di una notizia d’agenzia per dedurne il brillante sillogismo ‘diminuzione delle persone che vivono con meno di due dollari al giorno > riduzione della povertà > trionfo della globalizzazione sui suoi critici’, è evidente che, causa i numerosi impegni, non ha potuto leggere il GMR con la dovuta attenzione e soprattutto con il giusto atteggiamento critico, dal momento che proviene da un’istituzione non certo neutrale sul piano ideologico (per quanto molto più obiettiva di tanti giornalisti, va detto). Per il resto, lo ringraziamo per la preziosa lezione di mistificazione, involontaria o meno che fosse.”

Infine Sara Gandolfi, sempre dal Corriere:

WASHINGTON – Il pianeta è ogni giorno un po’ più ricco e, forse, l’ambizione di sconfiggere la miseria non è un’utopia irrealizzabile. Il numero di persone che vive in povertà estrema scenderà infatti entro fine anno sotto il 10 per cento della popolazione globale. Lo assicura la Banca mondiale che ieri ha presentato le sue ultime proiezioni e ha aggiornato la soglia per definire il problema: è in estrema povertà chi ha meno di 1,90 dollari al giorno (non più 1,25), tenuto conto del reale potere d’acquisto dei singoli Paesi.
Erano 902 milioni — il 12,8% della popolazione — nel 2012 e secondo le ultime stime scenderanno a 702 milioni, ossia il 9,6%, nel 2015. «Siamo la prima generazione nella storia dell’umanità che può porre fine alla povertà estrema», ha commentato il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, sottolineando che questo sorprendente risultato è dovuto soprattutto ai sostenuti tassi di crescita economica nei Paesi emergenti, come India e Cina, oltre che agli investimenti nell’educazione e nella sanità.
Solo pochi giorni fa, l’Onu ha varato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. La fine della povertà estrema, entro 15 anni, è il primo dei 17 obiettivi e in qualche modo abbraccia gli altri, dalla giustizia sociale alla sfida «Zero fame». Per la prima volta sono chiamati ad agire tutti i 193 Paesi membri, sia quelli ricchi sia quelli poveri e a medio reddito. E, come ottavo obiettivo, figura pure la crescita economica «inclusiva, sostenuta e sostenibile» nonché «un lavoro dignitoso per tutti».
Non sarà una sfida facile, ammette Jim Yong Kim, «in un periodo di crescita globale rallentata, mercati finanziari instabili, guerre, alti tassi di disoccupazione giovanile e cambiamenti climatici». Soprattutto, in alcune aree del mondo. Nel 1990, oltre la metà dei poveri viveva in Asia orientale e circa il 15% nell’Africa subsahariana. Oggi la situazione è ribaltata. Milioni di asiatici godono di un migliore tenore di vita, grazie al dirompente sviluppo della Cina e dei suoi vicini, mentre l’Africa è ancora prigioniera di guerre, corruzione e sottosviluppo. E nessun dato recente è disponibile per Medio Oriente e Nord Africa dove i conflitti e il boom demografico creano ostacoli insormontabili nella lotta alla povertà, come sostiene il Global Monitoring Report che la Banca mondiale lancerà dopodomani.
Non sono gli unici motivi di cautela. «C’è turbolenza davanti a noi. Le previsioni economiche per il prossimo futuro sono meno brillanti del previsto», avverte l’indiano Kaushik Basu. La lotta a povertà, fame, malattie passa da una crescita economica pari almeno al 7% del Pil nei Paesi meno sviluppati, sostiene l’Onu. Un obiettivo troppo ambizioso di questi tempi?”

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Albini in Tanzania

albino2Sul numero di luglio/agosto di Nigrizia, ho trovato questo articolo sulla condizione delle persone albine in Tanzania. La penna è quella di Giorgio Brocco, dottorando presso l’Istituto di antropologia sociale e culturale della Freie Universität di Berlino.
Sisi, kama albino, watu wenye ulemavu wa ngozi, hapa nchini Tanzania, tuna matatizo mengi sasa kama muda wote!». «Noi, come albini, persone con albinismo, qui in Tanzania abbiamo molti problemi adesso e sempre!».
Queste le parole che uno dei responsabili dell’organizzazione delle persone con albinismo in Tanzania (Tanzania Albinism Society) ha pronunciato in un incontro all’ospedale Ocean Road Cancer Institute, a Dar es Salaam. Era marzo e il giorno prima aveva ricevuto la notizia di un altro, l’ennesimo, bambino con albinismo, nella regione di Geita, sottratto con violenza alla madre e barbaramente ucciso. Il suo corpo sarebbe stato trovato circa una settimana dopo in una fossa, con gli arti amputati. Dall’inizio del 2000, sono state registrate da parte delle autorità tanzaniane circa 76 uccisioni e più di 100 aggressioni ai danni di persone con albinismo nelle regioni dei Grandi Laghi (Mwanza, Shinyanga, Tabora, ecc.). Le ragioni di queste atrocità sono da rintracciare nella marginalizzazione sociale delle persone con albinismo e nel cosiddetto “mercato dell’occulto”, all’interno del quale è diffusa la credenza che gli arti e il sangue delle persone con albinismo possano dare ricchezza e fortuna ai cercatori di minerali, ai pescatori delle industrie limitrofe al Lago Vittoria e a facoltosi uomini d’affari tanzaniani. Per tali motivi, le persone con albinismo nutrono il timore che, in prossimità delle elezioni nazionali, che si terranno il prossimo 25 ottobre, le atrocità e gli omicidi a loro danno possano perpetrarsi nuovamente. L’albinismo è una condizione che si manifesta fenotipicamente attraverso l’ipopigmentazione della pelle, dei capelli e delle pupille. In Tanzania, nonostante non sia ancora stato condotto un censimento su scala nazionale, si ipotizza che la percentuale di persone con albinismo sia nettamente superiore alla media europea e statunitense: circa un individuo ogni 20mila. Il governo tanzaniano ha stimato – nell’ultimo censimento nazionale condotto nel 2012 – che la popolazione con albinismo sia composta da almeno
16mila individui, lo 0,04% sul totale di quasi 45 milioni di abitanti. Secondo altre fonti, tra cui la prestigiosa rivista Bmc Public Health Journal, vivrebbe nel paese circa una persona con albinismo ogni 4mila individui.
In Tanzania li chiamano comunemente zeruzeru (fantasma), dili (affare) e mzungu (europeo, persona dalla pelle bianca). Termini offensivi, testimonianza diretta dello stigma e della discriminazione di cui sono vittime. Una discriminazione che si perpetua da tempo per le strade delle città e dei villaggi tanzaniani. Ma che si manifesta anche a livello ufficiale. Un indice di ciò è presente nel vocabolario della lingua swahili (Kamusi ya Kiswahili Sanifu): zeruzeru, infatti, è indicato, insieme ad albino, come termine per designare le persone con albinismo. Il loro stare ai margini delle comunità, anche per ragioni economiche, ha contribuito al loro isolamento e rafforzato i pregiudizi. Fino a qualche anno fa, nei piccoli villaggi del distretto di Kilolo (regione di Iringa) era diffusa l’idea che l’albinismo fosse una maledizione (laana) inflitta dagli antenati o da Dio, per i misfatti compiuti in passato da uno dei membri, alla famiglia in cui era nato il bambino/a con la condizione congenita. Ancora oggi, una donna che partorisca anche solo un bambino con albinismo viene considerata dalla comunità, e in alcuni casi dal marito stesso, un essere malfermo (mtu mgonjwa) fino a quando non dà alla luce un individuo “sano”. In alcuni casi, il solo guardare una persona con albinismo, o mangiare il cibo confezionato da questa, si pensa che possa causare la nascita di prole con quel problema. E le discriminazioni accadono anche nelle grandi città, e non solo nei villaggi di campagna. A Dar es Salaam o a Iringa alcuni datori di lavori hanno deciso di non assumere persone con albinismo perché le considerano non all’altezza di svolgere semplici mansioni, e non dotate di elevate facoltà intellettive. Tuttavia, la città è più inclusiva e offre maggiori chance delle aree rurali. A migliorare la situazione anche i nuovi social media, Internet e le campagne di sensibilizzazione condotte da organizzazioni governative e non. Non è una caso che termini quali albino (albino) o mtu mwenye ulamavu wa ngozi (“persona con disabilità della pelle”) siano molti diffusi a Dar es Salaam o a Mwanza, rispetto ad altri luoghi.
albino1Dal 2008 a oggi, il governo ha preso molti provvedimenti per arginare il fenomeno delle uccisioni delle persone con albinismo. A seguito delle pressioni della comunità internazionale, il presidente Jakaya Kikwete, condannando le atrocità perpetrate nei confronti di questi, ha più volte affermato di volere organizzare una forza congiunta composta dall’esercito, dai membri di alcune organizzazioni di guaritori tradizionali (waganga wa jadi) per scovare i malfattori e gli “stregoni” che compiono tali barbarie nei confronti delle persone con albinismo. A marzo di quest’anno, è stata comminata la condanna a morte a quattro individui colpevoli di avere ucciso una bambina, e le liste nazionali di guaritori tradizionali sono state ulteriormente revisionate e aggiornate. La Tanzania Albinism Society (Tas) e la Under the Same Sun (Utss) – una ong cristiano-pentecostale fondata in Canada – sono molto attive, invece, nell’organizzare campagne di sensibilizzazione in tutto il paese. Il 13 giugno è la data scelta per celebrare il “Giorno internazionale dell’albinismo” ad Arusha, indetto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Inoltre, la Utss, fin dalla sua creazione nel 2008, ha elargito più di 320 borse di studio a persone con albinismo, prodigandosi per la distribuzione su larga scala delle creme solari, in collaborazione con il Kilimanjaro Christian Medical Center. La struttura sanitaria, fondata dalla Good Samaritan Foundation, dispone di un centro di dermatologia avanzato per la cura dei tumori della pelle e ha avviato un programma per confezionare creme solari in loco e distribuirle gratuitamente in tutto il paese. Anche le comunità cristiane e musulmane tanzaniane si sono sin da subito mobilitate per condannare il fenomeno degli omicidi commessi nella regione dei Grandi Laghi e per avviare programmi umanitari al fine di distribuire creme solari e medicine alla popolazione con albinismo. L’Esercito della salvezza, per esempio, distribuisce borse di studio agli studenti con albinismo di alcune scuole primarie nel distretto di Ilala, a Dar es Salaam; mentre la Muzdafarah Charity Organization, con l’aiuto dell’ambasciatore turco, ha avviato dal 2014 un programma per la distribuzione di creme solari e medicinali.”

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In tanti espulsi con Claudio

In questi anni ho scritto alcune volte sul Burundi e sull’attività di Padre Claudio Marano. L’avventura sembra giunta al capolinea, certo non per suo volere. Ammetto che, penso un po’ come tutte le persone che in questi anni si son date da fare per aiutare i ragazzi del centro, mi sento espulso anche io… L’articolo è preso dal Messaggero Veneto, autrice Monica Del Mondo, my sister:
Padre Claudio Marano ha lasciato il Burundi, probabilmente per sempre. Il sacerdote saveriano è stato “invitato” ad andarsene dal Centro giovani Kamenge, da lui fondato nel 1990 per proporre ai ragazzi la via della pace e della convivenza.
padre claudioPadre Claudio è un uomo di chiesa e di pace. È l’uomo al quale, nel 2002, è stato assegnato a Stoccolma il premio Nobel alternativo per i suoi meriti umanitari. Con la morte nel cuore, ha fatto la valigia ed è rientrato in Italia. Ma di fatto è stato estromesso. Difficile capire da chi e perché.
Sulla carta i Saveriani hanno ceduto il Centro alla Diocesi di Bujumbura (capitale dello stato burundese) e questa ha deciso di mettere altre persone alla guida della struttura. In realtà le motivazioni possono essere più complesse, a cominciare da una non condivisione (anche negli ambienti cattolici) dello stile “impegnato nel sociale” di padre Claudio Marano, per proseguire con i problemi economici del Centro e con la considerazione di quanto scomodo possa essere un luogo in cui si parla di pace alla periferia della capitale di un Paese dilaniato dai conflitti etnici, dalla corruzione e dalle divisioni, dove mantenere il potere significa far leva proprio su queste miserie e contraddizioni.
Padre Claudio non esita a parlare di un’“espulsione”. Non la prima della sua vita, ma la più dolorosa. «Un’espulsione è un fatto terribile: all’improvviso – racconta padre Claudio – tu non sei più quello di prima, il ruolo che avevi cambia, i progetti intrapresi vengono stoppati. È molto pesante».
Classe 1951, il sacerdote è nato a Melarolo, piccola frazione di Trivignano Udinese. Dopo l’ordinazione e un anno in Francia, nel 1980 è andato per la prima volta in Burundi dov’è rimasto per 5 anni fino a quando i missionari furono cacciati dalla dittatura militare. Lavorò fino al 1990 per la stampa missionaria e poi ritornò in Burundi per intraprende l’avventura del Centro giovani.
Tutto ha inizio da un campo di due ettari, coltivato a fagioli e mais. Lì si comincia a costruire un Centro dove i giovani, tutti, gli Hutu e i Tutsi, quelli di un quartiere e quelli dell’altro, i musulmani con cristiani e protestanti, possano divertirsi assieme, frequentarsi, conoscersi.
«Il nostro scopo – spiega padre Claudio – era creare un ambiente attraente, con strutture, spazi, attrezzature dove i giovani potessero vivere assieme e imparare la fraternità». Utilizzando i linguaggi più diversi, dallo sport al film, dal teatro alla musica, nel Centro Kamenge si parla della pace ma, soprattutto, si propone la vita in pace.
Non è facile, perché fuori si spara e le case vengono distrutte. Non è facile per un ragazzo di un’etnia parlare con un giovane di un’altra etnia, sapendo che fuori i suoi familiari sono stati ammazzati. Non è facile vincere odi e paure.
Non è facile giocare a calcio con un arbitro che grida “tutti a terra” quando si sentono fischiare le pallottole. In 25 anni si sono iscritti al Centro 44.550 giovani. Sono in duemila a frequentarlo ogni giorno, giovani dai 16 ai 30 anni.
«Abbiamo lavorato sulle differenze – precisa padre Claudio –, coinvolto i rappresentanti delle varie religioni e i diversi quartieri con i loro club e le loro associazioni. Abbiamo cercato di aprire il Centro al mondo esterno».
Per un periodo il Centre Kamenge ospitò anche un ospedale da campo. Per mandare avanti il Centro sono impegnati 60 stipendiati e 70 volontari. Le spese sono tante.
«Occorrono circa 450 mila euro l’anno – specifica padre Claudio Marano –, cifra che per metà viene coperta dalle donazioni da organizzazioni umanitarie, ecclesiastiche o private. Altri fondi arrivano dalle persone che si danno da fare per organizzare iniziative e raccogliere denaro. Ma ci siamo anche indebitati, per promesse di denaro non mantenute. Non è una situazione semplice per una realtà che da un lato viene mostrata come esempio di convivenza quando c’è il delegato di turno dall’estero e dall’altro ha nemici ovunque».
Non è forse un caso che, mesi fa, padre Claudio sia incappato nell’accusa di essere coinvolto nell’omicidio delle tre suore italiane in Burundi. «Mi avevano solo visto entrare in un bar e parlare con una persona», ricorda.
Sono in tanti, anche dal Friuli, ad aver inviato aiuti a padre Claudio e tanti i risultati ottenuti, riconosciuti a livello internazionale.
«Quando vedi un ragazzo finire la sua partita a basket, togliersi le scarpe per far giocare un altro ragazzo e quel ragazzo non è della sua stessa etnia e neppure del suo quartiere, capisci per cosa stai lavorando. Lo capisci quando vedi i giovani assieme, nei cantieri lavoro estivi, impegnati per costruire la casa di altre persone, distrutta dai conflitti».
Ora è tutto finito. «I Saveriani hanno ceduto il Centro alla Diocesi che lo fa gestire da tre preti. Non mi hanno voluto. Eppure sarei rimasto lì – dice il sacerdote –, anche a pulire i bagni. Hanno già detto che se non riusciranno a proseguire con il Centro, lo trasformeranno in scuola privata. Tanto si sta poco. Le strutture ci sono. E anche belle e appetibili. Ma solo per chi se le potrà permettere».
Padre Claudio ha lasciato là, con i ragazzi, il suo cuore: «Non riesco a vivere bene se non con loro». Ora si prende un periodo di riposo, in attesa di una nuova destinazione decisa dai suoi superiori. E guarda i giovani friulani con occhi velati di tristezza.
«È una disperazione vedere qui i giovani senza speranza. Stare chiusi nelle proprie stanzette con telefonini o pc significa chiudersi alla vita. È nell’incontro con l’altro la vita. Bisogna riscoprire la bellezza del vivere assieme. Altrimenti saremo sempre qui a contare: quanti migranti riusciremo a ospitare, quanti zingari potremo tollerare, quante auto ci stanno nel garage, quante tv nel salotto. Non le cose riempiono la nostra vita, ma le persone», chiude padre Claudio.

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Gemme n° 198

Cappella SistinaLa gemma di D. (classe seconda) inizia con la lettura di parte di un articolo preso dal blog di Gabriele Norcia “beativoiblog“:
Molti dei nostri sorrisi sono alimentati da lacrime altrui. Questo è un fatto, non mera retorica.
Dunque, il problema di dove trovare i mezzi per gestire il fenomeno delle migrazioni è un falso problema, come quello con cui si confronta una maestra se di due bimbi uno ha dieci giocattoli e l’altro nessuno. Non esiste un numero ‘troppo alto’ di migranti, non esiste una ‘risorsa non adeguata’ ad accoglierli. Chi viene qua ha tutto il diritto di farlo, di chiederci da quale terra violata proviene il Coltan dei nostri cellulari, il rame dei nostri fili elettrici, l’oro dei nostri gioielli, il legno dei nostri parquet.
Chi viene non fugge da guerre combattute con archi frecce e catapulte, ma da armi che noi produciamo, fabbrichiamo e vendiamo, ricavandone quanto basta per organizzare una scuola e una sanità pubbliche per i nostri peones, e ville a Montecarlo per i grassi furboni che gestiscono l’affare, indisturbati, rispettati, ascoltati, autorevoli sostenitori di chi vorrebbe affondare i barconi. Con le armi che distruggono le scuole di figli altrui, noi costruiamo le scuole per i nostri, le strade asfaltate per gli Scuolabus che ce li portano e le piscine dove imparano a nuotare.
Cosa vogliamo respingere? Cosa vogliamo impedire? E soprattutto, cosa vogliamo risparmiare, sulla pelle degli altri?
La mia soluzione è più semplice. È naturale, è cristiana ( ma abbiamo ancora il coraggio di pronunciare il nome di Cristo, come ispiratore della nostra cultura, se poi pensiamo e agiamo così?) è buddista, è… umana. Accogliere. Tutti. Chiunque arrivi. Sempre.
Quel che abbiamo è pure loro, se condividerlo significherà non poter più avere un tablet, la pelliccia di finto visone, la Spa o due bistecche al giorno, pazienza. Davvero. Che importa? Ci saranno nuovi amici, tante lingue da imparare, magari un solo paio di scarpe vecchie, ma per giocarci tutti insieme a pallone. Il nostro Dna godrà di corroboranti rimpasti e la nostra lacerata e imbrattata coscienza di un’epoca d’oro. E magari tra mille anni qualche bimbo romano o milanese dalla pelle scura e gli occhi a mandorla, studierà i versi di un Poeta meticcio, vate di una nuova cultura e, in una gita gratuita con la scuola rimarrà qualche minuto assorto a contemplare gli affreschi di chissà quale novella, meravigliosa, cappella Sistina, in cui uomini di tutti i colori si abbraccino in un Giudizio davvero universale”.
Così poi D. ha motivato la propria scelta: “Mi è capitato di leggere questo articolo, mi ha fatto venire i brividi perché sembra una realtà molto lontana dalla nostra e volevo condividerlo con la classe”.
Nel caso in cui ci si chiedesse perché Norcia faccia riferimento a una soluzione cristiana, mi limito a citare il vangelo di Matteo: «Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». (Mt 25, 37-40)

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Uno sguardo su Boko Haram

Pubblico un articolo di Giorgio Cuscito tratto da Limes per chi voglia avere in cinque minuti un inquadramento generale su Boko Haram e quanto sta avvenendo in Nigeria.

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Nei giorni in cui si è verificato in Francia l’assalto dei jihadisti, cominciato con l’attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, in Nigeria se ne è registrato uno ancor più grave. L’organizzazione terroristica Boko Haram ha condotto feroci attacchi nel Nord del paese, provocando la morte di migliaia di persone. Nel paese africano si sta assistendo a un’escalation di violenza che se trascurata potrebbe creare i presupposti per un altro Stato Islamico (Islamic State, Is), simile a quello operante in Siria e in Iraq.

Gli attentati

Dal 3 gennaio per circa una settimana, Boko Haram ha compiuto un raid nel villaggio di Baga e in quelli circostanti nel Nord Est della Nigeria. Il ministero della Difesa nigeriano afferma che sarebbero rimaste uccise 150 persone, mentre secondo i funzionari locali le vittime sarebbero circa 2 mila, di cui la maggior parte bambini, donne e anziani. Come ha affermato Amnesty International, potrebbe trattarsi dell’attentato “più sanguinoso” mai sferrato da Boko Haram. Nei giorni successivi, l’organizzazione jihadista ha condotto due attentati a Maiduguri e a Potiskum (sempre nel Nord Est del paese), utilizzando delle “bambine kamikaze” con addosso dell’esplosivo. Il primo attacco ha provocato venti morti, il secondo almeno tre. Negli ultimi mesi, Boko Haram si è servita in più occasioni di donne pronte (o forse no) al martirio per condurre attentati, ma secondo il New York Times, il coinvolgimento di bambine sarebbe una pericolosa novità.

Origini di Boko Haram

Boko Haram (che significa “l’educazione occidentale è peccato”),il cui nome ufficiale è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (ovvero “persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad”), è un’organizzazione terroristica fondata formalmente nel 2002 da Mohamed Yusuf e guidata oggi da Abubakar Shekau. Il suo scopo è imporre il califfato in Nigeria. Secondo il dipartimento di Stato Usa, avrebbe dei legami con al Qaida nel Maghreb islamico (Aqim), inoltre, lo scorso luglio Shekau ha dichiarato il suo supporto allo Stato Islamico. Nel 2002 Yusuf ha creato a Maiduguri, nello Stato del Borno, un complesso religioso, che include una moschea e una scuola islamica, con la scopo di contrastare l’educazione occidentale. La scuola ha attratto musulmani da tutto il paese, diventando il luogo perfetto di reclutamento. Ma è dal 2009, a seguito della violenta repressione dell’esercito locale, che l’organizzazione jihadista ha cominciato a seminare il panico, compiendo attentati contro edifici delle forze di polizia, scuole, chiese, moschee e uccidendo civili. L’attività di Boko Haram si è intensificata nel 2011, quando in un clima di tensione è stato eletto l’attuale presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, del People’s democratic party e appartenente agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria del Sud del paese. Nell’aprile 2014, Boko Haram ha rapito 276 alunne nigeriane, episodio che ha dato inizio alla campagna mediatica su Twitter, #BringBackOurGirls. Cinquantasette di loro sono riuscite a scappare, ma le restanti non sono ancora libere. Da questa estate l’organizzazione jihadista ha cominciato ad ampliare il proprio raggio d’azione e secondo il Telegraph attualmente controllerebbe un’area di circa 52 mila chilometri quadrati nel Nord Est del paese. Secondo un rapporto sul jihadismo realizzato dall’International centre for the study of radicalisation and political violence in collaborazione con la Bbc, nel mese di novembre Boko Haram è stata la seconda organizzazione jihadista per uccisioni (801 in 30 attacchi) dopo l’Is (2.206 in 306 attacchi). I talebani sarebbero terzi in questa macabra classifica (720 vittime in 150 attacchi). La ferocia di Boko Haram non è una novità. Già lo scorso anno, il National consortium for the study of terrorism and response to terrorism (Start) aveva affermato che nel 2013 questa organizzazione è stata la terza al mondo per attacchi perpetrati, proprio dopo i talebani e lo Stato Islamico (all’epoca ancora Stato Islamico di Iraq e Levante).
In questi anni, a causa degli attentati di Boko Haram, circa un milione e mezzo di nigeriani ha abbandonato le proprie case e centinaia di migliaia di persone sono fuggite in Ciad, Niger e Camerun. Peraltro, paesi in cui i jihadisti nigeriani stanno estendendo il proprio campo d’azione. L’ascesa di Boko Haram e più in generale l’instabilità della Nigeria non dipendono solo dalle tensioni religiose tra musulmani (a Nord) e cristiani (a Sud) ma anche dagli interessi tribali e regionali legati allo sfruttamento delle risorse naturali, dalla corruzione dei politici locali e dalla povertà in cui vive la maggioranza della popolazione. Sono queste le vulnerabilità che l’organizzazione jihadista può sfruttare per consolidare il suo potere sul territorio.

Rischi di nuovi attentati

Il quadro che emerge è preoccupante. Con le dovute differenze, il caos in cui regna la Nigeria non è molto diverso da quello che ha favorito l’ascesa dello Stato islamico in Iraq e Siria. Inoltre, in quanto a determinazione Boko Haram ha poco da invidiare all’organizzazione di al Baghdadi e le forze di sicurezza locali necessiterebbero di un concreto sostegno internazionale, visto che non sembrano adeguatamente equipaggiate, addestrate e motivate per fronteggiare da sole la minaccia. Arginare l’ascesa dell’organizzazione jihadista pare indispensabile per evitare che la sua ombra si estenda sul resto dell’Africa nordoccidentale. Dal canto suo, il governo di Abuja dovrebbe porre rimedio ai problemi sociali e politici che caratterizzano la Nigeria, ostacolando l’attività di proselitismo dell’organizzazione jihadista. Il 15 febbraio in questo paese si terranno le elezioni presidenziali e Muhammadu Buhari, politico musulmano del Nord, appartenente al All progressives congress (principale partito d’opposizione), ex generale dell’esercito nigeriano che ha governato il paese dall’83 all’85, è il più importante antagonista di Jonathan. Il suo passato militare, le sue radici e soprattutto il malcontento per la scarsa efficacia con cui l’attuale presidente ha contrastato Boko Haram sono le carte di cui si servirà nelle prossime settimane. Un periodo che probabilmente sarà segnato da nuovi attentati.”

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Gemme che si fanno

Kisenyi

Siamo a quota 100 gemme. Le abbiamo viste, ascoltate, osservate, lette, toccate.
Oggi ce n’è stata un’altra che non comparirà nell’elenco insieme alle altre. Questa gemma è stata fatta. Qualche settimana fa avevo accennato in un post all’esperienza e all’opera di Eugenio Borgo a favore della scuola di Kisenyi; l’ho chiamato in una classe a raccontare quello che stava facendo e come era nato tutto. Ho poi chiesto a studentesse e studenti che lo volessero di scrivermi le loro impressioni su questo incontro. Da parte loro (e senza alcuna sollecitudine da parte mia) è venuta poi l’idea di raccogliere una somma da regalare a Eugenio e ai bambini di Kisenyi. Questa gemma è tutta per loro.

Ciò che più mi ha colpito dell’esperienza di Eugenio Borgo è stata la forza d’animo che ha impiegato per poter portare avanti il suo progetto. Penso che la sua sia stata una delle esperienze più belle che si possano compiere nell’arco della propria vita. Un’esperienza che mi ha fatto capire che a volte basta davvero poco per rendere felici delle persone che effettivamente non possiedono nulla se non un grande cuore. Mi hanno emozionato i sorrisi dei bambini e la loro felicità nel rivedere Eugenio quando è tornato la seconda volta nella scuola. Un grande esempio di gratitudine che mi ha fatto capire che bisognerebbe dire più spesso GRAZIE per quello che possediamo e lamentarci di meno per ciò che non abbiamo. Nonostante quei bambini vivano in una situazione di miseria sono riusciti a trasmettermi una grande felicità e gran voglia di vivere e di scoprire il mondo. Eugenio secondo me è riuscito a portare avanti un progetto stupendo, ha dato SPERANZA a quei bambini, ha fatto capire a quei ragazzi che con un po’ di forza e di costanza e di aiuto si possono cambiare le cose. La sua esperienza è un grande esempio, penso che lo abbia arricchito moltissimo sotto tutti i punti di vista e spero anche io un giorno di poter conoscere quella realtà e magari fare qualcosa per poterla migliorare e donare un sorriso alle persone di quella terra. Se dovessi descrivere Eugenio con una frase direi sicuramente che è una persona con un grande cuore!” (S.)

L’intervento di Eugenio Borgo mi ha decisamente colpita e alla fine dell’ora mi sentivo molto vicina a quei bambini anche solo con il pensiero. Il progetto presentato mi è piaciuto molto perché secondo me, pensare ai bambini è la prima cosa da fare, tutto il resto viene dopo. Vedere i loro visi allegri e speranzosi attraverso le foto mi ha riempito il cuore e il solo pensiero di averli aiutati (da parte di quest’associazione) a perseguire il loro desiderio (imparare) personalmente mi ha fatto sorridere. Nel momento in cui, poi, ci sono stati mostrati i “giocattoli” in classe (la “macchinina” e la palla fatta con bucce di banana) mi sono sentita ancora più vicina a loro, in particolare quando ho toccato la palla, perché ho pensato al fatto che prima di me essa è stata utilizzata da questi bambini a cui un semplice ammasso di bucce di banana ha fatto e continua a far sorridere e divertire, e proprio per questo motivo ho sentito un’emozione.
Ci sono moltissimi altri villaggi africani che sono in serie difficoltà e spero che nei prossimi anni questi tipi di associazioni si moltiplicheranno, perché secondo me non c’è cosa più bella nel vedere un bambino sorridere.” (M.)

L’intervento di Eugenio della scorsa lezione è stato molto importante per me. E’ da qualche anno che cerco di informarmi riguardo problematiche del genere, in quanto pur interessando paesi lontani, le sento vicine a me. E’ stato proprio così che quest’estate ho scoperto il video ‘Water in Zambia’, che mi ha subito colpito ed emozionato. Quando Eugenio ha esordito dicendo che questo video, e le parole che ho detto presentandolo, sarebbero diventati parte della sua presentazione, sono rimasta davvero felice, perché in qualche modo mi sono sentita utile, anche se in minima parte. Ciò che mi ha colpito di più di Eugenio è stato il suo coraggio, la sua determinazione e la sua voglia di portare avanti un progetto. Il modo in cui è stato ripagato da quei bambini penso sia immenso. Per noi è anche solo difficile immaginare delle realtà dove mancano i beni che stanno alla base di quel cammino definito vita, ma molte persone nel mondo e molti bambini questi beni non li hanno. Non rimane che aiutare, per fare del bene al prossimo, ma anche a sé stessi. Infatti si tratta di un aiuto reciproco. Come ci ha detto Eugenio, lui è tornato dall’Uganda arricchito, non di beni materiali, bensì di valori, esperienze ed emozioni. Stringere un bambino al quale si ha regalato un sorriso o anche vedere una famiglia felice o ancora delle mamme più serene perché consapevoli che i loro figli si recano in una scuola più sicura, penso sia qualcosa di davvero grande. Tutti hanno qualcosa da regalare al prossimo, non è detto che siano soldi, ma possono essere anche solo sguardi, sorrisi, pianti, emozioni, gesti e parole che valgono molto di più dei beni materiali.” (V.)

Io penso che l’esperienza di Eugenio Borgo sia stata bellissima e tanto costruttiva, sembra quasi impossibile che da una semplice “visita” al paese sia poi lui riuscito a fondare una onlus di così grande importanza. Ho sempre pensato che per realizzare ciò che Eugenio ha fatto, ci volessero “miracoli” e invece no..basta “solo” tanta determinazione. Ormai si conoscono molto bene le condizioni dell’Africa, l’ho potuto osservare nei mille documentari visti in tv, nelle foto che amici mi hanno fatto vedere, nei video su Internet..però ciò che è sempre presente in queste persone è il sorriso. E anche quando Eugenio faceva vedere i video di questi bambini che pur non avendo niente in mano sorridono, sorridono alla vita, mi sono venuti i brividi. Quanti di noi sono in grado di sorridere quando si trovano davanti a un ostacolo? Ciò che è bello notare è come dal nulla, fanno tutto. Mi ricordo la macchinina che ci ha portato Eugenio e che avevano fatto i bambini. Oggi sono tutti davanti a smartphone a tablet, ma se si chiede a uno di loro di costruire qualcosa partendo da delle bottiglie e basta dubito che riescono a fare qualcosa. (tra questi mi includo anch’io, magari questa può sembrare una critica verso i giovani d’oggi, ma parte da un’autocritica)
Ho avuto la possibilità di lavorare quest’estate presso un centro di suore che accoglieva i bambini orfani o comunque con una storia difficile alle spalle e mi creda, non mi sono mai sentita così soddisfatta e così felice in tutta la mia vita. Apprezzo moltissimo ciò che sta facendo Eugenio, penso sia molto soddisfacente, ma non tanto per noi stessi, ma per i bambini, per il loro futuro e per i loro sorrisi.” (C.)

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Gemme n° 69

La prima volta che ho sentito questa canzone è stato tre giorni fa. Mi ha trasmesso subito qualcosa; dopo di che l’ho ascoltata altre volte e ogni volta mi ha dato i brividi. E’ una canzone significativa che vuole aiutare gli stati colpiti dall’ebola; inoltre, mi piace che abbia a che fare col tema del Natale, con la speranza. Non è che una canzone risolva tutti i problemi, però può far nascere la speranza o la forza di superare gli ostacoli in chi è colpito direttamente o nei famigliari.” Queste sono le parole con cui M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
La prima versione di questa canzone, sempre per merito di Bob Geldof, è del 1984 e qui sotto pubblico il video. In entrambe c’è Bono Vox degli U2 che ha detto una frase che mi piace riprendere a commento delle parole di M.: “In una canzone i sentimenti sono più forti delle idee o delle parole. Si possono avere mille idee, ma finché non catturano l’emozione, rimangono una sterile dissertazione.”

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Gemme n° 43

“Devo mostrare un video, ma lo commento dopo” ha esordito V. (classe quinta). Eccolo:

“Il video parla da sé: ci lamentiamo spesso ma c’è chi non ha l’essenziale e sorride comunque. A volte si conoscono alcuni paesi solo per la guerra e la povertà, ma vi sono anche sorrisi e balli. Questo video lo sento molto vicino e penso che si potrebbe fare molto di più. Mi fa sorridere pensare che spesso non vogliamo andare a scuola e ci lamentiamo, mentre qui è il desiderio più grande di questi ragazzini. E penso anche al fatto che io non so che fare il prossimo anno mentre loro hanno le idee chiare e, soprattutto, hanno un sogno.”
Mi è venuto in mente Eugenio, che è andato a fare un viaggio in Uganda, ha conosciuto i maestri della scuola del villaggio di Kisenyi, ed è tornato in Italia con l’idea fissa fississima di aiutarli. L’ha fatto e lo sta facendo.
L’avevo già scritta sul blog, ma ci sta bene: “Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza ” plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.” (Sylvia Plath, 25 Febbraio 1956)

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L’uso di internet

africa internetCome utilizzo il web? In un articolo del 13 giugno su Sette, Roberto Cotroneo scriveva:
Gli ultimi dati che possediamo sulle tendenze di internet pubblicate da KPCB (Kleiner Perkins Caufield & Byers) ci dicono che gli utenti che accedono a Coursera sono per il 42 per cento del Sud America, Africa e Asia. Coursera è una piattaforma statunitense, ideata dall’Università di Standford che offre corsi universitari gratuiti. Si insegnano: discipline umanistiche, scienze sociali, economia, medicina, biologia, matematica e informatica in più di dodici lingue del mondo. E anche Duolingo, una piattaforma mondiale che offre corsi di lingua, ha il 45 per cento di accessi dai paesi del terzo mondo.
Così mentre la vecchia Europa e il Nord America si ubriacano di selfie e di chiacchiere sui social, i paesi più poveri utilizzano la rete, e quel che possono della rete per imparare l’inglese o lo spagnolo, o per studiare attraverso piattaforme personalizzate. E lo fanno attraverso reti mobili, e spesso attraverso tablet o smartphone. Per motivi ovvi. Se questa tendenza continuerà, e non c’è motivo di pensare il contrario, accadrà qualcosa di molto interessante. Accadrà che internet sarà certamente il futuro per qualche miliardo di persone, e sarà vecchio e nevrotico per tutti quelli che non avendo bisogno di accedere a saperi e informazioni vere utilizzeranno i propri saperi e le proprie informazioni come una vetrina narcisistica. Mentre in Africa studiano e possono finalmente imparare a basso prezzo e con un’efficacia impensabile, in Europa e nel Nord America ci chiediamo quanti danni può fare internet, e come fermare questa ossessione per il web, per i social e per l’essere connessi 24 ore su 24.

In pratica il web, lo stare connessi, nei paesi emergenti e nei paesi del terzo mondo è novità e futuro, mentre da noi è un modo ulteriore per consolidare le vecchie nevrosi e la voglia di esibizionismo. E se da noi gli psicologi e i clinici parlano nei loro convegni di una nuova forma di narcisismo patologico, conseguenza dei social che stanno demolendo e dissolvendo le identità, altrove il web diventa proprio strumento di identità e di consapevolezze future, e ha poco a che fare con le solitudini telematiche.”

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Tardivo addio a Nadine

Nadine+Gordimer

Il 14 luglio stavo tornando dalla Corsica e mi ero perso la notizia della morte di Nadine Gordimer, il volto bianco e femminile della lotta all’apartheid; l’ho scoperta solo oggi, leggendo una rivista. Pubblico l’articolo de La Stampa a firma Paolo Matrolilli.

Aveva un livido in faccia, Nadine Gordimer, quando a luglio dell’anno scorso l’avevo incontrata nella sua casa coloniale di Johannesburg: aveva sbattuto andando in macchina, perché nonostante avesse quasi novant’anni, andava sempre in giro e restava attivissima. Lucida, vivace, e costantemente impegnata per costruire un futuro migliore al suo Sudafrica. Un po’ delusa, perché riteneva che gli ideali di Mandela e suoi fossero stati traditi, ma per nulla rassegnata. Ci avevo riparlato al telefono a dicembre, il giorno dopo la morte di Nelson, e aveva detto: «Lo hanno tradito. Però il suo spirito resterà con noi, e ci aiuterà a superare le difficili sfide che ci aspettano».
Ora anche lei se n’è andata. Era malata da tempo, e si è spenta proprio in quella casa che aveva offerto a Mandela e DeKlerk per negoziare il post-apartheid, dopo che Madiba era stato liberato. La maniera migliore per onorarla è ricordare le cose che ci disse in quei due ultimi colloqui, come un testamento politico e spirituale: «Ormai in Sudafrica viviamo in una cultura della corruzione, che minaccia l’intero tessuto sociale e nazionale. I responsabili, purtroppo, sono proprio i leader che hanno preso il posto di Mandela. Basti pensare al presidente Zuma, e al palazzo imperiale che si è fatto costruire con i soldi dei contribuenti, per la residenza personale nel proprio stato. Questa avidità per certi versi è comprensibile, perché è ovvio che dopo tanti decenni di repressione e privazioni, la gente voglia togliersi qualche soddisfazione. Però una simile corsa ai posti di potere, e al loro sfruttamento attraverso la corruzione, mi ha sorpreso e ha certamente deluso Madiba».
Ecco alcuni passaggi di quelle due interviste
Il suo sogno non è stato realizzato?
«Quello della libertà sì. L’apartheid non esiste più e il paese è diventato per la prima volta democratico. Tutto il resto, però, manca. Abbiamo fallito soprattutto nell’obiettivo di garantire a tutti la possibilità di affermarsi, e avere una vita decente. Le differenze sociali, il gap crescente tra i ricchi e i poveri, resta l’emergenza principale a cui il paese deve necessariamente rispondere».
L’Anc non ha raggiunto i suoi obiettivi?
«No. Allora eravamo troppo indaffarati ad eliminare il regime dell’apartheid, e pensavamo che una volta liberi tutto sarebbe stato facile. Eravamo ingenui e non ci concentrammo sul futuro, sui problemi in arrivo, e su come ricostruire il Paese».
Gli insegnamenti di Mandela sono stati seguiti?
«Mi pare ovvio di no. La liberazione c’è stata, ma la giustizia manca ancora. Oggi vige una cultura incentrata sulla corruzione, di cui sono responsabili anche l’Anc e lo stesso presidente Jacob Zuma. Questo fenomeno però va capito, senza giustificarlo».
In che senso?
«E’ un’eredità del colonialismo. Per secoli i neri non hanno avuto nulla: da quando hanno ottenuto la libertà e il potere politico vogliono tutto, ed in parte è comprensibile. Ma Zuma non ha seguito gli insegnamenti di Mandela ed è un pessimo esempio per i suoi ministri e per il popolo sudafricano».
Teme che il Sudafrica precipiti nell’instabilità sociale?
«Certo. C’è già instabilità, basti pensare alle industrie minerarie e agli scioperi dei lavoratori, che chiedono una vita migliore e salari più appropriati. Poi la disoccupazione giovanile, in particolare tra la popolazione nera, è una vera bomba sociale. Tutto questo provoca risentimento, e il risentimento genera la violenza. Ma soprattutto c’è criminalità, che nasce dalla povertà e dalla diseguaglianza. Il pericolo di una disgregazione del paese esiste, e dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per impedirla».
Vede anche il rischio di scontri razziali?
«Questa mi sembra una minaccia meno pressante. E’ vero che le tensioni razziali esistono ancora, ma non penso che rischiamo di tornare alle violenze dell’epoca dell’apartheid. La vera emergenza sta nella diseguaglianza economica e sociale, un problema che non ha colore. Gli abusi vengono commessi tanto dai bianchi, quanto dai neri, e in questo settore colpiscono tanto i bianchi, quanto i neri».
Cosa bisognerebbe fare per affrontare i problemi più gravi?
«Per cambiare queste dinamiche serve riformare il sistema dell’istruzione. Nelle scuole delle township e delle zone rurali non arrivano neanche i testi scolastici. In realtà l’educazione per la popolazione nera non è cambiata dai tempi dell’apartheid. Abbiamo persone intelligenti, ma quando si arriva a certi livelli servono conoscenze appropriate, che oggi ancora mancano. Io sono solo una semplice cittadina, e non ho programmi politici da offrire. Però mi sembra che il primo settore su cui dovremmo intervenire poi è quello del lavoro. Le grandi risorse minerarie del Sudafrica, ad esempio, vengono ancora sfruttate in maniera non equilibrata. Le proteste esplodono a ragione, perché i lavoratori sono vessati e pagati male. Cominciamo a trattarli meglio, alzare i loro salari, e costruire su questo primo passo un programma che offra davvero a tutti la possibilità di riscattare le loro esistenze».”

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Boko Haram: uno sguardo dalla Nigeria

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Pubblico un articolo di Claudio Fontana che ho trovato su Oasis: le ultime parole di Kukah non lasciano molto spazio a motivi di sollievo (tra l’altro, non nascondo che mi ha fatto un po’ specie trovare alla fine dell’articolo originale un banner pubblicitario dell’Eni).

«Di Boko Haram, il gruppo terroristico che continua a colpire in modo crudele in Nigeria, sequestrando bambine e bambini e uccidendo alla cieca, Monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo della diocesi di Sokoto, è ormai un esperto. Anche la sua diocesi ne avverte la pesante e costante minaccia. Sede storica del Califfato, Sokoto si estende su più di centomila kilometri quadrati, che coprono quattro stati della Repubblica Federale della Nigeria, e ha una popolazione di 12 milioni di abitanti, di cui il 5% cristiani, e tra questi 60 mila cattolici.

Eccellenza, lei vede una correlazione tra la situazione di povertà diffusa e di dissesto economico del Paese e la nascita e diffusione di un movimento terroristico come Boko Haram?

Quella del nesso causa-effetto tra povertà e capacità di presa sulla popolazione di un messaggio fanatico e violento è una tesi molto diffusa. Eppure la povertà può essere una condizione necessaria ma certo non sufficiente per spiegare Boko Haram. Questo gruppo terroristico, infatti, non è nato da persone povere ma anzi proprio da persone che avevano accesso a importanti risorse economiche.
Non è questione di povertà: oggi gli affiliati di Boko Haram sono giovani musulmani che hanno viaggiato in molte zone diverse del mondo musulmano. Sono figli di persone molto privilegiate, come si evince dal caso dell’attentatore che stava per far esplodere l’aereo diretto negli Stati Uniti nel Natale del 2009: suo padre è uno degli uomini più ricchi della Nigeria. Dunque non è questione di povertà, ma di radicalizzazione della società musulmana: molti giovani musulmani della Nigeria vengono a contatto con altri musulmani attraverso pellegrinaggi in luoghi in cui al Qaeda ed altri movimenti estremisti sono dominanti. Queste persone vengono in Nigeria e sono ampiamente responsabili della situazione in cui viviamo ora.

Quindi Boko Haram è solo in parte un problema interno alla Nigeria. Quanto beneficia di influenze esterne? Perché la Nigeria non riesce a controllare efficacemente i suoi confini?

C’è molta corruzione in Nigeria: corruzione nella burocrazia, corruzione all’interno dell’esercito, corruzione nei servizi di controllo dell’immigrazione, troppe persone di malaffare stanno pagando per entrare in Nigeria. Se si guarda alla Nigeria settentrionale, si osserva come ci siano enormi territori dove ci si può muovere liberamente, anche perché in Chad, in Niger e in parti del Sudan, sotto l’ombrello della religione le persone sono libere di spostarsi. Inoltre, in Camerun e in Nigeria si parla la stessa lingua, così non si distingue chi è criminale e chi non lo è. Nessuno sa il numero preciso, ma chiaramente una percentuale rilevante delle persone coinvolte in Boko Haram non è nigeriana. Ci sono persone che arrivano da diverse nazioni: Mali, Somalia, giovani musulmani in cerca di azione, specialmente dopo il collasso del regime in Libia. Questa è una parte del problema: non è sufficiente affrontare Boko Haram se non si ha il controllo dei confini.
Boko Haram si finanzia tramite il traffico di droga, tramite attacchi criminali alle banche, rapinano molte persone e fanno anche ricorso ai sequestri di persone, principalmente di bianchi, stranieri, operai edili. Da questi rapimenti ottengono grandi somme di denaro perché hanno sempre trovato famiglie che hanno pagato milioni di dollari. Sono questi elementi criminali che finanziano Boko Haram, una questione di criminalità, non di Islam.

A proposito di rapimenti, il mondo intero è rimasto scioccato dal rapimento di centinaia di giovani studentesse nigeriane e si è diffusa in modo quasi virale la campagna mediatica #bringBackOurGirls che ha coinvolto personalità di varia provenienza. Come è stata percepita questa mobilitazione da chi vive in Nigeria?

Anche nella mia chiesa abbiamo organizzato una messa e siamo scesi in strada in millecinquecento fedeli per dire “bring back our girls, riportate a casa le nostre ragazze”. Quindi anche noi abbiamo partecipato alla campagna. La chiesa cattolica in Nigeria ha avuto un giorno in cui ogni diocesi, ogni chiesa che poteva, ha organizzato un’ora di preghiera per le ragazze. La campagna è qualcosa che ha causato molto interesse sulla Nigeria.
Riguardo poi all’efficacia della campagna, la si può osservare da due livelli. È stato possibile innalzare la portata della campagna quando persone come Michelle Obama, David Cameron, attori e attrici o individui di alto profilo hanno iniziato ad aderire, portando l’attenzione internazionale sulla campagna. E dopo questo Obama ha detto che gli americani stanno venendo in Nigeria, gli israeliani stanno venendo, i francesi stanno venendo, gli inglesi stanno venendo. Si può considerare questo come un risultato della campagna. Il secondo punto è che sappiamo solo in parte l’efficacia della campagna perché non sappiamo se anche gli americani con i sofisticati equipaggiamenti che hanno e l’intelligence internazionale potranno riportare a casa le ragazze, perché ora è chiaro che sono state divise e non sono più tutte nello stesso posto.

Se non ci si può aspettare che siano l’intelligence o i militari a liberare le ragazze, resta aperta la via dei negoziati con Boko Haram?

Credo che il dibattito in Nigeria verta sulla questione del dialogo con Boko Haram. Sostengono di essere aperti ai negoziati, ma dicono anche che parte del problema è che il governo nigeriano non si fida di loro durante le trattative. Ci sono tre punti critici, Boko Haram dice: “Chiediamo il dialogo, ma vogliamo tre cose. Uno: rilasciate i nostri membri imprigionati. Due: risarciteci, ricostruite le nostre moschee e case che sono state distrutte”. Infine, accusano il governo di aver arrestato alcuni dei loro affiliati che si sono fatti avanti per le negoziazioni. Se il governo non accetta queste condizioni, Boko Haram non inizierà i negoziati. Chiaramente con un po’ più di sofisticatezza e con il governo un po’ più disinvolto penso che sarebbe probabile avere qualche tipo di trattativa informale. Ma ora Boko Haram ha detto di non essere più interessato alle trattative, probabilmente a causa della frustrazione di alcuni membri della comunità musulmana che si erano esposti e avevano preso parte alle negoziazioni, ma poi sono tornati indietro pensando che il governo non fosse serio. L’ex presidente Obasanjo è stato la prima persona ad avere un incontro con Boko Haram ed è ancora in contatto con loro. Purtroppo, per strane ragioni, sembra che l’attuale presidente non stia cooperando con lui. Obasanjo ha avuto un incontro con degli emissari di Boko Haram e dopo il meeting ha affermato che non è sicuro che le ragazze potranno tornare. Ma ha anche affermato che il governo federale non ha pubblicamente riconosciuto il suo ruolo e non gli ha detto di proseguire. Dunque dobbiamo considerare anche questi aspetti legati alla politica interna.

Non possiamo quindi aspettarci che la soluzione al “problema Boko Haram” possa arrivare dalle policies del governo?

Dobbiamo prima di tutto capire che dall’11 settembre fino ad ora gli Stati Uniti stanno combattendo il terrorismo, con tutti i sofisticati mezzi che hanno. In tutta Europa ci si sta proteggendo e l’assenza di attentati a Londra, New York o Parigi è il risultato dell’efficacia dei pesi e contrappesi implementati dagli Usa, non certo del fatto che i terroristi per loro scelta si siano arresi. Quindi, per una nazione come la Nigeria, con la sua estensione, dobbiamo accettare che non ci siano soluzioni semplici. A condizione che i politici nigeriani siano disposti a non scivolare nella beghe politiche, si potrebbe ottenere un po’ di sollievo perché parte della discussione con Boko Haram, per come ho capito, includeva un periodo di cessate-il-fuoco che Boko Haram sembrava preparato a concedere, prima che la discussione si interrompesse. Parte del problema quindi è che né il governo, né nessun altro, sembra essere in grado di incaricare persone sufficientemente credibili per svolgere il ruolo di mediatori. Questa secondo me è la questione cruciale.»

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“Talent” alternativi

Nel nostro paese, da qualche anno, vanno di moda i talent-scout: si va alla ricerca di nuovi protagonisti del mondo televisivo. Angelo Calianno, sul numero di maggio di Popoli, ci fa conoscere un tipo diverso di scopritori di talenti giovanili…
somalilandL’immagine del terrorismo islamico più diffusa ci rimanda spesso all’Asia e al Medio oriente: talebani in Afghanistan, Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano. Le cose però stanno cambiando. L’organizzazione e la formazione di nuovi «combattenti» sono in continua evoluzione e una buona parte dei terroristi del futuro partono e partiranno sempre più spesso dall’Africa e da una delle sue zone nevralgiche: il Corno d’Africa. Nel settembre 2013 il mondo ha conosciuto meglio al-Shabaab, organizzazione di estremisti islamici somali, che ha attaccato un centro commerciale di Nairobi uccidendo 72 civili. Al-Shabaab (parola originata dall’arabo che significa «la gioventù») si è affiliata ad al-Qaeda nel 2012, ma opera in maniera indipendente e i miliziani nelle proprie fila sono sempre più numerosi. Ma questi ragazzi come si trasformano in terroristi? Chi li recluta? Da dove?
Qualche anno fa a nord di Londra un ragazzo di origine somala, con regolare passaporto inglese, viene arrestato per aver fabbricato ordigni esplosivi artigianali. La notizia diventa, per chi scrive, la prima traccia di una pista che ci porterà lontano. Seguendo la storia a ritroso siamo infatti arrivati nel Corno d’Africa da dove comincia tutto, dove veri e propri talent scout cercano nuove reclute da arruolare tra le file dei combattenti del jihad. Ci troviamo così a viaggiare sulla frontiera tra Somaliland, Puntland e Somalia per conoscere le storie di quelle che saranno le nuove leve di al-Shabaab. Nei giorni in cui ci spostiamo via terra dall’Etiopia verso il Somaliland fino al Golfo di Aden la situazione è molto tesa, non è passato molto tempo dall’attentato di Nairobi. I confini vengono chiusi al primo allarme. L’M16 (l’intelligence britannica) staziona da tempo a Berbera, in Somaliland.
Spostandoci verso Sud-Est riusciamo, per caso, a entrare in contatto con alcuni emissari affiliati ad al-Shabaab. Sono in tre, viaggiano su un pick-up rosso con vetri scuri e si sistemano nello stesso albergo in cui dormiamo anche noi. Riusciamo ad avvicinarli subito dopo la preghiera della sera e si offrono di darci un passaggio. In questa zona non è facile vedere bianchi senza scorta, questo rende più facile avvicinare i somali. I reclutatori masticano voracemente qat, la droga locale in foglie che qui è legale. Dicono abbia proprietà afrodisiache, certamente ha effetti allucinogeni. Gli uomini ne hanno fatto una buona scorta anche perché si dice che le foglioline del Somaliland siano della qualità migliore. Ce ne offrono un po’. Noi rifiutiamo, ma approfittiamo della confidenza che si è creata per fare loro qualche domanda.
Siete in viaggio per lavoro? Dove siete diretti? «Giriamo per i villaggi, cerchiamo ragazzi che hanno problemi, sono poveri e non hanno un lavoro. Offriamo loro una possibilità, un’istruzione e un’educazione militare». Ma dove li portate? E come avviene il training militare? «Offriamo loro la possibilità di entrare nelle file del nostro esercito, per combattere contro i nemici del popolo e della libertà. Paghiamo loro il viaggio fino ai campi d’addestramento in Somalia. Prima esistevano più campi e scuole in Sudan, Eritrea, Somaliland, ora gli infedeli ci hanno costretto a chiuderli».
Non menzionano mai il nome dell’organizzazione ma, mentre parlano, uno di loro ci mostra su un cellulare la foto del campo di addestramento dove sventola la bandiera di al-Shabaab. «Emissari come noi lavorano in tutta l’Africa, noi ci occupiamo solo di questa zona, ma ce ne sono in Eritrea, Etiopia, Gibuti, Somaliland, Puntland e Somalia. Cerchiamo ragazzi di fede islamica. Di solito li reclutiamo attorno agli 11-12 anni, è una buona età per formarli. Cerchiamo ragazzi sani e robusti, non li prendiamo mai troppo piccoli perché da queste parti molto spesso i bambini sono malnutriti, molti altri invece hanno problemi di cuore, nei campi vengono anche visitati da medici».
È facile trovare ragazzi da reclutare in Africa, molto più facile che in qualsiasi altro continente del mondo. La promessa di tre pasti al giorno, un piccolo aiuto economico per i genitori e un’educazione islamica sono elementi così allettanti che gli emissari non hanno bisogno di insistere molto per convincere i combattenti del futuro.
Questi emissari non sono necessariamente membri dell’organizzazione affiliata ad al-Qaeda. «Alcuni sono legati all’organizzazione – spiega la nostra fonte -. Noi veniamo solo pagati per cercare nuovi ragazzi. Siamo liberi, ma crediamo in questa guerra. Riusciamo a trovare molti ragazzi e tanti sono contenti di unirsi a noi così come i loro genitori che ricevono un aiuto economico. La maggior parte arrivano dalle zone rurali dove la povertà è più dura e l’opportunità di avere un addestramento militare e studiare rappresenta una nuova vita».
Le nuove leve vengono portate in Somalia approfittando degli scarsi controlli alle frontiere con Somaliland e Puntland e della facilità con la quale si possono corrompere gli agenti e i funzionari delle polizie di confine. Una volta nei campi di addestramento, viene offerta una formazione di base di matrice islamica, ai miliziani è poi consegnata una copia del Corano che i jihadisti porteranno sempre con sé. L’addestramento militare è molto duro e prevede impegnative sessioni di ginnastica e un intenso training all’uso delle armi. Raggiunta un’età adeguata si passa al vero corso di combattimento che dura sei mesi. I più bravi e meritevoli entrano nella brigata suicida: la trafila per entrare in questa brigata è più lunga. Dopo un indottrinamento così intenso e pervasivo, il martirio è il premio più ambito.
Qualche giorno dopo aver incontrato i reclutatori, parliamo con un funzionario della polizia governativa nel Somaliland, che conosce bene la situazione di al-Shabaab. È lui a raccontarci che cosa succede dopo l’addestramento. «Ci sono diversi ruoli da ricoprire nelle file di al-Shabaab – spiega -. Molti diventano pirati e attaccano le navi nel Golfo di Aden. La pirateria è un’importante fonte di finanziamento per i terroristi. Altri combattono in Somalia, mentre un numero sempre maggiore cerca di raggiungere la Libia o le coste del Nord. Da lì provano ad arrivare in Europa per entrare poi nelle cellule dormienti, pronte a colpire in qualsiasi momento. Da quando è diventato indipendente (1998), il Somaliland è uno Stato pacifico. Molti parenti dei leader ricercati di al-Shabaab però si trovano ancora qui. Noi cerchiamo di sorvegliarli, ma i nostri confini sono ancora molto deboli a livello di sicurezza».
Oggi al-Shabaab conta circa 15mila combattenti, non tutti africani: ci sono anche cittadini britannici, svedesi, tedeschi di origine africana tornati qui per combattere la guerra santa. Il movimento fondamentalista è una sorta di holding impegnata su vari fronti. I corsi di formazione, così come gli attentati, vengono finanziati con la pirateria (si parla di 30 milioni di dollari l’anno provenienti da rapimenti e attacchi alle navi), il traffico di armi, minerali preziosi e ultimo, ma non meno redditizio, dal bracconaggio. Squadre specializzate di al-Shabaab cacciano animali nelle riserve di Kenya e Tanzania per poi rivendere pelli e avorio.
Da queste scuole escono i «terroristi del futuro», come li hanno definiti da queste parti. Difficile controllare questa nuova ondata perché molti di questi ragazzi possono agire in modo autonomo e in qualsiasi momento; sono fisicamente preparati e, come ci raccontava uno degli emissari, hanno molto talento: il talento per la morte.”

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“… è lontana, punto!”

ebolaUna notizia che ho letto ieri sera su Internazionale. La roporto pensando a Chiara: il titolo è praticamente suo.

“L’epidemia di febbre emorragica che ha colpito la Guinea è di una gravità senza precedenti, visto che molti dei casi registrati sono stati ufficialmente attributi al virus ebola e in particolare al ceppo Zaire, il più pericoloso. Lo ha confermato il presidente Alpha Condé in un discorso tenuto domenica sera in tv alla nazione, in cui ha parlato di 116 persone contagiate, di cui 72 già morte.
Che la situazione nel paese sia molto grave lo ha confermato anche il coordinatore di Medici organizzazione senza frontiere, secondo cui i morti per ebola confermati sono almeno 22.
Secondo il ministero della sanità guineano, la metà dei campioni positivi al virus è a Conakry, la capitale, e l’altra metà in due città del sud: Guékédou e Macenta. Altri casi sospetti, alcuni fatali , sono stati registrati in Liberia e Sierra Leone, che confinano con la Guinea.
Intanto le autorità della Guinea, l’Organizzazione mondiale per la sanità e Medici senza frontiere continuano a cercare di arginare la diffusione dell’epidemia.
Il virus si manifesta con febbre alta, diarrea, vomito, affaticamento e talvolta emorragie. Con un tasso di mortalità del 90 per cento è uno dei virus più contagiosi e letali per l’essere umano, dato che non è stata ancora trovata una cura. Si trasmette attraverso il sangue, i liquidi biologici e alcuni tessuti di persone o animali infetti. Dal 29 marzo alcuni ricercatori italiani dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma sono in Guinea per aiutare a identificare l’origine dei casi di febbre emorragica.
È la prima volta che ebola – già presente nella Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Gabon o Sud Sudan – è segnalato in Guinea.”

Su I discutibili si legge:
“Due anni fa, quando ero in Africa (in Tanzania, per la precisione), vi fu un’epidemia di ebola relativamente piccola nella confinante Uganda.
“Relativamente piccola”…. come dire…. Ancora aldilà del confine e sufficientemente distante da dormire la notte. Ma, credeteci, non era affatto simpatico. Né io avevo la prontezza di spirito di J. che, nonostante la diffusione del virus voleva andare a far rafting sulle sorgenti del Nilo: “è controllata“, diceva.
Allora, per mia fortuna, i media nazionali non si preoccuparono affatto della vicenda. Per mia fortuna, perché se i miei genitori l’avessero saputo mi avrebbero tartassato di domande inquiete.
Oggi come allora in Italia non se ne parla.
“Un virus spettacolare“, così lo descrive ancora oggi il suo scopritore, Peter Piot. Purtroppo. Un virus difficile da distinguere; per il quale non esistono cure specifiche, né vaccini; facilmente trasmissibile tramite tutti i fluidi corporei, anche da animali. Inizialmente si è sospettato che il virus fosse trasmesso da animali quali i gorilla. Ora si indaga sui pipistrelli. Quindi, l’ebola di diffonde soprattutto nelle aree rurali, prossime alle foreste.
Un virus che nel suo ceppo peggiore (lo “Zaire“) ha una mortalità di circa il 90%.
Orbene, da qualche tempo è in corso un’epidemia di ebola in Africa Occidentale. La prima dal 1994. Soprattutto in Guinea, ma le notizie riportano di alcuni casi anche in Sierra Leone e Liberia.
Come dice Piot “è frustrante”, perché dopo anni di ricerche ancora non si conosce l’esatta trasmissione del virus e perché contenerlo potrebbe esser relativamente facile, rispettando normali misure d’igiene. Ma in un paese poverissimo come la Guinea, le autorità hanno impiegato sei settimane ad identificare il virus dalla prima diffusione delle febbri emoraggiche.
Le ultime notizie dalla Guinea riportano che sarebbe arrivata nelle aree urbane della capitale Conakry. Città piena di bidonvilles.
I ministri riuniti al meeting ECOWAS hanno già denunciato l’epidemia in corso come “una grave minaccia alla sicurezza regionale”. Con stime di 72 morti su 116 infettati, decisamente lo è: la Mauritania ha già predisposto misure per limitare la circolazione delle persone; la Guinea ha vietato di consumare carne di pipistrello (sarà efficace?) ed i funerali; la compagnia aerea Gambia Bird ha limitato i voli su Conakry”

Pubblicato in: Diritti umani, Storia

La deriva del Sud Sudan

Prendo dal sito di Limes un articolo di oggi di Antonella Napoli sul Sud Sudan.
Ad Addis Abeba proseguono i colloqui di pace per porre fine agli scontri tra l’esercito fedele al presidente Kiir e i ribelli guidati dal suo ex vice Machar. Scoperte le prime fosse comuni. Gli sfollati sono già 120 mila.
In Sud Sudan, le forze dell’esercito fedeli al presidente Salva Kiir e i ribelli leali all’ex sud sudanvice presidente Riek Machar, nonostante i colloqui di pace in corso ad Addis Abeba, continuano a combattere. La situazione è in stallo, soprattutto sul punto relativo ai prigionieri politici. Kiir accusa Machar di avere tentato un colpo di Stato e non intende liberare i funzionari governativi ritenuti complici del fallito golpe, mentre il suo ex vice chiede il rilascio immediato di 11 prigionieri di alto profilo. Le violenze etniche fra i sostenitori di Kiir e quelli di Machar sono scoppiate il 15 dicembre. Il Consiglio di Sicurezza pochi giorni dopo ha approvato all’unanimità la richiesta del segretario generale Ban Ki-moon di rafforzare la missione di pace delle Nazioni Unite dispiegata nel paese. La risoluzione porta a circa 14 mila le unità del contingente che avrà un mandato limitato alla protezione dei civili. Ad oggi si stimano oltre 120 mila sfollati, 45 mila dei quali hanno trovato rifugio nelle basi Onu, e un migliaio di vittime.
Nel frattempo l’Unione Africana cerca di mediare un accordo di pace tra le parti. Il governo sud sudanese si è impegnato a un cessate il fuoco dopo due settimane di scontri. Machar, ritenuto il massimo responsabile dei massacri nei confronti di numerosi civili, non sembra però intenzionato a deporre le armi anche se fa sapere di essere pronto a trattare. Gli 8 leader dell’Africa orientale riuniti a Nairobi stanno predisponendo una bozza di accordo che dovrebbe garantire lo stop alle crescenti violenze in Sud Sudan. Il presidente etiope Hailemariam Desalegn e quello keniano, Uhuru Kenyatta, hanno già incassato l’ok di Juba a sospendere ogni azione repressiva nei confronti degli oppositori.
Anche gli Stati Uniti sono in prima linea per scongiurare la nuova guerra civile nel giovane Stato africano. Il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio di un contingente statunitense per proteggere i cittadini e gli interessi americani ed “evitare che gli ultimi combattimenti facciano precipitare il Sud Sudan nei giorni bui del suo passato”. L’inquilino della Casa Bianca si augura che “le violenze cessino e tutte le parti ascoltino i saggi consigli dei loro vicini e si impegnino per il dialogo e per misure immediate che riportino la calma e sostengano la riconciliazione”.
Nonostante il progresso delle trattative, gli scontri proseguono. L’esercito del Sud Sudan, fedele al presidente Kiir, continua infatti a contrapporsi ai militari golpisti guidati da Machar nella zona petrolifera di Malakal. Si tratta di un’area di importanza strategica perché ricca di petrolio. I ribelli controllano ancora la città di Bantiu, la più grande della provincia di al Wahda, ma le truppe governative hanno ripreso il controllo di tutto il territorio circostante. Nei combattimenti sono stati coinvolti anche molti civili, vittime di una vera e propria pulizia etnica. I funzionari delle Nazioni Unite sul posto ritengono che a correre maggiori rischi sia la popolazione nei dintorni di Bor, nello stato di Jonglei, dove sono in corso gli scontri più intensi. Finora le località in cui c’è stato il maggior numero di vittime sono Juba, Malakal, Bentiu e Pariang. Il commissario per i Diritti umani delle Nazioni unite, Navi Pillay, ha confermato la notizia diffusa da emittenti locali del rinvenimento di centinaia di corpi in fosse comuni, per lo più di etnia dinka. La prima fossa comune è stata scoperta a Bentiu, nello Stato di Unity e almeno altre due sono state rinvenute a Jebel-Kujur e Newside. E il timore, forse più una certezza, è che l’orrore non sia ancora finito.

Pubblicato in: Etica, Religioni, Storia

Ignoranti di tutto il mondo

Eccone un’altra. Un’altra di quelle cose che leggo la mattina e poi mi ritrovo in altro modo nel pomeriggio… Sto leggendo il bel libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”. A pag. 24 scrive

“A questo tengo molto Fabio.

A cosa?

Al fatto di dire che afghani e talebani sono diversi. Desidero che la gente lo sappia. Sai di quante nazionalità erano, quelli che hanno ucciso il mio maestro?

No. Di quante?

Erano venti, queli arrivati con la jeep, giusto? Be’ non saranno stati di venti nazionalità diverse, ma quasi. Alcuni non riuscivano nemmeno a comunicare tra loro. Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Tanti pensano che i talebani sino afghani, Fabio, ma non è così. Ci sono anche afghani tra di loro, ovvio, ma non solo: sono ignoranti, ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari.”

Oggi pomeriggio arriva a casa e su twitter leggo il titolo di un articolo che mi attira. Tratta di globalizzazione e Africa, è di Chiara Zappa ed è preso da Avvenire. Evidenzio in grassetto il tratto in comune con il libro di Geda.

breve storia africa.jpg“Il Mali ostaggio dei fondamentalisti, la Nigeria dei kamikaze nelle chiese, ma anche il Maghreb, dove l’ascesa dei gruppi salafiti – dall’Egitto alla Tunisia alla Libia – sta raffreddando le speranze seguite alle primavere arabe: l’Africa è la nuova frontiera dello scontro di civiltà? Per Catherine Coquery-Vidrovitch, nota africanista professore emerito all’Università Paris-VII, il quadro non è questo. Anzi, «ci sono ben altri fronti su cui il continente, oggi, si sta davvero dimostrando protagonista ». Un esempio? «Mentre tutto il mondo soffre i contraccolpi della crisi economica, l’Africa fa registrare una crescita senza precedenti». La studiosa francese invita a ribaltare la prospettiva. E lo fa, lei per prima, nel suo libro Breve storia dell’Africa, da poco uscito per Il Mulino (pp. 170, euro 14). In cui, ripercorrendo le tappe salienti di un passato antichissimo («gli antenati degli uomini hanno fatto la loro comparsa in Africa parecchi milioni di anni fa», ricorda), fa notare come il continente rappresenti «una straordinaria terra di sintesi» che «non ha mai vissuto, contrariamente a quanto hanno creduto e raccontato gli europei, nell’isolamento». Non c’è da stupirsi, dunque, che tutti i grandi fenomeni di portata globale – in questo caso l’acuirsi di tensioni che strumentalizzano la sensibilità religiosa – si riverberino nelle dinamiche interne all’Africa.

Ma le immagini di violenza che ci arrivano dal Sahel o dalla Nigeria non la preoccupano?

Naturalmente si tratta di fenomeni gravi, eppure dobbiamo ricordare che l’islam, a sud del Sahara, è in maggioranza molto tollerante. Le forme religiose estremiste sono minoritarie, anche se sono quelle che fanno più rumore. In Mali, i jihadisti che stanno seminando il terrore vengono dalla Libia, mentre in vari contesti, in primo luogo la Nigeria, i conflitti in corso hanno ben altre ragioni – terre contese, scontri per le risorse, su una base di povertà e mancanza di prospettive – e non possono affatto essere ridotti a tensioni religiose.

Dunque non vede una rinascita dell’islam militante?

Non dimentichiamo che il fondamentalismo non è appannaggio dei musulmani, ma, per esempio nella Nigeria meridionale e sulla costa occidentale del continente, interessa anche le sette ultrareligiose cristiane evangeliche e pentecostali. L’estremismo e il ricorso al soprannaturale per giustificare la violenza riguardano musulmani, cristiani e anche animisti: non siamo di fronte a scontri di civiltà, ma a scontri per lo sviluppo.

A proposito di sviluppo, lei enfatizza l’attuale boom economico in Africa: quali sono le potenzialità e i limiti di questo fenomeno?

Le potenzialità sono enormi. Il continente possiede riserve importanti di tutte le risorse più preziose: diamanti, oro, uranio e soprattutto petrolio, il che la rende una terra strategica, con tutti i vantaggi, e i rischi, del caso. L’Africa, in particolare quella subsahariana, rappresenta l’unica regione che, mentre il resto del mondo è in crisi, continua a fare registrare una rapida crescita del Pil (con il record di sei dei Paesi a sviluppo più rapido degli ultimi dieci anni, ndr). Certo, questi dati dipendono anche dal fatto che il punto di partenza, a livello di sviluppo economico e industriale, era molto basso. Senza contare alcune contraddizioni: in certi Stati resistono élite corrotte e inadeguate che impediscono che i benefici della crescita ricadano sulla maggioranza della popolazione. Si creano così forti diseguaglianze sociali. C’è uno scollamento tra i progressi di una società civile vivace e una democratizzazione lenta. Eppure, negli ultimi anni assistiamo all’ascesa di una nuova, rilevante classe media.

Oltre 300 milioni di persone, secondo la Banca africana di sviluppo: qual è il ruolo di questa classe media?

Notevole. Si tratta di un processo accelerato negli ultimi vent’anni. Se nel periodo coloniale solo una piccola maggioranza frequentava la scuola, già negli anni Novanta lo scenario si era rivoluzionato, e l’istruzione ha portato con sé un’importante diversificazione e modernizzazione delle attività professionali. Oggi, soprattutto nelle città, esiste una fascia sociale fatta di funzionari statali, insegnanti, imprenditori, operatori dei servizi, che si sono moltiplicati grazie all’arrivo delle grandi società multinazionali, che hanno aperto sul continente le loro filiali e vi hanno riversato i propri capitali. La nuova borghesia africana rappresenta un mercato molto appetibile, in prospettiva il più grande mercato al mondo.

Le conseguenze dell’urbanizzazione sono solo economiche?

Non solo. Se è vero che in Africa l’urbanizzazione è stata tardiva, oggi ci sono città che sono passate in dieci anni da qualche migliaio a qualche milione di abitanti. Pensiamo a Libreville, in Gabon, al Sudafrica, al Senegal, o anche a un Paese come il Ruanda, fino a pochi anni fa quasi esclusivamente rurale. A livello continentale, la popolazione delle città è pari o addirittura superiore a quella delle campagne. E le città costituiscono non solo contesti con maggiori opportunità formative, sanitarie e professionali, ma anche i centri della coscienza e dell’attivismo politico. Le classi medie urbane sono sempre meno disposte a supportare i regimi dittatoriali del passato.

Che ne pensa dell’esplosione delle nuove tecnologie della comunicazione?

È un fenomeno estremamente importante. Oggi, in Africa, praticamente tutti hanno un cellulare, gli internet point si sono moltiplicati: la comunicazione e l’informazione sono chiavi per lo sviluppo e per la crescita della coscienza sociale e politica. Gli intellettuali africani sono sempre più permeabili agli apporti dell’estero, e anche la gente comune ha aperto i propri orizzonti. Abbiamo visto il ruolo dei social network nelle rivoluzioni nordafricane: ebbene, anche a sud del Sahara il cambiamento sta arrivando.”

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Altri mercati

Riccardo Barlaam è un giornalista che scrive per Il sole 24ore e per Nigrizia. Stamattina in classe, parlando di globalizzazione, abbiamo letto un suo interessante articolo sui nuovi modi di consumare che si stanno espandendo nei paesi africani contraddistinti da un’economia ruspante. Eccolo qui.

images.jpeg“Il miglioramento delle condizioni economiche in molti paesi africani sta facendo crescere, lentamente, una vera e propria middle class all’americana. Una fascia di popolazione che ha un lavoro, un reddito e una capacità di spesa tra i 2 e i 20 dollari al giorno. Secondo gli ultimi dati dell’African development bank, tra il 2000 e il 2010 sono diminuiti i poveri, a favore della classe media che si è allargata. Un trend in ascesa. Più in dettaglio, il livello di popolazione che ha una capacità di spesa inferiore ai 2 dollari al giorno è sceso dal 64 al 60% nel decennio in esame. Mentre la fascia di chi, appunto, può spendere fino a 20 dollari al giorno, si è estesa al 34% della popolazione, vale a dire a 326 milioni di persone (dal 27% del 2000). L’Africa ha un’economia che vale 18mila miliardi di dollari l’anno (fonte The Economist). Il dato, nonostante la crisi internazionale, è in crescita. Le economie dei “leoni” africani, come Ghana, Rwanda, Angola, crescono velocemente come quelle di Sud Corea, Taiwan e delle altri “tigri” asiatiche, seppur partano da livelli di sviluppo più bassi. Cosa succede? Succede che dove c’è più reddito aumentano i consumi. Si diffondono nuove abitudini, stili di vita, aprono negozi e supermercati, nelle città, simili a quelli occidentali. Cambiano i servizi, anche per il tempo libero. Nel centro di Addis Abeba, accanto alla grande rotonda e all’ingresso della Cattedrale ortodossa della Santissima Trinità, c’è un grattacielo con sale giochi, bar, ristoranti e perfino un cinema multisala che offre film a 3d.

Le multinazionali che producono alimentari e cosmetici fanno a gara per conquistare fette di mercato in questa popolazione con nuova capacità di spesa, tanto più in un periodo come questo dove i consumi in occidente languono. Unilever, ad esempio, sta sviluppando una serie di prodotti pensati specialmente per i consumatori africani: shampoo e balsamo per i capelli ricci, creme di bellezza per la pelle nera e così via. A Johannesburg il colosso anglo-olandese dei beni di consumo ha aperto una vera e propria scuola dedicata agli acconciatori professionali africani. Nel primo anno di attività la Motion Accademy ha tenuto corsi di formazione a circa 5mila parrucchieri e barbieri africani. Artigiani che spesso hanno i loro laboratori all’aperto nelle strade dei mercati e che hanno potuto provare questi prodotti per capelli pensati per un pubblico di consumatori africani sempre più attenti alla qualità. Nello stesso modo nelle grandi città si diffondono le catene di supermercati, i negozi di prodotti tecnologici. E anche la distribuzione migliora. Nestlé sta investendo molto nella distribuzione diretta dei propri prodotti nelle strade dei mercati in Sudafrica, anche nei più remoti villaggi dell’Africa rurale. La multinazionale svizzera ha aperto 18 centri logistici che seguono la distribuzione dei prodotti con dei furgoncini dedicati anche nei più remoti spazas (negozietti familiari) sudafricani. Non è stato facile. Si sono dovuti affrontare anche una serie di problemi legati alla sicurezza, sia nei centri di stoccaggio fortificati con antifurto e sistemi di sorveglianza, ma anche nell’allestimento dei camioncini che per evitare i furti molto frequenti soprattutto nelle township ora sono senza brand, dei semplici furgoni bianchi non riconoscibili. Il sistema di micro distribuzione sta funzionando ma è molto costoso. Anche Danone ha organizzato un sistema di distribuzione in Sudafrica che raggiunge due volte a settimana 8.500 punti vendita con i suoi yogurt freschi e altri prodotti a scadenza (latte fresco e derivati). La cosa è facilitata dal fatto che in Sudafrica le strade e le ferrovie sono in condizioni migliori rispetto al resto dell’Africa. In ogni caso, per le multinazionali occidentali il Sudafrica è una buona base per testare i sistemi di distribuzione, limitare gli errori, eliminare le inefficienze. Il primo passo per poi pensare di penetrare nei mercati del resto del continente a partire, appunto, da quei paesi a più rapida crescita, dove aumenta la capacità di spesa pro-capite.