Pena di morte: buone notizie

E’ stato pubblicato da Amnesty International il nuovo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. E’ in netto calo il numero delle esecuzioni (1032, erano oltre 5000 dieci anni fa), che si concentrano soprattutto in 5 stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

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Fonte Amnesty 

Negli Stati Uniti si è registrato il numero più basso di esecuzioni dal 1991: 20 in tutto. Si sono concentrate in Alabama (2), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e Texas (7). L’attenzione si sta focalizzando ora sull’Arkansas, stato che da più di 10 anni non effettua esecuzioni, ma nel quale sono previste in aprile 7 esecuzioni in 10 giorni.

Va però detto che pochi sono i dati sulla Cina, nella quale l’argomento resta coperto dal segreto di stato.

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Fonte Amnesty

Afferma Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nel comunicato ufficiale che commenta i numeri del rapporto. “La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”.

La pena di morte nel 2013

E’ uscito oggi il rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo nel 2013. Questo è il link al sito di Amnesty che così scrive:
Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento. Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove – sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni.
Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso.
Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa – Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.
Segnalo anche questa infografica.
Questo è infine il rapporto nella sua interezza: Rapporto_pena_di_morte_2014

Una al mese

Quest’anno il sabato è il mio giorno libero, quindi da oggi sono a casa. Ma essendo rientrato con una forte arrabbiatura, non sono assolutamente in clima natalizio. Cerco di rifarmi con un po’ di buone notizie prese dalla parte di sito del Corriere gestita insieme ad Amnesty.

MP900431844.jpg“Buone leggi, importanti sentenze giudiziarie, prigionieri di coscienza scarcerati, condanne a morte commutate. Nonostante tutto, anche il 2012 ha riservato tante buone notizie sul fronte dei diritti umani. Ho cercato, su un totale di 124 registrate da Amnesty International (qui ne trovate molte altre), di selezionare le migliori 12, una per mese. Prima di elencarle, vorrei ricordare che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’impegno di giornalisti, giudici, avvocati, organismi della società civile e soprattutto di tante attiviste e di tanti attivisti per i diritti umani. Eccole, allora, queste buone notizie!

Ecuador – Il 4 gennaio 2012 la corte d’appello della città di Lago Agrio, nella provincia di Sucumbios, ha confermato la condanna della Chevron per disastro ecologico e danni alla salute delle parti lese. Nel febbraio 2011 il tribunale aveva ordinato alla Chevron di pagare 8 miliardi e mezzo, ma nella sentenza d’appello l’importo è raddoppiato anche perché la Chevron si è sempre rifiutata di scusarsi pubblicamente, come richiesto dalla sentenza.

Italia – Il 23 febbraio 2012 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia. Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguite dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore.

Guatemala – Il 14 marzo 2012 Pedro Pimentel Rios, estradato dagli Usa nel luglio 2011, è stato condannato a 6060 anni di carcere per aver preso parte al massacro di Dor Erres nel 1982, che provocò la morte di oltre 250 civili. Si tratta del quinto ex militare condannato dalla giustizia guatemalteca per i fatti di Dos Erres: anche gli altri quattro hanno ricevuto una condanna a 6060 anni, equivalente a 25 anni per ogni omicidio.

Stati Uniti d’America – Il 25 aprile 2012 il governatore del Connecticut ha firmato la legge che abolisce la pena di morte. Il Connecticut è diventato il 17° stato abolizionista degli Usa.

Siria – Yaacoub Shamoun, un cittadino libanese scomparso dopo essere stato catturato dalle forze siriane in Libano nel luglio 1985, è stato rilasciato nel maggio 2012 da un carcere della regione orientale di Hasaka. Dopo il suo rapimento in Libano, Shamoun era stato portato in Siria e, per l’ultima volta, era stato visto 27 anni fa nella prigione di Saydneya, a nord di Damasco.

Egitto – Il 2 giugno 2012 un tribunale del Cairo ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Hosni Mubarak e l’ex ministro dell’Interno Habib Al Adly per non aver prevenuto l’uccisione di oltre 840 manifestanti durante le proteste che si svolsero dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011.

Repubblica Democratica del Congo – Il 10 luglio 2012 la Corte penale internazionale ha emesso la sua prima condanna, infliggendo 14 anni di carcere a Thomas Lubanga Dyilo, capo di un gruppo armato congolese, per aver reclutato e impiegato bambine e bambini soldato in un conflitto armato.

Messico – Il 21 agosto 2012 la Corte suprema ha giudicato incostituzionale l’articolo 57 II (a) del codice penale militare, sulla base del quale le denunce di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze armate venivano indagate dalla giustizia militare.

Iran – L’8 settembre 2012 Yousef Naderkhani, un pastore protestante condannato a morte nel 2010 per apostasia, è stato assolto e, avendo terminato di scontare una precedente sentenza di tre anni per un reato d’opinione, è stato rimesso in libertà.

Slovacchia – Il 30 ottobre 2012 il tribunale regionale di Presov ha definitivamente stabilito che la scuola elementare di Sarisské Michal’any ha violato la legge istituendo classi separate per i bambini e le bambine rom.

Myanmar – Il 19 novembre 2012 sono stati rilasciati oltre 50 prigionieri politici e prigionieri di coscienza. Tra questi ultimi, U Myint Aye, cofondatore della Rete dei difensori e promotori dei diritti umani condannato nel 2008 all’ergastolo, e Saw Kyaw Kyaw Min, difensore dei diritti umani e avvocato, condannato a sei mesi nell’agosto 2012.

Nigeria – Il 15 dicembre 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale ha giudicato la Nigeria responsabile della violazione della Carta africana dei diritti umani e dei popoli riguardo alle condizioni di vita della popolazione del delta del fiume Niger. La Corte ha stabilito che il governo nigeriano è responsabile del comportamento delle compagnie petrolifere e che a esso spetta chiamarle a rispondere dell’impatto ambientale del loro operato.”