L’uso di internet

africa internetCome utilizzo il web? In un articolo del 13 giugno su Sette, Roberto Cotroneo scriveva:
Gli ultimi dati che possediamo sulle tendenze di internet pubblicate da KPCB (Kleiner Perkins Caufield & Byers) ci dicono che gli utenti che accedono a Coursera sono per il 42 per cento del Sud America, Africa e Asia. Coursera è una piattaforma statunitense, ideata dall’Università di Standford che offre corsi universitari gratuiti. Si insegnano: discipline umanistiche, scienze sociali, economia, medicina, biologia, matematica e informatica in più di dodici lingue del mondo. E anche Duolingo, una piattaforma mondiale che offre corsi di lingua, ha il 45 per cento di accessi dai paesi del terzo mondo.
Così mentre la vecchia Europa e il Nord America si ubriacano di selfie e di chiacchiere sui social, i paesi più poveri utilizzano la rete, e quel che possono della rete per imparare l’inglese o lo spagnolo, o per studiare attraverso piattaforme personalizzate. E lo fanno attraverso reti mobili, e spesso attraverso tablet o smartphone. Per motivi ovvi. Se questa tendenza continuerà, e non c’è motivo di pensare il contrario, accadrà qualcosa di molto interessante. Accadrà che internet sarà certamente il futuro per qualche miliardo di persone, e sarà vecchio e nevrotico per tutti quelli che non avendo bisogno di accedere a saperi e informazioni vere utilizzeranno i propri saperi e le proprie informazioni come una vetrina narcisistica. Mentre in Africa studiano e possono finalmente imparare a basso prezzo e con un’efficacia impensabile, in Europa e nel Nord America ci chiediamo quanti danni può fare internet, e come fermare questa ossessione per il web, per i social e per l’essere connessi 24 ore su 24.

In pratica il web, lo stare connessi, nei paesi emergenti e nei paesi del terzo mondo è novità e futuro, mentre da noi è un modo ulteriore per consolidare le vecchie nevrosi e la voglia di esibizionismo. E se da noi gli psicologi e i clinici parlano nei loro convegni di una nuova forma di narcisismo patologico, conseguenza dei social che stanno demolendo e dissolvendo le identità, altrove il web diventa proprio strumento di identità e di consapevolezze future, e ha poco a che fare con le solitudini telematiche.”

Dove ha inizio l’infinito?

Varie_0081 fbTrovo molta soddisfazione nel leggere le parole di Roberto Cotroneo sul settimanale inserto del Corriere della Sera: arricchisce, stimola, provoca, fa pensare. Cosa chiedere di più?
“Ma oggi lo sgomento arriva perché, come dice un grande fisico come David Deutsch non sappiamo più dove ha inizio l’infinito. Un tempo l’inizio dell’infinito lo si conosceva assai bene. Pensare l’infinito, che è un po’ la banda larga su cui viaggia l’idea di futuro, è fondamentale. L’infinito è un’idea che portiamo addosso da sempre. La finitezza delle esistenze terrene si fa sopportabile perché è compensata da un’idea di infinito. La domanda classica è sempre stata: se state scrivendo un romanzo, o dipingendo un quadro e vi dicono che un meteorite cadrà sulla terra distruggendo ogni forma di vita, continuereste? Chi risponde sì a questa domanda dichiara il falso. Nessuno può continuare. Ogni opera umana è collegata all’idea che l’infinito ha un inizio. E’ quella spinta iniziale che ci porta a pensare alle cose: a procreare come a generare futuro. Solo che un tempo l’inizio dell’infinito era visibile a tutti. Era una nave di emigranti che approdavano in America. E tra loro ci sarebbero stati milionari. Era il primo metro di rotaia che sarebbe arrivato fino in Siberia, dopo migliaia di chilometri. Era la lente ottica più grande che spostava un po’ più in là la nitidezza dell’universo che ci era concesso di vedere. Oggi gli inizi sono confusi, nebulosi incerti. La circolarità non permette di capire dove è il principio del nostro infinito e come guardarlo. Da quando sappiamo sempre meglio come è l’universo in cui pensiamo e ci muoviamo, la parola futuro ci accompagna come un’esigenza nevrotica e astratta. Da quando sappiamo immaginare tutto,non siamo più capaci di immaginare niente. Da quando non sappiamo più dove inizia l’infinito non riusciamo più a capire dove andare a ritrovarlo.”

Poco nitido

E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.

Torino_049 fbPrima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”

Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).

Chi cerca cosa trova?

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Quelle volte in cui ti viene alla mente la bella frase di un libro e svuoti la libreria a furia di cercarla e mano a mano che vai avanti e sfogli pagine e pagine sei costretto a fermarti perché ne leggi altre belle di frasi… Fino a che ti blocchi: “cosa sto cercando?”. Scrive Roberto Cotroneo: “Perché cercare e trovare non sono due verbi simili, sono due verbi lontanissimi tra loro. Trovare quel che si cerca è un processo logico e fortunato. Trovare quel che non si è cercato è passare da un universo a un altro, attraversando la forza oscura dell’universo.”

Una nota, magari grave

Pochi giorni fa avevo scritto un post intitolato Musica dell’anima in cui avevo legato fra loro la notizia della chiusura del Coro e Orchestra sinfonica nazionale greci dell’Ert e le parole di Moni Ovadia. Ieri sera, passando sull’account twitter di Roberto Cotroneo mi sono imbattuto in queste parole, tratte dal suo libro “Presto con fuoco” del 1995:

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“Avrei voluto pensare alla musica come fosse un gesto magnanimo, un regalo del buon Dio nei sette giorni della Genesi: la musica frutto della creazione, assieme agli ani­mali, alle piante, al sole, alla luna, alle stelle. Se c’è un buon motivo per pensare che Dio non esiste è in questo universo muto, profondo, insopportabile. Da bambino guardavo le stelle, e non pensavo solo che erano belle, che riempivano di luccichii tutta la volta del cielo; pensavo a quelle palle di fuoco, lontane miliardi di chilometri, mute, senza suono: perché il vuoto non diffonde musica, solo l’aria, gli oggetti, le cose che vibrano, hanno un loro suono. Studiavo i pianeti, e immaginavo le loro rivoluzioni, lente, in quel mare di nulla e di buio, acceso soltanto da lontani bagliori, e pensavo che nessuna musica avrebbe potuto interrompere quel dramma del silenzio che doveva durare da milioni, miliardi di anni. E allora forse mi poteva consolare l’esistenza di un Artefice, o magari un Dio, un motore immobile capace di spezzare questo orrore. Sì, era meglio che un Dio ci fosse, e fosse come una voce, meglio una nota, magari grave, che interrompeva per qualche secondo quell’eterno universo muto, quel silenzio siderale…”

Tramonti differenti su orizzonti uguali

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Scrive sul suo blog Roberto Cotroneo:

“Non lo so se ritornare vuol dire quello che tutti pensano: vuole dire rivisitare gli stessi luoghi, la stessa memoria, essere di nuovo dove si era prima. Nessuno può ritornare, eppure nessuno riesce a rinunciare all’idea che si possa ritornare: come una via di uscita, una breve immortalità. Se io posso tornare allora io sono ancora quello che ero, e tutto è ancora possibile. Se io posso rivivere quanto ho vissuto, vuol dire che ho fermato il tempo. Ma il tempo è un dio minore, e una delle manifestazioni del tempo è dare illusione del ritorno.

Così il ritornare è un modo per affrontarlo questo tempo strano: e quando ti rendi conto che tutto è cambiato capisci che il tempo del ritorno non è altro che il tempo del cambiamento. E che c’è un orizzonte del ritorno come c’è un orizzonte del futuro. Ma la sorpresa è che si tratta dello stesso orizzonte.”

Sono molto simili le sensazioni che provo alla fine di ogni anno scolastico, quando finisce anche il tempo degli scrutini, degli esami di stato, dell’organizzazione dei corsi di recupero e degli esami dei “sospesi”. Metto via tutte le carte, gli appunti, le scartoffie burocratiche. E mi preparo al ritorno: verso le radici del mio essere insegnante, verso le motivazioni che mi hanno fatto scegliere, nel 1995, di lasciare Scienze Geologiche per essere un prof. Lo faccio ogni anno per rimettere carburante nel motore, per alimentarmi a una fonte per me necessaria. E mi trovo concorde con Cotroneo: ogni anno mi scopro cambiato e sento la necessità del ritorno per aprirmi al futuro di un orizzonte che è sì uguale a se stesso se visto con un grandangolo, ma che se venisse esplorato con un teleobiettivo mostrerebbe caratteristiche peculiari sempre diverse. Queste ultime fanno sì che i colori del tramonto su quell’orizzonte uguale siano sempre differenti.

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Un’informazione dalle salde fondamenta

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Ho avuto un buco di 5 minuti e ho approfittato per sfogliare la rivista Sette. Mi sono imbattuto in un pezzo molto interessante di Roberto Cotroneo. La riflessione era sul nuovo modo di fare informazione oggi: “… Peccato che nessuno sa più cosa sia l’informazione sul web, e spesso gli editori e i giornalisti, che vivono un cambio di era geologica, fanno quello che sanno e quel che possono: adattano, mettono i giornali in pdf, cercano un po’ di interattività, provano a cucire il vestito dell’informazione dentro il web per dimostrare di essere moderni”. E’ un po’ la stessa cosa che ho notato un anno fa quando dovevo adottare un nuovo libro di testo a scuola: ne ho trovato solo uno veramente innovativo, tutti gli altri erano pure edizioni a schermo di quelle cartacee. Continua poi Cotroneo sull’importanza della cultura umanistica: “Il problema del web, e dell’informazione sul web, non è nell’innovazione, quella è facile: è nelle humanities. Solo che stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco, e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. E’ finito un tempo e nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ha potere snobba filosofia e letteratura, lingue antiche e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di realizzarli. Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case. Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia, dalla sua vita, linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili”.