“La mia gemma è questo lettore mp3, il primo che ho avuto: era di mio padre e quando non l’ha più usato l’ha dato a me. L’ho portato perché la mia gemma è la musica e questo è stato il primo strumento con cui ho potuto ascoltare le canzoni che piacevano a me. Le prime che ho messo sono state Roar di Katy Perry ed Estate di Jovanotti: le ascoltavo in continuazione. L’ho ricevuto tra i 9 e i 10 anni e finalmente ho potuto scegliere quale musica ascoltare. La musica è la cosa che c’è sempre quando ho bisogno: se sto male ascolto musica, se sto bene ascolto musica, se voglio fare qualcosa ascolto musica, se studio ascolto musica, di qualsiasi genere. E’ sempre stato un modo per sfuggire i problemi o sottolineare i momenti felici; mi piace cantare a squarciagola in casa da sola, metto i cd che ho nelle stereo e canto perché quello è il mio mondo e nessuno può dirmi cosa ascoltare, cosa dire o di fare silenzio. Tutti possono avere la musica, ma quella è la mia musica: ho un rapporto con essa davvero personale, costruito piano piano, frutto della passione trasmessami dai miei genitori. E’ l’unica cosa che mi trasporta veramente da un’altra parte.”
La scoperta dei propri gusti musicali, così come di quelli letterari, è un momento bellissimo, di appropriazione e di crescita; come ha descritto perfettamente E. (classe seconda), è il momento in cui quelle esperienze diventano effettivamente personali, fanno risuonare in noi delle corde che ci fanno percepire armonia con il nostro essere.
“Come gemma ho deciso di portare, in generale, tutti i testi che scrivo quando sento emozioni particolarmente forti, nel caso particolare quello che ho scritto il 13 febbraio per una situazione amorosa finita a inizio gennaio. Tutto quello che ho scritto sono cose che sento ancora solo che ho imparato a gestirle, a non manifestarle più in maniera così forte. Aggiungo che a questa ragazza sono stato tanto affezionato perché arrivata in un periodo di semi-depressione durato da agosto a dicembre, un periodo durante il quale sentivo di non avere molto. Scrivo sempre in inglese, in questo caso l’ho tradotto. Solo per tornare sconosciuti E’ tutto finito. Sono stato costretto a bloccarla così che non possa contattarla e così che lei non debba nemmeno preoccuparsi di ciò che faccio, anche se non le è mai interessato. Oggi ho pianto più di quanto io abbia mai fatto in tutta la mia vita. Ho sentito così tanto dolore e rabbia nei miei pensieri e nelle mie stesse parole e per la prima volta ho buttato fuori tutto ciò che sentivo, senza nessun tipo di filtro. Mi sono sentito nella maniera peggiore immaginabile ed è stato orribile. E’ stato orribile continuare a piangere senza potersi fermare, è stato orribile sentire il mio viso bagnato senza avere la facoltà di fare nulla, è stato orribile sentire il naso gocciolare, è stato orribile sentire quella nebbia tornare, è stato orribile vedere tutte le mie speranze ed i miei bei ricordi frantumarsi davanti ai miei occhi. Ho iniziato a piangere e a sentirmi arrabbiato con tutto. Ero così arrabbiato che a malapena mi rendevo conto di ciò che mi accadeva attorno. Non ero in grado di pensare. Volevo solamente colpire qualcosa con tutta la mia forza. Poi, quella rabbia si è trasformata in solitudine e ho riniziato a piangere. So che non dovrei dare così tanta importanza alle persone, ma l’averla conosciuta mi ha salvato. Sono stato bloccato in quella nebbia per così tanto tempo, senza riuscire a capire dove andare o dove dirigermi. Improvvisamente è comparso questo raggio di sole che mi ha mostrato la strada corretta. Ero finalmente in grado di muovermi senza timore e senza paura di perdermi di nuovo. Mi ha accompagnato fino a dove la nebbia smetteva di essere così fitta e, una volta uscito, quella luce scomparve, come se avesse finito il suo dovere. Non ho intenzione di perdermi di nuovo però, perché ormai sono fuori. Posso vedere più chiaramente dove andare, anche se non ne sono sicuro. Quel raggio mi ha aiutato davvero tanto, e vederlo dissolvere così mi ha portato a spaesarmi. Domani è San Valentino e non ho nessuno da amare stavolta. Per la prima volta, non sarò in grado di indirizzare tutto l’amore che voglio dare a qualcuno. Sono però contento di poter uscire di casa lo stesso, così da poter assistere alle manifestazioni d’amore degli altri e poter percepire l’amore altrui. Addio, J… Mi hai fatto soffrire così tanto che preferirei non pensarci, così da poterti ricordare in maniera positiva. Eravamo sconosciuti che hanno iniziato a conoscersi, solo per tornare sconosciuti.”
E’ sempre molto difficile commentare gemme così ricche, quelle che lasciano me e una classe intera a cuore aperto. Non voglio aggiungere qui le mie parole al testo di G. (classe quarta), ho già detto qualcosa in classe. Mi sento di appoggiare una colonna sonora, una canzone di una cantante italiana non certo giovane, Patty Pravo. Al Festival di Sanremo di qualche anno fa ha presentato un brano che mi è entrato nell’anima e che appoggio qui. Il titolo è Cieli immensi. “E ridere guardando il mondo con la felicità di quando il cielo è immenso E mai dimenticare quel che ci ha fatto vivere Ma tu chi sei? Che cosa vuoi? E come mai mi pensi? Poi dirsi addio, oppure mai Ma i cieli sono immensi”
“Ho portato il mio primo cellulare ricevuto in prima media. L’ho avuto per un anno, quindi un periodo di tempo non molto lungo. Delimita un periodo preciso della mia vita per cui vi sono legati i ricordi della prima media. Rappresenta un passaggio da una fase all’altra della mia vita: un telefono mio personale è stato il mezzo per conoscere meglio il mondo circostante ancora con occhi da bambino. Continuo a scoprire nuove cose anche oggi, ma non con quel punto di vista”.
Questa la gemma di L. (classe terza). Chesterton diceva che La cosa meravigliosa dell’infanzia è che tutto è in essa una meraviglia. Lo sforzo di prolungare quella meraviglia è di Oscar Wilde: Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.
“Ho deciso di portare Dear parents di Tate Mcrae. Lei è una ragazza molto giovane, ha pochi anni più di noi. Secondo me è molto empatica. Quando la ascolto mi concentro molto sulle parole che dice e mi colpisce quando riduce tutto a “è solo una ragazza di sedici anni”, facendo riferimento alla strada ancora da compiere o all’imparare sbagliando o stando male. Ascoltavo questo brano in un periodo difficile e mi sentivo un po’ confortata; ammetto anche però che spesso penso “se non fossi stata in quel modo non avrei il carattere che ho adesso”. Quindi, in qualche modo, mi rende anche felice”.
Mi soffermo sulle ultime parole di A. (classe prima) perché mi hanno portato alla mente un’altra canzone, un brano di un cantante italiano decisamente più attempato di Tate Mcrae, Luciano Ligabue. In Il giorno di dolore che uno ha sono presenti tre frasi che riporto: “Quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando la ferita brucia la tua pelle si farà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando sposti appena il piede, lì il tuo tempo crescerà, sopra il giorno di dolore che uno ha…”.
“Ho deciso di portare delle foto di mia nonna materna: penso sia la persona a cui sono più legata di tutta la mia famiglia. Da piccola ero sempre con lei e con il nonno. Ci prendevamo spesso i pomeriggi per vedere queste foto e lei raccontava di quando era giovane; ora quando sono triste o la vedo giù ritiro fuori l’album con le foto e stiamo bene e facciamo una cosa insieme”.
Guardo con calma le cinque foto portate in classe da I. (classe prima), volti di persone a me sconosciute e mi sovviene il ricordo di una frase di Einstein. So che potrebbe starci bene ma non ricordo affatto il contenuto per intero. Una ricerca su qualche sito ed eccola: “Una fotografia non invecchia mai. Voi ed io cambiamo, tutte le persone cambiano nel corso dei mesi e degli anni, ma una fotografia resta sempre la stessa. Com’è bello guardare una foto di mamma e papà scattata molti anni fa. Li vedi così come te li ricordi. Ma mentre la gente continua a vivere, cambia completamente. Questo è il motivo per cui penso che una fotografia possa essere gentile”.
“Ho scelto questo quadernino di Barbie che mi era stato regalato come diario segreto quando avevo circa 7 anni. Ho iniziato anche a scriverlo, non sono tante pagine, una decina circa tra 2014 e 2016. E’ bello vedere come scrivevo quella volta e come raccontavo le mie giornate”.
Mi soffermo sulle ultime parole di F. (classe prima) e le sintetizzo con un “che bello vedermi crescere”, che bello vedere questo processo potenzialmente infinito e che può durare tutta una vita. E che può essere anche quotidiano. Oggi mi hanno regalato uno di quei calendari che hanno una frase per ogni giorno dell’anno. La prima frase, quella del 1° gennaio è di Eckhart Tolle e dice “Il viaggio esteriore può contenere milioni di passi, il viaggio interiore ne ha uno solo, il passo che compi adesso”. Insomma, tornando al quadernino di F., pagine di diario da scrivere ogni giorno.
“Questa è una coperta, la coperta che mia mamma aveva all’asilo e c’è il suo simboletto, la mela. Quand’ero piccola questa coperta ce l’avevo sempre per dormire e me la metteva sempre la mamma. Prima di addormentarmi avevamo una tradizione: acqua, coccole, bacino, abbraccino. Penso si spieghi da sola. Recentemente ho avuto delle difficoltà ad addormentarmi, ho proprio passato delle notti in bianco, fino a quando un giorno ho chiamato mia mamma. Ha preso la coperta, me l’ha messa sopra, mi ha dato un bicchiere d’acqua ed è rimasta lì con me fino a quando mi sono addormentata. Questa coperta è proprio ciò che mi ricorda che la mamma c’è sempre, anche se io cresco e ho 16 anni e non più tre”.
Toccante e commovente la gemma di C. (classe terza), anche perché il primo pensiero è andato a uno dei libri preferiti di Mariasole. Si intitola Io ci sarò e ho trovato un video di 2 minuti che lo racconta e lo mostra. Una risposta alla domanda: “Ti prenderai cura di me anche adesso che sono cresciuto?”
Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli. “Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando. Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde. Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige. Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere. Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia. Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.
Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”. Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.
“Quest’anello l’ha comprato mia madre quando sono nata. Successivamente me l’ha regalato e per me è un portafortuna, lo tengo sempre perché è molto significativo”.
K (classe terza) ha proposto questa gemma. Nella serie Tv Giudice Amy c’è questo veloce scambio: – Se indosso questo anello a che cosa dico di si? – All’idea che se decidi di spiccare il volo io ti insegnerò a volare.
“Ho portato questa R: quest’estate sono andata a fare la ragazza alla pari. Ho lavorato in una famiglia come baby sitter in Spagna: si è creato un rapporto veramente stupendo. Accudivo tre bambini di 3, 5 e 8 anni e le cose sono andate molto bene: ancora adesso siamo in contatto. Questa R, regalatami dalla famiglia e con tutte le firme, mi ricorda la mia prima esperienza all’estero da sola: mi ha fatta crescere sotto tantissimi aspetti. Sono più indipendente, mi sento più sicura di me stessa, cresciuta”.
Questa è stata la gemma di R. (classe quinta). Mi sento di commentarla con la poesia Spazio di Alda Merini, dalla raccolta Vuoto d’amore: “Voglio spazio per cantare crescere errare e saltare il fosso della divina sapienza.”
“Ho deciso di portare il brano “7 Years” di Lukas Graham perché è inconsapevolmente stato un mio punto di riferimento nelle fasi più difficili della mia crescita e tutt’ora, dopo una quantità indefinibile di ascolti, riesce a trasmettermi le stesse emozioni che mi trasmetteva anni fa. Fa parte di quella categoria di brani che mi portano ad essere grata per quello che ho e per quello che ho vissuto se ascoltati in un momento felice, e che, contrariamente, mi trasportano in un mondo di malinconia ed incertezza sul futuro se li ascolto in un momento più grigio e nostalgico. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui ascolto questo genere mi trovo nel momento triste, ma questa canzone mi conosce da quando ero alle elementari, e allora mi ricordo di chi ero, di come sono cambiata, di come tutto passa, e tra questi ricordi prendo coraggio per quello che sarà”.
La canzone è la gemma di C. (classe terza) e lei l’ha accompagnata con delle parole molto significative che legano il passato al presente per affrontare con coraggio il futuro. Nel 1938 scriveva Omraam Mikhaël Aïvanhov: “Se sapeste come vivere nel presente valorizzando le esperienze del passato e gli splendori dell’avvenire, vi avvicinereste al Divino” (Discorsi, 86).
Scrivo sul blog, forse metterò qualcosa su Instagram e Twitter, di certo non su Facebook, social in cui resto solo per informarmi o mantenere relazioni altrimenti destinate a perdersi (non mi meraviglio che i ragazzi non lo frequentino: lo conoscono). Pubblicherò il solito “Nuovo post sul mio blog”… Stamattina, insieme a delle colleghe, ero per strada e in piazza in mezzo a loro. Passo buona parte della mia giornata in mezzo a loro, in presenza fisica o mentale (anche se non li vedo, li penso, penso a quello che scrivono, raccontano, esprimono…). Li sento discutere, parlare, chiedere; li vedo ascoltare, appassionarsi, interrogarsi. “Prof, cosa dovremmo fare domani?” mi hanno chiesto ieri in una classe prima. “Non vi dirò cosa dovete fare. Parlatene a casa, discutetene con i genitori, con fratelli, sorelle, conoscenti, fatevi un’opinione e la scelta arriverà”. Stamattina alcuni erano in piazza, alcuni erano in classe. Bravi! Bravi questi e bravi quelli se la scelta è ponderata, se si sono informati prima di scegliere e decidere: non siete rimasti a casa. In piazza c’era sicuramente chi rideva e chi era lì senza sapere perché; ma tanti, tantissimi, erano lì consapevolmente, consci della loro presenza, in ascolto di chi prendeva la parola (applaudivano, annuivano, negavano: ascoltavano). Non hanno bisogno del cinismo mascherato di realismo di adulti delusi. Se non ci credono loro, chi ci deve credere? Sono a chiedere a chi ha il potere di farlo di prendere delle decisioni! Sono a chiedere a chi ha paura di fare scelte impopolari perché corre il rischio di non essere rieletto, di fare scelte impopolari. E sono a chiedere a noi adulti di stare dalla loro parte perché ci conoscono troppo bene e sanno che li guarderemmo dalle finestre liquidandoli con un “eh, son ragazzi… anche io alla tua età…”. Invece no, noi adulti, sappiamo perfino sorprenderli! Già! Sappiamo fare di peggio: non li compatiamo con un benevolo sorriso, ma li attacchiamo! Scriviamo sui social che devono vergognarsi, che non sanno perché son lì, che vogliono solo fare vacanza, che non sono coerenti. Siamo adulti tristi. E’ lì che va cercata la risposta alla domanda “Perché non abbiamo fatto niente quando potevamo fare qualcosa?”.
Da due anni non pubblico più le gemme che studentesse e studenti portano in classe. Purtroppo non ho il tempo materiale per poterlo fare. Stamattina c’è stata la prima gemma di quest’anno, in una classe terza. Si è trattato di un testo che era stato portato anche tre anni fa da una ragazza di quinta. Erano le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie nell’attentato parigino del Bataclan e che si ritrovò da solo a crescere un bimbo di 17 mesi. Le riporto:
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».
Mi ha profondamente colpito che in un periodo storico in cui mondo reale e virtuale fanno fatica a contenere toni sopra le righe, a limitare linguaggi di odio, a controllare reazioni provocatorie che arrivano soprattutto dal mondo adulto, una sedicenne abbia voluto regalare ai compagni una gemma che parlasse di rifiuto dell’odio. Sono risuonate in me le parole di Etty Hillesum: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”.
Pubblico un articolo comparso in due parti su Solotablet. E’ rivolto a genitori di figli immersi nella tecnologia; l’intento è quello di fornire dei consigli pratici di comportamento tra conoscenze e responsabilizzazione.
“Più dell’affetto contano le relazioni, la capacità e la disponibilità all’ascolto, la disponibilità a cambiare opinioni e se stessi e l’impegno a creare atmosfere emotive familiari utili al dialogo, alla tolleranza e allo scambio intergenerazionale.
La difficoltà a essere genitori oggi nasce prima di tutto dalla situazione di crisi economica e sociale corrente che coinvolge le famiglie e dalla frammentazione dei legami sociali che ne deriva. E’ una crisi che rende difficile soddisfare bisogni e desideri e comporta difficoltà nel momento in cui i figli non riescono a realizzare i loro sogni e progetti lavorativi e professionali.
Esiste anche la difficoltà di essere genitori in un’epoca ipertecnologica e nella quale le nuove generazioni fanno largo uso di tecnologie digitali e di strumenti tecnologici, utilizzati per informarsi e comunicare ma anche per socializzare e costruire legami e relazioni amicali e affettive. E’ questa una difficoltà che origina in molti casi dalla scarsa conoscenza che i genitori hanno dei nuovi media e delle tecnologie e dalla difficoltà a comprendere perché i loro figli ne facciano al contrario così ampio e frequente utilizzo. Ne deriva spesso una percezione di spaesamento che dà origine a timori e paure ed è fonte di confusione e di indecisione.
Tutte reazioni che non aiutano a sviluppare la corretta consapevolezza e la conseguente capacità educativa necessarie per facilitare lo sviluppo di ragazzi nativi digitali che alla tecnologia si affidano anche per la difficoltà a relazionarsi con i loro referenti adulti, genitori e insegnanti in primo luogo. Queste reazioni sono difensive e dense di conseguenze negative. Il nuovo non va rigettato o ostracizzato ma studiato, conosciuto e compreso. Dopo una adeguata operazione di acculturamento i genitori potrebbero scoprire che sopravvivere all’era tecnologica si può e lo si può fare con benefici e vantaggi condivisi con i propri figli e ragazzi nel segno della reciprocità.
Ai genitori che non sanno come e cosa fare è venuto in soccorso un libro pubblicato negli Stati Uniti dal titolo It’s Complicated: The Social Lives of Networked Teens. E’ un libro scritto da Danah Boyd, una ricercatrice che lavora presso il centro di ricerca Microsoft Research e alla Università di New.
Il libro raccoglie i risultati di una ricerca durata quasi dieci anni che è servita a disvelare gusti e preferenze ma soprattutto abitudini e comportamenti così come ad evidenziare nuovi fenomeni emergenti e poco noti. L’intero lavoro può risultare molto utile a genitori Tecnovigili alla ricerca del giusto rapporto con i loro figlioli Tecnorapidi e con l’obiettivo di capire cosa fare e come affrontare l’argomento tecnologia e nuovi media. Comprendere la novità dei media sociali
La prima cosa da fare è comprendere cosa c’è di nuovo nelle nuove vite virtuali e sociali rese possibili dai nuovi media e interrogarsi su cosa i media sociali siano in grado di aggiungere alla qualità della vita dei ragazzi. Poi è utile trasformare i propri timori e le idiosincrasie verso la tecnologia in proposizioni costruttive finalizzate a trarre vantaggio dalle nuove tecnologie e al tempo stesso impedirne gli eventuali abusi. Inutile cercare di distruggere i miti che i giovani hanno costruito intorno alle loro vite tecnologiche e sociali, meglio cercare di comprenderli retrospettivamente. Nel farlo si scoprirà che i nativi digitali sono più resilienti di quanto si possa immaginare e che l’uso che fanno della tecnologia ha un senso ed una importanza che gli adulti devono comprendere, anche se farlo può risultare un compito impegnativo e complicato.
La preoccupazione per le minacce e i potenziali abusi online è reale. Può essere combattuta tecnologicamente dotando il dispositivo del ragazzo con software (il 75% dei genitori lo vorrebbe fare) predisposti al controllo e alla segnalazione di potenziali rischi e problemi o semplicemente usando la tecnologia disponibile per mantenersi aggiornati. Ad esempio conviene usare periodicamente un motore di ricerca per verificare le novità e le informazioni disponibili online di propri figli.
La scelta migliore è però diversa. Nessuna tecnologia è in grado di proteggere completamente i ragazzi online così come nessun genitore è consapevole di tutti i rischi che i ragazzi possono incontrare online. L’unico approccio capace di dare i risultati migliori prevede l’educazione dei ragazzi all’uso dei media e la conoscenza, da parte dei genitori e degli adulti, delle tecnologie e dei media usati dai ragazzi. Favorire sane pratiche relazionali online Le vite virtuali nelle quali molti ragazzi sono immersi sono vissute all’interno di spazi sociali e relazionali come Facebook, Linkedin, YouTube, Google Plus, Twitter, Pinterest, Instagram e altri spazi online simili. La frequentazione di questi spazi è motivata principalmente dalla necessità di attivare e coltivare nel tempo nuove relazioni e di rafforzare quelle già esistenti nella vita reale. Il modo con cui la relazione è sperimentata è attraverso comunicazioni testuali o scambio di immagini, foto e altri contenuti digitali. Il fatto che i ragazzi sperimentino numerose forme di relazione non significa automaticamente che esse siano salutari, di qualità, intime come quelle reali. Fortunatamente queste relazioni non escludono quelle faccia a faccia ma possono essere a volte nocive e fonte di rischi e pericoli nelle molteplici vite online vissute dai ragazzi.
Compito dei genitori è di comprendere il significato dei media sociali usati dai loro figli e di enfatizzare le loro caratteristiche positive. Mitigandone al tempo stesso quelle potenzialmente negative come quelle trattate in questo e-book e note come bullismo e stalking digitale, sexting, e pedo-pornografia.
Un modo per aiutare i ragazzi è di aiutarli a usare linguaggi e forme di comunicazione rispettose degli interlocutori, appropriate a ogni contesto comunicazionale e a gestire in modo efficace le relazioni online che da esse sono scaturite. Le nuove tecnologie permettono di mantenere i contatti anche a grandi distanze e senza limitazioni di tempo. Conoscere come gestire la comunicazione online e la condivisione di aggiornamenti di stato, foto, messaggi può aiutare a mantenere attiva la connessione e viva la relazione. Online molte relazioni si sviluppano all’interno di reti sociali, gruppi e comunità, spesso frequentate dai giovani per superare problematiche legate all’isolamento o alla solitudine. La vita comunitaria ha le sue regole e specificità ma può tradursi in relazioni importanti e durature per la vita futura dei ragazzi. Il genitore Tecnovigile può fornire utili suggerimenti su come trasformare la vita comunitaria online in uno strumento relazionale potente e vantaggioso attraverso alcune buone pratiche come la conoscenza dei luoghi da frequentare online e i loro strumenti (non solo Facebook e Twitter ma anche Zoosk, Okcupid, Ask.com, Eharmony, Match.com, Flickr, Gtalk, Foursquare, WhatsApp, Skype, Plaxo, Meebo, Blogs, Rotowire, ecc.), la consapevolezza delle differenze (anonimità, assenza del contatto fisico, disinibizione, permanenza dei dati online, reputazione, ecc.) tra relazione online e relazione sociale nella vita reale e il coinvolgimento di familiari o amici nella pratica comunitaria e sociale online. Insegnare al ragazzo Tecnovigile il galateo della rete
Le tecnologie evolvono e con loro le regole che le governano in termini di socialità e vita relazionale online. L’etichetta e le norme del galateo online sono diverse da quelle della vita reale, cambiano più frequentemente e richiedono tempo sia per essere conosciute e apprese sia per essere opportunamente praticate. Ne derivano alcune sfide importanti strettamente collegate alle difficoltà di comunicazione intergenerazionale determinate dal prevalere della vita online nell’esperienza giovanile. Molti ragazzi apprenderanno le regole della vita relazionale online attraverso le loro pratiche sociali digitali ma possono essere affiancati dagli adulti nelle fasi dell’apprendimento.
Nella vita reale le regole comportamentali per una vita sociale vengono apprese all’interno di gruppi sociali ristretti come la classe, la famiglia, la rete di amici. In quella digitale online tutto avviene in spazi pubblici aperti e all’interno di comunità senza confini geografici. Un modo per aiutare i ragazzi a comprendere le differenze tra i due ambiti è di favorire la vita sociale online in contesti sociali reali come la casa o la scuola, in modo da poterli affiancare e aiutarli nella comunicazione, nella identificazione di potenziali amicizie e nel prendere decisioni. Per poter fornire un aiuto reale e farselo accettare dai ragazzi è necessario conoscere le specificità di ogni strumento sociale o social network utilizzato e condividere con loro le proprie esperienze e comunicazioni digitali online illustrando senza timore gli errori fatti e i problemi da essi generati.
Nell’apprendimento di un’etichetta comportamentale online è importante sapere cosa è possibile condividere, con chi conviene o è corretto farlo, il rispetto della privacy e delle regole sottese alle relazioni online (contatti, conoscenti, amici, reti sociali, gruppi e comunità o tribù). La relazione è per sua natura fragile e instabile, complessa e ingestibile attraverso cinguettii da 140 caratteri o messaggi WhatsApp. Una relazione non può essere frutto di aggiornamenti di stato e semplici messaggini o centrata completamente sul proprio sé. Non può dipendere da priorità egoistiche e dalla volontà di controllarla. Le nuove generazioni di nativi digitali sono portate a fare un uso prettamente strumentale delle tecnologie. E’ compito del genitore illustrare un uso diverso, alternativo e più efficiente della comunicazione online destinata alla relazione. Rilassarsi e non essere troppo ansiosi, fidarsi di più dei ragazzi conviene!
I tempi sono complicati e fatti apposta per aumentare ansie e preoccupazioni. Se poi ci si mette anche la tecnologia che ruba tempo e sonno ai ragazzi distraendoli dai loro impegni di studio e complicando la loro interrelazione con genitori e insegnanti, allora le ansie possono diventare pericolose. Con ragazzi incollati al loro smartphone e troppo presi ad inviare messaggini e a cinguettare, il genitore tutto deve fare tranne che ergere un muro che lo separi da relazioni continuative e utili con i suoi figli e ragazzi.
La presenza esorbitante del mezzo tecnologico nella vita familiare dei ragazzi e la sua influenza nella vita scolastica non deve essere motivo di rottura e di interruzione del dialogo nell’ambiente domestico ed anzi deve diventare oggetto di nuove conversazioni e opportunità di conoscenza reciproca, fiducia e relazione.
Dialogo, relazione e conversazioni devono avvenire in un ambiente aperto, sereno e favorevole allo scambio di esperienze e nuove conoscenze. Condizione principale perché ciò avvenga è lo sguardo sereno sulla tecnologia e la consapevolezza che non tutti gli usi che di essa fanno i ragazzi siano necessariamente negativi.
Inutile inventarsi controlli o strumenti finalizzati a bloccare le attività dei ragazzi nei loro spazi autonomi online o restringere il loro potere e libertà decisionali. Farlo significa semplicemente dare sfogo e aumentare le proprie ansie così come il desiderio di proteggere i propri figli invece di permettere loro e facilitare la loro maturazione. Il rischio è di perpetuare vecchi miti che a loro volta alimentano vecchie e nuove paure e potrebbero suggerire azioni di controllo con esiti opposti a quelli desiderati. Parlare con altri genitori e condividere esperienze, ansie e paure
La differenza è tra nativi digitali e immigrati digitali.
Tutti gli adulti sono per età, cultura e comportamenti degli immigrati digitali. Alcuni hanno maturato una migliore comprensione di altri delle nuove tecnologie ma tutti sono costretti a doverle studiare e praticare per poterle conoscere e usare in modo consapevole e profittevole. Uno sforzo che non compete i ragazzi, nati e cresciuti con la tecnologia e connessi a Internet. Il fatto di condividere la stessa esperienza suggerisce ai genitori di creare relazioni tra di loro e di frequentare spazi (smart mobs genitoriali e comunità), anche online, nei quali si parla di problemi derivanti dagli effetti della tecnologia sui giovani o delle difficoltà a relazionarsi con ragazzi dipendenti dalle tecnologie che usano.
Costruire una rete di relazioni può servire anche al ragazzo nel caso in cui avesse bisogno di rivolgersi ad un adulto per avere informazioni o indicazioni utili a gestire situazioni di disagio o pericolose createsi online. La relazione tra genitori può avvenire sfruttando le stesse tecnologie che usano i ragazzi e attraverso comunità o gruppi costruiti insieme su social network come Facebook e Linkedin o Google Plus. Queste comunità possono essere lasciate aperte in modo che anche i giovani possano visitarle alla ricerca di informazioni ma soprattutto di risposte a problemi o bisogni che stanno sperimentando nella loro vita virtuale online. La rete in questo caso funge da soluzione alternativa alla mancanza o difficoltà di dialogo che spesso caratterizza il rapporto genitori figli. Non pedinare i propri figli online e non cercare di infiltrarsi nei loro gruppi o reti sociali
Come genitori si potrebbe cercare di entrare in contatto online con gli amici e i compagni di scuola dei propri figli. Lo si può fare ma è meglio non farlo! Può capitare di diventare un riferimento per indicazioni e suggerimenti ma anche di allontanare ancora di più i propri figli, preoccupati di vedere limitata la loro libertà e autonomia esperienziale. Si correrebbe il rischio di aiutare a crescere i figli degli altri e di vedere allontanarsi i propri.
La soluzione potrebbe essere uno scambio di reciprocità con altri genitori ma la cosa è difficilmente realizzabile e densa di possibili problemi. Inutile anche cercare di avere dai figli le loro password dei siti che frequentano (ciò non impedisce di provarci e per alcune forme di rischio e per l’età dei ragazzi l’insistenza o l’imposizione non è vietata). La richiesta non verrebbe capita e rischia di mettere in crisi la fiducia o di creare problemi di tipo relazionale nel medio e lungo termine. Può comunque avvenire che sia il figlio o la figlia a condividere account sociali online e relative credenziali di accesso. Se così avvenisse sarebbe la testimonianza di un rapporto forte e fiduciario già esistente e che non teme altre verifiche online.
L’argomento è comunque controverso. Sono numerosi i genitori che potendolo fare, applicherebbero strumenti simili a quelli usati dalla NSA americana e che hanno dato origine al Datagate. Lo farebbero per prevenire eventuali minacce, abuso di droga, contatti sociali insani e altri pericoli tipici della vita adolescenziale ma in realtà questa è la giustificazione che anche l’NSA ha usato per violare la privacy di milioni di persone. Le tecnologie disponibili per un controllo stringente delle attività dei figli online ci sono e molte sono disponibili a tutti.
Ci sono programmi software che permettono di catturare i testi battuti sulla tastiera da parte dei ragazzi per controllare le loro navigazioni in rete e le cose che fanno. Oggi molti genitori preferiscono seguire i loro figli direttamente negli spazi sociali online diventando ‘follower’ delle loro pagine, a volte con falsi profili o pseudonimi. La scelta è motivata dalla voglia di sperimentare quello che sperimentano i figli ma anche dalla consapevolezza che altre forme di controllo possono incidere sulle relazioni con i figli impedendo loro di sviluppare la loro socialità liberamente e indipendentemente.
Molti giovani, coscienti della presenza dei loro genitori online stanno comunque prendendo le contromisure adeguate a salvaguardare, anche online, i loro spazi di autonomia. Altri semplicemente si muovono e comunicano tenendo conto della presenza ‘estranea’ e manipolandola se conviene.
Il vero interrogativo che il genitore si deve porre è se la prevenzione possa essere più importante della libertà del figlio. Essere consapevoli dei rischi che i ragazzi corrono in rete in termini di adescamenti possibili, di minacce e soprusi ma anche semplicemente di innamoramenti per falsi miti, ideologie e mode, tutto ciò può giustificare una qualche forma di controllo o supervisione. L’obiettivo non deve essere di impedire ai ragazzi di esprimersi liberamente ma potrebbe anche essere, in certe situazioni, la limitazione della loro libertà. Inutile leggere le cose che scrivono i ragazzi
Grazie alle nuove tecnologie tutti scriviamo di più, soprattutto i ragazzi. Scrivono messaggini SMS o WhatsApp, condividono messaggi di stato Facebook, cinguettano e si fanno trovare con brevi cenni a dove si trovano, cosa fanno e cosa vorrebbero fare, pubblicano pensieri e poesie su Tumblr e fotografie in Instagram o Flickr.
La loro produzione di contenuti è così massiccia e continua che leggerli è ‘mission impossible’ ma soprattutto tempo perso. Potrebbe anche essere molto complicato considerando i nuovi linguaggi utilizzati pieni di acronimi e faccine e di significati nascosti, poco comprensibili ad immigrati digitali e persone adulte. Invece di inseguire le loro tracce online meglio attenderli a casa e sperimentare un sano incontro/scontro fisico e umano fatto di dialogo vero e franco, di sguardi e segnali non verbali, di empatia, coinvolgimento emotivo ma anche di rispetto, autorevolezza (l’attimo fuggente) e consapevolezza. Parlare con gli insegnanti dei figli per conoscere come usano le nuove tecnologie. Il genitore non è il solo educatore e responsabile dello sviluppo dei ragazzi. Un ruolo importante è giocato dagli insegnanti che li incontrano e li seguono nei vari gradi e livelli scolastici. La tecnologia è entrata prepotentemente anche a scuola evidenziando ancor più la diversità tra nativi e immigrati digitali. Molti professori sono entrati nei social network ma pochi li usano per relazionarsi realmente con i loro studenti rispecchiando il loro profilo professionale di insegnanti ed educatori.
Così come il genitore deve evitare di pedinare il proprio figlio online, anche l’insegnante deve mantenere le debite distanze e accettare l’incontro solo nel caso in cui a chiederlo sia lo studente stesso. Meglio costruire comunità e gruppi tematici collegati ai temi della crescita o delle materie scolastiche e sfruttare i momenti di dialogo in essi sperimentabili per sviluppare il dialogo e la relazione con lo studente. Apprendere la ‘netiquette’ della rete per confrontarla con quella della vita reale
I giovani online non sono sempre consapevoli dei loro comportamenti, così come non lo sono nella vita reale. Eppure anche online è necessario avere comportamenti consoni ad una etichetta del vivere sociale con in più l’osservanza delle regole tipiche della netiquette della rete. Ad esempio in rete bisogna fare attenzione all’uso delle maiuscole associate solitamente a frasi urlate ad alta voce per farsi sentire o per esprimere arrabbiature o minacce.
I genitori che conoscono le buone maniere della vita reale e sono al corrente anche di quelle online devono trovare il modo di comunicare ai propri figli forme e modalità di comportamento non offensivo e privo di conseguenze negative per chi viola le regole condivise socialmente. Pedinare è sbagliato ma essere presenti e attenti non lo è!
Se il pedinamento non è consigliabile, l’attenzione e la presenza sono due atteggiamenti da coltivare. Serve una presenza continua per conoscere l’evoluzione della rete e delle sue componenti sociali. Serve essere a conoscenza delle nuove applicazioni e mode emergenti, è utile prestare attenzione a ciò che in rete opinionisti e studiosi dicono delle stesse in modo da saperne valutare validità o pericolosità.
L’attenzione va rivolta alle reti di contatti e di conoscenze dei propri figli. Visitare i profili aperti dei ragazzi online per capire chi frequentano e da chi siano composte le loro reti sociali può aiutare ad eliminare stati di ansia e timori ma soprattutto ad intervenire nel caso in cui si percepissero dei potenziali rischi o pericoli. Questi ultimi sono generalmente connessi a comportamenti, motivazioni e iniziative che interessano la sfera emotiva, affettiva e sessuale.”
Gli smartphone con i loro social stanno rovinando o hanno rovinato una generazione? Questa domanda e le relative risposte sono al centro di questo articolo pubblicato oggi su Il Post.
“Jwan M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto per l’Atlantic un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti. Il pezzo riprende i contenuti un recente libro di Twenge, è documentato, cita diverse ricerche e, sebbene con una certa cautela, arriva a conclusioni piuttosto preoccupanti: non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. L’articolo, sia per i contenuti che per la parzialità del metodo, è stato però anche molto contestato e criticato.
Twenge precisa che lo scopo dei suoi studi non è cedere alla nostalgia per un mondo in cui le cose erano differenti, ma capire come sono le cose ora: alcuni cambiamenti sono positivi, alcuni sono negativi, e molti sono entrambe le cose insieme. Twenge racconta di aver studiato e lavorato molto sulle differenze tra generazioni e che, tipicamente, le caratteristiche che definiscono un gruppo di persone nate in un determinato periodo appaiono per gradi e lungo un continuum. I cosiddetti “Millennials”, di cui fa parte chi è nato tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, sono considerati per esempio una generazione individualista: ma questa caratteristica era cominciata a comparire già all’epoca dei “Baby Boomers”, i nati dopo la Seconda guerra mondiale, e della “Generazione X” degli anni Sessanta e Ottanta. I grafici delle ricerche di Twenge sulle tendenze delle diverse generazioni avevano dunque curve ascendenti e discendenti morbide e graduali. Almeno finora.
Quando Twenge ha iniziato a studiare la generazione di Athena, una 13enne che vive a Houston, Texas, e che le ha spiegato di aver trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici, la studiosa ha notato degli spostamenti bruschi e dei picchi nelle tendenze dei propri grafici: molte delle caratteristiche distintive della generazione dei Millenials stavano scomparendo. Twenge dice di non aver mai visto niente di simile e che i cambiamenti non erano solo di grado, ma anche di natura. La differenza più grande tra i Millennials e i loro predecessori era nel modo di considerare il mondo; gli adolescenti di oggi si differenziano dai Millennials non solo per i nuovi punti di vista ma anche per come trascorrono il tempo: le esperienze che hanno nella loro quotidianità sono radicalmente diverse rispetto a quelle della generazione che li ha preceduti.
Twenge si occupa degli adolescenti americani, ma riscontra tendenze e abitudini che – in misure diverse, ovviamente – esistono in molti contesti e città occidentali, e in cui probabilmente molti genitori di adolescenti europei riconosceranno almeno in parte i propri figli. L’anno in cui sono avvenuti questi cambiamenti così significativi, secondo Twenge, è il 2012: c’entra probabilmente la grande recessione, dice, cioè la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e terminata circa due anni dopo, ma il 2012 è stato soprattutto l’anno in cui la percentuale di statunitensi che avevano uno smartphone ha superato il 50 per cento. A chi è nato tra il 1995 e il 2012 Twenge ha dato quindi un nome: iGen. Sono gli adolescenti che sono cresciuti possedendo uno smartphone, che avevano un account Instagram prima di iniziare la scuola superiore e che non si ricorda un tempo prima di Internet. I Millennials si sono formati con una grande familiarità con la tecnologia digitale che, però, non è mai stata presente nelle loro vite a un livello così elevato, cioè in ogni momento, giorno e notte.
Secondo Twenge le conseguenze della cosiddetta “età degli schermi” vengono spesso sottovalutate. Ci si concentra molto su specifici aspetti, per esempio la riduzione dell’attenzione, ma la diffusione degli smartphone ha invece cambiato radicalmente ogni aspetto delle vite degli adolescenti, dalla natura delle loro relazioni sociali alla loro salute mentale. E questi cambiamenti, dice la studiosa, riguardano tutti i giovani americani, a prescindere da dove vivano, in ogni tipo di famiglia: coinvolgono le persone benestanti e quelle non benestanti, quelle di ogni etnia, che vivono nelle città oppure nelle periferie. Anche quando in passato un evento significativo ha svolto un ruolo fondamentale ed estremo nella formazione e nella crescita di un gruppo di giovani, per esempio una guerra, non è mai accaduto prima che un singolo fattore definisse un’intera generazione e che avesse conseguenze così pervasive: «Ci sono prove convincenti che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei giovani stiano avendo profondi effetti sulla loro vita e li rendano gravemente infelici».
Gli iGen, scrive Twenge, si sentono più a loro agio in camera loro che in una macchina o a una festa, nonostante siano più sicuri e informati rispetto al passato: hanno meno probabilità di fare un incidente automobilistico rispetto ai loro omologhi del passato, per esempio, e sono più a conoscenza dei rischi dell’alcol. Da un punto di vista psicologico, però, sono più vulnerabili rispetto ai Millennials. La prima caratteristica degli iGen è che la ricerca dell’indipendenza, così potente nelle generazioni precedenti, è meno forte. La patente di guida, simbolo di libertà inscritto nella cultura popolare americana, ha perso il proprio appeal: quasi tutti i Baby Boomers avevano la patente di guida pochi mesi dopo il compimento dell’età necessaria; oggi in America più di un adolescente su quattro non ha la patente alla fine della scuola superiore. Sono madri e padri ad accompagnare i figli a scuola o altrove, e dalle ricerche emerge che la patente viene descritta dagli adolescenti come qualcosa che importa soprattutto ai loro genitori, un concetto «impensabile per le generazioni precedenti», commenta Twenge.
È diminuita anche la percentuale di chi ha una frequentazione sentimentale: parte del corteggiamento avviene attraverso le chat e non è detto che poi si arrivi a un incontro reale. Nel 2015 solo il 56 per cento di chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ha avuto degli appuntamenti, mentre tra i Baby Boomers e i membri della Generazione X la percentuale era pari a circa l’85 per cento. Questo ha ovviamente delle conseguenze sulla vita sessuale degli iGen: secondo i dati citati da Twenge, i quindicenni che hanno una vita sessualmente attiva sono diminuiti del 40 per cento rispetto al 1991 e l’adolescente medio di oggi ha fatto sesso per la prima volta circa un anno dopo rispetto alla media di chi appartiene alla Generazione X.
Nelle generazioni precedenti, poi, gli adolescenti lavoravano di più in estate o nel tempo libero, desiderosi di finanziare la loro libertà: in questo erano stimolati anche dalle famiglie, che volevano insegnare loro il valore del denaro e la sua gestione. Gli adolescenti iGen invece non lavorano: alla fine degli anni Settanta, il 77 per cento dei ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori aveva una qualche occupazione, entro la metà del 2010 la percentuale si è abbassata al 55 per cento e ora il numero è diminuito ancora. La tendenza a ritardare l’entrata nell’età adulta era già in atto anche nelle generazioni precedenti, dice Twenge, ma ciò che caratterizza gli iGen è in particolare il ritardo dell’inizio dell’adolescenza: i ragazzi che oggi hanno 18 anni agiscono come dei quindicenni e quelli di quindici anni sono più simili a dei ragazzini di tredici anni. L’infanzia si è cioè estesa. Perché, si chiede la studiosa, gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo ad assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell’età adulta?
I cambiamenti culturali, l’economia e il rapporto con la famiglia hanno certamente un ruolo: l’istruzione superiore è considerata più importante di trovarsi presto un lavoro, i genitori sono inclini a incoraggiare i loro figli a rimanere a casa e a studiare piuttosto che a cercarsi un’occupazione part-time e gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo, «non perché siano particolarmente studiosi ma perché la loro vita sociale è vissuta sul telefono. Non hanno bisogno di lasciare la casa per trascorrere del tempo con i loro amici». I dati dicono che gli adolescenti iGen hanno più tempo libero rispetto agli adolescenti della generazione precedente. «E che cosa fanno con tutto quel tempo?» si chiede Twenge: «Sono al telefono, nella loro stanza». Si potrebbe allora pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi virtuali perché questo li rende felici, ma la maggior parte dei dati suggerisce che non è così.
Nel suo articolo Twenge cita diverse ricerche. Una ha che fare con il tempo del sonno e dice che dal 2012 le ore dedicate dagli adolescenti al dormire sono diminuite: usare il telefonino per diverse ore e anche subito prima di andare a letto ha conseguenze sulla quantità ma anche sulla qualità del riposo, e dormire poco e male ha a sua volta conseguenze sia fisiche che psicologiche. Da un’altra ricerca citata risulta che tutte le attività svolte davanti a uno schermo siano legate a una minore felicità e che tutte le attività alternative siano associate invece a una maggiore felicità. Le indagini riportate da Twenge dicono poi che più i ragazzi passano il tempo guardando uno schermo, più probabilità hanno di segnalare sintomi di depressione e di presentare maggiori fattori di rischio di suicidio (dal 2007 il tasso di omicidio tra adolescenti è diminuito, ma è aumentato quello dei suicidi: gli adolescenti hanno cioè iniziato a trascorrere meno tempo insieme ed è dunque diminuita la probabilità che si uccidano tra loro, spiega, ma è aumentata la probabilità che si facciano del male da soli): «Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio tra adolescenti era superiore al tasso di omicidio sempre fra persone della stessa età».
Naturalmente, precisa Twenge, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo passato davanti a uno schermo causi infelicità: è possibile infatti che gli adolescenti infelici spendano più tempo in rete e la studiosa, nel proprio articolo, ribadisce che è difficile comprendere con esattezza cosa venga prima e cosa dopo, cioè tracciare con precisione i nessi di causalità. Gli smartphone potrebbero causare la mancanza di sonno che porta alla depressione, o i cellulari potrebbero causare la depressione che porta alla mancanza di sonno. Ma cita un altro esperimento a cui sono stati sottoposti degli studenti del college con un account Facebook che sembra confermare la prima ipotesi, e cioè la sua tesi: per due settimane agli studenti sono stati inviati dei link cinque volte al giorno e loro dovevano rendere conto dello stato d’animo al momento della ricezione e di quanto avessero usato Facebook a partire da quei link. Più avevano usato Facebook, più segnalavano il loro stato d’animo come infelice. Il contrario però non valeva: il sentimento di infelicità non determinava cioè un maggior uso di Facebook.
Twenge scrive che «la depressione e il suicidio hanno molte cause» e che «troppa tecnologia non è chiaramente l’unica». Introduce però un concetto: poiché nell’età degli schermi è tutto documentato, lo è anche ogni occasione di ritrovo o aggregazione. Di conseguenza è aumentato il numero degli adolescenti che si sentono esclusi da quei momenti. Al sentimento di esclusione si unisce poi un’altra preoccupazione: la ricerca costante e ossessiva dell’approvazione tramite commenti, like e cuoricini vari. L’aspettativa dell’approvazione è diventata quotidiana e puntuale e questo genera ansia e un nuovo peso a cui l’adolescente è costantemente sottoposto. Questo vale soprattutto per le ragazze. I sintomi depressivi dei maschi sono aumentati del 21 per cento dal 2012 al 2015, mentre tra le giovani donne sono aumentati del 50 per cento, più del doppio. Twenge parla di una possibile spiegazione che ha a che fare con le modalità con cui i maschi e le femmine esprimono la loro aggressività o le loro reazioni di dissenso: i ragazzi tendono a scontrarsi fisicamente, mentre le ragazze hanno maggiori probabilità di farlo influenzando lo status sociale o le relazioni della persona con cui sono in contrasto in quel momento. I social media offrono quindi alle ragazze uno strumento perfetto su cui mettere in pratica lo stile di aggressione e di dissenso che favoriscono, potendo denigrare ed escludere altre ragazze 24 ore su 24.
Alla fine del suo articolo Twenge dice di rendersi conto che la limitazione della tecnologia potrebbe essere una richiesta irrealistica da imporre a una generazione di bambini e di ragazzini abituati ad essere sempre online, ma raccomanda anche che il semplice invito a un uso più responsabile e moderato della tecnologia potrebbe essere molto più necessario e importante di quanto non si possa pensare.
L’articolo di Twenge ha ricevuto diverse critiche. Su Psychology Today, mensile di psicologia pubblicato negli Stati Uniti, si dice innanzitutto che la studiosa ha scelto di citare solamente le ricerche che supportano la sua tesi e che ha tralasciato invece le indagini che hanno portato a risultati differenti: e che dicono, per esempio, che stare davanti a uno schermo non sia direttamente associato a depressione e solitudine, o che suggeriscono che l’uso attivo dei social media sia legato a risultati positivi come la resilienza. Ci sono poi studi che mostrano come la tecnologia possa sviluppare l’intelligenza, la produttività e la “coscienza ambientale”, e che mostrano come per un adolescente sia fondamentale connettersi con i suoi simili in tutto il mondo per condividere interessi, facendolo sentire incluso in una rete sociale piena di significato. Gli studi ripresi da Twenge si basano poi su metodi correlazionali che indagano cioè la misura in cui due determinati eventi o variabili sono in relazione tra loro. Questi metodi si occupano dunque dell’associazione tra i fenomeni senza stabilire se uno sia la causa dell’altro: lo precisa la stessa Twenge che però, ed è questa la critica, arriva in alcuni punti del suo pezzo a trarre da queste stesse ricerche delle conseguenze definitive.
Gli studi ripresi da Twenge sono poi troppo generali, dice chi la critica: ignorano in gran parte i contesti sociali e le differenze tra quelle stesse persone che stanno cercando di analizzare. L’uso dello schermo e la sua associazione con il benessere psicologico cambia invece in base a una moltitudine di variabili sia di contesto che personali e di questo non viene dato conto. Infine: il bias, cioè le deviazioni dai valori medi che fanno parte delle ricerche citate da Twenge sono scartate o riportate di passaggio come parte irrilevante della tesi che lei intende sostenere. Eppure si dice nel suo stesso pezzo che questa generazione ha il tasso di abuso di alcol, di gravidanze in giovane età, di sesso non protetto, di fumo e di incidenti automobilistici più basso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Secondo Psychology Today questa non sembra esattamente la descrizione di una generazione distrutta.
In altri articoli di commento al pezzo dell’Atlantic si dice che è eccessivamente allarmistico e si citano dei dati (per esempio quelli che hanno a che fare con l’indice di felicità degli adolescenti) che o non mostrano una situazione di urgenza o che sono anzi in contrasto con quelli considerati da Twenge. La studiosa pone delle questioni fondamentali, si dice, ed è vero: ma è proprio per questo che è necessario essere molto attenti a trarre le giuste conclusioni. Inoltre, secondo i critici, Twenge non affronta alcune questioni importanti: non cita per esempio il fatto che la diffusione degli smartphone e dei social network ha riguardato negli anni Duemila sì gli adolescenti ma anche le persone più adulte, compresi i genitori di quegli stessi adolescenti.
Si suggerisce dunque di non “incolpare la tecnologia”, ma di cominciare a considerare un’altra spiegazione possibile per la condizione degli adolescenti di oggi: il disimpegno e la distrazione dei genitori stessi o, come è stata definita in alcuni studi di psicologia, la cosiddetta “genitorialità minima”. Questo offrirebbe una spiegazione alla crisi di indipendenza degli adolescenti di cui scrive Twenge. Promuovere l’indipendenza comporta infatti tempo e fatica da parte dei genitori e il lavoro di incoraggiamento a un comportamento positivo è altrettanto importante di quello che ha a che fare con la punizione di un comportamento negativo. Alcuni esperimenti di psicologia mostrano però che quando i genitori sono distratti è proprio l’incoraggiamento a risentirne, più che il controllo.
Su Slate, Lisa Guernsey – che si occupa di politiche educative e nuove tecnologie per il think tank New America – spiega che la strada suggerita da Twenge (togliere gli smartphone ai propri figli e suggerire loro di tornare nel 1985) sembra impossibile da praticare e che, d’altra parte, nemmeno l’atteggiamento del “lasciar fare” sembra essere promettente. Trovare una terza soluzione sembra fondamentale e può significare, tra le altre cose, ampliare le ricerche per avere una maggiore conoscenza dei dati e dei fenomeni e, soprattutto, «parlare con i nostri ragazzi».”
Ho letto su La Stampa l’articolo di Niccolò Zancan su Ernesto Grasso, ventunenne torinese la cui esperienza viene brevemente raccontata come emblema dei Neet, acronimo inglese inventato nel 1999 che sta per Not in employement, education or training. Fa parte di quei “giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non stanno facendo percorsi di formazione”: in Italia sono il 19%. Alcune delle sue parole mi hanno colpito “I pomeriggi sono la cosa più difficile. Gioco alla PlayStation. Vado a camminare. Ma non passano mai” […] “Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin. L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio”…
Nei mesi di maggio e giugno ho letto vari libri di psicologi, psichiatri, antropologi su adolescenti e giovani e ho partecipato a convegni e incontri. In Abbiamo bisogno di genitori autorevoli lo psicoterapeuta Matteo Lancini scrive: “Sostenere la speranza di un futuro possibile è il compito fondamentale di ogni genitore e di qualsiasi figura adulta significativa, impegnata in un ruolo affettivo o professionale con gli adolescenti. Il futuro rappresenta infatti lo spazio e il tempo della realizzazione di sé dell’adolescente, l’ambito dove potranno affermarsi il suo talento e la sua originalità. Se manca questa prospettiva, se l’adolescente si rappresenta senza futuro, in assenza di avvenire, c’è la crisi adolescenziale. Il disagio dell’adolescente dipende soprattutto da questo.” E ancora “gli adolescenti necessitano di un adulto non troppo angosciato, sufficientemente preoccupato e autorevole da restituire loro uno sguardo di ritorno pieno di fiducia e capace di avvicinare le risorse necessarie alla realizzazione di sé in una società davvero complessa. Tutto ciò richiede agli adulti più creatività di quanto ne fosse necessaria in un passato neanche troppo lontano”.
L’articolo citato in apertura di questo post portava questo sottotitolo: “Un giorno con un Neet: gioco alla playstation perché ho smesso di guardare al futuro”. Penso che per dare concretezza al futuro di Ernesto, o di un qualsiasi adolescente la cui visione sul domani sbatte contro un muro, sia necessario lavorare sul presente, sull’oggi (che poi è la stessa cosa che scrive Lancini). E’ proprio la preoccupazione per un domani impossibile da immaginare che impedisce di vivere, apprezzare e abbracciare il presente che diventa quindi a sua volta tempo di frustrazione.
Mi vengono in mente le preoccupazioni e le angosce dei discepoli di Gesù, sempre in ansia. Vedono Gesù placare la tempesta e camminare sull’acqua, ne fanno diretta esperienza (Pietro), vengono sfamati quando pare loro impossibile… Si stupiscono di tutto questo, eppure le preoccupazioni restano. I discepoli temono, Pietro inizia ad affondare, dopo la moltiplicazione e la mangiata a sazietà sono preoccupati per non aver preso i pani… E l’accusa che muove loro Gesù è sempre la stessa: “uomini di poca fede”. La paura blocca la fede, quella che nasce dall’esperienza di un Dio vicino, buono e amorevole, che sa le necessità dell’uomo prima ancora che queste vengano esplicitate (Mt 6,7-8: Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate). Ancora Lancini: “Se si vuole aiutare l’adolescente in crisi bisogna essere in grado di «raggiungere» il ragazzo o la ragazza là dove sono. La clinica dell’adolescente richiede di arrivare alla mente del paziente là dove è, là dove si trova adesso, con un profondo rispetto per come il soggetto prova a gestire l’insopportabile crisi evolutiva, il fatto di vivere in una quotidianità senza prospettive visibili dal suo punto di vista. Su queste basi è possibile costruire un’alleanza con l’adolescente che consenta a noi, e ai suoi adulti di riferimento, di avvicinargli le risorse utili alla ripresa evolutiva, alla scoperta del proprio vero Sé, del proprio talento, come unica possibilità per riorganizzare la speranza e investire in un futuro possibile”.
“Ho portato alcune foto della mia infanzia insieme alla mia famiglia. Ce ne sono molte con mio fratello: mi ha sempre accompagnato nei momenti della vita, e anche se a volte siamo come cane e gatto, devo ammettere che tutte le esperienze sono state condivise con lui. Anche quella con i miei è una relazione importante, mi hanno sempre sostenuta e mi sosterranno anche in futuro quando magari sarò lontana da loro per motivi di studio”. Questa è stata la gemma di E. (classe quarta). Buona parte di frasi e aforismi presenti in rete sull’infanzia risultano essere o nostalgici o paurosi, a seconda del vissuto degli autori. Ne ho però trovato uno di Alden Albert Nowlan proiettato sul futuro: “Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente; il giorno in cui li perdona, diventa un adulto; il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.”
“Faccio danza da 10 anni e ora posso dire che la contemporanea è quella che preferisco perché non ha le leggi rigide della classica e non è commerciale come l’hip hop. Per praticarla ci vogliono una buona base fisica con impegno, costanza e preparazione. La danza mi fa sentire meglio nelle giornate no. E’ importante anche il gruppo che diventa una piccola famiglia. E’ una disciplina che mi ha fatto crescere personalmente”. Il video del saggio del 2013 è stato la gemma di S. (classe terza). L’aula in cui S. ha mostrato il suo video era molto luminosa e le immagini mostrate dal proiettore non erano chiarissime. Un peccato perché non si è apprezzato pienamente quel che avveniva sul palcoscenico: “La danza non è spiegabile a parole e nulla di quanto se ne possa dire potrà sostituire ciò che alla fine si vedrà sul palcoscenico”. (George Balanchine)
“Ho portato il depliant dell’ultimo concerto della JuniOrchestra Santa Cecilia, di cui ho fatto parte fino a poco tempo fa; per me è stata come una famiglia composta da una novantina di persone. Sette anni fa ho fatto un’audizione quasi per scherzo, non mi aspettavo di essere presa; invece è iniziata quest’avventura dove ho incontrato le persone più importanti della mia vita. Ho vissuto anche esperienze negative ma mi hanno formata e resa quel che sono. Il direttore si comporta quasi come un padre. Siamo divisi per capacità ed età e c’è anche un sottogruppo di ensemble di arpe, un’altra mini-famiglia, ed è raro trovare persone amichevoli in un ambiente in cui vi può essere molta competizione. Questo è stato il mio ultimo concerto: ero un po’ triste anche se siamo sempre rimasti in contatto. Le vere amicizie rimangono nonostante la lontananza.” In questo modo B. (classe seconda) ha presentato la sua gemma. Una citazione di Pennac, a metà tra scuola e orchestra: “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini”.
Queste le parole con cui V. (classe quinta) si è espressa: “La mia gemma è una foto insieme a S.: ci conosciamo praticamente da 19 anni, ma a settembre lei andrà per un anno negli Stati Uniti. Sarà strano non averla qua tutti i giorni. La foto fa pensare a tempi felici e sicuri senza dubbi e incertezze; ora è un po’ diverso, ma questo vuole anche essere un augurio ad entrambe di restare quel che siamo”. E’ uno dei momenti che prediligo nel lavoro che faccio: vedere i ragazzi di quinta prendere il volo… “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.” (Lao Tse)