L’amore che si muove dal cuore

Se faccio un tuffo nel passato e ripenso a cosa aveva nella testa e nel cuore un Simone adolescente, occhialuto, spigoloso (nell’aspetto e nel carattere), lungagnone, trovo un’anima in cerca d’amore, in cerca di una presenza femminile che lo potesse completare e che lo sollevasse un po’ dal peso che sentiva dentro. Era un po’ come sentire la mancanza di qualcosa che comunque non sapevo cosa fosse. Un’immagine fissa avevo davanti agli occhi: io seduto davanti al mare e all’improvviso due braccia che mi cingevano le spalle da dietro. Nessun volto, nessuna voce, nessun profumo, nessun tratto distinto. Una prese0.jpgnza calda, premurosa, serena. Una presenza che mi innalzasse e mi facesse volare. Mi vengono allora alla mente oggi, in cui mi sento decisamente sollevato, le parole di Elisa: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare? cos’è l’amore? Stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore.”

E poi c’è una canzone di Lucio Dalla intitolata Henna. E’ del 1993. Parla del dolore che cambia le persone e parla soprattutto dell’amore che salva, tutti i tipi di amore. Stamattina in prima una ragazza per parlare dell’amore ha portato un suo disegno di mamma e papà, fatto quando era bambina: “penso che il modo in cui ama un bambino sia uno dei modi più belli, più completi e puri”. Grazie.

Adesso basta sangue ma non vedi,

non stiamo nemmeno più in piedi… un po’ di pietà

Invece tu invece fumi con grande tranquillità

Così sta a me, a me che debbo parlare fidarmi di te

Domani domani domani chi lo sa che domani sarà

Oh oh chi non lo so quale Dio ci sarà io parlo e parlo solo per me

Va bene io credo nell’amore, l’amore che si muove dal cuore

che ti esce dalle mani e che cammina sotto i tuoi piedi

L’amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli animali

delle piante che sembra che ti sorridono anche quando ti chini per portarle via

L’amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare

L’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare

Ok ok lo so che capisci ma sono io che non capisco cosa dici

Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle nei silenzi dell’immensità

Ma chissà se cambierà oh non so se in questo futuro nero buio

forse c’è qualcosa che ci cambierà

Io credo che il dolore è il dolore che ci cambierà

Oh ma oh il dolore che ci cambierà

E dopo chi lo sa se ancora ci vedremo e dentro quale città

Brutta fredda buia stretta o brutta come questa sotto un cielo senza pietà

Ma io ti cercherò anche da così lontano ti telefonerò

In una sera buia sporca fredda brutta come questa

Forse ti chiamerò perché vedi

Io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Vedi io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Senza scomodare gli angeli

Una settimana fa passavo in rassegna i libri non ancora letti per decidere quale iniziare ese_ti_abbraccio_non_aver_paura_di_fulvio_ervas.jpg la mia scelta è caduta su Se ti abbraccio non aver paura. Poi mia moglie mi ha detto che quel libro era un regalo per Marina, una nostra amica. Marina porterà pazienza, attenderà l’acquisto di una nuova copia 😉

Il libro racconta di un viaggio di un padre insieme al figlio autistico; non sapevo, quando l’ho scelto, che ci stavamo avvicinando alla giornata mondiale dell’autismo, il 2 aprile. La vicenda mi ha colpito molto, le pagine le ho divorate, e una delle cose che mi hanno colpito è stata il non voler indorare la pillola da parte del padre, il realismo con cui vive la sua esperienza. Riporto due pagine che rendono l’idea e che vanno di pari passo con l’intervista che ho ascoltato stasera su La7 a Gianluca Nicoletti. Mi ricordo che, anni fa, quando ero studente, ascoltavo il suo programma radiofonico “Golem”. Ultimamente ha pubblicato il libro Una notte ho sognato che parlavi, in cui anche lui racconta del rapporto col figlio autistico (sarà una prossima lettura).

“L’impiegata gentilissima che cura la pratica ha capito lo stato di Andrea e quando usciamo mi sussurra che è il mio angelo. Devo sentirmi fortunato ad avere un figlio così perché è un regalo del cielo.

Molti ci elogiano per il modo in cui affrontiamo le situazioni. Sono convinti che Andrea sia una persona felice, capace di vivere dentro due dimensioni, quella terrena e un’altra che non riesco ancora a comprendere del tutto.

Sì, forse sono fortunato. Ma su Andrea bisogna essere più prudenti. Io mi immergo nella sua vita ogni giorno, non i dieci minuti che intravedono gli altri. Credo che soffra, e sarei felice soltanto se riuscissi a liberarlo da questa prigione che lo circonda. Altro che scomodare gli angeli!”

… … …

“Sai Odisseu, con certe persone la vita si è confusa all’ultimo istante”.

“In che senso?”

“Ha sbagliato una virgola, ha messo il punto dove non doveva esserci. Ha dimenticato un occhio, un orecchio, un po’ di cervello, una mano. Si è confusa, si è fermata un millimetro prima. Mancanze lievi, rispetto a tutti gli impegni che ha la vita”.

“Già”.

“Sai cosa sogno?”

“No”.

“Una tassa. Tutta la squadra dell’umanità si tassa per far fronte alle confusioni della vita. Non è una faccenda di soldi ma di civiltà. Perché poteva toccare a chiunque, è una lotteria, solo che non dobbiamo condividere una vincita ma una perdita. La vincita chi l’ha avuta se la gode, è giusto, mentre la perdita dobbiamo portarla sulle spalle un po’ tutti”.

Il peso della nostra materialità

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“Non siamo così lontani, noi, dalla visione della croce che ebbe Dalì negli anni in cui, tormentato dalla scissione dell’atomo che aveva provocato la bomba atomica, dipinse il Corpus Hypercubus. Nell’opera domina il quattro, numero della violenza dell’uomo: quattro come squartare, come fare in quattro, come dirne quattro; quattro come le latitudini che segnano l’orientamento umano: nord sud est ovest. La croce, su cui Cristo sta, è infatti costituita da otto cubi: il quadrato elevato a potenza. Il Cristo di Dalì si staglia dunque, immacolato e perfetto, contro un cielo scuro e un’improbabile croce cubiforme. Quel corpo perfetto e senza tracce di sangue colpisce e affascina, tanto da non poter distogliere da esso lo sguardo. Da ciò che del volto di Cristo s’intravede si nota chiaramente anche l’assenza della barba. Quello di Dalì è un Cristo imberbe, bellissimo e glorioso, eppure sacrificato come testimonia – senza equivoci – lo spasmo delle mani e la posizione del capo. Cristo è l’ultimo Adamo e ci riporta in quel giardino in cui si giocò la prima partita con la morte. Un appuntamento che ancora ci offre la storia.

Siamo anche noi tutti in quel giardino, con le nostre domande sull’origine e la fine dell’uomo, sul cosiddetto orientamento sessuale. Siamo lì come la donna vestita di seta di Dalì. Cristo è, dunque su una croce cubiforme: immagine che inquieta perché esaspera la sospensione del corpo di Cristo tra cielo e terra. Su quella Croce, Gesù non ha requie, non può neppure riposare nel sonno della morte: egli è vivo e agonizzante. Come non rammentare qui la famosa espressione di Pascal: Cristo è in agonia fino alla fine del mondo! La Croce dipinta da Dalì racchiude la somma del dolore del mondo, la somma della malvagità umana, il peso della materia che si ribella alla volontà del suo Creatore… E noi siamo lì, sotto, vestiti a festa davanti a un irreale pavimento a scacchi che indica il perpetuarsi appunto, nei secoli, l’ombra di quel dolore. La scena è drammaticamente vuota e la donna appare ancora più elegante contro la nudità del Crocifisso. I colori degli abiti della donna richiamano i colori della scena: l’ocra della croce, l’argento della pavimentazione a scacchi, il blu del mare. La veste più nascosta, quindi più vicina alla sua carne è il blu – che richiamando il mare simbolo del male – rimanda alla fragilità umana, al peccato. Il drappo ocra dice l’identificazione della donna con il Crocifisso che contempla. Il manto argenteo, che più delle altre vesti riflette la luce, dice la divinità…”

(Maria Gloria Riva, su Avvenire)

Quel tocco ai piedi

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Oggi, per i cattolici, è il giorno dell’ultima cena, nel corso della quale Gesù fa uno di quei gesti che sbaragliano le carte sul tavolo. Mi piace chiamarlo il gesto del tocco: è il chinarsi a lavare i piedi degli apostoli, a prendere in mano le propaggini del corpo umano, quelle che stanno a contatto con la terra, quelle più lontane dal cielo. E allora suggerisco la riflessione di Francesca Lozito, una giornalista che sto cominciando a conoscere su fb e che ha scritto queste parole molto significative su Vinonuovo:

“Ci vedete da lì. Non potete toccarci, perché siamo separati da uno schermo. Ma a chilometri di distanza ci vedete da lì.

Siamo lo scarto, siamo quelli venuti male. I disgraziati della terra. Quelli che magari ci staranno meno di voi. Sulla terra.

Siamo disabili per i politicaly correct. Storpi, ciechi, malati di cancro. Distrofici, senza gambe o senza braccia.

Ci vedete da lì, e sarebbe un vedere e basta. Un dolore esibito dice qualcuno, per non toccarlo con mano.

Invece quest’uomo vestito di bianco ci tocca.

Non ci benedice in modo freddo e formale. No. Sentiamo la sua carezza tenera, da papà.

A volte ci sembra quasi che sia lui ad avere bisogno di noi.

E non è un bisogno di comodo, no. Non ci usa, non ci cerca per far vedere quanto e bravo. Non ne ha bisogno.

Il tocco dell’uomo vestito di bianco è una storia lontana.

È l’amore che sta lì, proprio dove tutto ti farebbe dire il contrario. L’amore che vince dove sei autorizzato a dire «perché a me, perché io».

È Giobbe.

È noi.

Ci portano in questa piazza da ogni parte del mondo. E «quella bianca tenerezza» non ci farà guarire nel corpo, ma renderà più lieve il nostro passaggio sulla terra degli uomini. E meno pesante il giogo dei nostri cari.

Ma nelle vostre vite non possiamo rimanere solo un passaggio sullo schermo.

L’uomo vestito di bianco, voi non lo capite ancora, ma vi sta facendo un invito. Vi sta dando una opportunità. Sta a voi coglierla.

Aprite il vostro cuore, allargate le porte di ingresso delle vostre parrocchie. Smettetela di perdere tempo in vuoti formalismi, in una fredda cultura del fare. Cambiate il linguaggio. Abbandonatevi a gesti di tenerezza.

Lasciate entrare anche noi. Toccateci. Senza timore.

Perché non vi spaventi il pianto che sgorga dai vostri occhi tutte le volte che vedete quest’uomo farci una carezza: è solo l’umano bisogno, che per troppo tempo avete nascosto anche a voi stessi, di abbandonare le tante parole, troppo spesso inutili, che abbiamo detto sul dolore. È il bisogno di sentire prima di dire.

Il bisogno di vivere.”

Vi collego una vecchissima canzone, con la speranza che nessuno debba sentire la voglia di andare via di là per non aver trovato la carezza e la presenza di cui aveva bisogno:

“Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì

mi nascondevo nell’ombra del grande giardino e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui

Poi mi mettevano a letto finita la cena lei mi spegneva la luce ed andava via

io rimanevo da solo ed avevo paura ma non chiedevo a nessuno: rimani un po’.

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera

o quella voglia di avventura voglia di andare via di là

Quelle giornate d’autunno sembravano eterne quando chiedevo a mia madre dov’eri tu

io non capivo cos’era quell’ombra negli occhi e cominciavo a pensare: mi manchi tu

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera”

o quella voglia di avventura voglia di andare via”

(Quella carezza della sera, New Trolls)

C’è ancora una luce

1969. 31 gennaio, come oggi. Agli Apple Studios i Beatles registrano la versione definitiva di una delle loro canzoni più famose: Let it be. E’ un testo semplice, che invita alla speranza nei momenti bui e oscuri. Molti hanno vista nella Mother Mary dell’inizio un riferimento alla madre di Gesù; Paul McCartney afferma che è una lettura che non gli dispiace, ma in realtà si tratta della madre scomparsa nel 1956, apparsagli in sogno durante un periodo di difficoltà del gruppo.

Quando mi trovo in momenti difficili madre Maria viene da me

con parole di saggezza, Lascia che sia

E nella mia ora di oscurità lei sta proprio davanti a me

con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la gente con il cuore spezzato che vive nel mondo andrà d’accordo

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Perché anche se sono divise vedranno che c’è ancora una possibilità

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la notte è piena di nuvole c’è ancora una luce che splende su di me

splendi fino a domani, Lascia che sia

Mi sveglio al suono della musica madre Maria viene da me

Con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, …

Una voglia di esitere

Una breve canzone di Paola Turci: I colori cambiano. In una giornata grigia come questa e come quelle che ci attendono, ci vuole un po’ di colore. E’ una canzone sulla speranza, quella di cui si ha bisogno quando le cose non girano e si vede tutto nero e buio. Paola Turci canta di una voglia di esistere che cresce dentro ogni croce, dentro ogni dolore, dentro ogni cosa che ci fa star male: anche lì ci sono segni di vita e, magari nascosta, volontà di andare avanti. Ogni possibilità che ci viene data può essere colta: l’incontro con persone, animali, esperienze, ci dà qualcosa (anche dolore, perché no?) e ha bisogno di essere percorso, capito, meditato, sedimentato, ricordato (anche per poi cercare di dimenticarselo…)… perché la vita ci propone sempre qualcosa di nuovo… i colori cambiano continuamente… Quanta resurrezione c’è in questa canzone…

In ogni angolo di mondo, in ogni sud, anche quello più lontano

dentro ogni croce nasce e cresce una voglia di esistere.

Ogni incontro ha bisogno di ascolto di cammino e di memoria.

Qualcuno dice che il tempo non aiuta io dico invece che il tempo fa sperare.

I colori cambiano continuamente… I colori cambiano continuamente…

Calma

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“Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.” (Emil Cioran, Confessioni e anatemi)

Orfano dell’illusione della sua disillusione

Niccolò Fabi, dolore

Ricordo ancora il giorno, due anni fa, in cui ho saputo tramite fb della morte della bimba di Niccolò Fabi. Da quel giorno ho ascoltato con più attenzione il lavoro di questo artista che apprezzavo già prima, ma a cui non avevo dedicato molto tempo. La prossima settimana esce il nuovo cd e oggi ho trovato questo articolo su Avvenire.

“Non crede più ai grandi sogni, ma alle piccole cose utili e realizzabili il Niccolò Fabi di Ecco, settimo capitolo di una carriera iniziata cantando dei propri capelli e poi trasformata dall’esperienza nel seme da cui far germogliare la pianta della condivisione e della solidarietà. Uno strumento d’indagine interiore affinato canzone dopo canzone, album dopo album, viaggio dopo viaggio in Africa, alla ricerca di valori e cose vere su cui poggiare l’esistenza senza farsi condizionare più di tanto da un progresso spesso rivolto più a «consumare cose che non ci servono e nemmeno ci piacciono» che a costruire speranze. Per lui, oggi, scrivere canzoni significa innanzitutto «partire da un pezzo di me per arrivare a qualcosa che in un modo o nell’altro possa assomigliare ad un brandello di pensiero collettivo». E in questo viaggio verso gli altri il cantautore romano, 44 anni, preferisce farsi accompagnare dalla famiglia e dalle buone letture come Le cose che non ti ho detto di Azar Nafisi o quel Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer che nel suo sorprendente finale riavvolge la pellicola del salto nel vuoto di una vittima dell’attacco alle Torri Gemelle riportandola in ufficio e poi a casa tra i tepori delle mura domestiche. Un “rewind” che lui applica alla freccia nel suo viaggio a ritroso dal ramo dell’albero all’arco impugnato sulla foto di copertina, ma in cuor suo pure alla sventura di Olivia, la figlia persa due anni fa per una malattia fulminante (cui ha dedicato la Fondazione Parole di Lulù Onlus che aiuta l’infanzia), e ai vagiti del piccolo Kim che il mese scorso è tornato a riconciliarlo in qualche modo con la vita. «Faccio un lavoro che aiuta a metabolizzare il dolore trasformandolo in qualcos’altro» spiega lui, intenzionato a presentare Ecco (sul mercato da martedì prossimo) con un giro di concerti nelle Fnac assieme a Pier Cortese e Roberto Angelini nell’attesa di varare a gennaio un nuovo tour teatrale. «Gli artisti, infatti, si cibano di gioie e dolori e non scorderò mai che la mia prima canzone l’ho scritta sulla scia di una delusione sentimentale». Verosimile è un dito puntato contro la tv del dolore, Indipendente è contro l’effimero “bisogno” di libertà che pervade la vita d’oggi. «Tutti vogliono sentirsi indipendenti, dai genitori, dalla famiglia, dal capoufficio… ma io mi domando se davvero si può essere indipendenti da tutti e da tutto se essere dipendenti da qualcuno non vuol dire amarlo ed essere amati». Tutto con sensibilità musicali che spaziano da Bon Iver a Beirut o Mogwai, le sue frequentazioni più assidue del momento. Una buona idea è un affondo sulle «ideologie perdute, le religioni evaporate, le nostre vite senza direzione e senza meta» in cui Fabi si dichiara «orfano dell’illusione della sua disillusione / di uno slancio che ci porti verso l’alto / di una cometa da seguire / di un maestro da ascoltare». Di una vita in cui è sempre più faticoso riconoscersi se non hai valori che ti possano venire in soccorso perché «quando abbracci un albero di duecento anni, le tue problematiche si ridimensionano».”