Gemme n° 28

FranciaLa gemma che ha portato questa mattina A. (classe terza) è una mail, “una cosa a cui tengo molto, la risposta di accettazione della mia richiesta di soggiorno-studio all’estero, in Francia: il prossimo anno, infatti, andrò là 3 mesi a studiare. Non è tantissimo ma è importante e ci saranno senz’altro delle difficoltà. Non dico di aver paura di essere dimenticata dagli amici, ma un po’ di essere sostituita (la mia migliore amica troverà un’altra spalla? Il mio moroso, sempre se ce l’avrò, mi aspetterà? La mia compagna di banco riempirà quel vuoto?). Penso sia vera la frase che dici che si piange quando si va e si piange quando si torna; i miei genitori mi hanno detto che basta che non pianga quando sono là. Poi ho scritto una cosa sulle scelte: siamo continuamente costretti a scegliere tra più alternative, tra bene e male, e chiedo al prof di leggerla per me sulle note di “Hall of fame”…

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora ci troviamo davanti a decisioni da prendere, e ogni volta non sappiamo da che parte incominciare: ci domandiamo se agire d’ istinto, o ragionarci su; se sia meglio pensare di testa nostra o chiedere un consiglio; e se sia più opportuno riferirsi ai genitori che ci conoscono dal nostro primo istante di vita, ai nonni che sono “vecchi e saggi”, o agli amici che condividono i nostri interessi. Così finiamo spesso per lanciare una moneta, se non altro, per poter dare la colpa alla sorte e non a noi stessi in caso di insoddisfazione.
La nostra intera esistenza è continuamente condizionata da scelte.
A partire da quelle giornaliere “ Come mi vesto oggi?”, “Cosa mangio a colazione?”, “Vicino a chi mi siedo in autobus?”, “Mi offro in matematica?”, “Torno subito a casa o mi fermo in centro con gli amici?”, “In TV guardo Dottor House o Gossip Girl?”. E poi ci sono quelle scelte “grandi”, che ti condizionano la vita, come la scelta della scuola superiore, dell’ università, di un lavoro, di un marito, di una famiglia, di una casa.
Una volta ho letto che “ Avere la possibilità di scelta ci rende infelici e insoddisfatti: quando scegliamo una cosa ci sentiamo tristi perché pensiamo che stiamo rinunciando ad un’altra opportunità, e ciò ci rende insoddisfatti di quello che abbiamo scelto”, ed è vero, perché ottenere qualcosa per perderne un’ altra non potrà mai essere piacevole. Il segreto quindi rimane solo quello di capire cosa non si è disposti a perdere.
Prendere una decisione è sempre molto difficile, soprattutto per quanto riguarda le relazioni! Pensa, anche se può essere un esempio un po’ stupido, a quando la tua migliore amica non va d’ accordo con il tuo ragazzo: sei costretto a schierarti, per forza. Ed è orribile, soprattutto perché in ogni caso farai soffrire qualcuno, ma prima di tutti a soffrire sarai tu.
La maggiore difficoltà quando si tratta di una scelta, è data dal fatto che non sempre Amore e Ragione la pensano allo stesso modo; anzi: quasi mai. Provare a farli conciliare è come pretendere che un ghiacciolo non si sciolga nel deserto. Inoltre, le scelte più facili sono raramente quelle più giuste: sta a noi assumerci la responsabilità delle nostre decisioni.”

Riporto una frase di Bob Marley e la scena finale de “La leggenda del pianista sull’oceano” con lo splendido monologo finale di Novecento (dal libro “Novecento” di Alessandro Baricco): “Quando sei davanti a due decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui essa è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più.” (Bob Marley)

Gemme n° 8

La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.

Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:

Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate.
Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!”

Gemme n° 2

La gemma di oggi l’ha regalata B. (classe quarta). Per la verità ne ha regalate due, entrambe facenti riferimento a vecchi film. La prima, tuttavia, ha come punto di interesse una canzone: siamo nel film “Colazione da Tiffany” e Audrey Hepburn canta con in braccio la chitarra “Moon River”. “E’ una canzone che riesce a mettermi calma e serenità ogni volta che la ascolto”.

La seconda gemma è un’istantanea: le parole conclusive di Rossella O’Hara in “Via col vento”, il film preferito di B. La motivazione della scelta? “Ammiro la forza di questa donna, disposta a fare mille sacrifici, e che non perde mai la speranza come confermano le sue parole finali «Dopotutto, domani è un altro giorno»”.

Accompagno questa gemma con una canzone di Roberto Vecchioni, un suo inno alle donne: “Le mie donne”. Fa parte dell’album “Io non appartengo più”, uscito un anno fa e ha delle cadenze folk irlandesi. Consiglio di ascoltare bene tutto il testo, ma segnalo alcune delle parole che più mi piacciono: “La mia donna ha combattuto con le nuvole dietro l’orizzonte della verità, senza un tonfo di speranza e con i brividi di portare in seno quello che sarà; dalle donne stanche di arare in una terra fradicia di sole, dalle donne in un ospedale con le mani piene di dolore, dalle ragazze dentro un urlo lungo le strade a pugni chiusi, da una storia senza fine da un universo di soprusi. Dove lanciano aquiloni dietro i fulmini, per vedere quanti sogni vengon giù, e ci insegnano il mestiere d’esser uomini, cosa che non ricordiamo quasi più”.

Ciò a cui tendiamo

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Si chiama amore ogni superiorità, ogni capacità di comprensione, ogni capacità di sorridere nel dolore. Amore per noi stessi e per il nostro destino, affettuosa adesione a ciò che l’Imperscrutabile vuole fare di noi anche quando non siamo ancora in grado di vederlo e di comprenderlo – questo è ciò a cui tendiamo.” (Hermann Hesse, Sull’amore)

 

 

Sussurri di paura

Ieri mattina ho presentato, al Cervignano Film Festival, il film “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, opera del 1957. Il film è ricchissimo e vi sono mille ottimi motivi per vederlo. Uno dei dialoghi più interessanti (e sottovalutati) dura pochissimo: poco più di un minuto di sussurri e bisbigli tra due soldati nella notte che precede un importante attacco. Afferma uno dei due in apertura: “Io non ho paura di morire domani, ho paura che mi uccidano”. Discutono su come sia preferibile morire, se colpiti da una mitragliatrice o da una baionetta, con la conclusione che la maggior parte degli uomini ha più paura del dolore che di morire. “Se è la morte che veramente ti spaventa, perché ti preoccupi di che cosa ti uccide?”. “Sei troppo profondo per me, professore. So solo che nessuno vuole morire”.
Ne potremmo parlare per una lezione intera.

Noi a restare

Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi.
Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine.
Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione.
Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto.
Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.

Fuori

La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88).
Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.

Consolazione

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Ben ritrovati! Riprendo l’aggiornamento del blog dopo un periodo di pausa, tranquillità e pace coincidente con le ferie di mia moglie. Il primo post lo dedico a una foto che ho scattato domenica. Michele, il figlio di una coppia di cari amici, è appena scivolato e sta piangendo per lo spavento. Piano piano si avvicina Mou che inizia a leccargli dolcemente le manine. Quando un bimbo piange non per puro capriccio, fa un singhiozzo molto lungo e finisce in una specie di apnea e sembra non respirare, prima di immettere nei propri polmoni una grande boccata di aria e lanciarsi in un grido di disperazione. In ebraico i termini consolare-consolazione giungono dalla radice nhm, respirare profondamente, gemere, “far respirare”, far tirare il fiato. La vicinanza, la condivisione, anche muta, ma presente, l’essere accanto, il prendersi cura, il dire “sono qui”. Ne abbiamo bisogno tutti. E conoscendone il bisogno, sono chiamato a farlo per l’altro.

Valorizzare le crepe

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Un’amica ha condiviso su fb questo post che riporto quasi per intero. La fonte è “Organic farm”. Grazie Rita.
“Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi”.
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
[…] La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro.
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.”

A testa in giù

KayakDomenica pomeriggio ho fatto una piacevole chiacchierata con Carlo. Mi ha raccontato di una sua grande passione, il mare, e del suo andare sull’acqua con il kayak. Mi ha detto dell’importanza di quando assecondare il vento e di quando compensarlo, di quando devi lasciare andare il kayak e di quando devi metterci forza, tutta quella che hai. Gli ho chiesto cosa devi fare quando ti ribalti, mi ha spiegato l’importanza della pagaia e della forza delle gambe che si devono ancorare, oppure che si devono stringere se vuoi sfilarti e uscire dal kayak. Mi ha raccontato che l’imbarcazione è stabile proprio perché è stretta e riacquista presto l’equilibrio.

E adesso prendo queste parole di Carlo e le porto nella mia vita di questo momento. Mi vedo su quel kayak, a compensare con la mente la forza del vento che vorrebbe spazzare la superficie, ad assecondare a volte quell’aria quando sento che è buona. Mi sono appena capottato e sto cercando di appoggiare la pagaia sul pelo dell’acqua per tornare in superficie. Mi ha detto Carlo che per imparare bene a tornare dritto è necessario capovolgersi più volte: nei prossimi mesi mi capiterà di nuovo e allora ho voglia di allenarmi. Grazie Carlo, mi hai parlato del mare, ho ascoltato vita.

Questa mattina ho saputo anche di un’altra persona che si trova a testa in giù su quel Kayak: forza Ale, guarda al pelo dell’acqua, punta alla luce, spingi la pagaia verso la superficie e fai forza. Non sei solo, tu sai come si fa.

Travolto da Leonard

Prenditi 8 minuti scarsi di tempo, un paio di cuffie e poi scegli un posto in cui poterti abbandonare alle emozioni: una vecchia poltrona, il letto, una panchina, un prato verde, uno scoglio. Poi clicca play su questa col volume al massimo. Inizia piano, in maniera quasi superficiale, poi comincia a lavorare a fondo e si insinua con una tromba e gli archi nelle vene e si fa tutt’uno col sangue; un po’ come fa il dolore di cui parla che può essere salvato solo dall’amore. Il testo è complesso e come quasi tutte le canzoni di Leonard Cohen si presta a più piani di lettura. Ma qui resto sull’emozione e sullo struggimento che questa canzone mi dà.

Dimmi ancora di quando siamo stati al fiume
e sulla riva mi sono tolto la sete
dimmelo ancora
qui siamo soli e ti ascolto così forte da star male
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
di quando ho attraversato l’orrore
dimmelo mille volte ancora dimmi che mi vuoi allora amen…
Dimmi ancora di quando le vittime cantano
e tornano in auge le Leggi del Rimorso
dimmi ancora
che sai cosa penso ma la vendetta spetta a Dio
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
dimmi ancora di quando ho attraversato l’orrore
dimmi ancora dimmelo mille volte ancora
dimmi che mi ami allora amen…
Dimmi ancora di quando il giorno è stato preso in ostaggio
e la notte non ha il diritto di iniziare
mettimi ancora alla prova mentre gli angeli ansimano
e grattano alla porta per entrare
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
dimmi ancora dimmelo mille volte ancora
che hai bisogno di me allora amen…
Dimmi ancora di quando la sporcizia del macellaio
viene lavata nel sangue dell’agnello
dimmi ancora di quando tutta l’altra cultura è passata
attraverso la Torre di Controllo del Campo
dimmi ancora di quando ho attraversato l’orrore
dimmi ancora dimmelo mille volte dimmi che mi ami allora
amen…
(la traduzione l’ho presa qui)

Voglio essere corsara

Una canzone di qualche anno fa, ma che si è diffusa in Italia su canali radio e tv solo recentemente, è “1977” di Anita Tijoux.

Ho cercato in rete una traduzione “seria”, nel senso di qualcosa migliore di un traduttore automatico e mi sono imbattuto in una traduzione letteraria che mi è molto piaciuta ed è tratta da Radio Deejay da Asganaway. Emerge la storia di una ragazza che, in mezzo a tante difficoltà, può dire di avercela fatta o, quantomeno di “starcela facendo”, dopo ferite che bruciano ma che spingono ad andare avanti. Il male, il dolore ci sono, è inevitabile, ma bisogna cercare di lasciarseli alle spalle, compresa una delle sensazioni più brutte che si possano provare: sentire di non essere voluti. Si palesa una vita monotona e incolore, contornata da gente immobile. Si arriva però a un punto di rottura e comincia ad uscire un fiume di parole in rima e in musica, una necessità prima di tutto personale per non essere spettatrice del mondo ma corsara.

Kurt, Marilyn, Lenny, Giona

Per me uno dei vantaggi più grandi della rete è la possibilità di ascoltare tutta la musica che voglio. Quando avevo 15 anni non era facile sperimentare nuovi ascolti: potevo solo contare sul giro di amici o piazzarmi con la radio o mtv accese e sperare che passasse qualcosa di interessante. Di certo non potevo permettermi di comprare un vinile o un cd per il gusto di provare: andavo sul sicuro, sulla musica preferita. Oggi sicuramente manca un po’ di affezione agli ascolti, sicuramente si ascolta un disco meno volte, ma si può facilmente sperimentare ed è una delle cose che preferisco fare mentre lavoro a casa. In questi giorni sto ascoltando Brunori Sas con il suo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi. Questa sera ho ascoltato più volte il brano “Kurt Cobain”: con un titolo del genere non poteva non attirarmi… (tra l’altro quest’anno sono 20 anni che il cantante dei Nirvana non c’è più). Nel ritornello vengono citati Kurt Cobain e Marilyn Monroe, due persone la cui morte è avvolta nel mistero (più o meno montato) e su cui vi è l’ombra del suicidio. Il tema centrale qui è l’insensatezza del successo, la fatica dell’essere sotto i riflettori e di non poter mai spegnerli o abbassarne l’intensità, la falsa sensazione di essere amati da tutti mentre in realtà si è soli: “Ma chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, chiedilo a Marilyn quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente e non avere più niente da dire”. Parole dure che mi portano alla mente “Circus” di Lenny Kravitz, in cui lui si ribella al circo mediatico e al turbine del successo: “che tipo di circo è questo? ma che genere di clown siamo? quando c’è l’ultimo spettacolo? cosa posso fare per liberarmi?”.
Nelle strofe di Brunori ci sono le similitudini: vivere è come volare, come nuotare, come sognare. Ma il senso della canzone non è così semplice e immediato, almeno per me. Nella prima strofa c’è qualcuno che è in difficoltà, che si sente un recipiente senza contenuto, che non si sente protagonista della propria vita, che si sente proprio in fondo alla “classifica” umana; un giorno può succedere che desideri capire se questo sia vero oppure no (“un giorno qualunque ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”). La terribile possibilità del togliersi la vita si legge sia nei riferimenti del ritornello, sia nelle parole “non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore” o “d’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore”. Ma è proprio in fondo alla seconda strofa che si può trovare altro, quello che voglio leggere come un’alternativa: “proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo”. Conoscersi, sapersi leggere, dare voce alle proprie emozioni, ascoltare i propri pensieri, con sincerità e schiettezza, con serietà e benevolenza, andando dai voli più alti alle profondità più oscure. Lo stesso Brunori afferma: “Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?”.
In sottofondo riecheggiano le parole di Marilyn Monroe: “Una volta celebri, sapete, potete leggere cose sul vostro conto, le idee di qualcun altro su di voi; ma ciò che conta — per sopravvivere, per affrontare giorno per giorno ciò che vi capita — è quel che pensate di voi stessi.”
Infine mi stacco dalla canzone con un personaggio biblico che mi è venuto in mente durante l’ascolto: Giona (di nuovo! Ne avevo scritto poco tempo fa qui). Dal ventre del pesce che l’ha inghiottito si rivolge a Dio e prega così: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.” (2, 6-9).

Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.

Il calore del porcospino

riccio1L’altroieri era il compleanno di Schopenhauer, nato a Danzica il 22 febbraio 1788. Ma era anche il compleanno di Chicco, il più caro amico dei tempi del liceo, un’amicizia fatta di vicinanze e distanze fisiche, uno di quei rapporti dove basta un attimo per ritrovare la sintonia e il ritmo comuni.
Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”
(Arthur Schopenhauer, Il dilemma dei porcospini in Parerga e Paralipomena, 1851)
Penso che l’amicizia vada oltre il solo “bisogno di società” e che accetti il rischio e la possibilità della ferita dell’eccessiva vicinanza, l’unica in grado di portare quel calore a cui non so rinunciare. Auguri Arthur, buon compleanno Chicco.

Sentii un urlo attraversare la natura

urlo-munchSentivo la necessità di completare il trittico artistico di oggi…

“Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.” (Edvard Munch)

Ti auguro un incontro

aphrodite-1Prima la quattordicenne che si è suicidata a Cittadella, poi il ragazzino di terza media che ha tentato di farlo a Trieste, e infine quelli di cui non si sa. Oggi ho letto questo breve articolo di Cristina Carpinelli su uno dei blog legati a Radio24. Non c’entra nulla con le parole appena scritte, almeno apparentemente:
“Rodrigo ha 40 anni, dice di essere uno con la ‘Capa pazza’, ma se passi mezz’ora con lui pensi a un saggio travestito da clown. Rodrigo è un medico clown, un signore che entra nel reparto di oncologia pediatrica e va a stanare il dolore. I bambini lo aspettano: “arriva il dottor Strettoscopio” urlano. Rodrigo Morganti ha iniziato a fare questo lavoro quando aveva 20 anni. E’ stato uno dei primi. “La prima volta che sono entrato da solo in una stanza ero pronto. Avevo visto in faccia la dolcezza che un medico clown aveva portato a un bimbo malato terminale. Quella dolcezza era come quando assaggi per la prima volta il cioccolato. Io volevo fare quel lavoro, l’ho capito in quel momento. Fino a poco prima ero pronto a fuggire, a me gli ospedali facevano paura”. E ora, gli chiedo, non hai più paura? “Ho imparato a guardarla in faccia” mi risponde. Questa è la storia di un uomo che ha incontrato il dolore, la morte, il pianto, la disperazione li ha presi in braccio e li ha trasformati in un sorriso forte come una ventata d’aria fresca. Quella di Rodrigo è la storia di un ragazzo generoso, oggi uomo, che da questo lavoro dice: “Sono più le cose che ricevo che quelle che do”. Mi racconta di un episodio avvenuto qualche giorno. Era sull’ascensore dell’istituto dei tumori di Milano, un ragazzo sui venti anni sale all’ultimo, inizia a fissare Rodrigo e poi: “Ma lei è il dottor Strettoscopio?” e lui sorridendo: “Si, sono io.” “Io sono uno dei suoi bambini, 15 anni fa ero in oncologia. Ora mi sto laureando in medicina”. L’ascensore si apre l’ex bambino scende.
La vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista.”

Ecco, la sola cosa che mi viene da pensare col cuore in mano è che mi piacerebbe che i ragazzi che sentono di non trovare ragioni o forze per andare avanti e pensano di togliersi la vita possano fare un incontro con qualcuno in grado di far loro percepire e vivere “la vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista”. E che magari quel qualcuno possa essere ciascuno di noi.

Nuovi ancoraggi

nebbiaE’ da un po’ che non aggiorno il blog. Desideravo sì prendermi un po’ di tempo tutto per me, ma sono stato sopraffatto dagli eventi. Non è stato un buon Natale per me e per la mia famiglia. Un lutto ci ha colpiti proprio mentre ci apprestavamo a passare tutti insieme il 25 dicembre. Sono seguiti giorni non facili in cui interrogativi, dubbi, pensieri hanno avuto lo spazio di cui avevano bisogno. Quando mi trovo in queste situazioni so che posso solo vivermele e assecondare gli stati d’animo del momento, un po’ come essere in preda a un vento fortissimo che ti ha ormai sollevato da terra e ti ha fatto perdere ogni ancoraggio, ogni punto saldo. Dopo qualche tempo quel vento ti riposerà a terra, ma sarà un terreno diverso dove dovrai creare dei nuovi punti di riferimento. Al turbamento normale di un lutto si è aggiunto lo stacco del momento: il giorno della festa della speranza (la nascita di Gesù per il credente cristiano, la festa del ritorno della luce per le origini pagane del solstizio d’inverno) che si trasforma in uno dei giorni più bui in cui forti si fanno le parole di Sant’Agostino: «La tristezza calò buia sul cuore, e dovunque guardavo era la morte. E il mio paese divenne un patibolo, e la casa paterna m’era penosa e strana, e tutto quello che avevo condiviso con lui, senza di lui si convertiva in uno strazio enorme. I miei occhi lo cercavano invano dappertutto, e odiavo tutte le cose perché non lo tenevano fra loro e non potevano più dirmi “eccolo, viene”, come quando era in vita e mi mancava. Ero divenuto un enigma angoscioso a me stesso e chiedevo a quest’anima perché fosse triste e mi opprimesse tanto e lei non sapeva rispondermi. E se dicevo: “Spera in Dio” lei non ubbidiva, giustamente, perché quella persona concreta che le era tanto cara e che aveva perduta era migliore e più vera del fantasma in cui le si ordinava di sperare. Solo il pianto mi era gradito e aveva preso il posto del mio amico fra i piaceri dell’anima.»

Tra bicchiere e mare

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Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito. “Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”. Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: “Queste sono le tue sofferenze”. Tutta l’acqua del bicchiere s’intorbidì e s’insudiciò. Il maestro la buttò via. Il maestro prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com’era prima. “Vedi?” spiegò il maestro. “Ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare”. (Bruno Ferrero)

Ci sono volte in cui ho saputo essere mare, altre in cui non sono riuscito ad essere altro che bicchiere. Ammetto anche che la quantità di cenere non è indifferente e che ci possono essere bicchieri grandi e profondi e mari piccoli con l’acqua bassa… Ma esserne consapevoli mi pare già un bel passo.

L’ultimo brindisi

Ed ecco qui, ancora una volta, uno di quegli incroci misteriosi che capita di attraversare. Ieri sfogliavo il libricino che sto scrivendo con le citazioni dei libri letti negli ultimi anni. Mi sono imbattuto in alcune parole del cardinal Martini citate nel libro “Storia di un uomo” di Aldo Maria Valli:

“Vi sono anche fasi della mia vita in cui non ho sentito di essere redento” (pag. 27)

“Le mie difficoltà non hanno riguardato la sfera del quotidiano, quanto piuttosto un grande interrogativo: non riuscivo a capire perché Dio lascia soffrire suo figlio sulla croce. Perfino da vescovo, a volte, non riuscivo ad alzare lo sguardo verso il crocifisso perché questa domanda mi tormentava. Me la prendevo con Dio” (pag. 163)altman1.JPG

Ed ecco che oggi, navigando in rete, incontro la poesia “Ultimo brindisi” di Anna Achmatova, tratta da Il giunco (1934)

Bevo a una casa distrutta,

alla mia vita sciagurata,

a solitudini vissute in due

e bevo anche a te:

all’inganno di labbra che tradirono,

al morto gelo dei tuoi occhi,

ad un mondo crudele e rozzo,

ad un Dio che non ci ha salvato.

Un viso inenarrabile dal sole

I momenti in cui si affrontano le ore buie e cupe del dolore; i momenti in cui si vive l’abbandono; i momenti in cui non si riesce a vedere un domani; i momenti in cui si cerca ovunque speranza. Le parole degli amici sembrano non dare sollievo, non bastare. Pare che l’uomo non sia fatto per sopportare questo ingombro nel cuore, per vivere questo stato. Eppure, scrive Luzi, si ritrovano le proprie orme, i propri riferimenti consueti, anche dietro le curve improvvise e impreviste. E lì riprende la speranza e l’attesa di uno spiraglio di luce. E che ognuno lo legga come crede: riferimento all’infinito se penso al sole, riferimento all’umano se penso al viso. In ogni caso incontro che porta all’inenarrabile.

Dove l’ombra procede e le strade ristanno

tra i fiori, ricordarmi le parole

e le grida dell’uomo è forse un inganno.sole.jpg

Ma sempre sotto il cielo consueto

ritrovo le mie tracce, il mio sole

e gli alberi remoti del tempo

fissi dietro le svolte. E sempre,

ancor che mi sia noto il dolce segreto,

sulla polvere quieta, tra le aiuole,

m’indugio ad aspettare che sporga

un viso inenarrabile dal sole.

(Dove l’ombra, Mario Luzi)