Egitto monolatrico

Continuo il viaggio nelle religioni del passato, spostandomi in Egitto grazie a questo articolo di Florence Quentin (da Le monde des religions, mars-avril 2008, n. 28, pp. 30-33). E’ impressionante vedere quante cosmogonie possano nascere all’interno della stessa culla. La fonte è Dimensione Speranza con Fausto Ferrari.
nun_ogdoadLe tenebre avvolgono il Nun, l’Oceano primordiale. Solo e inerte, il demiurgo solare Atum-Khapri fluttua fra le due acque, “senza trovare un luogo dove stare”. Ma ecco che all’alba de “la prima volta”, animato da un soffio di vita che “risveglia il suo spirito” e “fa vivere il suo cuore”, il Creatore “viene da sé all’esistenza” e si posa sulla Collina primordiale, a forma di piramide, emersa dalle profondità del Nun. La prima generazione di dei non è ancora nata, ma vive in seno a Atum-Khapri.
Masturbandosi, il demiurgo androgino fa nascere dalla propria sostanza la prima coppia di dei differenziata sessualmente: Shu, lo spazio aereo e la luce (maschile) e Tefnut, il calore del sole (femminile), gemelli che a loro volta genereranno gli elementi fisici del cosmo, Geb, la terra e Nut, la volta celeste. Da questa unione nascono i grandi eroi delle gesta egiziane: Osiride e il fratello Seth, Iside e la sua sorella Nefthi.
Questa enneade, – gruppo di nove divinità – archetipica è sgorgata dalla fantasia dei teologi di Heliopoli, uno dei grandi centri religiosi della civiltà faraonica, in cui domina il culto del sole. Come egli ha concepito tutto quello che esiste, Atum il demiurgo creerà anche gli uomini. Un passo dei testi delle Piramidi ci offre una visione di quel primo mattino del mondo: “Atum, che è nato nel Nun, quando il cielo non era ancora esistito, quando la terra non era ancora esistita… Prima che i netjer (gli dei) fossero nati, prima che la morte fosse avvenuta, prima che fosse avvenuta la lite, la voce, la collera e la maldicenza…”.
Gli altri grandi santuari egiziani non rimangono indietro e ognuno dà la sua propria versione della “prima volta”: Ptah, il demiurgo di Menfi, crea l’universo nel suo cuore e poi, con la sua parola divina (una immagine che prefigura quella della Bibbia), gli dei, gli uomini e gli animali. Il dio caprone Khnun di Elefantina, “signore vasaio”, foggia tutta la creazione sul suo tornio. Il mito di Hermopoli racconta a sua volta che otto divinità sorgono dalle acque primordiali e si accoppiano, facendo emergere la Collina primordiale, detta “l’Isola della fiamma”. E su questa terra il dio Thot, sotto la forma di ibis, colloca un uovo cosmico che genererà il sole. Un altro racconto – narrato nei Testi dei Sarcofagi – ci dice che gli uomini sono nati dalle lacrime di un demiurgo afflitto di cecità temporanea.
Il mondo anteriore alla creazione è dunque un mondo senza dei. Si sa che sono nati o che sono stati creati. Ma c’è un termine alla loro esistenza? Dei e dee egiziani sono forse immortali? L’assassinio di Osiride da parte del fratello Seth sembra provare il contrario. Tornato in vita grazie all’amore, alla magia e alla perseveranza della sposa Iside, Osiride diventa nondimeno il dio dei morti e troneggia per sempre nella Duat, il mondo dell’aldilà. Quanto a Thot, scriba degli dei, egli attribuisce una durata limitata di vita agli uomini, ma anche agli dei.
Però se questi ultimi muoiono, risuscitano anche senza posa, proprio come la natura con le sue alternanze di stagioni. Come giustamente fa notare l’egittologo Éric Hornung a proposito delle divinità: “La loro esistenza – e ogni esistenza – non è una infinità immutabile, ma piuttosto un continuo rinnovamento”. Alla fine dei tempi, dopo aver vissuto, evoluto, invecchiato e persino conosciuto la morte, come Osiride, questi dei, così potenti agli occhi degli uomini, ritornano anch’essi allo stato primordiale del mondo, quello del “non esistente”. Persino il demiurgo regna “fino alla fine”, cosa che include un’idea di limite al di là del quale non è autorizzato ad andare, cioè alla frontiera fra il mondo creato, ordinato, e il mondo tenebroso delle origini (1). Così il nome di Atun significa insieme “la totalità di ciò che è” e “ciò che non esiste più”: il dio porta dunque in sé la creazione e il nulla.
Mortali, senza dubbio, ma gli dei sono onnipotenti? Neppure. La dea Iside per esempio, considerata come la più grande delle maghe, non conosce il nome segreto di Re e deve usare uno stratagemma per sottrarglielo. Essere una divinità egiziana presenta tuttavia qualche vantaggio, come quello di avere occhi e orecchi a profusione che decuplicano il sensi e consentono loro di superare i pericoli. Gli dei hanno però il destino degli uomini nelle loro mani: questo lo rivelano molte massime della Sapienza, letteratura didattica di insegnamento morale: “L’uomo è fango e paglia, il dio è il suo costruttore. Egli rende migliaia di uomini poveri quando lo desidera e fa di migliaia di uomini dei capi quando è nella sua ora di vita” (Insegnamento di Amenofi) o ancora: “I progetti degli uomini non si realizzano mai. Ciò che avviene è ciò che il dio ha ordinato”.
L’elemento più caratteristico della raffigurazione e della concezione egiziana degli dei è la loro forma composita: corpo umano e testa di animale, cosa che causa un rigetto e una incomprensione da parte dell’Antichità (fra l’altro dei Romani). La realtà invece è più sottile: la dea Hathot, per esempio, può presentarsi sotto i tratti di una elegante giovane donna la cui capigliatura è sormontata da un disco solare racchiuso da corni, ma anche sotto la forma di una vacca che allatta il re o ancora, secondo i capitelli detti “atorici”, con un volto femminile munito di orecchie di vacca. Senza dimenticare che la dea dell’amore e della gioia può prendere qualche volta l’aspetto di una feroce leonessa, o di un serpente (uraeus) imprevedibile o di un ippopotamo. Si ritrova questa varietà iconografica per gli dei Anubi (uomo e canide) e Thot (uomo, ibis, babbuino, luna).
Queste raffigurazioni non hanno lo scopo di darci un’immagine fedele del loro corpo, ma piuttosto di informarci sulla loro natura e sulle loro diverse funzioni. Altre religioni hanno trovato le loro soluzioni per raffigurare un dio e il suo attributo: in Egitto tale combinazione uomo-animale non ha nulla di dogmatico e si incontrano di frequente altre alternative. La dea Selqet, per esempio, non inalbera una testa di scorpione, ma porta l’animale in cima alla testa, come il dio solare Khepri porta uno scarabeo. Ma se questi simboli ci rivelano una parte della ricchezza della natura divina, non ci svelano però mai la sua essenza che è “nascosta”, “misteriosa”.
Come classificano gli Egiziani i loro dei, così numerosi e vari nelle loro forme e nelle loro manifestazioni? Attaccati come sono alla nozione di famiglia, essi amonconcepiscono con tutta naturalezza delle triadi divine: Amon, la sua sposa Mut e il figlio Konsu, Sobek, Hathor e Konsu, o anche Osiride, Iside e Horus. Ogni divinità o triade ha la sua residenza fissa dove le è reso un culto assiduo: Amon a Karnak, Sobek a Komb Ombo, Horus a Edfu, Hator a Dendera, ecc.
Per rendersi più accessibili si ritiene che esse discendano nelle immagini cultuali, in quelle statue ospitate nel santo dei santi dei templi, dove solo entrano il faraone e i suoi delegati, i preti. La folla dei fedeli, che non ha accesso nel recinto del santuario, elabora la sua pietà personale partecipando alle grandi feste annuali quando le statue divine sono portate in processione, e pregando davanti agli altari domestici.
Gli dei, insieme materiali e spirituali, possono talora manifestarsi agli uomini, specialmente in sogno, come racconta la celebre stele della sfinge di Guizeh, sulla quale il re Tutmosi IV evoca il suo incontro con Harmakhis (L’Horus dell’orizzonte), ma anche in occasione di teofanie – manifestazioni degli dei nel mondo sensibile – con eventi terrificanti, quando tremano la terra e le stelle. In presenza delle divinità tutte le emozioni degli uomini vengono esacerbate: paura, rispetto, amore. Avviene che gli uomini sentano in maniera più dolce l’arrivo della divinità che si manifesta a loro con la sua aura raggiante, ma anche con il suo profumo incomparabile che evoca quello del “paese di Punt” (la terra dell’incenso).
Una simile diversità degli dei egiziani e il loro numero fanno credere a un politeismo autentico: occorre abbandonare tale affermazione, che ancora è correntemente diffusa. Ricordiamoci che il demiurgo è uno, ma che con il suo atto di creazione diventa molteplice: “Colui che si trasforma in milioni” è un epiteto che si legge sovente a proposito del dio primordiale. Così anche l’invocazione “dio unico, senza eguale” non è rara nell’Egitto antico: ogni dio o dea può essere dunque “il più grande”, “l’unico” per colui che si consacra al suo culto. Il fedele gli attribuisce allora tutti i poteri, non si rivolge più che a lui (o a lei) a scapito delle altre divinità, che egli ignora o persino sminuisce. Questo procedimento religioso, che viene definito come “monolatria” o anche “enoteismo”, cioè venerazione di un dio per volta, ma non di un dio unico, non è specifico dell’Egitto, poiché lo si ritrova in India: ogni divinità è nello spirito del fedele valida come le altre, ma quella che egli ha scelto diventa ai suoi occhi assoluta e suprema. Essa svolge allora un ruolo dominante a confronto delle altre.
Difficile è per noi concepire un dio unico e assoluto, ma dotato di molteplici attribuzioni e sfaccettature. Per il pensiero egiziano, tuttavia, queste formulazioni in apparenza contraddittorie sono, di fatto, complementari. Ogni volta che le si rende un culto, la divinità diviene unica, perché unisce in sé l’insieme del divino, regna su tutto e non condivide il suo potere con nessun altro. La sola parentesi monoteista è quella del faraone Athenaton, che impone il culto del dio unico, il disco solare Aton. Dopo questo episodio, che segna per lungo tempo gli animi, i teologi egiziani adottano “l’idea di un dio nascosto che si manifesta nella pluralità degli dei immanenti al mondo, i quali sono i suoi nomi, simboli, immagini, membra, manifestazioni” (Jan Assmann).
Lo storico greco Erodoto dice degli Egiziani che essi sono “i più religiosi degli uomini”. Per essi, non c’è dubbio, gli dei esistono e sono al lavoro ogni giorno per mantenere il mondo fuori della portata del caos, che essi temono tanto. Unici e molteplici nell’intensità della loro presenza e della loro ricchezza espressiva.
Nota
1) Pregnante, la credenza egiziana in un Oceano primordiale e delle tenebre è adottata nel mondo antico, ma anche dagli gnostici cristiani che la combinano con quella del Caos greco.

La scuola di al-Azhar

al-azharA proposito di Islam moderato o moderno o evoluto… scrive Michele Brignone su Oasis:
Mentre nel quarto anniversario della Rivoluzione l’Egitto vive le sue convulsioni politiche, nel Paese continua il dibattito sull’Islam e sulle sue interpretazioni, dopo che il 1° gennaio scorso il presidente egiziano al-Sisi aveva chiesto alle autorità islamiche di «uscire» da un pensiero religioso percepito come una minaccia da gran parte dell’umanità per produrre un pensiero più «illuminato». A conclusione del suo appello, al-Sisi si era rivolto con tono solenne all’imam Ahmad al-Tayyib, shaykh della moschea di al-Azhar: «Lei ha una grande responsabilità davanti a Dio. Tutto il mondo si aspetta una parola da Lei».
E le parole dello shaykh non si sono fatte attendere. Tra le iniziative prontamente intraprese dall’importante guida religiosa per dar seguito all’invito di al-Sisi spicca la lunga intervista apparsa il 14 gennaio scorso su Al-Masry al-Yowm, la «prima rilasciata a un giornale del Medio Oriente da quando ha assunto il suo incarico», come con orgoglio riporta la testata. Lo shaykh ha toccato molti temi: il ruolo di al-Azhar, l’estremismo islamista, la formazione degli imam, l’insegnamento religioso, l’attentato a Charlie Hebdo, i rapporti con i Fratelli Musulmani e con lo Stato egiziano.
«La missione di al-Azhar – ha detto al-Tayyib – è presentare il carattere mediano e tollerante dell’Islam […]. Al-Azhar è pienamente consapevole del fatto che ci troviamo in mezzo alle onde impetuose provocate dai grandi cambiamenti e dai conflitti politici, economici, sociali e culturali e che la religione è una delle carte che i contendenti tentano di giocarsi nella lotta […]. Al-Azhar si adopera giorno e notte per contrastare queste onde […], ma non tocca solo a lei farlo perché questo deve avvenire anche a livello dello Stato con la cooperazione del ministero dell’istruzione». Inoltre, aggiunge l’imam, «nessuno può dire che l’estremismo verrà cancellato dalla società con facilità o in poco tempo. Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale con un radicamento decennale».
L’intervista dedica poi abbondante spazio a una questione molto “egiziana”, ma che non è priva di analogie con il dibattito che si registra in altri contesti, anche occidentali, cioè il profilo e la formazione dei predicatori che parlano dai pulpiti delle moschee. Commentando la decisione dello Stato egiziano di vietare l’accesso ai pulpiti a chi non sia in possesso di un diploma di al-Azhar, lo shaykh è convinto che sia «un passo che va nella giusta direzione», visto che «vista la loro rilevanza e funzione, non è possibile lasciare i pulpiti nel caos in cui versavano in precedenza».
Sollecitato a rispondere sui metodi di insegnamento di al-Azhar, recentemente messi sotto accusa da alcuni intellettuali, al-Tayyib invita l’intervistatore a riflettere sul fatto che «tranne una sola eccezione, nessuno degli ideologi dell’estremismo e del radicalismo di tutto il mondo si è diplomato ad al-Azhar […] ed è perciò spiacevole che al-Azhar sia continuamente accusata di essere responsabile del terrorismo».
Riguardo agli attentati di Parigi lo shaykh afferma che «tra i modi di difendere l’Islam e il suo profeta non ci sono l’uccisione barbara e i massacri, il cui prezzo è pagato dai musulmani di ogni parte del mondo», e precisa che «i musulmani sono ovunque chiamati a condannare e a rifiutare pubblicamente atti criminali come questo». Tuttavia, interrogato su come sia possibile che un persona che pronuncia la shahâda (la professione di fede) decapiti un altro uomo e dichiari di essere musulmano, al-Tayyib fa riferimento alla distinzione tra peccatore e miscredente, tema cruciale e dibattuto nell’Islam fin dalla primissima riflessione teologica (VII secolo). I jihadisti restano musulmani e non possono essere dichiarati miscredenti, altrimenti si aprirebbe un ciclo di condanne reciproche senza fine. Si domanda infatti al-Tayyib: «In quale fattispecie rientra un musulmano che decapita un altro musulmano? Nel taglione. Deve essere ucciso così come ha ucciso, ma non è un miscredente, perché la miscredenza è un’altra cosa e colui che crede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nel suo profeta, nel giorno del giudizio e nei decreti divini è un credente e non può essere accusato di non esserlo. E se commette un peccato grave come uccidere un uomo o bere del vino diventa un miscredente? No. […] Se apriamo la porta dell’anatema non si salverà nessuno».
È infine interessante rilevare l’insistenza con cui al-Tayyib si premura di delimitare la funzione e le prerogative della moschea di al-Azhar, un’istituzione che a torto viene spesso descritta come il centro del sunnismo mondiale o addirittura il “Vaticano dell’Islam”: «L’opinione di al-Azhar non è vincolante, e noi non siamo una magistratura che emette sentenze né un organo esecutivo che può promulgare dei decreti. Non abbiamo un bastone con cui punire chi non si conforma alla nostra opinione. […] Non esercitiamo alcuna tutela né siamo un potere religioso».
In generale, l’imam non nega l’esistenza di problemi all’interno della moschea, ma respinge sistematicamente i tentativi di dipingerla come fomentatrice di quella violenza di cui parte dell’Islam è oggi malato. Le parole di al-Tayyib sono rappresentative di una cultura religiosa probabilmente piuttosto diffusa nelle società islamiche, che condanna senza reticenze le violenze perpetrate in nome di Dio, ma è in maggiore difficoltà quando deve interloquire positivamente con le istanze della società contemporanea e con le aspirazioni che le Rivoluzioni arabe hanno portato in superficie anche se in maniera apparentemente fugace.
Si tratta peraltro di una posizione scomoda, perché presa nella morsa di una duplice contestazione. Da un lato quella islamista, per la quale la quantità e la qualità dell’Islam presenti nella società non sono mai sufficienti. Il giorno prima della pubblicazione dell’intervista, un importante studioso della stessa moschea di al-Azhar, Muhammad ‘Imara, vicino ai Fratelli Musulmani, denunciava «l’inaridimento delle fonti della religiosità in Egitto».
Dall’altra quella modernista, che senza mettere direttamente in discussione il ruolo della religione nella società, vorrebbe un Islam finalmente conciliato con la ragione e la scienza e capace di lasciarsi alle spalle una tradizione che contempla l’uccisione dell’apostata, la discriminazione tra musulmani e non musulmani, la sottomissione della donna, come ha scritto l’analista ‘Adil Numaan sullo stesso giornale che ha ospitato l’intervista allo shaykh di al-Azhar.
Dopo il discorso del presidente al-Sisi la partita tra queste diverse letture è aperta, almeno in Egitto. In assenza di un’autorità religiosa deputata all’interpretazione corretta dell’Islam (lo ha ricordato lo stesso shaykh), il ruolo di arbitro spetterà probabilmente alla politica. E, se ne avrà la forza, alla società civile.”

Che peso ha?

ISIS

Ma l’Islam moderato esiste o non esiste? Come si configura? Ad esso viene data voce? O non conviene farlo emergere perché non farebbe audience? Esso è effettivamente rappresentativo? Scrive oggi Francesco Pistocchini su Popoli:
Intrecci politici e militari, spesso opachi, hanno consentito ai militanti estremisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (oggi identificati con la sigla Is) di occupare parte della Siria e dell’Iraq con l’obiettivo dichiarato di fondare un Califfato compiendo stragi, soprattutto tra le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi e altri) e tra gli stessi musulmani. Tuttavia molte voci nell’islam sunnita si sono levate contro l’Is, anche se non sempre messe in risalto dai media, non solo in Occidente, ma anche in Paesi musulmani più conservatori.
Tra questi spicca il Gran muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdulaziz Al sl-Sheikh, che il 19 agosto ha definito sia l’Is sia al Qaeda «nemici numero uno dell’Islam» e non appartenenti in alcun modo alla fede comune. La corrente wahabita che sostiene il regime saudita condivide alcune posizioni dottrinali dei terroristi, ma respinge i metodi violenti e il pericolo di destabilizzazione che rappresentano. Si ritiene che molti sauditi si siano uniti ai ribelli in Siria e Iraq e non è chiaro quanto la posizione dei religiosi wahabiti possa influenzare le loro scelte.
Anche importanti autorità dei principali Paesi dell’area hanno condannato le stragi, a partire dal Gran muftì di al-Azhar, Egitto, Shawqi Allam, che ha denunciato l’Is come una minaccia per l’islam. Il responsabile degli Affari religiosi in Turchia, Mehmet Görmez, ha affermato che: «La dichiarazione fatta contro i cristiani è veramente terribile. Gli studiosi islamici hanno bisogno di concentrarsi su questo perché l’incapacità di sostenere pacificamente altre fedi e culture annuncia il collasso di una civiltà».
Sul piano ufficiale, sia l’Organizzazione per la cooperazione islamica, che riunisce 57 Paesi, sia la Lega araba, si sono espresse contro i crimini commessi nelle scorse settimane in Iraq, parlando esplicitamente in difesa delle minoranze cristiane e degli yazidi. E inoltre non sono mancate le condanne da parte delle autorità delle comunità islamiche negli Usa, in Gran Bretagna e Francia, specialmente dopo l’assassinio del giornalista James Foley.
Chiara ed esplicita è la posizione dei musulmani in Italia. A fronte di una quarantina di mujaheddin di provenienza italiana partiti per la jihad in Siria e Iraq, persone di cui ha ampiamente parlato la stampa in questi giorni, in un appello del 12 agosto contro le guerre, l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia che raggruppano 1,2 milioni di fedeli, ricorda che «il rispetto e la protezione della Gente del Libro (i cristiani e gli ebrei) e, in generale di tutte le popolazioni che vivono in un Paese o territorio governato dai musulmani è un dovere ineludibile di qualunque potere che si richiami all’Islam». L’Ucoii aggiunge che quando una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole morali del conflitto, non può essere giustificata o sostenuta da alcuna referenza religiosa.
Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento associazioni islamiche di Milano (Caim) conferma a Popoli.info la posizione dei musulmani nel nostro Paese: «Quanto sta accedendo in queste settimane in Siria e in Iraq, per effetto dell’avanzata dell’Isis, sono aberrazioni. In questo frangente noi siamo non solo con i cristiani iracheni e siriani, ma con tutte le minoranze religiose vittime della violenza».
I musulmani italiani ricordano che anche 16 ulema sunniti di confraternite sufi di Mosul sono rimasti vittime dei fanatici dell’Is così come gli imam di alcune grandi moschee, mentre altri musulmani, tra cui i peshmerga curdi, fanno fronte all’avanzata degli estremisti.”

che fare contro le 529 condanne a morte di Fratelli Musulmani in Egitto?- 365.

Pubblico dal blog di un amico questa notizia. Avevo intenzione di riportarla da tempo, ma poi è sempre fuggita l’occasione…

Cor-pus

529 condanne a morte in Egitto contro membri dei Fratelli Musulmani che hanno partecipato a tumulti e scontri di piazza contro la destituzione del Presidente della Repubblica eletto Morsi da parte dei militari.

una enormità, qualunque sia il giudizio politico su Morsi e sulla sua caduta.

su cui è calato un silenzio complice. 

lo spezza almeno per me e con una mail, Ricken Patel di Avaaz.org che presenta questa associazione a cui ho aderito anche io, così:

Con 35 milioni di membri, siamo diventati un movimento civico mondiale unico nel suo genere, il più grande di sempre, e le nostre campagne sono una seria minaccia per regimi dittatoriali e multinazionali corrotte.

* * *

Avaaz in questo momento sta concentrandosi per impedire che l’esito mostruoso del processo egiziano venga portato a compimento con 529 esecuzioni capitali.

MAGGIORI INFORMAZIONI

Egitto: fermate questa esecuzione di massa (Avaaz)
http://www.avaaz.org/it/stop_mass_execution_loc/?fr

Esecuzione di massa, Egitto…

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Radicalismi

Nelle classi quinte stiamo leggendo una sintesi del libricino (il diminutivo è legato alla dimensione non certo al valore del lavoro) di Khaled Fouad Allam “Lettera a un kamikaze”. Ora allego tre articoli che ritengo interessanti.

Il primo è un editoriale di Avvenire del 3 aprile:

L’islam politico si divide e dà benzina al radicalismo

Gli altri due sono due articoli di Limes:

Boko Haram porta il jihad in Camerun

Il jihad è anche online. Al Qaida e Internet

Chiudo il post con alcune parole di Allam rivolte all’aspirante shahid: ” La tua morte non è soltanto la morte tua e delle tue vittime, è lo svanire di ogni speranza, perché in essa tutto si annulla. Ma la vita non muore, rimane “l’eterno desiderio di durare”, come recita Apollinaire. Anche il fondo dell’abisso si ripopola, la vita riemerge come il fiore nel deserto, come il fiore delle montagne che la lingua tedesca chiama Vergissmeinnicht, non ti scordar di me. Perché la vita si trova di fronte a un imperativo – rimanere per sperare – senza il quale l’umanità finisce per negare se stessa. … Se è la distruzione il fine ultimo del tuo agire, il messaggio stesso dell’islam viene tradito: se esiste una prescrizione fondamentale nell’islam, è quella di proteggere la vita in sé e la propria vita; dare la morte spezza il legame tra noi e Dio.”

Chiese d’oriente

Alcuni studenti, di tanto in tanto, mi chiedono qualche breve notizia sui cristiani d’oriente. Colgo l’occasione di questo articolo di Sandro Magister per mettere a disposizione in pdf il materiale che lui segnala in fondo al suo articolo e che è tratto dal n. 22 del 2013 dalla rivista “Il Regno” dei dehoniani di Bologna (scritto da Giorgio Bernardelli). Il pdf è in fondo.
“Fervono sotto traccia i preparativi del viaggio di papa Francesco in Terra Santa, in programma dal 24 al 26 maggio. Quando mezzo secolo fa Paolo VI si recò a Gerusalemme – via dei maronitiprimo papa della storia – i luoghi santi della città erano quasi tutti entro i confini del regno di Giordania. E così gran parte della Giudea e la valle del Giordano. I cristiani erano numerosi e in alcune località come Betlemme erano in netta maggioranza. Nella mente di molti cattolici d’Occidente – come il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, oggi in corsa verso gli altari – brillava l’utopia di una vicina pace messianica che avrebbe affratellato cristiani, ebrei e arabi. Su questo sfondo e in questo clima, il viaggio di Paolo VI fu un evento di risonanza grandiosa. Nella città vecchia di Gerusalemme la folla araba strinse il papa in un abbraccio fisico travolgente, a tratti sollevandolo da terra. E anche al suo ritorno a Roma una folla sterminata fece ala al papa che rientrava in Vaticano.
Oggi quel clima non c’è più. La geopolitica del Medio Oriente è completamente mutata. Non c’è pace tra israeliani e palestinesi. Il Libano è stato dilaniato da una guerra civile. La Siria è al collasso. L’Iraq è devastato. L’Egitto esplode. Milioni di profughi fuggono da una regione all’altra.
E i cristiani sono quelli più stretti nella morsa. Il loro esodo dai paesi mediorientali è incessante, non compensato dalla precaria immigrazione nei paesi ricchi del Golfo di manodopera proveniente dall’Asia.
Ha dichiarato in proposito il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin nella sua prima intervista a largo raggio dopo la sua nomina, ad “Avvenire” del 9 febbraio: “La situazione dei cristiani in Medio Oriente è una delle grandi preoccupazioni della Santa Sede, sulla quale essa non cessa di sensibilizzare quanti hanno responsabilità politiche, perché ne va della pacifica convivenza in quella regione e nel mondo intero”. Ed ha aggiunto, riferendosi alla presenza in Medio Oriente di cristiani appartenenti a diverse confessioni e implicitamente all’incontro che papa Francesco avrà a Gerusalemme con il patriarca ecumenico di Costantinopoli, mezzo secolo dopo l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora: “Questo è pure un ambito di particolare rilevanza a livello ecumenico, dato che i cristiani possono cercare e trovare vie comuni per aiutare i fratelli nella fede che soffrono in varie parti del mondo”.
Ma quanti sono e chi sono i cristiani che abitano in Terra Santa e nelle regioni circostanti?
Nell’insieme essi sono oggi tra i 10 e i 13 milioni, a seconda delle stime, su una popolazione complessiva di 550 milioni di abitanti. Quindi circa il 2 per cento. Ecco qui di seguito una loro mappa aggiornata, ripresa dal n. 22 del 2013 dalla rivista “Il Regno” dei dehoniani di Bologna, scritta da un esperto in materia.”

Ecco il file: Chiese orientali

Quale stagione?

Pubblico un articolo molto interessante di Luca Geronico. Rivolgendo uno sguardo al recente passato della cosiddetta primavera araba, e in particolare all’Egitto, il giornalista prova a gettare una fugace occhiata all’immediato futuro.
“«L’islam è la soluzione». «Al-islam huwa al-hall». Come un mantra per i Fratelli Musulmani d’Egitto che dal 1928, anno della loro fondazione a Ismailiyya, è stato ripetuto quasi compulsivamente dal Nilo a Sinai: mormorato negli anni della repressione sotto Nasser, sussurrato in quelli di ambiguo fiancheggiamento a Sadat come nell’ultimo trentennio sotto Mubarak, l’ultimo faraone. Parola d’ordine, e per questo semplificazione brutale, della lunga dissidenza della rinascita islamica contro i regimi autocratici di tutto il Medio Oriente. Tuttavia la folla oceanica di piazza Tahrir (Libertà), icona di una rivolta popolare repentina quanto imprevista, resta ancora tutta da decifrare. Chi erano quelle centinaia di migliaia che l’11 febbraio del 2011 festeggiarono fra canti e balli la caduta di Mubarak? Chi erano, invece, quelle centinaia di migliaia che alla fine di giugno del 2013 ottennero, spalleggiati dall’esercito, la deposizione di Mohamed Morsi, il primo presidente della fratellanza? Sedici mesi che hanno sconvolto l’Egitto e fatto carta straccia delle più recenti “dottrine del mondo arabo”.
La prima piazza Tahrir, quella contro Mubarak, venne frettolosamente salutata come l’imprevista vittoria di una società post-islamica al grido di slogan secolari, «pane, libertà, giustizia», agitati dai social network. Quella piazza sancì la crisi del modello che «aveva consentito ai regimi in carica» alleati e sorretti dall’Occidente, «di sopravvivere oltre la fine della guerra fredda e degli anni dell’emergenza della lotta al terrorismo islam contro islamtransnazionale», afferma Giovanni Sale in Islam contro islam (Jaca Book, pp. 166, euro 14). Rivolta prettamente politica dunque, e non solo “del pane”, nata da un moto laico e spontaneo. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, l’islam politico, inizialmente defilato ma ben radicato nel profondo Egitto, ritornò prepotentemente sulla scena: i Fratelli Musulmani vinsero le prime elezioni libere, come in Tunisia il partito islamico di al-Nahda guidò il dopo Ben Alì. Ma nel giro di pochi mesi, cogliendo ancora di sorpresa le opinioni pubbliche occidentali, l’Egitto che aveva scacciato l’ultimo faraone, liquidava pure Mohamed Morsi: 22 milioni di firme e una piazza Tahrir nuovamente straripante determinarono il 3 luglio di quest’anno un rocambolesco avvicendamento al vertice dello Stato, con l’esercito, di nuovo, nel ruolo di garante. Per alcuni un intervento di salvaguardia contro il tentativo di instaurare uno stato basato sulla sharia; un vero colpo di Stato consumato nel silenzio di Usa e Ue, per altri. Di certo un guado pericolosissimo, che l’Egitto, con il resto del mondo arabo, non ha ancora attraversato.
Ma è corretto decretare, con il fallimento di Morsi anche quello dell’islam politico? Più in generale: una religione dal valore anche politico come l’islam può rapportarsi alla democrazia nata in Occidente? Nell’agile miscellanea L’autunno delle primavere arabe a cura di Roberto Tottoli (La scuola, pp. 90, euro 8,50) Massimo Campanini, molto esperto della fratellanza, ribadisce che nel pensiero politico islamico contemporaneo esistono «tentativi di elaborazione dottrinale che potrebbero individuare un comune terreno con la democrazia». Il dibattito sui concetti di shura (consultazione) e di dawla madaniyya (stato civile) potrebbe giungere alla legittimazione dal basso del potere sovrano. Concetti, osserva Campanini, ancora «incerti e imprecisi» mentre i Fratelli Musulmani nel biennio 2012-’13 si sono trasformati da movimento a partito politico. La sfida e l’opportunità è di giungere a un partito islamico moderno superando l’automatismo dogmatico per cui «La soluzione è l’islam» e accettando il dibattito con le forze liberali e laiche. Se questo è il tormento dell’Egitto, stato simbolo del mondo arabo, nell’Africa subsahariana (in Mali e Nigeria in particolare) il vuoto di potere e le ripercussioni della guerra di Libia hanno dato nuova linfa a uno jihadismo fondamentalista di recente costituzione in quelle terre tribali e desertiche. Un’emergenza che rimanda all’altro buco nero mediorientale: la tragedia della Siria già destabilizzante per Iraq e Libano. Una situazione che sta trasformando la tradizionale condizione di dhimmitudine (sottomissione) della minoranza cristiana in Medio Oriente in impossibilità di sopravvivenza. Nuovi equilibri e sistemi politici da sperimentare, ma che saranno tanto più nefasti se alla fine – dopo tanta “brezza di primavera” e tanto dolore innocente di popoli – si constaterà il fallimento di qualsiasi esperimento democratico. Per questo Giovanni Sale addita come fondamentali per l’evoluzione di tutta la sponda sud del Mediterraneo le elezioni politiche del marzo 2014 annunciate pochi giorni fa dal governo ad interim del Cairo. Lo spettro, ammonisce Sale, è una nuova guerra civile come in Algeria nel 1991-92: in tal caso un nuovo inverno arabo avrà soppiantato il dilemma se il presente sia una primavera non sbocciata o un lungo autunno che non finisce mai.”

Morire di apostasia

In terza stiamo parlando di pena di morte. Una delle tante cose che colpiscono è senza dubbio l’esistenza in taluni paesi, come l’Arabia Saudita, della pena capitale per apostasia. Su Il Sussidiario c’è un’intervista recente di Pietro Vernizzi a Massimo Introvigne.

“Il 64% dei musulmani in Egitto e in Pakistan sono convinti del fatto che chi si converte ISLAM_salafist.jpgdall’islam al cristianesimo vada punito con la morte. E’ quanto emerge da un rapporto del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo sulle religioni. A balzare agli occhi sono le differenze all’interno del mondo islamico. Se il 78% dei cittadini dell’Afghanistan è convinto che vada applicata la pena di morte per chi si converte, solo il 16% dei musulmani tunisini e il 13% di quelli libanesi è convinto della stessa cosa. Un’opinione che si riduce radicalmente tra i musulmani dei Paesi europei: il 2% in Bosnia e Turchia e l’1% in Albania. Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Introvigne.

Da questa ricerca emergono enormi differenze tra Paesi come Egitto e Turchia. Significa che non esiste un solo islam, ma molti islam differenti?

Le differenze sono state determinate dalla tradizione giuridica di queste nazioni. In Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Albania sono secoli che la pena di morte per apostasia, che pure è prevista secondo l’interpretazione della maggioranza delle scuole giuridiche del diritto islamico, non è più applicata e non è neppure all’ordine del giorno. Mentre in Egitto è notizia di pochi giorni fa che anche autorità giuridiche importanti si sono pronunciate a favore del ritorno alla pena di morte. E’ quanto sta succedendo anche in altri Paesi musulmani.

La pena di morte per l’apostasia è caratteristica soltanto dell’islam?

Questo è un grande punto di differenza tra una parte molto significativa del mondo musulmano e le altre religioni, perché effettivamente il diritto di cambiare religione, consacrato nelle carte internazionali dei diritti, per l’islam non esiste. In quest’ottica si ha diritto soltanto di convertirsi alla religione musulmana, ma non dall’islam a un’altra religione. Quest’ultimo è considerato un crimine, ed è la ragione per cui molti Paesi musulmani non hanno mai firmato neanche la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948. Quest’ultima comporta infatti il diritto di cambiare religione, che la tradizione islamica non può riconoscere. Scavando all’interno delle scuole giuridiche e delle interpretazioni, soprattutto in Turchia, si può arrivare a costruire qualcosa di simile alla libertà religiosa. E’ però molto difficile, perché nella tradizione giuridica islamica la libertà di cambiare religione non c’è.

Questi dati smentiscono chi afferma che la tradizione egiziana dell’Università di Al-Azhar sarebbe più tollerante rispetto a quella di altri Paesi come l’Arabia Saudita?

Il Pew Research Center non fornisce il dato sull’Arabia Saudita, che sarebbe stato forse pari al 90%, riflettendo così la legislazione vigente. Non c’è dubbio che in Egitto, anche in seguito alle vicende politiche della Primavera araba, qualcosa sia cambiato e ci sia stato uno spostamento verso posizioni di tipo fondamentalista. Tra l’altro quest’ultime posizioni erano già diffuse prima. A proposito di sondaggi di opinione fatti all’epoca di Mubarak, bisogna sempre chiedersi se esprimessero realmente le opinioni della maggioranza degli egiziani o se fossero manipolati dal regime. Sta di fatto che ora che è caduta la dittatura le opinioni che si manifestano sono molto meno tolleranti.

La seconda Sura del Corano afferma che non deve esserci “nessuna costrizione nella religione”. E’ in contraddizione con la pena di morte per chi commette apostasia?

Questa non deve essere interpretata in modo sbagliato. Con queste parole il Corano si riferisce non a chi è musulmano: nell’interpretazione che ne danno quasi tutte le scuole giuridiche, vuol dire che i cristiani e gli ebrei non devono essere costretti a diventare musulmani. L’islam tradizionale insegna che i cristiani e gli ebrei devono essere esclusi dalle posizioni di governo, ma che non ci deve essere nessuna costrizione perché qualcuno si converta. Questa tutto sommato è una regola a cui tra alti e bassi l’islam tradizionale si è sempre attenuto. Ciò non significa però che ci sia un diritto di chi è già musulmano a cambiare religione: questa non è una scelta religiosa ma un crimine di apostasia che deve essere punito.”

Tra estremismi e fondamentalismi

Il giornalista Mostafa El Ayoubi su Nigrizia di maggio scrive della situazione degli estremismi religiosi in Egitto.

egitto, morsi, fondamentalismi, estremismi, islam, copti, fratelli musulmani“L’ascesa al potere degli islamisti in Egitto, dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011, preoccupa molto la comunità cristiana in questo paese, la cui scena politica è dominata dal movimento islamista dei Fratelli musulmani (Fm). Di fatto tutti i poteri (giudiziario, legislativo ed esecutivo) sono concentrati nelle mani di Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente dopo decenni di dittatura militare. Morsi è membro del movimento dei Fm, il quale ambisce a “reislamizzare” le istituzioni e la società civile. Le frange estremiste della confraternita dei Fm e quelle del movimento salafita, suo alleato, sono molto ostili ai copti: li considerano dei miscredenti ai quali lo stato deve impedire di costruire chiese e deve reintrodurre per loro lo statuto di dhimmi (cittadini non musulmani sottomessi con l’obbligo di pagare la jizya, una tassa prescritta dalla legge islamica).

In passato, anche sotto i regimi militari, cosiddetti laici, la vita dei copti non è sempre stata facile. Spesso sono stati strumentalizzati, specie nel trentennio Mubarak, per canalizzare la rabbia popolare verso lo scontro interconfessionale tra cristiani e musulmani, con lo scopo di sviare l’attenzione degli egiziani dai problemi della giustizia sociale, della libertà e della corruzione da un lato, e giustificare lo stato di polizia e la repressione dall’altro. Oggi, sotto il regime islamista, la questione copta continua a essere strumentalizzata. A quasi un anno dall’elezione di Morsi e a sei mesi da quella del nuovo patriarca copto ortodosso Tawadros II, nulla è stato fatto riguardo al processo di riconciliazione tra musulmani e copti. Gli episodi di violenza che all’inizio di aprile scorso hanno coinvolto cristiani, musulmani e forze dell’ordine, ripropongono le stesse dinamiche dei tempi passati in maniera ancora più drammatica; ne sono la dimostrazione gli scontri sanguinosi nel recinto della cattedrale di San Marco al Cairo, avvenuti il 7 aprile durante la celebrazione dei funerali di quattro copti rimasti uccisi due giorni prima in uno scontro con i musulmani. L’attacco alla cattedrale, luogo simbolo dei copti ortodossi, è stato considerato un atto gravissimo «senza precedenti» nella storia dell’Egitto dal patriarca Tawadros II, che ha esplicitamente chiamato in causa Morsi: «Ha promesso di fare di tutto per proteggere la cattedrale ma non è quello che noi vediamo». Un lancio della France Presse del 9 aprile ha parlato di «immagini diffuse da varie tivù che mostravano la polizia sparare lacrimogeni in direzione della cattedrale». Accuse gravi che denotano una tensione tra i vertici della Chiesa copta e lo stato. L’elezione di un islamista come raïs della repubblica post rivoluzionaria ha accentuato il sentimento di insicurezza e di marginalizzazione degli 8 milioni di copti.

La Chiesa copta imputa a Morsi di aver imposto agli egiziani una costituzione che favorisce gli islamisti nel loro intento di istituire l’islam come unica fonte della legislazione. Per questo, i copti si sono ritirati dalla commissione incaricata di redigere la nuova costituzione. È utile ricordare che questa è stata approvata nel dicembre 2012 con il sì del 63,8% della popolazione, ma con un tasso di partecipazione inferiore al 33%. Nonostante abbia dichiarato di voler essere il «presidente di tutti» e abbia condannato la violazione della sacralità della cattedrale di San Marco, Morsi (e i Fm) nutre risentimenti nei riguardi della comunità copta. Alle presidenziali i copti hanno votato in maggioranza per Ahmed Shafik, ex ministro di Mubarak, e al referendum sulla costituzione hanno votato “no”. Occorre inoltre rammentare che il precedente patriarca, Shenuda III, era a favore del passaggio del potere al figlio di Mubarak.

Le frange estremiste degli islamisti, non nutrono solo risentimento nei confronti della comunità copta e di altri cristiani. La massiccia diffusione dei canali tivù via satellite ha favorito il proliferare di telepredicatori jihadisti che seminano odio nei confronti dei copti, che considerano «infedeli», e di tutti coloro che non condividono la loro dottrina. E un estremismo tira l’altro. Anche dalla parte cristiana, vi sono frange intransigenti che attraverso le tivù diffondono all’interno della loro comunità impulsi islamofobi e fomentano lo scontro interconfessionale. Due giorni prima della violenza alla cattedrale, ragazzi copti hanno disegnato una croce sulla facciata di un istituto islamico nella città Al-khoussous: un pretesto servito su un piatto d’argento ai fanatici dell’altra sponda per replicare. Di fronte a questa nuova escalation di scontri tra musulmani e cristiani, il nuovo regime accusa fouloul a-nidam (i resti del vecchio regime) di strumentalizzare il discorso interconfessionale per mettere in difficoltà gli islamisti al potere e provocare il caos.”

Per concludere, forse…

392BED3157B3637FD53DB36868FFF7.jpgAll’inizio di quest’anno scolastico abbiamo parlato in classe, approfondendola da più punti di vista, della situazione calda creatasi in molti paesi islamisti in seguito alla diffusione in rete di un film anti-islamico. Ecco che oggi è arrivata la sentenza della Corte d’Assise del Cairo, che ha condannato a morte sette cittadini egiziani copti residenti negli Usa per il coinvolgimento nel film “L’innocenza di Maometto”. La Corte ha condannato a cinque anni il reverendo Usa Terry Jones. L’accusa è di oltraggio all’Islam e di minaccia all’unità nazionale. Fra di loro anche Nikolas Bassili, autore della film.

In attesa…

Pubblico un articolo molto bello di Fulvio Scaglione preso da Avvenire.

“Su quanto avviene in queste ore in Egitto si appuntano, e con giusta causa, gli occhi del mondo. Occorre che questo avvenga, però, per le ragioni che davvero contano, e non per quanto conviene alla retorica del momento. È inutile, per esempio, cercare nella deriva autoritaria del presidente egiziano Morsi, espressione politica dei Fratelli Musulmani, la conferma di un fallimento della Primavera araba. Al contrario: la protesta contro le decisioni di Morsi dimostra che la Primavera ha aperto un vaso di Pandora di coscienza civica, prima assente, che sarà impossibile richiudere. Quello che invece deve inquietare è la bozza di Costituzione (da approvare con referendum) che il Presidente ha fatto licenziare in fretta e furia da un’Assemblea costituente popolata solo da Fratelli musulmani e salafiti dopo l’abbandono dei cristiani e dei laici per l’evidente impossibilità di svolgere un lavoro decente. La bozza, all’articolo 2, detta: «I principi della sharia sono la principale fonte della legislazione».morsi.jpg

È un dramma perché lo fa Morsi in Egitto? No, al contrario: è un dramma perché lo fanno tutti. Intanto, l’articolo in questione è tal quale a quello presente nel testo dei tempi di Mubarak. La Costituzione adottata dall’Iraq ha un articolo 2 identico quasi alla lettera. Quella dell’Arabia Saudita, all’articolo 1, dice: «Il Regno dell’Arabia Saudita è uno Stato sovrano arabo islamico con l’islam come religione; il Corano e la Sunnah del suo Profeta… sono la sua Costituzione ». Abbiamo citato per primi due Paesi molto “amici” dell’Occidente, ma se passiamo all’Iran troviamo all’articolo 4: «Tutte le leggi e i regolamenti civili, penali, finanziari, economici, amministrativi, culturali, militari e politici… devono essere fondati su criteri islamici ». E in Tunisia, dove elezioni democratiche hanno dato la maggioranza al partito islamista Ennadha come in Egitto ai Fratelli Musulmani, il tentativo di sottoporre le leggi dello Stato alla legge islamica è stato finora contenuto solo dalla forte mobilitazione dell’opinione pubblica. Questo è uno dei crinali più critici nei rapporti con il mondo islamico. È chiaro infatti che il monopolio della legge affidato a una sola fede, anche se maggioritaria, mina alle radici quel principio della libertà di religione che, al contrario, è uno dei capisaldi della nostra civiltà e della nostra cultura. Con quel che poi ne deriva in termini di reciprocità, sia nei rapporti tra cittadini sia nelle relazioni tra Stati. Ma non basta.

Restando alla bozza egiziana, troviamo che l’articolo 2 è pericolosamente integrato dall’articolo 4, quello in cui si ribadisce che, in materia di legge islamica, può essere sollecitato il parere del grande imam di Al Azhar, la moschea del Cairo che è anche il più prestigioso centro teologico del mondo sunnita. Questo configura non solo la sottomissione della legge dello Stato alla legge islamica, ma anche la subordinazione del potere giudiziario all’autorità religiosa. Mentre noi ben sappiamo che l’indipendenza della magistratura è una delle architravi del nostro Stato democratico. Questo va sottolineato. Perché la violazione del principio della libertà di religione, pur gravissima per ciò che sottintende, potrebbe in teoria scaricarsi solo sui non musulmani, che peraltro in Egitto sono almeno il 10% della popolazione, quindi non pochi. Mentre l’asservimento del potere giudiziario si scaricherebbe su tutti, musulmani e non musulmani, senza distinzioni, aprendo senza scampo la strada a un regime autoritario. In questa battaglia coloro che protestano in tante città dell’Egitto non vanno lasciati soli. Perché è una battaglia che in qualche modo combattono anche per noi.”

Quanti Islam?

Riporto due notizie che sembrano provenire da pianeti lontanissimi.

Da La Stampa

“Dopo diciannove ore consecutive di seduta, iniziata ieri a mezzogiorno e protrattasi per l’intera notte, l’Assemblea Costituente egiziana dominata dai Fratelli Musulmani e dai salafiti ha adottato la bozza della nuova Costituzione, che dovrebbe rimodellare le istituzioni del Paese in modo che riflettano i cambiamenti intervenuti nell’era post-Hosni Mubarak, grazie all’avvento anche nel Paese nord-africano della Primavera Araba: nell’annunciare l’approvazione dei 234 articoli del provvedimento il presidente dell’organismo, Hossam el-Ghiriani, ha precisato che è avvenuta all’unanimità, malgrado i lavori fossero stati boicottati dalle forze di opposizione laiche e liberali, oltre che dalla minoranza copta, soprattutto a causa del mantenimento della contestata norma in base alla quale la sharia, la legge coranica, costituisce la principale fonte giuridica.

corano.jpgOra il testo sarà trasmesso al neo-presidente della Repubblica, l’islamista Mohamed Morsi, affinché lo ratifichi entro domani. Il documento sarà poi sottoposto a referendum popolare confermativo nel giro di due settimane, vale a dire per la metà di dicembre. In proposito Morsi, intervenendo a tarda sera alla televisione nazionale, ha puntualizzato che i poteri quasi illimitati che lui stesso si era attribuito il 22 novembre con un contestatissimo decreto, non a caso definito ufficialmente “Dichiarazione Costituzionale”, sono legati esclusivamente a una «fase eccezionale», e che cesseranno di essere validi «non appena il popolo avrà votato sulla Costituzione», perché nell’Egitto contemporaneo «non c’è alcuno spazio per la dittatura»: con buona pace dei tanti che vedono invece nella mossa del capo dello Stato un ritorno all’autoritarismo di Mubarak. Quest’ultimo peraltro rimase al potere per quasi tre decenni, mentre la Costituzione testé approvata prevede un massimo di due mandati presidenziali ciascuno, per un totale di otto anni, oltre a imporre una serie di meccanismi di controllo sulle prerogative delle Forze Armate; sebbene, anche in tal caso, per i contestatori si tratti di misure più che altro di mera facciata.”

Da Le monde des religions

“«Le Coran ne fait aucune référence explicite à l’homosexualité» : c’est fort de cet argument que Ludovic-Mohamed Zahed, a décidé d’ouvrir, vendredi 30 novembre, une mosquée dite «inclusive» : les femmes, voilées ou non, ne seront pas séparées des hommes; des couples homosexuels pourront se marier religieusement… «Il s’agit d’ouvrir un lieu de culte où tou-tes seraient accueilli-es comme des frères et des sœurs humains avant tout, quels que soient leur sexe, leur identité de genre ou leur ethnicité», écrit-t-il sur LeNouvelObs.com.

Selon lui, le mot arabe qui désigne l’époux ou l’épouse dans le Coran, «zawjan», est n’est ni féminin ni masculin, deux hommes ou deux femmes pourraient donc se marier. D’ailleurs, les musulmans ne considèreraient pas le mariage comme un sacrement, comme les catholique, mais simplement «un contrat social entre deux individus consentants, devant deux témoins au moins, célébré en communauté», celles et ceux qui les reconnaissent en tant que couple. Enfin, tranche le jeune homme, «l’interprétation univoque et dogmatique de certains versets du Coran [qui légitimeraient l’homophobie et la misogynie] ne fait plus l’unanimité.»

Cette argumentation peut sembler partiale voire inexacte: de nombreux hadiths — des paroles attribuées au prophète Mahomet — paraissent condamner l’homosexualité; le Coran comporte un récit analogue au mythe de Sodome et Gomorrhe, etc… Mais pour l’imam de Bordeaux, Tareq Oubroux, nulle interprétation ne fait autorité. «Aucun texte univoque, authentique, ne fait mention d’une quelconque sanction contre les homosexuels, affirme-t-il avant de nuancer. Éthiquement parlant, le Coran n’admet pas l’homosexualité. Mais le passage de cette condamnation morale à une condamnation juridique n’existe pas.»

Quoi qu’il en soit, l’islam sunnite ne reconnaissant aucun clergé, Ludovic-Mohamed Zahed peut tout à fait ouvrir une mosquée sans l’aval du Conseil français du culte musulman ou d’un autre autorité. Des établissements similaires existent d’ailleurs aux Etats-Unis ou au Canada. La semaine dernière, selon le quotidien Métro, une imam de la mosquée de Los Angeles, Ani Zonneveld, devait à Paris pour célébrer le mariage de deux femmes — «deux Françaises de confession musulmane», précisait Ludovic-Mohamed Zahed. Cette union était organisée à l’initiative de la Confederation of Associations LGBT, European or Muslims (Calem) qui regroupe des musulmans du monde entier.”

La sfinge idolatra

In Egitto c’è chi, dopo aver distrutto le statue del Buddha di Bamiyan in Afghanistan, pensa che Piramidi e Sfinge vadano distrutte in quanto simbolo di idolatria… Ne scrive Asianews.

piramidi-e-sfinge-t6989.jpg“Gli operatori turistici egiziani temono una deriva islamista del Paese e attaccano l’imam salafita Murgan Salem al-Gohary che in un programma televisivo andato in onda su TV2 Channel ha proposto la distruzione delle Piramidi di Giza e dalla Sfinge perché simbolo di idolatria. Questa ennesima dichiarazione si aggiunge alle decine di minacce dei salafiti contro il patrimonio artistico egiziano e i luoghi di vacanze, che rappresentano uno dei principali settori di impiego per la popolazione. Ihab El-Badry, leader della Coalition To Support Tourism, ha depositato oggi una denuncia ufficiale al presidente Morsi, al Premier e al ministro del Turismo accusati di non fare nulla per controllare gli islamisti. “Anche se finora sono solo dichiarazioni – afferma – esse stanno devastando il nostro settore. Esse fanno il giro del mondo e questa per noi è solo pubblicità negativa. I turisti ora sono restii a viaggiare in Egitto, hanno paura”.

Conosciuto in tutto il Paese per le sue posizioni estremiste, Murgan Salem al-Gohary ha passato diversi anni in carcere durante il regime di Mubarak proprio per la sua attività vicina ai terroristi islamici. Intervistato dal programma di Tv2 Channel il leader salafita si è vantato di aver combattuto con i talebani in Afghanistan e di aver partecipato alla distruzione delle statue dei Buddah di Bamiyan, sottolineando che statue e beni archeologici dell’antico Egitto potrebbero fare la stessa fine. “Le piramidi e la Sfinge – ha affermato il leader salafita – sono degli idoli che offendono l’islam e vanno distrutte come i Buddah dell’Afghanistan. Dio ha ordinato al profeta Maometto di distruggere le statue degli idoli, ogni egiziano che si professa islamico deve fare lo stesso”. Trasmessa il giorno dopo la grande manifestazione pro-sharia organizzata dagli islamisti, l’intervista ad al-Gohary ha scatenato numerose polemiche nel Paese, che non si sono limitate agli operatori turistici, ma hanno reso più rovente il dibattito fra democratici e islamisti sull’inserimento della legge islamica nella nuova costituzione.

Sfruttando l’onda della primavera araba egiziana e il vuoto di potere creatosi dopo la caduta di Mubarak, il partito ultraconservatore salafita è riuscito a diventare la seconda forza più influente in parlamento dopo i Fratelli Musulmani. Secondo Ahmed Osman, autore televisivo, la maggior parte dei salafiti la pensa come al-Gohary e vorrebbe le statue o distrutte o coperte da teli per nascondere le parti che offendono l’islam. La controversa posizione dell’imam salafita e dei suoi seguaci è però contestata anche all’interno degli ambienti islamisti. Abdel Fattah Moro, vicepresidente del partito islamico tunisino Ennadha, sostiene che i salafiti sbagliano a leggere il Corano. Secondo il libro “il profeta ha distrutto gli idoli perché la gente li adorava, ma nessuno adora la sfinge e le piramidi”, quindi non vi è alcun motivo di distruggerle. Nonostante le rassicurazioni di Fratelli Musulmani e altri leader di partiti islamici sul tenere la religione lontano dalla politica, essa sta entrando progressivamente nella istituzioni e atti un tempo inconcepibili sono sempre più giustificati dalle autorità. Nel novembre 2011 il partito al-Nour ha coperto con dei veli le sirene della fontana di Zeus situata nel centro di Alessandria. Un altro esempio della progressiva islamizzazione della società egiziana è la recente scelta di 250 hostess della Egypt Air di indossare il velo islamico a bordo degli aerei, prendendo esempio dai vicini Paesi del Golfo: Qatar, Emirati arabi, Arabia Saudita. Fondata nel 1932 la compagnia di bandiera egiziana non ha mai applicato l’obbligo islamico del velo, che durante il regime di Mubarak era una sorta di tabù.”

Un po’ qua, un po’ là

Dato che sono stato sul sito di Asianews vi segnalo qualche articolo.

Il primo è sulle proteste in Egitto sul lavoro dell’assemblea costituente che pare abbia inserito nell’articolo sulla parità dei diritti tra uomo e donna una postilla “scomoda”: “le donne hanno uguali diritti rispetto agli uomini, in accordo con i precetti della tradizione islamica”. Altri aspetti sono approfonditi nell’articolo.

Il secondo è sul Kashmir, dove più di cinquanta sarpanch (capo-villaggio) hanno annunciato le loro dimissioni, dopo le minacce di morte ricevute da gruppi fondamentalisti islamici.

Il terzo e ultimo, per cambiare argomento, è sulle parole del Dalai Lama in un recente discorso: “Anche se il mondo immaginato da Marx ha alcuni punti che possono essere condivisibili, il modo in cui i regimi controllano la vita e il pensiero degli esseri umani è inaccettabile”.

Primavera o autunno?

proteste-islam-kabul-300x225.jpgDa Il sussidiario prendo un interessante articolo su primavera araba / autunno arabo di Luca Gino Castellin.

Dopo il drammatico attacco di Bengasi, in cui sono stati uccisi l’ambasciatore americano Christopher Stevens e altri tre membri del corpo diplomatico statunitense, tutti i media internazionali hanno raccontato il dilagare delle proteste dal Nord Africa fino al Sud-Est del Pacifico, attraverso il Medio Oriente e l’Asia Centrale, titolando con voce unanime “rivolta contro l’Occidente”. Questa scelta è sicuramente giusta, ma non aiuta a cogliere fino in fondo le conseguenze dei tumultuosi disordini in molti Paesi islamici. Indirizzate contro i simboli e le istituzioni della nostra civiltà, le violente manifestazioni di questi giorni sono anche una rivolta contro il mondo arabo.

Soprattutto, sono un atto di sfida a quella “primavera araba” che sembrava aver indirizzato – pur tra molte ambiguità e contraddizioni – i vari popoli della regione verso un presente e un futuro di speranza. Pertanto, a preoccuparsi di ciò che sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non dovrebbero essere soltanto gli Stati Uniti d’America, ma anche tutti i governi democraticamente eletti in questi due anni.

Gli Stati Uniti devono fronteggiare un nemico assai noto: il carsico antiamericanismo che pervade il mondo islamico. E devono farlo per difendere l’ingente capitale diplomatico investito nel supporto al lento e difficile processo di transizione in atto nella regione. La responsabilità di quanto è successo non risiede – come, invece, ha sostenuto Mitt Romney in maniera assai cinica (tanto da essere apertamente richiamato da altri esponenti del Grand Old Party) – nelle linee di politica estera dell’Amministrazione Obama verso il Medio Oriente. Le accuse del candidato repubblicano alla Casa Bianca rappresentano semmai una strumentalizzazione politica molto provinciale, che mette in mostra un grave deficit (forse, il principale) della sua piattaforma elettorale. D’altronde, la politica muscolare di George W. Bush non ha ottenuto maggiori risultati, piuttosto ha contribuito ad alimentare l’odio verso l’Occidente. Dopo una scellerata guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein, l’Iraq si trova infatti nuovamente in pericolo di fronte alla deriva autoritaria del Primo Ministro sciita Nouri al-Maliki. La strategia di Obama, a cui forse è possibile imputare un eccessivo ottimismo, costituisce invece una novità interessante e da non archiviare al primo vero ostacolo. L’aver scommesso sul desiderio di giustizia e di libertà dei popoli della regione (o di alcune loro componenti, anche minoritarie) è stato un rischio grande, ma che andava corso. E che, al tempo stesso, deve essere sostenuto.

Ma sono i Paesi della regione – tra cui soprattutto Libia ed Egitto – a dover prestare particolare attenzione ai tumulti in corso. La vittoria della coalizione liberale nell’ex regno di Gheddafi non ha infatti allontanato il grave problema che attanaglia il suo nuovo governo: ossia l’incapacità di acquisire ed esercitare il monopolio legittimo della forza nel Paese. Senza un pieno controllo del territorio, infatti, la presenza di sacche di resistenza fedeli al regime precedente e di formazioni terroristiche qaediste non potrà che diventare un male endemico della nuova Libia. E ciò potrebbe costituire un pericolo anche per l’Europa e in particolare per l’Italia. Finché le forze di sicurezza del governo di Tripoli non saranno in grado di garantire l’ordine interno, il nostro Continente va incontro a due grandi incognite: da un lato, quella riguardante le dinamiche migratorie illegali; dall’altro, quella relativa alla sicurezza e al pieno rispetto dei contratti economici in atto con la Libia.

Anche in Egitto le manifestazioni di questi giorni non devono essere sottovalutate. Il Paese – dopo la decisione della Corte Suprema dello scorso giugno – è ancora senza un Parlamento. E il presidente Mohamed Morsi, seppur rafforzato dal consenso elettorale e dai pieni poteri, deve evitare di lasciarsi travolgere dalle violenze salafite. Morsi può dimostrare la saldezza della propria leadership soltanto rifuggendo dalla comoda – ma, al tempo stesso, illusoria – acquiescenza verso qualsiasi deriva islamista. Anche per i Fratelli Musulmani – un movimento magmatico e con diverse anime al suo interno – c’è sempre il rischio di essere sorpassati sulle ali estreme da altre formazioni. Quella di fronte a Morsi è una scelta importante, dove il presidente deve saper agir con equilibrio. Da una parte, egli non può mostrarsi troppo indulgente verso i disordini di questi giorni. Gli islamisti, infatti, possono trasformarsi in un serio problema anche per Morsi, soprattutto perché rischiano di rendere sempre più incerta quella continuità della politica estera che aveva reso il governo del Cairo un alleato pragmatico sia per l’Occidente, sia per Israele. I recenti attacchi al Quartier generale dell’esercito egiziano nel Nord del Sinai evidenziano le grandi difficoltà a cui le forze di sicurezza del Paese si trovano di fronte per garantire il controllo di questa delicata e nevralgica zona di confine con lo Stato ebraico. Dall’altra parte, il presidente egiziano non può nemmeno apparire eccessivamente duro con sollevazioni più o meno spontanee, che hanno avuto come causa scatenante l’offesa al profeta Maometto. In un momento di transizione così delicato, infatti, la possibilità di essere soggetto al ricatto da parte di una minoranza islamista per motivi religiosi e ideologici costituisce un grave rischio, che può riversare sulle istituzioni politiche molto discredito e indebolirle sensibilmente. L’esigenza di ordine e sicurezza, intrecciata a quella di minore corruzione e maggiore giustizia, è un elemento essenziale nella società egiziana del dopo Mubarak, che il ceto politico egiziano si trova a dover gestire in un clima sociale assai teso ed esplosivo.

Che cosa può insegnare allora la furia islamista di questi giorni? L’attacco è una sfida non solo per l’Occidente, ma anche e soprattutto per il mondo arabo. La “primavera arab”» è stata – e ancora rimane – un fattore positivo e un’opportunità di cambiamento. Archiviarla alla prima difficoltà, per rivolgersi al triste orizzonte di un crepuscolare “autunno arabo”, è soltanto segno di cinismo (speculare all’iniziale idealismo di alcuni osservatori poco disincantati). Ciò che occorre invece è un sano realismo, come quello testimoniato da Benedetto XVI nel suo viaggio in Libano. Mentre la maggior parte degli esperti si improvvisava novella Cassandra e i governi di tutto il mondo erano pressoché impotenti di fronte agli avvenimenti, il Santo Padre incontrava il popolo della terra dei cedri – un popolo non solo segnato da anni di guerra civile, ma anche e paradossalmente modello di convivenza tra cristiani e musulmani – per affermare con intelligenza e fermezza le ragioni profonde della convivenza e della pace. Il Papa è ben consapevole che nel cuore di ogni uomo alberga un desiderio di bellezza, verità e giustizia che nessun film può sopprimere. Ma, come l’esperienza del Meeting Cairo dimostra, per rispondere a quelle esigenze insaziabili occorre un incontro e un’educazione. Senza fragili illusioni, è proprio ciò di cui il Medio Oriente ha bisogno oggi.